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1958 SMCV

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*1958 Santa Maria Capua Vetere (Caserta)
Suore Domenicane - Istituto "Antonio Aveta" - Via Albana, 34 - 81055 - Santa Maria Capua Vetere (CE) Telefono Comunità: 0823/841709 - Telefono Segreteria: 0823/842003
e-mail:istitutoaveta@alice.it - Pec:istitutoaveta@pec.it - Sito Web:www.istitutoaveta.it
19ª Fondazione:
Istituto "Antonio Aveta" S. M. Capua Vetere (6 settembre 1958).
La casa porta il nome di Antonio, i cui figli erano: il Canonico Giovanni Aveta, Anna ed Adelina. Questi, rimasti soli, si rivolsero alle suore di Pompei per l’assistenza.
Tutto nacque dall’incontro di Sr. M. Serafina Natella con Mons. Aveta nel Carcere di S. Maria C. Vetere, dove la suora si recava per accompagnare le bambine in visita ai propri genitori.
Di qui l’idea di donare la grande casa alle "Figlie del S. Rosario di Pompei" perché potessero meglio svolgere la loro opera assistenziale per i piccoli bisognosi del luogo.
Ora vi sono scuole dell’infanzia e primaria.

*Rileggendo nei ricordi della mente di una testimone…
Melina Terlizzi su Madre Carmela Caianello così testimonia: ben volentieri mi accingo a parlare delle Suore Domenicane del Santo  Rosario di Pompei in Santa Maria Capua Vetere, conosciute nel lontano 1958.
Ricordi di guerra e di disordine mi vengono alla mente poiché il luogo dove oggi sorge la bellissima casa delle Suore Domenicane, un tempo ci ospitava per proteggerci dai bombardamenti nei suoi ricoveri.
I donatori: il Canonico Don Giovanni Aveta e le sorelle Anna e Adelina, rimasti soli e bisognosi di assistenza in uno stabile immenso,  pensarono di chiedere aiuto alle suore.
La Madonna che ci  voleva dimostrare la sua protezione e il suo amore fece casualmente incontrare Suor Maria Serafina con Mons. Giovanni Aveta in un luogo di pena, il “Carcere di Santa Maria” dove la Suora accompagnava le bambine, ricoverate negli Orfanotrofi di Pompei, Sr. Maria Serafina Natella, a visitare i genitori detenuti.
Ma chi era Suor Maria Serafina? potremmo chiamarla la Suora delle carceri.
Le visitò tutte, dall’Italia settentrionale alla Sicilia, accompagnando le bambine dell’Istituto “Sacro Cuore” in visita ai loro genitori.
Non era la sua una visita fredda, di abitudine, ma andava per compiere una missione, in ossequio al comando  di Gesù “visitare i carcerati” per confortarli, renderli più miti, per avvicinarli a Dio
e alla famiglia e   per aiutarli a rientrare nella Società con spirito nuovo. Gli ostinati cedevano al suo richiamo come figliuoli dinanzi alla Madre.
Questo pellegrinaggio carcerario di Suor Maria   Serafina è durato 25 anni, e lo compiva due volte all’anno.
Anche dopo un serio intervento chirurgico Suor Maria Serafina, per tre mesi, affrontò la fatica del viaggio compensata dalla gioia di rivedere quei “buoni figliuoli” che ansiosi ne attendevano l’arrivo.
Volò al cielo il 28 settembre 1964 al suono delle campane per la funzione serale, spirava dopo la benedizione al canto del Magnificat, quando, come assicurò il Padre Leone Radente (Redentorista) a Bartolo Longo, scendono schiere d’ angioli dal trono della Madonna a confortare i vivi e a confortare i moribondi.
Fu una morte dolce, un volo placido di colomba. “Dio mi vuole”, disse fioca, e reclinò il capo.  Un’incidenza preziosa c’è nella sua morte. Moriva all’antivigilia della festa di Santa Caterina da Siena, la Sorella Maggiore dell’Ordine Domenicano, alla quale Suor Maria Serafina era tanto legata.
Lo sottolineò Sua Ecc. Mons. Aurelio Signora nei funerali, celebrati il giorno appresso. Fu Santa Caterina messaggera di pace, e Suor Maria Serafina ne seguì le orme e lo spirito portando la pace, gioia,  sorriso e grazia nei luoghi di tristezza e di pena.
“Suor Maria Serafina – disse Sua Eccellenza alle novizie – ha passato a voi la fiaccola della verità”; l’ha passata a tutta la famiglia del Santuario e splende questa fiaccola nel suo esempio e nella sua carità. Ancora una stella della nostra famiglia rosariale s’aggiunge a far lume al trono di Maria.  
In detto luogo a Mons. Giovanni Aveta venne l’idea di donare alla Congregazione della Madonna del Rosario la propria casa con la sorella Adele Aveta.

*Il 6 settembre 1958
Alle ore 16,30 arrivarono le prime quattro Suore: Madre Carmela, Sr. Maria Santina, Sr. Maria Melania e Sr. Maria Dolores che portarono nella nostra Parrocchia una ventata spirituale mai conosciuta prima, veri angeli apportatori di serenità, amore e gioia.
Le Suore con la loro capacità entrarono subito nel cuore della nostra gente, operando prima con
l’istituzione di un laboratorio, con l’Asilo e poi con un primo ciclo di Scuola Elementare seguito in breve tempo da un secondo, fino ad ottenere nel 1987 la Parifica.
Le attività scolastiche con la ristrutturazione dell’edificio sono andate sempre migliorando, Mons. con la sorella Anna Aveta, in Pinna, adeguandosi alle ultime norme igienico-ambientali, dando agli alunni il meglio che la società moderna possa offrire, grazie al contributo dell’allora Madre Generale Madre Valeria Torelli.
Vorrei ora poter dire ed esaltare tutto quello che le Suore hanno dato e danno per la Comunità
Parrocchiale, esse sono attive per le Celebrazioni Liturgiche dando il loro apporto sia per il canto che per animazioni varie. Sono delle valide Catechiste e collaborano alla diffusione della Parola e del Pane come Ministri Straordinari dell’Eucaristia; fanno parte del Consiglio Pastorale ed aprono la loro casa a tutte le esigenze parrocchiali; disponibilità di aule per la catechesi, conversione del cortile in Chiesa sia durante la ristrutturazione della Chiesa Parrocchiale, sia per le Celebrazioni comunitarie di massa.
Tutto ciò che oggi ci offre l’ Istituto e le suore che continuano l’opera,   non è stato  facile, ma alle prime suore è costato grossi sacrifici poiché la casa donata era coabitata e non era del tutto idonea agli scopi prefissi, addirittura le prime
suore hanno sofferto per la mancanza del necessario; l’unico conforto poteva essere Gesù Sacramentato, ma poiché la chiesetta era pericolante, hanno dovuto aspettare che venisse ristrutturata.
Finalmente il 1 gennaio 1959 poterono, alla presenza di amici e molte persone del luogo,   fare una gioiosa celebrazione e far passare il messaggio che la Madonna desiderava: la divulgazione della devozione alla cara Mamma di Pompei.
Non è mancato in tutto questo la spinta, il conforto e l’interessamento di Mons. Gino D’Avighi, Amministratore del Santuario di Pompei, che ne ha voluto fortemente la realizzazione.

*Responsabile della Comunità di Santa Maria Capua Vetere
Madre Aurelia Grasso
Comunità di Santa Maria Capua Vetere
Attualmente le Suore appartenenti alla comunità sono:
D)

Suor Maria Demita C. Velasquez (Filippina)
E)
Suor Maria Edna Ogaya (Filippina)
K)
Suor Maria Katharina Yohanina Kung (Indonesiana)
P)
Suor Maria Petacia Caayohan (Filippina)
R)
Suor Maria Riza Guiang (Filippina)
L)
Suor Maria Liliana Paraguya (Filippina)

*50 Anni e... Oltre

Carissime Consorelle,
non vi nascondo che nel rivolgermi a voi provo un’emozione nuova, quasi ansia e paura di non riuscire ad esprimere con parole, la grande gioia che ho nel cuore.  
50 anni...e...oltre… una   data che racchiude una motivazione, una storia, la nostra.
Era il lontano 1958 quando guidate dallo Spirito di Gesù e dall’Amore vigile della Beata Vergine del Rosario di Pompei, la nostra Comunità, iniziò  la sua opera di evangelizzazione e di istruzione nella Città di Santa Maria Capua Vetere.
Con impegno, saggezza e amore abbiamo, pur con non poche difficoltà, percorso un lungo pezzo di strada ed eccoci oggi a volervene rendere  partecipi.
L’Istituto “Antonio Aveta”, nel ricordo del suo benefattore e di quanti hanno contribuito a realizzare questo sogno… apre le sue porte svelandovi tutta la magia e quell’infinita tenerezza che solo i bambini sanno donare…
                                                                                              Madre Florinda
La Superiora e la Comunità delle Suore "Figlie del S. Rosario di Pompei" ricordano il 50° anniversario (L'Amore è inventivo all'infinito) della loro presenza educativa a Santa Maria Capua Vetere e ti invitano:
"1958 ... 2008: 50 anni ... e ... oltre"!
(... Continuate, continuate, senza l'interruzione neppure d'un minuto solo nell'opera del vostro amore e della vostra carità ..." (Dal testamento del Beato Bartolo Longo)
27 Maggio - Martedì -

Ore 10,00 - 12,30
● Visita agli Stands allestiti nel cortile dell'Istituto.
Ore 10,00
● Celebrazione Eucaristica. Presiede Sua Ecc. R. Mons. Luigi Diligenza, Arcivescovo emerito di Capua.
Ore 11,00
● Apertura dei festeggiamenti con i bambini della Scuola dell'Infanzia.
28 Maggio -  Giovedì  
Ore 10,00 - 12,30
● Visita agli Stands allestiti nel cortile dell'Istituto.
● Momento conviviale nel parco dell'Istituto
Ore 19,30
● Spettacolo presentato dagli alunni della Scuola Primaria
(... non potevano mancare le educatrici in queste Opere di carità; non dovevano mancare quelle guide spirituali e affettuose che avrebbero dovuto accogliere i piccoli per attuare il progetto; "La Carità, nel senso più largo della parola, cioè l'amore, deve essere la base, il fondamento di ogni sistema pedagogico che voglia pervenire a sicuri e lodevoli risultati" (59, Bartolo Longo).

                                                                                 La Responsabile della Comunità: Madre Florinda

*Le Superiore della Casa di Santa Maria Capua Vetere

Ben otto Suore si sono alternate alla guida dell’Istituto “Antonio Aveta” di Santa Maria Capua Vetere (Ce), è doveroso qui citarle, riportando con una breve scheda con le notizie generali relative alla loro vita.
Nei vari carteggi relativi a queste Suore evince sempre un loro particolare attaccamento alla Casa e al Paese. Tutte hanno lavorato con entusiasmo e piacere per il bene collettivo. In particolare va menzionata l’ottava Superiora, Madre Florinda Capasso, per la quale si fece richiesta di rinnovare l’incarico di Superiora anche oltre i termini previsti dalla normativa vigente, con dispensa a norma del Can. 505.

 Madre Carmela Caianiello         (1958-1968)
 Madre Matilde Caputo             (1969-1970)
 Madre Annunziata Granata      (1971-1977)
 Madre Fernanda Cota              (1978)
 Madre Chiara Marinelli            (1979-1983)
 Madre Annunziata Granata      (1984-1986)
 Madre Natalia Todisco            (1987-1990)
 Madre Florinda Capasso           (1990-2020)
Madre Aurelia Grasso              (2020 e continua)

Breve scheda con le notizie generali relative alla vita delle 9 Superiore

1ª - Madre Carmela Caianello (1958-1968)

Suor Maria Carmela Caianiello (*Napoli 10-06-1897 t Padula (Sa) 11-06-1970)
Nata il 10 Giugno 1897. Quando entrò Postulante tra le Suore Domenicane "Figlie del S. Rosario di Pompei" e poi vestì l’abito il giorno dell’Immacolata Concezione (1922), Bartolo Longo, vecchio, confortò la Novizia ed essa fedele, ascoltandone la parola come il testamento di un Santo, s’incamminò per la via dell’umiltà piena perché la grazia di Dio potesse trovare l’humus fecondo nella sua anima e la pietà allargasse e approfondisse le radici. E fu donna di pietà e di fede attiva per ben 47 anni. La Rev.da Madre Maestra, Suor Maria Margherita Idà, paragonava questa Novizia ad un terreno buono che rende il cento per uno. L’8 Dicembre 1923, fatta la Professione, fu inviata in aiuto nella Casa di Maiori. L’anno seguente passò a Paola dove rimase per cinque anni. Indi fu destinata quale Superiora nella Casa di Napoli, per la cui intelligente saggezza si poté aprire un pensionato per universitarie. L’Opera si svolgeva rigogliosa, quando i bombardamenti del 1942 costrinsero i Superiori a chiudere quella Casa. Suor Maria Carmela ritornò a Pompei e fu destinata all’economato dell’Istituto "Sacro Cuore". Di nuovo in cammino, e nel Giugno 1944 fu mandata ad aprire la Casa di Agerola. La prima abitazione delle Suore in questo luogo poteva paragonarsi alla grotta di Betlemme e Suor Maria Carmela la cambiò in giardino. Con l’aiuto del Parroco, Don Luigi Naclerio, fu costruito l’Asilo Infantile presso la Parrocchia di Bomerano. Qui l’Opera si sviluppò e Suor Maria Carmela, che godeva la stima di tutto il paese, vedeva con gioia l’incremento della Scuola Elementare. Nel Settembre 1958, per le sue particolari doti, signorilità, prudenza, spirito di sacrificio, fu mandata a fondare la Casa di Santa Maria Capua Vetere. Iniziò con l’Asilo Infantile, al quale fece seguito l’istruzione della Scuola Elementare. Nel 1968 fu mandata a reggere la Comunità di Padula e anche lì lavorò alacremente e qui si chiuse l’arco della sua operosa giornata l’11 Giugno 1970 compianta dalla Comunità e dalla cittadinanza.

2ª - Madre Matilde Caputo (1969-1970)

Suor Maria Matilde Caputo (*San Giorgio a Cremano (Na) 16-10-1917 t Pompei 02-10-2008)

È ritornata alla casa del Padre, Suor Maria Matilde Caputo, nata a San Giorgio a Cremano il 16 ottobre 1917 e morta a Pompei il 2 ottobre 2008, festa degli Angeli Custodi, alla veneranda età di novantuno anni. Entrata giovanissima tra le Suore Domenicane Figlie del santo Rosario di Pompei, emise i voti religiosi nel 1945 e quelli perpetui nel 1953. Ha ricoperto con spirito di vera religiosa il ruolo di Superiora in alcune Comunità della Congregazione: Padula, Santa Maria Capua Vetere, Parrelle, all’Istituto maschile "Bartolo Longo". Con tutti è stata cordiale e si è distinta per la sua accoglienza serena, amabile, gentile, pronta ad incoraggiare e ad offrire i suoi saggi consigli e le sue preghiere. Parlava più con il sorriso che con le parole. Di lei si può dire che è stata suora della "dolcezza". Come sorgente di "acqua cristallina", la sua vita è stata vissuta con trasparenza, umiltà, semplicità. Religiosa di profonda preghiera, ha saputo coniugare un’operosità paziente con la scrupolosa fedeltà ai doveri giornalieri, comunitari e spirituali. La sua vita è stata trasparente, umile e semplice. Non ha mai saputo dire di "no", come se non avesse mai studiato la grammatica ignorando l’esistenza dell’avverbio negativo "non" voglio! Ha amato in modo incondizionato l’Eucarestia, la Madonna, il Rosario. Stava recitando, infatti, con la consorella che l’assisteva, la "corona benedetta", quando ha reclinato il suo capo. Un amore particolare ha nutrito per San Giuseppe e per il Beato Bartolo Fondatore, Bartolo Longo. Questi "amori", coltivati con costanza, la rendevano felice, perché convinta che più si prega e si ama, più si è nella certezza di "aver scelto la parte migliore che non le sarà tolta" (Lc 10,41). Nell’ultimo periodo della sua vita si è lasciata plasmare, accettando con generosità, dal "mistero del dolore umano", facendone un incessante dono allo Sposo celeste per il bene della Congregazione, per la Chiesa, per i Sacerdoti.

3ª - Madre Annunziata Granata (1971-1977)

Suor Maria Annunziata Granato (*Boscotrecase (Na) 29-03-1914 t Pompei (Na) 15-04-2008)
Sr. M. Annunziata, il 15 Aprile ci lasciava dopo alcuni giorni di grande sofferenza respiratoria. Proveniva da Boscotrecase e aveva 94 anni. Era la decana delle Suore Domenicane del S. Rosario di Pompei, volute dal B.B.L. per le Opere da Lui fondate. Nel giardino variamente fiorito della sua vita, il "fiore" più bello è stato certamente la piena consapevolezza della sua consacrazione religiosa domenicana, vissuta come un dono prezioso, ricevuto da Dio e come una continua offerta a Lui attraverso il "cuore" e le "mani" della regina di Pompei, nella cui famiglia religiosa
lei, giovanissima, era entrata con un discreto curriculum di formazione spirituale, morale e culturale. Aveva l’Abilitazione per l’Insegnamento nella Sc. Materna, dove si è fatta sempre amare dai bambini e dai loro genitori. Intelligente, retta di animo e con uno stile di vita autentico, pio e povero, incline alle tante piccole mortificazioni giornaliere che recavano il "sapore" di un amore speciale a Maria, il "profumo" di una carità squisita, generosa, umana. Ha offerto sempre il suo contributo sereno ed equilibrato al momento giusto, nelle varie comunità a lei affidate. Emessi i voti religiosi il 20 Maggio 1939, fu inviata a Cattori, Torre Annunziata, sede dei piccoli Orfani di Pompei, ove insegnò alle giovani cucito e ricamo. Fu, poi, per qualche anno, assegnata all’Istituto di Paola, dove fu apprezzata da tutti per la sua naturale bontà. La troviamo, inoltre, Superiora nella Comunità di S. M. Capua Vetere; è stata con tutti amabile e i piccoli alunni erano seguiti con tenerezza, fermezza e sensibilità di madre. Negli anni 1980-83, Sr. M. Annunziata fu a Padula, nel salernitano, ove si prodigò molto tra i piccoli della scuola materna e come Superiora delle Suore; fu vera madre e sorella per tutte. Trascorse l’ultima tappa operativa nell’Istituto "Bartolo Longo", ove le nostre Suore s’impegnano nel servizio dell’economato. Anche qui, la nostra sorella si è fatta amare ed apprezzare dai Fratelli delle Scuole Cristiane, educatori dei ragazzi ospiti dell’Istituto. Infine, visse i suoi ultimi anni a Casa Madre vivendo la sua Consacrazione sempre con entusiasmo e amore.

4ª - Madre Fernanda Cota (1978)

Suor Maria Fernanda Cota (*...  00-00-0000 t .... 12-08-1979)
Signore, Suor Maria Fernanda si era consacrata a Te per essere un annuncio vivente delle realtà future. Tu la conosci più di noi. Conosci il bene che ha compiuto. Ha creduto fermamente in Te. La sua testimonianza di religiosa e la sua presenza operosa ha arricchito i nostri giorni. Perdona le sue mancanze. Liberala dal buio della morte. Apri i suoi occhi alla Tua luce. Falle gustare la Tua pace. Donale la vita eterna. Amen.

5ª - Madre Chiara Marinelli (1979-1983)

Suor Maria Chiara Marinelli (* Napoli 14-02-1905 t Pompei 05-03-1988 alle ore 12,50)
5 marzo 1988. Madre Chiara, Superiora di Casa Madre, spiccava il volo verso il Cielo, lasciando nel cuore di tutte un grande vuoto. Nacque a Napoli il 14.2.1905. Manifestò fin da bambina, il desiderio di abbracciare la vita religiosa, ma solo a 25 anni potè realizzarlo, entrando tra le
Suore Domenicane di Pompei. Nella Congregazione ricoprì delicati e importanti compiti, tutti svolti con grande serenità, amabilità e competenza, sempre coerente con la sua scelta di vita. Un’eccezionale tempra materna, unita alla vivacità dell’intelletto e ad una grande schiettezza, tipicamente partenopea, sono stati i tratti salienti che la rendevano subito simpatica a chi l’avvicinasse. È stata la V Superiora a Maiori dal 1974 fino al 1976, dove era stata come insegnante precedentemente e ancora la V Superiora all'Istituto "Antonio Aveta" in Santa Maria Capua Vetere, da settembre 1978 fino settembre 1983, infine ha abbracciato il Superiorato a Casa Madre, facendosi amare dalle sue Suore in un modo unico, perché sapeva dare sicurezza, ottimismo, comprensione, gioia di vivere. Direttrice delle giovani di "Casa Famiglia" e delle bambine dell’Istituto "Sacro Cuore", si dimostrava affettuosa verso le orfane che teneramente amava, senza differenza alcuna. L’amore di Madre Chiara ha avuto questa nota singolare: dare tutto senza aspettarsi nulla, testimoniando quanto è dolce "donarsi" nel silenzio e nel sacrificio. L’ultimo "voto" del suo cuore: partire missionaria; ne aveva tutta la "stoffa", ma … l’età non glielo consentiva. È stata una rinuncia molto sofferta; sapeva bene, però, che era proprio questo sacrificio a fare da "humus" alla fecondità missionaria della nostra Famiglia religiosa. Il merito più grande di una religiosa è quello di giungere al traguardo con la lampada accesa: la fede in un Dio che ci ama, ci perdona e ci accoglie nella Sua Dimora eterna, anche se con le mani "vuote"; ma … Madre Chiara le aveva "piene", e come!!!

6ª - Madre Annunziata Granata (1984-1986)

Vedere la scheda della 3a Superiora

7ª - Madre Natalia Todisco (1987-1990)

Suor Maria Natalia Todisco

8ª - Madre Florinda Capasso (1990-2020)

Ringraziamo La Regina del Santo Rosario di Pompei per gli 84 anni di vita di Madre Florinda Capasso, Responsabile della Comunità delle Suore Domenicane site in Santa Maria Capua Vetere. A Dio la nostra gratitudine e la nostra preghiera affinché la guidi e la protegga!
La festa dei 60 anni di Vita Religiosa di Madre Florinda Capasso
Le Suore e le Maestre hanno organizzato una bella festa nella quale abbiamo cantato, abbiamo  preparato anche un momento di preghiera durante la quale, io e i miei compagni, ci siamo commossi.

Ad un certo punto la Superiora ha raccontato i giorni belli della sua vita e ha anche parlato dei suoi genitori.
Era presente il Parroco, Don Rosario Ventriglia, che ha benedetto tutti noi bambini, le maestre, le suore e le medagline miracolose che poi abbiamo messo con orgoglio e gioia grande, medagline che hanno avuto per noi un valore affettivo inestimabile.
Una delle maestre ha letto un passo preso dalla Bibbia esortando noi bambini a ripetere delle monizioni inerenti alla stessa sua lettura. I bambini della scuola dell’Infanzia hanno portato un cesto di fiori alla Super e le hanno dedicato una recita, ma che bravi!!!  
(Autore: Gianluca Nuzzo)

9ª - Madre Aurelia Grasso (2020 e continua)

Suor Maria Aurelia Grasso (Salerno 01.09.1956)

*Attività nella Comunità di Santa Maria Capua Vetere

La nostra Comunità di “Santa Maria Capua Vetere” è composta da otto Suore.
Ci impegniamo maggiormente nella missione svolgendo il nostro lavoro con amore e fedeltà.
Le nostre mansioni sono diverse: scuola, apostolato parrocchiale, studio.
La nostra Comunità religiosa si trova ad esercitare proprio quella forma di apostolato per la quale è nata la Congregazione: l’accoglienza dei più poveri, l’educazione religiosa e l’istruzione dei giovani, attraverso il servizio della Catechesi e della Scuola che rappresenta lo strumento principale di promozione umana e di  evangelizzazione.
Il Sabato ci vede impegnate nella Catechesi a tutte le fasce presenti sul territorio e, la
Domenica, nel servizio  d’animazione liturgica nella parrocchia di S. Pietro Apostolo a S. Maria C. V.
Nel mese di maggio propaghiamo e recitiamo il Santo Rosario nelle dieci zone in cui è divisa la parrocchia, mentre durante il mese di ottobre divulghiamo lo stesso Rosario nella parrocchia stessa. Ogni terzo giovedì del mese facciamo comunità con i fedeli della parrocchia per adorare Gesù Eucaristia.
Questo vuole essere una grande preghiera di lode a di ringraziamento, soprattutto, per il dono Simpaticamente insieme all’Incarnazione del Figlio di Dio e della redenzione da Lui operata.
Inoltre, partecipiamo ogni quindici giorni, con tutti gli operatori pastorali, alla formazione permanente che ci aiuta a svolgere con competenza il lavoro parrocchiale.
C’impegniamo ad essere “specchio di vita” per gli altri, cominciando da chi ci sta accanto e condividendo la stessa mensa, gli stessi ideali, le proprie gioie e dolori, in un contesto di serena stima e di cordiale accoglienza.
Nelle nostre attività, anche per questo anno, chiediamo la benedizione di Maria, nostra Madre, l’intercessione del nostro grande fondatore Beato Bartolo Longo perché il tutto possa aver efficace compimento.

*La “voce” di chi ci conosce

Ecco la “VOCE” di chi ci conosce, di chi ci osserva e ci ammira, di chi loda l’attività, la preparazione, la profonda umanità e l’amore delle nostre Suore nella Casa di Santa Maria Capua Vetere.
Ascoltiamola e confrontiamoci …

Sulle onde dei ricordi

Volete sapere com’era la nostra ex scuola? Beh, all’Istituto “Antonio Aveta” ci siamo sentite tanto unite con i nostri compagni.  
Era quasi come se fossimo stati tutti fratelli e sorelle: ci capivamo solo guardandoci, non litigavamo quasi mai… certo, qualche lite c’era, ma ci scusavamo sempre gli uni con gli altri.  
Ma a chi dobbiamo ciò?  
Chi ci ha insegnato ad amare e non odiare, chi ci ha insegnato a fare pace o a chi chiedere scusa invece di litigare?  
Le Suore vigili, ma allo stesso tempo comprensive nei nostri confronti, le maestre esigenti, ma allo stesso tempo dolci ed in grado di donarci un sorriso…  
Tutto quello che abbiamo imparato sul senso della vita lo dobbiamo a loro!  
Ma attenzione: le Suore non ci hanno insegnato solo a voler bene, bensì ci hanno donato preziosi insegnamenti!  
Le ore di italiano, di matematica, di storia, di geografi a, di musica, di religione, di inglese… non sono mai state noiose!  
Gli insegnamenti erano arricchiti da giochi in compagnia: ecco come il nostro cervello, da minuscola nocciolina che era, è diventato grande come un’arancia. Via via, il nostro sapere si è allargato anno dopo anno sempre più.  
Ah, quanti ricordi abbiamo del nostro cortile in cui trascorrevamo le ricreazioni giocando tutti insieme!  
Ogni mese aspettavamo il giorno dell’ ”Aveta Film Festival”, un momento   in cui tutta la scuola si riuniva per fare una pausa lontano dallo studio.
Per non parlare dei saggi di fine anno, momenti indimenticabili, in cui ci divertivamo a mostrare le nostre abilità di ballerini.
Ci manca la scuola, le Suorine e la Madre Superiora compagna di emozioni, abbracci e baci e…  Basta così, usciamo dalle onde dei ricordi perché i nostri occhi non riescono più a contenere le lacrime… tanto i ricordi rimarranno indelebili nel nostro cuore di ex alunne.  
(Autrici: Roberta Tamburrino e Marta Piccirillo)

*News da Santa Maria Capua Vetere

Colossale rapina: "arrestate le Suore Domenicane di Pompei"
Sono protagoniste di una clamorosa rapina all’Arcidiocesi di Capua (CE), religiose e laiche… e sentite... poco di meno che… La Madre Superiora, Suor Maria Aurelia!!!
Chi l’avrebbe detto con quello sguardo materno e severo!!!
Sue complici le giovani Consorelle alla vita di comunità e la signora Tafuri Maria Teresa e dal personale tutto del Catering "Fusco".
Interrogate dai carabinieri della Squadra Mobile dell’ Istituto “Antonio Aveta”, le “innocenti suorine” hanno confessato, tra lacrime e singhiozzi, di essere state costrette a rubare tale
cifra all’Arcivescovo di Capua, dalle consorelle:  Madre Aurelia, da tutti conosciuta come Coordinatrice dell’ Istituto stesso, da Sr. Maria Demita e da Sr. Maria Epie.
I carabinieri hanno aperto un’ inchiesta e sottoposto a Sequestro l’edificio.
Ma… dopo una lunga ricerca, la clamorosa scoperta!!!
Durante il colpo erano stati estorti 130 “Padre Nostro”, 285 Ave Maria e 62 “Gloria al Padre”, un’ infinità di Giaculatorie e Requiem… che dovevano essere distribuite, equamente, tra i bambini della Scuola dell'Infanzia e della Scuola Primaria Paritaria dell' Istituto “Antonio Aveta” e a quelli che, sparsi per il mondo, aspettano solo un po’ d’Amore.

Inaugurazione anno scolastico all’Istituto “Aveta”

7 Ottobre 2013: Inaugurazione apertura dell’ Anno Scolastico all’Istituto “A.Aveta” “Padre della luce, fa’ di alunni e docenti i discepoli di quella sapienza che ha come libro, cattedra e maestro il Cristo Tuo Figlio, assisti e proteggi tutti i membri della comunità educante, perché le nuove generazioni siano promosse nella scuola e nella vita; aiutaci a dare un valido contributo all’edificazione della civiltà dell’amore”.
È questo lo spirito che ha animato  l’inaugurazione dell’Anno Scolastico 2013/2014che si è svolta presso la palestra del nostro Istituto, presieduta dalla nostra carissima Madre Superiora, Madre Florinda Capasso.
È stata scelta la data del 7 ottobre affinché la Beata Vergine del Rosario di Pompei ci accolga sotto il suo manto miracoloso, nel giorno e nel mese dedicato a Lei.
Guidati dalla sapiente Suor Maria Aurelia, gli alunni hanno animato il momento di preghiera con canti, preghiere ed invocazioni al Signore, hanno posto nelle sue mani il cammino che ci sta  davanti ed hanno invocato la sua  benedizione e protezione, affinché questo nuovo anno sia momento di crescita e di grazia.
Inoltre docenti, alunni e genitori hanno letto una preghiera di ringraziamento per la scuola e per tutti gli operatori  affinché ognuno con rinnovato entusiasmo, riesca a trasmettere agli alunni la bellezza dell’amore del padre.
Alla fine è stata recitata la Supplica alla Beata Vergine di Pompei, grande testamento spirituale di Bartolo Longo, fondatore della nostra comunità e diffusore dei principi che animano l’operato delle nostre Suore: carità, accoglienza, volontà di educare i fanciulli nella fede e nell’amore.
Colmi di entusiasmo e di serenità ci siamo scambiati gli auguri di un “Buon Anno Scolastico” sulle note di un canto alla Regina del Rosario di Pompei.  
(Fonte: Buonanno Clotilde)
Il Mitico Istituto “Aveta”
Andare a scuola, spesso è come stare in prigione…
ma qui da noi c’è sempre il sole e mai grigiore!!!
La nostra scuola è molto carina
pur se da fuori sembra bruttina,
oltre il portone vedrai che gran cortile
e tante suorine con aria gentile!!!
Le aule grandi e spazi accoglienti,
in cui passiam tutti i nostri momenti,
a riscaldarle ci son le nostre voci,
il sole, i fiori nostri complici e soci.
Divisioni, moltiplicazioni, frazioni e addizioni…
qui non si rischia a rimaner testoni!
Io fui, tu fosti egli fu…
dai verbi non ne usciamo più!!!
La ginnastica, l’informatica, con la teacher l’inglese,
Maurizio, Sr Epie, Anna Paola, Sr Imelda simpatica e cortese.
Poi alla mensa con Sr. Luigina c’è sempre un profumino,
che aumenta il nostro languorino…
Pastasciutta, riso e gnocchi, verdurine sofficini…  
polpettone, frutta e dolci per i grandi e i piccini.
Le suorine bianche sembran fate del paradiso,

vigilano, amano e non lasciano il sorriso.
La Superiora con i suoi dolci sguardi
non smette mai di controllarci
e Sr. Aurelia con sue battute,
lenisce sempre le nostre cadute.
La gioia lei ci insegna
e in segreteria per noi s’impegna.
Sr. Demita, Rosabe e Cecilia operano con i piccini
che con loro son sempre carini.
E che dirvi delle altre insegnanti?
il loro sapere è per tutti quanti.
Un giorno qui più non saremo…
e mai il loro volto dimenticheremo.
Cucite abbiam le righe, il nome della sarta?
Non c’è di che impazzir,
siam quelli della seconda, prima quinta, terza e quarta!!!  
(Gli alunni dell’ Istituto “Antonio Aveta”)
Musica e Canto: un valido supporto all’Attività Didattica Formativa
(Una delle stelle del Carisma Didattico – Educativo nella costellazione delle Suore Domenicane di Pompei) L’Istituto Paritario “Antonio Aveta” di S. Maria Capua Vetere ha avuto modo in questi anni di sperimentare oltre alle normali attività scolastiche (che poi tanto “normali” non sono in quanto sono comprensive della lingua straniera, della ginnastica nelle sue varie configurazioni e del calcetto) la presenza della Musica, voluta fortemente dalla Dirigente Scolastica, Rev.da Madre Florinda Capasso.
Musica che, nella sua accezione più socialmente utile, è rappresentata dal canto corale; grazie al quale i fanciulli si abituano ad essere parte integrante di un tutt’uno, dove il singolo e il gruppo si stringono in un vincolo di comunanza che educa al rispetto delle regole ritmiche e melodiche e che tanto potrà essere utile al fanciullo nel momento del suo ingresso nella società adulta, contribuirà alla sua formazione personale e caratteriale.
Il canto corale infatti è un’attività di gruppo dove non esiste il migliore o il peggiore, ma tutti si rendono indispensabilmente protagonisti (quale migliore attuazione della parabola evangelica del corpo e delle membra).
Alle attività di canto sono state miscelate in un cocktail esplosivo (naturalmente nel senso più piacevole del termine) le attività di recitazione per i fanciulli.
L’Insegnante di musica e canto M° Gerardo Cavallo, le Suore e le Docenti, sono riuscite a preparare spettacoli come “La piccola storia di Gesù”, “Vacanze di Natale”, “Festa dell’Amicizia” e diversi concerti per coro il tutto rappresentato nei Teatri della zona, con successi di pubblico e di critica che hanno superato le più rosee previsioni.
Inoltre il vero obiettivo, ovvero la possibilità data ai fanciulli di interpretare un nuovo modo di essere alunni studiando con divertimento, è sembrato pienamente raggiunto.
Sull’onda di questi entusiasmi (infatti sono adesso gli stessi alunni e gli stessi genitori a chiedere informazioni sugli spettacoli in allestimento) parallelamente al canto il Dirigente Scolastica ha pensato (tanto per non lasciare che il Maestro di Musica  si annoi troppo!!!) di istruire una Orchestra scolastica di Diamoniche dove gli alunni possono soddisfare il loro desiderio di “fare musica” attivamente, mettendo in luce volontà e capacità tali da ripagare completamente gli sforzi dei loro educatori.


*Città di Santa Maria Capua Vetere

Un po’ di Storia
Santa Maria Capua Vetere è un comune di 30 mila abitanti della provincia di Caserta.
Eretta in comune con il nome di Santa Maria Maggiore nel 1861, precedentemente era stata frazione del comune di Capua con il nome di Villa Santa Maria Maggiore, costituita da un borgo contadino sviluppatosi nei pressi della chiesa di Santa Maria Maggiore.
Pur non avendo un legame storico con la Civitas Capuana (il borgo è di epoca basso-medievale), la vicinanza con l'Anfiteatro Campano, nonché con i luoghi dell'antica città di Capua, spinse gli abitanti a cambiarle nome in Santa Maria Capua Vetere (spesso indicata come Santa Maria C.V., S. Maria C.V. o S.M.C.V.) dopo la nascita del comune autonomo.
S. Maria Capua Vetere già S. Maria Maggiore, che dal nome si ricollega alle grandezze dell’antica Capua, nasce in seguito alla unificazione amministrativa, avvenuta dopo il 1860 dei tre Borghi di S. Maria Maggiore, S. Pietro in Corpo, S. Erasmo, unici poli superstiti nell’abbandono della città antica dopo la distruzione saracena della prima metà del IX secolo.
Gli antichi capuani, profughi della città distrutta, dopo breve parentesi in un centro provvisorio sui monti, fondarono una nuova città, l’attuale Capua, in un’ansa del Volturno, a 6 km dalla prima, nell’area di un altro antico centro forse già abbandonato: Casilinum.
La storia dell’antica Capua si identifica con la storia della Campania antica, di cui fu il centro più importante.
Centro di fondazione etrusca (VII sec. A. C.) e di irraggiamento della civiltà di quel popolo, gareggiò con i Greci stanziatisi a Cuma per il controllo dei mercati campani; la sconfitta subita dagli etruschi nelle acque di Cuma nel 474 a.C., fecendo prevalere la potenza economica greca, sconvolse equilibri stabiliti da secoli (greci sulla costa, sanniti nel retroterra montagnoso, etruschi nelle pianure interne): i sanniti dilagarono nelle pianure e Capua fu il primo centro ad entrare in loro possesso e ad aver organizzazione sannitica. In questa posizione venne a contatto con i romani, che videro in essa un pericoloso avversario, per potere economico e politico, e intervennero decisamente; tuttavia, anche sottomessa, incuteva rispetto se ancora Cicerone la chiamava "Seconda Roma" e il prestigio la portava ad essere la "Capitale amministrativa", quando dal IV secolo d. C. la Campania, come le altre regioni italiane, sarà equiparata ad una provincia con un suo governatore.
L’apertura della Via Appia da Roma a Brindisi la pose al centro di un sistema viario come nodo stradale di primaria importanza: l’apertura della litoranea Via Domitiana alla fine del I sec. D. C. dovette essere tutto sommato una necessità per abbreviare i percorsi da NEAPOLIS-PUTEOLI a Roma evitando il lungo giro e l’ingorgo di Capua.
Di tutta questa grandezza restano ben poche tracce; all’estremità orientale dell’abitato moderno, in località "Ponte di S. Prisco", un recentissimo scavo a messo alla luce un breve tratto, ancora visibile, della fortificazione del V sec. a. C. grossi blocchi rettangolari di tufo sovrapposti senza malta, in filari di uguale altezza.
Vicino alla porta che si apriva in corrispondenza del tracciato della statale Appia, fu in età tardo-repubblicana (I sec. a.C.); innalzato sulle mura un grosso serbatoio per il rifornimento idrico della Città come terminale di un acquedotto di cui, secondo alcuni dotti locali, nei secoli passati si vedevano ancora i resti degli archi nel territorio: lo scavo ha messo in evidenza un blocco semicircolare del serbatoio in OPUS RETICULATUM nel cui interno si vedono ancora nitidamente le concentrazioni calcaree formatesi per il passaggio dell’acqua.
La "Capua" antica
Contrariamente a quanto ritenuto dagli archeologi del secolo scorso, (Heurgon-Beloch ecc.) la Capua antica, a seguito dei rinvenimenti nel corso di questi ultimi decenni, ha dimostrato di essere molto più estesa come abitato urbano, mettendo in discussione il perimetro delle mura stabilito dai vecchi studiosi e confermando la descrizione in parte fatta da Giacomo Rucca nella fine dell'ottocento. Il complesso edilizio venuto alla luce nel corso del mese di ottobre 2004 nei pressi del locale macello Comunale sull'area della vecchia masseria dei Vetta, ha confermato che l'area urbana andava oltre il vecchio fondo Tirone, ove per tradizione venivano posizionate le mura.
L'abitato moderno
La città si è estesa nell'arco degli anni prima verso nord (direzione Sant'Angelo in Formis) e quindi verso sud (direzione Aversa) e relativamente meno nella direzione Est/Ovest contribuendo a rendere un unico centro abitato il percorso Capua-Caserta. Questo è attraversato dalla via Appia (SS 7), nonché dalla ferrovia Napoli-Caserta-Cassino-Roma con diramazione per Piedimonte Matese. Nei pressi corre l'autostrada A1 Milano-Napoli (ex A2), accessibile tramite il casello di imminente apertura.
Recentemente è stata aperta l'immissione sulla bretella che collega Capua a Benevento (manca solo il pezzo terminale S. Maria Capua Vetere-Capua).

Lo stemma
Lo stemma della città è di origine molto recente: risale al 1888. È di colore rosso, con una croce, sormontata da una corona, sotto la quale una fascia d'oro riporta le iniziali O.P.Q.C., acronimo di Ordo Populus Que Campanus.
Monumenti e Luoghi di interesse
1 - Monumento ai Garibaldini
2 - Monumento al Milite Ignoto
3 - Monumento ai fratelli De Simone
Chiese
1 - Chiesa delle Vittime Espiatrici
2 - Chiesa di Sant'Erasmo
3 - Chiesa di San Paolo Apostolo
4 - Chiesa di Sant'Andrea
5 - Chiesa di Sant'Agostino
6 - Chiesa di San Pietro in Corpo
7 - Chiesa di San Paolino
8 - Chiesa della Madonna delle Grazie
9 - Chiesa di San Gennaro
10 - Chiesa degli Angeli Custodi
11 - Chiesa di Santa Maria Maggiore

12 - Chiesa dell'Immacolata Concezione
Cultura - Università e ricerca

1 - Seconda Università degli studi di Napoli, SUN |: Hanno sede a Santa Maria Capua Vetere due delle otto facoltà:
A - Lettere - È ubicata nel medioevale Monastero di San Francesco. Agli inizi del Seicento la struttura venne occupata dai frati minori dell'ordine di San Francesco da Paola, fino a quando, nel 1738 vennero alloggiati i soldati del reggimento Borbonico di Rosciglione. Dopo il regio Decreto del 6 febbraio del 1807 il monastero venne destinato a carcere.
B - Giurisprudenza - Ha sede nel centro storico, a Palazzo Melzi, fatto costruire dall'Arcivescovo Camillo Melzi nel Seicento per servire come sede della Mensa Arcivescovile. Nel 1808 divenne sede del Tribunale, funzione che impose una ristrutturazione dell'edificio eseguita dall'ingegnere Pietro Tramunto. Da allora seguirono altri numerosi interventi di ristrutturazione fino al 1924.
Personalità illustri
1 - Gaetano Cappabianca (1849 - 1908), benefattore
2 - Errico Malatesta (1853 - 1932), anarchico
3 - Alessio Simmaco Mazzocchi (1684 - 1771), archeologo e filologo
4 - Nicola Vito Melorio (1772 - 1856), medico
5 - Giacomo Rucca (1785 - 1860), archeologo
6 - Antonio Tari (1809 - 1884), filosofo ed esteta
7 - Raffaele Uccella (1884 - 1920), scultore
8 - Francesco Russo (1993 - vivente), attore
9 - Giuseppe Russo (1954 - vivente), politico
Anfiteatro
Qui sorgeva la Capua dell'antichità. Altera Roma, l'altra Roma: così la chiamò Cicerone nel I secolo AC. Era probabilmente la più grande città d'Italia nel IV secolo AC.
La scoperta di vari villaggi di tipo Villanoviano, e la loro successiva fusione in abitato, è senza dubbio la base dello sviluppo della futura Capua, la sua urbanistica fu ampliata nei secoli successivi dagli Osci e dagli Etruschi. Venne distrutta a seguito di incursioni Vandaliche prima e successivamente saracene nell'841 d.C., dopo oltre 16 secoli di storia. L'abitato moderno cominciò lentamente a rinascere a partire dal XII secolo con la nascita di tre diversi casali attorno alle basiliche cristiane di S. Maria Maggiore, o detta dei Surechi, S. Pietro in Corpo e S. Erasmo in Capitolio.

L’Arco di Adriano
Comunemente detto anche Arco Felice o Arco di Capua, è un arco onorario o porta trionfale, a 3 arcate in mattoni, delle quali la meridionale ha resistito alle ingiurie del tempo e degli uomini; la settentrionale è scomparsa tranne le fondamenta giacenti nel cortile di una privata abitazione, e della centrale è rimasto il pilastro di sinistra.
Al centro vi è una lapide ricordo della battaglia del Volturno che durò da settembre a quasi metà ottobre del 1860, con una iscrizione dettata da Luigi Settembrini.
"Qui il giorno 1° di ottobre 1860 Giuseppe Garibaldi vinceva l’ultimo re delle Due Sicilie. Il popolo di S. Maria che lo vide e lo ricorderà per sempre, volle serbare il nome di batteria a Porta Capua dato a questo luogo ne’ giorni della pugna donde egli fulminò i nemici d’Italia. Tutta la città poneva questa memoria il 1° ottobre 1861".
Si pensa che tale struttura sia stata costruita nel 130 d.C. in onore di Adriano.
S. Prisco, Via Appia Carceri Vecchie
Opera composta da un grande corpo cilindrico a cupola, scandito da semicolonne ed archi ciechi che sostengono l’architrave; al di sopra un secondo corpo cilindrico più piccolo scandito da pilastri.
Probabilmente carcere di gladiatori.
L’interno della cella presenta frammenti di affreschi che testimoniano la presenza di decorazioni scomparse.
Conocchia
Sulla Via Appia tra S. Maria Capua Vetere e Caserta si erge, sulla destra, un monumento funebre romano attribuito al II secoli d.C.
Detto comunemente Conocchia forse per la sua forma di fuso, il mausoleo consta di un corpo quadrangolare dai lati a curva rientrante, con quattro torrette cilindriche agli spigoli su cui poggia un tamburo a cupola ornato da semicolonne e finti archi.
Probabilmente apparteneva ad una famiglia locale facoltosa, forse del mondo politico.

Il Mitreo

A Santa Maria Capua Vetere fu scoperto un Mitreo nel 1922, da Nicolino Cortese, durante uno scavo nel cortile della sua abitazione. Risale al II – III d.C.  
Il Mitreo, cioè un luogo di riunione dei discepoli di Mitra, è una cripta sotterranea formata da un’aula rettangolare di m 23x3; si trova in una piccola traversa di Via Morelli, non lontano dal Museo archeologico dell’antica Capua.
L’unicità del Mitreo di S. Maria è il fatto che la decorazione è tutta dipinta, anzichè essere scolpita o a bassorilievo.  
La volta è dipinta a stelle a sei punte verdi e rossastre.
Lungo i lati lunghi ci sono i sedili per i fedeli e, al di sopra, affreschi che illustrano i sette gradi del rito di iniziazione, con i vari gradi di percorso spirituale.
Bellissimo l’affresco sulla parete principale (come in tutti i Mitrei): il dio Mitra (abito rosso, cappello frigio, manto foderato in azzurro con sette stelle) uccide un bianco toro (il toro sacro – tauroctonia); un cane (il bene), un serpente (il male), un corvo, uno scorpione e una formica l’attorniano; il Solr, un tedoforo con una fiaccola alzata e l’Oceano (a sinistra) e la Luna, un tedoforo con fiaccola abbassata e la Terra (a destra) assistono.
Intorno alla scena centrale, vi sono tutti gli altri simboli ritraici. Dall’altare parte un canaletto che raccoglieva il sangue degli animali sacrificati, convogliandolo in un pozzetto.
Sulla parte occidentale si vede la luna su una biga tirata da due cavalli.
Il culto di Mitra, antico dio iraniano, era molto diffuso in Asia e i Greci ne conoscevano l’esistenza almeno sin dal V secolo a.C., ma spostandosi verso occidente, assorbì una coloritura astrologica.
Il culto di Mitra non era ostacolato dall’autorità politica che lasciava ai sudditi piena libertà religiosa.
La religione mitraica aveva un seguito in prevalenza maschile, soprattutto tra i militari romani.
Un culto misterico, invece, particolarmente seguito dalle donne era quello frigio di Cibale, la Grande Madre. Un altro culto, questo di origine egizia, anch’esso molto apprezzato, era quello di Iside e del suo sposo Osiride.
Il famoso tempio di Iside a Pompei era attivo al momento dell’eruzione che seppellì la città vesuviana nel 79 d.C.
Il Mitraismo a Capua, probabilmente introdottovi dai gladiatori che, per lo più, erano orientali o dai marinai che frequentavano la città (collegata col mare per mezzo del Volturno) perché addetti all’allestimento degli spettacoli navali nell’anfiteatro, ebbe vita effimera, in quanto, con l’Editto di Castantino (313 d.C,), crollava il pantheon pagano e, con esso, le altre forme di religiosità venute dall’oriente.
Infatti, a quella data, la religione cristiana si era già affermata nel popolo capuano grazie alla predicazione di S. Prisco, di S. Rufo e di S. Agostino e per essa già sette vescovi avevano subito il martirio.

I Luoghi e la Storia

Altera Roma, l’altra Roma: così Cicerone definiva l’Antica Capua, l’attuale città di Santa Maria Capua Vetere, per molti secoli capitale della Campania e famosa per la ricchezza e l’elegante stile di vita delle sue classi dirigenti.
Dotata di una invincibile cavalleria, apprezzata e temuta dai Romani, che ne l’Antica Capua detenne sempre un ruolo egemone fondato su un consistente peso economico, politico, culturale e religioso; essa è soprattutto ricordata per i famosi ozi che offrì al condottiero Annibale ed al suo esercito durante la seconda guerra punica, nonché per la mitica e sanguinosa rivolta dei gladiatori guidati da Spartaco nel 73 a.C. Secondo la leggenda, raccontata poi da molti autori greci e latini, il nome della città deriva da Kapys, eroe leggendario e nipote di Enea, che sarebbe stato allattato da una cerva dal manto tutto bianco vissuta per più di mille anni nel santuario di Diana Tifatina.
Due sono le possibili date della fondazione della città, secondo la testimonianza di Valleio Patercolo: una intorno all’800 a.C., l’altra nel 598 a.C. ad opera degli Etruschi, probabilmente su un preesistente villaggio osco del IX sec. a.C. Nel 424 il dominio etrusco fu sostituito da quello Sannita e la città ebbe un grande sviluppo, tanto da eguagliare il numero degli abitanti di Roma nel II sec. a.C. Nel 340 a.C. entrò in lega con Roma, ma ciò segnò un arretramento della sua autonomia e una profonda insoddisfazione che sfociò, nel 216 dopo la battaglia di Canne, nell’alleanza con Annibale che durò fino al 211, quando Capua si arrese a Roma senza condizioni. La ripresa avvenne soltanto con Cesare nel 61 a.C., rafforzata da Augusto, nel 43 a.C.
La città, anche per la sua posizione geografica, prosperò e superò anche le devastazioni di Gianserico nel 456 d.C. , soccombendo soltanto ai Saraceni nell’840, quando gli abitanti furono costretti a trasferirsi nella vicina Casilinum, mutandone il nome con quello della propria città. Sul luogo di quella che era stata una tra le più gloriose metropoli campane, sorse un nuovo, piccolo centro che prese il nome dalla cappella di Santa Maria, dedicata alla Vergine. Nel 1862, per sottolineare le antiche radici, il nome del centro urbano, che nel frattempo si era ingrandito, fu cambiato nell’attuale, aggiungendovi "Capua Vetere", cioè Capua Antica.
Le fonti storiche, nel sottolineare il ruolo fanno esplicito riferimento anche ad altre sue attività, a cominciare dalla produzione di unguenti (il cui mercato, "Seplasia", era famosissimo) per finire ai vasi di bronzo, alle statuette di argilla e alle terracotte architettoniche, attestate, queste ultime, dalla grande quantità ritrovata nel tempio Patturelli.
Notevole fu anche la produzione artistica e letteraria, deducibile dalle condizioni di benessere che diedero origine alla leggenda degli "Ozi di Capua".

*Monumenti e Archeologia

Elenco: *Anfiteatro Campano *Arco di Adriano *Criptoportico *Domus Confuleius detta Bottega del Tintore *Domus - Via degli Orti *Mausoleo *Mitreo

*Anfiteatro Campano
Punto di riferimento principale della città è l’Anfiteatro, sito in piazza I° Ottobre 1860, costruito tra la fine del I e gli inizi del II secolo dopo Cristo in una posizione strategica, vicino alla via Appia e al decumano maggiore della centuriazione. Abbellito dall’imperatore Adriano con statue e colonne e inaugurato dall’imperatore Antonio Pio nel 155 d.C., fu devastato dai barbari nell’841. Adibito successivamente a fortezza, divenne in età medievale e rinascimentale una vera e propria "miniera" di materiali di costruzione, subendo spoliazioni di marmi, colonne e ornamenti. Fu Francesco I di Borbone a porre fine allo scempio con un editto datato 1826. L’Anfiteatro Campano si sviluppava su tre piani con arcate decorate da statue e un quarto a parete continua.
L’edificio poteva ospitare fino a 60mila spettatori, ai quali i posti erano assegnati in base all’ordine sociale. Senatori e magistrati godevano di una visuale migliore; alle donne era riservata la "cathedra". Nell’arena si svolgevano combattimenti tra gladiatori e spettacoli con animali (leoni, orsi, tori, elefanti). Attraverso le botole, ancora oggi visibili, venivano innalzati oggetti scenici come rocce o colonne. Oltre a un consistente avanzo dei due piani inferiori, sono giunti a noi in ottimo stato i sotterranei, che rappresentano il luogo più suggestivo da visitare. Qui, attraverso una rampa, venivano trasportati gli animali poco prima di entrare nell’arena. Erano, inoltre, dotati di una vasta cloaca a croce per lo scolo delle acque. I canali convogliavano il liquido contenuto in una cisterna, utilizzato per la pulizia dei sotterranei stessi e dell’arena, nelle fognature poste a nord e sud dell’Anfiteatro.
L’edificio, secondo per dimensioni solo al Colosseo di Roma, è a pianta ellittica: l’asse maggiore è lungo 167 metri, quello minore 137. Gli archi dei tre piani inferiori erano costituiti da ottanta arcate ornate da busti di divinità (alcuni furono distrutti, altri riutilizzati, altri ancora sono esposti nei musei). Si conservano solo due archi sulle cui chiavi vi sono protomi raffiguranti Giunone e Diana. All’esterno della struttura sono sistemati sepolcri sui quali sono presenti tracce degli affreschi che li decoravano.
Nello stesso luogo, in età repubblicana, sorgeva il primo Anfiteatro, antecedente a quello oggi visibile, nel quale aveva combattuto il gladiatore Spartaco, capo della rivolta servile nel 73 a.C.; si tratta del più antico anfiteatro d’Italia costruito in piano e del quale sopravvivono pochi resti visibili. In particolare, scavi in proprietà privata de Paolis hanno evidenziato resti delle gradinate.
*Arco di Adriano
L’Arco di Adriano, comunemente definito "Arco di Capua", sito in via del Lavoro (antica Via Appia) è un arco di trionfo originariamente a tre fòrnici, delle quali restano quella di sinistra, ancora integra, e un pilastro della centrale.
L’Arco, alto circa 10 metri, risale al II secolo d.C. e, da una lapide rinvenuta nel 1700, si deduce che fu dedicato ad Adriano; pare, infatti, che l’imperatore amasse soggiornare a Capua per il clima dolce e lo splendido paesaggio.
Alcuni studiosi, tuttavia, attribuiscono l’arco a Traiano, che volle la ristrutturazione della via Appia. Il monumento era un tempo rivestito di lastre di marmo e ornato da statue poste nelle nicchie. Su una lapide collocata nel 1863 sono incise le parole dettate dal patriota Luigi Settembrini per ricordare la "battaglia del Volturno", combattuta il primo ottobre 1860.

*Criptoportico

Al di sotto dell’ex Casa Circondariale affacciata su Corso Aldo Moro e su Via Galatina sono parzialmente conservate le strutture di un grande criptoportico, danneggiato e ricoperto nel 1707 quando vennero edificate le scuderie del reggimento di cavalleria e nel 1820 per la costruzione del carcere.
La struttura, la più grandiosa di questo tipo in Campania. è a tre bracci, di cui quello centrale è
lungo m 96.80, mentre quelli laterali m 79,60. Ogni braccio è a navata unica, larga m 7,10 con copertura voltata: l’altezza originaria era di 10 m, anche se attualmente è ridotta a 7 m per il rialzamento dei pavimenti. Gli ingressi erano collocati all’estremità del lato interno e scale a due rampe portavano al piano superiore.
Il corridoio era illuminato da ben 80 finestre collocate nella parte interna, mentre 30 nicchie sicuramente con statue, ornavano il muro esterno. Sulle pareti agli inizi del Novecento si potevano ancora scorgere avanzi di decorazione dipinta, oggi totalmente scomparsa, con scene figurate sulle pareti, come la rappresentazione di Europa sul toro, e una volta con riquadri policromi.
Il criptoportico, che non sappiamo ricollegare con certezza a nessun edificio preciso, era collocato sul lato breve della piazza del toro, sulla quale si affacciavano anche il teatro e gli edifici sacri, pertanto potrebbe essere solamente un luogo di passaggio, per evitare sole e pioggia, che ospitava, come d'uso, qualche ufficio ai piani superiori.
*Domus Confuleius detta Bottega del Tintore
La Domus Confuleius apparteneva ad un liberto (un ex schiavo affrancato), probabilmente di origine orientale, di nome Publio Confuleio Sabbione il quale in questa domus non solo vendeva ma anche lavorava il sagum, un mantello di lana pesante usato dai militari di basso rango, e da qui la qualifica di sagarius. Essa è sita sotto un condominio privato in corso Aldo Moro a Santa Maria Capua Vetere.

Storia
Struttura

La domus è venuta alla luce a seguito di scavi compiuti nel 1955 per la realizzazione del palazzo che oggi sovrasta la domus. Notizie del suo proprietario, e addirittura del suo architetto, ne abbiamo traccia grazie alle iscrizioni riportare sulla pavimentazione attraverso dei mosaici pavimentali.

Latino:

"P (UBLIUS) CONFULEIUS, P(UBLI) (ET) M(ARCI) l (IBERTUS) SABBIO SAGARIUS / DOMUM HANC AB SOLO USQUE AD SUMMUM / FECIT ARCITECTO T(ITO) SAFINO T (ITI) F(ILIO) FAL (ERNA) POLLIONE"

Italiano:

"Publio Confuleio Sabbione, liberto di Publio e di Marco Confuleio, sagario, fece fare questa casa dal suolo fino al tetto, essendone architetto Tito Safino Pollione, figlio di Tito, della tribù Falerna".
L’iscrizione sul pavimento
L'iscrizione fu realizzata, con molta probabilità, come segno di autoconclamazione da parte di Confuleio per attestare la sua scalata sociale e il suo essere diventato un uomo libero.

Struttura

Alla domus si accede attraverso una scala a doppia rampa. La domus è composta da due stanze con volta a botte aderente al lato sud con un lucernario circolare. Le due stanze dovevano essere originariamente finemente decorate sia alle pareti con affreschi, di cui ci restano solo traccia e che fanno supporre che sia il soffitto a volta che le lunette erano decorate da bande orizzontali rosse mentre le pareti erano dipinte a schema geometrico, sia i pavimenti, con i mosaici che sono arrivati a noi quasi intatti con mosaici a forme geometriche e vegetali con tessere bianche e nere su fondo di cocciopesto rossastro.
La prima stanza è divisa a metà da una stretta fascia rettangolare costituita da cerchi con crocette centrali. Questa fascia divide la stanza in due diverse decorazioni pavimentali:
a nord un tappeto rettangolare di rombi a tessere bianche incorniciato da tessere alternativamente bianche e nere,
a sud un quadrato, circondato ai quattro lati da decorazioni a tema vegetale, con al centro un cerchio decorato da una fascia esterna di meandri e una interna a spicchi, e incorniciato da una distesa di crocette.
In questa stanza è presente una vasca rettangolare e un pozzo circolare che molto probabilmente erano usate per la lavorazione del segum e quindi fanno supporre una funzione vestibolare di questa prima stanza.
Alla seconda stanza si accede attraverso una apertura posta nella parete ovest della prima stanza con pavimentazione a tappeto rettangolare diviso in quadrati con al centro crocette. Appena entrati vi è un'iscrizione mosaica recante un augurio ai visitatori.

Latino:
"RECTE OMNIA7VELIM SINT NOBIS"
Italiano:
"Vorrei che tutte le cose ci vadano bene"

A fianco a tale iscrizioni è sita l'altra iscrizione vista prima con l'indicazione del proprietario e dell'architetto. Come per la prima stanza anche la seconda presenta due tipi di decorazioni divise proprio dalle due iscrizioni:
a nord un tappeto di esagoni con al centro crocette
a sud una fascia rettangolare con decorazioni a tema vegetale e a seguire un tappeto di meandri a croce uncinata con al centro un quadrato di crocette che incorniciano un rosone con cerchi e archi che si intersecano.

(Da: Wikipedia, l’enciclopedia libera)
*Domus - Via degli Orti

La domus di via degli Orti si trova nella parte orientale della città antica. Innanzitutto dobbiamo precisare che questa struttura architettonica, comunemente definita villa, è in realtà una casa cittadina; nell'antichità c'era una netta distinzione tra una Domus e una villa. La Domus era una casa di città, anche se molto grande e con giardino; una villa era, invece, una casa extraurbana, di solito con annessi fondi agricoli oppure con impianti di produzione. Soprattutto nelle campagne romane ci sono grandi ville con annesse fabbriche di produzione di laterizio, per cui chi possedeva una villa era un ricco proprietario le cui ricchezze derivavano o dal commercio, da una attività industriale oppure dal possedimento di latifondi. Quindi, anche se questa viene definita villa, in realtà è una Domus. Fu trovata negli anni 60, quando il comune di S. Maria C.V., dovendo costruire una scuola, espropriò un terreno ad un privato. Nel momento in cui si incominciò a scavare, i dipendenti della sovraintendenza si accorsero che dal terreno venivano fuori materiali di interesse archeologico, salvando così la Domus dalle ruspe.
Sulla base dei dati che via via emergono, dagli scavi, si sta cercando di ricostruire la giusta distribuzione delle strutture urbanistiche nonché di riconoscere la specificità dei singoli ambienti oppure addirittura di interi complessi, come è il caso della Domus di via degli Orti.
Nel momento in cui ci si rese conto dell'importanza del ritrovamento della Domus, la sovrintendenza intervenne ampliando gli scavi e, quindi, portando alla luce una serie di ambienti tra i quali alcuni molto interessanti, soprattutto per il tipo di pavimento ancora ben conservato. Oggi, nella maggior parte dei casi, le coperture originali degli ambienti non ci sono più perché i
tetti, essendo costituiti di travi di legno ricoperte da tegole o coppi, sono i primi a cadere, o per cedimento del legno o per distruzione intenzionale, come l'incendio dell'antica Capua dopo che era stata occupata dai Vandali. Anche il vento, la pioggia e le intemperie hanno deteriorato le strutture murarie. Della Domus è stata individuata solo una parte residenziale, con la sala da pranzo e il settore termale.
Questa villa, del I - IV sec. d.C., è stata costruita in modo da adattare i diversi strati di terra e le diverse strutture che osserviamo. Quando la casa è stata scavata, si usava una tecnica di scavo diversa di oggi. Si puntava a mettere in evidenza la struttura muraria, ma la ceramica non si raccoglieva, mentre oggi per gli archeologi è più importante raccogliere frammenti di ceramica, perché ogni tipo ha una precisa data di produzione. Se noi troviamo un frammento di ceramica, due, o meglio se sono di più, siamo più sicuri nella datazione. Poniamo che i frammenti siano del IV secolo d.C., sappiamo allora che questa villa nel IV secolo era abitata o comunque fu abbandonata nel IV sec.
Si sono messe in luce le strutture, ma i materiali (ceramici e altro) non sono stati conservati, per cui è difficile datare la costruzione. É anche difficile interpretare i diversi ambienti, la loro funzione. Ad esempio, un ambiente è stato interpretato come triclinio e probabilmente doveva esserlo anche quest'altro. Si tratta di due locali in cui si banchettava e chiaramente non erano le nostre sale da pranzo; erano sale da pranzo molto importanti per ospiti di lusso ed erano riccamente decorate. L'attribuzione al triclinio è stata fatta perché sono stati trovati due pavimenti a mosaico molto lussuosi, molto importanti, e a questo punto si è pensato che fossero delle sale adibite ai pranzi con ospiti importanti, però non se ne può avere la sicurezza. Di solito, però, la zona del triclinio si trova all'ultimo stadio (alla fine della villa). Questo fa pensare che il triclinio inizialmente fosse sistemato al lato opposto. Potrebbe anche essere che in realtà il triclinio sia stato costruito direttamente dove oggi lo consideriamo, in modo da sfruttare la fontana con le cascate, e la vasca come scenografia per quelli che pranzavano qui. Questa sistemazione diversa potrebbe far pensare a una casa atipica; ma abbiamo oggi delle case romane, per lo più case di Pompei del I sec. d.C., conservate dalle eruzioni, e ville tardo-antiche simile a questa, oppure le grandi ville sul lago di Garda, a Desenzano Sirmione, oppure quelle di Piazza Armerina (III secolo d.C), che hanno una struttura leggermente diversa rispetto a quella che noi consideriamo la casa romana canonica.
Triclinio
L'ambiente con lussuosi pavimenti di opera settile a marmi bianchi e neri. Il pavimento è stato in passato rilevato e collocato presso il Museo Archeologico di S. Maria C. V., in attesa di restauro.
Il triclinio aveva la funzione di rappresentanza, per gli ospiti illustri. Conteneva tre letti, ciascuno per tre persone, sui quali gli ospiti si adagiavano per consumare i pasti e per conversare. Muro a pianta curvilinea; parte delle pareti dovevano coronare un ambiente dotato di riscaldamento. É eseguito in opera mista, che alterna file di mattoni in terracotta e file di pietre. Il muro è databile tra il III e il IV sec. d.C., quindi al tardo impero in cui si prediligevano le superfici curve alle piane. L'ambiente aveva due pavimentazioni distanziate con colonnine composte di dischi in terracotta e pietra. Il criterio era adottato per la propagazione dell'aria calda. L'incuria, nei decenni successivi, ha disperso buona parte dei dischi.

*Mausoleo
Nel 1950 il Prof. Alfonso De Fr4anciscis condusse alcuni scavi

*Mitreo
Scoperto nel 1922, il Mitreo è del II sec. d.C., quando il culto orientale del dio Mitra ebbe la sua massima diffusione in tutto l’Impero Romano; si tratta di uno dei pochissimi e meglio conservati templi dedicati al dio Mitra in tutta Europa. Presenta un vestibolo e una sala con sedili laterali (riservati agli adepti) al di sopra dei quali alcuni affreschi illustrano i sette gradi di iniziazione. La volta è dipinta con stelle a otto punte verdi e rosse.
Sulla parete di fondo si può ammirare l’affresco, straordinariamente ben conservato, che ritrae Mitra nell’atto di uccidere un toro bianco. Agli angoli del dipinto, il Sole, la Luna, l’Oceano e la Terra "assistono" al sacrificio.
Completano la scena un corvo, un serpente, un cane, uno scorpione e due portatori di fiaccole, che simboleggiano il sorgere e il tramontare del sole. Mitra, infatti, era concepito come potenza benefica connessa con la luce.

*Principali attrazioni

Elenco: *Complesso Via Torre *Fornace Etrusca *Monumento Ossario ai Garibaldini *Museo Archeologico dell'Antica Capuao *Museo Civico e Archivio Storico *Museo dei Gladiatori *Officina di Bronzo *Teatro Garibaldi *Villa Comunale e Monumento ai Caduti


*Complesso Via Torre

Proprio nel centro di Santa Maria, nelle vicinanze del Museo Archeologico sono stati rinvenuti i resti di un complesso di epoca romana consistente in un grande ambiente absidato, con copertura a volta, realizzato in opera reticolata.
Questo tipo di tecnica muraria prevedeva il rivestimento di un muro con blocchetti di tufo (tufelli) a forma di piramide a base quadrata che venivano inseriti nel paramento del muro accostandoli per linee oblique in modo da dare l’impressione di un reticolo, una tecnica di età repubblicana.
A nord dell’ambiente voltato si trovava una vasca, ricoperta in signino (cocciopesto con l’inserzione di tessere di mosaico con motivi decorativi), in modo da renderla impermeabile. Il signino è databile alla fine del II-inizio I secolo a.C.
Sono poi stati rinvenuti i resti di un ambiente ipogeo, probabilmente un criptoportico, a pianta pressoché quadrata, anch’esso con paramento in opera reticolata, cui si accedeva tramite una scala realizzata in un angolo del vano.
Da questo ambiente ipogeo provengono due statue. Una, acefela, rappresenta una figura di fanciullo, mentre della seconda rimane solamente un frammento di una spalla che regge un cratere è improbabile che si trattasse di un fabbrica, perché posta al centro della città, generalmente gli impianti produttivi sorgevano all’esterno o alla periferia delle città, in luoghi dove fosse facile approvvigionarsi di materia prima e di acqua. Potrebbe essere un luogo di culto ma non ci sono prove.
*Fornace Etrusca

Nell’area a nordest dell’abitato dell’Antica Capua, al confine tra i comuni di Santa Maria Capua Vetere e San Prisco, agli inizi degli anni ottanta, in occasione della costruzione di una nuova rete fognante, furono rimessi in luce alcuni livelli dell’abitato arcaico. Particolarmente interessante il rinvenimento di una fornace, attiva tra la fine del Vi e gli inizi del V secolo avanti Cristo e molto probabilmente utilizzata per la cottura di tegole piane.
*Monumento Ossario ai Garibaldini
*
Museo Archeologico dell'Antica Capua

L’edificio ottocentesco dell’Incremento Ippico Borbonico ospita il Museo Archeologico, costruito nell’area della Torre di Sant’Erasmo, dove nacque nel 1278 Roberto d’Angiò. La Torre sorse dopo che S. Erasmo, vescovo di Formia venerato col nome di Sant’Elmo, costruì una cappella sulle rovine del tempio di Giove; in epoca longobarda divenne, insieme all’Anfiteatro, una fortificazione che Carlo D’Angiò destinò a residenza reale estiva e regia scuderia. Nella stessa Torre nacque Roberto D’Angiò. Nel Museo archeologico, inaugurato l’11 ottobre 1995, vi sono esposti materiali capuani, risalenti al periodo compreso tra il XIV e il III secolo a.C., provenienti da sepolture e da abitati.
Le prime tre sale sono allestite con reperti che testimoniano il passaggio dall’età del Bronzo a quella del Ferro. Sono in mostra corredi dalla necropoli villanoviana del Nuovo Mattatoio e da quella dell’età del ferro di Fornaci, che si estendeva nella zona dell’Anfiteatro. Nella quarta sala prevale l’elemento etrusco con il "bucchero", una ceramica che durante la cottura assumeva un omogeneo colore nero. Notevoli anche i grandi recipienti di bronzo, di produzione locale e di importazione greca, esposti nella quinta sala. Statue e decorazioni risalenti al periodo tra il VI e il III secolo a.C. sono conservate nella sesta sala. Trovano spazio nella settima sala alcune sepolture di fine VI sec. a.C. L’ottava sala è dedicata alle sepolture dei Sanniti e nella nona è ricomposta una tomba a cassa. Al suo interno vi sono vasi del corredo. L’ultima sala raccoglie reperti provenienti dal santuario del Fondo Patturelli, terrecotte architettoniche, votivi e statue delle Madri.
*Museo Civico e Archivio Storico
Il Museo Civico di Santa Maria Capua Vetere fu istituito con deliberazione di Consiglio Comunale dell’08 novembre 1870 per la conservazione delle "antichità" ed ebbe come sua prima sede il Palazzo Municipale sito nell’attuale via Cappabianca.
Tale scelta nasceva dalla volontà degli amministratori di conservare e salvaguardare la notevole quantità di reperti archeologici raccolti negli anni e, soprattutto, da mosaici ed iscrizioni rinvenuti durante i lavori di costruzione del nuovo campanile del Duomo nella piazza antistante la Chiesa Madre.
Suo primo Direttore fu il cav. Giacomo Gallozzi. Nel 1910, in occasione del cinquantenario del plebiscito che sancì l’annessione del Regno delle due Sicilie al Regno di Sardegna veniva organizzata a Napoli, a cura di Salvatore Di Giacomo, la "Mostra dei ricordi storici del Mezzogiorno d’Italia".
L’amministrazione comunale, guidata dal Sindaco Corrado Fossataro, aderì all’iniziativa affidando al professore Ernesto Papa la ricerca e la raccolta di cimeli e documenti, che furono esposti alla Mostra inaugurata il 25 maggio 1911.
Al termine delle celebrazioni i reperti, in gran parte di proprietà privata, furono conservati presso la Casa Comunale di via Cappabianca, andando a costituire la "sezione risorgimentale" del Museo.
I reperti furono nuovamente esposti alla "Mostra Garibaldina" di Roma del 1932, allestita in occasione del 50° anniversario della morte di Garibaldi. Nel 1961, dopo la partecipazione alla Mostra "il Risorgimento in Terra di Lavoro" organizzata nella Reggia di Caserta in occasione del 100° anniversario dell’Unità d’Italia, i reperti furono riallestiti nel Salone degli Specchi del Teatro Garibaldi, dove rimasero fino al 1990.
Dopo varie peripezie la raccolta museale fu traslocata in questo edificio nel 1999.
Il complesso demaniale che attualmente ospita i beni culturali della Città (Archivio Storico, Biblioteca Comunale "Pezzella" e Museo Civico) fu Convento degli Alcantarini, costruito tra il 1677 ed il 1684.
La Chiesa, intitolata a San Bonaventura ospita un dipinto di Luca Giordano e un cimitero sotterraneo.
*Nel 1866 il Convento passò in proprietà dello Stato ed ebbe dal 1880 destinazione a riformatorio.
*Nel 1999 fu parzialmente concesso al Comune per ospitarvi i suoi beni culturali.
*Dal 2000 è sede del Museo Civico.
*Museo dei Gladiatori
Nell’area archeologica dell’Anfiteatro fu costruito nel 1954 il Museo dei Gladiatori, dove sono esposti gli elementi decorativi superstiti dell’anfiteatro Campano, conservati per decenni nei sotterranei e sotto le arcate dell’edificio. Sicuramente originale è il diorama di combattimenti tra gladiatori che si svolgono in un piccolo settore dell’arena (si distinguono il reziario, con rete e tridente; il secutor, con elmo e corta spada; il trace, con grifo sull’elmo e la spada ricurva detta sica; il venator che affronta le belve, nella fattispecie un leone).
Nella prima sala sono state sistemate tre chiavi d’arco che decoravano l’esterno dell’Anfiteatro, raffigurante Mitra, Giunone, Minerva, e il calco del busto di Volturno. Al di sotto vi sono alcune iscrizioni onorarie con dedica agli imperatori Adriano e Antonino Pio.
Al centro della sala vi è un plastico che riproduce per metà lo stato attuale del monumento e per l’altra metà il suo aspetto originario.
In una vetrina sono esposti materiali ceramici, nonché due teste di Ercole e Atena, frammenti di una testa di Apollo e di quella di una dea, forse Diana. In un’altra vetrina sono conservati i calchi di armi gladiatorie rinvenute a Pompei. Nella seconda sala l’allestimento ripropone i gradini della cavea, con la ricostruzione di uno dei "vomitoria" (accessi): notevole un rilievo con corteo di magistrati e littori nell’atto di entrare nell’Anfiteatro per occupare i propri posti; lateralmente sono raffigurati felini che azzannano la preda.
Altri frammenti riproducono gazzelle, orsi, elefanti e leoni. Frammenti di plutei frontali sono collocati sulle pareti della stessa sala.
*Officina del Bronzo
Proprio nel centro della città, alle spalle del Teatro Garibaldi, nel 1994, durante i lavori di costruzione di un edificio per civili abitazioni sono stati rinvenuti i resti di un edificio di imponenti dimensioni che nel periodo compreso tra il II sec. a.C. ed il primo dopo, venne utilizzato come laboratorio per la lavorazione del bronzo.
*Teatro Garibaldi
Il Teatro vede la sua inaugurazione nel lontano 1896 e grazie alla sua bellezza, ben presto, viene ribattezzato "Il piccolo San Carlo". Dopo la chiusura a causa del sisma del 1980, lavori di restauro, in epoche recenti, lo restituiscono allo splendore originario. Oggi il teatro, gioiello della Città, rappresenta il palcoscenico indimenticabile di molteplici eventi.
É possibile usufruire della struttura per l’organizzazione di spettacoli teatrali, musicali e di danza oppure del Salone degli Specchi, splendida cornice per la celebrazione di matrimoni civili, incontri, convegni, mostre e dibattiti.
Cittadini e turisti potranno visitare gli spazi allestiti all'interno di uno dei simboli culturali della città appunto il Teatro Garibaldi. La mostra permanente, che vuole essere la dimora della memoria storica del Teatro, prevede l’esposizione di reperti e documenti dell’Archivio Storico recuperati nei depositi del Museo Civico. Il percorso espositivo consentirà anche di immergersi nell’affascinante storia del Teatro Garibaldi attraversando le tanti fasi storiche in ognuna delle quali ha lasciato un segno indelebile.
Un percorso, quindi, che consentirà una costruzione identitaria del Teatro: dal momento della sua nascita, appunto il 12 aprile del 1896, con la rappresentazione de "La forza del destino" di Giuseppe Verdi al quale inizialmente voleva essere intitolato il Teatro, fino ad arrivare ai lavori di recupero del secondo millennio, resistendo a due guerre e rinascendo alla fine del XX secolo, dopo un letargo durato quasi 20 anni a causa dei danni del terremoto del 1980.
Storia
Il 28 ottobre 1864 il municipio di Santa Maria Capua Vetere bandì un concorso di progettazione per la realizzazione di un teatro pubblico, essendo il comune deciso ad aumentare il proprio prestigio e sprovvisto di un qualsiasi teatro stabile a differenza di città dalla più consolidata tradizione come Caserta ma soprattutto Capua. Furono presentati 17 progetti, 8 dei quali furono ammessi e presi in considerazione dalla Commissione appositamente nominata; nessuno di questi però rispondeva pienamente alle indicazioni del bando. Per tale motivo la Commissione non scelse alcuno dei progetti presentati ma si riservò la possibilità di nominare un architetto, tra quelli concorrenti, cui affidare la progettazione secondo le norme previste dal programma. La scelta cadde sull'architetto Luigi Della Corte che "rispondendo con zelo all'invito presentò nel 18 giugno 1865 una pianta topografica modificata e un novello stato estimativo delle spese".  I lavori per la costruzione dell'edificio avrebbero dovuto cominciare il 1º gennaio 1867 ma non si riuscì a trovare un imprenditore che, per il prezzo previsto, volesse appaltare l'opera.
Dopo circa vent'anni, il 1º marzo 1887, fu bandito un altro concorso per un progetto dalle caratteristiche simili (3 ordini di palchi invece di 4 e un minor numero di sale) e, tra i progetti presentati, fu scelto quello di Antonio Curri che si ispirò all'Opéra Garnier di Parigi. I lavori, iniziati il 13 agosto 1889, furono aggiudicati alla ditta D'Agostino e Casella di Salerno (che per i lavori in muratura si avvalse della locale impresa di Pasquale Angiello) e furono terminati nell'arco di sette anni. La spesa complessiva, originariamente stimata in lire 200.000, risultò, a lavori ultimati, pari a Lire 450.000, più del doppio di quanto inizialmente previsto. Il 12 aprile del 1896 il teatro, intitolato a Giuseppe Garibaldi anche per via dell'importanza della Battaglia del Volturno nel processo dell'Unità d'Italia, fu inaugurato con la messa in scena di La forza del destino di Giuseppe Verdi, diretta dal maestro Vincenzo Grandine.
Per la ricercata facciata architettonica e per la fama che andava ad acquistare nel corso degli anni fu soprannominato piccolo San Carlo, anche se fu l'ultimo teatro lirico ad essere costruito in Campania, essendo il comune di Santa Maria Capua Vetere relativamente giovane.
Numerose le rappresentazioni di opere liriche. Tra le tante si ricordano il Camoens di Pietro Musone del 1897, con il tenore Luigi Ceccarini e il soprano Anna Franco, il Mefistofele di  Arrigo Boito, la Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti, La Gioconda di  Amilcare Ponchielli, oppure le "prime" de Il trovatore nel 1901, del Rigoletto, della Norma, o ancora i  Pagliacci del  Leoncavallo nel 1904, la Cavalleria rusticana di  Pietro Mascagni, l'Andrea Chénier e  lt La bohème con il maestro Guido Serrao e il tenore Amedeo Rossi. Il 4 giugno del 1910 vi esordì il baritono Raffaele Aulicino in una rappresentazione della Traviata di Giuseppe Verdi. Non mancavano anche rappresentazioni di operette che consentirono all'impresario di superare la crisi serpeggiante dal 1902 quando era stato necessario sospendere le rappresentazioni per il loro costo elevato, che costringeva a praticare prezzi dei biglietti al di sopra delle possibilità medie dei cittadini Sammaritani. Fu così che vennero messe in scena "La vedova allegra" e "Geisha" nel 1910, con Gianni e Lina Sartori, Margherita Abbadia-Lindi, i maestri U.Bellini e Gambardella e "I pescatori di perle" nel 1914 con il debutto di Maria Reichenbach.
Il Teatro ospitava anche rappresentazioni di prosa, concerti da camera e sinfonici. Nella stagione 1896/97 ospitò la "Drammatica Compagnia" diretta da Antonio Grisanti, Attila Ricci e Virginia Campi; nell'autunno del 1897  Eduardo Scarpetta e la sua compagnia; nel 1898 la compagnia di Achille Torelli; nel 1899 Amalia Ferrara, Lena Botti-Bello e Lina Montis in "Un viaggio in Africa" e " Donna Juanita" di Suppé, Il venditore di uccelli di Zeller e "L’usignolo" di Chapy e, nel 1900, la Compagnia di Ferruccio Garavaglia, Achille Maironi, Gina Favre in "Tristano e Isolda" e "La scuola delle mogli" di Molière.
Nel dicembre del 1914, a seguito di un incendio che distrusse il Cinema Mascolo dove si esibiva, Salvatore De Muto, l'ultimo Pulcinella della scuola dei Petito, fu autorizzato, non senza polemiche ed opposizioni, a tenere spettacoli al Garibaldi, molto apprezzati dal pubblico popolare.
Durante la Prima guerra mondiale il teatro chiuse per la prima volta a causa del conflitto in corso. Da allora verrà utilizzato solo sporadicamente, determinandone un lento ed inevitabile declino. Nel 1939 l'impresario Mario Del Piano ottenne l'autorizzazione per trasformarlo in sala cinematografica, mentre successivamente, durante la Seconda guerra mondiale e l'occupazione alleata della città, il teatro fu requisito e divenne palcoscenico per le esibizioni di alcuni artisti americani (tra cui Cole Porter e Coleman Hawkins). Al termine del conflitto, nonostante le difficoltà di gestione, il teatro vanterà le presenze di Arturo Toscanini, Totò, Nini Taranto, Raffaele Viviani, Carlo Dapporto, del fratelli Maggio, di Erminio Macario e delle sorelle Nava.
Nel 1980, a seguito del terremoto dell'Irpinia, il teatro venne dichiarato inagibile e per oltre vent'anni è rimasto chiuso al pubblico.
Finalmente nel gennaio 2002 iniziarono, sotto la direzione della Soprintendenza per il Patrimonio storico-artistico di Caserta e Benevento, i lavori di restauro della struttura, finanziati con oltre quattro milioni di euro.
Terminati i lavori, il 27 maggio del 2004 il Teatro Garibaldi ha riaperto i battenti e nello stesso anno è ripresa la programmazione della stagione teatrale, prevalentemente con spettacoli di prosa.
Architettura
La facciata, chiaramente ispirata all'Opera Garnier di Parigi, presenta, al piano terra, una zoccolatura in pietra calcarea che si alza per oltre 1,50 metri sul livello della strada e tre portoni d'ingresso con ai lati due nicchie che ospitano le statue in gesso di Carlo Goldoni (a destra) e Vittorio Alfieri (a sinistra), atti a simboleggiare la Commedia e la Tragedia. Sopra le porte d'ingresso ci sono quattro medaglioni che raffigurano Vincenzo Bellini, Gioachino Rossini,  lt Giovanni Battista Pergolesi e Domenico Cimarosa. Al primo piano, invece, cinque balconi non sporgenti con balaustra, chiusi da finestroni e separati da colonne corinzie binate che reggono la trabeazione al di sopra della quale è il frontone con il nome del teatro, ai cui lati svettano due timpani arcuati con bassorilievi in gesso. La sala, a ferro di cavallo, con pavimento in legno leggermente in discesa, è in stile tardo-neoclassico e presenta, sul soffitto, un dipinto di Gaetano Esposito raffigurante "L'Apoteosi della Poesia: Torquato Tasso che esce dal Tempio delle Muse. La platea ospita 150 poltroncine numerate disposte su 11 file mentre i 42 palchi, disposti su tre ordini, hanno una capienza complessiva di 168 posti cui vanno aggiunti i circa 60 posti del cosiddetto "loggione" che occupa tutto il quarto ordine. Interessante anche il "Salone degli Specchi", destinato ad attività culturali.
Il MUTEG (Museo "del Teatro e del Cinema" del Teatro Garibaldi
Dal 21 giugno 2017 il Teatro Garibaldi ospita la mostra permanente dedicata al Teatro e al Cinema. Essa è una sezione distaccata del Museo Civico cittadino. Nella mostra sono esposti reperti e documenti dell'Archivio Storico che ripercorrono la storia del teatro e del cinema in generale ma anche dello stesso Teatro Garibaldi.

*Villa Comunale e Monumento ai Caduti

*Chiese a Santa Maria Capua Vetere

Elenco: *S.Maria Maggiore e S.Simmaco Vescovo *Parrocchia Immacolata Concezione di M. Vergine *Sant'Agostino Vescovo *Sant'Andrea Apostolo *Sant'Erasmo *S.Maria delle Grazie *S.Paolino Vescovo Chiesa Vecchia e Nuova *S.Paolo Apostolo *S.Pietro Apostolo


*Basilica Santa Maria Maggiore e San Simmaco Vescovo

La basilica fu edificata nel 432 da San Simmaco, vescovo di Capua e patrono di Santa Maria Capua Vetere. Simmaco dedicò la basilica alla Madonna dopo che il concilio di Efeso aveva proclamato Maria come Madre di Dio.
Dopo la distruzione della basilica costantiniana, intitolata a san Pietro, e della basilica germaniana, intitolata ai santi Stefano ed Agata (VI secolo), la basilica di Santa Maria Maggiore (Sancta Maria Syricorum) fu sede cattedrale del vescovo di Capua. Almeno dal IX secolo la chiesa fu dotata di un proprio capitolo canonicale. Anche dopo il trasferimento della sede vescovile nella nuova Capua, fondata dai principi longobardi sull'ansa del fiume Volturno (antica Casilinum) per potersi meglio fortificare e difendere dagli attacchi dei Bizantini di Napoli e dei Saraceni, la basilica continuò a mantenere il trono vescovile, il titolo e la funzione di concattedrale in quanto, nell'adiacente palazzo vescovile, costruito probabilmente prima dell'anno mille e comunque certamente esistente nel XIII secolo, i vescovi e, dopo il 964, gli arcivescovi metropoliti di Capua, per preservarsi dal clima insalubre del palazzo vescovile nella nuova Capua, vi tennero la propria residenza durante i mesi estivi. Il palazzo, successivamente soggetto a significativi lavori di ristrutturazione nel XVII secolo, ad opera degli arcivescovi Camillo e Antonio Melzi (donde è attualmente denominato Palazzo Melzi), mantenne la sua destinazione fino 1818. In quell'anno, infatti, il cardinale arcivescovo Francesco Serra di Cassano, per consentirvi l'allocazione dei Tribunali della neocostituita Provincia di Terra di Lavoro, lo cedette in enfiteusi al Municipio di Capua, impedendo così il loro trasferimento nella città di Caserta che, proprio in quell'anno, a causa dell'insufficienza delle anguste strutture
presenti nella città di Capua, diveniva il nuovo capoluogo provinciale. Non cessava comunque la residenza degli arcivescovi di Capua in Santa Maria durante i mesi estivi, né, conseguentemente, il funzionamento come concattedrale della basilica di Santa Maria Maggiore. Lo stesso cardinale Serra di Cassano, infatti, faceva edificare un nuovo palazzo vescovile nella vicina via Melorio e tale situazione rimase immutata fino al periodo della seconda guerra mondiale, che vide il progressivo abbandono e degrado della residenza arcivescovile de Santa Maria, fino al triste esito della sua demolizione negli anni novanta.
La presenza più che millenaria della sede Vescovile nella basilica di Santa Maria Maggiore (che del resto è appartenuta allo stesso Municipio di Capua fino alla prima metà del milleottocento), spiega non solo la magnificenza e la grandiosità del sacro edificio, in parte nascoste all'esterno dalla facciata settecentesca, ma anche l'ininterrotto susseguirsi, nel corso dei secoli, dei continui interventi di ingrandimento, di ristrutturazione e di decorazione che ne hanno fatto un insieme al contempo nobile ed imponente, nella mirabile e singolare composizione armonica di molteplici e variegati elementi provenienti dallo spoglio degli edifici dell'antica Capua pagana e precristiana, fino alle sobrie ed eleganti decorazioni in marmi policromi e stucchi del sei e settecento napoletano.
All'interno della chiesa nel 787 Arechi II, principe di Benevento, stipulò con Carlo Magno il trattato di pace che, dopo la sconfitta del Re Desiderio a Pavia, consentì per oltre due secoli la sopravvivenza del dominio longobardo nella propaggine meridionale dell'Italia. Secondo l'anonimo salernitano, lo stesso principe, in scioglimento del voto fatto alla Madonna per ottenere, con la mediazione dei vescovi della Campania, la stipulazione della pace con i Franchi, apportò alla chiesa delle modifiche sostanziali, aggiungendovi la quarta e la quinta navata e configurandola così al classico schema della pianta basilicale.
Successive modifiche furono apportate nel corso del XVI secolo, con la costruzione delle volte in muratura nella seconda e terza navata e l'adeguamento del Presbiterio alle prescrizioni del Concilio di Trento; con la conseguente distruzione dell'antico altare, del ciborio che lo sovrastava (probabilmente ligneo) e del coro. Nel Seicento l'antico atrio antistante la facciata, su cui si affacciavano le abitazioni dei Canonici, fu inglobato nel Corpo della navata maggiore per aumentarne la lunghezza; fu inoltre costruito, al di sopra delle arcate delle mura perimetrali della stessa navata, un soffitto a cassettoni lignei, che coprì le antiche capriate del tetto, fino ad allora direttamente visibili. Nel Settecento profondi lavori di consolidamento e ristrutturazione modificarono l'aspetto e le dimensioni del sacro edificio e diedero alla chiesa la struttura odierna: la costruzione di sei pilastri di sostegno fra gli archi delle mura perimetrali della navata maggiore e l'elevazione della grandiosa volta ad incannucciata; la distruzione dell'antica abside ornata di mosaici paleocristiani rappresentanti la Madre di Dio e l'iscrizione dedicatoria di San Simmaco, che arrecò la gravissima e pressoché irrimediabile perdita di una fondamentale testimonianza dell'epoca di costruzione del primo nucleo della Chiesa e della sua dedicazione; la costruzione del nuovo presbiterio, più ampio e profondo del precedente.


*Parrocchia Immacolata Concezione di Maria Vergine

La Chiesa Parrocchiale dell’Immacolata Concezione di Maria Vergine a Santa Maria Capua Vetere (CE), inaugurata nel 2010, è caratterizzata da una pianta "a ventaglio", convergente vs il campanile in c.a., da cui si diramano "a raggiera" le cinque falde a curvatura variabile della copertura in legno lamellare. La sagomatura sinusoidale dell’estradosso delle pareti laterali in c.a, che intercettano il campanile a diversa quota, al fine di compensare i quattro metri complessivi di dislivello, ha imposto per la copertura lignea, un sistema "scalettato" di sei travi principali a doppia curvatura, di luce pari a 18 mt circa. Gli arcarecci, disposti in flessione retta, rastremati all’estradosso per costituire il miglior supporto possibile al tavolato superiore fortemente curvato, hanno luce variabile da mt 3,0 a mt 10,0 circa. Gli appoggi delle travi principali, realizzati in carpenteria metallica pesante, sono stati collocati dai progettisti sul matroneo.

*Sant'Agostino Vescovo

Edificata quasi certamente nel VI sec. La Cappella, conosciuta nei sec. XVII e XVIII come S. Agostino ad Arcum, per la breve distanza dall’Arco Adriano, si innalzava solitaria lungo l’Appia, lontana dalle prime case del casale di S. Erasmo.
Nell’elenco cronologico dei vescovi dell’antica Capua, stilato dal canonico Gabriele Jannelli, S. Agostino occupa il quinto posto, e sedette sulla cattedra vescovile, quasi certamente, dal 252 al 260 d.C. circa.
Ma, come sovente accade per fatti molto antichi, di questo vescovo si hanno scarsissime notizie antecedenti a questo limitato periodo.
Secondo il succitato Jannelli, Agostino proveniva da Cartagine ed era amico di Cipriano vescovo di quella città.
La storia di Agostino ebbe inizio con l’ascesa di Decio, acclamato imperatore nella primavera del 249 dai soldati della armata pannonica alle sue dipendenze. (Pannonia – attuale Ungheria). Dopo la sua elezione, Decio decise di recarsi a Roma e nell’ottobre dello stesso anno, appena giunto nella capitale, iniziò a meditare su quali misure prendere contro le numerose comunità cristiane presenti nella città e nell’Impero. Questa decisione imperiale è da ricercare principalmente nei seguenti motivi:
1°) Nel fatto che Decio essendo stato eletto dai suoi soldati voleva anche essere riconosciuto dal popolo come legittimo imperatore. Pertanto, approfittando dell’entusiasmo suscitato dalle celebrazioni avutesi l’anno precedente per il primo millennio della fondazione di Roma, pensò di ristabilire l’antico ideale dello stato e della religione ufficiale dell’Urbe. Per questo fu indicato con l’appellativo "Rerstitutor sacrorum".
2°) Nell’insofferenza del popolo contro il cristianesimo. Tale malanimo, sempre frenato dal precedente imperatore Filippo l’Arabo, potè finalmente esplodere in disordini aventi lo scopo di richiedere misure drastiche contro gli adepti della nuova religione.
La persecuzione ebbe inizio prendendo lo spunto dal tradizionale sacrificio in onore di Giove, una pratica religiosa divenuta abituale e non seguita più da molti fedeli.
Pertanto, il 3 gennaio del 250, Decio, giunto nel Campidoglio, solennemente officiò il rito e diede ordine che, in tutto l’impero, i cittadini romani facessero altrettanto. Ovviamente l’ordine valeva anche per i cristiani che furono obbligati a sacrificare alle divinità pagane. In caso di rifiuto, accusati di empietà, sarebbero stati imprigionati, esiliati o condannati a morte.
L’intenzione delle autorità era quella di ottenere il volontario abbandono della nuova religione e per rendersi conto se quanto ordinato venisse realmente eseguito, furono inviate delle apposite commissioni nelle città e nei villaggi.
Il sacrificio consisteva in un atto di abiura accompagnato da un sacrificio o dall’offerta dell’incenso secondo il rito pagano e una volta compiuto quanto richiesto, a tutti coloro che si assoggettava al sacrificio veniva consegnato un certificato scritto attestante l’avvenuto sacrificio: il cosiddetto "libellus".
Ovviamente, vi furono dei proseliti che rifiutarono di sottoporsi a tale pratica e furono sottoposti al martirio, ma, molti altri, per evitare queste sofferenze, accettarono di sacrificare o, corrompendo qualche funzionario, acquistarono il famoso libello.
Costoro vennero definiti "lapsi", cioè coloro che sono caduti in errore.
Altri ancora, si allontanarono dalle città in cui vivevano rifugiandosi in luoghi più sicuri. Così fece pure Cipriano, eminente personalità fra i cristiani e vescovo di Cartagine, vivendo per qualche tempo nel deserto pur mantenendo vivi i contatti con la Chiesa, e intervenendo nelle dispute religiose.
Con molta probabilità, più o meno negli stessi giorni, forse consigliato dallo stesso Cipriano, anche Agostino e sua madre Felicita, si allontanarono da Cartagine, e raggiunsero Capua, città in cui, al loro arrivo, erano conosciuti solo da pochi esponenti del clero capuano.
La persecuzione cessò con la morte di Decio e di suo figlio Erennio Etrusco, avvenuta il 1° luglio del 251 durante la guerra contro i Goti, nella battaglia di Abrittus, località a nord della città di Nicopoli in Bulgaria.
Non essendoci più pericolo, molti di coloro definiti lapsi chiesero di essere riammessi nella comunità cristiana. Ma, dopo il suo ritorno a Cartagine dal volontario esilio, Cipriano era propenso ad applicare, per loro, una certa severità.
Invece, a Roma, dove i lapsi erano in numero maggiore, il vescovo Noviziato preferì una riconciliazione più facile.
Sulla questione dei lapsi, S. Cipriano scrisse una lettera anche al clero di Capua, lettera che esiste tuttora. Si dice che scrisse pure una lettera ad Agostino, ma essa non è pervenuta.
Mentre i cristiani discutevano su queste cose, la vita dell’Impero Romano continuava. A Decio successe Treboniano che non si occupò molto dei cristiani, e anche se le fonti cristiane
ricordano una persecuzione, sembra che l’unico atto ostile fu l’arresto e l’incarcerazione di papa Cornelio nel 525.
Nell’agosto del 253, Treboniano morì, e, nel settembre dello stesso anno, venne proclamato imperatore Valeriano (253-260) che, durante i primi anni del suo regno, si dimostrò favorevole alla nuova religione.
A Capua, intanto, Agostino, divenuto personaggio molto stimato dalla comunità cristiana della città, era stato acclamato vescovo e con solerzia, insieme alla madre Felicita, curava il gregge che lo aveva scelto come guida.
Qualche anno dopo, però, le cose cambiarono, e per i consigli di Macriano, suo principale collaboratore e capo di un partito ostile ai cristiani, l’Imperatore Valeriano, riprendendo il tentativo di Decio, infierì contro i cristiani e, in modo particolare, contro il clero.
Nel 257 emise un primo editto. Veniva ordinato a tutti i vescovi, presbiteri e diaconi di fare un sacrificio idolatrico sotto pena dell’esilio e della confisca dei beni. Nello stesso tempo furono vietate tutte le adunanze religiose.
Pochi mesi dopo, nel 258, con un secondo editto, l’imperatore ordinò che i succitati vescovi, presbiteri e diaconi venissero giustiziati subito; mentre i membri dell’aristocrazia ed i senatori, seguaci di Cristo, fossero privati di tutti gli onori, confiscati i loro beni e, se ancora fedeli a tale culto, anch’essi decapitati. Disposizioni simili furono prese anche contro i cristiani in servizio presso la casa imperiale e, per la prima volta, anche contro le matrone.
Lo scopo principale di queste misure era quello, innanzitutto, di riempire le esauste casse statali e, in secondo luogo di indebolire le comunità cristiane privandole delle guide spirituali.
Ovviamente, né Agostino né sua Madre si sottoposero a quanto espressamente richiesto dall’ultimo editto e pertanto subirono il martirio il 15 o il 16 novembre di un anno imprecisato compreso fra il 250 e il 260 d.C., verosimilmente nel 258, cioè poco prima della partenza, avvenuta nei primi mesi dell’anno seguente, dell’imperatore Valeriano I per la campagna contro Sapore I, il re sasanide che lo catturò e lo rese schiavo.
Il figlio Gallieno, già associato al padre, rimasto unico imperatore pose fine alla persecuzione.


*Chiesa Sant'Andrea Apostolo
Il Parroco

Il Sacerdote Gennaro Iodice é nato a Casalba (oggi Macerata Campania) - (Ce) il 9 Luglio 1944. Dopo le classi elementari e dopo due anni di avviamento professionale in S. Maria C. V., ha frequentato la seconda media nel Seminario Vescovile di Caserta; ha terminato gli studi ginnasiali nel Seminario Arcivescovile di Capua e quelli liceali teologici nel Pontificio Seminario di Benevento prima e in quello Arcivescovile di Napoli dopo.  
Ordinato Sacerdote il 21 Settembre 1969 da S. Ecc. Mons. Tommaso Leonetti, è stato Vicario Coadiutore (Vice Parroco) della Parrocchia di S. Andrea Apostolo in S. Maria C. V. dal Novembre 1969 a tutto Febbraio 1977. Dal 1977 al Novembre 78 Vicario Coadiutore della Parrocchia S. Martino V. in Macerata Campania (Ce). Dal Novembre 1978 al Marzo 1980 Economo curato della stessa Parrocchia di S. Martino V. Parroco in S. Martino V. di Macerata Campania dal 1980 al 1991. Dal 1991 Fidei Donum in Guatemala nella Congregazione della Divina Redenzione fondata da P. Arturo d'Onofrio a Visciano, presso Nola. Collaboratore di P. Livio nell’HOGAR del nigno nella città di Guatemala in Guatemala. Nello stesso periodo anche Coadiutore di don Gabriele Marino, Parroco della Parrocchia de la Maya sempre nella stessa città e successivamente Economo Curato nella Parrocchia del "Cristo Resuscitato" sempre nella città di Guatemala. Dal Marzo 1992 fino a Maggio 1994 Parroco della Parrocchia della Vergine Maria del Carpinello nella periferia Nord-Orientale della città di Medellin in Colombia. Dal 14 Dicembre 1994 al 5 Ottobre 2001 Parroco della Parrocchia S. Cuore in Capua. Dal 6 Ottobre 2001 Parroco in S. Andrea Apostolo di S. Maria C. V. (CE) .


*Chiesa Sant'Erasmo

La costruzione della chiesa di S. Erasmo, quasi di fronte all’omonima cappella edificata dagli angioini qualche secolo prima, risale al 1889. Gli annali ricordano una cerimonia di fondazione particolarmente solenne con la partecipazione delle più alte cariche cittadine ed ecclesiali. Fu il vescovo Alfonso Capecelatro a benedire la prima pietra di una costruzione che, però, vide dei lavori lunghi e complessi. Solo nel 1919 la chiesa di S. Erasmo fu completa dopo la demolizione della vecchia.
Notizie Storiche 1032 – 1336 (preesistenza intero bene)
Esiste un diploma reale del 1336 con il quale il re Roberto d’Angiò ordinò l’edificazione di una Chiesa presso il suo Castello (appunto la Torre di S. Erasmo) nel rione omonimo. Questa chiesa fu poi demolita nel 1909 e se ne costruì una nuova poco distante
Descrizione
La costruzione della chiesa di S. Erasmo, quasi di fronte all’omonima cappella edificata dagli angioini qualche secolo prima, risale al 1889. Gli annali ricordano una cerimonia di fondazione particolarmente solenne con la partecipazione delle più alte cariche cittadine ed ecclesiali. Fu il vescovo Alfonso Capecelatro a benedire la prima pietra di una costruzione che, però, vide dei lavori lunghi e complessi. Solo nel 1919 la chiesa di S. Erasmo fu completa dopo la demolizione della vecchia chiesa avvenuta nel 1909. L'interno della Chiesa è ad un'unica navata, con volta a botte decorata dagli affreschi dell'investitura divina e sacra di Sant'Erasmo e della Presentazione al Tempio. L'abside custodisce l'icona della Maternità e due bassorilievi rappresentanti Santa Teresa e Santa Rita, opere del M° Amedeo Ventriglia. Il lato destro è diviso dalle cappelle dedicate a San Francesco, all'Immacolata, a Sant'Alfonso e dall'altare dedicato alla Madonna di Pompei, donata da Bartolo Longo. A sinistra si trovano invece, le cappelle e gli altari del Cuore di Gesù, del Crocefisso, San Giuseppe e Sant'Antonio Abbate. Il fonte battesimale è di marmo rosa. All'entrata sulla destra si fa notare un affresco raffigurante il Battesimo di Cristo. La facciata, edificata a spese di Ciro Papale, presenta due livelli divisi in maniera marcata. Il timpano superiore, di forma triangolare, è affiancato sulla destra da una torretta campanaria. Il secondo livello è scandito da una serie di lesene corinzie che si frappongono a tre finestroni, con a lato un orologio e lo stemma di dedica della facciata stessa. Il livello inferiore presenta un grande portale, a cui si giunge attraverso quattro scalini, delimitato da due colonne doriche. Il timpano che sormonta il portale, di forma emiciclica, contiene uno stucco raffigurante la Madonna in Trono. L'intera costruzione paga la mancanza di una piazza o, anche di uno spiazzo che dia profondità alla facciata, troppo alta rispetto alla via angusta che le è innanzi. La Chiesa fu decorata dall'artista Iodice nel 1923, ma il tempo e l'incuria hanno devastato una gran parte delle decorazioni. Il restauro è cominciato nel 1993 con l'avvento del parroco don Elpidio Lillo, il quale trovando la chiesa in uno stato di pietoso abbandono, con l'aiuto di molti volontari e l'opera preziosa degli artisti Mincione Pasquale e Pennacchio Pasquale, ha ridato alla chiesa il suo splendore nel 1997.


*Chiesa Santa Maria delle Grazie

La chiesa della Madonna delle Grazie fu dichiarata parrocchia il 13 gennaio 1964 dall'Arcivescovo di Capua Mons. Tommaso Leonetti, che affidò "pleno jure" ai Frati Minori nella persona del M.R.P. Emanuele Lombardi, Ministro Provinciale dei Frati Minori di Napoli, la cura pastorale della zona, che andava fortemente sviluppandosi attorno alla chiesa e al convento francescano.
Il territorio parrocchiale si estende a Nord - Ovest di Santa Maria C. V. in una zona che in questi ultimi anni ha conosciuto un forte sviluppo. La popolazione ha caratteristiche socio - culturali eterogenee. Nell'ambito della parrocchia si trovano la Casa circondariale di Detenzione e Rieducazione (P.zza S. Francesco d'Assisi), una Scuola elementare, il Tabacchificio, il Campo
Sportivo. Nel 1989 contava circa 2850 abitanti. Il 3 dicembre 1963 fu stipulata la "Convenzione tra L'Ecc.mo Ordinario di Capua e il M.R.P. Ministro Provinciale OFM di Napoli per l'erezione del beneficio parrocchiale nella chiesa di S. Maria delle Grazie in S. Maria C. V. da affidarsi "in perpetuum et ad nutum S. Sedis". Il solenne rito del "possesso canonico" ebbe luogo il 15 febbraio 1964 con la partecipazione dell'Arcivescovo di Capua, del Ministro Provinciale, e del Sindaco della Città. Erano presenti anche i giovani studenti francescani di S. Lucia al Monte e di Grumo Nevano, sacerdoti, suore, religiosi e numerosissimi fedeli. Dopo il rito sacro, presso i locali del convento, vi fu un ' agape fraterna alla quale presero parte molti cittadini.
Fondazione della Chiesa e del Convento di S. Maria delle Grazie
Fuori le mura della città, a circa 300 metri dall ' abitato, in prossimità della via provinciale, esisteva un'antica Cappella dedicata alla Madonna delle Grazie. Erano i ruderi della famosa Basilica dei Santi Martiri Stefano e Agata, fatta erigere dal Vescovo S. Germano tra il 510 e il540 tra il "Catabulum" e l'Anfiteatro Campano. Il Santo Vescovo tornato da Costantinopoli, dove era stato inviato dal papa Ormisda (514-523), per porre fine allo scisma di Acacio, vi depose le reliquie del protomartire Stefano, portate dall'Oriente.
Detta Basilica fu distrutta dai saraceni capitanati da Radalgiso durante il saccheggio che subì Capua nell'841 d.C. Dell'intero complesso paleocristiano si salvarono 1' arco dell'abside, l'abside laterale sinistro e l'annesso Palazzo Vescovi le dove dimorarono i Vescovi a S. Maria, quando questa fu distinta da Capua. Nel medioevo veniva additata come "derelicta sancti Stephani Ecclesia". Essa, secondo la descrizione dello scrittore Johannowsky, constava di tre navate con tre absidi a semicerchio e dalle Visite pastorali del Canonico Giuseppe Vetta (1778) per ordine dell ' arcivescovo Adelmo Gennaro Pignatelli si evince che la chiesa era rivolta ad Oriente, come era costume del tempo.
Tale Cappella di proprietà del Comune richiamava l' attenzione di molti fedeli, che vi si recavano per la preghiera, ma essa era in stato di grande abbandono. Nel 1827 era tenuta in piedi e vi incrementava il culto un vecchio eremita settantenne, Francesco Pezzella, il quale, con l'abito di eremita, questua va per il mantenimento della sacra edicola e per la celebrazione della Santa Messa. Al Pezzella successe l'eremita Giuseppe Perrotta, già colono, e così di seguito, senza che il bilancio del Comune fosse gravato.
Ma con l'andare del tempo la Cappella, non avendo adeguati restauri, andava sempre più deteriorandosi. Venne l'occasione propizia per porre rimedio all'inevitabile e definitiva rovina del sacro edificio.
Per caso si trovò a passare in quella zona il signor Carlo Bisogni con alcuni suoi amici di S. Maria Capua Vetere, per una passeggiata.
Sorpresi da un violento acquazzone si rifugiarono nella Cappella, anche se essa faceva acqua da tutte le parti. Il Bisogni restò, da un lato, ammirato per la felice scoperta, dall’altro, amareggiato per lo «stato precario di quella preziosa reliquia». Se la prese con il custode eremita, ma questi gli rispose che, non avendo sovvenzioni e fondi necessari, a stento riusciva a pagare, con le offerte dei fedeli, il sacerdote che celebrava la santa messa.
Il Bisogni, allora, da cristiano fervente e devoto della Madonna. Pensò di acquistarla a proprie spese c il 31/12/1884 fece istanza all' Amministrazione comunale. Questa, nella seduta
straordinaria del 21/2/1885, concesse all’unanimità al richiedente la Cappella con tutti gli accessori la somma di lire 600, con la clausola che la Cappella fosse sempre aperta al pubblico e destinata al culto divino.
Ma l' intenzione dell’acquirente era quella di affidarla ai Padri Alcantarini, perché ne facessero un centro di spiritualità mariana e per questo la Curia Arcivescovile di Capua ottenne, previo rescritto della Santa Sede la sanatoria, avendo costui trattato direttamente la compravendita di un edificio sacro senza consultare le Autorità religiose locali.
Il card. Alfonso Capecelatro, accondiscendendo ai pii desideri del Bisogni, affidava con decreto del 5/6/1885 la Cappella e l'eremo adiacente ai Francescani Alcantarini nella persona di P. Giustiniano Pcluso, residente nella vicina Macerata. Assieme ad altri due confratelli prese dimora in tre stanzette adiacenti alla Cappella e, sostenuto dal Bisogni, vi apportò i dovuti restauri e l'abbellì quanto meglio poté. Ciò contribuì ad aumentare l’afflusso dei fedeli, per cui la piccola comunità religiosa constatò l'insufficienza del luogo per accogliere tante persone c cominciò a vagheggiare l'idea per la costruzione di una chiesa più grande e di un conventino che potesse ospitare in modo più degno la comunità religiosa.
Tra la fi ne dell'800 c i primi del '900 sono stati di comunità presso i locali della Madonna delle Grazie, P. Giustiniano Peluso, P. Mattcso Pensa, P. Angelo Pietrogiacomo, P. Mansueto di Maria Purissima, P. Anselmo Chiacchio, P. Carmine Rotoli, P. Giammaria Palumbo.
La gioia e la sorte di veder realizzati i sogni vagheggiati toccava proprio a quest'ultimo, il quale, entrato a far parte della nuova comunità nell'anno 1906, veniva eletto superiore nell’ anno successivo.


*Parrocchia S. Paolino Vescovo di Capua – Chiesa Vecchia e Nuova
La Parrocchia intitolata al santo vescovo di Capua Paolino del IX secolo (fu vescovo dall’835 all’843), è stata voluta e istituita canonicamente del 1964, il 13 di gennaio, dall’Arcivescovo del tempo, mons. Tommaso Leonetti che il 5 maggio dello stesso anno l’affidò alla cura pastorale di don Pietro Ferriero, che ne fu primo parroco, unendo così tutto il tempo della sua vita in modo indissolubile alla storia della comunità.
Parrocchia nuova, ne consegue…l’assenza della chiesa parrocchiale!
In virtù di un accordo stipulato tra l’Arcivescovo e la Confraternita  A.G.P. e del Carmine, la Parrocchia fu ospitata nella Cappella della sunnominata Confraternita;  fu provvista di terreno, acquistato dallo stesso Arcivescovo da un beneficio della Parrocchia di S. Marcello Maggiore in Capua, in previsione della costruzione della parrocchiale, e le furono offerti in uso alcuni locali all’interno dell’ex Palazzo Vescovile, sito in Via Melorio, per poter svolgere le ordinarie attività di catechesi e accoglienza.
Nella piccola Cappella di Via Melorio la vita spirituale di una comunità che lentamente si andava formando, cominciò a pulsare, divenendo con gradualità motore per una linfa sempre più vitale
che con forza attraversava tutto il corpo.
Dimensione profetica, liturgica, di carità, andavano consolidandosi e imponendosi, così che nel vigore di poco tempo la piccola comunità acquistò una fisionomia ben definita.
Malgrado la carenza di ambienti, la Parrocchia accolse il gruppo Scout 1 di S. Maria C. V. e la sede dell’UNITALSI. Fu fucina di un movimento missionario che poi si è esteso e consolidato anche in altre Parrocchie della città, nonché riferimento per non pochi poveri e ultimi, che trovavano una porta sempre aperta e una mano pronta a soccorrere.
Mancava la ciliegina, però! Quella chiesa parrocchiale tanto attesa e desiderata.
Nel 1967 e successivamente nel 1974 due progetti furono approntati e finanziati dalle Opere Pubbliche, ma in modo insufficiente, così che il sogno continuò a rimanere nel cassetto.
Don Pietro, scomparso all’alba del 1993, portò con sé in Paradiso il desiderio della costruzione della parrocchiale.
Dal 5 gennaio 1994 al 31 ottobre 1995, l’amministrazione della Parrocchia fu affidata a p. Berardo Buonanno, dei Frati Minori, che rivitalizzò le attività avviate da don Pietro, che avevano conosciuto un momento di appannamento in seguito alla sua lunga malattia, e ne avviò di nuove, tenendo ben saldo il timone della conduzione della vita parrocchiale.
Dal 1 novembre 1995 fino ad oggi l’amministrazione della Parrocchia è affidata a don Salvatore Monaco, che immessosi nella nuova realtà ha avviato a conclusione alcune questioni irrisolte, in particolare quella della costruzione della Chiesa e delle annesse opere pastorali, cominciata con la posa della prima pietra il 28 giugno 1998 e conclusasi con la solenne dedicazione il 24 marzo 2001.
In questi ultimi anni, anche grazie ai muovi spazi e alle rinnovate ene4rgie che la Provvidenza sempre dispone attraverso collaboratori nelle opere pastorali, la Comunità è cresciuta e maturata. Molteplici, oggi, sono le attività che si svolgono: ma il giudizio su queste non spetta a noi.
Disponiamo piuttosto che i nostri giorni e le nostre opere sempre più si adeguino al disegno di Dio, così da portare, all’interno di questa Comunità parrocchiale e su questo specifico territorio, un pezzettino di paradiso!


*Chiesa San Pietro Apostolo

La chiesa sorge sulle rovine di un antico tempio: secondo alcuni storici si tratta della basilica fatta costruire intorno al 320 d.C. da Costantino il Grande, la cosiddetta "Costantiniana".
Altri ritengono invece che si tratti dei resti della chiesa fatta edificare nel 455 da S. Prisco II, 41° vescovo di Capua, con il titolo di S. Pietro ad corpus, riferendosi con tale specificazione al fatto che la chiesa si trovava nel corpo, cioè al centro della Città. In questa chiesa sarebbero state conservate le reliquie del suo fondatore.
Secondo la cronologia dei vescovi dell’antica Capua, redatta dal canonico Gabriele Jannelli, fondatore del Museo Provinciale Campano, fu sede vescovile dal 327 al 455, anno in cui il vescovo Prisco II trasferì la sua sede nel Duomo.
Nel 1950 furono effettuati dal De Franciscis scavi nella piazza che portarono alla luce i resti di una domus risalente al I a.C. secolo, luogo in cui, secondo la tradizione, S. Prisco avrebbe ospitato S. Pietro. Questa casa, secondo il De Franciscis, fu successivamente trasformata in luogo di culto. Su di essa sarebbe sorta la Basilica Apostolorum, edificata a tre navate.
Distrutta nel corso delle invasioni barbariche, fu realizzata sulle sue rovine una torre di difesa in epoca longobarda.
Seguiamone la storia nei secoli successivi come riportato nel testo di Gustave Clausse
"Basiliques et mosaïques chrétiennes" del 1893:
"CATTEDRALE DI S. PIETRO IN CORPO
"Le antiche basiliche di Capua, dedicata una, la cattedrale, a San Pietro in Corpo, e costruita, si dice, da Costantino; l’altra, eretta nel V secolo sotto il titolo di S. Maria Maggiore dal vescovo Simmaco, sono sfuggite alla distruzione e ai terremoti.
"La chiesa cattedrale, ricostruita una prima volta dal conte Lando e dal vescovo Landulfo nell’840, riedificata quasi completamente una seconda volta all’epoca di Carlo d’Angiò, probabilmente dall’architetto francese Pierre d’Angicourt, è un monumento notevole per la purezza e la ricchezza di stile gotico che qui è stato impiegato.  1 Pierre d’Angicourt, architetto francese, portato in Italia da Carlo d’Angiò quando è venuto, chiamato da Urbano IV, era stato incaricato di sovrintendere a tutti gli edifici pubblici: si deve a lui la costruzione della cattedrale di S. Gennaro a Napoli come quella di S. Pietro di Capua.)
"Tuttavia qui ritrova una bella disposizione proveniente dall’architettura dell’antica chiesa: la cupola che sormonta il punto d’intersezione del transetto e della navata principale è sostenuta da diciotto colonne di granito antico provenienti dal famoso anfiteatro di cui i Saraceni avevano fatto una fortezza.
"Ciampini ha potuto ancora vedere e fare l’incisione di un bel mosaico che decorava la volta dell’abside. Esso rappresentava, sull’ara della tribuna: Il busto di Nostro Signore in un medaglione, e da ciascun lato i profeti Isaia e Geremia che tengono in mano dei grandi rotoli aperti recanti delle iscrizioni. Al centro della conca la Vergine Maria, assisa su un trono, sistemata frontalmente, che tiene tra le braccia il suo divino Figlio. Ai suoi lati si trovano S. Pietro e S. Paolo e più lontano S. Agata e S. Stefano. I due apostoli sono vestiti di toghe bianche, i due santi sono ricoperti di ricchi vestimenti ricamati.
"Ciampini aveva creduto di poter fissare la data di questi mosaici al principio del IX secolo, epoca che concorda con la ricostruzione del vescovo Landolfo, riportandosi all’iscrizione posta alla base della tavola e così concepita

CONDIDIT HANC AULAM LANDULFUS E TOTO BEAVIT
MOENIA RES MOREM VITREUM DEDIT UGO DECOREM

Noi possiamo oggi rettificare l’errore del dotto archeologo romano, errore che deriva dal fatto che egli ignorava l’epoca nella quale era vissuto l’arcivescovo Ugo, autore del mosaico; ora, Jannelli, in un interessante lavoro sulla cattedrale di Capua ha potuto determinare questa epoca ponendola nell’anno 1130. Il mosaico, distrutto a seguito dei lavori eseguiti nel 1702 appartengono dunque alla prima metà del XII secolo.


*Chiesa San Paolo Apostolo
Addio don Pierino, due comunità in lutto
Per la comunità di Santa Maria Capua Vetere ha rappresentato per anni una guida, per la sua città, Portico era un figlio di cui andare orgogliosi. Don Pietro Piccirillo, per tutti semplicemente don Pierino, ha salutato questo mondo per compiere il suo ultimo viaggio.
Nominato il nuovo parroco della chiesa San Paolo Apostolo a Santa Maria Capua Vetere. Il successore del compianto Monsignore Pietro Piccirillo è don Gennaro Fusco, cinquantenne sammaritano doc, docente di diritto canonico, già parroco della parrocchia di San Vito a Ercole frazione di Caserta. Da voci di corridoio l’insediamento dovrebbe avvenire in forma solenne il 23 agosto 2021.
Il Vescovo di Capua, Monsignore Salvatore Visco presiederà la solenne celebrazione eucaristica. Don Gennaro, originario proprio di Santa Maria Capua Vetere, proviene dalla chiesa di Ercole di Caserta dopo aver trascorso diversi anni alla Santa Maria delle Vittorie di Casagiove

*Luoghi di Culto a Santa Maria Capua Vetere

Elenco Cappelle: *Angeli Custodi *Ch.Cristiana Evangeliva Pentecostale ADI *Congrega S.M.del Conforto *S.Giuseppe (al Duomo) *Corsini *Maria SS.della Pietà *Redenzione *Congr.S.Maria Suricorum *S.Nicola di Bari *Pietrasanta *S.Simmaco e della Concezione *SS.Vergine Assunta *


*Cappella degli Angeli Custodi

Posa della Prima Pietra 26 maggio 1880 benedetta dal rev. Giuseppe Maria Buonpane, incaricato dall'allora arcivescovo di Capua card. Francesco S. Apuzzo.
La chiesa - su progetto dell’ing. Francesco Sagnelli fu costruita dalle imprese di maggior lustro operanti nella città, imprese di Ferdinando Troiano e Domenico Aulicino.
Poco appariscente all'esterno, quasi nascosta nella fila di palazzi che si susseguono sul corso Garibaldi di Santa Maria Capua Vetere, questo gioiello di chiesa rivela tutta la sua grazia e la sua forza a chi vi entra.
Dai cittadini indicata come "Chiesa degli Angeli custodi al Corso", in realtà è dedicata anche alla Madre di Dio, come risulta dall'iscrizione nel catino dell'abside.
Su progetto dell’ing. Francesco Sagnelli, la costruzione venne realizzata a cura e a totale spesa di Gaetano Saraceni, ricco possidente locale.
Due piani sovrapposti sormontati da un timpano triangolare caratterizzano la facciata nel primo piano, sopra un grande portone, posta una lapide
con dedica; sulla seconda parte si apre un finestrone con arco sovrastante.
Mediante due scalini si accede all’interno del sacro edificio a pianta rettangolare ad una sola navata con volta a botte, molte cappelle laterali e l’altare maggiore in marmi policromi.
Entrando, s’incontra una seconda grande porta in legno che sorregge la tribuna dell'organo, uno strumento a canne con leve manuali per i mantici.
Sotto la tribuna è attaccata una bella tela, raffigurante La Santa Famiglia di anonimo. Sulla parte destra della chiesa si eleva il campanile che mostra caratteristiche architettoniche settecentesche.


*Chiesa Cristiana Evangeliva Pentecostale ADI

Chiesa Cristiana Evangelica Assemblee di Dio in Italia - Santa Maria Capua Vetere (CE), via degli Artisti, 9
Riunioni: Mercoledì 19:30 - Riunione di Preghiera Venerdì 19:30 - Riunione di Studio Biblico Sabato 18:00 - Riunione dei Giovani Domenica 17:00 - Scuola Domenicale Domenica 18:00 - Culto al Signore.


*Cappella di S. Maria del Conforto
La Venerabile Congrega di S. Maria del Conforto, che ha sede nel Duomo, ottenne l’approvazione delle Regole con Regio Assenso del 20 luglio 1738. Ma la sua esistenza risale almeno a 100 anni prima. Don Giovanni Carlo Morelli, canonico del Duomo, nel 1638 scriveva (La Miracolosa Fondazione dell’antica chiesa di Santa Maria di Capua): “Congiunta alla suddetta cappella (quella dei Sorci), similmente sporta fuori, è la Cappella di S. Maria del Conforto, con bellissima icona sulla volta e una stanza ove li Fratelli si congregano per particolari divozioni in tutte le Feste Solenni, come quelle degli Apostoli, della Madonna e del Signore, e nelle domeniche del mese. I Fratelli per la maggior parte sono preti e altre persone non del volgo; si somministrano elemosine agli infermi bisognosi. Vi sono maritaggi per le vergini di determinate famiglie. Vi si fanno più volte all’anno le orazioni delle Quarant’ore. Possiede molte reliquie con busti di legno dorato, e anche in argento, e godono i privilegi dei PP. Cappuccini di S. Francesco. Vi sono Messe lasciate dai Fratelli.”
Nel 1692 i Fratelli della Congrega del Conforto decidono di ampliare la sede della Confraternita, acquistando il giardino del Sacro Ospedale. Il Sacro Ospedale della Collegiata era l’istituzione che provvedeva alla conservazione e alla manutenzione del Duomo e alle spese del culto. Le somme introitate a vario titolo, provenienti da elemosine come anche dalle sepolture nel Duomo, ma anche da lasciti e donazioni. Aveva sede in un immobile che sorgeva accosto al Duomo, i cui locali, un tempo destinati alla cura e assistenza dei poveri, erano all’epoca concessi in fitto per bottega o abitazione.
L’immobile era vecchissimo e nel 1687 ne fu decisa la vendita. Nell’incartamento relativo alla cessione dell’immobile è detto che dalla cessione era esclusa la parte del giardino che si vendette alla Venerabile Congrega di S. Maria del Conforto dentro la Collegiata. L’acquisto era motivato dalla necessità di ampliazione della stanza di detta congregazione. Nelle Memorie Istoriche del presente anno di giubileo MDCC, pubblicato in Roma nel 1700 Francesco Posterla dà notizia della visita fatta a Roma dalla Congrega in occasione del Giubileo: “Per la suddetta porta (Flaminia) entrò anche in detto giorno (3 maggio) la Compagnia di Santa Maria di Capua, la quale era composta di 33 fratelli, ricevuta all’archiconfraternita delle Stimmate di Roma; li fratelli forastieri vestivano con i soliti sacchi ceneritij con mozzetta simile; portorno un piccolo crocifisso senza ornamento il quale veniva retto da uno che camminava a piedi ignudi, avendo gli altri i sandali; condussero ancora 26 servitori e nel partire colmi di giubilo lasciarono per regalo un calice d’argento di valore scudi 40 in circa” Nel 1766 Francesco Granata (Storia sacra della Chiesa Metropolitana di Capua) scriveva: “Nella medesima Collegiata si veggono erette tre Congregazioni: una di S. Maria del Conforto, nella quale si ammettono persone anche nobili, e civili, e vivono sotto la regola di S. Francesco del Terzo Ordine, e nelle funzioni pubbliche vestono l’abito simile a quello della celebre Arciconfraternita delle Stimmate di Roma, e ha il suo Cimitero: la di lei cappella è molto ben tenuta, adorna di ricche e preziose suppellettili” Uno dei più ricchi confratelli fu Francesco Cusano, morto nel 1676. Nel suo testamento dispose “che il mio cadavere sia seppellito nella mia congregazione di S. Maria del Conforto eretta dentro della Collegiata Chiesa di S. Maria Maggiore con il tauto, pregando li maestri di detta
Congregazione che vogliano rompere l’astreco accosto dell’altare di dentro o dove meglio gli resterà comodo… … inoltre voglio che alla detta venerabile Congregazione li siano dati, et pagati ducati mille dei quali trecento ne possano fare ciò che meglio gli piacerà; e ducati settecento per comprare beni stabili o annue entrate affinché dall’annualità che ne percepiranno detta Congregazione possa far celebrare messe per l’anima mia…”All’inizio del 1800 la Venerabile Congrega del Conforto fu coinvolta nella annosa diatriba sulla precedenza nelle processioni, una vertenza che si trascinerà fino al 1857 quando con decreto reale furono stabilite le singole precedenze in base alla data dei “Regi Assensi”. Dalla disputa si chiamerà fuori la Congrega del Conforto che in una nota del suo superiore, Mannaro Gagliani del 15 ottobre 1861, chiarirà al Sindaco che la congregazione delle Sacre Stimmate "lungi di essere una congregazione laicale, deve invece considerarsi come ordine religioso, appartenente al Terz'Ordine istituito da S. Francesco d'Assisi fin dal 1221, composto di fratelli cosiddetti Terziari, ai quali non è vietato né il matrimonio, né la proprietà... A questa congrega come istituto di penitenza è vietato intervenire nelle processioni. Anche nei funerali dei fratelli defunti è proibita ogni pompa funeraria, eccetto il solo accompagnamento dei fratelli. E perciò essa come ordine religioso, e come istituto di penitenza, non può venire in conflitto di precedenza colle altre congreghe, né deve con esse confondersi. Che se talvolta fosse per volontà del superiore ecclesiastico è obbligata ad assistere ed intervenire a qualche processione, in tal caso non può dubitarsi che essa come ordine religioso, e come congrega certamente la più antica, deve a tutte le altre precedere, sia che vada sotto la Croce propria, ovvero sotto quella dei Cappuccini..." E in effetti la distinzione dalle altre congreghe vi era anche nell’abito: mentre queste avevano un abito di vario colore composto da camice e mantellina (mozzetta) quella del Conforto aveva il saio e un cappuccio color cenere. La Venerabile Congrega del Conforto sotto il Titolo delle Sacre Stimmate di S. Francesco ebbe ordinaria vita fino alla fine del secolo scorso con il suo ultimo Priore Antonio Papale. Successivamente, per il ridotto numero dei confratelli e per l’ammissione di nuovi aspiranti contestata dalla curia capuana, la gestione è stata affidata ad un commissario. La Cappella delle Sacre Stimmate di S. Francesco, sede della Congrega, si affaccia sulla navata laterale di sinistra del Duomo. È preceduta da un atrio dove campeggia un dipinto ad olio del XVII secolo raffigurante la Madonna in trono col Bambino, ai cui piedi sono S. Francesco e S. Simmaco. Sulla destra vi è un secondo vano con un altare sovrastato da un dipinto ad olio raffigurante La Pietà. Al centro della stanza è stato posizionato un presepe napoletano, realizzato e donato da Ugo Uccella. Da un lato vi è un accesso che porta direttamente nella cripta, realizzato per poter più comodamente trasportarvi i cadaveri dei confratelli da interrare. Sempre nell’atrio, una scala a chiocciola raggiunge la cantoria. La cappella di recente restaurata, conserva nelle pareti laterali sei dipinti del ‘700 dedicati al ciclo della vita di S. Francesco. Altri due dipinti, dedicati sempre alla vita di S. Francesco, si trovano ai lati dell’altare: uno di essi reca la firma di P. Criscuolo ed è datato 1754. Sull’altare in marmi policromi, in una nicchia è posta la statua di S. Francesco, realizzata da un unico tronco di legno. Dalla sacrestia si accede al Cimitero sotterraneo. La nascita delle Congregazioni è legata alla necessità di dare una sepoltura ai defunti. L’obbligo di sepoltura in appositi recinti posti fuori dell’abitato arriverà soltanto agli inizi dell’800. Prima di allora a quest’opera pietosa provvedevano le chiese e i Monasteri. Il Duomo accoglieva le spoglie mortali di vescovi e sacerdoti nel suo interno da epoca immemorabile, come nel caso del vescovo di Calvi, Ferdinando, morto nell’anno 837 e tumulato in S. Maria Suricorum. Ma c’erano anche i morti comuni. Per avere un’idea del fenomeno, si pensi che nel solo decennio che va dal 1731 al 1740, nel Duomo furono tumulati, senza che vi fosse alcuna epidemia, oltre 600 cadaveri. Utilizzati tutti gli spazi possibili all’interno del Duomo, nel 1787 venne realizzata e benedetta una nuova area, il cosiddetto Cimitero del Campanile, la cui presenza è rivelata oggi da uno sfiatatoio su piazza Matteotti e dallo sprofondamento in corrispondenza dell’ingresso del campanile. Foto del coro ligneo una volta esistente nella Cappella delle Sacre Stimmate ed eliminato con i lavori di restauro perché fortemente danneggiato dalle infiltrazioni d’acqua. Dai Conti e Atti comunali del 1822 apprendiamo che in quell’anno furono espurgati cantaroni e cimiteri esistenti nella cosiddetta Fossa Comune della Collegiale Chiesa dalle ossa dei cadaveri inumati nella stessa, per renderla suscettibile alla ricezione di altri cadaveri dei defunti poveri del Comune. I trainatori incaricati della triste operazione fecero 13 viaggi per il trasporto delle ossa dalla Chiesa Collegiata a quella parrocchiale del Comune di Savignano I cimiteri delle Congreghe erano generalmente destinate unicamente ai confratelli. Il Cimitero della cappella presenta quattro sepolture a terra, soprastate da altrettante nicchie. Al centro della sala la botola dell’ossario in cui venivano sversate le ossa dei cadaveri al termine del processo di putrefazione. Sulla parete di fondo un modesto altare con un dipinto di S. Francesco con il Bambino, oggi completamente distrutto dall’umidità.
(Autore: Giovanni Laurenza)


*San Giuseppe (Al Duomo)

L’associazione il Giglio di Santa Maria Capua Vetere ha riportato all’antico splendore la Cappella di San Giuseppe, tesoro di inestimabile valore della Chiesa di Santa Maria Maggiore.
Grazie all’intervento di restauro finanziato dall’azienda Macchiavelli dell’ing. Pasquale Rauccio e alla minuziosa opera degli architetti Pina Napolitano e Gianfranco Zarrillo, la statua del Santo, l’altare e la cupola sono tornati a disposizione della comunità di fedeli che ha deciso di partecipare in maniera massiccia alla benedizione di ieri, alla celebrazione Eucaristica di don Mario Miele e don Vincenzo Gallorano e all’emozionante concerto dell’artista sammaritana Fabiana Sirigu. Ecco alcuni momenti dell’iniziativa tenutasi nel Duomo proprio nel giorno di San Giuseppe.


*La Cappella Corsini

Nell’antico palazzo vi era una Cappella. Inizialmente era un ambiente piuttosto piccolo; venne ampliato da Francesco Maria Corsini.
Oggi, il tempietto che si presenta ad una sola navata, si trova all’incrocio con via Pasquale
Fratta, ed è noto come "Cappella Corsini".
La porta d’ingresso, chiusa da un cancello in ferro, è sovrastata dallo stemma della famiglia Corsini, privo dei suoi colori.
Nel linguaggio araldico il blasone era: "Bandato d’argento e di rosso, alla fascia in divisa d’azzurro attraversante".
Al di sopra del blasone, i lati misti-linea di una finestra ospitano vetri colorati sistemati a formare la Croce.
Più in alto, nel timpano triangolare, si apre una finestra rotonda.
Nella parte interna, sull’architrave della porta, posta in una cornice di stucco a mo’ di cartiglio,
una iscrizione racconta di Maria Francesco Corsini, altro membro della famiglia, che ampliò la prima angusta e umile cappella in onore di Maria Madre di Dio, di S. Domenico e di S. Andrea Corsini, aprendola al culto nell’anno 1718.
Sulla parete di fronte all’ingresso è posto l’altare di marmi policroni sovrastato da un quadro, opera datata 1718, di Andrea d’Aste, (pittore nato a Bagnoli Irpino, allievo di Francesco Solimena) raffigurante la Vergine con il Bambino tra San Domenico e Sant’Andrea Corsini.
L’opera è incorniciata da stucchi barocchi che racchiudono l’altare sui tre lati. Il soffitto è a cassettoni.
Le pareti sono abbellite con cornici di stucco e si presentano tutte dipinte di bianco. Il pavimento è formato da mattonelle raffiguranti un fiore stilizzato si fondo chiaro e su fondo scuro in alternanza fra esse.


*Cappella Maria SS.della Pietà
XVII (costruzione intero bene)

La costruzione della cappella risale al 1600 e apparteneva alla famiglia Bovenzi di Santa Maria Capua Vetere. Successivamente fu donata alla parrocchia S. Maria Maggiore e San Simmaco Vescovo.
La cappella di piccole dimensioni si presenta a base rettangolare. La facciata principale comprende l'ingresso con porta a vetro e un cancello in ferro posto prima dell'ingresso. All'interno si trova un altare in marmo con due panche in legno dove è possibile sostare per una preghiera. Incassata nel muro al di sopra dell'altare vi è la statua della Madonna della Pietà in buone condizioni. Anticamente da questa cappella era possibile accedere ad una cripta sotterranea che oggi è non è più accessibile ai visitatori.


*Cappella della Redenzione (Sotto il titolo Della Morte)
La storia della Cappella della Redenzione inizia il 15 gennaio 1548 quando un gruppo di laici benestanti e di religiosi diede vita al Sacro Monte dei Morti, una congregazione il cui scopo era quelli di assistere i moribondi poveri e di assicurar loro una degna sepoltura sottraendoli all’abbandono nei campi e nei canali che circondavano la nostra Città. Fu a tale scopo acquistato un terreno accosto alla cattedrale di S. Maria Maggiore nel quale fu realizzato un cimitero sotterraneo: sempre nel Duomo saranno di lì a poco aperti anche i cimiteri delle congregazioni di S. Maria del Conforto e della SS. Annunziata. Dieci anni dopo, nel 1560 iniziò la costruzione di un oratorio al di sopra di questo Cimitero. La Congregazione ricevette un primo riconoscimento nel 1604 da Papa Clemente VIII. A sostenere la Congregazione erano le offerte dei fedeli: il cardinal Melzi aveva autorizzato a tal fine il posizionamento di un ceppo per tale raccolta. Il Monte dei Morti possa tenere un ceppo dentro il suo oratorio eccetto il giorno della vigilia prima di agosto, possa fare la cerca alle messe dentro del suo oratorio dopo il Corpo di Cristo e della Madonna. Possa fare la cerca per la piazza il giorno di mercoledì e di venerdì senza altro riguardo ma il giorno di domenica, di giovedì e di sabato non prima che siano finite affatto le sopradette cerche del Corpo di Cristo e della Madonna rispettivamente. Comandiamo che si osservino gli ordini fatti dalla gloriosa memoria del cardinal nostro zio che sia in Cielo in materia delle cerche che si possiedono dalle altre cappelle con ogni riguardo et discretezza. Dal palazzo di S. Maria 20 di luglio 1666 Gio. Antonio Melzi Arcivescovo di Capua. Con testamento del 30 novembre 1675, Francesco Cusano nominò suo erede universale il "Sacro Monte dei Morti". Per questa cospicua donazione, di cui ancora oggi benefica la Congrega, vi rimando alla mia ricerca "Cronache del XVII secolo: la S. Maria di Nicola Salzillo" (pag.145/157) La cospicua donazione permise di ampliare il primo oratorio: i lavori iniziarono nel 1722 e terminarono nel 1777 quando assunse la forma attuale. Lascio a Mario Tafuri, che fu Superiore della Congrega, la descrizione della Cappella, come riportata nel suo testo "La Congrega della Redenzione sotto il titolo della Morte" pubblicata nel 1999. Adiacente la Cappella di S. Giuseppe, sul fondo della navata sinistra del Duomo, si apre il vestibolo antistante la Cappella della "Congregatio Mortis". Sulle pareti laterali: a sinistra una tela ad olio datata 1759 raffigurante S. Filippo Neri, a destra una tela ad olio datata 1925 raffigurante S. Carlo Borromeo fra gli appestati; nel soffitto: un affresco del secolo XIX con "Cristo fra gli Angeli e un’anima purgante" S. Filippo Neri S. Carlo Borromeo tra gli appestati Cristo tra gli angeli e un’anima purgante. Nella parete di sinistra si apre la porta che immette nella Sagrestia e sul fondo il portale d’ingresso della Cappella, con un fregio in stucco dorato raffigurante la Madonna che intercede per le Anime purganti, e più in alto, un Angelo che incorona la Vergine. Sul pavimento, si apre una botola, chiusa da una grata, che immette in una cripta dove la tradizione vuole che si trovino le reliquie di S. Simmaco (422-440). In alto un organo a canne del XVIII secolo con la cantoria completa la parete di fondo. La Cappella, a pianta rettangolare, presenta un coro ligneo del XVIII secolo, decorato negli stalli e nei dorsali, composto di quaranta scanni, oltre a quello riservato ai Presuli della Diocesi e a quello riservato al Padre Spirituale. Sopra il coro, alle pareti di destra e di sinistra quattro affreschi con S. Teresa, S. Rita, S. Chiara e S. Scolastica. La volta, nella parete centrale, presenta un affresco di fine ‘700 raffigurante Cristo Risorto. Sull’arco trionfale che separa l’abside troneggiano due grandi scheletri alati in stucco, che sorreggono uno stemma con la scritta "Omnes enim vivunt in Deo" (tutti vivono nel Signore). L’abside accoglie un altare che, per dimensioni ed imponenza, viene considerato l’apoteosi del barocco napoletano. Costruito da artigiani napoletani nel 1732, è composto da marmi policromi con volute e fregi intarsiati. Il tabernacolo, anch’esso in marmi policromi intarsiati, presenta una porta a sbalzo di argento massiccio. Sopra l’Altare una grande tela ad olio, datata 1757, con il Pianto sul Cristo morto. È opera del pittore Francesco De Mura, e raffigura la scena della deposizione con Cristo che giace in grembo a Maria in lagrime attorniata dalla Maddalena, da S. Giovanni e dalle Pie Donne. Completa il quadro un’artistica cornice a sbalzo in marmo policromo, finemente intarsiata. Attorno all’abside quattro nicchie accolgono le statue di S. Rocco, S. Vito e S. Liborio. La quarta statua di S. Francesco d’Assisi nel 1901 è stata donata alla Chiesa dell’Istituto Papale di questa Città. Una balaustra in marmi policromi, impostata su un gradino rococò napoletano, delimita il perimetro dell’abside. Alle pareti laterali due tele del secolo XVIII raffiguranti a destra il Giudizio Universale e a sinistra il Giudizio di Salomone. L’intero pavimento della Cappella, in pregevole maiolica decorata, è datato 1750 ed è opera del maestro ceramista vietrese Giuseppe Mataloni. Un vano nella parete sinistra dell’abside immette nell’ampia sagrestia. Sulla parete in fondo una tela ad olio datata 1813 raffigura la Madonna con Bambino e le Anime purganti. A sinistra un busto in gesso di Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771), copia del bronzo esistente nel Duomo e donato alla Confraternita dal fratello Francesco Paolo Storino nel 1928. Ancora nella parete una tela ad olio del XVII secolo raffigurante S. Sebastiano, della scuola di Mattia Preti, ed un cassettone d’epoca con una campana contenente l’Addolorata. Alla parete di destra una lapide in marmo ricorda il grande benefattore del Sodalizio Francesco Cusano (1613-1675). Un armadio del primo ottocento, con una testa di Cristo in gesso di Giuseppe Saggese (1927), completa l’arredamento della Sagrestia. Infine, in dotazione alla Sagrestia, una serie di oggetti di argento a sbalzo della prima metà del ‘600 in stile barocco: un ostensorio, una pisside, due calici, un campanello, un turibolo per l’incenso, un secchiello con l’aspersorio, un incensiere, due porte di tabernacolo di cui una in argento massiccio.
(Autore: Giovanni Laurenza)


*Cappella Santa Maria Suricorum (o dei Surechiu)  

1620 – Sulla scia dell’entusiasmo suscitato da alcune prediche quaresimali, volte ad accrescere la devozione del popolo verso la Vergine Maria, si sentì la necessità di costruire una cappella a lei dedicata, che potesse degnamente ricordare l’antico miracolo della Madonna compiuto con l’aiuto di umili bestiole come i sorci.
Forse all’edificazione della nuova cappella contribuì anche la volontà del Canonico Morelli che, fedele sostenitore del miracolo dei sorci, in questo modo volle riparare alla distruzione dei sette quadri e di quello più antico che si trovava al di sotto di essi. A quel tempo, sulla parete della navata sinistra, esistevano due cappelle di piccola ampiezza, appartenenti a due diverse famiglie: la prima era dedicata a San Michele Arcangelo e la seconda a San Martino.
Per poter procedere ai lavori, si dovette stipulare una convenzione con i proprietari delle cappelle, i quali, in quella nuova, non potevano più ricostruire gli altari, ed ebbero solo la possibilità di porre la tela raffigurante San Michele Arcangelo, restaurata, all’ingresso sulla parete sinistra, e il quadro di San Martino, anch’esso rifatto, sulla parete di destra.
Eliminate, dunque, le due cappelle si ottenne lo spazio necessario per l’edificazione di quella nuova, dedicata a Santa Maria "Suricorum" o dei "Surechi".
Oggi si notano le pareti dell’intera cappella ricoperta da una decorazione a stucco molto ricca eseguita circa cento anni dopo la costruzione, nel 1725, da Nicola Ferraro, di Napoli.
La cappella è divisa in due parti: la prima parte è a pianta quadrata; le pareti sono formate da quattro archi a tutto sesto; il primo ospita l’ingresso delimitato da una balaustra marmorea su cui è innalzata una inferriata di ferro con decori in ottone.
Sulle pareti laterali sono esposti i due quadri sopradescritti, incastonati in cornici di stucco, su cui campeggiano testine di puttini.
Lungo i lati delle cornici sono rappresentati angeli e figure intere. Negli angoli lasciati liberi dalle curve degli archi8 sono rappresentate quattro figure della Santa Vergine, fra cui il Cuore Immacolato di Maria, e la Madonna dell’ulivo.
Inserita nel pavimento di ceramica, è visibile una lapide, che già si trovava in una delle due cappelle demolite, ed indicava la tomba di famiglia di Giovanni Cipullo, da lui fatta restaurare nel 1590:

AVITUM SACELLO HOC SEPULCHRUM
JOHANNES CEPULLUS REPARANDUM CURAVIT
ANNO MDXC

Trad.: Giovanni Cipullo restaurò questo sepolcro tomba di famiglia nell’anno 1590.

Questa prima parte è sormontata da una cupola con tamburo chiusa in alto da un lanternino. Nella cupola si aprono otto finestrelle separate da lesene binate di piperno.
Fra le due lesene, vi sono stucchi che rappresentano fiori e nastri; gli stipiti sono decorati nello stesso modo. Negli architravi delle finestre vi sono leggiadre figure di angioletti.
L’arco di fronte all’ingresso permette l’accesso alla seconda parte della Cappella, anch’essa delimitata da una balaustra marmorea con il passamano inclinato per uso di inginocchiatoio, chiusa da un basso cancello di ferro battuto.
Di fronte, solenne, è sistemato l’altare e sopra esso l’edicola dove è conservato il simulacro della Vergine con in braccio il Bambino. La statua è quella realizzata poco prima del 1300 di cui diede notizia Giò P. Pasquale. Oggi è rivestita con abiti settecenteschi di seta, abbelliti con motivi floreali ricamati in oro.
La nicchia in cui è esposta la statua è racchiusa fra due colonne che reggono un timpano curvilineo nel cui centro si apre un finestrone. Ai lati due angioletti, statuette a tutto tondo, ne reggono la cornice. Sulla parete dietro gli angioletti sono dipinte figure di Santi.
Al soffitto un affresco raffigura l’Incoronazione della Vergine da parte del Figlio sotto l’atte3nto sguardo del Padre Celeste seduto in trono in atto benedicente; opera di scuola napoletana, risalente alla seconda metà del XIX sec.
Negli angoli altri angeli sono in atto di reggere la cornice del dipinto. Nelle pareti laterali due nicchie delimitate da colonne scanalate sormontate da capitelli corinzi, racchiudono le statue di S. Antonio e S. Simmaco.
Sulla colonna che si innalza davanti alla cappella è dipinta una immagine della Vergine. Nel 1624 furono realizzate le opere in marmo nella Cappella della Madonna dei Surechi (dei sorci), dal maestro Costantino Marasi, appartenente ad una famiglia di scultori e marmorai provenienti da Carrara, che in quel periodo lavoravano a Napoli.
Per le interessanti opere che sono in essa, la cappella è considerata monumento nazionale, ed è assoggettata, pertanto, a vincoli particolari.

(Autore: Salvatore Fratta)


*S.Nicola di Bari

Studiosi ritengono che S. Pietro proveniente da Antiochia, sia sbarcato a Brindisi ed abbia raggiunto Capua seguendo la via Appia.
Superato l’incrocio, si imbocca via Mazzocchi. Nel Settecento, la strada faceva parte della Platea della Croce e il primo tratto di strada, che giungeva fino alla piazza Maggiore, aveva appunto come nome: Via della Croce, ed era "una delle vie principali del Comune dove abitano gran numero di cittadini ed ove sono grandiose abitazioni…".
(Casiello – Di Stefano – S. Maria C. V. pag, 103)
Venne denominata via Mazzocchi nel 1871; anno in cui il Comune modificò l’intitolazione di molte strade.
Qualche centinaio di metri dopo l’incrocio, sulla destra si trova la chiesetta di San Nicola di Bari sede dell’omonima Congregazione.
A lato della cappella si apre il vicolo Mazzocchi, un tempo, vicolo di S. Nicola. In una delle abitazioni di questo vicolo, nel 1884, nacque lo scultore Raffaele Uccella.


*Pietrasanta
*S.Simmaco e della Concezione


*Cappella della SS.Vergine Assunta
La statua dell’Assunta di Antonio Migliorini

Il simulacro di Maria SS.ma Vergine Assunta in Cielo, patrona di Santa Maria Capua Vetere e vanto del popolo Sammaritano, fu donato nel 1837 dall'Università di Santa Maria Maggiore (oggi Comune di S. Maria C. V.) all'insigne chiesa collegiale di Santa Maria Maggiore, a titolo di devoto ringraziamento per la cessione di una cappella, di proprietà del capitolo dei canonici, situata sulla strada che da S. Maria conduce ad Aversa, necessaria ad allocarvi un posto della Guardia nazionale. La statua fu commissionata allo scultore Antonio Migliorini, al quale l'Università pagò un compenso per l'esecuzione di 300 ducati d'oro.
La Madonna Assunta è rappresentata come una giovanetta, dalle delicate e vaghissime fattezze, che con un braccio proteso verso l'alto e uno rivolto verso il basso, volge lo sguardo al Cielo, verso il quale si accinge circondata di nuvole ed attorniata da puttini e cherubini. La scultura è interamente realizzata in legno di olmo, decorato alle estremità delle gambe, delle braccia e del volto. Il nuvolato fu realizzato in cartapesta decorata con polvere bianca e azzurra di lapislazzuli. La cornice della base è dorata con la tecnica cosiddetta di argento a mistura. Le statue dei puttini e dei cherubini, sacrilegamente trafugate nei primi anni ottanta dello XX
secolo, sono state scolpite nuovamente nell'anno 2005 dagli scultori Rosario ed Antonio Lebro, sulle fattezze di quelle elaborate dal Migliorini. La statua della Vergine, durante l'ultimo restauro del 2010, è stata invece sottoposta a procedimento per consolidare e rendere inattaccabile il legno dagli agenti biologici (cosiddetta "mineralizzazione"), riacquistando lo splendido nitore del volto. È rivestita di quattro preziosi abiti serici dei colori bianco e celeste, corrispondenti alla classica iconografia dell'Immacolata Concezione. Il primo - composto di veste bianca, manto celeste e velo di tulle ricamato in oro -, è adornato di sobri ed eleganti ricami in stile neoclassico, risale alla prima metà del XIX secolo e nella foggia, fedelmente riprodotta in tutti gli abiti successivi, è modellato sullo stile delle vesti usate all'epoca dalle donne della Casa reale e della grande nobiltà del Regno delle Due Sicilie (curiosamente la scrittrice Matilde Serao, in una novella di fine ottocento ambientata a S. Maria durante la Festa dell'Assunta, racconta che la Madonna era rivestita di rosso e di azzurro: di un abito di tale colore rimane memoria anche nell'edicola dedicata all'Assunta eretta sulla facciata dell'edificio dell'Istituto "Regina Carmeli" in Piazza 1º Ottobre, sul lato opposto all'Anfiteatro Campano). Il secondo è detto "abito dell'Incoronazione", in quanto fu confezionato in occasione dell'Incoronazione dell'Assunta, celebrata nell'anno 1937 su decreto del Capitolo Vaticano, dall'Arcivescovo Metropolita di Capua Gennaro Cosenza, in occasione del centenario della dedicazione al culto del Venerato Simulacro (cfr. immagine). Tale abito, particolarmente prezioso, nella parte "bianca", la veste - simbolo dell'Immacolata Concezione della Vergine Maria (cfr. Lc. 1, 28) -, è realizzato interamente in seta laminata d'argento puro - che ancora oggi si produce esclusivamente nelle seterie di san Leucio con telai funzionanti a mano -, alla quale è sovrapposta una fitta rete d'oro, su cui sono applicate pietre dure e ricami di splendidi motivi floreali in filo d'oro. Le sopramaniche sono pure in rete d'oro. Il manto azzurro - simbolo della Grazia Divina che ha ricoperto la Vergine Maria (cfr. Lc. 1, 35) - è poi adornato di stelle e gigli d'oro. Pure il velo - simbolo dell'umiltà e della verginità di Maria -, è realizzato in tulle tessuto a mano, su cui sono applicati ricami di stelle e gigli d'oro. La corona usata per l'Incoronazione - simbolo della vittoria di Maria Santissima sul dragone satanico e della sua partecipazione alla vittoria finale di Gesù Risorto, e, insieme all'abito d'oro, simbolo delle nozze eterne di Cristo con la Chiesa, prefigurata in Maria, nella Gloria del Paradiso (cfr. Ap. 12; Ps. 44, 10) - è realizzata secondo l'uso del tempo in oro 12 kt, così come le dodici stelle - simbolo delle dodici tribù del Nuovo Israele (cfr. Ap. 12, 1) - che contornano il capo della Madonna. Dei due rimanenti abiti uno è in seta laminata d'argento e ricamata finemente in oro e pietre dure, confezionato negli anni '70 del '900 a devozione della Congregazione laicale della SS. Vergine Assunta e privo di manto, mentre l'altro, "quotidiano", è realizzato in seta bianca per la veste, ed azzurra per il manto, con ricami in oro più semplici, ed una corona e un'aureola con dodici stelle in argento. Fra i numerosi ori votivi - offerti alla Vergine quale testimonianza perpetua delle numerose grazie elargite per sua intercessione -, è degno di particolare nota il prezioso "collare", in medaglioni d'oro e corniola, offerto alla Madonna nel 1854 dal "1° Lancieri" dell'Esercito delle Due Sicilie, di stanza a S. Maria (a tale reparto era assegnato il padre di quella Giulia Salzano, nata a S. Maria il 13 ottobre del 1846, fondatrice della Congregazione delle Suore Catechiste del Sacro Cuore, proclamata Santa dal Papa Benedetto XVI il 17 ottobre del 2010). Al di sotto degli abiti, similmente agli usi femminili della nobiltà meridionale nell'800, la Statua della Vergine è rivestita di numerosi capi di finissima biancheria antica.


*Vie Storiche a Santa Maria Capua Vetere
A
Via Achille Grandi
Piazza Adriano  
Via Albana

Via Alberto Martucci  
*Via Alessio Simmaco Mazzocchi

Provenendo dal rione S. Andrea, pochi metri dopo aver superato il passaggio a livello, si incrocia via Avezzana.
Sulla sinistra, nell’angolo di un palazzo (ex proprietà Santillo) si apre una piccola stanza, protetta da una cancellata, che contiene un altare e, adiacente ad esso, si nota una mezza colonna di marmo, sulla cui sommità è posta una Croce, anch’essa di marmo.
Questa colonna, un tempo intera, era posizionata al centro dell’incrocio e venne rimossa, verso il 1870, perché intralciava il traffico.
Secondo la tradizione, la colonna voleva segnalare il luogo ove San Pietro, accompagnato da S. Prisco, proveniente da Napoli, essendo sbarcato a Pozzuoli, aveva accompagnato per la prima volta a Capua.
Nota: Lo sbarco a Pozzuoli è riportato negli Atti di Pietro. San Pietro proveniva da Cesarea Marittima, città e porto di Israele fondata da Erode il Grande tra il 25 a. C. ed il 13 d. C. Da Pozzuoli si sarebbe recato a Napoli dove avrebbe predicato e celebrato fuori le mura della città presso un’ara. Sul luogo fu eretto un tempietto conosciuto nei primi tempi come Ara Petri, ristrutturato ed ampliato nel XII sec. E conosciuto, oggi, con il nome di S. Pietro ad Aram. Da Napoli, infine, l’Apostolo giunse a Capua e dopo qualche giorno di permanenza in città, proseguì per Roma seguendo la via Appia.
Altri studiosi ritengono che S. Pietro, invece, proveniente da Antiochia, sia sbarcato a Brindisi ed abbia raggiunto Capua seguendo la via Appia.
Superato l’incrocio, si imbocca via Mazzocchi. Nel Settecento, la strada faceva parte della Platea della Croce e il primo tratto di strada, che giungeva fino alla piazza Maggiore, aveva appunto come nome: Via della Croce, ed era "una delle vie principali del Comune dove abitano gran numero di cittadini ed ove sono grandiose abitazioni…".
(Casiello – Di Stefano – S. Maria C. V. pag, 103) Venne denominata via Mazzocchi nel 1871; anno in cui il Comune modificò l’intitolazione di molte strade.
Qualche centinaio di metri dopo l’incrocio, sulla destra si trova la chiesetta di San Nicola di Bari sede dell’omonima Congregazione.
A lato della cappella si apre il vicolo Mazzocchi, un tempo, vicolo di S. Nicola. In una delle abitazioni di questo vicolo, nel 1884, nacque lo scultore Raffaele Uccella.
Apprese i primi rudimenti dell’arte nella scuola serale aperta dal Comune sul finire del secolo XIX. Frequentò l’Istituto delle Belle Arti di Napoli e fu allievo dello scultore napoletano Achille D’Orsi e, nel 1910 circa, collaborò, con questo suo maestro, alla realizzazione del monumento dedicato a Umberto I, re d’Italia, che si può ammirare in una piazza di via Nazario Sauro sul lungomare di Napoli.
Raffaele Uccella fu artista di grande sensibilità, uomo libero e ribelle che coltivò numerosi interessi culturali e le sue composizioni ottennero positivi giudizi da parte di tanti critici e principalmente da un altro grande scultore dell’epoca: Vincenzo Gemito.
Morì nel 1920, in seguito ad una malattia contratta durante la 1^ Guerra Mondiale e cui aveva partecipato, sul fronte del Pasubio, col grado di sottotenente degli Alpini.
Donate dagli eredi, alcune sue opere sono raccolte presso il Museo Provinciale Campano di Capua.
Poco dopo s’incontra il Palazzo Merola, oggi conosciuto come "Palazzo Mazzocchi".
Probabilmente, negli spazi dove venne eretto il palazzo, erano ubicate alcune più modeste abitazioni (in esse nacque A. S. Mazzocchi) e solo verso la fine del Seicento o il principio del secolo successivo fu costruito il palazzo, forse, su progetto o disegno dell’architetto napoletano Ferdinando Sanfelice.
In origine, era un fabbricato ad un solo piano con due ingressi uno sul vicolo adiacente e uno sulla strada principale dove si apre un portale a tutto sesto abbellito da stucchi barocchi. La facciata al primo piano mostra, alternativamente, balconi e finestre sormontati da timpani arcuati. Nei primi anni del Novecento fu sopraelevato e il secondo piano si ottenne rialzando di poco il sottotetto e trasformando i finestroni esistenti in finestre e balconi anch’essi sistemati in successione alternata.
Sul soffitto dell’androne è visibile uno stemma nobiliare, ancora in buono stato e di buona fattura, raffigurante un albero ed un uccello, appartenente probabilmente alla casata di chi fece costruire la nobile dimora. All’interno, il fabbricato gode di un ampio cortile dove è sistemato un abbeveratoio per i cavalli. In una parete è murata un’epigrafe di epoca romana. In questi spazi nacquero: Alessio Simmaco Mazzocchi e Antonio Tari. Per ricordare i due importanti personaggi, nel 1855 il Comune pose sulla facciata due iscrizioni marmoree. La prima, sulla sinistra del portone, dedicata ad A. Simmaco Mazzocchi. Recita:

IN QUESTA CASA IL 21 OTTOBRE 1684
NACQUE
ALESSIO SIMMACO MAZZOCCHI
ARCHEOLOGO E FILOLOGO SOMMO
PER LA SUA DOTTRINA E PER LE SUE SCOPERTE
PROCLAMATO MIRACOLO
IL MUNICIPIO
LIETO DI TANTA GLORIA
A PERENNE RICORDO ED ESEMPIO
IL 29 APRILE 1885
QUESTA LAPIDE POSE

La seconda, a destra del portone, incorniciata da un ramo di alloro, fuso in ghisa, presenta un bassorilievo raffigurante il profilo del filosofo Antonio Tari. Così tramanda:

IN QUESTA CASA
DOVE UN SECOLO INNANZI ERA NATO A. S. MAZZOCCHI
NACQUE IL 1 LUGLIO 1809
ANTONIO TARI
CRITICO FILOSOFO ARTISTA
CHE INNOVANDO DALLA CATTEDRA I PRINCIPI NAZIONALI DELL’ARTE
ISPIRÓ AI GIOVANI IL CULTO DEL BELLO
I DISCEPOLI GLI AMICI I CONCITTADINI
IL 15 NOVEMBRE 1885
QUESTA MEMORIA POSE

Alessio Simmaco Mazzocchi

Nel Casale di Capua, in quel tempo denominato Villa S. Maria Maggiore, ultimo di numerosissima prole (da 18 a 21 figli) Alessio Simmaco nacque il 21 ottobre 1684, da Lorenzo, farmacista, e da Margherita Battaglia che purtroppo si spense pochi giorni dopo averlo dato alla luce. Il cognome originale, come risulta dai documenti parrocchiali, era Mazzuoccolo; ingentilito e trasformato in Mazzocchi, successivamente.
Compì i suoi primi studi aiutato dal padre e dai fratelli maggiori e nel 1697, appena dodicenne, entrò nel seminario arcivescovile di Capua dove restò circa tre anni.
Conosciute le sue innate doti e straordinarie capacità, dai suoi superiori venne trasferito al seminario di Napoli, e in questo nuovo ambiente apprese, con notevole facilità, le lingue latina, greca, ebraica, e formò la sua straordinaria conoscenza in campo teologico.
Pertanto gli fu affidata la cattedra di Teologia e Sacre scritture all’Università di Napoli. Fu, inoltre, autore di importanti studi filologici, archeologici e storici. Trascorse la vita dedicandosi esclusivamente agli studi, tanto da rinunciare alla carica vescovile e a quella
Cardinalizia. Fu conosciuto ed apprezzato dai maggiori esponenti della cultura italiana ed europea, e nominato membro di prestigiose accademie. Fra le sue importanti opere, tutte scritte in latino, si ricorda quella in cui descrive l’Anfiteatro Campano e per la prima volta la storia dell’antica Capua: "In mutilum Campani Amphitheatri titulum, alias nonnullas Campanas inscriptiones, Commentarius", edita a Napoli nel 1727.
Seguirono altre opere, fra cui: Dissertazioni Tirreniche; Commentario sul Calendario Napoletano; Commentario sulle Tavole Eracleensi.
Spesso, il Mazzocchi veniva a S. Maria con la carrozza trainata da due cavalli per i quali aveva fatto approntare, nel palazzo natio, divenuto di sua proprietà, e nei pressi del pozzo, una vasca per la loro abbeverata. La vasca in forma ovale è costituita da due soli blocchi di calcare e reca la seguente iscrizione in cinque righe:

EQUIS. VECTORIBUS. SUIS, PIENTISSIMI
AEGROTUS. HERVS. EORUM, OPERE FREQVENTISSIME. ADIVTVS
ET. PERNICITATE. RECREATVSAQVARIUM. HOC. ET. VICINUM. APTIVS. EQVILE
GRATUS. RESTITVIT

Trad.: Ai suoi cavalli, che (lo trasportano, a cui è molto affezionato, l’ammalato padrone frequentemente aiutato dalla loro opera e ritemprato dalla (loro) sveltezza, questo abbeveratoio e, in modo più idoneo, la vicina stalla, riconoscente fece restaurare.
Ma quando venne a conoscenza del fatto che i canonici del Duomo di S. Maria avevano dato fuoco a vecchie carte e pergamene scritte anche in caratteri gotici, caratteri, forse, non conosciuti dagli stessi, si dispiacque così tanto da proporsi di non venire più nel suo paese, preferendo risiedere presso il domicilio napoletano, dove si spense il 12 settembre 1771. Riposa nella Cappella di Santa Restituta nel Duomo di Napoli dove, collocato alla sinistra dell’ingresso del sacro edificio. È conservato un suo busto, opera di Giuseppe Sammartino, (Autore del Cristo Velato nella Cappella Sansevero).
Il 28 aprile del 1914 anche Santa Maria Capua Vetere dedicò all’insigne studioso un’erma bronzea simile, posizionata su di un pilastro nel lato sinistro della navata principale del Duomo.
Provenendo dal rione S. Andrea, pochi metri dopo aver superato il passaggio a livello, si incrocia via Avezzana.
Sulla sinistra, nell’angolo di un palazzo (ex proprietà Santillo) si apre una piccola stanza, protetta da una cancellata, che contiene un altare e, adiacente ad esso, si nota una mezza colonna di marmo, sulla cui sommità è posta una Croce, anch’essa di marmo.
Questa colonna, un tempo intera, era posizionata al centro dell’incrocio e venne rimossa, verso il 1870, perché intralciava il traffico.
Secondo la tradizione, la colonna voleva segnalare il luogo ove San Pietro, accompagnato da S. Prisco, proveniente da Napoli, essendo sbarcato a Pozzuoli, aveva accompagnato per la prima volta a Capua.
Nota: Lo sbarco a Pozzuoli è riportato negli Atti di Pietro. San Pietro proveniva da Cesarea Marittima, città e porto di Israele fondata da Erode il Grande tra il 25 a. C. ed il 13 d. C. Da Pozzuoli si sarebbe recato a Napoli dove avrebbe predicato e celebrato fuori le mura della città presso un’ara. Sul luogo fu eretto un tempietto conosciuto nei primi tempi come Ara Petri, ristrutturato ed ampliato nel XII sec. E conosciuto, oggi, con il nome di S. Pietro ad Aram. Da Napoli, infine, l’Apostolo giunse a Capua e dopo qualche giorno di permanenza in città, proseguì per Roma seguendo la via Appia.
Altri studiosi ritengono che S. Pietro, invece, proveniente da Antiochia, sia sbarcato a Brindisi ed abbia raggiunto Capua seguendo la via Appia.
Superato l’incrocio, si imbocca via Mazzocchi. Nel Settecento, la strada faceva parte della Platea della Croce e il primo tratto di strada, che giungeva fino alla piazza Maggiore, aveva appunto come nome: Via della Croce, ed era "una delle vie principali del Comune dove abitano gran numero di cittadini ed ove sono grandiose abitazioni…".
(Casiello – Di Stefano – S. Maria C. V. pag, 103) Venne denominata via Mazzocchi nel 1871; anno in cui il Comune modificò l’intitolazione di molte strade.
Qualche centinaio di metri dopo l’incrocio, sulla destra si trova la chiesetta di San Nicola di Bari sede dell’omonima Congregazione.
A lato della cappella si apre il vicolo Mazzocchi, un tempo, vicolo di S. Nicola. In una delle abitazioni di questo vicolo, nel 1884, nacque lo scultore Raffaele Uccella.
Apprese i primi rudimenti dell’arte nella scuola serale aperta dal Comune sul finire del secolo XIX. Frequentò l’Istituto delle Belle Arti di Napoli e fu allievo dello scultore napoletano Achille D’Orsi e, nel 1910 circa, collaborò, con questo suo maestro, alla realizzazione del monumento dedicato a Umberto I, re d’Italia, che si può ammirare in una piazza di via Nazario Sauro sul lungomare di Napoli.
Raffaele Uccella fu artista di grande sensibilità, uomo libero e ribelle che coltivò numerosi interessi culturali e le sue composizioni ottennero positivi giudizi da parte di tanti critici e principalmente da un altro grande scultore dell’epoca: Vincenzo Gemito.
Morì nel 1920, in seguito ad una malattia contratta durante la 1^ Guerra Mondiale e cui aveva partecipato, sul fronte del Pasubio, col grado di sottotenente degli Alpini.
Donate dagli eredi, alcune sue opere sono raccolte presso il Museo Provinciale Campano di Capua.
Poco dopo s’incontra il Palazzo Merola, oggi conosciuto come "Palazzo Mazzocchi".
Probabilmente, negli spazi dove venne eretto il palazzo, erano ubicate alcune più modeste abitazioni (in esse nacque A. S. Mazzocchi) e solo verso la fine del Seicento o il principio del secolo successivo fu costruito il palazzo, forse, su progetto o disegno dell’architetto napoletano Ferdinando Sanfelice.
In origine, era un fabbricato ad un solo piano con due ingressi uno sul vicolo adiacente e uno sulla strada principale dove si apre un portale a tutto sesto abbellito da stucchi barocchi. La facciata al primo piano mostra, alternativamente, balconi e finestre sormontati da timpani arcuati. Nei primi anni del Novecento fu sopraelevato e il secondo piano si ottenne rialzando di poco il sottotetto e trasformando i finestroni esistenti in finestre e balconi anch’essi sistemati in successione alternata.
Sul soffitto dell’androne è visibile uno stemma nobiliare, ancora in buono stato e di buona fattura, raffigurante un albero ed un uccello, appartenente probabilmente alla casata di chi fece costruire la nobile dimora. All’interno, il fabbricato gode di un ampio cortile dove è sistemato un abbeveratoio per i cavalli. In una parete è murata un’epigrafe di epoca romana. In questi spazi nacquero: Alessio Simmaco Mazzocchi e Antonio Tari. Per ricordare i due importanti personaggi, nel 1855 il Comune pose sulla facciata due iscrizioni marmoree. La prima, sulla sinistra del portone, dedicata ad A. Simmaco Mazzocchi. Recita:

IN QUESTA CASA IL 21 OTTOBRE 1684
NACQUE

ALESSIO SIMMACO MAZZOCCHI
ARCHEOLOGO E FILOLOGO SOMMO
PER LA SUA DOTTRINA E PER LE SUE SCOPERTE
PROCLAMATO MIRACOLO
IL MUNICIPIO
LIETO DI TANTA GLORIA
A PERENNE RICORDO ED ESEMPIO
IL 29 APRILE 1885
QUESTA LAPIDE POSE

La seconda, a destra del portone, incorniciata da un ramo di alloro, fuso in ghisa, presenta un bassorilievo raffigurante il profilo del filosofo Antonio Tari. Così tramanda:

IN QUESTA CASA
DOVE UN SECOLO INNANZI ERA NATO A. S. MAZZOCCHI
NACQUE IL 1 LUGLIO 1809
ANTONIO TARI
CRITICO FILOSOFO ARTISTA
CHE INNOVANDO DALLA CATTEDRA I PRINCIPI NAZIONALI DELL’ARTE
ISPIRÓ AI GIOVANI IL CULTO DEL BELLO
I DISCEPOLI GLI AMICI I CONCITTADINI
IL 15 NOVEMBRE 1885
QUESTA MEMORIA POSE

Alessio Simmaco Mazzocchi

Nel Casale di Capua, in quel tempo denominato Villa S. Maria Maggiore, ultimo di numerosissima prole (da 18 a 21 figli) Alessio Simmaco nacque il 21 ottobre 1684, da Lorenzo, farmacista, e da Margherita Battaglia che purtroppo si spense pochi giorni dopo averlo dato alla luce. Il cognome originale, come risulta dai documenti parrocchiali, era Mazzuoccolo; ingentilito e trasformato in Mazzocchi, successivamente.
Compì i suoi primi studi aiutato dal padre e dai fratelli maggiori e nel 1697, appena dodicenne, entrò nel seminario arcivescovile di Capua dove restò circa tre anni.
Conosciute le sue innate doti e straordinarie capacità, dai suoi superiori venne trasferito al seminario di Napoli, e in questo nuovo ambiente apprese, con notevole facilità, le lingue latina, greca, ebraica, e formò la sua straordinaria conoscenza in campo teologico.
Pertanto gli fu affidata la cattedra di Teologia e Sacre scritture all’Università di Napoli. Fu, inoltre, autore di importanti studi filologici, archeologici e storici. Trascorse la vita dedicandosi esclusivamente agli studi, tanto da rinunciare alla carica vescovile e a quella
Cardinalizia. Fu conosciuto ed apprezzato dai maggiori esponenti della cultura italiana ed europea, e nominato membro di prestigiose accademie. Fra le sue importanti opere, tutte scritte in latino, si ricorda quella in cui descrive l’Anfiteatro Campano e per la prima volta la storia dell’antica Capua: "In mutilum Campani Amphitheatri titulum, alias nonnullas Campanas inscriptiones, Commentarius", edita a Napoli nel 1727.
Seguirono altre opere, fra cui: Dissertazioni Tirreniche; Commentario sul Calendario Napoletano; Commentario sulle Tavole Eracleensi.
Spesso, il Mazzocchi veniva a S. Maria con la carrozza trainata da due cavalli per i quali aveva fatto approntare, nel palazzo natio, divenuto di sua proprietà, e nei pressi del pozzo, una vasca per la loro abbeverata. La vasca in forma ovale è costituita da due soli blocchi di calcare e reca la seguente iscrizione in cinque righe:

EQUIS. VECTORIBUS. SUIS, PIENTISSIMI
AEGROTUS. HERVS. EORUM, OPERE FREQVENTISSIME. ADIVTVS
ET. PERNICITATE. RECREATVSAQVARIUM. HOC. ET. VICINUM. APTIVS. EQVILE
GRATUS. RESTITVIT

Trad.: Ai suoi cavalli, che (lo trasportano, a cui è molto affezionato, l’ammalato padrone frequentemente aiutato dalla loro opera e ritemprato dalla (loro) sveltezza, questo abbeveratoio e, in modo più idoneo, la vicina stalla, riconoscente fece restaurare.
Ma quando venne a conoscenza del fatto che i canonici del Duomo di S. Maria avevano dato fuoco a vecchie carte e pergamene scritte anche in caratteri gotici, caratteri, forse, non conosciuti dagli stessi, si dispiacque così tanto da proporsi di non venire più nel suo paese, preferendo risiedere presso il domicilio napoletano, dove si spense il 12 settembre 1771. Riposa nella Cappella di Santa Restituta nel Duomo di Napoli dove, collocato alla sinistra dell’ingresso del sacro edificio. È conservato un suo busto, opera di Giuseppe Sammartino, (Autore del Cristo Velato nella Cappella Sansevero).
Il 28 aprile del 1914 anche Santa Maria Capua Vetere dedicò all’insigne studioso un’erma bronzea simile, posizionata su di un pilastro nel lato sinistro della navata principale del Duomo.
(Autore: Salvatore Fratta)

Traversa Alcide de Gasperi
Via Alcide de Gasperi

Via Alcide de Gasperi Traversa 3
Corso Aldo Moro

Via Anfiteatro
Anfiteatro Campano

Via Antonio Gramsci
Via Antonio Tari
Via Arco Felice
Vicolo 1 Arco Felice
Via Augusto Pierantoni

Via A. Costa
Via A. Curbi
B
Via Benedetto Croce
C
Via Caduti di Nassiriya

Via Convento delle Grazie
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D
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Traversa 1 degli Orti
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Via dei Vetrai

Piazza della Resistenza
Via delle Rose
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Via Domenico Cimarosa

E
Via Errico Fardella
F
Via Farias
Via Farias Vico 1
Via Filippo Turati
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G
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La strada ha inizio

Via Gaetano Donizetti
Via Gaetano Salvemini

Via Gaetano Troiano
Vico 3 Galatina
Via Gallozzi  
Vicolo Gallozzi
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Via Giuseppe Bonaparte

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L
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Via Luigi de Michele
Via Luigi Sturzo

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M
Via Mario Fiore
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P
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Via Pietro Mascagni  
Via Pietro Morelli
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R
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Traversa 2 Santa Maria Nova
Via Saverio Mercadante
Seconda Università di Napoli

Via Senato Capuano
T
Strada 3 Tifatina
Via Tifatina
U
Corso Ugo de Carolis
V
Villa Comunale
Via Vincenzo Bellini
Via Vincenzo Salzillo

Via Vito Romano
Traversa Vittorio Emanuele I
Via Vittorio Emanuele II


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