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Amici di Bartolo Longo

Il Santuario > Bartolo Longo

Ecco alcuni degli Amici di Bartolo Longo. La loro compagnia e il loro esempio, ci sollecitino ad amare di più i bisognosi. È stato difficile scegliere alcuni nomi, considerando la vastità del numero dei collaboratori che hanno avuto un ruolo importante nella storia di Pompei. Il filo sottile che unisce i tanti personaggi a Bartolo Longo è sempre, per ognuno, rappresentato dalla dimensione ricorrente nella loro vita, di tre componenti essenziali: carità, amore, amicizia! Rileggendo qualche passo degli scritti di Bartolo Longo si può, più facilmente, riaffermare la convinzione che per la realizzazione di ogni opera, il primo segno della Provvidenza si manifesta con l’incontro degli amici. Da ciò si scopre il beneficio della solidarietà e della compagnia nel lungo andare per le strade della missionari età.


*Amici, collaboratori e santi compagni di viaggio di Bartolo Longo

Una miriade di persone, più o meno note, a partire dagli umili trasportatori delle pietre per la costruzione del Santuario, sono da annoverarsi nello straordinario "Progetto Pompei", per il quale l’avvocato pugliese fu capofila d’eccezione e attento esecutore della volontà di Dio.
"14 maggio 1876… Era un tenero spettacolo a vedere tante persone di ogni età tornarsi, per la via principale che da Napoli mena a Salerno, tutte curve sotto il peso dei sassi che si portavano addosso con una fede umile e sincera, ma ad un tempo forte e sprezzatrice di ogni umano rispetto. Anche io, del numero degli avventurati, portai sulle spalle il mio sasso…",
È Bartolo Longo, il Fondatore della nuova Pompei, che racconta nella "Storia del Santuario di Pompei" (pp. 169-182) gli inizi della costruzione del Tempio, oggi Basilica Pontificia.
Questo fatto storico è anche "il simbolo" di tutta l’Opera pompeiana. Ognuno potrebbe o dovrebbe dire "c’ero anch’io".
Tra le prime iniziative del Longo si annovera la fondazione della Confraternita del Rosario, che è per sua natura un fatto collettivo.
Di qua passò all’associazione di coloro che sottoscrivevano un’offerta mensile di "un soldo". È lo spirito confraternale che emerge e che guida gli inizi della storia pompeiana. Ma egli non si accontentò di questi angusti limiti, che mal si accompagnavano allo sviluppo provvidenziale del "progetto Pompei".
Perciò egli, che "aveva portato sulle spalle il suo sasso", per amore di Maria percorre l’Italia salendo "le altrui scale"; diviene scrittore e pubblicista; inventa un nuovo modulo di impegno sociale; organizza, infine, una rete di amici dell’opera che ne garantiranno la continuità.
Si può affermare che, in 125 anni, oltre cento milioni di persone – forse duecento – abbiano concorso a tale edificazione e vitalità.
Molti di questi avvicinarono a familiarizzare con il Beato, che nei cinquant’anni di presenza a Pompei, nulla trascurò per coinvolgerli, in vario modo, nella nascente istituzione.
Ma tutti, anche se appaiono marginali ed anonimi per gli uomini mai per Dio, sono e debbono sentirsi membra vive della grande famiglia pompeiana.
Solo Dio conosce, in realtà, quante persone sono state "toccate" da questa "Presenza Mariana" in Pompei. Va subito detto che, accanto a questa schiera di Amici, Don Bartolo incontrò degli autentici nemici che gli diedero "fil da torcere" accusandolo di errori, malversazioni ed altre ignominie, solo per invidia.
Oggi sembra naturale il fervore dei movimenti ecclesiali ed il coinvolgimento dei laici nella vita della Chiesa. Esso è il frutto di un lungo cammino, non privo di difficoltà ed incomprensioni. Basti qui ricordare che i santuari mariani di Lourdes, Pompei e Fatima sono sorti nel dialogo della Madonna con dei laici (Bernadette, Bartolo Longo, Lucia, Giacinta e Francesco), che trovarono la
naturale e prudente resistenza delle autorità ecclesiastiche.
Ma la volontà di Dio si compì, secondo i programmi, ed i protagonisti si santificarono nella risposta alla propria vocazione. Altri santi fiorirono o si incontrarono attorno a questi cenacoli dello spirito. E sono proprio loro, anche se pochi, che hanno caratterizzato, con la propria opera, la nascente istituzione. Di essi c’è un ricordo visibile nel pronao della Basilica o nei giardini circostanti o in quadri diffusi nei corridoi.
Ne ricordiamo alcuni, rinviando per notizie più approfondite alla Storia del Santuario ed alla vita del Longo (A. Illibato, voll. I e II, pp. 257-302 e 429-467).
Il Beato Ludovico da Casoria (ispiratore della carità verso tutti e dell’attività tipografica), la Caterina Volpicelli (grande promotrice della devozione al Sacro Cuore, che ospitò la contessa De Fusco nella vedovanza e Bartolo Longo dopo la conversione), S. Giuseppe Moscati (il medico dei poveri a Napoli e degli alunni negli Istituti di Pompei).
E poi P. Leone, P. Ribera, Don Bosco, Don Rua, Don V. Sarnelli, Sisto Riario Sforza, A. Capecelatro, Padre Pio.
I santi cercano altri santi. Infatti un santuario, per la sua specifica natura di rappresentare la presenza particolare di Dio, non può essere frutto esclusivo della volontà umana. E perciò il nostro Fondatore sentì il bisogno di consigliarsi e confrontarsi con uomini di santa vita per meglio realizzare il progetto che gli "cresceva tra le mani".
Né mancarono significativi incontri e collaborazioni con personaggi istituzionali: in primo luogo i Papi da Leone XIII a Pio XI; i vescovi della diocesi di Nola cui apparteneva la Valle di Pompei, i sindaci di Scafati o Torre Annunziata ed in particolare Nicola Amore, sindaco di Napoli e collaboratore del Beato nella stesura del regolamento per l’opera dei figli dei carcerati. Il registro delle firme, iniziato nel 1890, testimonia il passaggio di illustri personalità civili, militari e religiose. Una cura particolare fu posta dal Fondatore nell’avvicinare all’opera pompeiana anche "i lontani", in senso religioso o culturale, memore del consiglio di P. Ludovico da Casoria: la via della Carità porta a quella della fede.
Una parola particolare va detta sulla collaborazione del Fondatore con i religiosi. Egli era stato educato dai padri Scopoli a Francavilla Fontana ed aiutato da P. Alberto Radente, domenicano, nel momento della conversione.
Era logico che queste due famiglie religiose entrassero a far parte della direzione delle nascenti opere pompeiane. Altri religiosi e missionari prestarono la loro opera per la promozione della devozione al Rosario nel mondo (costruzione di chiese ed altari e traduzioni degli scritti del Beato in altre lingue).
Ma le idee ed i progetti – a dir poco geniali del Fondatore – dovettero confrontarsi con le regole istituzionali dei gruppi da tempo costituiti.
Non fu facile conciliare il nuovo carisma del Beato con quello preesistente delle famiglie religiose. In tutto questo influì non poco la novità che una famiglia di laici volesse guidare, in qualche modo, un’istituzione religiosa. Bartolo passò da una paziente e sofferta attesa, in alcuni casi, fino all’allontanamento delle persone e delle comunità, in altri.
Il fallimento iniziale di coinvolgere le monache domenicane nell’educazione delle ragazze e
gestione della segreteria della Basilica, lo convinse a fondare una Congregazione di Suore che avessero la precisa missione di sviluppare il carisma di Pompei. La Congregazione delle "Figlie del Rosario" ha superato i cento anni ed anche i confini della città, espandendosi in Italia, Filippine, India, Camerun.
Nella storia più recente si è presentato questo stesso dilemma: come è possibile conciliare la tradizione con le esigenze attuali? Fu il tempo in cui si pensò ad un gruppo di "Oblati" che meglio incarnassero le mutate esigenze della società, e quindi del santuario: si trattava di una quasi "rifondazione" dell’Opera. L’iniziativa non ebbe fortuna.
Oggi la presenza di una nutrita comunità sacerdotale "secolare" e diocesana rende più aperta e costruttiva la collaborazione con altre istituzioni e movimenti ecclesiali.
Il Testamento del Fondatore ha trasferito tale patrimonio ai suoi successori ed ai benefattori futuri. L’Opera, infatti, si sostiene con la carità dei fedeli, che vedono Pompei come parte della propria casa e famiglia. Attualmente (siamo nel 1999) circa300 mila persone, che rappresentano altrettante famiglie sparse in tutto il mondo, sostengono le iniziative proposte dal Santuario.
Sull’esempio del Fondatore è da ricordare che il necessario aspetto organizzativo ed istituzionale è solo l’involucro di una realtà palpitante la cui anima è la carità di cristo.
Prima foto: Pompei, i fedeli costruiscono la casa di Maria, olio su tela di 64x47 cm. -  opera di Umberto Genini.
Seconda foto: particolare dell’opera di Franco Gracco "Pompei, una singolare storia di Fede e di Amore".
Terza foto: "Pompei: pietre per il tempio", olio su tela di 77 x 57 cm. – Opera di Luciano Clerici.


*Alberto Lepidi

Lettera del Rev.mo P. M. Fr. Alberto Lepidi 0. P. (Maestro del Sacro Palazzo Apostolico in Roma) al Commendatore Bartolo Longo.
Ill.mo Sig. Comm. Bartolo Longo
Ho letto il suo libretto sopra S. Michele Arcangelo e gli altri Santi Spiriti: io nulla v’ ho trovato, che possa riprendersi quanto alla dottrina. Quanto alla pubblicazione dell'argomento, se sia opportuna  per i tempi che corrono, né anche ho io nulla a dire in contrario; perché il suo scritto è sobrio, e si pubblica per illustrare la grande immagine degli angelici Spiriti nel Santuario di Pompei.
Coi sensi di vera stima e grande affetto, facendo auguri per la sua opera, mi professo.
Vaticano, 10 Febbraio 1907.

                                                                     Suo umilissimo servo
                                                                     fr. alberto lepidi O.P.

L’Arcangelo Michele, Custode del Santuario e della Nuova Pompei.
Perché scegliemmo S. Michele a Difensore e Custode del Santuario di Pompei?
Non senza ragione sin dal cominciamento del Tempio tra tutti i beati Comprensori del cielo , noi prescegliemmo S. Michele Arcangelo a singolar Custode e Difensore delle opere di Dio nella Valle Pompeiana. E scegliemmo il giorno 8 di Maggio, dedicato a San Michele, per porre la prima pietra del Santuario di Maria in Valle di Pompei.
Si legge nelle Scritture che Iddio ha annunziato per mezzo di questo eccelso Spirito il suo augusto Nome, quando sul Sinai per bocca di Michele dettò la legge e disse: Io sono il Signore Dio tuo. Ed inoltre Dio ha comunicato a questo Principe la sua suprema autorità, a lui affidando la difesa delle città, dei regni e dei popoli.
Michele per fermo protesse il popolo ebreo e quando viveva felice nella patria, e quando si pose in cammino verso la terra promessa.
Apparve vestito in abito bianco, armato di corazza d'oro, con una lancia in mano, per capitanare l'esercito di Giuda Maccabeo.
Venne Egli deputato da Dio a distruggere le schiere di Sennacheribbo, a liberare il popolo ebreo dalla schiavitù babilonese, ad occultare il sepolcro di Mosè, acciocché il popolo ebreo non rendesse un culto d'idolatria al corpo di quel famoso ispirato Condottiero.
Apparve Egli a Giosuè sul Giordano, e gli disse: « Io sono il Principe dell'esercito del Signore: Sum princeps exercitus Domini; e vengo in tuo soccorso: sarò ai tuoi fianchi, né ti lascerò. Gerico e le altre città, benché forti, saranno una parte delle tue conquiste; e molti re, che vedrai ai piedi tuoi, faranno il più bel trionfo delle tue vittorie ».      
Michele fu sempre il difensore della Chiesa contro tutti gli assalti del demonio. Si fece vedere all'Imperatore Costantino, e gli disse: - Io sono il Principe delle milizie celesti ed il Protettore dei Cristiani: io ti ho soccorso contro i tiranni nemici della Chiesa: prosegui a sostenere le ragioni di Cristo, ed io sosterrò le tue. –
Apparve a Carlomagno, come afferma il Baronio, in una famosa guerra contro i Sassoni. Egli fece riportare a Ramire, re delle Spagne, una strepitosa vittoria sopra i Mori, uccidendone ben settantamila, e prendendo prigioniero il re Abenaja.
Onde la Chiesa, dopo mille e mille altri prodigi ottenuti, chiama S. Michele Protettore e Difensore dei Cristiani. Eum custodem et patromun Dei veneratùr Ecclesia.
Ultimamente, il Sommo Pontefice Leone XIII a San Michele affidava la custodia di tutta la Chiesa, e a tutti i sacerdoti imponeva di recitare, dopo il Sacrificio divino, quella preghiera bellissima: S. Michele Arcangelo, difendici nella battaglia, contro la nequizia e le insidie del diavolo sii di soccorso. E tu, Principe della milizia celeste, con divina possanza ricaccia nell' inferno Satana e gli altri spiriti maligni, che a perdizione delle anime si aggirano pel mondo.
Se dunque S. Michele è il custode di tutta la Chiesa e il difensore di tutte le grandi Opere divine, non era conveniente che a Lui fosse affidata la difesa di questa grande Opera di Dio nell'epoca moderna, che è il Santuario di Pompei?
L'apparizione di San Michele sul Gauro e l'èra di misericordia mariana a Valle di Pompei.
Ma un'altra ragione, diremo, storica e provvidenziale ci spinse a introdurre il culto del possente Arcangelo nella Basilica Pompeiana, la memoria cioè di una celebre apparizione.
Non è insolita l'apparizione di San Michele sulla terra.
Si è degnato per lo più di apparire sulle alte vette dei monti. Sceglie i monti, quasi per mostrarsi librato fra la terra e il cielo, sfolgorando con lo sguardo fulmineo ogni esercito nemico.
Or di rincontro al Santuario di Pompei si eleva, sopra di Castellammare di Stabia, il monte Gauro, il quale, rannodandosi cogli estremi della catena degli Appennini, segna l'ultima chiusura di questa Valle del Vesuvio.
La sua cima termina in una vetta acuta, e questa vetta è ripartita in tre punte, a somiglianza delle prime tre dita della nostra mano.
Era il secolo settimo della Chiesa. A Vescovo di Castellammare era un Santo, S. Catello, il quale usava sovente di notte raccogliersi sui dirupi di quel monte insieme coll'Abate di Sorrento, S. Antonino, a pregare. Una notte, mentre era immerso nell'orazione, in una gran luce gli apparve l'Arcangelo S. Michele, e, con voce maestosa insieme e soave, gl’ impose che edificasse un tempio in suo onore là dove avrebbe dato segnale con una fiamma. E la fiamma apparve subito sulla più alta delle tre punte che sormontano il Gauro.
Il Santo Vescovo immantinente, col cuore ardente dell'entusiasmo dei Santi, si accinse all'opera. La compì dopo molte contrarietà sostenute, e ingiurie e calunnie, onde soffrì anche il carcere. (Vedi Lezioni dell'Uffizio di S. Catello nel di della sua festa, 19 di Gennaio).
Qual era il fine dell'apparizione del grandioso Arcangelo?
Vi è tutta ragione di credere che il Signore abbia fatto apparire il suo fedele Ministro per preparare tanti secoli innanzi il regno di Maria in questi luoghi, abbandonati nei tempi antichi all'impero del Demonio e della colpa.
Il portentoso Arcangelo venne a scacciare Satana dalla terra dei pagani, sulla quale doveva sorgere un giorno, e propriamente ai dì nostri, una novella èra di grazia , una luce nuova di misericordia.
Per tale ragione sin dal 1876 proponemmo al santo Vescovo di Nola, Monsignor Formisano, che la prima pietra
per le fondamenta di questo nuovo tempio di Maria si ponesse proprio il giorno 8 di Maggio, perché quel giorno ricordava l'apparizione in queste contrade dell'eccelso Arcangelo S. Michele.
Pel volgere incessante di trentun anno, sempre, nel giorno 8 di Maggio, abbiamo invocato con fede il primo Angelo del Cielo, perché si unisse insieme con noi per festeggiare la comune Regina.
Ed in ciascun anno, in quel giorno 8 di Maggio, noi ricordiamo due solenni epifanie. Il maggior Principe del cielo, che ha nome meraviglioso, si manifestava alla terra, scegliendo a spettacolo dei suoi prodigi la vetta di un monte.
La più grande Regina che mai abbia avuto e cielo e terra , si manifestava anch'Essa ai gementi figliuoli di Eva, scegliendo a centro dei suoi portenti un'umile Valle, la Valle di una sepolta città pagana.
Segnerà adunque per noi quel giorno due solenni trionfi : Il trionfo del più maestoso Angelo del Cielo, di quel Principe grande, come lo chiama Daniele, il quale, prima della creazione dell'uomo, con l'invitta spada della sua fede, della sua umiltà e della sua mansuetudine, difese l'onore dell'Altissimo e dell'Immacolata Donna che doveva nel tempo essere la Madre del Verbo di Dio fatto uomo. Ed insieme il trionfo di Colei che è la Regina della Misericordia, e che nell'epoca moderna doveva nella Valle di Pompei riportare su Satana nuove e stupende vittorie.
Inno all’Arcangelo S. Michele
Del prof. D. Giuseppe De Bonis Arciprete di Vallecorsa (La cantavano le Orfanelle l’ 8 Maggio nel Santuario di Pompei)
Nunzio del Nume e vindice
Dèll’immortal sua gloria,
Tu che le schiere angeliche
Guidasti alla vittoria,
II tuo fulmineo brando
Sul capo roteando;
Del dèmone infedel;
Vieni a posar sull'inclito
Tempio, o Michel, di Lei
Che a sé rapisce i popoli
In Valle di Pompei;
Come sul Gauro monte,
Cinto di raggi il fronte,
Scendesti un dì dal ciel.
Pace ed amor sorridono
In queste verdi aiuole,
Dove lo stuol dell'orfane
Scherza tranquillo al sole;
E cento bimbi in festa
Levan la bionda testa
Fra nuvole di fior.
O invitto Prence, a reggere
Questa gentil dimora
Deh! vieni, e teco unanimi
Noi pugneremo ancora;
Tu con lo stral sovrano,
Noi col rosario in mano
E col desìo nel cor.
Fr. Alberto Lepidi
Nacque a Popoli (Abruzzo) il 20 febbraio del 1838.
Fu un grande docente, filosofo e tomista dell’ Ordine Domenicano e reggente di vari collegi fra i quali San Tommaso d’Aquino in Roma.
Il Papa Leone XIII lo teneva in grande considerazione e stima e, dal 1897 fino alla sua morte, lo volle Maestro dei Sacri Palazzi Apostolici.
Fu direttore spirituale di Madre Antonia Lalìa e, stando al suo fianco nell’opera di fondazione della Congregazione, dimostrò di avere per la suora una profonda stima.
Morì a Roma il 31 luglio del 1925.


*Alberto Radente O.P. (Michele Maria Salvatore)

Era nato a Napoli il 30 marzo 1817, nella domenica  delle Palme, da Giuseppe, impiegato della Zecca e da Michelina Mascia, che morì dando alla luce il figlio.
Entrò nel noviziato di S. Domenico Maggiore dove espresse subito la sua vocazione convinta attraverso le sue qualità intellettuali e morali.
A circa 17 anni, l’ 8 dicembre del 1833, vestì l’ abito di religioso domenicano e prese il nome di Alberto.
Il 9 dicembre dell’ anno dopo emise i voti in S. Domenico Maggiore.
Dal 1835 al 1842 seguì i corsi filosofici-teologici nello Studium generale “S. Tommaso d’Aquino” nel convento suddetto.

Nell’ ottobre 1843 si trasferì a Penne, in Abruzzo, con l’ incarico di “lector philosophiae”; in quel convento ebbe un seguito di studenti che fece storia per la bravura.
Lì, anzi tempo, potè “amministrare il sacramento di penitenza alle donne” ancor prima dei prescritti trent’ anni e divenne priore, anche questa fu un’ eccezione, a 28 anni, il 4 marzo 1844.
Dal 1845 al ’47 fu insegnante di teologia nel Seminario di Troia in provincia di Foggia.
Nel 1849, il 10 giugno, superò con ottimo esito l’esame “ad gradus” e “ciò nel 1855 gli permise di raggiungere il magistero in teologia anche se non fu subito incluso nell’elenco già nutrito, dei “maestri” della provincia Napoletana”.
Intanto tra il “1850 ed il 1852, tenne la cattedra di teologia nello “studium generale” di Bologna.  
È nominato segretario del consiglio conventuale.
Esaminatore dei candidati “ad gradus”, 1853 – 1855 insegna nel seminario di Larino (Campobasso).
Nel 1856 fu eletto priore in S. Domenico Maggiore a Napoli e riconfermato nel 1858, nell’elezione del 1860 e nel 1862.
Bartolo Longo conobbe Padre Radente perchè, gli fu presentato da Vincenzo Pepe la sera del 29 maggio 1865; da quel giorno gli incontri furono sempre più frequenti fino alla conversione totale dallo spiritismo.
Il padre domenicano ammise Bartolo Longo alla “nuova prima comunione” amministrandogli egli stesso l’ Eucaristia nell’ insigne Collegiata della Pietrasanta il giorno della festa del sacro Cuore di Gesù, che in quell’ anno 1865, cadeva il 23 giugno ed era di venerdì.
Il 15 gennaio del 1866 fu eletto priore del Convento di Barra, carica a cui rinunziò.
Nel 1868 “esaminatore dei vestiendi e delle opere da dare alla stampa.
Infine, nel 1872, il 21 novembre fu eletto priore del Monastero di Nocera Inferiore (Sa).
Morì a S. Domenico Maggiore il 5 gennaio 1885 e le sue spoglie, per volontà del Prelato  Mons. Anastasio Rossi, furono traslate nella cripta del Santuario di Pompei accanto a quel suo amico: il Beato Bartolo Longo che gli aveva dato ascolto e credito fin da quando passò dalla vita di spiritistica a quella di Terziario domenicano.
Foto: Il domenicano Padre Alberto Radente fu la guida provvidenziale per Bartolo Longo nel suo ritorno a Dio e, successivamente, nel suo impegno di vita apostolica a favore degli abitanti di Pompei.


Un apostolo del Rosario nella Valle di Pompei
P. Radente a cento anni dalla morte

La ricorrenza centenaria della morte del p. maestro Alberto Radente OP, avvenuta nel convento di S. Domenico Maggiore, situato nel centro storico di Napoli. Il 5 gennaio 1885, merita di essere rievocata non certo per motivi di vuote celebrazioni o enfatiche esaltazioni, quanto invece per riscattare dall’oblìo una figura di studioso, di asceta, e di instancabile promotore del Rosario nel Mezzogiorno.
Egli nacque a Napoli il 30 marzo 1817. A soli quindici anni vestì l’abito domenicano nel convento di S. Pietro M., assumendo il nome del grande confratello tedesco del quale si propose di seguire le orme tanto nella ricerca scientifico-teologica, quanto nella santità della vita.
Gran parte della vita giovanile e formativa la trascorse in S. Domenico Maggiore, sede prestigiosa, fin dai tempi di Tommaso d’Aquino, dello "Studium generale". Fra quelle mura si manifestarono ben presto le sue doti intellettuali per cui poté lodevolmente completare l’"iter" degli studi prescritti per accedere ai gradi accademici conseguiti intorno agli anni 1840-45.
Giovanissimo salì la cattedra di filosofia scolastica del suddetto convento partenopeo, per poi andare, docente di teologia, nel 1846, nel seminario diocesano di Foggia. Ivi rimase per poco tempo, perché richiesto nell’ex capitale del Regno ove i figli di S. Domenico, ad opera del solerte provinciale, Tommaso Michele Salzano, davano nuovo impulso agli studi tomistici.
Nel biennio 1850-52 passò a Bologna facendo parte dell’équipe professorale di quell’antico e glorioso Studium dell’Ordine.
Nell’inverno del 1852 approdò al seminario di Benevento, sempre per l’insegnamento della teologia dommatica. Ultimo traguardo, per poi sottoporsi all’esame finale e fregiarsi del titolo di maestro fu il seminario di Larino. Qui tenne memorabili lezioni di diritto canonico e di teologia. Il persistente silenzio delle fonti documentarie dell’epoca, non consentono, purtroppo, di dare una valutazione complessiva dell’impegno didattico, svolto dentro e fuori dei limiti conventuali.
Vi è tuttavia una testimonianza significativa e autorevole: è del vicario generale e rettore del citato seminario abruzzese, can. M. Pescatore, che in data 23 giugno 1885 scrisse al capo dell’Ordine dicendo che il Radente aveva "letto teologia dommatica, morale e diritto canonico, con nostra piena soddisfazione e del pubblico, meritandosi la benevolenza, amore e gratitudine di tutti per lo bene apportato alla studiosa gioventù".
Ai candidati al sacerdozio, il Radente aveva infatti trasmesso non arida dottrina, né puri concetti legali ecclesiastici, ma si era fatto trasmettitore di pietà mariana, organizzando gruppi di preghiera tra i discenti e suscitando devozione particolare per l’Aquinante, attraverso il sodalizio della "Milizia Angelica". Anche a servizio della chiesa locale foggiana e larinese, fu assiduo nel ministero della confessione nelle rispettive chiese cattedrali; ascrisse, inoltre, al Terz’Ordine non pochi seminaristi e sacerdoti, per cui – stando alle affermazioni del citato rettore – fu sempre "di somma edificazione" a quella città e diocesi.
Un tratto saliente della sua personalità è, senza dubbio, la ricerca scientifica, coniugata ed equilibrata con lo zelo per le anime: un autentico domenicano che prima contemplava e poi predicava.
Ne è prova – per fare solo qualche esempio – la pubblicazione nel 1884, de "Lo studio letterario archeologico istorico fatto sul problema dei primi abitatori di America", edito a Napoli; alcuni "libretti ascetici", dati in luce in quegli anni, frutto di attento esame di princìpi generali, ma vagliati alla luce della dottrina tomistica, che devono guidare le anime nella vita spirituale e verso le alte mete della mistica.
Alcune lettere autografe, indirizzate a nobildonne della media borghesia napoletana come a claustrali domenicane e tuttora inedite, confermano la sua perizia nel guidare le coscienze inesperte alla vita interiore e all’unione con Dio, con forti incitamenti a vincere le manovre diaboliche di cui era divenuto, in molti anni di direzione spirituale nei monasteri domenicani di Napoli, di S. Giorgio a Cremano e di Sorrento, accorto scopritore, quanto frequente bersaglio, come egli stesso conferma a più riprese.
Il tramite però più esplicito e persuasivo per raggiungere e convertire le anime fu la corona dei misteri rosariani.
Devotissimo della Vergine, il Radente, rinverdendo la memoria di innumerevoli suoi confratelli dei secoli XVI-XVIII "promotores Rosarii" nell’area campana, trasmise l’amore per il Rosario per ogni dove: nelle parrocchie e nei chiostri, tra i ceti nobili e rurali (ignari delle verità
fondamentali della salvezza), nei sodalizi dei Terziari e nelle Confraternite omonime, disseminate nelle zone vesuviane, nei rioni delle città, nelle isole del Golfo. Ebbe, soprattutto, nel 1865, la ventura di conoscere l’avv. Bartolo Longo, cui trasmise non solo la grazia di ritornare a Dio dopo le terribili vicende seguite in Napoli per i legami avuti con lo spiritismo ed altri traviamenti interiori, collegati al clima di rottura fra Chiesa e Stato della capitale borbonica, ma per averne fatto il propagatore più convinto, culturalmente e spiritualmente, del Rosario, a Pompei e in molti centri del Sud.
Al giovane ed ardente avvocato pugliese, il domenicano seppe infondere la devozione secolare mariana che divenne dal 1871, ossia dalla sua iscrizione al Terz’Ordine con il nome di fr, Rosario, idea guida non solo per la sua ascesi personale, ma forza concreta, sorgente inesauribile di iniziative memorabili, tutte tese al bene di quella landa deserta di Pompei. Nell’antica città degli idoli pagani, il figlio di S. Domenico svolse un arduo e costante apostolato. Al sopraggiungere del Longo e dei gruppi secolari di uomini e donne, uniti nella Regola del Terz’Ordine, sotto la guida di un tale direttore e maestro di spirito, tutto rinacque a nuova vita cristiana. Le opere sociali sorte via via accanto al Santuario, possono ben dirsi fiorite – almeno alcune – all’ombra del primo Rettore, ossia il Radente.
Il 15 gennaio 1885, Bartolo Longo dando la notizia dell’avvenuto decesso del suo "dolce, benigno e caritatevole Direttore e Padre", pubblicata nel Bollettino de "Il Rosario e la Nuova Pompei" (anno II, p. 88), non poté trattenersi nella commossa rievocazione, dal presentarlo come "il primo Apostolo del Rosario in questa Valle di Pompei"; e aggiunse, rivolgendosi ai Terziari: "Ricordiamoci che il P. Maestro Radente, fu il nostro primo Direttore, il quale ai 22 di gennaio del 1874 ci raccolse per la prima volta in santa e mensuale adunanza… e per 11 anni continui, egli non ha mai lasciato una sola volta d’innaffiare con i suoi sudori e con le fatiche del suo apostolato questa pianta benefica del Terz’Ordine che S. Domenico pose in mezzo alla civile società".
In questa ottica, è utile seguirlo – attraverso l’epistolario, custodito nell’archivio del vetusto convento di S. Domenico;, di cui fu anche due volte priore in circostanze di alta drammaticità storica-politica, specialmente in coincidenza con i fatti travagliati del processo unitario (1860-62) – in questa dichiarazione, posso assicurare di me che se faccio qualche poco di bene, lo debbo tutto alla devozione del Rosario; e per l’esperienza che tengo, vi accerto che il mio spirito migliore o deteriore a seconda il fervore o meno fervore del Rosario".
Come dire che tutta la sua attività di predicatore, di confessore, di saggista, ebbe come idea generatrice e stimolante il bruciante amore alla Regina del Rosario, sino alla morte.
Un documentato profilo bio-bibliografico di questo infaticabile figlio di S. Domenico, ricercata guida spirituale di innumerevoli anime della Napoli del secondo Ottocento, sarà tracciato quanto prima dallo scrivente, dopo il primo approccio, con note inedite, proposto agli studiosi, presenti al Convegno storico promosso dalla Delegazione pontificia per il Santuario di Pompei, ivi svoltosi nel maggio del 1982.
Bastino, per ora, queste poche note, per decifrare i tratti salienti di un personaggio non trascurabile di uno dei numerosi conventi domenicani di Napoli, ricco di storia e di arte, e divenuto, nonostante la forzata chiusura durata venti anni (1865-85), centro propulsore di iniziative culturali e religiose che lasciarono tracce profonde nella società partenopea del XIX secolo.
Le spoglie mortali del piissimo e e dinamico religioso furono trasferite dal cimitero di Napoli-Poggioreale a Pompei, per essere inumate nella cripta del Santuario mariano, accanto a quella di B. Longo e di Sr. M. Concetta De Litola O.P. (t1913), nel 1938. Fu una decisione, saggia e tempestiva, del Prelato, Mons. Anastasio Rossi, che intese così, una volta per tutte, evitare incombenti pericoli di obliare la memoria storica di un frate domenicano, benemerito, tra l’altro, di aver consigliato alla suddetta monaca consorella di consegnare al terziario Longo la "malandata" tela, raffigurante la Regina del Rosario, con le immagini di S. Caterina e che sovrasta sul trono dell’altare centrale del tempio.
La breve distanza che oggi separa il maestro e il discepolo, dopo l’erezione del nuovo altare per il Beato Bartolo Longo, non diminuisce, ma esalta ulteriormente le due grandi anime, inscindibilmente legate ad un unico, immenso amore per Maria, invocata da secoli "Regina Ss. Rosarii".
(Autore: L. Guglielmo Esposito)
Foto n° 1: Il raro disegno mostra un Padre Radente sprizzante intelligenza e profondità di spirito.
Foto n° 3: Le spoglie mortali di Padre Radente riposano nella cripta del Santuario "ai piedi" di Maria che aveva servito con tanto amore e zelo.


*Alfonso Maria Fusco

Si infoltisce la schiera dei Beati e dei Santi che hanno conosciuto il Beato Bartolo Longo. La Chiesa ne ha proclamato la chiara ed eroica esemplarità della vita e li ha additati come modelli di santità perché ciascuno possa imitarne la preziosa testimonianza, tra questi vi è il Beato Alfonso Maria Fusco.
La Città Mariana crocevia di Santità
Ho sentito parlare per la prima volta del Beato Alfonso Maria Fusco circa 20 anni fa, quando le sue "Figlie, le Suore di San Giovanni Battista (Battistine)" accolsero generosamente gli orfani del Santuario nelle due colonie marine di Misano Adriatico a Cetraro. Notai da subito quella carità gioiosa che rende gradita ogni accoglienza dell’altro.
Ma conviene, ora, dare altre brevi notizie sulla Congregazione, che, attraverso le altre cento case in
Italia ed all’Estero, gode di una larga visibilità e rappresenta l’Opera maggiore ed ancora viva, dal 1878, del Beato Alfonso Maria Fusco.
Il carisma, o la finalità specifica, della Congregazione si può sintetizzare in queste poche parole: educare specialmente la gioventù povera ed abbandonata.
Non una mera assistenza, ma piuttosto un’adeguata preparazione artigianale per prepararsi alle difficoltà della vita.
Con questo programma, non senza momenti bui, il Fondatore si poneva tra i grandi benefattori della gente del Sud, meritando il titolo di "Don Bosco della Campania". L’evoluzione dei e le mutate esigenze hanno portato a "rivisitare" (fedeltà dinamica) l’iniziale impegno caritativo estendendolo ad altre attività.
Ma chi è Alfonso Maria Fusco?
La bibliografia sul Beato, tra libri ed articoli, è composta da una cinquantina di contributi, con un crescendo di pubblicazioni parallelo all’evoluzione del processo canonico di beatificazione.
Alfonso nasce ad Angri (Salerno) il 23 marzo 1839 e vi muore il 6 febbraio 1910. Ordinato sacerdote nel 1863, fonda la Congregazione il 26 settembre 1878.
Il Papa lo beatifica il sette ottobre 2001.
Fu un tempo molto particolare per gli eventi politici nazionali ed i riflessi sul territorio, che aggravarono la povertà della gente fino alla miseria più nera.
E fu proprio questa l’occasione a far risvegliare le coscienze più attente e generose nel promuovere significativi interventi di carità.
È il caso di Napoli e di Pompei insieme a questo dell’Agro Nocerino.
Scrive sinteticamente Mario Vassalluzzo in "Provvidenza, provvedi!", ed. Il Cammino, 2001, pp. 121-122: "Egli si sentiva fortemente chiamato a condividere le situazioni scabrose degli uomini che gli camminavano accanto nella società e si sforzava di vivere, quanto più possibile, nell’ascolto attento ai loro bisogni, scegliendo perfino la strada per mostrarsi loro compagno di viaggio, come il Risorto con i due di Emmaus (Lc 24, 12-35) o il buon samaritano che scende da Gerusalemme a Gerico (Lc 10, 29-37)".
Lo sostengono in questo arduo cammino di sacerdote amante dei poveri, l’Eucarestia, la Vergine della Provvidenza e dei sette dolori, S. Giovanni Battista e l’Angelo Custode.
Ma suo "angelo terreno" è il padre redentorista Giuseppe M. Leone, direttore spirituale di alcuni "santi" dell’epoca, ivi compreso il nostro Beato Bartolo Longo. Gli è facile perciò conoscere il Beato, frequentare il Santuario ed entusiasmarsi per la carità qui vissuta sotto la guida della Madonna del Rosario.
Un pensiero, tratto dal suo volume "Maria tesoriera di tutte le grazie", Roma 2001, esprime bene il legame di profonda carità tra Maria, il suo Figlio Gesù e l’umanità.
"Or ditemi di grazia, è mai possibile trovare un cuore che più ci ama al di là del cuore di Maria, se Essa è giunta a dare la vita del Figlio, per la nostra salvezza?
Che se dunque Maria è giunta a dare alla morte per noi il proprio Figlio, se nel di lei cuore si ritrovano tutte le perfezioni degli Angeli e dei Santi, non vi sembra troppo giusto donare a Lei il nostro povero cuore, sapendo che il di lei cuore è ripieno di ogni virtù?
Essa certamente avvicinerà il nostro al suo virtuoso ed amante cuore, e non solo infonderà nei nostri cuori parte di quelle virtù di cui il suo fu tanto ripieno, ma, principalmente lo accenderà di quell’amore Divino di cui Ella è tanto ripieno" (pp 63-64).

(Autore: Pietro Caggiano)


*Alessandro Maria Carcani
Nacque a Roma il 2 maggio del 1827 conseguì, ventenne, la laurea in “utroque iure” ed a 26 anni ebbe il Diploma di Avvocato e esercitò la professione fino a quarant’anni quando lasciò la toga per vestire l’abito di religioso.
Era molto stimato dal Card. Raffaele Monaco La Valletta, Penitenziere Maggiore, venne a Pompei nel
1887 per il grande evento della collocazione della Madonna sul nuovo trono a Lei innalzato.
Il Card. La Valletta, Vicario Pontificio per il Santuario di Pompei, lo nominò suo Vicario.
Successivamente alla morte di La Valletta, subentrò il Card. Camillo Mazzella, gesuita e Mons. Carcani venne riconfermato come Vicario, incarico riconfermato anche dal Card. Giuseppe Prisco.
Fu uno zelatore ammirabile del Santuario e delle Opere di Beneficenza del Santuario di Valle di Pompei, d’altra parte dimostrò di esserlo fin dal suo primo incontro con il Beato che avvenne a Roma nel 1884 in occasione della presentazione al Papa, Leone XIII de – “Il Rosario e la Nuoiva Pompei”.
Mons. Carcani morì a Roma nei primi mesi del 1908.


*Antonia Lalìa  
Bartolo Longo e Madre Antonia Lalìa

1893, si affaccia sulla scena della storia pompeiana un personaggio di primo piano nella grande famiglia di San Domenico: Madre Antonia Lalìa.  
L’ incontro con la Suora Domenicana avvenne a Roma i primi di dicembre del 1893; lì Bartolo Longo e la Contessa convennero sulla venuta della Madre a Valle di Pompei. Le furono esposti i progetti che, da tempo, erano stati redatti per l'apertura del noviziato.  Il 26 dicembre di quell’ anno 1893, Madre Lalìa venne tra le Opere di Bartolo Longo per prendere visione dell'incarico di Superiora al Personale femminile del Santuario che le doveva essere assegnato qualora avesse accettato di lasciare S. Sisto.
Tuttavia, Madre Lalìa “parlò chiaro", disse che non voleva abbandonare la poverissima nascente fondazione di San Sisto a Roma, ma a Pompei poteva lasciare la propria compagna Calderato” soluzione che non fu accettata.  
Intanto in questo rapporto e della iniziativa di unire le due fondazioni veniva coinvolto Padre Alberto Lepidi, al quale Bartolo Longo confessò il suo desiderio di unire le due case, quella di S. Sisto con Pompei. Madre Lalìa certamente non avrebbe però lasciato la sua novella istituzione, anzi esprimeva il desiderio che Mons. Vincenzo Leone Sallua avesse mandato a Pompei Suor Maria Agnese Gambigliani che avrebbe ricoperto l'incarico di Superiora, mentre lei sarebbe restata a S. Sisto. Lì avrebbe potuto preparare le otto postulanti da inviare, come ottime religiose, a Pompei. Ne parlò e si consigliò con Padre Vincenzo Giuseppe Lombardo anzi, a lui si raccomandò "perchè scriva all'Avvocato perchè le mandi solo otto postulanti, e non tutte perchè Agnese era il sostegno del Monastero di Fabriano". Insomma, il progetto di unire Pompei a S. Sisto aveva ambiziose prospettive. Si riparlò di noviziato da aprire a Pompei e di preparare "ottime religiose e maestre per le scuole e la casa di Pompei".
L'abito sarebbe stato uniforme nelle due case e all'estero, di colore bianco come S. Domenico e con il mantello color viola. Vi era anche il progetto di preparare frati missionari destinati a Pompei e all'estero, da formare ad Acireale e che avrebbero potuto continuare l'opera dei Fondatori pompeiani anche nel fututo. Tutto il disegno andò sfumando e fallì ogni impresa anche a causa del concretizzarsi del progetto di una casa ad Asti dipendente da S. Sisto. Tuttavia, tra Madre Lalìa e Bartolo Longo non mancò la stima reciproca tant'è che a lei il Beato si rivolse per l'assistenza, nel 1896, nell'Ospizio di mendicità che il Longo aveva aperto a Latiano suo paese natio. Alle stesse suore di S. Sisto chiese aiuto per quasi otto mesi per la cura e la medicazione di circa trenta Figli dei Carcerati affetti da tigna.
In una lettera del 7 settembre del 1904, Bartolo Longo faceva esplicita richiesta al Card. Monaco La Valletta, di Suor Maria Gambigliani Zoccoli, Domenicana di Fabriano, per averla come Maestra delle novizie onde aprire un Noviziato a Valle di Pompei, avendo oltre quaranta giovanette che intendevano consacrarsi al Signore e restare a servizio del Santuario pompeiano.  La figura di questa suora è sempre presente in Bartolo Longo che fece molti voti per averla a Pompei.  
Madre Maria Antonia Lalia, sulla scia di Santa Caterina da Siena.
La Madre Suor Maria Antonia Lalìa nacque il 20 maggio 1839 a Misilmeri, in quella meravigliosa Conca d'Oro che circonda Palermo.
Era il tempo in cui l'Italia si preparava alla sua unità nazionale con il Risorgimento, che doveva in seguito snaturarsi con la lotta tra la Chiesa e lo Stato e la conseguente soppressione degli Ordini Religiosi, causa della distruzione di tanti valori culturali, morali, spirituali. Mentre si demoliva tutto un passato, la Provvidenza preparava una nuova primavera, una nuova stupenda fioritura.
Più è duro l'inverno, più è bella la primavera; più satanica l'offensiva del male, più divina la controffensiva del bene; più dura la persecuzione, più radiosa la rinascita della Chiesa. Don Bosco, il Cottolengo, Bartolo Longo, Pio X, P. Ludovico da Casoria, e uno stuolo di eroine di varie parti d'Italia risposero all'appello del Magistero. Poteva mancare la Sicilia? La piccola Lalìa al battesimo ricevette un bel nome: Rachele; ebbe la prima educazione in casa, quando le case delle famiglie cristiane erano santuari; fece la prima comunione a sei anni, caso rarissimo se non unico; all'altarino di casa ebbe i primi colloqui con la Vergine Santa e con Gesù; nel monastero delle Domenicane di Misilmeri fece gli studi e sentì richiami misteriosi verso Roma, verso San Sisto e verso l'Ordine Domenicano, di cui prese l'abito nel novembre 1859, consacrandosi tutta e per sempre al Signore.
Furono gli anni più belli, ricchi di sogni e di "pazzie", come essa avrebbe in seguito chiamato le visioni e le profezie. Le autorità ecclesiastiche compresero le promesse del domani in quella creatura eccezionale. A loro volta le suore le regalarono la croce del superiorato per 24 anni. In quegli anni, mentre il governo della nuova Italia si ostinava nell'opposizione agli istituti religiosi, Madre Lalìa, rivelando una magnifica tempra di lottatrice, contrattaccava e teneva a bada gli untorelli di Misilmeri; contro quelli più grossi ricorreva al Consiglio di Stato a Roma e riusciva a far rispettare la libertà d'insegnamento del suo collegio e il suo diritto a sussistere.
Ma quella piccola siciliana guardava ben oltre le mura del suo monastero e i confini della sua terra: si può dire che si interessò degli avvenimenti europei e delle necessità del mondo intero con spirito ecclesiale e missionario. Alla vigilia del 1870, Roma sta per essere occupata, il papato stesso sembra in pericolo, la Francia vive un'ora tremenda. Madre Lalìa arditamente scrive e riscrive all'imperatore Napoleone III ammonendolo a non tradire il Papa perché un tal tradimento sarebbe fatale per l'imperatore e la Francia. Si direbbe che essa veda profilarsi minacciosa all'orizzonte la sconfitta di Sédan. Un altro problema, sentito da Madre Lalìa per tutta la vita, fino ai suoi ultimi giorni, fu la conversione della Russia. Si può dire che lo spirito missionario ferveva nell'umile suora siciliana come in San Domenico, che desiderava andare a convertire i popoli non ancora cristiani e aspirava a morire martire per la fede.
 Proprio durante la guerra del 1877 tra Russia e Turchia, che vede coalizzate contro la prima tutte le potenze europee, Madre Lalìa scrive allo Zar chiedendogli di concederle di aprire a Pietroburgo un collegio missionario per l'educazione delle fanciulle, come forma di apostolato. Può sembrare il sogno di una fantasia eccitata, ma Suor Antonia sente che quella è la sua missione, alla quale aspira e lavora sino alla fine della sua vita
. Non essendovi potuta riuscire in vita, lascerà quel progetto alle sue figlie, come scopo della Congregazione di San Sisto. Varie generazioni di suore si trasmetteranno quel sogno, che finalmente sarà realizzato un secolo dopo, nel 1993, Altri sogni di dilatazione oltre Misimeri:
entrata in contatto con il cardinale Lavigerie, apostolo dell'Africa, si dice pronta a partire per aprire una casa di missione a Tripoli. Non vi riesce. In contatto con il domenicano monsignor Del Corona, vescovo di San Miniato, vorrebbe persuaderlo a una fondazione missionaria in Toscana, dove però quel vescovo ha bisogno di suore per le sue opere locali, e ancora una volta Madre Lalìa deve rinunciare, ma non si arrende. Venuta a conoscere un altro domenicano, il P. Vannutelli, viaggiatore instancabile dell'Oriente, ne chiede la protezione. Nell'ardore della sua fede, sente il bisogno di consacrare se stessa e la sua famiglia spirituale alla riunione delle Chiese "dissidenti"- come si diceva in quel tempo - alla Chiesa di Roma.
Essa va ascritta nel novero dei pionieri in questo apostolato, che lasciò come ideale alle sue figlie. Per questo ottenne dall'Autorità Ecclesiastica di salire a Roma per fondarvi una nuova congregazione di finalità missionaria e, come si direbbe oggi, ecumenica. E anche su questa via si sarebbero mosse le sue figlie. A Roma fu consigliata e diretta da religiosi domenicani, tra i quali primeggia il P. Lepidi, Maestro del Sacro Palazzo, che la guidò nella  fondazione della Congregazione, nella preparazione delle suore per i tempi nuovi, nella accettazione dei sacrifici che le condizioni del momento imponevano a chi voleva operare per i santi ideali che la Provvidenza avrebbe fatto diventare realtà nel futuro.
Intanto Madre Lalìa riuniva e formava le suore, apriva le case in Italia (e una per l'apostolato tra gli insegnanti a Berna), pregava e soffriva conformandosi sempre più al Crocifisso. Dalla sua partecipazione alla Passione di Cristo nacque la Congregazione di San Sisto, che fin da bambina aveva sentito nominare da una voce misteriosa; nacquero le varie case; nacque tutta l'opera delle sue figlie in Italia, nell'America Latina, in Russia; nacque tutto quello che essa potè realizzare in vita, e anche dopo la morte, come in un momento di intuizione profetica aveva preannunciato: "Quando non ci sarò più, le mie opere fioriranno". Il prezzo, che essa dovette pagare per il futuro successo apostolico, fu molto alto.
Verso il 1909 cominciò a sentire o   presentire l'approssimarsi di un ciclone che poteva far crollare l'edificio da lei innalzato pietra su pietra. Venne infatti l'ora terribile vissuta anche da molti altri fondatori e fondatrici: l'ora del Calvario, che completa la conformazione a Cristo e porta all'eroismo della santità. Madre Lalìa lo sa, capisce ciò che la Provvidenza ha disposto: lei deve sparire, perché la Congregazione, opera di Dio, frutto di preghiere e di lacrime, viva. Con l'aiuto dei suoi direttori spirituali e specialmente, negli ultimi anni, del canonico Annibale di Francia, oggi Beato, si offre a Dio quale ostia sacrificale.
Deposta da Superiora Generale della sua fondazione, prende la via dell'esilio, benedicendo e baciando la mano che la colpisce. Come madre, è lei che deve soffrire, morire, per salvare i figli.
Come Gesù! Essa dice: "morte a me, vita alla congregazione!" In una lettera al canonico Di Francia del 7 marzo 1913, scrive: "Mio dolce esilio, mia cara prigione, mio delizioso paradiso! Gesù è solo in questo sacro ciborio, io sono sola in questa amata cella, Lui forma ed è il mio paradiso; spero da questo paradiso di santa rassegnazione passare all'eterno riposo."
La Tomba posta nell'Aula del Capitolo a san Sisto Vecchio -Roma- che raccoglie le spoglie venerabili di Madre Lalia, visitata da molte persone come dimostra il Libro delle firme.  
E lo raggiunge il 9 aprile 1914 in Ceglie Messapico, dove si era ritirata tra le consorelle, e dove venne sepolta. Ma il 22 luglio 1939 la sua salma torna trionfalmente a San Sisto Vecchio, nella tomba preparata per lei nel Capitolo dove San Domenico riuniva le monache da lui fondate e dirette.
Ě un fatto significativo: "la meschinella Lalìa", come essa si autodefiniva, così amante della povertà da affermare: "la povertà è la mia ricchezza", ora è onorata come Madre da tante Suore che a lei si ispirano e da lei imparano la via del Vangelo.
Lei, che tanto rispetto e affetto ebbe per i rappresentanti dell'Autorità ecclesiastica, ora li vede spesso riuniti intorno alla sua tomba, mentre nelle sedi competenti della Santa Sede si lavora per preparare il riconoscimento delle Sue virtù eroiche.
Nell'atmosfera di silenzio e di pietà del Capitolo, a tutti è reso più facile afferrare qualche raggio del mistero dei santi. (Mario Rosario Avellino)
Suor Maria Antonia Lalìa
Nacque a Misilmeri (Pa) il 20 maggio del 1839 e a battesimo le fu dato il nome di Rachele.
Suo padre, magistrato, era costretto a stare di frequente lontano da casa e perciò Rachele, che aveva problemi di salute, fu affidata nel 1854 al collegio di Maria di Misilmeri diretto da suore Domenicane.
Qui nacque la vocazione e nel 1856 indossò l’abito di S. Domenico scegliendo come nome da religiosa Maria Antonia, il nome della madre defunta, aggiungendovi “del Sacro Cuore”.
A 18 anni, nell’ottobre del ’57, fu ammessa alla professione dei Voti. A soli 26 anni, nel 1865, fu eletta Superiora del Collegio, dopo essere stata per alcuni anni maestra delle novizie.
Il 17 gennaio del 1893 proveniente dalla Sicilia si stabilì a Roma nel convento di S. Sisto sull’ Appia, con lei vi erano due suore di Misilmeri, e qui fondò la Congregazione.
Nel 1895 fondò ad Asti la prima casa filiale e, cinque anni dopo, fondò un’altra casa a Sassari.
Ritornò a Ceglie Messapico (Br) il 10 aprile del 1910 dove morì il 9 aprile del 1914.
Tra gli anni 1985-1986 si svolse, presso la Curia di Oria, il processo diocesano per la beatificazione.
Il 9 aprile del 1986, con solenne cerimonia nella Chiesa Madre di Ceglie Messapico, Mons. Armando Franco, chiuse il Processo Diocesano.


*Antonio Cua  

Bartolo Longo ci narra nella sua Storia del Santuario come il professore dell’Università di Napoli Ing. Antonio Cua (1818-1889) si offrì a dirigere gratuitamente i lavori del Tempio. Riportiamo il racconto operando qualche taglio (doloroso) impostoci dalla tirannia dello spazio. Siamo nell’anno 1886.
"Mi recai a casa di un intimo e cordiale mio amico, il Cav. Tarquinio Fuortes (1848-1927), professore di matematica. Quel mattino lo trovai circondato dai suoi di famiglia che facevano accoglienze ad alcune signore ed a un signore grave di aspetto e di età. Senza preamboli entrai a
discorrere dei fatti occorsi a Pompei. Quello sconosciuto, poi che mi ebbe udito alquanto, interruppe: "Chi è l’architetto che dirige i vostri lavori? – Non abbiamo architetti – risposi - . – Avete almeno un disegno? Ed io pronto, misi la mano in seno e ne trassi quel foglio istoriato che i lettori sanno. Quel signore non seppe ritenere un sorriso di compassione e soggiunse: - Ma perché in un’opera d’arte non valersi dell’uomo dell’arte? – Il compenso di un architetto assorbirebbe metà della somma che raccogliamo con stenti e disagi. – Vi potrebbero essere anche degli architetti che si offrissero gratuitamente. Date a me quel disegno ed io ve lo farò secondo l’arte.
Mi volesse costui fare un tiro, pensai malignamente fra me medesimo, dicendo offrirsi gratuito e poi richiedermi la ricompensa? E guardai negli occhi il mio amico Tarquinio. Costui mi lesse nell’animo ed esclamò: - Bartolo, questo signore è il cavalier Antonio Cua, illustre professore della Regia Università di Napoli, ed è uno degli uomini più buoni di questo mondo. Egli si offre gratuitamente. Balbettai alcune parole di ringraziamento; quindi, quel nobile cuore concluse: - Poiché fate una chiesa a poveri contadini ed a furia di soldi elemosinati, io non solo vi darò il disegno gratis ma ancora verrò ad assistere senza ricompense di sorta alla costruzione e ci rimetterò le spese dei viaggi ogni volta che occorrerà recarmi a Pompei".
Il professore Cua tenne fede alle promesse, donò il disegno e, per sette anni, dal 1876, diresse di persona e gratuitamente i lavori per la costruzione del Tempio.

Biografia

Nel 1840 si laureò in matematica all'Università di Napoli. Dopo un periodo di insegnamento di base alla scuola militare, nel 1851 divenne assistente alla cattedra di matematiche superiori, per iniziare poi a insegnare geometria analitica nel 1854 sempre all'Università di Napoli, e Geometria descrittiva nel 1889, dove rimase fino alla morte avvenuta nello stesso anno. Insegnò contemporaneamente la stessa materia anche nel Collegio Militare. Essendo anche ingegnere, si occupò di lavori idraulici e perizie per conto del Ministero dei Lavori Pubblici.
Nel 1864 venne nominato cavaliere dell'Ordine dei Ss. Maurizio e Lazzaro; fu nominato socio corrispondente del R. Istituto d'incoraggiamento di Napoli nel 1853, accademico della Pontaniana di Napoli nel 1854, e, nel 1859, socio corrispondente della Società economica della Seconda Calabria Ulteriore.
Probabilmente per mancanza di tempo dovuta a diversi incarichi, non si dedicò a pubblicazioni di rilievo; per questo motivo poco del suo lavoro nel campo della matematica è giunto fino a noi.


*Antonio Losito  

Il Beato Bartolo Longo conobbe la Congregazione dei Redentorista attraverso tre dei suoi figli migliori, tutti da tempo avviati agli onori degli altari: il Ven. Emanuele Ribera (81811 – 1874) e i Servi di Dio Giuseppe Leone (1829 – 1902), Antonio Losito (1838 – 1917). Li scelse, uno dopo l’altro, per suoi direttori e confessori.
Il Servo di Dio Padre Antonio Losito

Il Padre Losito, successe al Padre Leone come confessore e direttore di Bartolo Longo e vi rimase fino al 1917, anno della sua morte, ma egli non ebbe nel suo penitente lo storico illustre dei suoi quindici anni di guida spirituale. Quando infatti il 30 settembre 1937 si aprivano i processi ordinari sulla sua vita, virtù e miracoli, il Beato, già da undici anni riposava nel Signore.
Dobbiamo perciò contentarci di quando ci dice nel suo libro: Don Bartolo Longo (Alba 1941) Pier Marino Fiasconi, che, ai primi del secolo, frequentò l’ospizio di Pompei e, nel 1912, divenne segretario negli uffici della Delegazione Pontificia e, come tale, fu in frequente contatto col Beato fino alla sua morte.
Ora racconta il Fiasconi nella sua biografia, fu proprio il P. Losito uno dei principali artefici della conciliazione tra il Beato e il Pontefice nel gennaio-febbraio 1906, dopo i malintesi e gli equivoci suscitati da odiosi mestatori; fu ancora il P. Losito l’incaricato dal Papa stesso a placare le ansie del Beato. Nell’udienza infatti del 22 ottobre 1908, il Papa tra l’altro gli disse: “Pel presente e per l’avvenire, fate carità, e per qualunque difficoltà andate dal P. Losito, e tutto ciò che lui vi dirà è la stessa bocca del Santo Padre…”.
La bocca del Papa è la bocca del P. Losito”.  Fu ancora il Padre Losito che si servì dell’ascendente che godeva presso il Papa per spianare la strada all’ultima opera escogitata dal cuore del Beato: un ospizio per le figlie dei carcerati.
Fu nell’udienza del 22 giugno 1910: “Salvando quelle sventurate creature, per mezzo della carità, perorò allora il Servo di Dio, si farebbe veramente una vera opera santa, perché intesa direttamente a impedire il peccato nel mondo”. E il Papa “Sì, io voglio la salvezza di queste anime, e non bisogna farle perdere. Dite a Bartolo Longo che si metta al lavoro, e che io benedico la sua novella opera”.
I sentimenti del Beato per la lieta notizia sono espressi in una lettera a Mons. Silj, in Roma: “Dopo la benedizione del santo Padre e  gli incoraggiamenti e consigli del Padre Losito,  nel quale io riconosco la volontà di Dio, io già mi sono  posto all’opera con ardore quasi giovanile, e il Signore e la SS. Vergine mi danno prove evidenti della loro benedizione”.
Sorgeranno ancora difficoltà nel cammino dell’opera, ma il Padre Losito  continuerà a sostenere il Beato nel suo generoso proposito “assicurandolo cento e mille volte che l’opera era voluta da Dio… e concludendo solennemente: “Sta tranquillo,: tu non morrai senza prima vedere stabilita l’opera per le figlie dei carcerati.
E la profezia si avverò in pieno.


*Carlo Giuseppe Cecchini 

Domenicano, proveniente da Ancona, conobbe Bartolo Longo mentre si trovava a Napoli per disbrigare pratiche della Curia Generalizia.
Alla morte del Padre Rossi, Bartolo Longo fu lieto della nomina che il Maestro Generale, Padre Frühwirth, fece a lui come confessore e vice – Rettore del Santuario e direttore delle Suore.
Si legge che:
“rimasero al Santuario padre Umberto Lorenzetti e due fratelli laici , fra Giacinto e fra Cristoforo.
Non erano certo sufficienti. IL 27 settembre 1898, il Maestro Generale comunicò a Bartolo Longo la costituzione di una comunità domenicana in un convento a sé nell’ambito del Santuario.
Con Padre Giuseppe Cecchini superiore.
Più tardi Bartolo Longo scrive: “Dopo sette anni di lavoro in Valle di Pompei quale Rettore di questa mondiale Basilica, il P. Cecchini era nominato Vescovo titolare di Alicarnasso (Halicarnassos = Bodrum, in Turchia) e insieme era investito del titolo e della giurisdizione di Abate di Abate mitrato Ordinario delle Regie Chiese Palatine di Altamura (Ba) ed Acquaviva delle Fonti (Ba)”.
La cerimonia della ordinazione Episcopale avvenne nella Basilica di Pompei, il 25 febbraio del 1904.
Nel 1910 divenne Arcivescovo di Taranto.
Morì a Taranto il 10 dicembre del 1916, a seguito di “una fiera polmonite, che appena in tre giorni lo sopraffece”.


*Caterina Volpicelli  

Napoli, 21 gennaio 1839 - Napoli, 28 dicembre 1894
Caterina Volpicelli, fondatrice delle Ancelle del Sacro Cuore di Gesù, incarna l’ itinerario, umano e spirituale di una donna, per l’opera d’ avanguardia, realizzata attraverso un travagliato cammino di crescita personale, si pone al centro della storia della Chiesa e della vita cattolica Napoletana come persona di grande fascino mistico e originalità carismatica.
Nasce a Napoli il 21 gennaio 1839, da una famiglia dell’alta borghesia. Educata in casa, secondo i sani valori della tradizione del Meridione d’ Italia, passa poi a completare la sua formazione nel
Real Collegio di San Marcellino, avendo così un alto grado di cultura, cosa non comune per una donna del suo tempo.
Desiderando di poter raggiungere “ l'intima unione con Dio” entra a 20 anni nel Monastero delle Adoratrici Perpetue, ma deve lasciare dopo sei mesi per la salute cagionevole, il beato Ludovico da Casoria “amico dell’anima sua” glielo aveva predetto ripetendogli: “Il Cuore di Gesù, o Caterina, questa è l’ opera tua”.
Nel 1864 viene a conoscenza dell’esistenza dell’Associazione ‘Apostolato della Preghiera’ e qui la sua vita ha una svolta decisiva.
Scrive al padre Enrico Ramière, che incontrerà anche personalmente e da lui riceverà tutte le notizie riguardo la nascente Associazione, di cui avrà il diploma di zelatrice (il primo a Napoli), ne diventerà il vero Centro per l’espandersi del Movimento.
Le prime zelatrici saranno anche le prime compagne di Caterina nell’apostolato e nella fondazione dell’Istituto delle Ancelle del Sacro Cuore.
Napoli è la patria di S. Tommaso e di S. Alfonso, i teologi dell’ Eucaristia, che hanno segnato la pietà popolare e nel cui solco si colloca anche l’amore di Caterina Volpicelli per il SS. Sacramento.
É l’ Eucaristia la sorgente del suo convinto servizio alla Chiesa, articolato in un apostolato vario ed ispiratore di una famiglia religiosa.
Considera la Chiesa il Corpo Mistico di Cristo e venera i Pastori con devozione filiale e eroica umiltà, accettando da loro ogni sorta di prova che richiedono.
Dalla sua casa partirà il Beato Bartolo Longo, guarito in salute, convertito alla fede cattolica, diventato anch’esso zelatore dell’Apostolato della Preghiera, per cominciare la grande opera del Santuario di Pompei.
Lasciata la casa paterna, fissa la sua dimora e la sede delle sue opere in Largo Petrone alla Salute ove in seguito, auspice il cardinale arcivescovo Sisto Riario Sforza, per la presenza di gesuiti insigni, di P. Ludovico, per la predicazione quasi ininterrotta di esercizi spirituali, diventerà un vivissimo Centro di spiritualità.
Dietro l’invito del cardinale, Caterina fonda l’ Istituto delle Ancelle del S. Cuore che contrariamente agli Ordini religiosi femminili dell’epoca, dediti soprattutto alla contemplazione e alle opere assistenziali, sorge per l’apostolato e la santificazione delle anime.
Non c’è un abito religioso, l’ Istituto ha tre rami, uno religioso e due laicali, lo studio della teologia, il servizio della Chiesa sono tutte specifiche che anticipano quasi un secolo prima le novità del Concilio Ecumenico Vaticano II.
Il 14 maggio 1884, il nuovo Arcivescovo di Napoli Guglielmo Sanfelice consacra il Santuario dedicato al Sacro Cuore eretto in adiacenza alla Casa Madre.
Il 21 novembre 1891 si celebra a Napoli il 1° Congresso Eucaristico Nazionale, alla Volpicelli e alle sue figlie viene dato l’ incarico dell’ organizzazione delle Adorazioni in Cattedrale, la preparazione alla confessione e Comunione generale, la gestione degli arredi sacri.
Il 28 dicembre 1894, Caterina Volpicelli, muore a soli 55 anni, a Napoli.
All’alba del III millennio, il papa Giovanni Paolo II, la proclama beata in Piazza S. Pietro il 29 aprile 2001, avverandosi così l’auspicio del suo primo biografo M. Jetti “Napoli abbia presto, al pari delle fortunate città di Alessandria, Siena, Genova e Bologna, la sua Santa Caterina”.

Bartolo Longo e Caterina Volpicelli

I profondi rapporti intercorsi tra il Beato Bartolo Longo e la Beata Caterina Volpicelli hanno un posto
 rilevante nel tormentato processo di conversione dell’ apostolo del Rosario.
La incontrò per la prima volta in casa del marchese Imperiali D’Afflitto di Latiano, cognato di Caterina, e rimase colpito dalla figura della giovane donna: elegante, aristocratica, ma nello stesso tempo, semplice, umile, non legata alle stravaganze della moda del tempo.
Il Beato si chiese il perché di una tale scelta, "nell' abbigliamento, di Donna Caterina". Informatosi, gli fu risposto che la giovane donna era una “Santa”.
"(...) La mia impressione fu motivata dal fatto che in quel tempo, verso il 1864, a Napoli le donne vestivano con lusso e con moda straordinaria, cioè abiti con gonne gonfie e tutti fioriti, pieghe ed altro; e invece la giovane scendeva le scale, indossava un abito molto attaccato alla vita senza strascico nè fiori" (dagli scritti di Bartolo Longo).
Da allora cominciarono i loro incontri e la Volpicelli, attraverso il dialogo, cercava di aiutarlo ad aprirsi al dono della fede.
In seguito la Volpicelli l’accolse nell’abitazione in cui risiedeva la comunità, ancora in germe, che aveva cominciata a riunire. Gli permetteva anche di partecipare ai momenti di preghiera comunitaria.
Fu qui che conobbe la contessa Marianna De Fusco, che diventò col tempo sua collaboratrice e consorte.
Nonostante la diversità del loro servizio la Volpicelli continuò ad offrire la sua collaborazione, anche finanziaria, al Beato.
Fu, infatti, tra i primi ad offrire il suo contributo per la costruzione del Santuario.
Bartolo Longo e la Volpicelli sono stati in diverso modo “testimoni della carità”, due figure significative della Chiesa del Sud alla fine del secolo scorso e agli inizi di questo secolo.

Il culto

Venne dichiarata venerabile il 25 marzo 1945 da Pio XII.
Il 28 giugno 1999 Giovanni Paolo II promulgò il Decreto sul miracolo ottenuto per sua intercessione.
Il 29 aprile 2001 lo stesso Papa l'ha proclamata Beata.
La nobildonna napoletana, grande devota della Madonna di Pompei e amica del Beato Bartolo Longo, è proclamata Santa da Papa Benedetto XVI il 26 aprile 2009, in Piazza San pietro.
Memoria liturgica il 28 dicembre.
Lodovico da Casoria e Caterina Volpicelli: due anime orientate al Cuore di Cristo
Tra Lodovico da Casoria e Caterina Volpicelli vi fu comunanza d'ideali, provvidenziale corrispondenza di operosità e, pur marciando - come le diceva il Beato - "Tu per una via, io per un'altra"  - stretta collaborazione soprattutto per la diffusione del culto al Cuore di Gesù.
Nella loro vita persone e luoghi lasciano pensare a un piano divino per far risaltare in ambedue l'azione della grazia e la complementarietà della loro specifica missione.
La chiesa delle Sacramentine, dove un "lavacro" inspiegabile ha fatto di un ordinario francescano l'apostolo della carità pronto a lenire ogni miseria e dolore, ha costituito anche per Caterina un polo di attrazione.
La giovane ventenne, che ha già suggellato il suo amore a Cristo con un voto temporaneo di castità, è in preda a dubbi angosciosi sull'avvenire da seguire.
L'amore all'Eucarestia la porta spesso con la mamma alla chiesa di S. Giuseppe dei Ruffi, dove il SS. Sacramento è perennemente esposto. La vista delle grate della più stretta clausura le dà il senso dell'assoluto, a cui era da sempre portata. Si vede già nella solitudine del chiostro tutta dedita all'adorazione e alla riparazione, e l'osservanza delle regole le sembra una garanzia contro la propria volubilità e il fascino del mondo.
In un periodo di crisi ha immaginato le dolcezze di amore divino che, specie nelle ore notturne, le religiose sacramentine avrebbero gustato ai piedi del loro Sposo sacramentato.
Si sente chiamata a quell'Istituto e ne parla ai genitori che, senza opporsi apertamente, giudicano la figlia troppo giovane e fragile di salute. Per desiderio dei suoi cari, Caterina visita vari conventi, ne esamina la vita e ne studia le costituzioni, ma la scelta delle Sacramentine resta senza alternativa. Intanto contraddizioni, dubbi e rimandi ne minano la salute, che peggiora ancor di più quando si insiste che non debba più pensare alle Adoratrici. Il dott. Capobianco, convinto che queste opposizioni influiscano pesantemente su di lei, prega suo padre di lasciarla libera di seguire la propria vocazione.
Lo stesso P. Lodovico, pur convinto che Caterina sia idonea non per il chiostro ma per l'apostolato nel mondo dove sarebbe diventata "pescatrice di anime", per liberare il suo spirito da tante lotte non esita a dire al padre: "lasciate pure che vada dalle Sacramentine, ma non ci resterà". Questi se ne persuade e dà il suo assenso; la gioia torna sul volto di Caterina e la sua salute migliora.
La convalescenza è lenta e l'attesa sarebbe stata ancora più lunga se un episodio imprevedibile non fosse intervenuto a rompere ogni indugio. Il 13 maggio 1859, durante una gita fatta con dei cugini a Massalubrense, Caterina visita le monache Carmelitane. Il chiostro la suggestiona, la superiora parla della vita contemplativa delle religiose e apre la porta della clausura per permettere ai visitatori incuriositi di dare almeno un'occhiata all'interno. Caterina sente una spinta interiore, salta dentro e non ne vuole più uscire, nonostante le vive istanze dei cugini. Per loro tramite, invia alla sorella Clementina una lettera pregandola di persuadere i genitori e nello stesso tempo promette che, col permesso della Superiora, sarebbe rimasta in prova al massimo un mese e poi avrebbe preso la decisione definitiva.
I cugini, sorpresi e imbarazzati, avvertono subito i parenti e lo stesso arcivescovo di Sorrento, Francesco Saverio Apuzzo, che manda prima il suo segretario, poi va lui stesso per convincerla a tornare in famiglia, ma invano. Pietro Volpicelli, impedito, invia a Massalubrense il figlio Vincenzo con il barnabita Leonardo Matera, confessore di Caterina. Questa, fortemente agitata, dopo non poca resistenza, cede e affettando aria di disinvoltura, afferma: "Ho provato almeno per un giorno come si sta in monastero.
I genitori, per farla finita, affrettano le pratiche per il suo ingresso tra le Perpetue Adoratrici di S. Giuseppe dei Ruffi. Per consiglio del prudente P. Matera, ad evitare emozione e pianti, il 28 maggio 1859, senza preavvisare i familiari, Caterina esce come di consueto per andare con due signore amiche alla messa e "col cuore spezzato per il distacco" entra nel Chiostro, ma vi rimarrà poco meno di sette mesi.
Dopo i dirottissimi pianti dei primi giorni, nella festa di Pentecoste si rasserena e prova l'impressione di aver trovato la sua strada. In una lettera molto affettuosa ai suoi apre uno spiraglio sulle sue disposizioni più intime e più aderenti alla realtà: "Sia intanto tranquillo l'animo vostro, conoscendo che io sono entrata in religione, perché sento e vedo che questa sia la volontà di Dio e che, null'altro più ardentemente desiderando quanto il conoscere l'eseguire i Divini Voleri, io sarei pronta anche a ritornare in casa se conoscessi che Iddio voglia da me il solo sacrificio di cuore e non reale. Pregate adunque il Signore che manifesti la sua volontà in questi anni di esperimenti".
I primi mesi maturano in Caterina le disposizioni di una donazione a Dio totalitaria, definitiva e incondizionata. Ella è convinta di aver "trovato il tutto e solo desiderabile in Gesù Sacramentato". Appare un modello di esattezza, carità e serenità. Raccolta e solerte, vola felice appena i tocchi della campana l'invitano all'adorazione del Cristo Eucaristico, sia di giorno che di notte. Però dopo pochi mesi comincia a star male e deve passare a letto quasi tutto il tempo. Le consorelle, edificate della sua condotta, fanno di tutto per curarla e sono disposte a chiedere per lei alla S. Sede la dispensa dal coro e dall'adorazione notturna. Caterina però dichiara che non avrebbe mai accettato di fare "la monaca a metà" e il 23 dicembre 1859, dopo essersi consigliata col P. Cercià che già l'aveva guidata per l'ingresso, è di nuovo a casa. L'esperimento, durato sei mesi e ventiquattro giorni, non è stato inutile, perché l'ha portata alla maturità umana e cristiana che a ventun'anni ancora le mancava.
Il silenzio, le lunghe adorazioni eucaristiche l'hanno aiutata a riflettere con libertà interiore, senza i contrasti che avevano provocato tante reazioni. Le giornate, trascorse nella solitudine della cella, con la privazione anche della presenza del SS. Sacramento, le richiamavano alla mente le ammonizioni del P. Matera, del P. Lodovico e dei suoi parenti, che lei non aveva voluto ascoltare. Si rendeva conto che, oltre alla retta intenzione, si richiede la prudenza e la docilità. Lei stessa riconosce: "Il Signore... mi fece apprezzare il valore della santa obbedienza, facendomi intendere come, anche negli esercizi di pietà ed opere di carità, mi voleva più sottomessa".
Caterina, umiliata perché nonostante la sua puntigliosa costanza è costretta dalle sue condizioni di salute a tornare in famiglia, trova pace nella consapevolezza della propria rettitudine. "La breve dimora nel monastero fu pure grazia speciale del Signore, perché mi fu chiara la divina volontà e fui esente da ogni timore di non aver corrisposto alla vocazione, sicché la mia coscienza ne fu tranquillizzata".
Il Padre Lodovico, che non è né il confessore di Caterina né il suo padre spirituale, ma si considera soltanto "il primo amico della sua famiglia", le addita ora la via della piena adesione alla Croce, perché "noi non ameremo mai il Cuore di Gesù se non porteremo le piaghe di Cristo nell'anima e nel corpo nostro... E meglio stare nella piaga di Cristo sempre che nel santo Paradiso, perocché l'amore sommo non cerca riposo, il suo riposo è Cristo Crocifisso.
Finché l'anima... non si trasforma nel Crocifisso Gesù, non trova pace; il suo godere non è godere; il godere suo è