Santi dell'8 Febbraio - Istituto Aveta

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Santi dell'8 Febbraio

Il mio Santo > I Santi di Febbraio

*Beati Alfonso de Riera, Francesco de Aretto, Dionisio Rugger e Francesco Donsu - Mercedari (8 febbraio)
Questi quattro mercedari, Beati Alfonso de Riera, Francesco de Aretto, Dionisio Rugger e Francesco Donsu, tanto si adoperarono predicando il Vangelo in Provenza (Francia), per la conversione degli infedeli e la liberazione dei cristiani.
In questa regione morirono nella lode del Signore.
L’Ordine li festeggia l’8 febbraio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - Beati Alfonso de Riera, Francesco de Aretto, Dionisio Rugger e Francesco Donsu, pregate per noi.


*San Giacùto – Monaco (8 febbraio)

Martirologio Romano: In Bretagna, San Giacúto, abate, ritenuto fratello dei Santi Vinvaleo e Guetnóco: fondò un monastero vicino al mare, che da lui poi prese il nome.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giacùto, pregate per noi.

 

*San Girolamo Emiliani (Miani) (8 febbraio)

Venezia, 1486 – Somasca, Bergamo, 8 febbraio 1537
Fondatore della Società dei Servi dei poveri (Somaschi), Girolamo Emiliani si dedicò a malati, giovani abbandonati e al riscatto delle prostitute.
Nato a Venezia nel 1486, intraprese la carriera militare.
Nel 1511, in prigionia, maturò la vocazione, similmente a Sant'Ignazio ferito a Pamplona. Consacratosi a Dio nel 1518, si prodigò in una carestia e in un'epidemia di peste a Verona,
Brescia, Como e Bergamo.
Qui, nel paesino di Somasca, nacque l'ordine di chierici regolari.
Essi intuirono il ruolo di promozione sociale delle scuole e ne aprirono di gratuite con un metodo pedagogico innovativo.
Il fondatore morì di peste nel 1537, mentre assisteva dei malati. Santo dal 1767, dal 1928 è patrono della  gioventù abbandonata. (Avvenire)
Patronato: Orfani, Gioventù abbandonata
Etimologia: Girolamo = di nome sacro, dal greco
Martirologio Romano: San Girolamo Emiliani, che, dopo una giovinezza violenta e lussuriosa, gettato in carcere dai nemici, si convertì a Dio; si dedicò, quindi, appieno, insieme ai compagni radunati con lui, a tutti i miserabili, specialmente agli orfani e agli infermi; fu questo l’inizio della Congregazione dei Chierici Regolari, detti Somaschi; colpito in seguito dalla peste mentre curava i malati, morì a Somasca vicino a Bergamo.
In un'epoca in cui la cultura contava moltissimo e tuttavia la scuola era privilegio di pochi, si ebbe nella Chiesa una fioritura di santi che si dedicarono per missione alla istruzione della gioventù.
L'epoca è il Cinquecento, e i santi  che ebbero il merito di avvertire l'importanza dell'insegnamento scolastico per l'emancipazione sociale delle classi povere costituiscono un lungo elenco: Gaetano da Thiene, Antonio Maria Zaccaria, Angela Merici, Girolamo Emiliani, Filippo Neri, Giuseppe Calasanzio ecc.
Dei primi anni di vita di San Girolamo Emiliani (o Miano o
Miani) sappiamo poco.
Nacque a Venezia nel 1486 e come tutti i patrizi della Serenissima venne avviato alla carriera militare.
Fatto prigioniero nel 1511 a Castelnuovo mentre combatteva contro la Lega di Cambrai, rinchiuso in una segreta del castello ebbe modo di meditare sulla vulnerabilità della potenza mondana, una
riflessione analoga a quella che avrebbe fatto dieci anni più tardi anche Sant' Ignazio di Loyola.
Liberato in maniera insperata dopo un mese, sentì viva la vocazione all'impegno missionario a servizio dei poveri,  degli infermi, dei giovani abbandonati e delle donne "pentite".
Un campo assai vasto d'impegno.
Dopo un breve "noviziato" come penitente con Giampietro Carafa, il futuro Paolo IV, Girolamo si consacrò a Dio e al bene nel 1518.
Dieci anni più tardi, poiché una terribile carestia travagliava l'intera penisola, subito seguita dalla peste, vendette tutto ciò che possedeva, compresi i mobili di casa, e si dedicò all'assistenza agli appestati.
Bisognava dare sepoltura ai morti, e lo fece ogni notte. Ma bisognava pensare anche ai sopravvissuti, soprattutto ai bambini che avevano perso i genitori e alle donne che la miseria aveva spinto alla prostituzione. Verona, Brescia, Como e Bergamo furono il campo della sua intensa azione benefica. Fu allora che in un paesino del bergamasco, a Somasca, ebbe inizio la Società dei Chierici Regolari, che avrebbero preso il nome di Padri Somaschi.
Furono loro ad attuare un grande progetto del fondatore: l'istituzione di scuole gratuite aperte a tutti e in cui veniva adottato il rivoluzionario "metodo dialogato".
San Girolamo Emiliani morì sulla breccia: mentre assisteva i malati di peste a Somasca, colpito dallo stesso terribile morbo, si congedò definitivamente su questa terra dai suoi  figli prediletti: i poveri e gli ammalati, a cui aveva dedicato tutte le sue laboriose giornate per pochi ma intensi anni.  
Era l'8 febbraio 1537. Canonizzato nel 1767, Pio XI nel 1928 lo nominò patrono degli orfani e della gioventù abbandonata. Prima della riforma, la sua festa cadeva il 20 luglio.
(Autore: Piero Bargellini – Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Girolamo Emiliani, pregate per noi.   

  

*Santa Giuseppina Bakhita – Vergine (8 febbraio)

Oglassa, Darfur, Sudan, 1868 - Schio, Vicenza, 8 febbraio 1947
Nasce nel Sudan nel 1869, rapita all'età di sette anni, venduta più volte, conosce sofferenze fisiche e morali, che la lasciano senza un'identità.
Sono i suoi rapitori a darle il nome di Bakhita («fortunata»).
Nel 1882 viene comprata a Kartum dal console Italiano Calisto Legnani.
Nel 1885 segue quest'ultimo in Italia dove, a Genova, viene affidata alla famiglia di Augusto Michieli e diventa la bambinaia della figlia.  
Quando la famiglia Michieli si sposta sul Mar Rosso, Bakhita resta con la loro bambina presso le Suore   Canossiane di Venezia.  
Qui ha la possibilità di conoscere la fede cristiana e, il 9 gennaio 1890, chiede il battesimo prendendo il nome di Giuseppina.  
Nel 1893, dopo un intenso cammino, decide di farsi suora canossiana per servire Dio che le aveva dato tante  prove del suo amore.
Divenuta suora, nel 1896 è trasferita a Schio (Vicenza) dove muore l'8 febbraio del 1947.
Per cinquant'anni ha ricoperto compiti umili e semplici offerti con generosità e semplicità. (Avv.)
Martirologio Romano: Santa Giuseppina Bakhita, vergine, che, nata nella regione del Darfur in Sudan, fu rapita bambina e, venduta più volte nei mercati africani di schiavi, patì una crudele schiavitù; resa, infine, libera, a Venezia divenne cristiana e religiosa presso le Figlie della Carità e passò il resto della sua vita in Cristo nella città di Schio nel territorio di Vicenza prodigandosi per tutti.
Nacque nel Sudan nel 1869 e morì a Schio (Vicenza) nel 1947. Fiore africano, che conobbe le angosce del rapimento e della schiavitù, si aprì mirabilmente alla grazia in Italia, accanto alle Figlie di S. Maddalena di Canossa.
La Madre Moretta
A Schio (Vicenza), dove visse per molti anni, tutti la chiamano ancora "la nostra Madre Moretta".  
Il processo per la causa di Canonizzazione iniziò dodici anni dopo la sua morte e il 1 dicembre 1978 la Chiesa emanò il decreto sull'eroicità delle sue virtù.  
La divina Provvidenza che "ha cura dei fiori del campo e degli uccelli dell'aria", ha guidato questa schiava sudanese, attraverso innumerevoli e indicibili sofferenze, alla libertà umana e a quella della fede, fino alla consacrazione di tutta la propria vita a Dio per l'avvento del regno.  
In schiavitù
Bakhita non è il nome ricevuto dai genitori alla sua nascita. La terribile esperienza le aveva fatto dimenticare anche il suo nome.
Bakhita, che significa "fortunata", è il nome datole dai suoi rapitori.
Venduta e rivenduta più volte sui mercati di El Obeid e di Khartoum conobbe le umiliazioni, le sofferenze fisiche e  morali della schiavitù.
Verso la libertà
Nella capitale del Sudan, Bakhita venne comperata da un Console italiano, il signor Callisto Legnani.
Per la prima volta dal giorno del suo rapimento si accorse, con piacevole sorpresa, che nessuno, nel darle comandi, usava più lo staffile; anzi la si trattava con maniere affabili e cordiali.
Nella casa del Console, Bakhita conobbe la serenità, l'affetto e momenti di gioia, anche se sempre velati dalla nostalgia di una famiglia propria, perduta forse, per sempre.
Situazioni politiche costrinsero il Console a partire per l'Italia. Bakhita chiese ed ottenne di partire con lui e con un suo amico, un certo signor Augusto Michieli.
In Italia
Giunti a Genova, il Signor Legnani, su insistente richiesta della moglie del Michieli, accettò che Bakhita rimanesse con loro.
Ella seguì la nuova “famiglia” nell'abitazione di Zianigo (frazione di Mirano Veneto) e, quando nacque la figlia Mimmina, Bakhita ne divenne la bambinaia e l'amica.
L'acquisto e la gestione di un grande hotel a Suakin, sul Mar Rosso, costrinsero la signora Michieli a trasferirsi in quella località per aiutare il marito.
Nel frattempo, dietro avviso del loro amministratore, Illuminato Checchini, Mimmina e Bakhita vennero affidate alle Suore Canossiane dell'Istituto dei Catecumeni di Venezia. Ed è qui che
Bakhita chiese ed ottenne di conoscere quel Dio che fin da bambina "sentiva in cuore senza sapere  chi fosse".  
“Vedendo il sole, la luna e le stelle, dicevo tra me: Chi è mai il Padrone di queste belle cose?  
E provavo una voglia grande di vederlo, di conoscerlo e di prestargli omaggio”.  
Figlia di Dio
Dopo alcuni mesi di catecumenato Bakhita ricevette i Sacramenti dell'Iniziazione cristiana e quindi il nome nuovo di Giuseppina.
Era il 9 gennaio 1890.
Quel giorno non sapeva come esprimere la sua gioia.
I suoi occhi grandi ed espressivi sfavillavano,
rivelando un'intensa commozione.
In seguito la si vide spesso baciare il fonte battesimale e dire: “Qui sono diventata figlia di Dio!”.
Ogni giorno nuovo la rendeva sempre più consapevole di come quel Dio, che ora conosceva ed amava, l'aveva condotta a sé per vie misteriose, tenendola per mano.  
Quando la signora Michieli ritornò dall'Africa per riprendersi la figlia e Bakhita, quest'ultima, con decisione e coraggio insoliti, manifestò la sua volontà di rimanere con le Madri Canossiane e servire quel Dio che le aveva dato tante prove del suo amore. La giovane africana, ormai maggiorenne, godeva della libertà di azione che la legge italiana le assicurava.
Figlia di Maddalena
Bakhita rimase nel catecumenato ove si chiarì in lei la chiamata a farsi religiosa, a donare tutta se stessa al Signore nell'Istituto di S. Maddalena di Canossa.
L'8 dicembre 1896 Giuseppina Bakhita si consacrava per sempre al suo Dio che lei chiamava, con espressione dolce, “el me Paron”.
Per oltre cinquant'anni questa umile Figlia della Carità, vera testimone dell'amore di Dio, visse prestandosi in diverse occupazioni nella casa di Schio: fu infatti cuciniera, guardarobiera,  ricamatrice, portinaia.
Quando si dedicò a quest'ultimo servizio, le sue mani si posavano dolci e carezzevoli sulle teste dei bambini che ogni giorno frequentavano le scuole dell'Istituto.
La sua voce amabile, che aveva l'inflessione delle nenie e dei canti della sua terra, giungeva gradita ai piccoli, confortevole ai poveri e ai sofferenti, incoraggiante a quanti bussavano alla porta dell'Istituto.
Testimone dell'amore
La sua umiltà, la sua semplicità ed il suo costante sorriso conquistarono il cuore di tutti i cittadini scledensi.
Le consorelle la stimavano per la sua dolcezza inalterabile, la sua squisita bontà e il suo profondo desiderio di far conoscere il Signore.
"Siate buoni, amate il Signore, pregate per quelli che non lo conoscono".
Sapeste che grande grazia è conoscere Dio!".
Venne la vecchiaia, venne la malattia lunga e dolorosa, ma M. Bakhita continuò ad offrire testimonianza di fede, di bontà e di speranza cristiana.
A chi la visitava e le chiedeva come stesse, rispondeva sorridendo: “Come vol el Paron”.
L'ultima prova
Nell'agonia rivisse i terribili giorni della sua schiavitù e più volte supplicò l'infermiera che l'assisteva: “Mi allarghi  le catene... pesano!”.
Fu Maria Santissima a liberarla da ogni pena. Le sue ultime parole furono: “La Madonna! La Madonna!”, mentre il  suo ultimo sorriso testimoniava l'incontro con la Madre del Signore.
M. Bakhita si spense l'8 febbraio 1947 nella casa di Schio, circondata dalla comunità in pianto e in preghiera.
Una folla si riversò ben presto nella casa dell'Istituto per vedere un'ultima volta la sua “Santa Madre Moretta” e chiederne la protezione dal cielo.
La fama di santità si è ormai diffusa in tutti i continenti.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Giuseppina Bakhita, pregate per noi.      

 

*Beata Giuseppina Gabriella Bonino (8 febbraio)
Savigliano, Cuneo, 5 settembre 1843 - Savona, 8 febbraio 1906
Etimologia:
Giuseppina (come Giuseppe) = aggiunta (in famiglia), dall'ebraico
Martirologio Romano: A Savigliano in Piemonte, Beata Giuseppina Gabriella Bonino, Vergine, Fondatrice della Congregazione Religiosa della Santa Famiglia di Nazareth per l’educazione degli orfani e l’assistenza ai poveri ammalati.   
La vocazione religiosa della Beata Giuseppina Gabriella Bonino fu una felice combinazione di preghiera   contemplativa e di impegno attivo nella vigna del Signore, tra la gente e per la gente.
Nacque a Savigliano (Cuneo), diocesi di Torino, il 5 settembre 1843 in una famiglia benestante e profondamente  religiosa. Al fonte battesimale le furono dati i nomi di Anna Maria Maddalena Giuseppina. Com'era consuetudine all'epoca, ebbe una prima istruzione in casa. Per particolare privilegio fece la Prima Comunione a sette anni (rispetto ai dieci previsti), l'anno successivo ricevette la Cresima. Fin da piccola fu molto devota della Madonna.
Nel 1855 si trasferì con la famiglia a Torino a causa degli impegni professionali del padre che era medico. Frequentò la scuola superiore presso le Suore di S. Giuseppe, crescendo nella propria vita interiore: all'età di diciott'anni ottenne dal padre spirituale il permesso di fare il voto temporaneo di verginità. Nella capitale sabauda erano gli anni in cui fiorivano le opere straordinarie dei cosiddetti "santi sociali".
All'età di 26 anni fece ritorno nella sua Savigliano. Per cinque anni, fino alla morte, assistette amorevolmente il padre malato. Andava impegnandosi intanto, sempre più, nelle attività della sua Parrocchia di S. Pietro, divenendo anche Rettrice e Presidente della locale Pia Unione delle Figlie di
Maria. Strinse, fin dal 1875, forti legami con l’Opera di assistenza intrapresa da Giovanna Colombo per le orfanelle della città. Attratta dalla spiritualità carmelitana si iscrisse al terz'ordine, facendo dopo due anni la professione (19 marzo 1877, festa di S. Giuseppe). L'anno prima si era aggregata anche al terz'ordine francescano della penitenza.
Colpita da una neoplasia alla colonna vertebrale, il 21 maggio 1876, fu operata quasi da sveglia, non avendo l'anestesia fatto effetto. Vide nella guarigione la protezione celeste di Maria e nel settembre del 1877 si recò a Lourdes, con la madre, per ringraziare la Vergine Santissima. Qui maturò la decisione definitiva di consacrarsi al Signore nel servizio del prossimo; alla fine di quell'anno morì anche la madre. Continuò la collaborazione con l'Opera Colombo e, dietro suggerimento del suo direttore spirituale, il canonico Luigi Davicino, vi affiancò un ospizio dedicandolo alla Sacra Famiglia.
Nel 1880 si ritirò in monastero per prepararsi spiritualmente alla sua fondazione, prima tra le Carmelitane di  Moncalieri, poi dalle Visitandine di Pinerolo. Nonostante sentisse ancora il desiderio di entrare in clausura, decise definitivamente dar vita ad una nuova famiglia religiosa per aiutare tutti i bisognosi che poteva, fossero questi orfani, anziani, malati o ragazze da istruire. Modello era la Santa Famiglia di Nazaret: umile e laboriosa. A trentotto anni fu eletta Superiora, lo restò fino alla morte. L'8 settembre 1887, festa della Natività di Maria, ottenne l'approvazione canonica diocesana dell'Istituto, il 6 ottobre fece, con altre undici compagne, la professione solenne prendendo il nome di Suor Giuseppina Gabriella di Gesù.
Negli anni a venire impegnò tutte le sue energie e il patrimonio ereditato dai genitori nella costruzione della Casa Madre a Savigliano, con annessa chiesa, e nella formazione delle suore. Fondò altre cinque comunità e, in onore della Madonna, volle che la prima fosse presso il Santuario di Loreto. Vi soggiorno venticinque volte visitando quotidianamente la Santa Casa.
Morì a Savona, all'età di 62 anni, per una polmonite fulminante l'8 febbraio 1906. La salma fu sepolta nel cimitero di Savigliano, per essere poi traslata nella chiesa della Casa Madre l'8 aprile 1961. Oggi il suo carisma, oltre che in Italia, vive attraverso le sue suore anche in terra di missione (Camerun e Brasile). Madre Giuseppina Gabriella è stata Beatificata da Giovanni Paolo II il 7 maggio 1995.
Preghiera
Padre Santo, nel mirabile disegno del tuo amore hai suscitato nella Chiesa la Beata Giuseppina Gabriella Bonino, feconda testimone dei valori della famiglia.
Per sua intercessione concedi che nelle nostre famiglie fioriscano le stesse virtù e lo stesso amore della Santa Famiglia di Nazareth per compiere ogni giorno nel silenzio, in umiltà e semplicità, la tua volontà e trovarvi, con il giusto senso della vita, la sorgente della vera pace.
Per Cristo Nostro Signore, amen.
Informazioni: Istituto Sacra Famiglia Via S. Pietro 9 Savigliano (CN)
(Autore: Daniele Bolognini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Giuseppina Gabriella Bonino, pregate per noi.


*Sant'Invenzio (Evenzio) - Vescovo di Pavia (8 febbraio)

Pavia, † febbraio 397
Martirologio Romano:
A Pavia, Sant’Invenzio, vescovo, che si adoperò strenuamente per il Vangelo.
La sua festa è celebrata l’8 febbraio a Pavia, dove è chiamato Invenzio, ma il suo nome è Evenzio; svolse il suo  ministero pastorale di vescovo in questa città dal 381 al 397 ed è da annoverare fra quei vescovi che vennero  nominati da Sant'Ambrogio, per le diocesi dipendenti dalla sua sede metropolitana di Milano.
Insigne per fortezza e costanza nella fede cattolica, nel 381 fu presente al Concilio di Aquileia e nel 390 a  quello di Milano, infatti il primo nome scritto nella lettera sinodica a Papa Siricio, è il suo; lettera che condannava l’errore teologico di Gioviniano († 412 ca.) secondo cui sarebbero sufficienti per la salvezza il battesimo e la fede, restando del tutto accessorio il valore delle opere.
Sant' Ambrogio lo cita nel suo ‘De officis’ come protagonista coraggioso di un suo intervento in favore di una vedova per una rivendicazione di beni che le spettavano.
Morì probabilmente nel febbraio 397, qualche mese prima di Sant' Ambrogio; venne sepolto nella chiesa dei Santi Nazario e Celso, che per il culto poi datogli, fu intitolata a S. Evenzio.
Il suo corpo rimase nascosto per alcuni secoli, finché nel 1574 fu ritrovato grazie ad una iscrizione lapidea.
Nel 1789, a causa dell’abbattimento della chiesa, le sue reliquie furono trasferite nella chiesa del Gesù.
Il “Martirologio Romano” lo ricorda anche il 12 settembre insieme con San Siro; erroneamente è stato confuso con Sant’ Evenzio, compagno di San Siro, riportati all’età apostolica.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Invenzio, pregate per noi.


*San Laureato – Martire (8 febbraio)

Patronato: Colera, Castelpoto (BN)
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Laureato, pregate per noi.    


*Santi Martiri Costantinopolitani (8 febbraio)

Martirologio Romano: Commemorazione dei Santi monaci martiri del monastero di Dio a Costantinopoli, che, per difendere la fede cattolica, avendo portato una lettera del Papa San Felice III contro Acacio, furono uccisi con grande crudeltà.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Matteo Gallo (de Gimmarra) - Vescovo di Agrigento (8 febbraio)

Il Beato Matteo Gallo de Gimena nacque in Agrigento, nel quartiere detto Rabbato, e, probabilmente, nell'attuale via Arco di S. Francesco di Paola - ove tradizionalmente una casa, quasi addossata alla abside della chiesa dei Minimi, veniva e viene indicata come quella nativa tra gli anni 1376 e 1377.  
Entrò nell'Ordine serafico nel 1391-92 nel convento di S. Francesco d'Assisi di Agrigento dove emise la professione religiosi nel 1394.
Inviato a Bologna per gli studi teologici, li coronò a Barcellona dove probabilmente conseguì il titolo
di Magister e fu ordinato Sacerdote nel 1400. Cominciò il suo apostolato di predicatore in Tarragona nello stesso anno; negli anni 1405-1416, come maestro dei novizii o magister professionis, visse nel convento di S. Antonio in Padova donde poi tornò in Spagna e vi dimorò sin verso la fine dei 1417, come risulta dalla lettera del re Alfonso, data il 28 novembre 1417, che spiega anche il motivo del suo rientro in Italia: il suo desiderio di incontrarsi con S. Bernardino da Siena, di conoscere il movimento dell'Osservanza e di parteciparvi.
Il movimento francescano dell'Osservanza (perché si intendeva osservare la primitiva regola di S. Francesco, senza attenuazioni), sorto nel secolo XIV, si organizzò e diffuse nel secolo seguente, sotto la guida di S. Bernardino degli Albizzeschi di Siena (1380-1450) che ebbe come suoi validi cooperatori S. Giovanni da Capestrano (1386-1456), Alberto di Sarteano (1385-1459), S. Giacomo della Marca (1394-1476), e il Beato Matteo di Agrigento (1376-1450).  
S. Bernardino e il Beato Matteo si incontrarono in Italia nel 1418, forse a Mantova durante il Capitolo Generale e il nostro aderì all'Osservanza.  
"Egli era allora sui 40 anni - come nota il p. Serafino (nel pieno vigore delle sue energie, temprato nella pratica della virtù a tutta prova, ricco di un non comune patrimonio culturale e religioso, e soprattutto di una grande esperienza umana e religiosa per cui, alla sequela del Senese, non gli fu difficile progredire... distinguendosi per santità e zelo per la salvezza delle anime".
Fino a pochi decenni addietro, pur conoscendosi la fama del Beato Matteo come predicatore, si ignoravano i suoi scritti, perfino le lettere che certamente egli aveva indirizzato ai sovrani di Aragona, a S. Bernardino e ad altri.  
Nel 1960 il p. Agostino Amore ofm pubblicò i "Sermones varii” che erano stati inseriti in un codice  di S. Giovanni da Capestrano e venivano a lui attribuiti". In tutto sono 33 discorsi.
Altri 44, in seguito, ne sono stati scoperti dal p. Serafino M. Gozzo nel codice 18-II-3 della Biblioteca vescovile di Nocera. Il p. Serafino li trascrisse e li preparò per la stampa, ma non poté pubblicarli perché prevenuto dalla morte. Nel suo volume "Ricerche e Studi” più volte citato, ne fornisce un elenco.
I sermoni, parte scritti in volgare, parte in latino, commentano, in genere, un testo biblico dividendone la trattazione in due, tre o più punti.
A volte il sermone è tutto svolto, esteso nelle argomentazioni e corredato anche da alcune didascalie sul modo di recitarlo; a volte si tratta di appunti e quasi di una scaletta degli argomenti più importanti. Mostrano però tutti la scienza del predicatore, la logica delle sue argomentazioni, la praticità delle conclusioni, lo zelo apostolico e molto spesso anche l'intimo sentire del Santo.
Nel 1425 il papa Martino V concesse al Beato Matteo di fondare dei conventi dell’Osservanza. Tra questi citiamo quello di S. Maria di Gesù di Messina, di Palermo, di S. Nicolò di Agrigento, di S. Vito ivi, di Cammarata, di Caltagirone, di Siracusa. Così anche in spagna fondò due conventi a Barcellona.
Nel suo ordine fu vicario provinciale nel 1425-27, poi nel 1428-30. Nel 1432 fu nominato Commissario Generale della provincia di Sicilia, carica durata fino al 1440.
Nominato vescovo di Agrigento da Papa Eugenio IV il 17 settembre 1442, venne consacrato il 30 giugno 1443 nella chiesa madre di Sciacca dal vescovo Nicola ausiliare dell’arcivescovo di Palermo.
Per la sua generosità verso i poveri venne accusato, da una parte del clero che lo avversava, presso la Santa Sede di dilapidare i beni della Chiesa, infatti secondo varie testimonianze egli rinunciò a tutti i proventi ecclesiastici in favore dei poveri, riservandosi soltanto lo stretto necessario per se e per quelli che lo coadiuvavano. Oltre a questo venne accusato calunniosamente di godere di una donna carnalmente. Nel processo svoltosi alla corte pontificia si dimostrò l’innocenza del Beato e il papa lo assolse da ogni accusa e gli confermò la sua fiducia restituendogli la sede episcopale.
Ma la persecuzione non cessò, tanto che il Beato, dopo essersi consigliato anche con S. Bernadino da Siena, rinunziò al vescovado.
Morì in Palermo il 7 gennaio 1450. la gente lo onorò subito per la sua santità e tale culto continuò nei secoli seguenti tanto si iniziò il processo diocesano di beatificazione nel 1759 ed il culto venne riconosciuto dalla Chiesa con decreto del 21 febbraio 1767, approvato da Papa Clemente XIII.
La memoria si celebra l’8 febbraio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Matteo Gallo, pregate per noi.


*San Nicezio (o Niceto) di Besancon – Vescovo (8 febbraio)

Martirologio Romano: A Besançon in Burgundia, nell’odierna Francia, San Nicezio, vescovo.
Studiando il Catalogo episcopale di Besancon, L. Duchesne aveva proposto di considerare il nome di Migetius come una semplice corruzione di Nicetius; Nicezio pertanto sarebbe stato successore di San Donato e avrebbe occupato la sede di Besancon alla metà del sec. VII.
Gli studi più recenti di B. de Vregille, invece, ci inducono ad accettare i dati del Catalogo episcopale di Besancon, che indica Nicezio come predecessore di San Protadio: sarebbe stato quindi vescovo di Besancon alla fine del sec. VI e nei primi anni del VII.
Si conoscono pochissime notizie su di Nicezio e sulla sua attività episcopale in una città e in una provincia che  faticosamente si risollevavano dopo l'occupazione alemanna. I testi parlano del suo talento oratorio e della sua grande carità. Secondo alcuni storici avrebbe partecipato nel 602 a un concilio i cui Atti sono oggi perduti.
Uno dei cataloghi episcopali lo nomina come sedicesimo vescovo di Besancon e aggiunge che fu contemporaneo e amico del Papa San Gregorio Magno. Sullo stesso catalogo una mano posteriore ha scritto che costruì nella città episcopale la chiesa di S. Pietro.  
Durante il suo episcopato, nel territorio della diocesi San Colombano organizzava il suo monastero di Luxeuil. B. de Vregille fa notare che, malgrado quanto dicono i biografi del sec. XI, nulla impedisce di credere che i vescovi di Besancon, tra cui Nicezio, si siano dimostrati più che reticenti di fronte alle libertà prese da s. Colombano. La questione della data della Pasqua, che oppose Colombano all'episcopato franco ed al papa, probabilmente, fu posta per la prima volta proprio nella diocesi in cui l'abate di Luxeuil celebrava la festa di Pasqua al modo irlandese.
Il biografo di Colombano, Giona di Bobbio, che volentieri mette in risalto i gesti di benevolenza verso il Santo, non allude per nulla ai vescovi di Besancon, nella cui diocesi Colombano risiedette per venti anni.
Nicezio morì verosimilmente prima del 610 e fu sepolto nella chiesa di S. Pietro. Il suo nome è iscritto nel Martirologio di Besancon e nelle litanie di quella diocesi. La sua festa era celebrata l'8 febbraio nella chiesa di S. Pietro con una Messa solenne ed una processione; in seguito fu trasferita al 31 gennaio.
Oggi la diocesi di Besancon lo festeggia di nuovo all'8 febbraio con Orazione propria.
Gli sono dedicate tre parrocchie, rispettivamente nella diocesi di Besancon, in quella di St-Claude e ad Angerans, dove un tempo era particolarmente festeggiato.
(Autore: Claude Boillon – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Nicezio di Besancon, pregate per noi.


*Sant'Onorato di Milano – Vescovo (8 febbraio)
m. 570  
Martirologio Romano:
A Milano, deposizione di Sant’Onorato, vescovo, che, sotto la minaccia dell’invasione longobarda, mise in salvo gran parte della popolazione cercandole rifugio a Genova.
Prima che febbraio finisca, conviene ricordare Sant’Onorato, ventinovesimo vescovo di Milano (560-571), la cui festa è l’8 febbraio, ma fu celebrata per qualche tempo il 26 dello stesso mese. Amava la sua diocesi: gioiva, quando, accompagnando i suoi ospiti a visitare San Lorenzo, esclamavano: «Supera in  bellezza quasi tutte le chiese d’Italia». Desiderava la pace: per questo, quando i Longobardi di Alboino entrarono in Milano (3 settembre 569), si trasferì con parte del clero a Genova.  Pensava che il Barbaro non si sarebbe accanito sulla popolazione, sulla povera gente, che gli era affidata come pastore. Forse si ispirò ai vescovi che lo avevano preceduto: anche Eusebio cento anni prima, all’arrivo di Attila, aveva lasciato Milano, per tornarvi subito a sostenere le vittime e rincuorarle. Purtroppo Onorato morì dopo pochi mesi e il pericolo longobardo si prolungò per decenni. Ora riposa in Sant’Eustorgio e da lì ci ripete le parole di Ambrogio: «Come puoi pretendere di superare la prova se nel nome di Cristo non sai affrontare contrarietà e pericoli?  Per questo la speranza è la sola che non delude il nostro cuore».
(Autore: Ennio Apeciti – Fonte: Milano Sette) Giaculatoria - Sant'Onorato di Milano, pregate per noi.


*San Paolo di Verdun – Vescovo (8 febbraio)

Martirologio Romano: A Verdun in Francia, San Paolo, vescovo, che, divenuto monaco, eletto poi alla Chiesa di Verdun, promosse il decoro del culto divino e la vita comunitaria dei canonici.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Paolo di Verdun, pregate per noi.


*Beato Pietro Ignei - Monaco (8 febbraio)

Martirologio Romano: Ad Albano nel Lazio, Beato Pietro, detto Igneo perché passato illeso nel fuoco, monaco di Vallombrosa e poi vescovo di Albano, che si dedicò senza posa al rinnovamento della disciplina ecclesiastica.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pietro Ignei, pregate per noi.

 

*Santa Quinta (Cointa) d’Alessandria - Martire (8 febbraio)
+ Alessandria d’Egitto, 259
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: Ad Alessandria d’Egitto, commemorazione di Santa Cointa, martire, alla quale i pagani sotto l’imperatore Decio volevano imporre di adorare gli idoli; e poiché ella, detestandoli, si rifiutava di farlo, le legarono i piedi e così costretta la trascinarono per le piazze della città, straziandola in un orrendo supplizio.
Il celebre storico ecclesiastico Eusebio di Cesarea, citando una lettera del vescovo alessandrino San Dionigi al vescovo Fabio di Antiochia circa lo spargimento del sangue di parecchi martiri in Alessandria d’Egitto sotto l’imperatore Decio, testimoniò: “Condussero in un tempio pagano una donna cristiana chiamata Quinta e la costringevano ad adorare il nume.
Quella ne ebbe orrore ed oppose resistenza.
Allora la legarono per i piedi, la trascinarono attraverso la città sull’aspro selciato, la fecero sbattere contro grosse pietre, la flagellarono e, ritornati infine al tempio di Metra, la finirono sotto una grandine di sassi”. Secondo altre fonti, Quinta venne legata ad un cavallo e trascinata in tal modo finchè non spirò.
Venerata dunque come Santa martire, la sua commemorazione all’8 febbraio è riportata ancora oggi dal Martyrologium Romanum.  
La Santa è qui citata con il nome di Cointa ed il suo elogio pare essere ispirato al resoconto della sua vita suddetto, redatto da Eusebio di Cesarea.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Quinta d’Alessandria Martire, pregate per noi.


*Santa Ruidche - Vergine irlandese (8 febbraio)
IX sec. (?)

Santa Ruidche è una Vergine irlandese.
Sulla sua persona non sappiamo nulla. La tradizione ci ha tramandato che visse prima del IX Secolo.
Santa Ruidche è ricordata e commemorata nel giorno 8 febbraio in tre martirologi. Rispettivamente in quello di Tallaght, di Corman e Donegal.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Ruidche, pregate per noi.

 

*Beata Speranza di Gesù (Maria Josefa Alhama Valera) - Fondatrice (8 febbraio)
Santomera (Murcia, Spagna), 30 settembre 1893 – Collevalenza, 8 febbraio 1983

Dalla cattolica Spagna ci proviene questa splendida figura di fondatrice di Congregazioni religiose, oggi rigogliose famiglie distinte in sei modalità di appartenenza. Maria Giuseppa Alhama Valera, prima di nove figli, nacque a Santomera (Murcia, Spagna) il 30 settembre 1893, il padre José Antonio era un bracciante agricolo e la madre Maria del Carmen, casalinga.
Crebbe nella povertà della famiglia, molto intelligente suscitò il suggerimento di un vicino della baracca dove abitavano, di affidare la bambina al parroco di Santomera, i genitori acconsentirono e Maria Giuseppa andò nella casa di don Manuel Allaga, che viveva con due sorelle, qui ricevette un po’ d’istruzione senza frequentare nessuna scuola e imparò i lavori domestici; rimase con loro fino ai 21 anni, quando nel 1914 partì per farsi religiosa.
Dopo una prima esperienza, risultata negativa, fra le suore addette agli ammalati, su consiglio del vescovo di Murcia, entrò nell’Istituto delle Figlie del Calvario di semiclausura, fondate nel 1863, qui emise i voti il 15 agosto 1916 assumendo il nome di Speranza di Gesù Agonizzante.
Questa Istituzione però composta di sette suore anziane, presentava incerte prospettive per il futuro, per cui nel 1921 si decise per una fusione con le religiose dell’Immacolata o Missionarie Claretiane, fondate nel 1855 da s. Antonio Maria Claret, anch’esse dedite all’educazione cristiana.
Dopo un corso di esercizi spirituali il 19 novembre 1921, cinque suore fra cui Speranza di Gesù, emisero i voti perpetui e lei si chiamò Esperanza di Santiago. Trascorse in questa Congregazione nove intensi anni, svolgendo diverse mansioni quali, sacrestana, portinaia, economa, assistente delle
bambine; in quegli anni si accentuarono in lei fenomeni non comuni, che attiravano l’attenzione delle consorelle e di personalità spagnole ed estere, fu affidata alla guida dei più noti direttori spirituali dell’epoca.
Sin da quando aveva 12 anni ebbe in visione Santa Teresa del Bambino Gesù, che l’esortava a diffondere nel mondo la devozione all’Amore Misericordioso, come aveva fatto lei; da religiosa dagli anni Venti, collaborò con il domenicano padre Juan González Arintero, a diffondere questa devozione; nei suoi scritti manteneva l’anonimato firmandosi "Sulamitis".
Trasferita nella casa di Vicalvaro-Madrid dal 30 novembre 1921, nell’anno successivo cominciò ad avere problemi di salute, una sofferenza che non le dava tregua e fu più volte in punto di morte. Nel 1930 lasciò le Missionarie Claretiane per adempiere l’idea di avere una Casa propria, dove poter svolgere senza restrizioni, la sua missione verso i poveri.
Prima fondò il collegio di "Nuestra Señora de la Esperanza" a Madrid e poi consigliata dal suo direttore spirituale, diede vita a nuove Congregazioni; nel Natale del 1930, nella povertà più assoluta ebbe inizio in forma privata la fondazione delle "Ancelle dell’Amore Misericordioso", aprì nel 1931 il primo collegio a Madrid, a cui con ritmo impressionante seguirono altre case in diverse regioni della Spagna.
Annunciavano l’Amore Misericordioso attraverso la carità, dedicandosi all’assistenza domiciliare dei molti poveri e all’accoglienza di anziani e disabili. Il 6 gennaio 1935 l’Istituto fu eretto a Congregazione diocesana dal vescovo di Vitoria; nel maggio 1936 la fondatrice madre Speranza, insieme ad una insigne benefattrice si recò a Roma per aprire una Casa in affitto in via Casilina 222, zona delle più povere.
Negli anni che seguirono, dal 1936 al 1941, mentre in Spagna infuriava la Guerra Civile con tanti martiri religiosi, il suo Istituto trovava l’opposizione di vescovi e sacerdoti spagnoli, che si estese anche all’interno della Congregazione, giungendo ad accusare e calunniare la fondatrice invocando la sua rimozione da Superiora Generale.
Il 6 agosto 1940 e per tre giorni, madre Speranza fu chiamata dal Sant’Uffizio per rispondere sull’ortodossia della dottrina dell’Amore Misericordioso, sulla sua condotta e sulla veridicità e natura dei particolari fenomeni a lei attribuiti.
Il 10 aprile 1941 il Sant’Uffizio accolse la Congregazione sotto la sua diretta protezione, lasciando a Madre Speranza il titolo di Superiora Generale e la possibilità di formare le suore, mentre alla Vicaria Generale, venne affidato il governo dell’Istituzione.
Ella accolse il provvedimento con spirito di sottomissione e ubbidienza, esortando le sue figlie a fare altrettanto; fu destinata alla Casa di Roma, dove lavorò come una semplice suora.
Libera da responsabilità e scagionata dalle accuse, durante la Seconda Guerra Mondiale, intensificò la diffusione del messaggio della Misericordia di Dio; avviò un laboratorio di cucito per aiutare con i proventi i bisognosi e per accogliere gratuitamente molti bambini poveri; era un periodo triste con bombardamenti, paure, fame, lutti; accolse i rifugiati politici, nascose nei sotterranei i soldati allo sbando, sfamò chi aveva perso tutto; aprì una nuova mensa, con l’aiuto della Provvidenza, dove giunse ad accogliere oltre mille persone al giorno.
Il 15 agosto 1951 realizzando una sua speciale ispirazione, avvertita fin dal 1927, fondò la Congregazione dei Figli dell’Amore Misericordioso, essi dovevano sostenere i sacerdoti del clero secolare in spirito di comunione. Tre giorni dopo, il 18 agosto 1951 madre Speranza si trasferì a Collevalenza in Umbria, dove fondò una Comunità di Ancelle e Figli dell’Amore Misericordioso; fratelli e sorelle, figli della stessa madre, con lo stesso spirito e carisma, aiutandosi reciprocamente.
Nel Capitolo del 1952 madre Speranza di Gesù fu confermata Superiora Generale e tale rimase fino al 1976, quando venne nominata Madre Generale ‘ad honorem’.
A Collevalenza volle realizzare un suo sogno, il santuario dedicato all’Amore Misericordioso che con le Opere annesse, testimonia e fa conoscere a tutti, che Dio è un Padre che ama, perdona ed accoglie i suoi figli; qui madre Speranza apostola di quest’Amore, accoglieva e riceveva più di cento persone al giorno, ascoltandole una alla volta, consolando, consigliando e infondendo speranza.
Papa Giovanni Paolo II si recò il 22 novembre 1981 a visitare il santuario di Collevalenza, incontrando anche Madre Speranza; la venerabile morì l’8 febbraio 1983.
La causa per la sua beatificazione fu introdotta presso la diocesi di Orvieto - Todi il 24 aprile 1988 e il 23 aprile 2002 è stata dichiarata venerabile, la sua salma riposa nella cripta del santuario, circondata dalla venerazione dei suoi figli e figlie spirituali e dei pellegrini.
È stata beatificata a Collevalenza il 31 maggio 2014.

(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Speranza di Gesù, pregate per noi.

 

*Santo Stefano di Grandmont o di Muret – Eremita (8 febbraio)

Thiers (Alvernia), 1046 ca. - Muret (Limoges), 8 febbraio 1124
Etimologia:
Stefano = corona, incoronato, dal greco
Martirologio Romano: Presso Muret nel territorio di Limoges in Aquitania, in Francia, Santo Stefano, abate, che, fondatore dell’Ordine di Grandmont, affidò ai chierici la lode divina e la contemplazione e ai soli fratelli laici la gestione delle incombenze temporali da compiere secondo carità.
Le notizie che conosciamo di Santo Stefano di Grandmont o di Muret, ci pervengono da numerose fonti scritte nel XII secolo, e sono i “Pensieri” del Santo, raccolti dal suo discepolo Ugo di Lacerta
(† 1157); la “Regola” di Grandmont scritta dal quarto priore, Stefano di Liciac (1139-63) e la “Vita Stephani Grandimontensis” scritta dallo stesso priore; nel 1190 il settimo priore arricchì questa ‘Vita’ con il racconto dei numerosi miracoli.
Stefano nacque a Thiers in Alvernia nel 1046 ca., figlio del visconte feudale del luogo, a dodici anni accompagnò il padre in un pellegrinaggio alla tomba di San Nicola a Bari, ma lì giunto Stefano si ammalò, e il padre fu costretto ad affidarlo alle cure dell’arcivescovo di Benevento, Milone.
Per dodici anni soggiornò presso l’arcivescovo, avendo la possibilità di conoscere la vita di un gruppo di eremiti calabresi.
Colpito dal loro esempio, decise di imitarli, fece approvare il suo progetto dal papa Alessandro II e trascorsi altri quattro anni, ritornò al suo Paese natio. Purtroppo tutta questa prima parte della ‘Vita’ è largamente insicura e contraddittoria nelle date, perché le reliquie di San Nicola furono trasportate a Bari nel 1087, mentre Milone fu arcivescovo di Benevento dal 1074 al 1076, inoltre il racconto dice che Stefano divenne eremita a Muret nel 1076 all’età di 30 anni. Nella seconda parte, più veritiera, si racconta che Stefano scelse un luogo selvaggio vicino Limoges chiamato Muret, per vivervi in solitudine; nel contempo con una particolare cerimonia, scrisse un documento in cui dichiarava di rinunciare al demonio e di consacrarsi alla SS. Trinità e mettendo al dito un anello, unico bene rimastogli del suo patrimonio.  
Le sue penitenze e austerità, furono molte rigorose, dormiva in una cassa infossata nella terra come in una tomba, portava sulla nuda pelle una corazza di ferro, coperto giorno e notte da vestiti di sacco, si nutriva abitualmente solo di pane e di acqua.
Trascorreva le sue giornate recitando salmi e l’Ufficio della SS. Trinità, inginocchiato e prostrato a terra, al  punto che il naso prese una posizione obliqua; inoltre si dedicava ai colloqui con i numerosi visitatori che venivano a trovarlo. Intorno a lui si radunarono molti discepoli, attratti dall’austerità della sua vita, fondando così una Congregazione di eremiti, intorno al 1075.
Verso il termine della sua vita, secondo i racconti prima citati, ricevette la visita di due cardinali, Legati pontifici a Limoges e che divennero poi i papi Innocenzo II e Anacleto II.
Morì a circa 80 anni, l’8 febbraio del 1124, dopo aver ricevuto i Sacramenti; in lui si trova l’ispirazione dell’eremitismo gregoriano, fatto di preghiera, rifiuto di ogni ricchezza e di lavoro manuale; in
contrasto con la norma dei monasteri benedettini tradizionali.
Dopo la sua morte, i suoi discepoli, si spostarono nella solitudine del “deserto di Grandmont” nel circondario di Limoges, portandosi le reliquie della loro guida e padre fondatore.
Fu a Grandmont che sorse l’Ordine costituito ed organizzato dal quarto priore Stefano di Liciac verso il 1150-60.
L’Ordine di Grandmont fu assai austero, modello di vita eremitica integrale, nel quale i fratelli non potevano possedere niente, né chiese, né greggi, inoltre per lasciare ai chierici la più grande libertà possibile, la Regola attribuiva ai conversi un’autorità esclusiva in campo amministrativo.
Questo originò gravi difficoltà nel 1185-1188 con una rivolta dei conversi; l’Ordine di Grandmont ebbe nella seconda metà del secolo XII una grande diffusione, grazie anche all’appoggio della dinastia reale dei Plantageneti, con i sovrani inglesi Enrico II (1154-89) e Riccardo Cuor di Leone (1189-99).
Nel 1317 Papa Giovanni XXII, ridusse le Case dell’Ordine da 149 a 39, forse perché cominciavano le crisi di adesioni a questa vita troppo austera; nel XVI secolo l’abbazia fu data in commenda e dopo il fallimento di una riforma, l’Ordine venne soppresso tra il 1770 e il 1787.
Stefano di Muret fu ufficialmente proclamato santo da Papa Clemente III nel 1189, la sua festa fu fissata all’8 febbraio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santo Stefano di Grandmont, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (8 febbraio)
*Venerabile Madre Speranza di Gesù
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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