Santi dell' 11 Ottobre - Istituto Aveta

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Santi dell' 11 Ottobre

Il mio Santo > I Santi di Ottobre

*Sant'Alessandro Sauli - Vescovo (11 ottobre)

Milano, 15 febbraio 1534 - Calosso d’Asti, 11 ottobre 1592
Nato da antica famiglia genovese, nel 1534, si consacrò giovanissimo alla Vergine.
Rifiutando una brillante carriera presso Carlo V, entrò nella Congregazione dei Chierici regolari di san Paolo (i Barnabiti).
Nel segno dell'obbedienza comparì nella piazza dei mercanti vestito da nobile, ma portando sulle spalle una pesante croce.
Nominato teologo del vescovo e decano della Facoltà teologica di Pavia, fu eletto Superiore generale dell'Ordine e si adoperò per mantenerne vivo lo spirito originale.
Confessore di Carlo Borromeo, fu anche il direttore spirituale di personalità illustri del suo tempo, religiosi e laici.
Vescovo di Aleria in Corsica, una diocesi in grande decadenza, ne riformò il clero e fu maestro di vita cristiana per tutti i ceti, placando tensioni e odi tra famiglie.
La sua carità e la sua dedizione furono talmente grandi da essere chiamato «angelo tutelare», padre dei poveri, apostolo della Corsica.
Nel 1904, Pio X lo iscrisse fra i santi. (Avvenire)
Etimologia: Alessandro = protettore di uomini, dal greco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Calosso d’Asti in Piemonte, transito di Sant’Alessandro Sauli, vescovo dapprima di Aleria in Corsica e poi di Pavia, che, membro della Congregazione dei Chierici regolari di San Paolo, diede sollievo ai poveri con mirabile carità.
Ha davvero tutto: famiglia nobile genovese, che dà senatori e dogi alla Repubblica marinara; attitudine allo studio; alte relazioni che, adolescente, gli procurano la nomina a paggio di corte: quella di Carlo V, signore d’Europa e d’America, padrone del mondo. Partendo da lì, uno come lui può arrivare in fretta ai grandi posti.
Ma Alessandro Sauli non parte. A 17 anni chiede di entrare fra i Chierici Regolari di San Paolo, detti Barnabiti, perché risiedono presso la chiesa milanese di San Barnaba. Sono preti legati da
una regola di vita comune, da severi compiti di studio e d’insegnamento. Uomini di punta del rinnovamento religioso.
"Domando di essere accolto", dice, "per abbandonarmi totalmente nelle mani dell’obbedienza".
Nel segno dell’obbedienza si espone a una prova tra le più sgradevoli: compare nella piazza dei mercanti vestito da nobile, ma portando sulle spalle una pesante croce. Si umilia, insomma, a dar spettacolo, esponendosi allo scandalo e alla beffa. E dà inizio a una consuetudine: "Da allora, “portar la croce” fa parte delle nostre tradizioni familiari.
É una delle più care e indimenticabili, perché ogni barnabita inizia il proprio anno di noviziato portando la croce dalla comunità alla chiesa" (P. Luis Origlia Roasio).
Ordinato sacerdote, diviene maestro e formatore di barnabiti, chiamati a esser uomini della croce e del libro, della fede e della cultura strettamente unite, nel XVI secolo come nel XX. Alessandro Sauli, in quest’opera, è talmente uomo di punta che a soli 34 anni lo fanno già superiore generale. Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, lo vuole suo confessore: "Fatto diligente esame di coscienza di tutti i suoi peccati, li confessò ad Alessandro Sauli... Del suo consiglio pieno di dottrina si giovò moltissimo" (C. Bescapé).
Pio V nel 1567 lo nomina vescovo di Aleria, in Corsica, dove c’è da fare tutto, compreso lo sfamare i fedeli, vittime di carestie e pirati; e proseguendo col formare preti culturalmente degni, infondendo in loro slancio per l’evangelizzazione. Per vent’anni la Corsica ha in lui un padre e maestro. E morirebbe lì, ma deve poi obbedire a un suo allievo diventato papa, Gregorio XIV, che lo trasferisce a Pavia.
Obbedisce, anche se tanto lavoro l’ha già sfiancato. Eppure intraprende subito la visita pastorale: non smette di “portare la croce”, finché un minimo di forze lo sorreggono.
Viene per lui l’ultimo giorno nel dolce scenario d’autunno del Piemonte meridionale: a Calosso d’Asti, dove accetta l’ospitalità del signore del luogo.
Ma non nei saloni nobili: se ne sta al pianterreno con i lavoranti, vicino alla portineria. E qui, con le prime nebbie fra le colline, muore l’“Apostolo della Corsica”. Il corpo ritorna poi a Pavia, dove sarà inumato in cattedrale. Nel 1904, Pio X Sarto lo iscriverà fra i Santi.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Alessandro Sauli, pregate per noi.


*Sant'Anastasio - Apocrisario (11 ottobre)

Martirologio Romano: Vicino alla fortezza di Tzager sui monti del Caucaso, anniversario della morte di Sant’Anastasio, sacerdote, apocrisario della Chiesa di Roma, che, compagno di San Massimo il Confessore nella testimonianza della fede cattolica e nell’esilio, rese l’anima a Dio, mentre nella Santa Sinassi recitava le parole «Le cose sante ai santi».
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Anastasio, pregate per noi.


*Beato Angelo (Angel) Ramos Velazquez - Coadiutore Salesiano, Martire (11 ottobre)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Salesiani di Valencia”
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001”
“Martiri della Guerra di Spagna”

Siviglia, Spagna, 9 marzo 1876 – Barcellona, Spagna, 13 ottobre 1936

Martirologio Romano:
A Barcellona sempre in Spagna, Beato Angelo Ramos Velázquez, religioso della Società Salesiana e martire, che portò a compimento la sua battaglia per la fede in tempo di persecuzione contro la Chiesa.
La composita Famiglia Salesiana comprende fra i molti suoi rami anche l’Associazione dei Cooperatori Salesiani, una sorta di terz’ordine salesiano fondato da San Giovanni Bosco ed approvato dalla Sede Apostolica con il Breve “Cum sicuti” del 9 maggio 1876.
Oltre al Beato Artemide Zatti ed alla Beata Alessandrina Maria da Costa, i cooperatori
venerano anche ventiquattro beati martiri uccisi nel contesto della persecuzione perpetrata durante la guerra civile spagnola, forse unica congregazione così poco nota al grande pubblico a godere di così tanti suoi figli già elevati agli onori degli altari. A questa folta schiera appartiene proprio il beato oggi festeggiato.
Angel Ramos Velazquez nacque a Siviglia il 9 marzo 1876. All’età di quindici anni, di ritorno di un suo pellegrinaggio a Roma, passò per la casa salesiana di Sarria, nei pressi di Barcellona, e rimase così affascinato da quell’ambiente che in seguito decise di intraprendere proprio lì la sua vita religiosa.
Emise finalmente i voti come coadiutore nel 1897. Svolse un immane lavoro apostolico in particolare nel campo della pittura e del teatro. Si dimostrò sempre umile e lavoratore, prudente ed ottimista.
Allo scoppio della guerra civile cercò rifugio in una locanda di Barcellona, ma fu riconosciuto per strada e ucciso il 13 ottobre 1936.
Angel Ramos Velazquez fa dunque parte della schiera dei ben 95 martiri salesiani spagnoli, vittime durante la guerra civile.
Con 31 di essi è stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II l’11 marzo 2001 ed è invece singolarmente commemorato dal Martyrologium Romanum.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Angelo Ramos Velazquez, pregate per noi.

 

*San Bruno I di Colonia - Vescovo (11 ottobre)  
924 - Reims, 11 ottobre 965
Martirologio Romano:
A Colonia nella Lotaringia in Germania, san Bruno, vescovo, che, fratello dell’imperatore Ottone I, ricevette insieme l’episcopato e il governo della Lotaringia ed esercitò il ministero sacerdotale con grande premura e le funzioni di governante con magnanimità secondo le esigenze dei suoi tempi.
Figlio di Santa Matilde regina e di Enrico I l’Uccellatore re di Germania, Bruno nacque verso la fine del 924, fu avviato alla carriera ecclesiastica e frequentò per quattro anni la scuola episcopale di Utrecht, dove ricevette una vasta educazione letteraria, diretto dal vescovo Balderico († 976).
Dopo tale periodo venne richiamato a corte dal fratello Ottone I, succeduto dal 936 sul trono di Germania, al padre Enrico I l'Uccellatore; la sua precocità negli studi, che continuò a corte, gli fecero avere, sebbene adolescente, la dignità di abate di Lorsh in Westfalia e appena sedicenne,
quella di cancelliere del regno, carica conferita a quell’epoca solo agli arcivescovi.
Nel 951, accompagnò come arcicappellano, il fratello Ottone I, che scendeva in Italia contro Berengario II, re d’Italia dal 950, che fu poi sconfitto definitivamente solo nel 963.
Il 9 luglio 953, Bruno fu eletto a succedere al defunto Wikfried arcivescovo di Colonia, anche per desiderio di Ottone I, che come da prassi, confermò subito l’elezione.
Fu consacrato il 25 settembre 953, introducendo subito nella diocesi, opportune riforme, restaurando la disciplina ecclesiastica; gli eventi storici del regno lo videro sempre a fianco del re suo fratello, specie nella lotta contro i ribelli, genero e figlio dello stesso Ottone, appoggiati da Federico arcivescovo di Magonza; i quali con il suo aiuto vennero sottomessi nel 955.
Fu nominato reggente della Lorena al posto del destituito Corrado genero di Ottone I e impiegò tre anni fino al 958 per riportare l’ordine e imporre di nuovo l’autorità del re; intervenne personalmente negli affari di Stato della Francia, chiamato nel 956, dalla sorella Gerberga, rimasta vedova del re Luigi IV d’Oltremare (921-954).
Ancora una volta, nel 961, Ottone I fu costretto a venire in Italia in soccorso del papa Giovanni XII, contro Berengario II; e Bruno, insieme al nipote Guglielmo, arcivescovo di Magonza, tenne la reggenza del regno di Germania e la cura e custodia del piccolo principe Ottone II.
Ritornato in patria il re Ottone I, che era stato incoronato imperatore a Roma il 2 febbraio 962, Bruno dovette intervenire in Francia, per riportare la pace tra i suoi nipoti Lotario III e Ugo Capeto, riuscendo a conciliarli nell’incontro di Compiègne.
Stava ritornando in Germania, quando stremato da questa continua ed estenuante attività di vescovo, politico, governante, si ammalò improvvisamente a Reims, cessando di vivere l’11 ottobre 965. Per sua espressa volontà, il corpo fu trasportato a Colonia e sepolto nell’abbazia benedettina di San Pantaleone da lui stesso fondata.
Pur essendo stato sempre venerato con il titolo di beato e poi di Santo, il suo culto venne approvato solo nel 1870 per tutta la diocesi di Colonia, che gli ha dedicato anche una chiesa in uno dei sobborghi. Festa liturgica l’11 ottobre.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Bruno I di Colonia, pregate per noi.


*San Cainnech - Abate (11 ottobre)  

Kinnaght, Irlanda, 525 circa – 600 circa
L'abate Cainnech (o Canice o Kenneth) fu un celebre santo irlandese, del quale però purtroppo si sono tramandate ben poche certezze storiche. Nacque a Kinnaght, nella contea di Derry, verso l'anno 525 ed in giovane età raggiunse il Galles, dove sotto la guida di San Cadoc intraprese la vita monastica ed in seguito ricevette l'ordinazione presbiterale. Gli elogi ripetutamente rivoltigli dal suo maestro gli attirarono ben presto le gelosie dei confratelli, costringendolo ad andarsene.
Dopo un breve pellegrinaggio a Roma, Cainnech fece ritorno in Irlanda per continuare gli studi a Clonard sotto la guida di San Finnian.
Nell'isola inoltre fondò monasteri e predicando, ma dopo qualche anno si trasferì in Scozia. La più celebre fondazione operata dal santo in Irlanda è quella di Aghaboe, nella contea di Laois, ma probabilmente fu sempre lui il fondatore della cattedrale di Kilkenny, che gli è dedicata.
Cainnech fu celebre per il suo instancabile zelo missionario e per la fedeltà alla regola monastica. Morì tra la fine del VI e l'inizio del VII secolo.  (Avvenire)
Martirologio Romano: Nella regione di Ossory in Irlanda, san Cánico, abate del monastero di Achad-Bó, tra i tanti da lui fondati.
L’abate Cainnech (o Canice o Kenneth) fu un celebre santo irlandese, del quale però purtroppo si sono tramandate ben poche certezze storiche. Nacque a Kinnaght, nella contea di Derry, verso l’anno 525 ed in giovane età raggiunse il Galles, dove sotto la guida di San Cadoc intraprese la vita monastica ed in seguito ricevette l’ordinazione presbiterale. Gli elogi ripetutamente
rivoltigli dal suo maestro gli attirarono ben presto le gelosie dei confratelli, costringendolo infine ad andarsene.
Dopo un breve pellegrinaggio a Roma, Cainnech fece ritorno in Irlanda per continuare gli studi a Clonard sotto la guida di San Finnian.
Nell’isola girovagò inoltre fondando monasteri e predicando, ma dopo qualche anno si trasferì in Scozia, dove il suo culto è ancora oggi testimoniato dai nomi di parecchie località, quali per esempio Kilchainnech a Iona e Inchkenneth a Mull. Accompagno San Colomba nella difficile missione al re dei pitti, popolo ancora pagano, e si narra che gli paralizzò la mano onde impedire che li uccidesse.
La più celebre fondazione operata dal Santo in Irlanda è quella di Aghaboe, nella contea di Laois, ma probabilmente fu sempre lui il fondatore della cattedrale di Kilkenny, che gli è dedicata. Cainnech fu celebre per il suo instancabile zelo missionario e per la fedeltà alla regola monastica.
Durante il breve periodo che trascorse in eremitaggio, si narra che fosse solito chiedere agli uccelli di non cantare per non disturbare la sua preghiera. Morì infine a cavallo tra il VI ed il VII secolo.
Il suo culto si diffuse ben presto in tutta l’Irlanda, nonché in Scozia, in particolare nelle diocesi di Saint Andrei e Argyll, in Galles e nell’Europa continentale, come testimonia la presenza del suo nome in litanie e messali a Reims, Reichenau, Basilea e Frisinga.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Cainnech, pregate per noi.

 

*Beato Dionisio de Santarem - Mercedario (11 ottobre)  
+ 1420
Fedele imitatore del fondatore San Pietro Nolasco, il Beato Dionisio de Santarem era mercedario nel convento di Sant'Antolino in Valladolid (Spagna).
Coltivò intensamente la verginità, l'umiltà, la carità verso Dio e verso il prossimo sopratutto verso gli schiavi.
Il Signore lo condusse lungo le vie del bene e lo rese celebre per la gloria dei miracoli, finché centenario morì santamente nel 1420.
L'Ordine lo festeggia l'11 ottobre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Dionisio de Santarem, pregate per noi.


*Sant'Eufredo - Venerato ad Alba (11 ottobre)  

Emblema: Palma
Si tratta di un’abbreviazione del nome di Teofredo, abate benedettino di Caméry, ucciso probabilmente dai Saraceni nel 732.
Il culto in Piemonte è stato così ricostruito dal Savio: il monastero di Caméry possedeva verso il Mille vasti possedimenti in diocesi di Alba presso Cherasco e Cervere.
In queste località alcune chiese furono dedicate al santo abate. Ma nel 1457 queste terre furono sottratte all’abbazia francese per essere unificate a quella di S. Pietro di Savigliano.
In seguito si sarebbe perduta la memoria del Teofredo francese e si sarebbe incominciato a parlare dell’Eufredo (Ifredo o Tifredo) martire piemontese al tempo delle invasioni saracene.
Secondo queste “tradizioni” era originario di Cherasco.
In altri testi posteriori è menzionato come martire della legione tebea, confondendosi con San Chiaffredo.
Il culto in diocesi di Alba può essere spiegato con la presenza di reliquie; la festa ricorre l’11 ottobre.
(Autore: Gian Domenico Gordini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Eufredo, pregate per noi.


*San Filippo - Diacono (11 ottobre)  

Palestina, primo secolo dopo Cristo
Secondo gli Atti degli apostoli è uno dei sette «uomini di buona reputazione» scelti come diaconi. Il primo, Stefano, è il protomartire; Filippo è il primo missionario della storia cristiana.
Sulla strada della missione è costretto dalla persecuzione scoppiata dopo la morte di Stefano che induce gli ebrei cristiani ellenizzanti ad allontanarsi da Gerusalemme.
Egli si reca, dunque, in Samaria che diviene la prima tappa dell’annuncio del Vangelo al di fuori della Giudea. I cristiani di Samaria restano in comunione con i fedeli della capitale. Pietro e Giovanni visitano i nuovi credenti e invocano su di loro lo Spirito Santo con l’imposizione delle mani. La missione, tuttavia, non conosce confini.
Dopo aver annunciato il Vangelo in Samaria, Filippo riceve dallo Spirito l’ordine di recarsi sulla strada per Gaza. Qui passa su un carro un funzionario africano che ritorna in patria dopo essere stato pellegrino a Gerusalemme. Filippo gli si avvicina e lo sente leggere un brano del profeta Isaia che parla di un misterioso servo condotto a morte.
Ispirato dallo Spirito Santo, gli spiega che il testo parla in realtà di Gesù. Convinto, il funzionario africano gli chiede il battesimo, che Filippo gli amministra.
Il Vangelo si accinge così a varcare una nuova frontiera, in direzione dell’Africa. Il diacono si stabilisce infine a Cesarea dove è chiamato evangelista, è cioè la guida delle comunità. Qui egli avrà l’onore di ospitare l’apostolo Paolo nella sua casa, dove vive con quattro figlie nubili che sono considerate profetesse. Nulla sappiamo della morte di questo generoso protagonista della prima comunità cristiana.
Martirologio Romano: Commemorazione di san Filippo, che fu uno dei sette diaconi eletti dagli Apostoli: convertì la Samaria alla fede di Cristo, battezzò l’eunuco di Candace regina d’Etiopia ed evangelizzò tutte le città che attraversava, fino a Cesarea, dove si ritiene che abbia terminato i suoi giorni.
Per distinguerlo da Filippo di Bethsaida, uno dei Dodici, gli Atti degli apostoli lo chiamano “evangelista”, nel senso di annunciatore del Vangelo. È uno dei sette "uomini di buona reputazione" scelti a Gerusalemme dai primi cristiani come aiutanti degli apostoli nelle incombenze pratiche (gli altri sono Stefano, Pròcoro, Nicanore, Timone, Pàrmena e Nicolao).
Ma non si limitano all’amministrazione: Stefano si impegna in un’appassionata predicazione, e viene ucciso con la lapidazione nell’offensiva anticristiana capeggiata, tra gli altri, da Saulo di Tarso. È il primo martire. Allora Filippo, con altri membri della prima comunità cristiana, fugge da Gerusalemme, e si fa poi evangelizzatore in Samaria con straordinari risultati. Predica, convince, battezza, e crea così la prima comunità cristiana oltre i confini della Giudea. Arrivano allora Pietro e Giovanni da Gerusalemme, a ratificare e completare la sua opera, imponendo le mani ai neobattezzati: "Essi ricevettero lo Spirito", dicono gli Atti, raccontando poi l’episodio del ciarlatano Simon Mago, che vorrebbe “comprare” da Pietro il potere di conferire lo Spirito, tirandosi invece addosso la sua cruda risposta: "Va’ in perdizione tu e il tuo denaro!". Dalla Samaria, Filippo ritorna poi a Gerusalemme. E un giorno, per ispirazione soprannaturale, si avvia lungo la strada per Gaza, dove incontra uno straniero sicuramente molto autorevole, perché viaggia su un cocchio.
È infatti un etìope, ministro della regina Candace. Fa salire Filippo con sé, e lo invita a commentare un brano del profeta Isaia che sta leggendo, ma che non capisce.
Non è chiaro se egli sia di religione ebraica; ma certo si sente fortemente attratto dalla fede d’Israele, ed è venuto a Gerusalemme “per adorare”. Sul testo di Isaia incomincia tra lui e Filippo un dialogo che si concluderà con questa sua richiesta: "Che cosa impedisce che io sia battezzato?". E così se ne ritorna in Etiopia cristiano (Atti, cap. 8).
Filippo, pioniere dell’evangelizzazione fuori dalla Giudea, non agisce secondo un programma. Lo ha spinto in Samaria un momento di pericolo, e sulla via per Gaza lo ha indirizzato un segnale misterioso. Poi si ferma in Palestina: e lo troviamo predicatore nella regione costiera, lungo un itinerario che si conclude a Cesarea Marittima.
Qui Filippo dà vita a una comunità cristiana e prende dimora stabile con le sue quattro figlie nubili, conosciute come “profetesse”. E qui, nella dimora dei suoi ultimi anni, un giorno entra come ospite l’antico persecutore Saulo, che ora è diventato Paolo Apostolo, fratello nella fede e nella predicazione (Atti, cap. 21).
Nulla di certo si sa della morte di Filippo. Sarebbe avvenuta a Cesarea, secondo una tradizione. Un’altra la pone invece nella città di Tralle (Asia Minore), di cui Filippo sarebbe stato vescovo.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Filippo, pregate per noi.

 

*San Firmino di Uzes - Vescovo (11 ottobre)  
Etimologia: Firmino = costante, saldo nei propositi, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Uzès nella Gallia narbonense, nell’odierna Francia, San Firmino, vescovo, che, discepolo di San Cesario di Arles, insegnò al suo popolo la via della verità.
Ecco i dati storici che lo concernono: già vescovo, prese parte al concilio di Orléans del 541, poi del 549 e a quello di Parigi del 552.
Fu discepolo ed amico di San Cesario di Arles (+ 543) del quale sottoscrisse con altri vescovi la Regula sanctarum virginum e scrisse il primo libro della sua Vita con Cipriano di Toulon, (+ 545 ca.) e con altri.
Verso 544 il poeta romano Aratore lo celebrava in questi termini."... Firminus venerabilis ille sacerdos Pascere qui populum dogmatis ore potest. Hujus ad Italiae tendit laudatio fines, Atque ultra patriam gloria nomen habet".
Si ignora la data della sua nascita e della sua morte, ma si sa che è il terzo della lista dei vescovi conosciuti di Uzès, seguito da San Ferreolo. Il suo culto è antico: il Martirologio di Usuardo lo iscrive all'11 ottobre.
Una Vita, molto posteriore, non merita credito, e ancor meno il tentativo di farne un discendente della famiglia reale dei Merovingi e zio del successore, San Ferreolo.
(Autore: Paul Viard - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Firmino di Uzes, pregate per noi.  


*San Gaudenzio (Razdim) - Arcivescovo di Gnesna (11 ottobre)

Martirologio Romano: A Gniezno in Polonia, San Gaudenzio o Radzim, vescovo, che, fratello secondo la carne e secondo lo spirito, nonché fedele compagno di Sant’Adalberto vescovo di Praga, assistette al suo martirio e fu poi gettato egli stesso in carcere.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gaudenzio, pregate per noi.


*Beato Giacomo Griesinger da Ulma - Domenicano  (11 ottobre)

Ulma, Germania, 1407 - Bologna, 11 ottobre 1491
Il Beato Giacomo, originario di Ulma in Germania (1407), all'età di venticinque anni sostò a Bologna, tappa del suo pellegrinaggio verso Roma. Dopo alterne vicende, che lo videro soldato a Napoli e domestico a Capua, ritornò nella nostra città con le milizie del Duca di Milano. Visitando la Basilica di San Domenico si sentì attratto dalla vita religiosa e nel 1441 chiese di vestire l'abito dei fratelli conversi.
Lo spirito di preghiera e di mortificazione, l'umiltà profonda e il cordiale servizio al prossimo gli accreditarono la fama di santità ancor prima della sua morte.
Tra le sue devote consuetudini erano la recita del Pater noster, che diceva essergli più dolce del miele, e la preparazione alla Comunione Eucaristica in un'ininterrotta veglia notturna. Dotato di grande sensibilità artistica fu maestro nell'arte vetraria: a lui si attribuisce una delle grandi vetrate nella cappella dei Notai della Basilica di San Petronio.
Martirologio Romano: A Bologna, Beato Giacomo da Ulm Griesinger, religioso dell’Ordine dei Predicatori, che, sebbene analfabeta, fu un valente decoratore di vetrate e offrì a tutti per cinquant’anni un esempio di dedizione al lavoro e alla preghiera.
Giacomo, nato a Ulm nel 1407, ebbe fin da fanciullo nella sua famiglia, i Griesinger i più preziosi esempi di cristiana pietà. A 25 anni, con la benedizione dei genitori, dalle rive del Danubio, s’incamminò pellegrino verso Roma per venerarvi le tombe dei Santi Apostoli. Dopo varie peregrinazioni passò per Bologna, dove si fermò qualche tempo. Sua meta prediletta era la tomba di San Domenico e qui, durante le sue devote visite, sentì forte l’ispirazione d’abbracciare l’Ordine.
Sebbene non fosse del tutto incolto, chiese ed ottenne, nel 1441, di essere ammesso tra i fratelli conversi. Anima candida e sensibile, comprese e seppe attuare in pieno la sua santa vocazione. La sua orazione toccava l’estasi, e spesso lo si vedeva circondato di luce Ma sebbene il cuore fosse estraneo alla terra, le mani erano sempre pronte al lavoro e a rendere qualunque umile servizio con quell’amabile sorriso che dilata i cuori.
Fu provetto nell’arte di dipingere il vetro, tanto che di lui rimangono eccellenti lavori.
Si racconta che un giorno, mentre sorvegliava la cottura di alcuni vetri dipinti, il Priore gli comandò di andare alla cerca. Il Beato, senza aprire bocca, si recò a compiere l’obbedienza. Al suo ritorno invece di trovare i vetri inceneriti, com’era da prevedersi, li trovò cotti al punto giusto, riusciti a meraviglia.
Conservò sempre l’innocenza battesimale e, spirata l’anima benedetta, l’11 ottobre 1491, parve comunicato il suo candore anche al corpo, che risplendette di luce celeste. Papa Leone XII il 3 agosto 1825 ha confermato il culto.
Le sue reliquie, conservate in San Domenico a Bologna, nel 1965 furono trasferite in una pregiata urna sull’altare a lui dedicato.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giacomo Griesinger da Ulma, pregate per noi.


*San Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli) - Papa (11 ottobre/3 giugno)  
Sotto il Monte, Bergamo, 25 novembre 1881 - Roma, 3 giugno 1963
(Papa dal 04/11/1958 al 03/06/1963).
Angelo Roncalli nacque a Sotto il Monte, piccolo borgo del bergamasco, il 25 novembre 1881, figlio di poveri mezzadri. Divenuto prete, rimase per quindici anni a Bergamo, come segretario del vescovo e insegnante al seminario. Allo scoppio della prima guerra mondiale fu chiamato alle armi come cappellano militare. Inviato in Bulgaria e in Turchia come visitatore apostolico, nel 1944 è Nunzio a Parigi, per divenire poi nel 1953 Patriarca di Venezia. Il 28 ottobre 1958 salì al soglio pontificio, come successore di Pio XII, assumendo il nome di Papa Giovanni XXIII. Avviò il Concilio Vaticano II, un evento epocale nella storia della Chiesa. Morì il 3 giugno 1963. Un breve ma intenso pontificato, durato poco meno di cinque anni, in cui egli riuscì a farsi amare dal mondo intero. È stato beatificato il 3 settembre del 2000 e canonizzato il 27 aprile 2014.
Martirologio Romano: A Roma, beato Giovanni XXIII, papa: uomo dotato di straordinaria umanità, con la sua vita, le sue opere e il suo sommo zelo pastorale cercò di effondere su tutti l’abbondanza della carità cristiana e di promuovere la fraterna unione tra i popoli; particolarmente attento all’efficacia della missione della Chiesa di Cristo in tutto il mondo, convocò il Concilio Ecumenico Vaticano II.
Nell’aria c’era già l’odore dell’estate, ma il giorno era triste. Quel 3 giugno 1963 una luce si spegneva nel mondo: il “Papa buono” era morto. Calde lacrime solcavano il viso delle tante persone che appresero in quei momenti la notizia della sua scomparsa. Nel suo breve ma intenso pontificato, durato poco meno di cinque anni, Papa Giovanni era riuscito a farsi amare dal mondo intero, che adesso ne piangeva la perdita.
Ma già subito dopo la sua morte incominciava il fervore della devozione popolare, che doveva avvolgere la sua figura di una precoce quanto indiscussa aureola di santità, e prendeva avvio il processo di beatificazione: un lavoro ciclopico, durato ben 34 anni, con l’avvicendarsi di diversi Postulatori e montagne di documenti da vagliare prima di pronunciarsi sulla sua eroicità. (…) Il 12 ottobre 1958 Angelo Roncalli era partito alla volta di Roma per partecipare insieme agli altri cardinali al conclave, ma non immaginava assolutamente di essere eletto Papa. Il suo desiderio era sempre stato quello di essere un pastore di anime, modesto e semplice come un parroco di campagna.
Era nato a Sotto il Monte, piccolo borgo del bergamasco, il 25 novembre 1881, figlio di poveri mezzadri che lo battezzarono il giorno stesso della sua nascita nella locale Chiesa di S. Maria; la
stessa dove, divenuto prete, avrebbe celebrato la sua prima Messa, il 15 agosto 1905, festa dell’Assunzione.
Angelino era molto intelligente e terminò le scuole in un lampo, tanto che in seminario era il più giovane della sua classe. A 19 anni aveva completato i corsi, ma per la legge ecclesiastica non poteva essere ordinato sacerdote prima dei 24 anni, così fu mandato a Roma per laurearsi alla Gregoriana.
Divenuto prete, rimase per quindici anni a Bergamo, come segretario del vescovo e insegnante al seminario. Allo scoppio della prima guerra mondiale fu chiamato alle armi come cappellano militare. Nel 1921 Roncalli è a Roma e, successivamente, viene inviato in Bulgaria e in Turchia come visitatore apostolico: iniziava così la sua carriera diplomatica. Nominato Nunzio a Parigi nel 1944, diventa Patriarca di Venezia nel 1953.
Un’esistenza piuttosto appartata, senza fatti eclatanti, fino all’elezione al soglio di Pietro. Aveva allora 77 anni ed aveva già fatto testamento. Intendeva essere sepolto a Venezia e si era fatto costruire la tomba, nella cripta di S. Marco. Era naturale che ritenesse ormai imminente il suo commiato dal mondo. L’anno prima, 1957, aveva scritto infatti nel suo diario: “O Signore, siamo a sera. Anni settantasei in corso. Grande dono del Padre celeste la vita. Tre quarti dei miei contemporanei sono passati all’altra riva. Dunque anch’io mi debbo tener preparato al grande momento…”. Ma le vie del Signore sono sovente imprevedibili. Il 28 ottobre 1958 l’allora cardinale e patriarca di Venezia salì al soglio pontificio, come successore di Pio XII, e molti ne restarono sorpresi. Un vecchio avrebbe dovuto reggere la Chiesa? I giornali presto ci ricamarono su perché veniva da una famiglia di contadini. “Il papa contadino”, cominciarono a chiamarlo. Ma Roncalli aveva ben chiara la propria missione da compiere.
“Vocabor Johannes…”. Mi chiamerò Giovanni, esordì appena eletto. Era il primo punto fermo del suo pontificato. Un nome che era già tutto un programma. E non si smentì.
Nel 1959, un anno soltanto dopo la sua elezione, “tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito”, come disse ai cardinali riuniti, annunciò il Concilio Vaticano II. Un evento epocale, destinato a cambiare il volto della Chiesa, a segnare un netto spartiacque nella storia della cristianità.
(…) Fu il leit-motiv della sua vita e del suo pontificato. Dopo la S. Messa, nulla era per lui più importante del Rosario. Ogni giorno lo recitava per intero, meditando su ogni mistero. “Sono entusiasta – egli diceva - di questa devozione, soprattutto quando è capita ed appresa bene. Il vero Rosario è il cosiddetto Rosario meditato. Questo supplisce a molte altre forme di vita spirituale. È meditazione, supplicazione, canto ed insieme incantesimo delle anime. Quanta dolcezza e quanta forza in questa preghiera!”.
Mons. Loris Capovilla, suo segretario e fedele custode di memorie, ha detto che Papa Giovanni “durante tutta la sua esistenza si comportò con Maria di Nazareth come un figlio con la madre, uno di quei figli che un tempo davano del lei o del voi alla propria genitrice, manifestando amore dilatato dalla venerazione e rispetto alimentato dall’entusiasmo”.
Una venerazione tenera e forte, delicata e incrollabile, in cui possiamo vedere racchiuso il segreto della sua santità.
Durante il suo pontificato fu pubblicato su “L’Osservatore Romano” un suo “Piccolo saggio di devoti pensieri distribuiti per ogni decina del Rosario, con riferimento alla triplice accentuazione: mistero, riflessione ed intenzione”: in una scrittura limpida e chiara c’è il succo delle riflessioni che egli veniva maturando nella personale preghiera del S. Rosario. “Nell’atto che ripetiamo le Avemarie, quanto è bello contemplare il campo che germina, la messe che s’innalza…”, diceva con efficace metafora presa da quel mondo contadino a lui così familiare. “Ciascuno avverte nei singoli misteri l’opportuno e buon insegnamento per sé, in ordine alla propria santificazione e alle condizioni in cui vive”.
Papa Giovanni auspicava che il Rosario venisse recitato ogni sera in casa, nelle famiglie riunite, in ogni luogo della terra. Ma quanti oggi si radunano per fare questo? Il vento gelido della secolarizzazione ha finito per spazzare via questa antica consuetudine. Le case assomigliano oggi a isole di solitudine e incomunicabilità e se ci si riunisce è per celebrare i rituali del “caminetto” televisivo che mescola con la stessa indifferenza massacri etnici e telequiz, futilità e orrori.
(…) Il suo paese natale da oltre un trentennio è meta incessante di pellegrinaggi. Lo si era immaginato come un papa di transizione, che sarebbe passato in fretta, presto dimenticato, ma non è stato così. Per un disegno provvidenziale di Dio la giovinezza della Chiesa si è realizzata attraverso l’opera di un vecchio. Fu veramente un dono inatteso del Cielo.
Attento ai segni dei tempi, Papa Giovanni promosse l’ecumenismo e la pace. Uomo del dialogo e della viva carità, fece sentire a tutti gli uomini, anche ai non cattolici e ai lontani, l’amicizia di Dio. La sua spiritualità, delicata e robusta al tempo stesso, aveva, come abbiamo visto, le sue radici in Maria. A Lei sempre si rivolgeva, in Lei confidava. Non si staccava mai da Lei, né mai si macerava nel dubbio: la sua fede era limpida e sorgiva, riposava in Maria, attraverso il Rosario.
Anche il miracolo, la guarigione “clinicamente inspiegabile” di una suora malata di cancro, grazie a cui è ora elevato alla gloria degli altari, si è realizzato nel segno di Maria. Suor Caterina Capitani, delle Figlie della Carità, era affetta da un tumore allo stomaco che l’aveva ridotta in fin di vita. Papa Giovanni era morto da soli tre anni e la suorina con le consorelle l’aveva pregato a lungo, con grande insistenza e fiducia. Quel giorno, era il 25 maggio 1966, il “Papa buono” le apparve e le disse di non temere, perché sarebbe stata guarita, aggiungendo: “Me l’avete strappato dal cuore questo miracolo”.
Prima di scomparire però le fece una grande raccomandazione: di pregare sempre il rosario. Era il suo chiodo fisso durante la vita, era il segreto della sua santità nell’alba eterna che non conosce tramonto. Il Martirologium Romanum pone la data di culto al 3 giugno, mentre le diocesi di Bergamo e di Milano celebrano la sua memoria l'11 ottobre, anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano II avvenuta nel 1962. La festa liturgica è iscritta nel Calendario Romano generale all'11 ottobre, con il grado di memoria facoltativa.
(Autore: Maria Di Lorenzo - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni XXIII, pregate per noi.


*San Gramazio di Salerno - Vescovo (11 ottobre)

† 25 gennaio 490 (?)
San Grammazio o Gramazio è il secondo vescovo di Salerno. Nella cronotassi della diocesi figura dopo il protovescovo San Bonosio.
La sua attestazione c’è nel portale ufficiale della Diocesi, anche se in alcuni testi viene chiamato Gramazio (Bibliotheca Sanctorum).
Della vita di questo Santo non sappiamo nulla, in quanto non sono rimasti documenti sui primi vescovi di Salerno.
Di sicuro sappiamo che nel 1026 esisteva in città una chiesa a lui dedicata, che essendo parrocchia, viene ricordata nel sinodo celebrato dall’arcivescovo Marco Antonio Marsilio Colonna nel 1579. Tale chiesa fu soppressa come parrocchia nel 1846.
Inoltre sulla presenza di questo santo presule, il 29 marzo 1670, l’arcivescovo Gregorio Carafa, che aveva decretato la demolizione di quella chiesa, aveva ritrovato una lapide in cui era incisa la data della sua morte il 25 gennaio 490, all’età di 41 anni.
Un’ulteriore attestazione della sua esistenza si è avuta in occasione della traslazione delle reliquie, nel febbraio 1957,  quando nella copertura del loculo contenete i resti dei primi vescovi di Salerno è stata rinvenuta una lapide posta nel 1081 dall’arcivescovo Alfano I. In quella lapide era ricordato il nome di San Gramazio, scalpellato, perché con grande probabilità le sue reliquie erano state sistemate altrove.
La sua festa era fissata all’11 ottobre.
(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gramazio, pregate per noi.

 

*San Gummaro (Gummario) (11 ottobre)

† Nivesdonck, Belgio, 11 ottobre 775
Martirologio Romano: Presso Lier in Brabante, nell’odierno Belgio, San Gummario, che, soldato devoto a Dio, costruì in questo luogo con i suoi beni un oratorio, dove fu poi deposto.
La sua vita ci è nota da una biografia in prosa e da un’altra in versi; la prima fu redatta forse da un monaco di Deurne (Anversa), alla fine del secolo XI; la seconda sembra egualmente essere di quell’epoca; tutte e due si ispirano alla tradizione orale.
Gummaro, nato a Emblehem presso Lierre, sarebbe vissuto alla corte di Pipino il Breve, con cui partì per la guerra. Durante la sua assenza la moglie avrebbe maltrattato la servitù ma, dopo il suo ritorno, Gummaro riparò questi torti e condusse una vita assai pia, ritirandosi spesso in una cappella, fattasi costruire nei pressi dei suoi domini. Sarebbe morto l’11 ottobre 775 a Nivesdonck, che si chiamerà più tardi Lierre, dove fu sepolto e
venerato. Acquistò una grande reputazione di taumaturgo, non solo nelle province di Anversa, di Fiandra e Brabante, ma anche nel resto dei Paesi Bassi.
Nel Martirologio Romano la sua festa è fissata all’11 ottobre.
Autore: Albert D’Haenens
Iconografia
I sigilli del capitolo di Lierre ci danno le più antiche rappresentazioni di Gummaro, scelto come cavaliere tipo delle crociate, mentre regge lo stendardo crociato. Due secoli più tardi un incunabolo Dits die excellente cronike van Brabant, riproduce il cavaliere, ma trascura il cavallo. Alla fine del Medioevo, appare raffigurato in modo del tutto diverso: il nobile signore, grande proprietario terriero, non più il soldato, con un grande mantello d’ermellino ed il berretto merovingio.
Nella mano sinistra ha spesso un paio di guanti, attributo della proprietà terriera; nella destra ha il bastone del pellegrino che, infitto nel terreno, fa zampillare una sorgente miracolosa. Vicino a lui è visibile l’albero, che ha abbattuto e che rivive nell'armamento della cintura. E' questo il soggetto delle bandiere di pellegrinaggio (dopo il 1610), delle immagini di devozione e delle incisioni che ne illustrano le litanie e la biografia popolare, cosa che si può dire anche per le medaglie e le urne.
Le «bandierine di pellegrinaggio» erano di forma triangolare e le immagini impresse, prima su carta, poi su tela, rappresentavano il santo venerato, il santuario a lui dedicato e diverse scene della sua vita e miracoli.
Le dimensioni erano generalmente di trentacinque centimetri di larghezza e venti centimetri sul lato maggiore.
Queste bandierine erano rette da un piccolo bastone di circa cinquanta centimetri di lunghezza e
venivano fissate dai pellegrini sui loro cappelli o in testa ai cavalli, mentre ora sono poste sui veli, le moto e le automobili.
Le più antiche risalgono alla fine del XV secolo, ma l’usanza è anteriore a questa data, come viene provato dai quadri dei nostri grandi pittori.
Il loro attuale uso è circoscritto ai paesi fiamminghi ed alle regioni limitrofe: Olanda del Sud, la regione di Cologne e la Fiandra francese.
La cattedrale di Anversa possiede una opera di Artus Quellin il Vecchio (1668) in cui Gummaro è rappresentato come un centurione romano dal manto d’ermellino. Nella collegiata di Lierre si trova un’altra statua, di R. Colyns de Nole (1636), creduta a torto di San Gummaro, che rappresenta in realtà San Bavone di Gand.
La stessa chiesa ospita una vetrata del 1475, opera di R. Keldermans, in cui san Gummaro appare in compagnia dei santi Pietro, Francesco e Rombaudo.
(Autore: Karel van den Bergh - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gummaro, pregate per noi.

 

*Santa Maria Desolata (Soledad) Torres Acosta - Fondatrice (11 ottobre)

Madrid, 2 dicembre 1826 - 11 ottobre 1887
Il sacerdote madrileno Miguel Martínez, andando missionario in Africa, porta con sé anche tre Ministre degli Infermi; ma il suo successore nella direzione spirituale esautora suor Soledad mandandola in convento, e l’istituto entra in crisi. Allora si richiama di corsa lei, in tempo per salvare la comunità, e anzi lanciarla in prima linea durante un’epidemia di colera. "Soledad seppe governare una Congregazione nata per impulso romantico, e dare un fondamento stabile a un istituto vacillante": così scriverà il suo biografo J.M. Javierre.
Il suo segreto è stare sempre con le religiose, lavorare con loro passando da una casa all’altra, "precorritrice e maestra della più consumata sollecitudine assistenziale e sanitaria del nostro umanesimo sociale" (Paolo VI). Quando lei muore, a soli 51 anni, la comunità ha già 46 case in Spagna; all’inizio del terzo millennio le Serve di Maria Ministre degli Infermi sono presenti in 27 Paesi.
Martirologio Romano: A Madrid in Spagna, Santa Maria Desolata (Emanuela) Torres Acosta, vergine, che fin dall’età giovanile mostrò straordinaria attenzione per i malati bisognosi, che assistette con instancabile abnegazione, in special modo nella Congregazione delle Serve di Maria Ministre degli Infermi da lei stessa fondata.
Questa è la storia dell’incomprensione tra un prete e una suora, dell’effetto devastante delle
maldicenze; ma soprattutto è la storia della santità davvero eroica di una suora, che crede ai “tempi di Dio” e che al momento buono sa rimettersi in gioco, senza lasciare spazio a risentimenti, rivalse o vendette. Ma andiamo con ordine, cominciando dal 2 dicembre 1826, in cui a Madrid nasce Bibiana Antonia Manuela Torres Acosta.
Fin dalla nascita si rivela quella che sarà per tutta la vita: debole, gracile, di salute cagionevole. Di pari passo con l’età, cresce invece in lei un carattere diametralmente opposto: forte, energico, paziente, temprato ad ogni difficoltà.. E’ per natura portata ad una particolare attenzione e sensibilità verso chi sta peggio di lei ed inoltre l’educazione ricevuta dalle Suore Vincenziane la fa crescere con una predilezione particolare per i poveri, tanto da pensare di dedicarsi completamente al loro servizio. Ma le Vincenziane non la vogliono, ed altri conventi neppure, sempre per colpa della sua salute fragile, che la fa ritenere inadatta alla vita religiosa.
Allora lei si accorge che anche in parrocchia c’è tanto da fare e si dedica praticamente a tempo pieno a tutte le opere di bene che le vengono segnalate. Ed è proprio qui che conosce don Miguel Martinez, il curato della parrocchia, finendo per condividere la sua ansia e il suo cruccio: i tanti malati a domicilio, praticamente abbandonati a se stessi, che finiscono per morire senza sacramenti e senza alcun accompagnamento spirituale. Don Miguel sta pensando a qualcosa di stabile ed organizzato, tipo congregazione religiosa, che si prenda a cuore questa esigenza spirituale, ma anche lui ritiene inadatta quella “mezza creatura”, che ci vede poco ed ha frequenti crisi asmatiche. Si ricrede soltanto dopo un colloquio in cui scopre le sue tante qualità nascoste e le chiede così di aiutarlo a realizzare il suo sogno. Che si trasforma in realtà il 15 agosto 1851, quando la ragazza venticinquenne, insieme ad altre sei compagne, dà vita alle “Serve di Maria Ministre degli Infermi”. Insieme all’impegno di servire i malati ha anche preso il nuovo nome di Maria Soledad, in onore della Madonna Addolorata.
Poco dopo arriva il colera, e la nuova congregazione si distingue subito per abnegazione, disponibilità, generosità senza limiti nell’assistere i malati, abbandonati dai loro stessi parenti per paura del contagio. I guai cominciano quando don Miguel parte per andare missionario in Africa. Il nuovo direttore, oltre che giovane, è anche troppo portato a credere alle maldicenze senza fare le necessarie verifiche e, sotto sotto, coltiva magari l’ambizione di rivestire un ruolo chiave nella congregazione. Sta di fatto che uno dei suoi primi provvedimenti è proprio la rimozione dall’incarico di superiora di Maria Soledad. Che buona buona se ne va in convento a fare i lavori più umili, senza perdere la sua serenità e lasciando a Dio il compito di far trionfare la verità.
Intanto le cose precipitano: delle sei cofondatrici, due muoiono, quattro se ne vanno, altre suore abbandonano e si pensa seriamente di chiudere la congregazione. Per fortuna c’è chi capisce che la responsabilità dello sfacelo è di quel direttore spirituale inesperto e credulone, che viene subito sostituito, mentre Maria Soledad viene nominato di nuovo superiora. E lei ritorna, con la stessa semplicità con cui se n’era andata, lavorando come prima per far crescere la congregazione, che ottiene l’approvazione del governo spagnolo, si diffonde nel mondo ed oggi è presente in 27 nazioni. A fine settembre 1887 si mette a letto per non rialzarsi più e muore l’11 ottobre, poco più che sessantenne. Pio XII proclama beata Madre Maria Soledad Torres Acosta nel 1950 e 20 anni dopo viene canonizzata da Paolo VI.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
La fondatrice delle ‘Serve di Maria ministre degli infermi’, nacque a Madrid in Spagna il 2 dicembre 1826, ricevendo al battesimo il nome di Bibiana. Figlia di modesti commercianti, trascorse l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza nella casa paterna tutta dedita ai lavori domestici e alla cura dei fratelli più piccoli, non trascurando però le opere di pietà cui il suo animo era particolarmente disposto.
Giunta ai venticinque anni diede sfogo al suo impeto generoso e si offrì di aiutare il vicario Michele Sanz, che aveva il compito della cura spirituale della povera gente che abitava il popolare rione di Chamberí. Il vicario aveva in mente di fondare una organizzazione religiosa per l’assistenza ai malati a domicilio, già a metà dell’800 questo problema era sentito, così il 15 agosto 1851 Bibiana Torres Acosta insieme ad altre sei cofondatrici dava vita alla nuova Congregazione delle Serve di Maria, vestendone l’abito nero e cambiando il nome in Maria Soledad (Desolata) in onore della Vergine Addolorata cui la Spagna tutta, porta grande devozione.
Nel 1856 una grave crisi interna scaturita da penose difficoltà, portò al ritiro delle altre cofondatrici e per l’ostilità statale imperante e la partenza per le missioni di padre Michele, Maria Soledad con la sua fortezza d’animo si ritrovò sola a combattere, facendo riprendere vigore all’Istituto; con l’aiuto dei successivi direttori Gabino Sánchez e Angelo Barra, diede nuova vita e definitiva organizzazione alla Congregazione.
Meritò la protezione della regina Isabella II e ottenne la fiducia della Giunta di Beneficenza di Madrid che affidò all’Istituto nel 1859 la Casa del Soccorso e poi nel 1861 la conduzione dell’Ospedale di S. Giovanni di Dio, nel contempo l’istituzione continuò il suo primario impegno che era quello dell’assistenza gratuita domiciliare degli ammalati.
Avendo ormai ottenuto l’approvazione governativa, negli anni successivi, Maria Soledad estese la sua fondazione con l’apertura di nuove case, circa 42, sparse in tutta la Spagna e anche a Cuba (1875), suscitando con il suo eroismo la riconoscenza pubblica, per l’impegno profuso da lei e dalle sue suore nelle epidemie di colera degli anni 1855, 1865 e 1885.
Stabilì che le sue figlie avessero una solida preparazione infermieristica e una grande devozione alla Vergine con il titolo di Nostra Signora della Salute degli infermi.
La Congregazione ebbe l’approvazione da Pio IX nel 1876, fu incoraggiata personalmente da Papa Leone XIII che incontrò a Roma e che nel 1898 approverà definitivamente la Costituzione. Dopo 31 anni di governo Maria Desolata Torres Acosta, morì l’11 ottobre 1887, il suo corpo perfettamente conservato, dopo un periodo di sei anni nel cimitero locale, fu trasferito nella Casa madre di Madrid.
Papa Pio XII la beatificava il 5 febbraio 1950. L’accresciuta devozione dei fedeli e la conferma di due miracoli avvenuti per sua intercessione, uno nel 1952 su un neonato nella Vecchia Castiglia e l’altro nel 1962 in Bolivia sulla signora Petronia Peñarada, hanno determinato il ‘placet’ per la sua canonizzazione avvenuta il 25 gennaio 1970, con proclamazione solenne del papa Paolo VI.
Festa liturgica 11 ottobre.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Maria Desolata Torres Acosta, pregate per noi.  


*San Meinardo (Meinhard) - Primo vescovo della Lettonia (11 ottobre)  

Germania, 1134/6 – Lettonia, 11 ottobre 1196
San Meinardo, membro della congregazione agostiniana dei Canonici Regolari Lateranensi, fu consacrato primo vescovo della Livonia, odierna Lettonia. Fu sepolto nella cattedrale dell’odierna capitale Riga. L’8 settembre 1993, durante un viaggio apostolico in quella terra, Giovanni Paolo II ripristinò ufficialmente il culto del santo proto-vescovo.
Patronato: Lettonia
Emblema: Mitra, Pastorale, Croce pettorale
Martirologio Romano: A Riga sul mar Baltico, commemorazione di san Meinardo, vescovo, che, dapprima monaco in Germania, ormai già avanti negli anni si mise in cammino per evangelizzare il popolo léttone; costruì la chiesa di Üksküll e, ordinato vescovo, pose efficacemente le fondamenta della fede cristiana in questa regione.
Meinhard nacque in Germania tra il 1134 ed il 1136. Purtroppo nulla ci è pervenuto circa la sua infanzia e la sua giovinezza. Due cronache dell’epoca assai degne di fede ci hanno tramandato le poche notizie pervenuteci a testimonianza del suo apostolato e della sua vita esemplare.
Gli eventi che lo portarono a conseguire ufficialmente l’aureola della santità ebbero inizio quando il santo era già in età avanzata. Fino a quel momento egli era stato monaco presso un convento agostiniano della Congregazione dei Canonici Regolari Lateranensi, presso Segeberg
nello Holstein. Spinto però dal desiderio di annunciare il Vangelo ai pagani, prese la decisione di recarsi solidariamente in missione in Livonia, regione nord-orientale dell’Europa corrispondente all’attuale Lettonia. Si imbarcò dunque come cappellano su una nave mercantile di Lubecca. Sbarcato nel golfo di Riga, chiese ed ottenne dal principe russo Wladimiro di Polotzk il permesso di predicare ai pagani indigeni.
Nel 1184 Meinardo intraprese l’edificazione della prima chiesa della città di Uxkull, sita sulla riva destra della Daugava. Due anni dopo ritenne opportuno informare l'arcivescovo di Brema Hartwig II del suo apostolato e questi non esitò a consacrarlo primo vescovo dei Livoni. Sempre su esortazione di Hartwig, il papa Clemente III riconobbe ufficialmente la nuova diocesi di Uxkull, come suffraganea di Brema, il 25 settembre 1188. La missione creata da Meinardo non tardò ad assumere sempre nuovi compiti, sino a divenire sproporzionata alla forze di una sola persona. Purtroppo Hartwig era stato esiliato e fu dunque necessario tentare di ottenere qualche aiuto da Roma. Il 27 aprile 1191 il pontefice Celestino III autorizzò all’ episcopus Livoniae gentis di cercare qualche aiuto nella sua patria, senza però tener conto che i Livoni ormai non nutrivano più molta fiducia e simpatia nei confronti dei tedeschi e l’entusiasmo iniziale si era ormai consumato.
Trovatosi dunque al punto di partenza, a Meinardo non restò che inviare a Roma il monaco cistercense Teodorico, suo prezioso collaboratore, n cerca di aiuti. Il medesimo papa concesse allora un’indulgenza a chi si fosse reso disponibile a partire per una crociata in difesa ed in supporto alla neonata Chiesa della Livonia.
Meinardo, ormai anziano e di salute cagionevole, morì ancor prima di veder arrivare gli aiuti tanto sospirati, sicuramente assai amareggiato per l’apparente fallimento dell’opera per cui aveva profuso tante energie. La data più probabile della sua morte pare essere l’11 ottobre 1196, anche se alcune fonti segnalano il 12 aprile ed il 14 agosto. Tra il 1380 ed il 1390 i suoi resti furono traslati nel duomo di Riga, attuale capitale lettone.
Il Bruiningk rilevò parecchie tracce a dimostrazione del culto tributato da tempo immemorabile a Meinardo quale santo. L’8 settembre 1993, durante un viaggio apostolico in quella terra, Giovanni Paolo II ripristinò ufficialmente il culto del santo proto-vescovo, fissandone la memoria liturgica all’11 ottobre.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Meinardo, pregate per noi.  


*Santi Nicasio, Quirino, Scubicolo e Pienza - Martiri (11 ottobre)  

Martirologio Romano: Nel territorio del Vexin nella Gallia lugdunense, ora in Francia, commemorazione dei Santi Nicasio, Quirino, Subícolo e Pienza, martiri.
Santi Nicasio (fr. Nicaise), vescovo di Rouen (?), Quirino (fr. Quirin), Subicolo (fr. Scuvicule) e Pienza (fr. Pience), martiri (?)
Nicasio (e probabilmente Quirino e Subicolo) appartengono al Vexin normanno e sono onorati nella regione di Rouen, specialmente a Saint-Clair-sur-Epte. Si tratta di santi "sconosciuti" per lo storico, ma non "immaginari": le reliquie di Nicasio e di Quirino, infatti, sono state onorate per troppo tempo perché si possa mettere in dubbio l'esistenza di questi personaggi. Tuttavia gli episodi della loro vita e del loro martirio hanno un carattere totalmente leggendario, poiché nulla ne prova l'autenticità; per contro, si può chiaramente determinare come tale leggenda sia nata.
Nell'872 Riculfo, arcivescovo di Rouen, effettuava la ricognizione delle reliquie dei "martiri" Nicasio, Quirino e Subicolo contemporaneamente a quella delle reliquie di Sant'Audoeno. Nell'875, Usuardo pubblicava il suo Martirologio e iscriveva il gruppo all’11 ottobre: «Nel Vexin, san Nicasio, prete, e i suoi compagni Quirino e Pienza».
Da notare l’assenza di Subicolo, la presenza di Pienza e la qualifica di «prete» data a Nicasio: non viene detto, tuttavia, che essi fossero martiri.
Nel secolo XI, a Rouen, un monaco dell’abbazia di sant'Audoeno inventava per questi santi un curriculum vitae del tutto immaginario, ricalcando, peraltro, il suo racconto sulla trama della passio di san Dionigi e dei suoi compagni. Nicasio, presentato come discepolo di San Dionigi, viene detto vescovo di Rouen; mandato in Gallia dal papa san Clemente alla fine del I secolo egli sarebbe stato incaricato da san Dionigi dell’evangelizzazione della regione normanna.
Quirino e Subicolo sostituiscono esattamente, come prete e come diacono, i compagni di san Dionigi, Rustico ed Eleuterio. Anche il loro martirio è posto sotto Domiziano, pochissimo tempo dopo quello di san Dionigi e nelle medesime circostanze (i martiri, decapitati, avrebbero preso la propria testa tra le mani per recarsi al luogo di sepoltura, là dove sarebbero state venerate le reliquie). Pienza, che non compare nella passio, è stata aggiunta al gruppo da Usuardo.
Questa leggenda ebbe immenso successo ed è all’origine dell’estensione, tardiva, ma assai importante, del culto di Nicasio e dei suoi compagni.
Nel IX e X secolo, i cataloghi di Rouen ignorano del tutto questo vescovo; si può però determinare con precisione il momento in cui vi appare, e cioè durante l’arcivescovato di Guglielmo Bonne-Ame (1079-1110). In quella data, infatti, le liste appaiono volontariamente interpolate e Nicasio viene nominato come evangelizzatore e primo vescovo di Rouen. Al di fuori dell’antica venerazione dei cristiani del Vexin per le reliquie di Nicasio e Quirino (che li indusse a trasportarle piuttosto lontano per preservarle dalle profanazioni durante le invasioni) e al di fuori della menzione del Martirologio di Usuardo (875) la festa di Nicasio non era nota prima del secolo XII.
Nel XIII secolo, per contro, essa era osservata in tutte le diocesi della provincia di Rouen e dintorni (Avranches, Bayeux, Chartres, Beauvais, Coutances, Évreux, Lisieux e Séez). Nell’abbazia di sant'Audoeno assume una particolare solennità: è celebrata l’11 ottobre con ottavario; la festa della traslazione è celebrata il 12 dicembre. Più tardi il culto di Nicasio doveva passare in Inghilterra, poi in Italia; lo si ritrova infine nella diocesi di Liegi (Belgio) perché le reliquie di Nicasio furono deposte per qualche tempo a Malmédy. Nel Martirologio Romano Nicasio è iscritto con i suoi supposti compagni all’11 ottobre.
(Autore: René Wasselynck)
Iconografia
Santo "cefaloforo", così come altri martiri francesi, Nicasio è iconograficamente confondibile, in modo particolare, con l'omonimo vescovo di Reims, anche perché, come quest'ultimo, spesso reca in mano non l'intero capo, ma solamente la calotta cranica ricoperta dalla mitra vescovile.
Sono comunque sicuramente rappresentazioni sue la trecentesca statua in pietra conservata nella collegiata d'Ecoius, la statua cinquecentesca della chiesa di Gasny e specialmente la vetrata trecentesca della chiesa di St-Ouen di Rouen che descrive episodi della sua vita: la sua predicazione, l'uccisione di un dragone con il segno della croce, il suo martirio a Gasny con i compagni Quirino e Subicolo.
(Autore: Angelo Maria Raggi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Nicasio, Quirino, Scubicolo e Pienza, pregate per noi.

  

*San Pietro Le Tuy - Martire (11 ottobre)

Martirologio Romano: Ad Hanoi Nel Tonchino, ora Viet Nam, San Pietro Lê Tùy, sacerdote e martire, che fu decapitato per Cristo sotto l’imperatore Minh Mạng.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pietro Le Tuy, pregate per noi.


*Festa dei Santi di Optina (11 ottobre)

La istituirono, l'una indipendentemente dall'altra, nel 1990 la Chiesa ortodossa russa sinodale all'estero, e nel 1996 la Chiesa ortodossa russa del Patriarcato di Mosca.
Tra i Santi di cui si fa memoria vi sono gli starcy dell'eremo dell'Ascensione Kozel'skij di Optina: il monaco martire Isacco II; i monaci Leone, Macario, Mosè, Antonio, Harione, Ambrogio, Anatolio il Vecchio, Isacco I, Giuseppe, Barsonufio, Anatolio il Giovane, Nettario, Nicone.
La Chiesa ortodossa russa sinodale (all'estero) celebra la festa il 10 ottobre; la Chiesa ortodossa russa del Patriarcato di Mosca la celebra l'11 ottobre.
(Autore: Il'ja Basin - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi di Optina, pregate per noi.


*San Santino di Verdun - Vescovo (11 ottobre)  
Martirologio Romano: A Verdun sempre in Francia, San Santino, vescovo, che si ritiene abbia per primo predicato il Vangelo in questo territorio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Santino di Verdun, pregate per noi.


*San Sarmatas - Martire in Egitto (11 ottobre)

Martirologio Romano: Commemorazione di San Sármata, abate nella Tebaide, in Egitto, che, discepolo di Sant’Antonio, fu ucciso dai Saraceni.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Sarmatas, pregate per noi.


*Santi Taraco, Probo e Andronico - Martiri (11 ottobre)  

+ Anazarbo, Cilicia, 10 ottobre 304 circa
Martirologio Romano:
Ad Ainvarza in Cilicia, nell’odierna Turchia, Santi Táraco, Probo e Androníco, martiri, che durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano diedero la vita per testimoniare la fede in Cristo.
Esisteva originariamente una “passio” greca dei Santi martiri Taraco, Probo ed Andronico, poi tradotta in latino, dalla qualòe fu tratto l’elogio inserito nel Martirologio d’Usuardo ed in seguito anche nel Martyrologium Romanum.
Non pochi studiosi ritennero tale narrazione autentica e degna di fede, anche se molti dettagli in essa contenuti sono frutto dei luoghi comuni dell’agiografia leggendaria, così come la comparsa dei martiri in tre differenti città sarebbe inspiegabile dal punto di vista giuridico.

Pare che Taraco fosse cittadino romano di Claudianopoli in Isauria ed aveva lasciato l’esercito in quanto cristiano, Probo era di Side ed Andronico proveniva da una nobile famiglia di Efeso.
In odio alla loro fede i tre vennero processati e torturati barbaramente a Tarso ed a Mopsuestia, per essere infine decapitati presso Anazarbo il 10 ottobre 304.
Non a torto Taraco, Probo ed Andronico possone essere considerati i più celebri martiri della Cilicia, il cui culto in breve tempo si diffuse in tutto l’Oriente ed in molte altre lontane regioni.
I martirologi geronimiano e romano li commemorano all’11 ottobre, ma il primo li menzziona anche in
altre date: 5 aprile, 13 maggio, 27 settembre, 9, 10 e 12 ottobre.
In quest’ultima data i tre martiri sono commemorati dai sinassari bizantini.
Aussenzio, vescovo di Mopsuestia, nel V secolo edificò una basilica in loro onore fuori le mura della città, facendo pervenire da Anazarbo alcune reliquie.
Il 7 maggio 483 anche Martirio, vescovo di Gerusalemme, depose sotto l’altare del monastero di Sant’Eutimio alcune reliquie dei tre martiri.
Severo di Antiochia il 6 settembre 515 pronunziò un panegerico in loro onore.

A Costantinopoli, capitale imperiale, furono dedicate ben due chiese alla loro memoria.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Taraco, Probo e Andronico, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (11 ottobre)

*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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