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Santi dell'8 gennaio

Il mio Santo > Santi di Gennaio

*Sant'Alberto di Cashel - Vescovo (8 gennaio)

Il soggiorno di Erardo a Ratisbona negli anni a cavallo fra il VII e l'VIII secolo, la sua morte in quella città e il culto che gli fu reso soprattutto in Baviera - attestato da numerosi centri abitati che ne portano il nome - sono gli elementi più certi su questo Santo, rimasto per il resto avvolto da uno spesso velo di leggenda.
Secondo alcuni studiosi Erardo era vescovo di Ardagh in Irlanda, poi partì per il continente insieme al futuro sant'Alberto di Cashel, arrivando fino a Roma; poi, mentre Alberto proseguì per Gerusalemme, Erardo si recò in Baviera, stabilendosi a Ratisbona, dove sarebbe stato eletto vescovo.
Altri invece suppongono che Erardo fosse un vescovo itinerante ordinato da San Bonifacio, il grande apostolo della Germania.
Nella Vita di sant'Odilia, patrona dell'Alsazia, si racconta che, cieca dalla nascita, essa riacquistò miracolosamente la vista quando fu battezzata da Erardo vescovo di Ratisbona. Proprio il battesimo di Odilia (festeggiata il 13 dicembre), col conseguente prodigioso recupero della vista, è l'episodio della vita di Erardo che più ha colpito la fantasia, influenzando gli artisti che si sono a esso ispirati. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Cashel in Irlanda, Sant’Alberto, vescovo: di origine inglese, fu a lungo pellegrino per Cristo.
Santi Erardo di Ratisbona e Alberto di Cachel
Il soggiorno di Erardo a Ratisbona negli anni a cavallo fra il VII e l’VIII secolo, la sua morte in quella città e il culto che gli fu reso soprattutto in Baviera - attestato da numerosi centri abitati che ne portano il nome - sono gli elementi più certi su questo santo, rimasto per il resto avvolto da uno spesso velo di leggenda.
Secondo alcuni studiosi Erardo era vescovo di Ardagh in Irlanda, poi partì per il continente insieme al futuro sant’Alberto di Cashel (che viene presentato come suo amico o come suo fratello e che è pure
festeggiato alla data odierna), arrivando fino a Roma; poi, mentre Alberto proseguì per Gerusalemme, Erardo si recò in Baviera, stabilendosi a Ratisbona, dove sarebbe stato eletto vescovo.
Altri invece suppongono che Erardo fosse un vescovo itinerante ordinato da San Bonifacio, il grande apostolo della Germania. Poco credibile appare l’attribuzione che è stata fatta a Erardo di un altro fratello, oltre ad Alberto, nella persona di Sant’Idulfo, vescovo di Treviri: non ci sono infatti notizie sicure sulla supposta relazione di parentela fra i tre Santi e l’epiteto frater contenuto in certi testi potrebbe avere il significato di «compagno di fede»; ma alcuni agiografi lo intendono in senso letterale.
Nella Vita di Sant’Odilia, patrona dell’Alsazia, si racconta che, cieca dalla nascita, essa riacquistò miracolosamente la vista quando fu battezzata da Erardo vescovo di Ratisbona.
Proprio il battesimo di Odilia (la quale è festeggiata il 13 dicembre, nello stesso giorno in cui si ricorda Santa  Lucia, anche lei invocata contro le malattie degli occhi), col conseguente prodigioso recupero della vista - secondo gli agiografi simbolo della guarigione dalla cecità dell’errore, - è l’episodio della vita di Sant’Erasmo che più ha colpito la fantasia popolare, influenzando gli artisti che si sono ad esso ispirati.
Quanto ad Alberto, l’amico o fratello di Erardo, è certo che fu vescovo di Cashel in Irlanda; ma le altre notizie che si hanno su di lui sono poco attendibili e a volte contrastanti.
Se ne è dedotto quanto segue. Poco dopo l’investitura Alberto ascoltò durante un concilio nel Sud dell’Irlanda un sermone in cui si illustravano i pericoli connessi al possesso dei beni terreni; riconoscendosi, con eccessivo scrupolo, fra le vittime designate da Satana, in quanto destinatario degli appannaggi vescovili, abbandonò la cattedra e si votò a una pia peregrinatio nel continente, insieme a sant’Erardo e ad alcuni discepoli.
Giunto a Roma, dopo un incontro col papa il gruppo si divise; Alberto visitò la Palestina, quindi si recò a Ratisbona, per ritrovare Erardo.
Quando vi giunse e apprese la notizia della sua morte pregò il Signore perché gli permettesse di raggiungerlo: la leggenda narra che la preghiera di Alberto fu esaudita dopo qualche ora.          
(Fonte: Giornale di Brescia)
Giaculatoria - Sant'Alberto di Cashel, pregate per noi.


*Beato Edoardo Waterson – Martire (8 gennaio)

+ Londra, Inghilterra, 8 gennaio 1593

Anglicano che abbracciò la Fede cattolica e fu ordinato sacerdote.
Inviato in missione in Inghilterra durante il regno di Elisabetta I, fu catturato e condannato a morte. Beatificato nel 1929.
Martirologio Romano: A Newcastle-on-Tyne in Inghilterra,
Beato Edoardo Waterson, sacerdote e martire, che, condannato a morte sotto la regina Elisabetta I perché venuto in Inghilterra come sacerdote, fu impiccato al patibolo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Edoardo Waterson, pregate per noi.


*Sant'Apollinare di Gerapoli - Vescovo (8 gennaio)

Martirologio Romano: A Gerapoli in Frigia, nell’odierna Turchia, Sant’Apollinare, vescovo, che rifulse sotto l’imperatore Marco Aurelio per dottrina e santità.Visse al tempo dell'imperatore Marco Aurelio (161-80) e fu senza dubbio uno dei presuli di maggior rilievo dell'Asia.
Ciò si ricava dal numero e dalla risonanza delle sue opere, che, sebbene oggi perdute, conosciamo attraverso la testimonianza di altri.
Eusebio (Hist. Ecci., IV, 27), che scriveva verso il 311, parla di una sua apologia a Marco Aurelio, di cinque libri ai Greci, di due ai Giudei, di due sulla Verità e di diversi altri contro l'eresia dei Frigi o montanismo; l'autore del Chronicon Paschale (PG, XCII, col. 80) accenna nel sec. VII ad uno
scritto di lui sulla Pasqua, e Fozio (Bibl., 14) nel IX ad un trattato sulla Pietà.
Qualcuno gli attribuisce la Cohortatio ad Graecos (PG, VI, coli. 241-312), ma con poco o nessun fondamento, né ha maggiore probabilità di appartenergli un frammento sullo scisma dei montanisti, citato da Eusebio (op. cit., V, 16-19).
Sappiamo che il vescovo di Antiochia Serapione diffondeva tra i suoi fedeli le opere di Apollinare come la più forte requisitoria contro gli errori dei suoi tempi.
Non si trova iscritto nei sinassari greci, né nel Martirologio Geronimiano, né negli altri martirologi antichi. Fu introdotto nel Martirologio Romano dal Baronio, il quale assegnò senza ragione la sua festa all'8 gennaio.
Altri preferiscono celebrare la ricorrenza il 7 febbraio. Mancano le prove della venerazione prestatagli dagli antichi.
(Autore: Pietro Burchi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant' Apollinare di Gerapoli, pregate per noi.


*Sant'Erardo di Ratisbona (8 gennaio)
Il soggiorno di Erardo a Ratisbona negli anni a cavallo fra il VII e l'VIII secolo, la sua morte in quella città e il culto che gli fu reso soprattutto in Baviera - attestato da numerosi centri abitati che ne portano il nome - sono gli elementi più certi su questo Santo, rimasto per il resto avvolto da uno spesso velo di leggenda.
Secondo alcuni studiosi Erardo era vescovo di Ardagh in Irlanda, poi partì per il continente insieme al futuro Sant'Alberto di Cashel, arrivando fino a Roma; poi, mentre Alberto proseguì per Gerusalemme, Erardo si recò in Baviera, stabilendosi a Ratisbona, dove sarebbe stato eletto vescovo.
Altri invece suppongono che Erardo fosse un vescovo itinerante ordinato da San Bonifacio, il grande apostolo della Germania. Nella Vita di Sant'Odilia, patrona dell'Alsazia, si racconta che, cieca dalla nascita, essa riacquistò miracolosamente la vista quando fu battezzata da Erardo vescovo di Ratisbona.
Proprio il battesimo di Odilia (festeggiata il 13 dicembre), col conseguente prodigioso recupero della vista, è l'episodio della vita di Erardo che più ha colpito la fantasia, influenzando gli artisti che si sono a esso ispirati. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Ratisbona in Baviera, Sant’Erardo: di origine scozzese, ardente dal desiderio di annunciare il Vangelo, venne in questa regione, dove svolse il ministero di vescovo.

Santi Erardo di Ratisbona e Alberto di Cachel

Il soggiorno di Erardo a Ratisbona negli anni a cavallo fra il VII e l’VIII secolo, la sua morte in quella città e il culto che gli fu reso soprattutto in Baviera - attestato da numerosi centri abitati che ne portano il nome - sono gli elementi più certi su questo Santo, rimasto per il resto avvolto da uno spesso velo di leggenda.
Secondo alcuni studiosi Erardo era vescovo di Ardagh in Irlanda, poi partì per il continente insieme al futuro
Sant’Alberto di Cashel (che viene presentato come suo amico o come suo fratello e che è pure festeggiato alla data odierna), arrivando fino a Roma; poi, mentre Alberto proseguì per Gerusalemme, Erardo si recò in Baviera, stabilendosi a Ratisbona, dove sarebbe stato eletto vescovo.
Altri invece suppongono che Erardo fosse un vescovo itinerante ordinato da san Bonifacio, il grande apostolo della Germania. Poco credibile appare l’attribuzione che è stata fatta a Erardo di un altro fratello, oltre ad Alberto, nella persona di Sant’Idulfo, vescovo di Treviri: non ci sono
infatti notizie sicure sulla supposta relazione di parentela fra i tre santi e l’epiteto frater contenuto in certi testi potrebbe avere il significato di «compagno di fede»; ma alcuni agiografi lo intendono in senso letterale.
Nella Vita di Sant’Odilia, patrona dell’Alsazia, si racconta che, cieca dalla nascita, essa riacquistò miracolosamente la vista quando fu battezzata da Erardo vescovo di Ratisbona.
Proprio il battesimo di Odilia (la quale è festeggiata il 13 dicembre, nello stesso giorno in cui si ricorda santa Lucia, anche lei invocata contro le malattie degli occhi), col conseguente prodigioso recupero della vista - secondo gli agiografi simbolo della guarigione dalla cecità dell’errore, - è l’episodio della vita di sant’Erasmo che più ha colpito la fantasia popolare, influenzando gli artisti che si sono ad esso ispirati.
Quanto ad Alberto, l’amico o fratello di Erardo, è certo che fu vescovo di Cashel in Irlanda; ma le altre notizie che si hanno su di lui sono poco attendibili e a volte contrastanti. Se ne è dedotto quanto segue.
Poco dopo l’investitura Alberto ascoltò durante un concilio nel Sud dell’Irlanda un sermone in cui si illustravano i pericoli connessi al possesso dei beni terreni; riconoscendosi, con eccessivo scrupolo, fra le vittime designate da Satana, in quanto destinatario degli appannaggi vescovili, abbandonò la cattedra e si votò a una pia peregrinatio nel continente, insieme a Sant’ Erardo e ad alcuni discepoli. Giunto a Roma, dopo un incontro col Papa il gruppo si divise; Alberto visitò la Palestina, quindi si recò a Ratisbona, per ritrovare Erardo.
Quando vi giunse e apprese la notizia della sua morte pregò il Signore perché gli permettesse di raggiungerlo: la leggenda narra che la preghiera di Alberto fu esaudita dopo qualche ora. (Fonte: Giornale di Brescia)  
Giaculatoria - Sant'Erardo di Ratisbona, pregate per noi.


*Beata Eurosia Fabris Barban - Terziaria Francescana (8 gennaio_- gennaio)

Quinto Vicentino, 27 settembre 1866 – Marola (Vicenza), 8 gennaio 1932

Fu madre di nove figli, di cui tre divennero sacerdoti. Aderì al Terz’Ordine Francescano, vivendone lo spirito di povertà e di letizia.
Donna di grande fede e carità, aiutò i bisognosi, assistette i malati e irradiò la luce del vangelo in famiglia e nella parrocchia di Marola (Vicenza), dove visse e morì.
Il Santo nella Chiesa Cattolica, è colui che si lascia guidare dallo Spirito Santo e corrisponde alla sua chiamata. Lo Spirito ne plasma l'anima e quando vuole dare un messaggio alla sua Chiesa, lo presenta come esempio agli altri. Questo è il senso della beatificazione e canonizzazione nella Chiesa Cattolica. E la santità si manifesta in ogni età, condizione sociale e luogo; così si mostrò anche nella vita e nella casa della madre di famiglia Eurosia Fabris Barban, la quale nacque il 27 settembre 1866 a Quinto Vicentino, grosso Comune ad 8 km da Vicenza.
I suoi genitori Luigi e Maria Fabris si trasferirono nel 1870 a Marola (Vicenza) e qui Rosina, come era chiamata in famiglia, frequentò solo le prime due classi elementari, perché poi dovette aiutare i genitori nei lavori dei campi; in quel tempo in cui l'analfabetismo femminile superava il 75%, fu una fortuna per lei che poté imparare a leggere, scrivere e fare i conti e la lettura fu la sua passione.
Crebbe nel clima cristiano della famiglia, ogni sera ci si riuniva per recitare il rosario; si prefisse sempre la ricerca della volontà di Dio per il suo futuro.
Le sue devozioni furono il Crocifisso, il Presepio, lo Spirito Santo, il Tabernacolo, la Vergine Maria, le anime del Purgatorio; condusse la sua adolescenza e giovinezza nella preghiera, nel lavoro, nella semplicità e nell'innocenza, completò la sua formazione con la lettura di libri utili studiando il catechismo e la Storia Sacra.
Insegnò il catechismo nella parrocchia di Marola alle fanciulle e in seguito insegnò nella sua casa l'arte del taglio e cucito alle giovani.
Nel 1885 quando Rosina aveva 19 anni, accadde una disgrazia nella casa dei suoi vicini, una giovane sposa moriva di un male incurabile, lasciando vedovo Carlo Barban di 23 anni, con due figliolette Chiara Angela e Italia di 20 e 4 mesi; assieme a loro convivevano il nonno Angelo anziano e ammalato e il fratello di Carlo ancora minorenne, Benedetto.
Una situazione tragica che colpì profondamente la giovane Rosina e quando le fu chiesto di accudire la casa come domestica, accettò ben volentieri, concentrando soprattutto le sue cure alle piccole bisognose di affetto.
La sua opera continuò per sei mesi, poi dietro richiesta del giovane vedovo, seguendo il consiglio dei parenti e del parroco, accettò di sposarlo soprattutto per poter accudire come una mamma le piccole orfane; vide in questo matrimonio la volontà di Dio, tante volte chiesto di manifestarsi.
Il matrimonio venne celebrato il 5 maggio 1886 nella loro chiesa parrocchiale di Marola, frazione di Torri di Quartesolo (VI); il suo matrimonio fu considerato da tutti uno squisito gesto di carità.
Entrando nella famiglia Barban, Eurosia Fabris era cosciente che non andava a fare la 'signora' come si dice; il marito Carlo, è vero possedeva dei buoni e produttivi campi, ma il padre Angelo si era lasciato truffare lasciando il figlio in una pesante situazione debitoria.
Rosina aveva capito il valore della povertà; anche Gesù era stato povero, eppure era il padrone del mondo. Amava che la casa fosse pulita e in ordine, si percepiva che si trattava di una povertà dignitosa; erano tempi di una forte crisi economica e sociale, ma Eurosia confidò sempre nell'aiuto di Dio. Intanto la sua famiglia aumentava, ebbe sette figli propri, così come le aveva preannunciato la Madonna apparendole nel Santuario di Monte Berico; a loro si aggiunsero nel 1917 altri tre orfani di una nipote, Sabina, morta mentre il marito era al fronte nella Prima Guerra Mondiale; nessuno dei parenti voleva occuparsene, per cui Eurosia e il marito Carlo, non ebbero tentennamenti e l'accettarono in casa.
Al marito preoccupato di come si poteva andare avanti, lei rispondeva: “Coraggio Carlo, pensiamo che il Signore ci vede e ci ama; penserà lui a toglierci dalle necessità; ci soccorrerà di certo, almeno per i nostri bambini, egli che ama tanto l'innocenza”.
Rosa era molto generosa, faceva da balia spesso a bambini le cui madri non potevano allattarli, a volte si trovò con tre bambini contemporaneamente, distribuiva ai più poveri, latte, uova, minestra, che portava personalmente di nascosto, si può dire che se lo toglieva di bocca per donarlo.
In effetti Eurosia visse nei primi decenni del Novecento, che furono caratterizzati da una forte crisi economica, da tanta povertà, con l'emigrazione e con le conseguenze della guerra del
1915-18; il denaro era scarso e le famiglie bisognose numerose, non esisteva ancora la Previdenza Sociale e mamma Rosa faceva quello che poteva, non con i soldi che mancavano, ma con i prodotti dell'orto e del pollaio.
Persuase spesso il marito ad alloggiare i pastori o i pellegrini di passaggio e quasi ogni notte, nel fienile o nella stalla, c'erano persone che dormivano e alle quali Rosina forniva anche la cena; una volta una donna partorì anche un bambino nella stalla e lei si attivò per aiutarla, i coniugi Barban accolsero quella famiglia per tre giorni nella loro casa.
Della sua numerosa famiglia, tra figli suoi e adottati, due morirono in tenera età, altri due scelsero il sacerdozio don Giuseppe e don Secondo Barban, un altro Angelo Matteo, fu francescano con il nome di padre Bernardino Barban; Chiara Angela, la prima adottata, entrò fra le Suore della Misericorda di Verona; un altro morì seminarista e un altro fu francescano con il nome di frate Giorgio; gli altri sei dei complessivi tredici figli, scelsero la via del matrimonio; a tutti mamma Rosa insegnò a cercare senza sosta la volontà di Dio, se volevano salvarsi l'anima.
Durante gli studi dei due figli sacerdoti, dovette convincere Carlo il marito, di lasciarli andare, specie il primo destinato a dare una mano in famiglia lavorando i campi.
Non avendo denaro per la retta, i due giovani frequentarono il ginnasio da esterni, quindi tutte le mattine mamma Rosa si svegliava presto, per preparare la colazione ai due figli, che poi si recavano a piedi da Marola al Seminario di Vicenza; poi usciva per assistere alla Messa, al ritorno preparava la colazione per tutti gli altri, nel frattempo svegliati; oltre le faccende domestiche, dedicava il resto del tempo libero al lavoro di sarta fino a tarda sera, per contribuire al vacillante bilancio familiare.
In questa missione di madre cristiana, arricchita dalla spiritualità francescana del Terz'Ordine di cui Eurosia, sin dal 1916 era iscritta e frequentava assiduamente, si sacrificò e consumò, senza divertimenti di sorta, con un lento e continuo logorio, giorno per giorno, come una candela sull'altare della carità.
Morì l'8 gennaio 1932 circondata dall'affetto dei suoi cari; il 3 febbraio 1972 iniziò presso la Curia vescovile di Padova, il processo informativo per la sua beatificazione, conclusasi il 23 aprile 1977.
Il 22 giugno 2004 la competente Congregazione Vaticana, alla presenza del Papa Giovanni Paolo II, ha riconosciuto la validità di un miracolo ottenuto grazie alla sua intercessione; ciò ha aperto la porta della beatificazione che avverrà nei prossimi mesi.
É stata beatificata il 6 novembre 2005 a Vicenza sotto il pontificato di Benedetto XVI.
La diocesi di Vicenza la ricorda il 9 gennaio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Una santità “feriale”, una carità spicciola, la delicatezza dei piccoli gesti e della bontà più squisita hanno portato un’altra mamma alla gloria degli altari.
La beatificazione, programmata in aprile (e poi rinviata per la morte del Papa), è stata la prima in Italia a svolgersi nella diocesi di origine e senza la presenza del Papa, secondo le nuove norme introdotte da Benedetto XVI. Nella cattedrale di Vicenza, dunque, in una cornice di millecinquecento rose bianche, lo scorso 6 novembre il Cardinale Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi ha proclamato Beata Eurosia Fabris Barban, una mamma di numerosa famiglia, tra figli propri ed adottati, vissuta a cavallo tra Ottocento e Novecento.
Nasce il 27 settembre 1866 a Quinto Vicentino e quattro anni dopo, insieme alla famiglia, si trasferisce a Marola, frazione di Torri di Quartesolo, dove si snoderà tutta la sua vita di giovane impegnata, moglie e mamma e dove oggi riposano le sue reliquie. Rosina, come tutti la chiamano in casa, cresce in un clima familiare fortemente cristiano ed impegnato e, cosa rara a quei tempi, riesce ad imparare a leggere, scrivere e far di conto, pur avendo frequentato solo le prime due classi elementari.
Catechista in parrocchia, sarta e maestra di cucito in casa, a 19 anni la sua vita è sconvolta dalla morte di una giovane mamma, sua vicina di casa, che lascia orfane due bimbe di pochi mesi.
Rosina entra in quella casa come domestica e, diremmo oggi, soprattutto baby sitter, dato che le sue attenzioni e il suo amore si riversano subito sulle due orfanelle.
Sei mesi dopo il vedovo, Carlo Barban, un giovane di 23 anni, la chiede in sposa e lei accetta, dopo
essersi consigliata in famiglia e con il confessore, per amore di quelle bimbe. Se questa motivazione potrebbe anche non essere la base per un vero “matrimonio d’amore”, il gesto di Rosina viene interpretato da tutti come uno squisito gesto di carità, perché lei è ben cosciente della situazione economica disastrata della famiglia del marito, dove c’è anche un suocero anziano e malato da accudire e un cognato ancora minorenne cui badare.
Da quel momento la vita di Rosina è ogni giorno intessuta da piccoli e grandi gesti di carità. Mette al mondo sette figli, ma altrettanti ne accudisce, tra quelli nati dal primo matrimonio del marito e altri orfani che accoglie in casa. Per trovare il pane necessario a tutte quelle bocche fa la sarta dal mattino alla sera, eppure nessuno bussa alla sua porta senza ricevere qualcosa, magari anche solo uova, latte e minestra che si toglie di bocca.
Allatta i bimbi delle altre senza accettare compenso, si presta per l’assistenza dei malati, ospita pellegrini e poveri di passaggio, educa la famiglia ad una soda vita cristiana ed è contenta delle tante vocazioni sacerdotali e religiose che sbocciano in casa sua. Carlo Barban muore nel 1930, Rosina lo segue neppure due anni dopo, l’8 gennaio 1932. Ora la Chiesa la proclama Beata per dare a tutte le mamme un modello ed una protettrice in più, perché si è santificatasi semplicemente tra orto, stalla e cucina. Davvero una santità alla portata di tutti.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Eurosia Fabris Barban, pregate per noi.


*Beata Giacobella Maria della Croce - Vergine Mercedaria (8 gennaio)
+ Madrid, Spagna, 3 agosto 1643
Monaca di clausura, la Beata Giacobella fu la prima commendatrice del monastero mercedario di Madrid.
Si distinse per la vita esemplare e per la pratica delle virtù ed i miracoli la resero famosa.
Piena di meriti raggiunse la gloria eterna il giorno 3 agosto dell’anno 1643, a Madrid.
L’Ordine la festeggia l’8 gennaio.                                                                                           
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Giorgio il Chozibita - Eremita (8 gennaio)
Martirologio Romano: Nel monastero di Coziba in Palestina, San Giorgio, monaco ed eremita, che viveva recluso per l’intera settimana e la domenica pregava insieme ai suoi confratelli, li ascoltava nelle questioni spirituali e dava a tutti consiglio.
Nacque a Cipro. Il suo fratello maggiore, Eraclide, aveva lasciato l’isola per darsi, in Palestina, alla vita monastica.
Dopo la morte dei genitori, anch’egli volle abbracciare la vita ascetica e andò a trovare suo fratello nella laura di Calamon, sulle rive del Giordano.
Ma era ancora troppo giovane per vivere la vita eremitica, pertanto il fratello lo condusse alla laura di Koziba, sulla sinistra della strada che va da Gerusalemme a Gerico, per iniziarlo dapprima
alla vita conventuale.
Qui fu messo sotto la direzione di un vecchio monaco della Mesopotamia che era piuttosto severo.
Un giorno lo schiaffeggiò senza motivo ma la sua mano si disseccò e poté guarire solo grazie alla preghiere di Giorgio.
Il prodigio gli attirò una popolarità tale da indurlo a pensare che per lui fosse meglio… cambiare aria.
Decise di tornare da Eraclide con cui visse finché questi morì all’età di 70 anni circa.
Giorgio restò a Calamon fino alla morte dell’abate, ma essendo sorsi dissensi tra gli eremiti decise di tornare al monastero di Koziba dove fu accolto con gioia dall’abate Leonzio.
Avvicinandosi i Persiani alla conquista di Gerusalemme, tutti i monaci abbandonarono il monastero (614); anche Giorgio se ne andò e si rifugiò nei pressi di Calamon, ma fu scoperto dai persiani che però, a causa della sua età avanzata, lo lasciarono in pace.
Giorgio poté compiere un ultimo pellegrinaggio a Gerusalemme e quindi tornò a Koziba dove morì.
É commemorato il 14 febbraio.  
(Autore: Paola Cristofari – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giorgio il Chozibita, pregate per noi.


*Santa Gudula - Vergine (8 gennaio)
Hamme, Belgio, 650 - 712 circa
Patronato: Belgio, Bruxelles
Etimologia: Gudula = buona, gentile, dal celtico
Emblema: Lanterna, Candela
Martirologio Romano: A Moorsel in Brabante, nell’odierno Belgio, Santa Gúdila, vergine, che si dedicò in casa sua alla carità e alla preghiera.
Santa Gudula, oggi festeggiata dal Martyrologium Romanum, è la patrona del Belgio ed in particolare di Bruxelles, capitale belga, ove le è dedicata una grande chiesa.
Poche sono però le notizie certe sulla sua vita.
Nell’XI secolo Hubert di Brabante asserì aver tratto spunto nello scrivere la vita della Santa da una versione più antica.
Gudula fu esponente di una famiglia impregnata di santità: suo padre, il conte Witger, divenne poi monaco, sua madre fu Santa Amalberga, santa fu anche sua sorella Raineld, nonché le sue cugine Gertrude di Nivelles e Begga, figlie dei Santi Pipino di Landen ed Ida di Nivelles.
La giovane Gudula fu educata nel monastero di Nivelles sotto la guida della cugina
Santa Gertrude, sua madrina.
Dopo la sua morte visse con i genitori presso Hamme, nei pressi di Alost nel Brabante, dedita alla preghiera, digiuni ed opere di carità.
Ogni giorno all’alba si recava all’alba sino alla chiesa di Moorsel, distante quattro chilometri da casa, per vegliare in orazione.
La tradizione di raffigurare la santa con una lanterna od una candela accesa nasce proprio da
questa narrazione e la legenda vuole che spesso il diavolo tentasse di spegnerla con un soffio.
La medesima rappresentazione è riscontrabile in Santa Genoveffa di Parigi.
Gudula morì assai probabilmente verso l’anno 712 ad Hamme, sua città natale, e fu sepolta dinnanzi al portale della chiesa.
Durante il regno di Carlo Magno, suo lontano parente in quanto discendente di Pipini di Landen, le reliquie della santa vennero traslate dietro l’altar maggiore della chiesa del Santissimo Salvatore in Moorsel.
Si dice che lo stesso imperatore fosse solito recarsi a pregare sulla sua tomba e fondò nei paraggi un monastero dedicato alla memoria della santa, poi distrutto dai normanni.
Nel 978, grazie all’intervento del conte di Lorena, i resti della Santa furono trasferiti nella chiesa di Saint-Géry di Bruxelles, per poi essere nuovamente trasferiti nel 1047 nella più crande chiesa collegiata di San Michele, poi ribattezzata in onore di Santa Gudula.
Le sue reliquie furono infine disperse per mano dei calvinisti nel 1579.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Gudula, pregate per noi.


*Beato Leandro - Mercedario (8 gennaio)
Il Beato Leandro fu maestro sapientissimo in Sacra Teologia e in Sacra Scrittura e fu coltissimo nelle lingue latina, greca, arabica, ebraica e caldea.
Scrisse molti libri in poesia e in prosa e pieno di celesti carismi si addormentò in una santa fine nel monastero mercedario di Santa Eulalia in Murcia (Spagna).
L’Ordine lo festeggia il 7 gennaio.                                                                                          
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Leandro, pregate per noi.


*San Lorenzo Giustiniani - Vescovo (8 gennaio)
Venezia, luglio 1381 - 8 gennaio 1456
Di nobilissima famiglia, si diede ad una vita ascetica dopo una visione della Sapienza Eterna.
Entrò nella Congregazione dei Canonici Secolari dell'isola di San Giorgio, di cui fu Superiore, continuando a dedicarsi alla preghiera e alla contemplazione ma anche alla questua per le strade.
Vescovo di Castello, riformò con zelo apostolico la sua diocesi e, nominato prima patriarca di Venezia seppe, grazie anche alla sua umiltà e santità, sanare la frattura tra la Chiesa e il potere civile.
Nei suoi scritti, opere varie e sermoni c'è l'idea madre dell'Eterna Sapienza, elemento dominante della sua mistica.
Essa, negli scritti del periodo monacale, guida l'uomo al vertice della perfezione interiore e, degli scritti successivi, al vertice della vita episcopale.
Etimologia: Lorenzo = nativo di Laurento, dal latino
Emblema: Bastone pastorale, Portamonete
Martirologio Romano: A Venezia, San Lorenzo Giustiniani, vescovo, che illuminò questa Chiesa con la dottrina dell’eterna sapienza.
Un figlio accattone non è un bel vedere per la nobile famiglia Zustinian o Giustiniani, ornamento della Serenissima.
Lui, Lorenzo, arriva a mendicare fin sotto casa.
I servi corrono a riempirgli la bisaccia, purché si tolga di lì.
Lui accetta soltanto due pani, ringrazia e continua.
Il suo scopo non è l’“opera buona” in sé.
É, addirittura, la rigenerazione della Chiesa attraverso la riforma personale di chierici e laici.
L’umiliazione del mendicare ha valore di "vittoria sopra sé stessi", di avversione alle pompe prelatizie, di primo passo verso il rinnovamento attraverso la meditazione, la preghiera, lo studio, l’austerità.
L’intraprendente e battagliera Venezia del Quattrocento è anche un fervido laboratorio di riforma cattolica, destinato a portare frutti preziosi.
Lorenzo Giustiniani è diacono nel 1404, quando si unisce ad altri sacerdoti, accolti nel monastero di San Giorgio in Alga, per vivere in comune tra loro, riconosciuti poi come “Compagnia di canonici secolari”: sono i pionieri dello sforzo riformatore.
Sacerdote nel 1407, due anni dopo è già priore della comunità di San Giorgio in Alga.
Lorenzo ha scarse doti di oratore, ma “predica” con molta efficacia, da un lato, continuando a girare con saio e bisaccia; e, dall’altro, scrivendo instancabilmente.
Scrive per i dotti e per gli ignoranti, trattati teologici e opuscoletti popolari, offrendo a tutti una guida alla riforma personale nel credere e nel praticare.
Spinge i fedeli a recuperare il senso di comunione con tutta la Chiesa, anima la fiducia nella misericordia di Dio piuttosto che il timore per la sua giustizia.
Nel 1433 arriva la nomina a vescovo, sebbene egli cerchi di evitarla, aiutato dai confratelli di San Giorgio in Alga: ma di lì viene anche Papa Eugenio IV, Gabriele Condulmer, che conosce benissimo Lorenzo e non dà retta ai suoi pretesti: la stanchezza, il compito troppo difficile...
Eccolo perciò vescovo “di Castello”, dal nome della sua residenza, che è un’isoletta lagunare fortificata, l’antica Olivolo.
Nel 1451, poi, Niccolò V sopprime quello che resta del patriarcato di Grado, e dà a Lorenzo Giustiniani il titolo di patriarca di Venezia: il primo.
Vengono i tempi duri della lotta contro i Turchi.
Nel 1453 cade in mano loro Costantinopoli, e "a Venezia è tutto un pianto, non si sa che fare", come scrive un testimone.
Lorenzo Giustiniani va avanti con rigore nell’opera di riforma, inimicandosi qualche volta il Senato, altre volte i preti, e affascinando i veneziani che già lo tengono per Santo.
Dopo la sua morte, essi ottengono che il suo corpo resti sepolto per sempre nella chiesa di San Pietro in Castello.
Lo canonizzerà, nel 1690, Papa Alessandro VIII (il veneziano Piero Ottoboni), ma la pubblicazione ufficiale si avrà soltanto con Papa Benedetto XIII nel 1727.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Lorenzo Giustiniani, pregate per noi.


*Santi Luciano, Massimiano e Giuliano - Martiri (8 gennaio)
+ Beauvais, Francia, 290 circa
Luciano, Massimiano e Giuliano furono tre missionari inviati da Roma da Papa San Clemente I attorno alla metà del III secolo d. C. per evangelizzare la regione di Beauvais, nelle Gallie.
Qui subirono il martirio durante le persecuzioni dell'imperatore Diocleziano. Luciano, in quanto capo della spedizione, è considerato fondatore e primo vescovo della diocesi di Beauvais, di cui è patrono.
Martirologio Romano: A Beauvais in Francia, Santi Luciano, Massimiano e Giuliano, martiri.
Il nome di Luciano ha figurato per lungo tempo in testa alla lista dei vescovi di Beauvais: si tratta tuttavia di un errore di cui possiamo spiegare l'origine.

La Vita Sant’ Eligii riferisce della invenzione del corpo di San Luciano a Beauvais insieme a quella di alcuni altri ed a questo proposito integra degli elementi ispirati alle passiones di questi martiri che presentano i loro eroi come i primi evangelizzatori del paese in cui morirono.
Luciano avrebbe fatto parte dunque di un gruppo di dodici « missionari » inviati in
Gallia con San Dionígi. Giunti a Parigi si separarono: mentre San Fuscano si dirigeva verso Amiens, Luciano venne a Beauvais.
Questo documento, peraltro, non dice che egli fosse vescovo.
In una recensione posteriore della sua passio, conservata in ms. di Corbie (sec. VIII) Luciano è prete; arrestato con due compagni, Massimiano e Giuliano, durante una persecuzione alla fine del sec. III, viene martirizzato a Montville, presso Beauvais, ed i fedeli lo seppelliscono ai confini della città nel luogo dove, nel sec. VII, sorse una basilica a lui dedicata.
In un'ultima redazione composta dal vescovo di Beauvais, Odone (sec. IX), Luciano per la prima volta, vi figura come vescovo.
L'epíscopato di questo martire è certamente un'aggiunta apocrifa; la sua esistenza negli ultimi decenni del sec. III, il suo martirio ed il culto, invece, sono attestati con certezza assai prima del sec. IX. La festa di Luciano e dei suoi pretesi compagni si celebra l'8 gennaio, data in cui il Baronio, attingendo alla favolosa passio, li iscrisse nel Martirologio Romano.
(Autore: René Wasselynck – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Luciano, Massimiano e Giuliano, pregate per noi.


*San Massimo di Pavia - Vescovo (8 gennaio)

Pavia, † 514

Etimologia: Massimo = grandissimo, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Pavia, San Massimo, vescovo.
San Massimo nella serie dei vescovi di Pavia, esercitò il suo episcopato dopo il vescovo Epifanio e prima del vescovo Ennadio, quest’ultimo ne fece anche un elogio generico nel suo “Dictio in dedicatione missa Maximo episcopo”, pervenuto fino a noi.
In base a queste notizie si può collocare il suo episcopato tra la fine del V e l’inizio del VI secolo, il ‘Martyrologium Romanum’ riporta come anno della sua morte il 514.
Vi sono ancora alcuni documenti storici che parlano di lui, uno del XIII secolo che indica il 9 gennaio come giorno della sua memoria e un altro del secolo XIV che lo colloca tra i vescovi di Pavia canonizzati e dice che era sepolto nella chiesa di S. Giovanni in Borgo.
Per un errore di trascrizione nella lista episcopale dell’antica città di Pavia, risultano due Massimo, ma in realtà è uno solo, ricordato due volte.
Attualmente egli è ricordato nella diocesi l’8 gennaio. Il nome Massimo viene dal latino ‘Maximus’ ricavato dal superlativo di ‘magnus’ (grande) con il significato quindi di “il maggiore”.
Nome molto diffuso, i Santi e le Sante che portarono questo nome sono ben 40. Il più celebre è San Massimo vescovo di Torino nel V secolo (25 giugno). La diffusione laica è avvenuta per il prestigio di Quinto Fabio Massimo (detto “Il Temporeggiatore”) console nel II secolo a. C. durante la guerra contro Annibale.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Massimo di Pavia, pregate per noi.


*San Nathalan - Vescovo dell'Aberdeen-Shire (8 gennaio)
Martirologio Romano: Nella regione di Aberdeen in Scozia, San Nathalan, vescovo, insigne per la carità verso i poveri.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Nathalan, pregate per noi.


*San Paziente di Metz - Vescovo (8 gennaio)
Martirologio Romano:
A Metz sempre in Francia, San Paziente, Vescovo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Paziente di Metz, pregate per noi.


*San Pier Tommaso - Carmelitano (8 gennaio)

Nacque nel Périgod meridionale (Francia) nel 1305 circa. A vent'anni entrò nell'Ordine del Carmelo. Esercitò l'ufficio di Procuratore Generale dell'Ordine presso la Curia papale ad Avignone e quello di predicatore apostolico, fu nominato nel 1354 vescovo di Patti e Lipari.
Svolse le funzioni di legato pontificio presso re e imperatori del tempo per consolidare la pace e promuovere l'unione con le Chiese Orientali.
Fu trasferito ad altre sedi: Corone (Peloponneso) anche con l'incarico di legato pontificio in Oriente (1363) ed infine Costantinopoli (1364) come patriarca latino.
I suoi sforzi per l'unità della Chiesa fanno di questo Santo nel secolo XIV un precursore dell'ecumenismo.
Morì in Famagosta (Cipro) nel 1366.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pier Tommaso, pregate per noi.


*San Severino - Patrono dei vignaioli, dei tessitori e dei carcerati, Abate (8 gennaio)
Nato intorno al 410 in Italia, Severino giunse nel 453 nel Norico (nell'attuale Austria). La sua intensa attività fu caritativa e politica insieme, e fu estesa anche alla Rezia orientale, con capoluoghi ad Asturis (Klosterneuburg o ZwenNato intorno al 410 in Italia, Severino giunse nel 453 nel Norico (nell'attuale Austria).
La sua intensa attività fu caritativa e politica insieme, e fu estesa anche alla Rezia orientale, con capoluoghi ad Asturis (Klosterneuburg o Zwentendorf), Comagenis (Tulln), Favianis (di incerta identificazione, è forse da additare nell'odierna Mautern an der Donau, mentre un cenno a Wien-Heiligenstadt resta privo di basi e documentarie e archeologiche), Cucullis (Kuchl) e Iuvao (Salisburgo), Quintanis (Plattling, presso Osterhofen, in Baviera), Batavis e Boiotro (Passavia e Passau-Innstadt), Lauriacum (Lorch) e nuovamente a Comagenis e Favianis.
Con notevole abilità di organizzazione ed amministrazione, il monaco supplì all'assoluta assenza di controllo da parte di Roma, occupandosi della cura sia religiosa che materiale (dall'approvvigionamento alimentare al vestiario, fino alla liberazione di ostaggi in mano ai germani) della popolazione romana ivi residente e della difesa militare (comunque subordinata alla più fine diplomazia) contro i barbari Rugi che premevano ai confini orientali minacciando stragi e saccheggi.
Con questo fiero popolo tentò più volte d'instaurare duraturi rapporti di pacifica convivenza, ma invano.
Severino, che secondo le leggende agiografiche sarebbe stato capace di preveggenza, convertì i norici alla fede cristiana, fondò diverse chiese e cenobi - probabilmente aventi per regola un florilegio di testi patristici - e, seppur privo di alcun riconoscimento ufficiale, esercitò di fatto il potere nella grande regione oggi divisa tra la Germania meridionale (sud della Baviera) e l'Austria, giungendo ad imporre decime per il sostentamento dei poveri. Severino visse in povertà, vestendo una tunica sia d'estate che d'inverno e dormendo per terra, coi fianchi cinti dal cilicio. In quaresima assumeva cibo solo una volta alla settimana.
Severino, presto appellato apostolo del Norico, morì l'8 gennaio del 482 nel monastero di Favianis. Per merito dei numerosi monaci della congregazione da lui fondata, che intendevano preservarle da eventuali razzie barbariche, o - secondo altri - per ordine di Odoacre che impose l'esodo dei romani del Norico verso luoghi più sicuri entro i confini del suo regno, le sue spoglie vennero trasferite in Italia, dapprima a Montefeltro nel lt 488, quindi, sotto il pontificato di papa Gelasio I (492-496), al napoletano Castellum ovvero Castrum Lucullanum, così chiamato dalla villa che Lucullo fece costruire sull'isolotto di Megaris, lo scoglio dove oggi sorge il celeberrimo Castel dell'Ovo, imponente fortezza normanno-sveva e residenza reale angioina.
Qui Eugippio, discepolo e agiografo di San Severino (è l'autore dell'importante Vita sancti Severini, scritta intorno al 511), fondò insieme ai compagni un monastero di cui, successivamente, divenne abate. Solo nel 902 i resti di Severino furono, dimesso e spianato il Lucullano, traslati nella monumentale basilica partenopea dei Santi Severino e Sossio, grandiosa costruzione annessa all'omonima abbazia fondata dai benedettini nel IX secolo. Il trasferimento della salma dell'apostolo è descritto nella Translatio sancti Severini di Giovanni Diacono, presente all'evento. Le spoglie del diacono Sossio (o Sosio), contitolare del tempio, furono collocate nell'insigne edificio nel 904, provenienti da Miseno.
Nel 1807, a seguito della soppressione dei monasteri attuata l'anno precedente, le spoglie di san Severino sono state trasferite, insieme con quelle di San Sossio, nella chiesa madre di Frattamaggiore in provincia di Napoli. Reliquie insigni del santo si venerano anche nella chiesa a lui dedicata a San Severo.
La Vita sancti Severini
La Vita sancti Severini scritta dall'abate Eugippio consta di quarantasei capitoli che ripercorrono le tappe della evangelizzazione dei popoli del Norico, narrando la vicenda spirituale del santo fino alla sua morte e descrivendo la traslazione del suo corpo in Italia al seguito di Odoacre.
Da essa si apprende che Severino nacque intorno al 410 e che in giovinezza fu monaco in Oriente, dove fu attratto dalla vita contemplativa. Qualcuno ritenne il santo di origine africana, ma la bontà del suo linguaggio latino lo fece ritenere figlio di nobile romano e presbitero. Nonostante la scarsità dei documenti circa l'origine e la giovinezza di Severino, si riconobbe ad un uomo con quella esperienza una formazione dottrinale ed ascetica realizzata al contatto con il pensiero dei Padri orientali e con il monachesimo basiliano.
Nella sua vita di eremita in Oriente, egli maturò la vocazione che lo portò nel Norico a svolgere opera di apostolato tra le genti di quella regione dell'impero. Nel 454, ormai uomo maturo e "come novello Mosè", egli raggiunse quelle terre che avevano subito le devastazioni di Attila e che vedevano il cristianesimo affermarsi con difficoltà tra il miscuglio delle religioni pagane ed eretiche vissute dalle genti della frontiera danubiana. Nella 'Romania' danubiana Severino trovò una vita religiosa basata su una rete di monasteri e chiese che aspettavano una guida unificante, che li sostenesse contro gli assalti delle orde e contro l'influenza dei culti pagani.
Severino si presentò dotato di grande fascino e con un potere profetico e carismatico che appariva miracoloso. Egli fu riconosciuto come uomo di Dio dalle genti barbare; avviò la sua predicazione impregnandola del pensiero di San Paolo e del desiderio del Regno di Dio; e basò la sua opera sulla carità verso i fedeli e verso gli stessi barbari. La sua prima tappa fu Asturis (Klosterneuburg), la più orientale città del Norico. Di lì il suo impegno si diffuse a raggiera per tutto il Norico occidentale, e giunse fino alla Rezia.
Con la sua predicazione egli ammansì la ferocia degli invasori; a lui accorrevano le folle per ascoltarlo, per ricevere il suo soccorso, per essere riscattate dalla schiavitù. Severino realizzò iniziative per la cura delle malattie a favore dei cristiani e dei barbari. La sua opera era ricercata in ogni circostanza avversa e si esprimeva con grande efficacia soprannaturale in ogni occasione, persino per scacciare bestie feroci dalle campagne, per arginare fiumi ed impedire tempeste. Il suo consiglio politico era ricercato da notabili di ogni schieramento; nobili e principi si recavano da lui per essere illuminati e benedetti; a lui si riconosceva autorità spirituale e territoriale suprema. Gli fu anche offerto di divenire vescovo, cosa che per umiltà rifiutò.
A Favianes (Mautern) Severino fondò un monastero che utilizzò come sede principale, e a cinque miglia di distanza egli si costruì una celletta solitaria con la speranza di vivere in ritiro e contemplazione. Ma gli eventi erano tanti e tali da farlo continuamente agire nell'opera sociale e di soccorso alle popolazioni. La cittadina fu una volta da lui liberata dalle locuste che distruggevano le biade. Da Favianes la sua opera, centrata tra Vindobona (Vienna) e Passavia, si estese per tutto il Norico e raggiunse la Drava. Vero “defensor civitatis” egli fondò il suo monastero principale proprio di fronte alla residenza del sovrano dei Rugi Flacciteo, che stava sulla sponda opposta del Danubio. Dopo un viaggio a Milano, egli sul Danubio intraprese la cura delle anime accompagnandola costantemente con l'opera caritativa. Si interessò del clero e dei monaci; istituì la raccolta delle decime per sostenere la sua attività, e propose il riscatto dei prigionieri mediante lo scambio tra le parti in lotta.
Per realizzare la sua opera religiosa tesa al Regno di Dio, egli pensò di fondare molti nuclei monastici, e cercò di dirigere la vita dei monaci con regole ben stabilite, basate sul consiglio, sulla disciplina e sulla provvisorietà della dimora terrena. Perciò egli predilesse l'intervento colloquiale rispetto a quello formale e scritto proprio di altre Regole, come quella benedettina che si rivolgeva a monaci più cenobitici che itineranti. Continuamente egli proponeva ai suoi monaci il distacco dalle cose del mondo come bene irrinunciabile per la vita monastica.
Molti esempi sono stati tramandati di come Severino attenuava i bisogni dei suoi confratelli. Egli operò guarigioni numerose e il suo aiuto per i poveri era occupazione costante; molte contrade furono nutrite ed aiutate dalla sua attenta sollecitudine. I suoi monaci gli furono sempre accanto in ogni circostanza. Egli aveva la consapevolezza di essere un “ausiliatore” mandato da Dio proprio per aiutare la gente della frontiera che viveva i pericoli delle invasioni barbariche. La testimonianza di Eugippio sullo sfacelo della dominazione romana in quei territori è impressionante. In quel contesto l'azione di Severino assunse caratteri politici rilevanti. La forza della sua personalità e la stima di cui godeva gli consentivano di intervenire direttamente nei disordini politici e nei contrasti bellici. Si narra che entrò a porte chiuse nel castello di Comaggiore ed impose tre giorni di penitenza ai cristiani ivi tenuti prigionieri; al termine di quella penitenza un violento terremoto spaventò i carcerieri che fuggirono lasciando liberi i cristiani. Il vicino re Flacciteo non potè sottrarsi alla sua influenza, e lo chiamò come consigliere nelle controversie con i Goti. Il figlio di questo re, il giovane Fewa, continuò a riconoscere in Severino una grande guida morale per le sue decisioni.
Severino divenne con la sua parola e con la sua presenza il personaggio più rappresentativo della romanità di quella frontiera,ed impose il rispetto per i romani e il valore del Cristianesimo. Nello stile paolino egli non attribuiva ai suoi meriti l'efficacia della sua opera; e di fronte a questo atteggiamento molte popolazioni abbandonavano gli antichi riti pagani e sceglievano di vivere una vita più ragionevole e santa. Il suo carattere ascetico si manifestava in ogni sua mortificazione ed in ogni sua preghiera; egli era realmente animato dal grande distacco per le cose del mondo; camminava a piedi scalzi anche in pieno inverno con la neve, ed esercitava virtù eroiche che suscitavano l'ammirazione delle genti. In questo modo riusciva a fermare anche orde selvagge. Le sue penitenze richiamavano l'austerità degli eremiti orientali; ogni giorno mangiava solo al tramonto, e durante la quaresima solo una volta alla settimana. La sua ascesi e la sua opera divennero famose, e i grandi personaggi dell'epoca avevano per lui una grande deferenza. A lui era legato con grande stima anche Gibuldo, re degli Alemanni.
Con Odoacre, re degli Eruli, egli ebbe un legame particolare. Questo re barbaro nel 470-471, quando il santo viveva tra il lago Balaton Salzach e Inn, si recò da lui per consiglio. Odoacre chiese la benedizione per se e per il suo seguito: il santo lo fissò a lungo e poi gli disse di andare come un figlio al quale, predicendogli la sua vittoria, consigliò di fare molto bene a favore del popolo. Odoacre divenne poi primo re d'Italia, e in quella occasione, prima di scendere in Italia, volle conoscere e salutare Severino. Due anni prima di morire, avvisato dal Cielo, Severino diede l'annuncio della sua morte ai discepoli, e affrontò con serenità gli ultimi giorni. Profeticamente annunciò anche che, dopo la sua morte, i suoi discepoli avrebbero lasciato la Pannonia e perciò li pregò di portare con loro il suo corpo in Italia. Nel momento della morte egli chiamò i monaci intorno a se; li incoraggiò e diede loro il bacio della pace; poi partecipò all'Eucaristia, e ordinò di intonare il canto di un salmo. Il pianto generale impedì il canto e fu lo stesso Severino ad intonare il Laudate Dominum in Sanctis eius; e quando fu alle parole Omnis Spiritus laudet Dominum il suo respiro si interruppe. Era l'8 gennaio 482.
Sei anni dopo la morte di Severino, nel 488, Odoacre ordinò l'evacuazione dei romani dalla Pannonia, e li fece trasferire in Italia. I discepoli del santo, guidati dall'abate Lucillo suo successore e memori della sua richiesta di trasportare la sua reliquia in Italia, prepararono un'arca ed aprirono il suo sepolcro nel convento “juxta Fabiana”. Essi prelevarono il corpo ancora intatto e, tra il canto di salmi, lo posero nell'arca e si avviarono in Italia. Si ebbe così la prima traslazione del corpo del santo, da Faviana al Montefeltro; altri dicono Feltro, Monte Faletro o Feretro. Si narra che lungo la strada lo spirito di San Severino era di guida e di difesa per il seguito di monaci e di genti; e numerosi furono i miracoli che operò ad ogni tappa e lungo la via. Il corpo sostò a Montefeltro fino al 492; poi il papa san Gelasio propose di traslarlo a Napoli, ove fu deposto nel Castro Lucullano. Si ebbe così la seconda traslazione di San Severino, che fu curata dall'abate Marciano, successore di Lucillo, e con il beneplacito di San Vittore, vescovo di Napoli. Fino ad un ventennio prima il Lucullano era stata la prigione dell'ultimo imperatore, Romolo Augustolo, deposto da Odoacre. Poi si preferì dare una destinazione più significativa a quell’edificio che si trasformò così nella sede di una comunità monastica e in un complesso di edifici sacri intorno alla tomba di san Severino. Il sepolcro fu predisposto da Barbaria, nobildonna aristocratica, che forse era la madre stessa del deposto ultimo imperatore.
La devozione a San Severino
Nel 599 Gregorio Magno indirizzò una lettera al vescovo di Napoli, San Fortunato, al quale chiedeva di donare alcune reliquie di lt Santa Giuliana e San Severino («sanctuaria beatorum Severini confessoris et Julianae martyris») alla nobildonna Januaria, che intendeva erigere un oratorio dedicato ai due santi. In un'altra lettera al suddiacono Pietro, lo stesso pontefice espresse la volontà di consacrare a San Severino una chiesa in Roma e di ricevervi alcune sue reliquie.
Nel X secolo si ebbe la terza traslazione del corpo del santo, dal Lucullano al monastero napoletano che gli venne dedicato. Il monastero urbano, dei monaci benedettini, era stato voluto da Atanasio II, vescovo di Napoli. La cronaca della traslazione si legge negli Acta translationis sancti Severini abbatis di Giovanni Diacono. I saraceni avevano imperversato per le coste meridionali e i napoletani furono costretti a distruggere il Castro Lucullano. L'abate del monastero benedettino chiese dunque il corpo del santo al vescovo di Napoli, Stefano III, e al duca di Napoli, Gregorio IV. La concessione di entrambi consentì la traslazione, che si realizzò il 10 settembre 902 in forma solenne, alla presenza del vescovo, dei chierici, del duca, della nobiltà e di tanto popolo. La cripta del cenobio benedettino accolse così le spoglie di san Severino e i monaci le tennero in grandissima venerazione. La memoria del santo, già celebrata nei martirologi antichi (tra cui quello di Beda il Venerabile), si estese in Europa ovunque avesse modo di esprimersi la testimonianza del monachesimo benedettino. Qualche anno dopo il monastero accolse anche i resti mortali di San Sossio Levita e Martire, che divenne contitolare del cenobio.
La presenza del monastero di San Severino nelle vicende del Regno di Napoli, nelle sue manifestazioni bizantine, normanne, angioine, aragonesi, spagnole, austriache e lt borboniche, è
testimoniata a vari livelli con privilegi e influenze culturali. Il monastero fu centro importantissimo di religiosità, arte e dignità civile. L'abate e i suoi monaci erano tenuti in gran conto dalle case regnanti e presenziavano nei consigli della nobiltà e nella gestione di vasti territori; in ogni luogo essi diffondevano la fama, la devozione e la toponomastica di san Severino e san Sossio. Lo stemma del monastero univa gli attributi iconografici dei due titolari: il bacolo pastorale dell'abate e la palma del martire.
A lungo la devozione popolare napoletana ha attribuito alla preghiera fatta sulla tomba dei due santi la possibilità di liberare le anime del Purgatorio.
Fino al 1807 le spoglie di san Severino riposarono nella basilica napoletana. In quell'anno, in seguito alla soppressione napoleonica dei monasteri, l'arcivescovo Michele Arcangelo Lupoli, nativo di Frattamaggiore, intese sottrarre le reliquie ai pericoli della spoliazione dei monasteri napoletanio soppressi, traslando i corpi di san Severino e di san Sossio nella stessa Frattamaggiore, cittadina campana che venera il santo martire quale principale patrono.
Le vicende della ricognizione dei corpi e della loro traslazione sono raccontate negli Acta inventionis Sanctorum corporum Sosii Diaconi ac Martyris Misenati et Severini Noricorum Apostoli editi dallo stesso prelato. Attualmente il corpo del patrono dell'Austria si venera, con quello di san Sossio, in una cappella della chiesa madre di Frattamaggiore, di recente elevata a basilica pontificia.
tendorf), Comagenis (Tulln), Favianis (di incerta identificazione, è forse da additare nell'odierna Mautern an der Donau, mentre un cenno a Wien-Heiligenstadt resta privo di basi e documentarie e archeologiche), Cucullis (Kuchl) e Iuvao (Salisburgo), Quintanis (Plattling, presso Osterhofen, in Baviera), Batavis e Boiotro (Passavia e Passau-Innstadt), Lauriacum (Lorch) e nuovamente a Comagenis e Favianis.
Con notevole abilità di organizzazione ed amministrazione, il monaco supplì all'assoluta assenza di controllo da parte di Roma, occupandosi della cura sia religiosa che materiale (dall'approvvigionamento alimentare al vestiario, fino alla liberazione di ostaggi in mano ai germani) della popolazione romana ivi residente e della difesa militare (comunque subordinata alla più fine diplomazia) contro i barbari Rugi che premevano ai confini orientali minacciando stragi e saccheggi. Con questo fiero popolo tentò più volte d'instaurare duraturi rapporti di pacifica convivenza, ma invano Severino, che secondo le leggende agiografiche sarebbe stato capace di preveggenza, convertì i norici alla fede cristiana, fondò diverse chiese e cenobi - probabilmente aventi per regola un florilegio di testi patristici - e, seppur privo di alcun riconoscimento ufficiale, esercitò di fatto il potere nella grande regione oggi divisa tra la Germania meridionale (sud della Baviera) e l'Austria, giungendo ad imporre decime per il sostentamento dei poveri. Severino visse in povertà, vestendo una tunica sia d'estate che d'inverno e dormendo per terra, coi fianchi cinti dal cilicio. In quaresima assumeva cibo solo una volta alla settimana.
La vita “Sancti Severini” scritta dall'abate Eugippio
La Vita sancti Severini scritta dall'abate Eugippio consta di quarantasei capitoli che ripercorrono le tappe della evangelizzazione dei popoli del Norico, narrando la vicenda spirituale del Santo fino alla sua morte e descrivendo la traslazione del suo corpo in Italia al seguito di Odoacre.
Da essa si apprende che Severino nacque intorno al 410 e che in giovinezza fu monaco in Oriente, dove fu attratto dalla vita contemplativa. Qualcuno ritenne il Santo di origine africana, ma la bontà del suo linguaggio latino lo fece ritenere figlio di nobile romano e presbitero. Nonostante la scarsità dei documenti circa l'origine e la giovinezza di Severino, si riconobbe ad un uomo con quella esperienza una formazione dottrinale ed ascetica realizzata al contatto con il pensiero dei Padri orientali e con il monachesimo basiliano.
Nella sua vita di eremita in Oriente, egli maturò la vocazione che lo portò nel Norico a svolgere opera di apostolato tra le genti di quella regione dell'impero. Nel 454, ormai uomo maturo e "come novello Mosè", egli raggiunse quelle terre che avevano subito le devastazioni di Attila e che vedevano il cristianesimo affermarsi con difficoltà tra il miscuglio delle religioni pagane ed eretiche vissute dalle genti della frontiera danubiana. Nella 'Romania' danubiana Severino trovò una vita religiosa basata su una rete di monasteri e chiese che aspettavano una guida unificante, che li sostenesse contro gli assalti delle orde e contro l'influenza dei culti pagani.
Severino si presentò dotato di grande fascino e con un potere profetico e carismatico che appariva miracoloso. Egli fu riconosciuto come uomo di Dio dalle genti barbare; avviò la sua predicazione impregnandola del pensiero di San Paolo e del desiderio del Regno di Dio; e basò la sua opera sulla carità verso i fedeli e verso gli stessi barbari. La sua prima tappa fu Asturis (Klosterneuburg), la più orientale città del Norico. Di lì il suo impegno si diffuse a raggiera per tutto il Norico occidentale, e giunse fino alla Rezia.
Con la sua predicazione egli ammansì la ferocia degli invasori; a lui accorrevano le folle per ascoltarlo, per ricevere il suo soccorso, per essere riscattate dalla schiavitù. Severino realizzò iniziative per la cura delle malattie a favore dei cristiani e dei barbari. La sua opera era ricercata in ogni circostanza avversa e si esprimeva con grande efficacia soprannaturale in ogni occasione, persino per scacciare bestie feroci dalle campagne, per arginare fiumi ed impedire tempeste. Il suo consiglio politico era ricercato da notabili di ogni schieramento; nobili e principi si recavano da lui per essere illuminati e benedetti; a lui si riconosceva autorità spirituale e territoriale suprema. Gli fu anche offerto di divenire vescovo, cosa che per umiltà rifiutò.
A Favianes (Mautern) Severino fondò un monastero che utilizzò come sede principale, e a cinque miglia di distanza egli si costruì una celletta solitaria con la speranza di vivere in ritiro e contemplazione. Ma gli eventi erano tanti e tali da farlo continuamente agire nell'opera sociale e di soccorso alle popolazioni. La cittadina fu una volta da lui liberata dalle locuste che distruggevano le biade. Da Favianes la sua opera, centrata tra Vindobona (Vienna) e Passavia, si estese per tutto il Norico e raggiunse la Drava. Vero “defensor civitatis” egli fondò il suo monastero principale proprio di fronte alla residenza del sovrano dei Rugi Flacciteo, che stava sulla sponda opposta del Danubio. Dopo un viaggio a Milano, egli sul Danubio intraprese la cura delle anime accompagnandola costantemente con l'opera caritativa. Si interessò del clero e dei monaci; istituì la raccolta delle decime per sostenere la sua attività, e propose il riscatto dei prigionieri mediante lo scambio tra le parti in lotta.
Per realizzare la sua opera religiosa tesa al Regno di Dio, egli pensò di fondare molti nuclei monastici, e cercò di dirigere la vita dei monaci con regole ben stabilite, basate sul consiglio, sulla disciplina e sulla provvisorietà della dimora terrena. Perciò egli predilesse l'intervento colloquiale rispetto a quello formale e scritto proprio di altre Regole, come quella benedettina che si rivolgeva a monaci più cenobitici che itineranti. Continuamente egli proponeva ai suoi monaci il distacco dalle cose del mondo come bene irrinunciabile per la vita monastica.
Molti esempi sono stati tramandati di come Severino attenuava i bisogni dei suoi confratelli. Egli operò guarigioni numerose e il suo aiuto per i poveri era occupazione costante; molte contrade furono nutrite ed aiutate dalla sua attenta sollecitudine. I suoi monaci gli furono sempre accanto in ogni circostanza. Egli aveva la consapevolezza di essere un “ausiliatore” mandato da Dio proprio per aiutare la gente della frontiera che viveva i pericoli delle invasioni barbariche. La testimonianza di Eugippio sullo sfacelo della dominazione romana in quei territori è impressionante. In quel contesto l'azione di Severino assunse caratteri politici rilevanti. La forza della sua personalità e la stima di cui godeva gli consentivano di intervenire direttamente nei disordini politici e nei contrasti bellici. Si narra che entrò a porte chiuse nel castello di Comaggiore ed impose tre giorni di penitenza ai cristiani ivi tenuti prigionieri; al termine di quella penitenza un violento terremoto spaventò i carcerieri che fuggirono lasciando liberi i cristiani. Il vicino re Flacciteo non potè sottrarsi alla sua influenza, e lo chiamò come consigliere nelle controversie con i Goti. Il figlio di questo re, il giovane Fewa, continuò a riconoscere in Severino una grande guida morale per le sue decisioni.
Severino divenne con la sua parola e con la sua presenza il personaggio più rappresentativo della romanità di quella frontiera,ed impose il rispetto per i romani e il valore del Cristianesimo. Nello stile paolino egli non attribuiva ai suoi meriti l'efficacia della sua opera; e di fronte a questo atteggiamento molte popolazioni abbandonavano gli antichi riti pagani e sceglievano di vivere una vita più ragionevole e santa. Il suo carattere ascetico si manifestava in ogni sua mortificazione ed in ogni sua preghiera; egli era realmente animato dal grande distacco per le cose del mondo; camminava a piedi scalzi anche in pieno inverno con la neve, ed esercitava virtù eroiche che suscitavano l'ammirazione delle genti. In questo modo riusciva a fermare anche orde selvagge. Le sue penitenze richiamavano l'austerità degli eremiti orientali; ogni giorno mangiava solo al tramonto, e durante la quaresima solo una volta alla settimana. La sua ascesi e la sua opera divennero famose, e i grandi personaggi dell'epoca avevano per lui una grande deferenza. A lui era legato con grande stima anche Gibuldo, re degli Alemanni.
Con Odoacre, re degli Eruli, egli ebbe un legame particolare. Questo re barbaro nel 470-471, quando il santo viveva tra il lago Balaton Salzach e Inn, si recò da lui per consiglio. Odoacre chiese la benedizione per se e per il suo seguito: il santo lo fissò a lungo e poi gli disse di andare come un figlio al quale, predicendogli la sua vittoria, consigliò di fare molto bene a favore del popolo. Odoacre divenne poi primo re d'Italia, e in quella occasione, prima di scendere in Italia, volle conoscere e salutare Severino. Due anni prima di morire, avvisato dal Cielo, Severino diede l'annuncio della sua morte ai discepoli, e affrontò con serenità gli ultimi giorni. Profeticamente annunciò anche che, dopo la sua morte, i suoi discepoli avrebbero lasciato la Pannonia e perciò li pregò di portare con loro il suo corpo in Italia. Nel momento della morte egli chiamò i monaci intorno a se; li incoraggiò e diede loro il bacio della pace; poi partecipò all'Eucaristia, e ordinò di intonare il canto di un salmo. Il pianto generale impedì il canto e fu lo stesso Severino ad intonare il Laudate Dominum in Sanctis eius; e quando fu alle parole Omnis Spiritus laudet Dominum il suo respiro si interruppe. Era l'8 gennaio 482.
Sei anni dopo la morte di Severino, nel 488, Odoacre ordinò l'evacuazione dei romani dalla Pannonia, e li fece trasferire in Italia. I discepoli del santo, guidati dall'abate Lucillo suo successore e memori della sua richiesta di trasportare la sua reliquia in Italia, prepararono un'arca ed aprirono il suo sepolcro nel convento “juxta Fabiana”. Essi prelevarono il corpo ancora intatto e, tra il canto di salmi, lo posero nell'arca e si avviarono in Italia.
Si ebbe così la prima traslazione del corpo del santo, da Faviana al Montefeltro; altri dicono Feltro, Monte Faletro o Feretro. Si narra che lungo la strada lo spirito di San Severino era di guida e di difesa per il seguito di monaci e di genti; e numerosi furono i miracoli che operò ad ogni tappa e lungo la via. Il corpo sostò a Montefeltro fino al 492; poi il Papa San Gelasio propose di traslarlo a Napoli, ove fu deposto nel Castro Lucullano. Si ebbe così la seconda traslazione di San Severino, che fu curata dall'abate Marciano, successore di Lucillo, e con il beneplacito di San Vittore, vescovo di Napoli.
Fino ad un ventennio prima il Lucullano era stata la prigione dell'ultimo imperatore, Romolo Augustolo, deposto da Odoacre. Poi si preferì dare una destinazione più significativa a quell’edificio che si trasformò così nella sede di una comunità monastica e in un complesso di edifici sacri intorno alla tomba di san Severino. Il sepolcro fu predisposto da Barbaria, nobildonna aristocratica, che forse era la madre stessa del deposto ultimo imperatore.
La devozione a San Severino
Nel 599 Gregorio Magno indirizzò una lettera al vescovo di Napoli, san Fortunato, al quale chiedeva di donare alcune reliquie di santa Giuliana e san Severino («sanctuaria beatorum Severini confessoris et Julianae martyris») alla nobildonna Januaria, che intendeva erigere un oratorio dedicato ai due santi. In un'altra lettera al suddiacono Pietro, lo stesso pontefice espresse la volontà di consacrare a san Severino una chiesa in Roma e di ricevervi alcune sue reliquie.
Nel X secolo si ebbe la terza traslazione del corpo del santo, dal Lucullano al monastero napoletano che gli venne dedicato. Il monastero urbano, dei monaci benedettini, era stato voluto da Atanasio II, vescovo di Napoli. La cronaca della traslazione si legge negli Acta translationis sancti Severini abbatis di Giovanni Diacono.
I saraceni avevano imperversato per le coste meridionali e i napoletani furono costretti a distruggere il Castro Lucullano. L'abate del monastero benedettino chiese dunque il corpo del santo al vescovo di Napoli, Stefano III, e al duca di Napoli, Gregorio IV. La concessione di entrambi consentì la traslazione, che si realizzò il 10 settembre 902 in forma solenne, alla presenza del vescovo, dei chierici, del duca, della nobiltà e di tanto popolo. La cripta del cenobio benedettino accolse così le spoglie di san Severino e i monaci le tennero in grandissima venerazione. La memoria del santo, già celebrata nei martirologi antichi (tra cui quello di Beda il Venerabile), si estese in Europa ovunque avesse modo di esprimersi la testimonianza del monachesimo benedettino. Qualche anno dopo il monastero accolse anche i resti mortali di San Sossio Levita e Martire, che divenne contitolare del cenobio.
La presenza del monastero di San Severino nelle vicende del Regno di Napoli, nelle sue manifestazioni bizantine, normanne, angioine, aragonesi, spagnole, austriache e borboniche, è testimoniata a vari livelli con privilegi e influenze culturali. Il monastero fu centro importantissimo di religiosità, arte e dignità civile. L'abate e i suoi monaci erano tenuti in gran conto dalle case regnanti e presenziavano nei consigli della nobiltà e nella gestione di vasti territori; in ogni luogo essi diffondevano la fama, la devozione e la toponomastica di san Severino e san Sossio. Lo stemma del monastero univa gli attributi iconografici dei due titolari: il bacolo pastorale dell'abate e la palma del martire.
A lungo la devozione popolare napoletana ha attribuito alla preghiera fatta sulla tomba dei due santi la possibilità di liberare le anime del Purgatorio.
Fino al 1807 le spoglie di San Severino riposarono nella basilica napoletana. In quell'anno, in seguito alla soppressione napoleonica dei monasteri, l'arcivescovo Michele Arcangelo Lupoli, nativo di Frattamaggiore, intese sottrarre le reliquie ai pericoli della spoliazione dei monasteri napoletanio soppressi, traslando i corpi di San Severino e di San Sossio nella stessa Frattamaggiore, cittadina campana che venera il santo martire quale principale patrono.
Le vicende della ricognizione dei corpi e della loro traslazione sono raccontate negli Acta inventionis Sanctorum corporum Sosii Diaconi ac Martyris Misenati et Severini Noricorum Apostoli editi dallo stesso prelato.
Attualmente il corpo del patrono dell'Austria si venera, con quello di san Sossio, in una cappella della chiesa madre di Frattamaggiore, di recente elevata a basilica pontificia.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Severino Abate, pregate per noi.


*Santi Teofilo ed Elladio - Martiri (8 gennaio)
Martirologio Romano:
In Libia, Santi Martiri Teofilo, Diacono, e Elladio.
Si tramanda che, dopo essere stati dilaniati e punti con cocci affilatissimi, furono infine gettati nel fuoco.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Teofilo ed Elladio, pregate per noi.


*Beato Tito Zeman - Sacerdote Salesiano, Martire (8 gennaio)
Vajnory, Slovacchia, 4 gennaio 1915 - Bratislava, Slovacchia, 8 gennaio 1969                 Don Titus Zeman, salesiano slovacco, nacque da una famiglia cristiana il 4 gennaio 1915 a Vajnory, presso Bratislava. A Torino, il 23 giugno 1940, raggiunse la meta tanto desiderata del sacerdozio. Quando il regime comunista cecoslovacco, nell'aprile del 1950, vietò gli ordini religiosi e iniziò a deportare consacrati e consacrate nei campi di concentramento, divenne necessario organizzare dei viaggi clandestini verso Torino per consentire ai giovani salesiani di completare gli studi. Don Zeman s'incaricò di realizzare questa rischiosa attività. Il servo di Dio organizzò due spedizioni per oltre 60 giovani salesiani. Alla terza spedizione don Zeman, insieme con i fuggitivi, venne arrestato. Subì un duro processo, durante il quale venne descritto come traditore della patria e spia del Vaticano, e rischiò addirittura la morte. Il 22 febbraio 1952, in considerazione di alcune circostanze attenuanti, venne condannato a 25 anni di pena. Don Zeman uscì di prigione solo dopo 12 anni di reclusione, il 10 marzo 1964. Ormai irrimediabilmente segnato dalle sofferenze subite in carcere, morì cinque anni dopo, l'8 gennaio 1969, circondato da una gloriosa fama di martirio e di santità. Visse il suo calvario con grande spirito di sacrificio e di offerta: "Anche se perdessi la vita, non la considererei sprecata, sapendo che almeno uno di quelli che avevo aiutato è diventato sacerdote al posto mio". La beatificazione è avvenuta il 30 settembre 2017 a Bratislava (Slovacchia).
Chiamato a dare la vita per le vocazioni
«Da questo abbiamo conosciuto l'amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,16). Fu nell'ascolto di questa Parola di Dio durante la celebrazione dell'Eucaristia che don Titus Zeman sentì nel cuore l'ispirazione e la forza di sacrificare la propria vita, vincendo la paura e dichiarandosi pronto a seguire fino in fondo la volontà del Signore, confidando nella sua misericordia e sperando nella vita eterna.
Nato a Vajnory, vicino a Bratislava (Slovacchia), il 4 gennaio 1915, primo dei dieci figli di una famiglia di contadini e sacrestani, all'età di dieci anni, dopo essere stato quasi sempre malato, guarì improvvisamente per intercessione di Maria Santissima e in quei giorni le promise di «essere suo figlio per sempre» e diventare sacerdote salesiano. Riuscì a realizzare questo progetto vocazionale, entrando in noviziato nel 1931, professando i voti temporanei nel 1932 e quelli perpetui nel 1938 e ricevendo l'ordinazione presbiterale nel 1940.
Quando il regime comunista s'instaurò nella Cecoslovacchia post-bellica e iniziò una sistematica persecuzione della Chiesa, don Titus difese il simbolo del crocifisso nei luoghi pubblici, pagando con il licenziamento dalla scuola in cui insegnava. Sfuggito provvidenzialmente alla "Notte dei barbari", il 13-14 aprile 1950, quando con metodica brutalità la polizia segreta del regime comunista cecoslovacco entrò in tutti i conventi e arrestò i religiosi che vi si trovavano, si chiese che cosa potesse fare per permettere ai chierici salesiani di raggiungere la meta del sacerdozio.
La Provvidenza volle che don Zeman in quei mesi si trovasse nella parrocchia diocesana di Senkv. Così evitò la cattura. Fu un'idea del giovane salesiano don Ernest Macàk quella di far passare illegalmente il confine cecoslovacco-austriaco ai giovani chierici, portandoli a Torino nella casa madre dei Salesiani, dove avrebbero potuto completare gli studi teologici, raggiungere il sacerdozio e riedificare spiritualmente, con la caduta del comunismo che si auspicava rapida, la propria patria.
Zeman s'incaricò di realizzare questa rischiosa attività: incominciò a preparare il passaggio clandestino attraverso il confine tra la Slovacchia e l'Austria e organizzò due spedizioni per oltre trenta giovani salesiani. Alla terza spedizione, cui presero parte anche alcuni presbiteri diocesani perseguitati dal regime, venne arrestato con la maggior parte dei componenti del gruppo. Durante i vari interrogatori lo picchiarono e gli spaccarono alcuni denti. Quando don Zeman sperimentò la violenza su se stesso e la vide nei confratelli, prese su di sé la responsabilità e s'incolpò di aver organizzato la loro fuga all'estero. Riguardo a questo periodo lo stesso don Tito dichiarò: "Quando mi hanno preso, per me è stata una Via Crucis. Dal punto di vista psichico e fisico l'ho vissuta durante il carcere preliminare. In pratica durò due anni. Vivevo in una paura continua che in qualsiasi momento si aprisse la porta della mia cella e mi portassero fuori, al luogo d'esecuzione. Vedi, per questo tutti i miei capelli sono diventati bianchi. Se ricordo le torture inimmaginabili sofferte durante gli interrogatori ti dico sinceramente che ancora oggi mi vengono i brividi. Nel picchiarmi e nel torturarmi usavano metodi disumani. Per esempio portavano un secchio pieno di liquame di fogna, in esso m'immergevano la testa e me la tenevano dentro finché non cominciavo a soffocare. Mi davano dei forti calci in tutto il corpo, mi picchiavano con qualsiasi oggetto. Dopo uno di questi colpi per vari giorni sono diventato sordo".
Da quel momento don Titus andò incontro ad una serie di sofferenze: una settimana di torture tra la cattura e l'arresto (9-16 aprile 1951) altri dieci mesi di detenzione preventiva, sempre pesantemente torturato, sino al processo del 20-22 febbraio 1952; ulteriori dodici anni di detenzione (1952-1964) quasi cinque anni in libertà condizionata, sempre controllato da spie, pedinato, perseguitato (1964-1969).
Uomo destinato all'eliminazione
Nel febbraio del 1952 il Procuratore generale chiese per lui - accusato di spionaggio, alto tradimento e attraversamento illegale dei confini - la pena di morte, commutata, nello stupore generale, in venticinque anni di carcere duro senza condizionale. Fu la prima persona accusata di simili reati a non venire giustiziata nella Cecoslovacchia del tempo. Don Zeman fu però bollato come "m.u.k.l.", cioè "uomo destinato all'eliminazione", e sperimentò la vita durissima nelle carceri e nei campi di lavoro forzato, al fianco di sacerdoti perseguitati, di avversari politici del regime e di molti criminali, messi in cella con i religiosi. Fu costretto alla triturazione manuale e senza protezione dell'uranio radioattivo; trascorse lunghi periodi in cella di isolamento, con una razione di cibo circa sei volte inferiore a quella degli altri detenuti; fu poco curato, in un quadro di crescente compromissione cardiaca, polmonare e neurologica.
Il 10 marzo 1964, scontata metà della pena, uscì dal carcere per un periodo di prova in libertà condizionata: poco prima, avevano dovuto trattarlo con ossigenoterapia e i suoi polmoni presentavano vistose macchie. Ritornò a casa ormai irriconoscibile e visse un periodo di intensa sofferenza anche spirituale per il divieto a esercitare pubblicamente il ministero sacerdotale.
Morì - amnistiato in extremis (con decorrenza dell'amnistia da diciotto giorni prima del decesso) - l'8 gennaio 1969 dopo triplice infarto miocardico connesso ad aritmie, e dopo essere stato trattato come una "cavia da esperimento", con l'applicazione su di lui di un metodo di cura rischioso, mai più usato a partire da quel momento. Lo accompagnò anche in morte la fama di martirio. Meno di un anno dopo, ancora in pieno comunismo, un processo di revisione negò la legittimità della sua condanna per spionaggio ed alto tradimento. Nel 1991, il processo di riabilitazione lo dichiarò definitivamente innocente.
La storia di don Titus parte da Vajnory (Slovacchia), suo paese natale, e a Vajnory ritorna dopo aver messo a frutto i talenti ricevuti, dopo aver spremuto nel calice dell'offerta tutti i chicchi maturi e pieni di una vita che fin dalla fanciullezza è determinata nella via del bene e del giusto attraverso l'affidamento a Maria, Vergine Addolorata. Dalle tappe faticose, ma promettenti e aperte al futuro degli anni della giovinezza, della scelta vocazionale salesiana e del primo ministero sacerdotale, alle tappe dolorose che dal 1951 fino alla morte (8 gennaio 1969) portano i nomi delle stazioni di una lunga e dolorosa Via Crucis: Bratislava, Leopoldov, Ilava, Mírov, Jáchymov, Valdice... Un lungo calvario di anni, mesi, settimane, giorni, ore e minuti segnati dall'arresto, dalle percosse e dalle torture, da un processo farsa, da un'ingiusta condanna, da scherno e umiliazioni, fino a riprodurre i tratti dell'Ecce homo. Per Titus non fu solo la terribile "Notte dei barbari", ma tutta la vita fu una "notte oscura" fino alla consegna suprema nel giorno del suo "Dies natalis", quando consegnò lo spirito con le braccia aperte in croce, testimoniando il dono di sé per la salvezza delle vocazioni e la fedeltà alla chiamata di Dio, percorrendo un autentico e fecondo pellegrinaggio della fede.
Una morte gloriosa
È l'11 gennaio del 1969. Fa freddo e tutto è coperto di neve. Don Andrej Dermek, ispettore dei Salesiani in Slovacchia, sta vicino alla tomba scavata nel cimitero di Vajnory, presso Bratislava dove si stanno svolgendo le esequie di don Titus e tiene un discorso che è un'autentica memoria della testimonianza di questo salesiano prete, a tal punto che le spie del regime presenti al funerale riporteranno nei verbali che è morto un martire: «Ci incontriamo nel cimitero... come i primi cristiani nelle catacombe. Forse così è per noi religiosi. La vita ci disperse, invece la morte ci riunisce.
Nonostante tutto non è la vittoria della morte sulla vita. La morte è un mistero, anche se la incontriamo regolarmente. Non è una tragedia, perché fa parte della legge naturale. Non è una eccezione, ma la regola. È qui. Semplice, chiara come un fulmine. Possiamo solo rifiutarla con disperazione, oppure accettarla con fede, nella speranza e nella pace. Anche se ci tocca immediatamente e con dolore, accettiamo umilmente il segreto della morte del nostro confratello, con fede, speranza e pace interiore. In questo posto incomincia oggi a riposare il combattente che lottò sino alla fine, il sacerdote che finì di celebrare la Messa della sua vita. Si tratta di partenza. È il ritorno al Padre celeste, ma anche ai suoi genitori terreni, i quali lo hanno preceduto. Nessuno di noi, e nemmeno lui stesso, poteva intuire che cosa gli preparava la vita. Solo una cosa era certa: in quel rosario di vita non ci sarebbero stati solo i misteri gaudiosi, ma anche quelli dolorosi. Sono stati almeno tanti, quanti quelli gaudiosi; ma tutti finiscono con la risurrezione! Si può dire che tutto ciò che trascorse tra la sua prima messa e il suo funerale fu una vita veramente salesiana, religiosa e sacerdotale; anche se di quei ventinove anni di sacerdozio, molti non poté viverli apertamente e liberamente, e altri li passò in prigione. Ma la sua vita fu sempre e dappertutto una vita sacerdotale».
La sua offerta ripetuta varie volte durante gli anni pericolosi: «Anche se perdessi la vita, non la considererei sprecata sapendo che almeno uno di quelli che avevo aiutato è diventato sacerdote al posto mio», viene oggi riconosciuta dalla Chiesa e indicata come seme di speranza per le generazioni del nostro tempo.
I segni della sua santità
La vita del beato Zeman è segnata anche da passaggi interiori, che contraddistinguono la sua crescita umana e cristiana. Si possono richiamare alcuni di questi momenti.
All'età di 10 anni ottiene la guarigione improvvisa per intercessione di Maria Santissima. In quella circostanza, il piccolo Titus, malato, chiede al padre di prenderlo in braccio e portarlo sulla soglia di casa perché possa accompagnare il ritorno dei pellegrini dal santuario nazionale di Šaštín. Ma Titus poi non attende il passaggio del pellegrinaggio e chiede di essere riportato in casa appena scorge, in lontananza, la Croce: questo sarà un atteggiamento tipico di tutta la sua vita, consistente in una fede forte cui basta intuire per credere, e intravedere per sperimentare la grazia già presente e operante. Inoltre Titus considera da questo momento un dovere sacrificare la vita che gli è stata restituita.
Poco tempo dopo, in occasione dell'ammissione alla casa salesiana, manifesta la fortezza con cui non cede alle pressioni dei famigliari e del direttore salesiano. Questa sua perseveranza anticipa la futura opera a sostegno delle vocazioni. Le parole dette a don Bokor («Fatemi quello che volete, ma tenetemi qui») anticipano l'irremovibile determinazione con cui testimonierà, in carcere, la bellezza della sua vita consacrata e sacerdotale, subendone spesso pesanti ritorsioni fisiche e psicologiche.
Il giorno della sua prima Messa a Vajnory (4 agosto 1940) alcune focacce preparate dalle donne del paese per far festa vengono trovate misteriosamente bruciate all'interno, e di un rosso sangue. Alcuni dei presenti piangono, perché lo interpretano come un presagio di martirio.
Nel 1946 difende il simbolo del Crocifisso che il direttore comunista del Ginnasio-liceo di Trnava ha fatto rimuovere. Viene licenziato e si diffonde in Slovacchia la sua fama di prete pronto al sacrificio pur di difendere la fede.
Momento determinante del suo cammino di fede e vocazionale è il 26 gennaio del 1951, quando grazie alla Parola di Dio, proclamata nella Messa di quel giorno, passa definitivamente dalla paura alla gioia e dal timore alla forza. Si tratta di un'autentica maturazione nel suo cammino di fede. Egli infatti trae forza e determinazione non da se stesso, ma dagli "aiuti grandi" del Signore alla Sua Chiesa: i sacramenti e la Parola di Dio. Scrive allora, dopo i dubbi dei giorni precedenti: «Oggi alla Santa Messa ho avuto due ispirazioni molto forti; se le avessi ricevute prima non ti avrei scritto la lettera precedente sulla mia paura. La prima [ispirazione] è venuta durante la prima lettura: et nos debemus pro fratribus animas ponere, ecco il nostro obbligo ad essere pronti a sacrificare la nostra vita per i fratelli, ed ecco perché non si deve avere paura. Nella stessa lettera è scritto: Nos scimus quoniam transivimus de morte in vitam - così passiamo dalla morte alla vita, perché amiamo i nostri fratelli. Caro amico, medita su questa lettera, leggila attentamente frase per frase e capirai che ho sbagliato quando ti ho inviato la lettera precedente, scritta in quel tono. Dunque quelle erano le mie prime impressioni, troppo legate al pensiero di questa vita e non indirizzate a quell'altra - migliore - che speriamo di ricevere dalla misericordia di Dio.
La seconda ispirazione si trova nel Vangelo: «Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra... Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!» (Mt 10,29-31). Caro amico, Ti confesso che sono stati due pensieri forti che mi hanno accompagnato durante l'intera Messa, e non posso fare a meno di scrivertelo.
Forse qualcuno lo chiamerà falso eroismo, forse pazzia, forse irragionevolezza. Ciascuno lo chiami come vuole, io lo chiamo dovere che mi è stato affidato dai miei superiori, dovere di cui sono responsabile verso Dio e verso i miei 'superiori veri'».
Preghiera per la Canonizzazione
O Dio onnipotente,
tu hai chiamato don Titus Zeman a seguire il carisma di san Giovanni Bosco.
Sotto la protezione di Maria Ausiliatrice
egli divenne sacerdote ed educatore della gioventù.
Visse secondo i tuoi comandamenti,
e tra la gente fu conosciuto e stimato
per il carattere affabile e la disponibilità per tutti.
Quando i nemici della Chiesa soppressero i diritti umani e la libertà della fede,
don Titus non si perse di coraggio e perseverò nella strada della verità.
Per la sua fedeltà alla vocazione salesiana
e per il suo servizio generoso alla Chiesa fu incarcerato e torturato.
Con audacia resistette ai torturatori e per questo fu umiliato e deriso.
Tutto soffrì per amore e con amore.
Ti supplichiamo, o Padre onnipotente, glorifica il tuo servo fedele,
affinché possiamo venerarlo sugli altari della Chiesa.
Te lo chiediamo per Gesù Cristo, tuo Figlio,
e per intercessione della Beata Vergine Maria Ausiliatrice dei cristiani.
Amen
(Autore: Pierluigi Cameroni e Lodovica Maria Zanet - Fonte: www.sdb.org)
Giaculatoria - Beato Tito Zeman, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (8 gennaio)
*
Santa Liana - Martire
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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