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Anniversario di Platino

Il Santuario > Bartolo Longo

1 Anniversario di Platino

Bartolo Longo "Araldo della gran Regina" Anniversario di Platino (75.mo)
(Nota: questa biografia risale all’anno 1954, adesso nel 2014 Bartolo Longo è “Beato” e non Servo di Dio, come sovente si legge nel libro)
Il primo di ottobre dell'anno Santo 1950 segna nella storia di Pompei una data memoranda: il settantacinquesimo dell'origine del Santuario che si identifica con quella della rinata città.
La notte del sabato alla domenica ben pochi, nella cittadina di Maria, avevano dormito.
A una data ora - molto tardi - avevano spento la luminaria fantasmagorica che trasformava la vastissima piazza e le strade adiacenti in altrettante gallerie magiche abbaglianti di luci e di colori; ma nel buio, sotto a un cielo corruscato d'onde ogni tanto si rovesciava sulla terra uno scroscio di pioggia, i pellegrini continuavano ad arrivare, ininterrottamente alla spicciolata, a gruppi, a schiere, a piedi, in treno o con automezzi  dalle regioni vicine o lontane: dalla valle di Nocera, dai monti di Cava e di Chiauci, dai castagneti di Mercato e di Baronissi, dalle pendici di Somma e di San Sebastiano, o addirittura dal Lazio e dalla Toscana, dalla Romagna e dalla Lombardia, dalla Calabria,
dalla Sicilia e persino dalla Francia e dal Belgio, levando i loro inni più forte non appena in vista della Basilica e mescolandosi alla folla dei fedeli bivaccanti nei pubblici giardini o ammassati sotto al porticato e sulla gradinata del Tempio a recitare il Rosario.
Sicchè alle prime luci dell'alba, alba tanto grigia sull'orizzonte quanto radiosa nelle migliaia di cuori desti ad attenderla, quando tutte le campane della torre monumentale intonarono con voce possente l'Angelus Domini e le note argentine della banda dei Figli dei Carcerati passarono di contrada in contrada ad annunziare che il gran giorno era spuntato e che era l'ora di alzarsi per goderselo tutto senza perderne un attimo solo, il Santuario era già gremito e fremeva di canti e di preghiere.
Cominciava già anche la distribuzione delle SS. Comunioni che si protrassero poi fino alle due del pomeriggio oltrepassando il numero di trentamila.
Alle ore dieci il Quadro miracoloso scintillante di gemme, collocato su di un artistico trono, usciva dalla Basilica per percorrere le vie principali della città infiorate ed addobbate, accolto da un fremito immane di commozione e da applausi frenetici da parte della moltitudine che stipava la piazza, riempiva i balconi e stava arrampicata persino sui tetti.
Parve a molti che la Vergine sorridesse maternamente a tanto spettacolo. Certo si è che il suo viso, baciato dai vividi raggi del sole che in quell'istante aveva risolutamente sgominato le nubi di cui l'orizzonte era denso, mostrava una espressione indicibilmente soave.
Chi abbia assolto un suo compito, s'era ritirata, in disparte dando sfogo alle lacrime.
Ora davanti alla moltitudine che si accalcava sulla piazza un Francescano tutto fuoco faceva propria l'invocazione della ignota popolana, dall'alto della gradinata del Tempio, e scuoteva i cuori con parole vibranti annunziando imminente l'ora di Maria... Di Maria che, invocata, risponde offrendo a tutti un dono di misericordia.
A mezzogiorno preciso le campane riempirono l'aria di squilli festosi: era, per Pompei e per il mondo, il momento fatidico: l'ora della Supplica.
L'emozione della folla si espresse con un fremito come di raffica impetuosa che passi di volata; poi fu silenzio; e nel silenzio altissimo, una voce, la voce del Card. Ascalesi, si levò piamente solenne: «O Augusta Regina delle Vittorie, O Vergine Sovrana del Paradiso!»
Dalle antenne della Radio la voce del Porporato insigne e il palpito della moltitudine stretta attorno al Trono della Regina del SS. Rosario, spiccava il volo e si diffondeva in tutto il mondo.
In quell' istante medesimo, nelle città tumultuanti e nei quieti villaggi, nelle Cattedrali e nelle umili Chiesette di campagna, nelle Nazioni civili e nelle terre di Missione, ovunque un popolo intero o un pugno di fedeli guidati da un sacerdote si sentono membra vive della Chiesa, c'erano delle anime inginocchiate a recitare la Supplica, ad invocare Maria Madre nostra, Madre dei peccatori, in unione col venerando Principe della Chiesa, interprete dei sentimenti di tutti, con la moltitudine qui convenuta a rappresentare il gregge di Cristo sparso su tutta la terra.
Anche il Papa, il Vicario di Gesù Nostro Signore, in quel medesimo istante stava genuflesso nella sua Cappella privata a recitare la Supplica alla Madonna di Pompei!
Tutto il mondo cattolico, dunque, in quel momento poteva considerarsi presente dinanzi al Trono di clemenza ove Maria siede Regina.
Visione davvero meravigliosa!
Sul finire del secolo scorso Pompei era ancora una località abbandonata, semideserta e triste una valle desolata; tanto è vero che ai primi di ottobre dell'anno 1872, quando un giovane avvocato di nome Bartolo Longo, vi si recò per tutelare gli interessi di una tal Contessa De Fusco proprietaria di «certi beni» ivi situati, avuti in eredità dal marito, alla stazioncina minuscola sperduta in mezzo alla campagna brulla fu ricevuto da due coloni armati di schioppo allo scopo di poterlo validamente scortare, e all'occorrenza anche difendere, dai malandrini che spadroneggiavano per quelle contrade abbandonate e malsicure.
Fu quest' uomo dal pizzo alla moschettiera, piccolo di statura ma grande di animo, che mosso a compassione di quei miseri abitanti, ammucchiati in capanne primitive, mancanti di tutto, persino di una Chiesa capace di contenerli e perciò anche dal lato religioso negletti e miserabili, da avvocato si trasformò, certo per divina ispirazione, in missionario, proponendosi di restaurarvi la vita religiosa che è la base di ogni vero progresso, mediante il Santo Rosario, libro sublime alla portata di tutti, anche di chi è analfabeta e, «catena dolce che ci rannoda a Dio, vincolo di amore che ci unisce agli Angeli, torre di salvezza negli assalti dell'inferno».
A tale scopo Bartolo Longo qualche mese dopo faceva arrivare a Pompei, da Napoli, trionfalmente (!) sopra un carro di letame colà guidato dall'unico carrettiere che a quei tempi viaggiava dalla città di San Gennaro a Valle in Campo Pompeiano, un vecchio mediocre quadro raffigurante la Madonna del Rosario, cedutogli benevolmente da una persona amica che... non se ne faceva di nulla.
Il quadro arrivò a Pompei presso la Chiesetta angusta e cadente sull'ora del tramonto, e..... «...quella sera - raccontava nel dì radioso del terzo giubileo una vecchietta esile, scarna, rugosa, trasognata davanti allo spettacolo superbo di tante migliaia di lumi e di persone, quella sera a ricevere la Madonna, con Don Bartolo e il vecchio Parroco eravamo forse una diecina!... E recitammo tutti insieme il Rosario!...»
II primo Rosario davanti alla Madonna di Pompei! « Qui, soggiungeva la vecchia dopo una breve pausa, accennando al Santuario superbo e girando gli occhi stanchi sui fabbricati imponenti che lo fiancheggiano, non c'era niente».
Chi parlava cosi era, che si sappia, l'unica superstite di quella esigua e fortunata schiera che fu testimone inconsapevole d'un avvenimento desolato ad acquistare, in pochi lustri, una felice risuonanza mondiale.
Oggi la Valle desolata è una cittadina ridente e fiorente, servita, da due stazioni della ferrovia di Stato e da tre della «circumvesuviana», da due uffici postali e da... due caserme di carabinieri!
I suoi abitanti da mille che erano e dispersi per la campagna come cani randagi quando «la Madonna» vi fece quel suo primo ingresso... trionfale, sono saliti a diecimila.
Possiede un Santuario di fama mondiale e fra i primi d'Italia, costruito (particolare da tenersi ben presente) mediante le offerte di un soldo al mese di milioni di fedeli di tutto l' Orbe cattolico; ha un Orfanotrofio che accoglie centinaia di orfanelle, vero monumento della carità, accanto a quello della Fede e della Pace; ha due Ospizi per i Figli e le Figlie dei Carcerati.
Ha inoltre una « Casa del Pellegrino », sempre aperta ai fedeli che arrivano quasi ininterrottamente da ogni regione d'Italia e dall'Estero per onorare la Vergine, e una «Casa del Rosario», edificio grandioso in cui trovano ospitalità  Sacerdoti,  Religiosi,  Associazioni, per convegni di studio e per corsi di Esercizi Spirituali.
Pompei con la sua Basilica, col suo campanile, monumento anch'esso di fede e di devozione al Sacro Cuore di Gesù, e con i suoi Istituti di beneficenza cristiana, è, insomma, un miracolo vivente.
E questo miracolo vivente ha un protagonista prodigioso che si chiama Bartolo Longo!


2 Un birichino simpatico

L'uomo che è stato giustamente definito il missionario laico del S. Rosario è nato a Latiano grossa borgata situata lungo l'ultimo tratto dell'antica Via Appia, a ventidue chilometri da Brindisi e a novantotto metri di altezza sul mare, da famiglia agiata e fra le più distinte del luogo, l'11 febbraio dell'anno 1841.
Suo padre, Bartolomeo, era un medico di larga fama, generoso e caritatevole quantunque di modi piuttosto risoluti e ruvidi, ed appassionato di musica e di canto il che conferma la sensibilità e la delicatezza dell'animo suo.
La mamma, Antonia, di ben venti anni più giovane del babbo e sua seconda moglie, apparteneva alla famiglia Luparelli, una delle più cospicue e stimate del vicino Comune di Mesagne ed è qualificata come «creatura mite e dolcissima».
Il maschietto, desideratissimo, venne a rallegrare il sereno nido familiare due anni dopo la nascita di una bambina, di nome Rosa, e il babbo lo volle erede persino del suo nome chiamandolo, nel Santo
Battesimo che gli venne conferito due giorni dopo nella Chiesa Collegiata del paese, Bartolomeo, cui però aggiunse anche i nomi di Vincenzo, Romualdo e Maria.
Anche Maria: nome santo che non trovando spiegazione nè nel parentado dei Longo, nè in quello dei padrini, ha fatto a ragione pensare alla pietà delicata e profonda della mamma e ad una pia offerta alla Vergine di quell'ambito frutto del suo seno.
Per vezzo, nonchè per distinguerlo dal genitore, si cominciò in famiglia e fra conoscenti a chiamare il bimbo Bartolino o Bartoluccio, diminutivo che gli fu conservato fino alla tarda vecchiaia; ma fuori dell'ambiente famigliare e della terra natia, ammiratori ed amici lo chiameranno poi Bartolo, anzi Don Bartolo, all'uso spagnolesco cui i meridionali sono rimasti fedeli, sicchè molti, lontani ed ignari, pensando trattarsi di un religioso gli daranno del « reverendo» e lo chiameranno persino «Canonico e Monsignore».
Nel 1847, vale a dire all'età di sei anni, Bartolo fu messo in Collegio a Francavilla Fontana, terra ridente a soli quindici minuti di treno da Latiano, presso i Padri Scolopi che anche allora godevano meritata fama di educatori saggi e provetti.
Taluno potrebbe pensare che ad una tal decisione i genitori siano stati indotti da qualche grave motivo, perchè non senza una ragione si allontana da casa un bambino in cosi tenera età; ma nel provvedimento preso non c'è proprio nulla di grave o di straordinario. Sappiamo anzi che Bartolino era cosi docile ed amabile che quando a lui e al fratellino Alceste, venuto tre anni dopo la sua nascita a tenergli compagnia, la mamma faceva dire il Santo Rosario, egli se ne stava tutto raccolto come un angioletto e ad ogni Ave Maria chinava profondamente la testa in segno di ossequio alla Madonna.
Sappiamo anche che ai rintocchi dell'Angelus spontaneamente abbandonava i trastulli per correre dalla mamma a recitar con lei il saluto angelico. Però, è bene dirlo subito, era anche uno di quei frugoli che hanno l'argento vivo addosso vivace, irrequieto, impertinente, di quella impertinenza che piace perchè è indice di intelligenza sveglia, ma che bisogna frenare a tempo; talvolta quasi sbarazzino addirittura; e il babbo, al contrario, severo, rigido, esigente...
Dotato di uno spirito di osservazione eccezionalmente acuto, bastava che Bartolino s'incontrasse, in casa o fuori, con qualche persona perchè ne cogliesse a perfezione il modo di parlare, i gesti, la voce, e si divertisse poi un mondo a ricopiarli, a riprodurli con una abilità da caricaturista in erba, con grande spasso di chi assisteva alla... rappresentazione, ma non di rado anche con grande disappunto dei genitori che vedevano messe in ridicolo persone amiche e di riguardo.
Possibile che suo padre ci passasse sopra? Ci si stizzì, invece, più di una volta e a buono; finì per preoccuparsene come d'una,cattiva tendenza e ragionò presso a poco cosi: «È intelligente, è birichino, è un puledro che ha bisogno d'essere domato: meglio dunque provvedere troppo presto che troppo tardi!
E poichè a quell'epoca in paese non esistevano ancora scuole vere e proprie, prese come suol dirsi due piccioni con una fava provvedendo alla sua regolare istruzione elementare e in pari tempo alla sua formazione morale mediante il collegio, peraltro considerato come una vera seconda famiglia. Naturalmente la mamma che in collegio, presso le Suore Benedettine in Ostuni, teneva già la piccola Rosa, provò gran pena al pensiero di doversi separare anche dal maschietto adorato e tentò di dissuadere il marito dall'attuare il suo progetto; ma il Dottor Longo era uno di quegli uomini che quando han detto han detto e dovette rassegnarsi.
A sei anni, dunque, Bartolino diceva addio al paese natio, alla casa, alla mamma. Fa un po' di pena anche a noi questo bambino che parte... questo uccellino, si può dire ancora implume, che esce dal tepido nido... Ma non commetteremo l'errore di deplorare la severità di suo padre, solo apparentemente eccessiva; che un giorno, da grande, Bartolo Longo potrà affermare: «Francavilla Fontana è la mia seconda patria, ed io l'amo come si ama il luogo natio, e il collegio lo considero e lo amo come la mia seconda famiglia».
Infatti vi si trovò subito a suo agio, facendosi amare dai compagni per il suo carattere vivace e generoso e cattivandosi la stima e l'amorevolezza dei Superiori per il suo spirito di pietà nonchè per la docilità con cui corrispondeva alle loro cure.
Nella ricorrenza del Santo Natale scrisse ai genitori una letterina di auguri che doveva rappresentare anche un saggio dei progressi compiuti negli studi; e doveva essere una letterina ben composta se suo padre, così esigente e così poco tenero, fu preso da tanta gioia che la mostrava con un certo orgoglio agli amici che gli capitavano in casa.
Sicchè a rompere l'incantesimo venne un signore, anche egli babbo di un convittore del Collegio di Francavilla, il quale ascoltatane la lettura, scoperse che essa era identica a quella scritta a lui dal suo figliuolo per la medesima circostanza.
Si trattava infatti d'una lettera dettata dal Prefetto a tutti e sedici gli alunni più piccoli, incapaci di comporne una di propria iniziativa, per abituarli a compiere il loro dovere verso i propri genitori.
Il dottor Bartolomeo che non s'era domandato affatto come quelle «nobili espressioni» potessero essere farina del sacco d'un bambino di sei anni, sulle prime restò deluso, ma poi finì per convenire che si trattava pur sempre di un atto di educazione dell'animo a cui i Padri Scolopi abituavano gli alunni loro affidati e se ne compiacque lo stesso, riconoscendo che tale esercizio non poteva far loro altro che bene. Infatti Bartolo Longo da vecchio diceva che per quarant'anni, cioè tanti quanti il Signore gli aveva conservato la mamma, non aveva mai mancato, nel giorno di Natale, di farle giungere un amoroso augurio; ed affermava con schietto compiacimento di aver contratto tale lodevole abitudine in collegio fino dall'età di sei anni. «Con questa differenza, aggiungeva, che a sei o ad otto anni obbedivo agli ordini dei superiori, mentre dopo era un bisogno del cuore scrivere a mia madre ed averne la benedizione».
In Collegio Bartolino, non sappiamo sotto quale data, fu ammesso anche alla prima Comunione, alla quale si preparò con un fervore ed un raccoglimento superiori all'età sua.
Alle pratiche di pietà in genere, e alla devozione alla Madonna in specie, lo aveva educato già la mamma con intelletto d'amore; per i figli del Calasanzio poi, come tutti sanno, l'Augusta Madre di Dio è il cuore del loro cuore, il sole che illumina e dirige tutta la loro attività; e la recita quotidiana del S. Rosario una pratica essenziale che nessuno di essi si sognerebbe mai di trascurare nemmeno per grave motivo.
Questa santa intransigenza si trasfuse a poco a poco anche nell'animo di Bartolino il quale finì per esserne compenetrato fino al punto di farsi, nel recitarlo, la disciplina alla maniera dei religiosi penitenti. Sul mistero di certi fenomeni l'uomo si affanna ad indagare, il più delle volte inutilmente; e non riuscendo a vederci chiaro finisce per negarne il valore e la portata; ma se pensasse che Iddio lavora nel profondo e non fa mai nulla a caso, chinerebbe il capo e ... farebbe assai meglio!
Vedremo a suo tempo quanto e come peserà sulla vita di Bartolo Longo (e non sulla sua solamente) questo attaccamento alla Corona del Santo Rosario.
Intanto eccolo, sospinto e sorretto da così intenso amore alla Madonna, accostarsi per la prima volta al Banchetto Eucaristico.
...Era finita la S. Messa, eran finiti i canti, aveva taciuto anche l'organo, e i convittori erano usciti di Chiesa a schiere, con quello scarpiccio proprio dei ragazzi che hanno fretta o sono allegri... Soltanto Bartolino rimaneva fermo al suo posto, inginocchiato e con la testolina fra le mani, sicchè uno dei maestri scuotendolo leggermente lo avvertì che era l'ora della colazione. Il fanciullo alzò il capo e posando su di lui gli occhietti vivaci ma buoni e scintillanti di gioia, rispose con grazia
«Padre, è la prima volta che ricevo Gesù; il primo ringraziamento deve essere fatto bene!...». Il religioso approvò con un gesto e un sorriso; e Bartolino rimase in Chiesa ancora per circa un'ora e mezza!
... Il che, naturalmente, non implica che egli fosse proprio un santino di quelli da attaccare al muro. L'abbiamo già conosciuto piccolissimo, nella casa paterna: un frugolo incapace di star fermo, un birichino (simpatico) capace di farsi beffe delle persone grandi oltre che dei ragazzi pari suoi; il Collegio poteva correggerlo,. modificarlo, influendo soprattutto sul suo cuore sensibile e generoso, ma trasformarlo no; la natura non si sradica!
Crescendo, anche il suo vivido ingegno sognava singolari progressi, aiutato da una memoria prodigiosa che gli consentiva di apprendere e « mandare a mente » le lezioni con pochissima fatica; ma di fatica quanta doveva farne per stare fermo al banco di scuola e di studio!... Quanta, a stare zitto e quieto in tempo di silenzio!... Per questo talvolta, a Natale ed a Pasqua, mentre i compagni si recavano a passare le feste in famiglia, lui era trattenuto in collegio... per punizione! Che vergogna!...
«Ma no, ragionava fra sè e sè il birichino simpatico, è il Signore che permette ch'io faccia male per rendermi più buono ed usarmi per i suoi fini!...
E con questo ragionamento si consolava del castigo e della... vergogna.
Aveva anche una spiccata passione per la musica,  malattia di famiglia, giacchè anche il nonno, oltre al babbo, era stato un appassionato musicomane, passione che gli consentiva di primeggiare fra i compagni (insieme a diversi dei quali mise su persino una banda e ne divenne il maestro), ed anche di occuparsi e ricrearsi nei periodi di punizione e di solitudine forzata.
Anzi fu proprio mentre si dilettava di musica che apprese la notizia della prima grande sventura abbattutasi sulla sua famiglia.
Sedeva davanti a un vecchio pianoforte e ne cavava con sorprendente maestria note su note quando il Padre Rettore venne a chiamarlo e accarezzandolo paternamente lo condusse con sè per comunicargli una cosa molto importante...
Bartolino lo seguì docilmente, ma con un certo timore di dover rispondere di qualche monelleria fatta, come spesso gli accadeva, proprio senza accorgersene. Invece ebbe la notizia che era morto il suo babbo! All'annunzio impensato il fanciullo dette in un pianto dirotto e ci volle del buono e del bello per calmarlo.
Non toccava ancora i dieci anni; ma capiva bene che cosa volesse dire il babbo morto e la mamma rimasta sola con i figli di cui egli era, dei maschi, il più grande. Lo capiva anche troppo bene; e fu per questo che sentì uno struggimento acuto, un incontenibile bisogno di gettarsi fra le braccia materne, di mescolare a quelle di lei le sue lacrime cocenti di orfano desolato; e sebbene fosse stato deciso di risparmiargli il triste spettacolo di un funerale e di tutto ciò che un funerale porta con se trattenendolo in collegio, il Padre Rettore dinanzi al suo strazio consapevole ed implorante non seppe resistere e gli concesse di recarsi a Latiano. Era il 2 febbraio dell' anno 1851.


3 La bella età

Bartolo giunse a Latiano, entrò nella casa che l'aveva visto nascere ancora satura dell'acre odore di moccolaia dei ceri accesi intorno alla salma del babbo, respirò l'aria greve degli ambienti per i quali è passata la morte, vide negli occhi della mamma la desolazione e in quelli dei fratellini e delle sorelline lo stupore e lo sgomento!...
Come avrebbe potuto non aspirare a rimanere lì anche lui a condividere il cordoglio comune? Ma ora più che mai era necessario che lui, il primo dei maschi, si preparasse a diventare un uomo, capace, all'occorrenza, di fare agli altri da guida; e così dopo qualche giorno di permanenza in
famiglia tornò rassegnato in collegio dove riprese con nuova alacrità gli studi.
Sempre vivace, brillante, irrequieto, talvolta persino impertinente, ma sempre pio, leale, teneramente devoto alla Madonna, bruciò, come si usa dire oggi, le tappe arrivando nel 1857, a soli sedici anni, a conseguire col riconoscimento ufficiale della regia università di Napoli, il primo grado di approvazione nella facoltà di lettere e filosofia che lo abilitava all'insegnamento e lo ammetteva agli esami per il grado di dottore in qualunque facoltà. Difatti, al principio dell'anno scolastico 1857 - 58 passava a far parte del corpo insegnante dello stesso Collegio di cui per ben dieci anni era stato alunno e che si fregiava del titolo onorifico di Real Collegio Ferdinando.
Si ha però da sapere che la sua mamma, quindicenne appena quando s'era sposata al dott. Bartolomeo, anziano e già vedovo, in quegli anni era a sua volta passata a seconde nozze con l'avvocato Giovanni Campi, di Mesagne, uomo intelligente e probo il quale interessatosi vivamente dell'avvenire di Bartolo, quando questi nell'ottobre del 1858 fece ritorno a Latiano, sembrandogli che avesse disposizione a fare l'insegnante pensò di indirizzarlo per questa strada affidandolo al Canonico Minanni di Brindisi, amico di famiglia e uomo degnissimo nonchè di profonda dottrina, che eser­citava in quella città l'insegnamento privato.
Senonchè a Brindisi Bartolo non si trovò a suo agio e il suo temperamento brioso e piacevole conobbe la pesantezza della malinconia e i grigiori dello sconforto, diventando instabile e passando da un estremo all'altro con una facilità preoccupante.
L'ambiente non era quello che faceva per lui, e la carriera del professore non era la sua! Di questo si rese conto il buon padrigno quando il giovane tornò in famiglia per le vacanze estive; e ammirando il suo tratto disinvolto e distinto, la sua amabilità e sopratutto il suo eloquio facile, colorito, pieno di calore e di senno, ne dedusse che se si fosse dedicato all'avvocatura sarebbe diventato indubbiamente un avvocato di grido e stabilì di mandarlo all'Università di Napoli dove insegnavano maestri di fama europea. Ma c'era anche un pericolo: il movimento insurrezionale per l'unità italiana serpeggiava da un capo all'altro della penisola; conveniva avventurare un giovane non ancora ventenne, tutto fuoco com'era Bartolo, nella capitale del regno delle due Sicilie dove un vero incendio avrebbe potuto scoppiare violentemente da un momento all'altro?
Il Colonnello svizzero Fochiìnger, amico sincero che viveva a Napoli ed al quale l'avvocato Campi chiese consiglio, rispose recisamente di no. «Tenetevelo cucito ai panni, scrisse, e ringraziate Dio che vi trovate lungi da questo ballo infernale messo su dalla rivoluzione».
L'onesto uomo, non volendo esporre Bartolo a dei pericoli ma non volendo, in pari tempo, che rimanesse inattivo, poichè anche l'ozio è un pericolo,  pensò allora di ripiegare su Lecce, cittadina tranquilla, facendogli frequentare una di quelle scuole private che sopperivano a quei tempi alle enormi deficienze delle Scuole di Stato e che erano un vanto ed una gloria dell'Italia Meridionale!
Bartolo si recò dunque a Lecce per continuare i suoi studi sotto la guida di un valente giurista, nel gennaio 1860.
Aveva, come s'è detto, diciannove anni. Lecce... era tranquilla; ma la vampata politica che percorreva l'Italia arrivò anche là; gli animi, specie dei giovani, se ne inebriarono e figuriamoci se Bartolo era tipo da sottrarsi all'entusiasmo e all'avventura! Pare anzi che si buttasse nella mischia con tutto l'ardore del suo temperamento; che si mescolasse ad amici non molto esemplari; che partecipasse con eccessivo trasporto alle loro riunioni poco utili ed anche a frequenti baldorie a base di musica e ballo, confondendo come suol dirsi il sacro col profano, ossia la fiamma di liberazione e di indipendenza della Patria con la baraonda e le dissipazioni studentesche.
Il fatto sta che si buscò un'acuta infermità di stomaco e d'occhi di cui risentì le conseguenze per tutta la vita; ed anche una denunzia, o qualcosa del genere ,a causa di che, per non cadere fra le grinfie della polizia dovette tagliare la corda alla svelta e ritornarsene a Latiano dove si trattenne per circa dieci mesi durante i quali la situazione politica si andò rischiarando e stabilizzando in modo che nel gennaio 1861 potè ritornare a Lecce, accoltovi a festa dai compagni di scuola e dai numerosissimi amici, e riprendere insieme gli studi ed anche la spensierata vita gogliardica, benchè su di un nuovo piano, di genialità e insieme di correttezza, che torna a tutto suo onore. Attendeva infatti con assiduità. allo studio del Diritto, pandette,
codice civile e di commercio, procedura civile, ecc. ecc., prendeva parte a conversazioni culturali, a riunioni di società e ad accademie letterarie dove si faceva ammirare non solo per il brio e per l'arguzia ma anche per la fine e vasta cultura, si addestrava nella danza e nella scherma, ma principalmente si dedicava alla musica che era tornata ad essere la sua grande passione. Per questo gli era indispensabile un pianoforte. Ne informò i suoi; ma questi temendo che la musica lo distogliesse dallo studio dei codici lo dissuasero e gli negarono anche il denaro necessario.
Egli allora prese una deliberazione che ci permette di ammirare in lui una non comune forza di volontà.
«In quei di casa, disse, non ci posso contare; ebbene, conterò unicamente su me stesso!». E decise di non cibarsi per un anno intiero che di sole patate per mettere in disparte il danaro occorrente ad acquistare il pianoforte; e quel che conta di più, mantenne la parola fedelmente, cosa che secondo noi gli avrebbe meritato in regalo il pianoforte ed anche qualche cosa di più. Infatti oltre al pianoforte ebbe anche un bellissimo flauto, ma... frutto esso pure di quel coraggioso sacrificio, il quale invece di un premio finì per procurargli una non lieve mortificazione.
Un po' gracile e mingherlino era stato sempre fin da piccolo; le dissipazioni dell'anno precedente non gli avevano certo giovato, anzi gli avevano gravemente nuociuto; l'attività molteplice di studio e di lavoro e la scarsità del nutrimento impostasi con tanta tenacia, colmavano ora la misura non tanto facendolo escludere nel 1862 dal servizio militare «perchè miope inoltrato», quanto costringendolo a sospendere quasi tutte le occupazioni che tanto lo allettavano e torturandolo con un malessere che spesso lo gettava nella più nera malinconia. Unico conforto rimastogli, quello di poter proseguire lo studio del Diritto, il più necessario, e mettersi in grado di conseguire il titolo giuridico richiesto per l'esercizio dell'avvocatura.
Ma quando, ci arrivò era troppo tardi!
Con l'annessione del regno delle due Sicilie al nuovo regno italico anche gli ordinamenti scolastici avevano subìto un mutamento radicale in virtù della Legge Casati che toglieva all'insegnamento privato ogni valore giuridico ed obbligava chiunque volesse conseguire un titolo legale a frequentare, almeno per un certo periodo di tempo, un istituto governativo.
Pertanto Bartolo che a soli 22 anni era sulla soglia della professione dovette far macchina indietro e prender la via di Napoli dove prese dimora nel 1863 insieme al fratello Alceste che vi si recava per laurearsi in medicina.
Prima foto: per dare una casa alla regina del Rosario, è necessario darne una a quanti gliela dovranno costruire. La foto mostra le "case operaie", volute da Bartolo Longo.


4 Fuori strada

Se a Lecce la baraonda studentesca e la vita galante avevano affievolito nell'animo di Bartolo la fiamma della fede e lo avevano allontanato dalle pratiche religiose, a Napoli l'ambiente in cui egli venne quasi automaticamente a trovarsi e le seduzioni di cui esso era saturo, compirono l'opera nefasta.
Napoli è una sirena incantatrice. Il suo cielo e il suo mare, il golfo, i colli e le isole che le fanno corona sono tutti elementi che sembrano riuniti a bella posta per elettrizzare un giovane nel fiore degli anni.
E non è tutto qui! .... La metropoli partenopea sorrise al giovane studente con tutto il suo fascino ed egli le si abbandonò, conquiso, vinto. Non per sete volgare di piaceri animali, ma per un bisogno irrefrenabile dell'età, dell'intelligenza, del suo temperamento vibrante, poetico e sognatore.
Ciò è confermato da quanto egli stesso racconta, che uscendo una notte di Natale per andare a Messa ed essendo stato invitato dai compagni a recarsi piuttosto con loro in un luogo di peccato, si
rifiutò sdegnosamente; ed anche da quanto testimonia un suo educatore che «per la santa educazione ricevuta in Collegio e dalla mamma, continuò anche in questo tempo a recitare quotidia­namente le sue orazioni».
L'abbandono di cui si parla va dunque inteso più che altro in rapporto al teatro, di cui era appassionatissimo, ai balli, alle liete brigate, alle serenate notturne, e in modo speciale alla musica. che, sebbene costretto a disfarsi del pianoforte, continuò a studiare avidamente sotto la guida di un valente musicista ed a cui rinunziò soltanto quando il suo mal d'occhi ve lo costrinse.
Chi compì  l'opera nefasta fu invece l'Università, cioè quella che avrebbe dovuto rafforzarlo nella verità e nel bene.
«Liberata dall'oppressione borbonica.» secondo la frase di moda, anche l'Università di Napoli era stata immediatamente asservita alla causa dell'anticlericalismo il più implacabilmente settario.
Uomini come il Settembrini e il De Sanctis, arrivativi con l'aureola di martiri della nuova Italia, vi avevano  portato insieme alla forza del loro ingegno indubbiamente potente, anche la passione politica (brutta consigliera) che dalla cattedra rovesciava fango a tutto andare, senza freno nè limite, sulla Religione e sulla Chiesa, sul Papa e sul Clero.
La cattedra di Filosofia, onorata un giorno dall'angelico Dottore San Tommaso d'Aquino, era stata conferita a Bertrando Spaventa (fratello del patriota Silvio), prete spretato, che da essa entusiasmava e travolgeva, si, alunni e colleghi con la sua formidabile vis polemica, ma li disorientava e li corrompeva con le sue teorie sovvertitrici di ogni sano principio. Intanto il Consiglio Accademico elevava nell'atrio della Sapienza un monumento a Giordano Bruno proclamando l'ex frate eretico ed impudico eroe della libertà, di pensiero, e bruciava pubblicamente l'Enciclica con cui nel 1864 Pio IX condannava gli errori e le aberrazioni dell'epoca!
È certo che a noi farebbe piacere (e a chi non piacerebbe?) vedere Bartolo Longo, nato da famiglia cristiana e cristianamente educato, insorgere contro questa canea imperversante o quanto meno sottrarsi risolutamente al suo malefico influsso; ma umanamente parlando, come pretendere che un giovane di vent'anni potesse sottrarsi all'impeto di una corrente così rabbiosa che sradicò anche qualche quercia solidamente piantata e procurò all'Italia intere generazioni di dirigenti e di professionisti ostentatamente atei e mangiapreti?
Anche Bartolo, dunque, fu travolto!...
Per la verità si deve dire che sulle prime tentò di reagire, studiando con ardore giorno e notte indi domandando spiegazioni, discutendo, obiettando; ma poi un po' alla volta si arrese; il dubbio cominciò a penetrargli nell'anima esercitandovi la sua lenta ma inesorabile azione di verme che rode, rode... pian piano ma senza soste.
Aveva ben ragione l'empio Voltaire di dire “Calunniate, calunniate, qualcosa ci resterà sempre”. Egli conosceva gli uomini e sapeva quel che diceva!
Non riuscirono a fare entrare Bartolo Longo nella Massoneria che era la rete entro la quale insegnanti e studenti andavano a finire in massa come tanti pesciolini; non riuscirono neppure (e qui si respira aria se non di prodigio certo di grazia soprannaturale) a strappargli del tutto la fede dal cuore onesto e leale; ma a forza di gettar fango sul Papa, sul Clero e su gli Ordini religiosi (specie sui domenicani e sui gesuiti) finirono per fargli odiare preti e frati in modo tale che non ebbe ritegno a partecipare anche a dimostrazioni anticlericali.
E poichè... l'appetito vien mangiando, e Bartolo era congegnato in modo da sembrare che madre natura l'avesse destinato ad occupare sempre i primi posti, si trovò persino ad organizzare feste e dimostrazioni ostili alla Chiesa ed al Clero ed a capeggiarle spendendo per la loro riuscita le sue doti di iniziativa, di audacia, di praticità e di facondia, degne certo di un impiego migliore!...
- Ah, Bartolo Longo!... Perchè ti affanni ad insozzare una veste che dovresti baciare? Anche tu, Bartolo, che ad un Istituto religioso devi tutto quello che sai, ti metti a gridare abbasso i preti?!
Passi per coloro che non li conoscono; ma tu che li conosci!
Se non proprio queste le parole, simili assai a questi erano i pensieri da cui era assalito la notte quando rientrando nella sua stanza da qualcuna delle tante cagnare nelle quali s'era distinto per l'accanimento e s'era fatto applaudire per le tirate anticlericali lanciate dall'alto di una tribuna improvvisata, non riusciva a prendere sonno perchè, lo confessa egli stesso, sentiva l'inferno nel cuore e si vergognava di aver vilipeso persone dalle quali non aveva ricevuto che del bene. Segno che la sua coscienza non era completamente ottenebrata!
Intanto trovava il tempo anche di studiare, e di studiare sodo, frequentando oltre ai corsi universitari le lezioni dello Zuppetta, penalista profondo e patriota intemerato, sicchè in poco più di un anno, e precisamente il 12 dicembre 1864, riusciva a conseguire la laurea di Dottore in Legge.
Successo del quale avrebbe potuto giustamente andare glorioso se non gli fosse costato la perdita quasi completa della Fede, il vuoto dell'anima e lo smarrimento della «diritta via», cioè un prezzo troppo caro.


5 Nella selva selvaggia

Ed eccoci ad un capitolo che vorremmo non avesse ragione di essere nella vita del Servo di Dio, ma che, dopo tutto, può anche rappresentare la pennellata fosca destinata a rendere il quadro più luminoso ed a farcelo meglio ammirare.
Al Cavone, località dove durante la sua permanenza nella capitale partenopea Bartolo Longo abitava, in un quartierino in comune con altri giovani amici di Lecce, alloggiava anche... un prete. Bisogna pur dire «un prete» perchè per sua disgrazia aveva ricevuto la sacra ordinazione e pertanto conservava, suo malgrado, il carattere sacerdotale che è indelebile; ma difatto non era che un infelice nel senso più vero della parola, un povero randagio, uno di quegli spostati che avendo nella vita sbagliato rotta, buttano i remi in barca esi lasciano portare alla deriva...
Basti dire che prendeva parte a sedute spiritistiche, assai in voga in quei tempi, e faceva consistere tutto il suo liberalismo, di cui si vantava con ostentazione, nel diritto di fare, come dice Dante, «lecito il libito in sua legge» !
Bartolo, che di questo sciagurato non volle mai rivelare il nome, lo salutava, scambiava con lui qualche convenevole, ma se poteva lo evitava perchè nella sua grossolana volgarità e nella stessa fisionomia da bettolier, gli era piuttosto ripugnante.
Con tutto ciò una sera di novembre del 1863, una serataccia di vento e di tempesta., mentre Bartolo se ne stava tranquillamente seduto presso il caminetto, solo, fumando la sua pipetta di spuma, la porta spinta leggermente si apre ed entra nella stanza lo sciagurato, sciatto negli abiti, alquanto alterato dal vino e con le labbra piegate in un sorriso mefistofelico.
Bartolo lo squadra da capo a piedi, contrariato da quella visita poco gradita, ma il tentatore, eh sì, è proprio lui, il tentatore, malgrado la sacra veste che indossa!,  si avanza, e senza preamboli, con aria giubilante come se gli recasse una grande notizia, dice: «Don Bartolo, sai che forse Gesù Cristo non è Dio?»
- Chi te l'ha detto? - gli domanda il giovane meravigliato di una sortita simile, così improvvisa e tanto strana.
Per tutta risposta il tentatore cava di sotto la tonaca del prete, con cui mal si camuffa e gli mette davanti agli occhi un libro dal titolo «Vita di Gesù » di Ernesto Renan.
Era il capolavoro della empietà mascherata comparso da poco sul mercato librario italiano, tant'è vero che Bartolo ne aveva sentito parlare ma non lo conosceva ancora.
«Stammi a sentire, Bartoluccio,  insinua egli con voce suadente,  leggilo, avrai da imparare molto da questo libro!»
E glielo lascia nelle mani andandosene in punta di piedi, senza far rumore, proprio come è solito fare Satana quando è riuscito a combinare un buon affare.
Bartolo infatti si tenne il libro galeotto, lo lesse e rilesse con grande avidità ed il risultato, come è facile immaginare, fu che la sua fede già vacillante toccò una nuova scossa ed aumentarono i dubbi: «Dunque Gesù è o non è Dio?... E chi mi assicura che lo sia?...»
Di questo suo dubbio sulla divinità di Gesù fece parola, un giorno, ad uno dei compagni coi quali conviveva e n'ebbe questa risposta: «Ti condurrò io dove tale dubbio potrà essere tolto». Dove avrebbe potuto condurlo mai se non da un vero sacerdote, dotto e virtuoso?
Prima di soddisfare la legittima curiosità del lettore vogliamo informarlo - o ricordargli - che per uno di quegli strani contrasti che, a chi guarda dall'alto gli avvenimenti, si manifestano quale giusto castigo di Dio, il secolo decimonono mentre muoveva la più accanita guerra al soprannaturale con l'insano tentativo di sostituire al culto di Dio quello della materia bruta e andava vociando a tutta gola che morti noi è finito tutto, precipitava poi in quella torturante ricerca dei misteri segreti dell'occultismo che determinarono il movimento mistico conosciuto sotto il nome di «spiritismo», miscuglio di trucchi e di superstizioni, sorgente di demoralizzazione e di sconvolgimento intellettuale, pericolo di rendere indirettamente un culto allo spirito maligno e per colmo di ironia, almeno in alcune località, setta, vera e propria a carattere religioso con... chiese, riti e preghiere, scimmiottatura oscena ed insieme ridicola dei riti e preghiere di nostra Santa Religione. Con questi caratteri - di una nuova religione! - si presentava appunto ai suoi aderenti l'associazione spiritistica che era sorta a Napoli al tempo di cui parliamo; e fu qui, in un vicoletto della sezione di Chiaia, che Bartolo fu condotto dal suo compagno «a ricevere lumi» la sera del 29 maggio 1864.
«Era - come egli stesso scriverà - un giorno presso il termine di quel mese che da bambino nel Collegio dei PP. Scolopi aveva consacrato alla Regina de' fiori e che in quell'anno era scorso muto e freddo al suo cuore tra le vertigini dell'Università».
Il nostro giovinotto che a Lecce aveva già assistito con altri amici ad una seduta di sonnambulismo magnetico organizzata per saper quando.... i soldati borbonici se ne sarebbero andati ed era rimasto entusiasta di ciò che aveva visto ed udito, fu ben lieto di partecipare alla seduta spiritistica indetta per quella sera e non senza stupore seguì il succedersi delle sorprendenti manifestazioni di suoni per l'aria senza strumenti, di oggetti sollevati e spostati da mano invisibile e di colpi misteriosi. Quando poi, al termine della seduta, il medium invitò i presenti a rivolgere per mezzo suo qualche domanda allo spirito, Bartolo facendosi arditamente avanti, disse di aver molte ed importanti cose da chiedere.
- Per esempio? - gli chiese il medium.
- Se Gesù Cristo è Dio! - rispose con risolutezza. (Era fuori di strada ma cercava ancora, onestamente, la vera!).
Il medium passò la domanda allo spirito e questi a suon di colpi rispose di sì: che Gesù Cristo è Dio. Per cui Bartolo senza star lì a pensare se la risposta non nascondesse un trucco per trarlo meglio nella rete, ingenuamente si persuase di essere sulla buona strada per il conseguimento di quella verità che andava cercando; e malgrado lo spirito, o chi per esso, avesse poco dopo scoperto le batterie rispondendo ad analoga domanda che i precetti del Decalogo sono veri tutti meno il sesto (quello appunto che ostacola più di ogni altro l'azione del diavolo), trascinato dall'entusiasmo dichiarò di consacrarsi al culto della novella religione, di volere anzi esserne un apostolo fervente.
Figurarsi se non lo accolsero con gioia e se non cercarono di allettarlo in tutte le maniere! Bartolo Longo si dedica, dunque, allo spiritismo anima e corpo: si esalta fino al parossismo; diventa non solo un medium ma addirittura «un sacerdote».
Dopo un digiuno di tre giorni si reca all'associazione dove, compiute certe cerimonie, gli ungono le mani legandogliele poi con un fazzoletto bianco, proprio come usa fare la Chiesa Cattolica nella Consacrazione dei suoi sacerdoti. Quindi gli bendano gli occhi, lo conducono a mano in una stanza, gli tolgono le bende ed egli si trova davanti a un circolo di persone che puntano trucemente la spada contro di lui...
La stessa notte viene sottoposto al sonno magnetico, destandosi dal quale si trova nella sala, solo. Ad un tratto mobili e sopramobili si agitano come urtati da una violenta raffica di vento, tutto va sottosopra fragorosamente; e in mezzo a quel turbinio gli pare di veder muoversi «strane figure» di angeli e di draghi accompagnate da un concerto infernale di tuoni, suoni di tromba, sibili di serpenti e grida strepitose.
Bartolo, terrorizzato dall'allucinazione cade a terra privo di sensi. Quando, dopo circa  mezz'ora, torna in sè e può uscire da quello strano tafferuglio, la sua salute è rovinata per sempre.
Ebbe infatti principio da' allora l'acuta malattia viscerale che lo fece spasimare finchè visse e a proposito della quale era solito dire che il demonio non potendolo colpire nell'anima l'aveva colpito nel corpo. Fu colto anche da febbre altissima, seguita da prostrazione generale del sistema nervoso e n'ebbe per un paio di mesi. Fu, inoltre, assalito da una tristezza di spirito così acuta che poco mancò non lo spingesse ad una tragica fine; ma con tutto ciò non riuscì, per allora, a strappare l'orribile catena e preso dalla frenesia di rendere il suo corpo docile strumento delle manifestazioni dello spirito, fini di rovinarsi la salute a forza di digiuni, di fantasie e di sogni magnetici.
«Il nefario spirito», come egli lo chiama, per gratificarsi il suo animo, educato a pietà fin dai primi anni, gli dava ad intendere di appartenere alla schiera degli angeli buoni, di essere addirittura l'arcangelo S. Michele; ed egli, invasato com'era, ci credeva; e con tutta la sua intelligenza sprizzante non si domandava nemmeno se sia mai possibile che gli angeli buoni portino una tristezza mortale e inducano alla disperazione.
Nel bel mezzo di questa infatuazione gli saltò in mente di rivedere il Prof. Vincenzo Pepe, rara tempra di gentiluomo e di cristiano, che aveva conosciuto fin da bambino e per il quale nutriva, oltre ad una stima profonda, anche una dolce e salda amicizia, malgrado la considerevole differenza di età.
A questo scopo decise di recarsi a Maddaloni dove il Pepe allora dimorava. (Attenti che entra in scena la Provvidenza!). Appena il buon Vincenzo vide il suo giovane amico cosi magro stecchito e con gli occhi stralunati, gli chiese con grande premura se fosse ammalato o che cos'altro lo avesse ridotto in tale stato.
-Te lo dirò poi! - Rispose Bartolo piuttosto imbarazzato.
- Bene! - replicò l'amico. Tanto è inteso che rimani a pranzo da me!
Bartolo non ebbe cuore di rifiutare l'invito e si pose a tavola; ma quando Vincenzo si accinse a servirlo gli confessò che non poteva prendere nulla perchè gli era stato proibito di cibarsi della benchè minima cosa.
- Chi te lo ha imposto? - gli chiese l'amico - Forse il confessore?
- No, mio caro - rispose Bartolo - è stato il mio direttore.
E gli spiegò che apparteneva ad una scuola spiritistica la quale imponeva ecc. ecc... Dallo stupore il buon Professore cessò addirittura di mangiare; ma non cessò di parlare, e parlò in modo che alla fine Bartolo si sentì spinto a domandargli scusa di avergli recato tanto dispiacere.
- No, caro Bartolo - concluse egli a suggello di tutta la conversazione, il mio forte dispiacere è che ti sei allontanato dalla santa Religione. Spero che col soccorso della grazia vorrai ritornare sulla diritta via. Lo spero, lo spero.  E lo congedò con un paterno abbraccio.
La Provvidenza, servendosi del Prof. Vincenzo Pepe, aveva mosso una pedina; una soltanto, la prima! Ma quando la Provvidenza entra in gioco, l'avversario è già virtualmente sconfitto.
Mentre Bartolo Longo se ne tornava a Napoli ancora sicuro di possedere la piena luce della verità, Vincenzo Pepe che di faccende spiritistiche non era troppo al corrente, domandava informa­zioni non ad un teologo ma ad una umile donna di nome Crocifissa Capodieci.
Era costei una popolana di Latiano che offertasi a Dio come vittima per i peccati del suo paese, viveva sola e serena in una casetta fuori dell'abitato, in povertà volontaria, pregando e facendo penitenza; e sebbene illetterata parlava della Religione e delle cose dello spirito meglio di un teologo, citando i passi latini della Bibbia e dei Santi Dottori e dando alle anime consigli permeati di sapienza evangelica, che non è la sapienza secondo la carne.
La Capodieci fece rispondere, senza tergiversazioni, che lo spiritismo non era altro che un nuovo culto diabolico e perciò contrario alla nostra Santa Religione.
Forte di una tale risposta, Vincenzo Pepe si recò dall'amico per comunicargliela. Bartolo sapeva benissimo chi era la Capodieci e non poteva dare alle sue parole il peso che meritavano.
- Caro Bartolo - gli disse dopo averlo salutato affettuosamente, son venuto per riferirti quello che mi ha risposto la nostra Crocifissa Capodieci intorno alla scuola di spiritismo.
E glielo disse ammonendolo: «Tu sai che è una santa donna e bisogna ascoltarla! Bartolo sembrò non dare a tali parole il peso che l'amico si attendeva.
- Crocifissa, rispose, è un fiore nel deserto ma i suoi profumi non possono giungere fino a me!... Oh se quella donna vedesse per poco gli splendori della nostra luce angelica!... Non posso recedere dal proposito fatto... Io sono sacerdote dello spiritismo ed ho risoluto di adoperarmi a convertire alla nuova religione specialmente preti e frati...
Il Pepe lo lasciò dire, gli lasciò finire lo sproloquio pieno di fantasie e di paradossi eppoi gli domandò a bruciapelo:
«Quanto tempo è che non ti confessi?»
- Da molti anni, rispose Bartolo, ma il confessarmi a che varrebbe nelle mie condizioni e con le mie convinzioni? - E sciorinò un altro sproloquio simile al primo, alla fine del quale lo ammonì con gravità: «Tu vuoi morire al manicomio e poi dannato!»
Infatti il demonio lo aveva irretito e reso schiavo col suo metodo veramente diabolico: cioè dandogli ad intendere, durante quelle maledette sedute, dapprima che era libero di credere e che le pratiche spiritistiche non contrastavano affatto con la Religione Cattolica da lui professata, dicendogli, in un secondo tempo, per distoglierlo dalla vera religione, quella che salva, che tutte le religioni sono vere; aizzandolo in un terzo tempo contro la Religione vera presentandogliela come degna di odio e di disprezzo, e infine spingendolo in braccio alle passioni per saldargli intorno al collo, con la corruzione del cuore, l'ultimo anello della sua turpe catena.
Di contro a questo piano diabolico, in pieno svolgimento, c'era soltanto Vincenzo Pepe, un semplice e modesto uomo per quanto probo e sapiente.
Ma Vincenzo Pepe era la pedina messa in gioco dalla Provvidenza!
E contro il piano diabolico egli stava già mobilitando quelle meravigliose forze del bene che avrebbero contribuito tanto valorosamente a strappare Bartolo Longo al demonio per farne un atleta di Dio.


6 Il primo raggio

Vincenzo Pepe pregava per l'amico Don Bartolo e faceva pregare.
A Napoli, dove nel frattempo si era trasferito, viveva un'anima eletta, modello delle vergini colte ed intelligenti, la ven. Caterina Volpicelli fondatrice delle Ancelle del Sacro Cuore e grande propagatrice della devozione al Cuore di Gesù; e Vincenzo Pepe pensò che il dì lei interessamento spirituale per il ritorno di Bartolo Longo alla fede potesse avere particolare efficacia presso il Signore.
Un giorno Bartolo Longo si era recato dal suo autorevole amico, gli aveva confidato di aver rice­vuto dallo spirito l'intimazione di non comunicarsi e se ne era mostrato assai contrariato sembrandogli cosa buona. Questi aveva esultato intravedendo nel racconto del giovane e nelle espressioni di delusione e di diffidenza con cui l'aveva commentato, un sintomo di ravvedimento, un richiamo della coscienza, un primo raggio di luce penetrato attraverso le tenebre; e nella convinzione che convenisse «battere il ferro mentre era caldo » fece sapere alla Volpicelli che era l'ora propizia per strappare quell'anima al diavolo e restituirla a Dio.
Qualche tempo dopo Don Bartolo s'incontrava con lei in casa della sorella Clementina, sposata al March. Imperiali oriundo di Latiano, e di lì a pochi giorni riceveva per il tramite della medesima una medaglia del Cuore Immacolato di Maria con l'invito ad iscriversi all'associazione esistente nella Chiesa di San Domenico Soriano.
«Dove sarà andata a finire quella povera medaglia?»
«L'accettai con piacere - scrive B. Longo - e d'allora in poi la portai sempre sulla mia persona!»
Nessuno se lo sarebbe immaginato; come nessuno avrebbe mai pensato che egli non solo continuasse a conservare viva nel suo cuore la devozione alla Vergine, ma che anche iscritto alla Società degli spiritisti, non lasciasse mai di recitare il Santo Rosario.
Nessuno l'avrebbe immaginato, ma appunto per questo son due «notizie» che meritano tutta la nostra considerazione perchè illuminano l'anima di questo «traviato» destinato a diventare l'avvocato della Madonna, l'araldo del Santo Rosario.
Intanto il tormento dello spirito aumentava. Era Iddio che agitava le acque dell'anima sua perchè s'accorgesse che eran tutte un pantano e si decidesse ad uscirne!
«La verità dà riposo allo spirito e tu vivi in un continuo logorio; è pace e tu non hai pace; vivi di angoscie e di terrori; dunque come puoi dire che nello spiritismo è la verità?»
Chi era che nelle notti insonni popolate di fantasmi lo affrontava così, con tanta logica? Non lo sapeva, ma sentiva che il terreno su cui si ostinava a camminare gli cedeva sotto i piedi di giorno in giorno. Ci sarebbe voluto qualcuno che sapesse cogliere la palla in balzo!...
Godeva allora grande fama quale sacro oratore il Padre Carlo Rossi della Compagnia di Gesù, leccese di nascita, vero apostolo di Napoli da parecchi anni. Caterina Volpicelli ritenendo che questi fosse l'uomo più adatto per convincere Don Bartolo del suo errore e ricondurlo alla Religione, combinò fra i due un abboccamento. Ma il P. Rossi era di quelli che non prendevano lo spiritismo affatto sul serio considerandolo un cumulo di fandonie; Bartolo Longo al contrario lo prendeva sul serio... fin troppo! Era naturale che i due non si potessero intendere.
Infatti non si intesero e quest'ultimo se ne tornò dalla Volpicelli deluso ed anche un po' urtato. Però la lotta interiore perdurava viva e forte e il vuoto dell'anima gli affievoliva sempre più anche il
corpo. Cercava la solitudine eppoi ne aveva paura; la fuggiva e se ne sentiva riattratto irresistibilmente. La desolazione talvolta sconfinava addirittura nella disperazione... Ed allora come l'ubriaco che cerca sazietà nel bicchiere, Bartolo si rituffava in quelle pratiche spiritiche che lo avvelenavano.
In queste condizioni di spirito la sera del 27 maggio 1865 si presentava alla sede della associazione spiritistica. per evocare lo spirito. Volle dapprima vedere, racchiuso in una bottiglia, lo spettro del defunto re delle due Sicilie, Ferdinando II, e il suo capriccio fu appagato. Dopo gli venne in mente il babbo e chiese allo spirito di mostrargli la firma paterna. Detto fatto! All'istante la penna che teneva fra le dita vergò la firma richiesta. Non volle saper altro; corse difilato dal Direttore dell'associazione, gli domandò, chissà poi perchè, il permesso di ascoltare una S. Messa in suffragio dell'anima diletta e se ne andò a letto. Ma non chiuse occhio. Nella notte insonne l'ombra del babbo si aggirava di continuo intorno al letto bisbigliando
«Ritorna a Dio!... Ritorna a Dio!...» Appena giorno corse dall'amico Vincenzo Pepe e gli raccontò tutto, tra la più viva agitazione.
- Ringrazia l'infinita misericordia di Dio - gli disse il santo amico - perchè questa è una grazia speciale! Non solo ascolterai la S. Messa ma devi anche confessarti da un dotto teologo esperto sco­pritore delle insidie del diavolo!
- Temo che lo venga a sapere il mio Diret­tore - esclamò Bartolo con timidezza. (Oh come è vero che quando ci si ribella a Dio si diventa schiavi degli uomini!). L'amico insorse: - Che direttore!?... È Dio che bisogna temere! Allora Bartolo si arrese e promise: « Domani mi confes­serò! »
Occorreva ora affidarlo all'uomo adatto, evitan­do di ripetere l'errore commesso nell'indirizzarlo al P. Rossi. Ma un tale uomo c'era, si potrebbe dire a portata di mano, ed era il domenicano P. Alberto Radente.
Dotato di straordinario ingegno, d'intelletto acutissimo e di eccezionali virtù, il P. Radente dopo una giornata di lavoro estenuante passava molte ore della notte in Chiesa immerso in preghiera dinanzi al Tabernacolo; e perciò le anime erano attratte verso di lui come il cervo verso la fonte ed egli le dirigeva per le vie della perfezione con quel discernimento che è proprio dei Santi.
Vincenzo Pepe gli parlò di Bartolo Longo, e questi si presentò a lui puntualmente la sera del 29 maggio 1865.
Al primo vederlo l'uomo di Dio lo scambiò per un malfattore; tanto dovevano essere alterati i suoi lineamenti e sospettoso il suo portamento; ma appena seppe chi era gli aprì le braccia ed il cuore invitandolo a riversarvi senza alcun timore colpe ed errori, pianti e speranze.
L'assoluzione non gliela dette; sarebbe stato un prendere le cose troppo alla leggera! Ma lo invitò a tornare la sera seguente e lo congedò dopo aver cosparso di balsamo soave l'anima sua ferita ed umiliata. Pochi istanti dopo il pio religioso si recava in fretta verso porta Medina al Conservatorio del Rosariello dove erano raccolte le Suore terziarie domenicane per sollecitare speciali preghiere onde ottenere da Dio una grande conversione, poi impose a se stesso un rigoroso digiuno di tre giorni, ben sapendo che l'orazione e il digiuno sono i mezzi più validi per debellare il demonio.
La sera dopo Bartolo Longo era di nuovo da lui; poi ancora, e ancora... per un mese di seguito, tanto essendo necessario non solo per convincerlo della natura diabolica dello spiritismo e dei danni che esso cagiona all'anima e al corpo, ma per ricostruire la sua istruzione religiosa, rovinata dalle false dottrine. Finalmente quando l'impareggiabile maestro capì che una nuova vita rifluiva nell'intelligenza e nel cuore del volenteroso discepolo e questi gliene dette conferma con commossa umiltà, lo ammise alla nuova « prima santa. Comunione» amministrandogli egli stesso l'Eucaristia nell'insigne Collegiata della Pietrasanta il giorno della festa del Sacro Cuore di Gesù che in quell'anno cadeva il 23 giugno.
Fu quello veramente il giorno del Signore, e Bartolo Longo non lo dimenticò più finchè visse. Ma non è da immaginarsi che un'anima così ardente e generosa si potesse contentare d'aver raggiunto la riva e vi si riposasse. Uno scrittore di cose ascetiche ha lasciato scritto che sulla via della perfezione chi dicesse di essere arrivato mostrerebbe di essere o uno stanco, costretto a fermarsi a metà strada e anche prima, o un pusillo che non si era mai mosso.
Nè stanco nè pusillo, B. Longo, da quel giorno non ebbe che una brama ardentissima, quella di espiare gli errori commessi con opere di apostolato religioso; seppellire il male commesso sotto a un cumulo immenso di bene! Perciò in presenza del­l'amico Vincenzo Pepe fece il fermo proponimento di affaticarsi con tutto l'ardore a propagare il culto del Cuore di Gesù e della Vergine del Rosario.
Non bisogna dimenticare che il P. Radente era un domenicano e i domenicani sono «i figli del Rosario »; va da sè, dunque, che al suo penitente - il quale anche dopo il primo mese di istruzione continuava a recarsi da lui quasi ogni sera come un figlio dal padre - inculcasse la recita del Santo Rosario come un'arma contro gli assalti di satana e che Bartolo Longo imparando, in lui e per lui, a conoscere l'ordine domenicano, desiderasse riparare alle ingiurie sanguinose lanciategli contro nel periodo della sua infatuazione anticlericale, ponendosi nella sua sfera di azione spirituale. Tuttavia il santo religioso, quasi temendo di non essere capace, da solo, di condurre un'anima così ardente verso le vette altissime cui essa mo­strava chiaramente di tendere, indirizzò Bartolo da Suor Maria Luisa di Gesù, privilegiata vergine terziaria domenicana, fondatrice di due monasteri, che pure essendo illetterata aveva illustrato tutta la Bibbia, dal Genesi fino all'Apocalisse.
Bartolo si recava da lei di quando in quando insieme al fedele amico Prof. Pepe e respirava a pieni polmoni il gaudio e la letizia che sgorgava dall'anima sua limpida e trasparente.
Che abisso tra questi veraci servi di Dio, semplici come colombe, e i biechi satelliti di satana striscianti come tanti rettili velenosi! Che contrasto fra la chiarità. di queste celle nude e silenti e la tetraggine di certi covi oscuri e sinistri!
Ora che ne era uscito non riusciva a rendersi conto di come avesse potuto entrarvi e rimanervi tanto a lungo. Ma ormai fra lui e loro non c'era più nulla in comune; e dunque bisognava che anche esteriormente ogni legame fosse definitiva­mente reciso.
Una sera si recò alla sezione di Chiaia dove si teneva una delle consuete sedute spiritiche; era un po' che non si faceva vedere; forse qualche cosa a riguardo della sua crisi era arrivato all'orecchio dei dirigenti... Il fatto si è che la sua comparsa destò nella sala un movimento di sorpresa e forse qualcuno stava già per apostrofarlo quand'egli di scatto estrasse da una tasca la medaglia di aggregato dichiarando fermamente dinanzi ad una assemblea sbigottita e fremente di rabbia mal repressa: «Ripudio lo spiritismo perchè non è che errore e inganno!»
Non pensò il temerario che simili atti di audacia si possono pagare anche con la vita? Forse ci pensò, ma preferì essere audace piuttosto che vile; e la sua audacia paralizzò l'assemblea che dopo un silenzio pieno di sbigottimento e d'imbarazzo si contentò di ricoprirlo di lazzi e di insulti. Però quando egli abbandonò la sala, con serena fierezza, ci fu chi, conoscendo il suo ingegno e la sua sincerità, non esitò a seguirlo.
Nè ritenne di avere, con ciò, compiuto tutto il suo dovere.
Non pochi giovani dietro il suo esempio e conquisi dalla sua facondia erano precipitati nell'errore e vi persistevano; bisognava persuaderli dell'inganno in cui erano caduti! Nei caffè, nei ritrovi, all'Università, alla Villa Nazionale, egli aveva pubblicamente propagandato il male; bisognava pubblicamente riparare propagandando il bene. A questo scopo tornò all'Università, al Caffè De Angelis, nei ritrovi cittadini, non una ma cento volte, per incontrarvi gli amici e dir loro che non era vero quel ch'egli aveva detto della Chiesa, del Papa, degli Ordini religiosi; che lo spiritismo di cui aveva fatto l'apologia con tanto calore era una aberrazione; che la filosofia appresa a scuola e da lui propugnata era falsa e bugiarda.
Il lettore converrà che gli ci voleva del coraggio; infatti ci fu chi lo prese per matto, chi lo giudicò un agente provocatore venduto alla reazione, e non di rado le sue audaci ritrattazioni dettero luogo a dispute e a tafferugli nei quali Bartolo rischiò talvolta di avere, materialmente, la peggio; ma le azioni, pensava, son meritorie se costano un po' di sacrifizio, altrimenti che valgono? Ed era tanto contento di vedere che c'era anche chi lo ascoltava e seguiva le sue esortazioni; tanto contento di consolare almeno un poco i Cuori di Gesù e di Maria che dovevano aver sanguinato tanto per cagion sua! Del resto, tutto quello che faceva e che aveva in mente di fare nell'avvenire sarebbe stato sufficiente a riparare la Divina Maestà per le colpe commesse?
Come tutti i veri convertiti, al pensiero dei suoi trascorsi, tremava e non si stancava mai di riconoscersi, in pubblico e in privato, un gran peccatore. Per questo sgorgherà di continuo dalla sua anima, sino alla morte, una preghiera che è come un'onda di pianto: «Immensa, o Signore, è la tua misericordia, ed imperscrutabile è stata la tua degnazione di scegliere me, vilissima creatura, carica di enormi peccati, ad istrumento delle lodi della Madre tua divina...»


7 Per la diritta via

Il giovane che non conosceva mezze misure, ripieno ora di mistico fervore, non aveva che una aspirazione, redimere il tempo perduto; e domandava al Signore di mostrargli la via per la quale doveva camminare, deciso a percorrerla fino in fondo, facile od aspra che fosse.
Intanto per consiglio degli amici e delle persone che gli volevano sinceramente bene, decise di tornarsene per qualche tempo al paese natio a ritemprare la salute seriamente compromessa poichè senza un po' di salute non si possono realizzare i grandi piani. A Latiano mentre stava edificando i suoi concittadini con la sua esemplare pietà e con una generosità senza pari verso i bisognosi, seppe che una sua cugina, la Baronessa Caterina Scazzeri, ricca e piena di carità, aveva in mente di edificare a sue spese una Chiesa ed un Ospedale. Avendo egli in animo di fare qualche cosa di simile ma non bastandogli le rendite dei propri beni, pensò che unendole a quelle di lei in perfetta unione di
anima e di intenti si sarebbe potuto realizzare qualche cosa di bello davvero; e mosso da questo nobile miraggio le propose il matrimonio.

Ne scrisse però al P. Radente il quale gli suggerì di attenersi al consiglio del confessore; e questi si mostrò favorevole.

Anche la cugina prima di dargli una risposta volle consigliarsi e per mezzo del comune amico Vincenzo Pepe domandò il parere della Serva di Dio Maria Luisa di Gesù che il lettore già conosce. Questa, venuta a sapere che fra i due esistevano vincoli di parentela, dette invece parere contrario. Anche altre sagge persone cui s'era rivolto Bartolo avevano espresso parere sfavorevole; pertanto vi rinunziò deliberando di recarsi a Lecce ad esercitare l'avvocatura. E coaì fece ottenendo anche dei brillanti successi.
Da Lecce recatosi a Bari, appunto per sostenervi una causa, vi conobbe una signorina ricca e bellissima di nome Annina Guarnieri, figlia del Direttore della locale sede del Banco di Napoli.
Temperamento caldo e vibrante, come abbiamo già avuto occasione di osservare, Bartolo appena vide la giovane se ne invaghì e la chiese al padre in sposa; questi acconsentì a patto che egli si stabilisse a Bari; Bartolo accettò la condizione e l'affare fu concluso.
Ma, al solito, l'uomo propone e Dio dispone. Ai primi di agosto del 1867 Bartolo si recò a Napoli ad acquistare, per conto del suocero, le gioie che egli intendeva offrire alla figlia come dono di nozze; come avrebbe potuto omettere una visita all'amico Vincenzo Pepe?
Si recò dunque da lui e con grande entusiasmo gli annunziò: «Caro Vincenzo, mi ammoglio e son qui a comprare le gioie per la mia bellissima sposa!»
L'amico si percosse con una mano la fronte.
- Oh Bartolino mio, che hai fatto? Così presto ti sei dimenticato di quelle solenni promesse di espiare la tua vita giovanile con opere di apostolato religioso? Non hai riflettuto che il matrimonio ti imporrà nuovi doveri, ti legherà irrevocabilmente al mondo, ti toglierà la libertà necessaria per dedicarti tutto al culto del Cuore di Gesù e della Vergine del Rosario?... Sentiamo almeno il parere di qualche uomo di santa vita!... Io ti presenterò al Padre Ribera, venerato da tutti per santo ed egli ti dirà quel che devi fare, quel che è meglio per l'anima tua!
E se l'uomo di santa vita gli avesse detto di recedere dalla sua decisione? L'amore che Bartolo nutriva per Annina era santo; ma era anche di quelli che non si sradicano dal cuore senza dilaniarlo! Tuttavia il mattino seguente con l'amico Vincenzo si recava a Via Foria dove il P. Ribera della Congregazione dei Liguorini (poi venerabile), dopo la soppressione delle Congregazioni religiose si era ritirato insieme ad un suo confratello.
«Appena introdotto alla sua presenza, afferma lo stesso Bartolo Longo, restai preso dai suoi modi affabili, dal suo sorriso, dallo sguardo attraente che rivelavano in lui il Servo di Dio... » Il venerabile era infatti uno di quegli uomini singolarissimi che Dio ha arricchito di doni eccezionali a sua maggior gloria e per il bene delle anime. Questi, dotato anche del dono della scrutazione dei cuori, ravvisando subito nel giovane avvocato uno di quegli esseri che la Provvidenza suscita di quando in quando per dar vita a grandi cose, dopo un breve colloquio dette la sua sen­tenza: « Se tu ti leghi non potrai più fare quel che il Signore vuole che tu faccia! » Bartolo si sentì gelare il sangue nelle vene.
- Padre - disse - io son qui con i denari datimi dal genitore di lei per comperare i gioielli di nozze! -
- Sei gracile di salute; non potrai sostenere l'ufficio che ti sei impegnato con lui di assumere; scrivi questo!
Dice il Vangelo, a un dipresso, che chi vuol seguire Gesù abbandoni tutto poichè chi ama le creature più di Lui, non è degno di Lui. Ma non è una cosa facile a mettersi in pratica.
Bartolo capiva che il Venerabile lo aveva posto sul binario giusto; ma come fare a ritirare una parola data, a ferire così crudelmente il cuore di una giovane che gli voleva bene, a soffocare il palpito vitale del proprio cuore innamorato?
Prima di decidere, o forse anche per raccogliere le forze necessarie per decidere, volle consultare il P. Radente. Questi all'inattesa notizia non si mostrò meno addolorato e neppure meno reciso.
- Ti sei rovinato! - esclamò - Sei venuto meno alle solenni promesse di servire la causa
della Chiesa! Le mie fatiche sono andate al vento; il diavolo s'è vendicato!
Bartolo si partì dal P. Radente col cuore in tempesta; ma bisognava decidere.
Vincenzo Pepe che usava volentieri espressioni dantesche anche nelle vicende della vita comune, lo ammoniva: « Perchè, perchè ristai?»
«Ogni viltà convien che qui sia morta!»
Era dunque contrario ai voleri di Dio quel matrimonio al quale egli si preparava con tanta elevatezza di sentimenti?
Prima di prendere una decisione definitiva in tanta perplessità di animo, volle confidarsi con la zia Carità per la quale nutriva affetto e devozione speciali; e le scrisse una lettera con la quale dopo aver formalmente dichiarato che sposandosi non aveva di mira altro che di formare una famiglia cattolica e di dare figli alla Chiesa e nuovi adoratori a Dio, la pregava di recarsi a trovare Crocifissa Capodieci per sentire il suo illuminato parere in proposito.
E la Capodieci espresse parere favorevole al Matrimonio! Fra i discordi pareri egli avrebbe dunque potuto attenersi a questo, che era di una donna universalmente ritenuta per ispirata da Dio, e che collimava co' sui desideri; invece non sentendosi di passar sopra a quello, concorde, di due illuminati direttori di spirito, quali P. Ribera e il P. Radente, si decise al gran passo; prese il coraggio a due mani e scrisse alla fidanzata che le restituiva la sua libertà.
Ne nacque uno screzio grave; ma Bartolo rimase irremovibile. E l'ottima giovane, la quale alla vigilia della partenza del fidanzato per Napoli s'era sognata un Angelo raggiante di luce che dopo averle posto in mano un bianco giglio era scomparso, finì per rassegnarsi convinta che fosse quello un avvertimento del Cielo. Come infatti lo era perchè poco dopo una grave malattia la distoglieva da ogni pensiero terreno e la maturava lentamente per il Cielo.
Ma a Don Bartolo che cosa rimaneva, dopo avere così coraggiosamente rinnegato sè stesso, se non metter mano all'aratro, secondo l'espressione evangelica, senza voltarsi indietro?
Infatti così fece, rimanendo a Napoli dove si sentiva presidiato da tante anime sante le quali non avevano di mira altro che il suo bene e verso di esso sapevano guidarlo con soave fermezza.
Il Prof. Pepe gli offrì di convivere insieme; ma delicato com'era di sentimenti e di coscienza, volle prima consigliarsi col suo confessore, il P. Pennasilico dell'Oratorio di S. Filippo Neri, che era anche direttore spirituale del Ven. Ribera e di quello che fu poi l'illustre Cardinale Alfonso Capecelatro; e poichè costui approvò affermando: «Vi farete del bene a vicenda», i due amici iniziarono in comune una vita non molto dissimile da quella dei monaci e Bartolo, stimolato dall'esempio e dalla non comune spiritualità dell'amico, fece notevoli progressi sulla via della perfezione.
S'era messo di nuovo sotto la guida del Padre Radente il quale si comportava con lui come il fabbro col ferro da foggiare, che lo arroventa e lo batte e lo piega e ne fa uno strumento rispondente allo scopo.
Voleva che s'imponesse un regolamento di vita e, come base, un'ora al giorno di meditazione; presso a poco quanta ne fanno i frati!
E Bartolo obbediva, sorretto e spronato anche dal P. Ribera il quale, benchè non fosse il suo confessore, leggeva nella sua anima come in un libro aperto e lo consolava con tenerezza paterna e lo sosteneva con mano che in qualche circostanza parve addirittura taumaturgica, come quando Bartolo sembrò, momentaneamente almeno, proclive a cedere ancora al suo temperamento caldo e ro­mantico....
Accompagnava egli appunto, un giorno, il Servo di Dio alla Casa dei Marchesi Amato in visita di carità, quando riconobbe nella loro figlia una signorina già diverse volte incontrata per strada, l'aspetto della quale l'aveva eccezionalmente colpito e interessato.
Vederla e sentirsi acceso per lei da una violenta passione, fu tutt'uno; e poichè gli sembrò che tanto la figlia come la mamma, avendo notato il suo stato d'animo lo incoraggiassero, perdette la calma e per diverse notti non potè riposare.
La passione lo aveva aggredito a tradimento e gli s'era accesa addosso in maniera tale che temeva di non poterla più dominare.
Dopo alcuni giorni di spasimo si recò dal Venerabile e gli aperse candidamente l'animo suo «Padre, sono tre giorni e tre notti che mi sento tormentato dalla passione verso quella giovane figliuola, nè mi sento la forza di dimenticarla». Il Venerabile, sorridendo, lo toccò con la destra leggermente sulla spalla... «A sentire il tocco di quella mano, scrive egli stesso, ebbi come una liberazione completa dall'incubo di quella passione che mi si era così violentemente suscitata nel cuore e me ne partii completamente libero, come se mai avessi conosciuta quella giovane che mi divenne assolutamente indifferente».
L'episodio oltre a rivelarci chi era il P. Ribera è anche un indice della sensibilità del giovane Bar­tolo Longo nei riguardi del sesso gentile; ma questo non fa che rendere più ammirevole e più meritorio il suo proposito di santificarsi. E questo proposito si consolidava in lui poggiando sulla base di una profonda umiltà..
«Peccatum meum contra me est semper!» Il suo errore stava di continuo dinnanzi a lui in atteggiamento di accusatore, sì che egli ne tremava ed avrebbe finito anche col disprezzarsi se il santo liguorino non lo avesse rinfrancato come sapeva far lui con le parole « che danno la vita», perchè sgorgate dal cuore di Colui che la propria vita ha immolato affinchè quella di noi peccatori sia più abbondante e più piena.
Per suo suggerimento Bartolo meditava giornalmente la Passione di nostro Signore, visitava ora in una Chiesa ora in un'altra il Santissimo Sacramento, ascoltava con assiduità le parole di Dio predicate dal P. Rossi e da altri sacri oratori, studiava con impegno le scienze sacre, e per domare più efficacemente i propri sensi e per onorare la Vergine che teneramente amava, nella Chiesa del Gesù vecchio, ai piedi del prodigioso simulacro dell'Immacolata, emise anche il voto temporaneo di castità.
Ai primi dell'anno 1868 si recava di nuovo a Latiano per regolare alcuni importanti affari circa i beni suoi e di sua madre; e sebbene alcune persone di non comune virtù insistessero presso di lui perchè si formasse una famiglia, si rifiutò e volle tornare a Napoli.
Il P. Radente gli aveva scritto: «Togliete ogni angustia, che ciò è la volontà di Dio. Terminata che sarà la divisione e qualche affare interessante, tornate, piacendo al Signore, qua a motivo di ripigliare con più calore le pratiche religiose e gli studi necessari per battere la carriera che presentemente vi è a cuore».
Tutto ciò lascia supporre che avesse in animo di dare al mondo un completo addio e farsi religioso; ma non era ben certo se quella del convento fosse la via prescelta da Dio per lui e perciò non si arrischiava di prendere una risoluzione definitiva. Attendeva nella certezza che il Signore prima o poi avrebbe parlato, ed egli lo avrebbe ascoltato o obbedito.
Un giorno il P. Ribera gli disse: «Ti voglio far conoscere un santo che cammina!» E lo mandò con una commissione a casa di Don Agnello Coppola, ch'era già vecchio, uomo trasumanato dalle penitenze e dalle contemplazioni.
Don Bartolo ne tornò edificato e commosso.
Era ancora incerto circa la mansione che Dio voleva assegnargli nella sua casa dove le mansioni sono tante e tanto diverse; ma non dubitava di essersi incamminato sulla via che lo conduce alla Casa del Padre, giacchè ad ogni pie' sospinto s'incontrava con un «viandante» di quelli che ormai marciano con passo sicuro per la via maestra e sanno far da guida ai compagni di viaggio, incerti o vacillanti.
E questo camminar fianco a fianco con degli eletti, destinati quasi tutti ad essere elevati agli onori dell'Altare, non solo lo spronava ad accelerare il passo, ma gli dava la certezza di essere oggetto di particolare benevolenza da parte di Dio misericordioso.


8 Don Bartolo al bivio

Fra le zelatrici della devozione al Sacro Cuore di Gesù alla quale Vincenzo Pepe voleva indirizzare il suo giovane amico, era la Contessa Marianna De Fusco.
Nata a Monopoli, nelle Puglie, dalla famiglia Fornararo, fra le prime per censo e per decoro di nome, sensibile, vivace, tutta nervi, ma anche accorta e soprattutto rettissima, questa nobildonna si era sposata a quindici anni al Conte Albenzio De Fusco dal quale aveva avuto cinque figli.
Rimasta vedova dopo dodici anni di matrimonio, nella giovane età di 27 anni, si era dedicata completamente alla educazione dei figli ed alle opere di carità conducendo vita. ritirata e collaborando con Caterina Volpicelli sua amica alla diffusione della devozione al Sacro Cuore di Gesù e consacrandosi ad Esso, insieme ad altre quattro compagne, mediante la Regola del Terz'ordine.
Aperta dalla Ven. Volpicelli, nel 1867, la casa centrale delle opere da lei stessa ideate, al largo Petrone alla Salute, la De Fusco vi si era ritirata, con una zia materna, vedova anch'essa e tutta dedita, come la nepote, a coadiuvare la santa amica nelle sue molteplici iniziative di bene.
Vincenzo Pepe, che come abbiamo già detto, era uno zelatore di questa divozione e ad essa voleva interessare anche Bartolo, lo aveva presentato alla Contessa con una lettera elogiativa in cui
metteva in risalto le sue doti e il suo zelo, e la esortava a valersi dell'opera sua a pro delle Chiese povere e della diffusione del culto al Sacro Cuore di Gesù.
La Contessa lo aveva accolto con molta gentilezza, aveva gradito ben di cuore la disinteressata offerta della sua collaborazione e ne aveva riferito con entusiasmo alla Volpicelli, la quale ammirando il fervore del giovane avvocato ed apprezzandone le doti non comuni, lo aveva incaricato di raccogliere offerte per il Tempio votivo che aveva in animo d'innalzare, gli aveva concesso di partecipare alle funzioni serali nell'Oratorio della Casa e lo aveva perfino autorizzato a guidar, lui, il Santo Rosario che veniva recitato in comune. Così Bartolo Longo faceva la conoscenza di Colei che la Provvidenza aveva decretato di mettergli accanto nella vita e nell'opera sublime ad esso affidata.
Ma ben lontano da immaginarselo, tornato a Napoli, dopo aver regolato gli affari famigliari a Latiano, non ebbe che una preoccupazione: affrontare e risolvere, sotto la guida illuminata del P. Radente, il problema della sua vocazione.
Iddio si può servire anche rimanendo nel mondo; ma quanti intoppi!... Gli affari che impegnano, le esigenze della vita che assillano, il cuore che a contatto delle creature si attacca a loro e si dissipa!... E a due padroni non si può servire!...
L'idea del matrimonio lo allettava ancora; del resto non ci si può santificare anche nel matrimonio? Si, che si può! Ma il P. Ribera che - senza vantarsene, aveva letto circa sei mila vite di Santi, asseriva che soltanto dodici erano giunti alla santità perdurando il matrimonio; tutti gli altri erano diventati santi o dopo la morte del coniuge o dopo essersi per voto di castità separati da lui. Sarebbe riuscito Bartolo ad essere il tredicesimo? Oppure volendo, come effettivamente voleva farsi santo, si sposava con la speranza.... di diventar vedovo?!...
Mondo, demonio, carne - diceva il P. Ribera - sono tre nemici che fanno sul serio. Troppi per affrontarli insieme.
Tutto sommato conveniva dar retta al P. Radente e fare come diceva lui: «dare un calcio al mondo e ritirarsi in un chiostro a far penitenza di tanti peccati».
Ma il P. Ribera era di diverso parere: temeva che un temperamento dinamico come quello di Bartolo non potesse resistere alla vita del chiostro, necessariamente inquadrata e compressa, e lo preferiva nel mondo, magari come prete secolare, od altrimenti anche come laico, purchè occupato in un'opera che impegnasse tutte le sue facoltà: intelligenza e cuore, tempo e volontà, anima e corpo; poichè era convinto, e lo diceva, che il Signore volesse da lui cose grandi.
In questo contrasto di opinioni fra i due Servi di Dio meritevoli del pari della più alta fiducia e venerazione, Bartolo preferì attenersi alle direttive del P. Ribera; e non, come alcuno potrebbe credere, perchè questi gli indicasse una via più agevole, ma perchè per uno di quei moti interni che non si spiegano «le senti» più rispondenti alla sua vera vocazione.
Talvolta mentre egli parlava, il P. Ribera se ne andava come chiamato altrove e al suo ritorno dava a ciò che non aveva sentito risposte appropriate e precise come se non si fosse mai mosso dalla sua sedia.
Quando poi Bartolo aveva il cuore in burrasca bastava che quello gli dicesse poche parole perchè l'orizzonte tornasse sereno e ridente.
Come non riconoscere che in lui parlava veramente il Signore?
Niente convento, dunque! Ma intanto si disfece di tutti i libri legali e profani che possedeva e li sostituì con altri, apologetici, teologici e ascetici.
«Cominciò vita ascetica» - scriveva nel 1863. - E la cominciò sul serio sotto quella guida che lo soggiogava addirittura, con la parola, ma più ancora con l'esempio, edificandolo con le industrie che adoperava per nascondere agli occhi di lui e di tutti il suo spirito di penitenza, commovendolo con la sua abituale unione con Dio che non poteva nascondere con bugiòle e sotterfugi innocenti.
L'eco di quelle parole dettegli dal medesimo «Il Signore vuole da te grandi cose» gli risuonava nell'intimo come un monito, spesso come un ordine
addirittura; ma non c'è apostolato senza la virtù dell'orazione; Gesù ce lo insegna; e Bartolo, convinto di non possederla ancora, vi si dedicò con slancio e con passione.
La Chiesa del Gesù Vecchio presso l'Università, rinomata per la singolarità dell'apostolato esercitatovi dal Ven. Don Placido Baccher e continuatovi nelle medesime forme e con pari efficacia dal suo degno successore, ebbe Don Bartolo frequentatore assiduo e fra i più devoti.
Napoli era ricca, a quel tempo, di oratori sacri di gran fama quali il P. Rossi gesuita, il domenicano P. Cocoz, il filippino Alfonso Capecelatro, il P. Anacleto cappuccino, Mons. Scotto di Pagliara, il P. Gallerani ed altri - che tenevano il Pergamo delle principali Chiese richiamando ogni sera folle innumerevoli.
Bartolo, amante della parola di Dio, sì da recarsi ad ascoltarla anche nel periodo in cui era immerso nell'errore, non mancava mai. Prediligeva però l'eloquenza del P. Rossi, robusta e virile, sostanziata di dottrina esposta con sorprendente chiarezza, e poichè questi oltre ad essere un bravo oratore era pure uno zelante realizzatore di opere di carità ed aveva dato vita in Napoli ad un ospizio per le vecchie povere prive di ogni appoggio umano, Bartolo Longo diventato suo amico si fece anche suo collaboratore in quest'opera benefica, a proposito di che si ha un episodio che merita di essere conosciuto.
Presentatosi una volta al Caffè De Angelis per raccogliere offerte a favore delle ricoverate nell'Ospizio del P. Rossi, prima ancora che aprisse la bocca i vecchi amici radunati intorno ai tavoli si dettero a rinfacciargli vivacemente la sua diserzione dall'associazione spiritistica e dalle idee così focosamente sostenute.
Bartolo rispose che non aveva disertato da nulla, ma che si era semplicemente convertito perchè convinto che lo spiritismo era un errore ed un inganno, e «quelle idee» erano false. Ma disse ciò con così calda eloquenza e con accenti di così viva convinzione che gli ex amici, irritati, insorsero e lo copersero di insolenze e di sarcasmo.
Egli allora ammutolì e, fermo in piedi, aspettò che quella scarica di insulti cessasse, tranquillo come se non riguardasse per nulla la sua persona.
L'esempio dei santi uomini che praticava, i quali si sforzavano di ricopiare in se con tanto impegno la mansuetudine del divino Agnello, aveva ottenuto un sì salutare effetto sul suo carattere impetuoso e facile all'ira. Infatti alcuni compagni che lo conoscevano bene notarono la sua eroica mansuetudine, e persuasi che essa non poteva essere se non il frutto di uno straordinario sforzo di volontà, ne furono sorpresi, commossi e... disarmati.
Se ne accorse Don Bartolo; e cavato di tasca il borsellino, con dolcezza, come se nulla fosse accaduto, disse loro: «Su, amici, da bravi, facciamo un po' di bene! Vado raccogliendo offerte per aiutare certe povere vecchiette prive di tutto. Datemi qualche cosa!»
E tutti misero mano al portamonete cosicchè la raccolta fu particolarmente abbondante.
Lo si vedeva inoltre in tutte le Chiese dove era esposto il Santissimo sotto forma di Quarantore, grandemente onorato se gli toccava in sorte di tenere l'ombrellino nelle processioni eucaristiche, e tutti ormai lo conoscevano, lo riverivano, gli cedevano il posto e consideravano come un privilegio lo stargli accanto per poter meglio ammirare «quel giovane tanto distinto che pregava con tanto raccoglimento e con tanta umiltà».
Ma ecco che un giorno il P. Rossi non lo vede più alle sue prediche, il P. Ribera non lo sente più bussare, all'ora consueta, alla porta della sua cella, i suoi numerosi ammiratori ignoti non lo incontrano più nelle Chiese dove è esposto il Santissimo... Neppure la Ven. Volpicelli e le sue zelatrici lo vedono più nell'Oratorio ad assistere alla funzione serale. Don Bartolo è sparito dalla scena!
Che cosa era accaduto?
La Contessa Dé Fusco mandò al suo domicilio Rosina, la fedele domestica, e questa lo trovò giacente in letto, pallido, in preda a sofferenze atroci causategli da quel suo tremendo male ai visceri...
La padrona di casa era assente ed egli si trovava solo, privo di ogni assistenza. La buona donna datigli i saluti della Volpicelli e della Contessa, gli domandò se avesse bisogno di qualche cosa.
Ben poco gli sarebbe occorso; soltanto una tazza di brodo; ma la padrona di casa non c'era e biso­gnava pazientare!
Intenerita da tanta rassegnazione Rosina corse a casa e tornò poco dopo col brodo ed anche con, qualche cosa d'altro; ma non mancò certo di descrivere alle pie donne l'abbandono completo in cui si trovava il «povero signore» costretto a sorbirsi da solo i suoi tremendi dolori senza che nessuno gli porgesse un sorso d'acqua e gli dicesse una parola di conforto.
E il racconto della brava domestica dovette far breccia sul loro animo dal momento che la Contessa suggerì alla Venerabile di appigionare al Signor Longo un piccolo quartierino di due stanzette destinato a foresteria, e questa, dopo aver ottenuto l'approvazione del suo Padre spirituale, acconsentì di buon grado. Fu per Don Bartolo una carità fiorita che accettò con animo grato; infatti ristabilitosi alquanto vi si trasferì; e poichè nei dintorni della Casa non v'era alcun ristorante presso cui prelevare il cibo necessario, la Volpicelli fece alla Contessa una proposta che era vantaggiosa al signor Longo ma al tempo stesso di aiuto anche a lei: quella di provvedervi con la sua cucina, mediante un compenso mensile, fissato poi in cinquanta ducati.
Chiesta ed ottenuta l'autorizzazione del proprio confessore, la Contessa De Fusco accettò. Cosetta da nulla!... Caso di ordinaria amministrazione da non valer nemmeno la pena di registrarlo!...
Invece la Provvidenza proprio con questa «cosetta da nulla» cominciava la storia della magnifica opera di Valle di Pompei.


9 Due atleti

Silvio Pellico ci ha dato una delle più belle definizioni dell'amicizia chiamandola «una fratellanza e, nel suo più alto senso, il bello ideale della fratellanza. Un accordo supremo di due o tre anime (non mai di molte) le quali hanno trovato l'una nell'altra la massima disposizione a capirsi, a giovarsi, a nobilmente interpretarsi, a spronarsi al bene». Sotto questa luce si manifesta più vero che mai il detto popolare: «Chi ha trovato un vero amico ha trovato un tesoro».
A Bartolo Longo, quale segno di predilezione, Iddio concesse anche questo invidiabile dono, di avere tante amicizie: quella di Vincenzo Pepe, ad esempio, il quale tanto si adoprò per trarlo dall'errore in cui si era ingolfato, e quella del Marchese Francesco Imperiali, cristiano esemplare caritatevole fino all'eroismo.
Un giorno - nel giugno 1865 - trovandosi Bartolo in preda ad un'intima lotta e dibattendosì fra le spire dello sconforto, il March. Imperiali gli disse: « Ti debbo far conoscere il Padre Ludovico!» E così dicendo lo condusse al Tondo di Capodimonte in una Chiesetta dove stavano devotamente raccolte in preghiera non poche fanciulle more, mentre uno stuolo di ragazzi dello stesso colore accompagnavano il sacro Rito con musica e canti per festeggiare la canonizzazione di S. Leonardo da Porto Maurizio. In mezzo ad essi stava un frate francescano dallo sguardo penetrante e vivace, placido e ardente al tempo stesso; una di quelle figure la cui immagine si fissa, al primo vederla, non solo nella mente ma addirittura nell'anima e non vi si cancella mai più.
Era il padre Ludovico da Casoria, il frate straordinario, caro e venerato non solo in Napoli ma in ogni regione d'Italia, giacchè la fama delle sue virtù e de' suoi santi ardimenti aveva valicato i monti, aveva distrutto le distanze e s'era diffusa un po' dappertutto.
A Bartolo Longo, natura vivace, acuta e pronta all'entusiasmo, bastò di vederlo per darglisi tutto e seguirlo dovunque con quel senso di aspettazione riverente e di ammirazione entusiasta, che è propria dei discepoli nei confronti dei grandi maestri.
«Io non saprei dire - scriverà egli stesso una quarantina di anni più tardi, quanto abbia influito su tutta la mia vita il P. Ludovico da Casoria, il frate poverello per le cui mani la Provvidenza faceva scorrere tesori; l'apostolo della carità che passava fra accenti di benedizione, mentre ovunque intorno a lui fervevano ire di parte e di idee; l'uomo semplice e grande, che dava del tu a tutti perchè nel principe e nell'operaio, nell'uomo di fede e nell'avversario non vedeva che un fratello;
meraviglioso frate che sullo sfondo cupo del secolo decimonono su cui incombevano le ombre nere dello scetticismo e quelle non meno fosche dell'egoismo sociale, seppe far rivivere in tutto il loro ingenuo candore le immortali pagine dei Fioretti di San Francesco».
P. Ludovico, infatti, si sarebbe detto un apostolo moderno innestato ad un santo del trecento. La semplicità, la bontà, il distacco da tutto, la poesia del suo ascetismo ricordavan quei santi che occhieggiano nelle lunette delle Basiliche d'Assisi, o pregano silenziosi nei dipinti di Giotto e della sua scuola.
Ma lo sguardo lampeggiante, l'energia dell'azione, l'intuito rapido, quasi istintivo dei tempi, rivelavano in lui l'uomo moderno chiamato a forme nuove d'apostolato sociale e religioso.
Pareva, insomma, l'uomo fatto apposta per orientare definitivamente Bartolo Longo verso la sfera di azione ove la Provvidenza lo voleva, l'amico investito del compito di interpretarne la vocazione vera e spronarlo a seguirla senza timori e senza rimpianti. E da lui il giovane «chiamato a grandi cose» apprese il più grande dei segreti, quello che vale più di ogni altra cosa a convertire i cuori a Gesù Cristo: le opere di carità cristiana.
Diceva quest'uomo straordinario a Bartolo nei frequenti intimi colloqui: «Si discute troppo, si combatte troppo, si lavora da molti più ad innalzar barriere che ad abbatterle, più ad inasprire piaghe che a guarirle; si dimentica che il Cristianesimo è sopratutto amore e amore operativo, che agli argomenti si può resistere, ma all'amore no, perché l'amore è forza che disarma l'orgoglio e conquista le coscienze!»... «La carità apre prima il cuore e poi la mente. Se vuoi salvare l'anima di uno, sovvienilo prima nel corpo eppoi arriverai facilmente a convertirlo!»... «Chiama a fare la carità anche gli avversari della nostra fede, così muoverai il cuore di Dio a dar loro la grazia della conversione! »...
E poichè queste parole uscivano dalle labbra di uno che aveva voltato le spalle al mondo e alle sue lusinghe, alle ricchezze e alle comodità della vita per farsi tutto a tutti e guadagnar tutti a Gesù Cristo, nella più assoluta povertà e in uno spirito di sacrificio addirittura sovrumano, si sprigionava da esse un calore a cui non si poteva resistere.
Fra le istituzioni più disparate aveva dato vita anche a due collegi: uno per i figli della nobiltà e l'altro per giovinetti di civile condizione le cui famiglie però non potevano sobbarcarsi al pagamento di una retta troppo elevata.
L'aveva voluto in località. salubre e ridente, sulla collina di Villanuova che si specchia nelle pure acque di Posillipo, e Bartolo vi si recava ogni anno, a villeggiare, accolto e trattato come persona di famiglia.
A lui - perchè intendesse - il P. Ludovico soleva dire: «Anche i nobili hanno bisogno della carità; e noi dobbiamo fare la carità ai nobili! La carità nuova che dobbiamo fare ai nobili ed anche alla borghesia in questi tristi tempi, è quella di educare i figli. Soppressi gli ordini religiosi inse­gnanti, i poveri padri non sanno a chi affidare i giovanetti per un'educazione morale e religiosa noi dobbiamo aiutarli!»
Era come dire che la carità di Cristo non ha limiti nè di spazio, nè di tempo, nè di possibilità.: «Non ha occhi, non guarda in faccia ad alcuno per giudicarlo. Non guarda se chi la riceve è povero degno o povero indegno, se appartiene a questo o a quel partito, a questa o a quella categoria; non fa distinzione fra fanciullo cristiano e fanciullo eretico, fanciullo bianco e fanciullo nero... non vede e non considera che una cosa sola, il bisogno!»
Questa la fiamma cui Bartolo Longo scaldò l'anima sua; questo il Maestro dal quale apprese gli insegnamenti, le iniziative, le industrie e le audacie della carità; questo il santo al cui esempio si ispirò sempre, si da dimostrarsi, tanto nel criterio direttivo, quanto nell'indirizzo pratico di tutte le cose e delle sue opere, non solo un ardente imitatore ma un suo autentico continuatore. Un discepolo fedele, insomma, nel quale la sua orma e l'immagine del suo apostolato rifulge in maniera inconfondibile.
Ma che «fuoco di carità » sarebbe stato mai quello trasmesso dal P. Ludovico da Casoria al cuore di B. Longo se questi, in attesa dell'ora di Dio, si fosse accontentato, come Pietro sul Tabor, di starsene in contemplazione vicino al Maestro in un «Tabernacolo» comodo e riparato dalle cor­renti d'aria?
Sorge a Napoli, da secoli, il grande ospedale di S. Maria del Popolo comunemente detto degli Incurabili. Questo celebre asilo del dolore, che deve le sue origini al grande amore per il prossimo d'una nobile e ricca dama napoletana, la Ven. Maria Lorenza Longo, fu sempre, fin dalle origini, la scuola di carità dei Santi e una palestra di virtù per le anime generose, avide di tradurre nella pratica l'evangelico «ero infermo e mi visitaste» del Maestro divino.
Anche Bartolo Longo, educato alla meravigliosa scuola di carità del P. Ludovico, quando nell'ottobre del 1868 decise di darsi totalmente a vita spirituale, comprese subito che nessun luogo era tanto indicato per l'esercizio della cristiana carità quanto l'ospedale degli Incurabili. Là dunque egli si diresse, associandosi ai fratelli dell'Opera Pia, poichè nuovo com'era a quella sorta di apostolato, aveva bisogno di una guida competente e sicura.
Ma il Signore gli fece trovare ancora un maestro incomparabile, anzichè fra gli assistenti, in un infermo ivi degente da undici anni, il Servo di Dio Francesco Maione, destinato anch'egli molto probabilmente agli onori dell'Altare. Il Maione era stato trasportato all'ospedale all'età di diciassette anni in condizioni estremamente pietose.
Rattrappito e mal conformato, con una deformazione al petto e una alle spalle, per cui era costretto a giacere seduto su di un letto bucato, afflitto per sovrappiù da una lenta dissoluzione delle ossa delle gambe, era uno di quegli esseri dinanzi ai quali vien fatto di domandarci perchè mai il Signore non li levi da patire e da far patire.
Questa fu l'impressione che, al primo vederlo, n'ebbe anche Bartolo; per cui rimase grandemente sorpreso e quasi temette si volesse fargli uno scherzo di cattivo gusto, quando avendo domandato ad uno dei fratelli della pia Opera di assistenza le istruzioni necessarie a ben esercitarsi nelle opere di misericordia, questi gli suggeri di rivolgersi proprio a quell'infelice, crocifisso come su di un patibolo sul letto del suo incessante martirio.
Ma avvicinandolo si accorse ben presto che anima bella si nascondesse dentro a quel corpo deforme.
Francesco Maione era nel senso vero della parola il padre tenerissimo dei centoventisette infermi che giacevano nell'immensa corsia. Sempre eguale, sempre calmo, sempre rassegnato, a forza di condividere le pene altrui pareva che le sue non lo sfiorassero più. Ed era fra i più tormentati forse il più tormentato di tutti!
Nel conversare con lui, Bartolo gustava una dolcezza e sazietà di spirito che valeva ad annientare qualunque noia e tristezza.
Sulle prime il giovane sano ed esuberante si riteneva in dovere di fargli animo, di impartirgli qualche lezioncina di rassegnazione e di conformità ai voleri di Dio; e l'infermo l'accettava con raccoglimento, con umiltà, con gratitudine, mostrando di farne gran conto. Ma poi fu Don Bartolo a riceverne, anzi a domandargliene, e ad accoglierle con devoto stupore.
Era sfornito di istruzione umana; ma oh, come era addentro alle cose dello spirito! Come parlava della Madonna, di Gesù sofferente, dell'anima, del Paradiso!... Come conosceva la via più sicura per arrivare alla mente ed al cuore de' suoi compagni di sventura, anche dei più refrattari alla Fede e alle pratiche religiose!...
Bartolo Longo fu assiduo frequentatore dell'ospedale fino al 1870; ma anche in seguito, quantunque assorbito da altri impegni, non lasciò mai di recarsi di quando in quando da quel suo prezioso maestro ed amico, e ciò fino a pochi mesi dalla di lui morte, per giovarsi della sua conversazione, «per sentire», come egli stesso ci dice, «un poco di Dio ed avere sempre più il distacco dell'animo dalla terra».
Dei due atleti di Cristo, tra loro tanto dissimili, ma entrambi rifulgenti di quel divino splendore che irradia intorno a sè la carità di Cristo, egli portò poi seco finchè visse le reliquie e il ricordo e alimentò nell'anima sua il loro esempio e il loro ardore invocandoli nelle sue preghiere e specialmente nei bisogni più urgenti e sforzandosi di imitarli, ispirando le proprie opere al grandioso disegno di restaurazione sociale perseguito per mezzo della carità cristiana dal P. Ludovico e informandosi, specie nell'umiliazione e nel dolore, all'esempio di Francesco Maione, maestro mirabile nella arte di cogliere il vero valore della vita non nelle apparenze esteriori, ma in quell'intima virtù che, accettando con serenità la sofferenza, la eleva a merito, e nella soave rassomiglianza col Maestro divino aspira alla gloria immortale.


10 Il pungolo del rimorso

Malgrado respirasse queste aure salutari di santità - o forse proprio per questo! Don Bartolo continuava a sentire vivissimo nel cuore, come bruciore di una ferita lenta a rimarginarsi, il rimorso dei suoi errori giovanili.
Il suo peccato rimaneva ostinatamente contro di lui!
Ma non era un rimorso debilitante, bensì una specie di pungolo che lo spronava a camminare ancora, a salire sempre con nuova lena su per l'erta della perfezione; a fare, a fare sempre di più e sempre meglio, tanto bene da riparare, non una volta ma mille, il mal fatto.
Dilagava, anche allora, la stampa immorale ed ostile alla Religione ed alla Chiesa ed era urgente controbatterla con altra stampa che insorgesse in favore di Essa, arma contro arma. Ma  diceva B. Longo, bisogna saperla usare; altrimenti o non si ottiene nulla o si ottiene... l'effetto contrario. Perchè se è facile demolire e per tal mestiere è sufficiente un bifolco qualunque che sappia maneggiare il piccone, per ricostruire occorre un artefice e gli artefici non si improvvisano. Aveva, la buona causa, dalla sua un numero sufficiente di penne affilate e taglienti come spade, di artefici capaci di farne, oltre che una valida arma, un solido strumento di ricostruzione?
Gli parve di no e volle addestrarsi: non per gusto di posa poeticamente leopardiana -
«combatterò, procomberò sol'io»,  ma per senso realistico delle necessità e del dovere da esse derivante a chiunque, come lui, possedesse doti di combattente e di costruttore.
E vedremo in seguito come e quanto questa sua vocazione alla stampa rientrasse nel piano stabilito dalla Provvidenza circa la sua attività futura.
Intanto è bello a vedersi come l'ardente milite della Chiesa si sia messo subito all'opera senza perdere un minuto solo di tempo.
Dimorava allora a Napoli l'Abate Vito Fornari, filosofo insigne, un di quei rari uomini che mettendo generosamente a servizio della Verità prima, che è Dio, il loro altissimo ingegno, fanno si che la sua luce risplenda sempre più luminosa e ne derivi così nuovo impulso di bene alla povera umanità., troppo spesso vittima di errori fatali.
Don Bartolo si presentò a lui, in compagnia dell'amico Vincenzo Pepe e gli disse con ammire­vole sincerità: «Sono un convertito dallo spiritismo e vorrei ora riparare con una costante ed efficace espiazione al gran male che ho commesso. Vorrei scrivere, per quanto mi dà la mia coscienza, a pro della Chiesa, a difesa dei frati, a glorificazione del sentimento religioso e del culto cristiano; ma, smesso da molto l'esercizio dello scrivere, non saprei farlo in quella maniera che oggi principalmente è opportuna a compiere con frutto e dignità la delicata faccenda. Vengo, signor Abate, a saper da lei un modo più facile e sbrigativo di fare un accurato studio di lingua e di acquistar l'abito dello scrivere».
Il Fornari gli dette alcuni opportuni suggerimenti eppoi lo mandò dal Prof. Leopoldo Rodinò, letterato di prim'ordine, insigne maestro di italiano e latino, artista di genio ed anche cristiano praticante ed operosissimo specie nel campo della carità.
Con lui Bartolo si rimise a studiare e cominciò anche ad allenarsi nell'arte dello scrivere, distinguendosi subito per l'amore appassionato alla Chiesa ed al Papa, per il quale si dichiarava disposto ad andare dovunque la sua causa fosse per condurlo.
Primi saggi della sua nuova attività di scrittore sono una meditazione sulla Carità e un dialogo ascetico tra il Signore e l'anima fedele, che il Prof. Rodinò fu il primo ad apprezzare ed a lodare con schietta ammirazione e che contribuirono, insieme a non poche altre cose, a fargli comprendere di avere alle mani ben altri che un discepolo qualsiasi. Perciò dal ruolo di scolaro Don Bartolo passò, a poco a poco, a quello di amico e collaboratore dell'illustre uomo che lo conduceva spesso con sè nelle sue quotidiane visite caritative all'ospizio delle povere cieche o a quello di mendicità, o in qualche stamberga dove languiva qualcuno dei tanti relitti della tumultuosa metropoli, contribuendo anche lui a prepararlo - inconsapevolmente, alla nuova, ardua, ma santa missione di redenzione sociale dei carcerati, che sono fra i relitti umani, non di rado, i più spietatamente dolorosi, e dei loro, figli che sono fra i più disgraziati.
In questo tempo Bartolo Longo conobbe e strinse amicizia anche con Alfonso Capecelatro, che con il P. Pennasilico già ricordato, costituiva il vanto dell'Istituto dei Figli di S. Filippo Neri; e per suo interessamento fu ammesso a frequentare la Congregazione dei Dottori, eretta da tempo nel Convento dei Padri Filippini, passando poi, in seguito, tra i membri effettivi. di essa (fraticelli) nel novero dei quali fu anche il giovane avvocato Alfonso de' Liguori, oggi Santo e Dottore della Chiesa. Non ancora soddisfatto e consapevole della neces­sità di conoscere a fondo la filosofia di S. Tommaso per poter controbattere con successo gli errori perniciosi delle false teorie di Hegel che facevano strage negli ambienti culturali e di cui egli stesso aveva sperimentato il sottile veleno, si dedicò anche allo studio di questa importantissima materia sotto la guida di uno dei più forti ingegni che al­lora vantasse l'Italia nostra, l'Abate Giuseppe Prisco, diventato poi Arcivescovo e Cardinale di Santa Romana Chiesa.
Ma quasi temendo che questo fervore di studio non avesse ad attenuare l'ardore dell'anima, non solo non tralasciò mai di seguire dovunque il Ven. P. Ludovico e di esercitarsi nell'apostolato della Carità, ma intensificò anche quelle pie e sante pratiche religiose a cui s'era dedicato con tutto il fervore dopo il suo ritorno a Dio.
Aveva cominciato a vestire dimessamente come si conviene a chi s'accosta di continuo alla miseria e non ha da richiamare su di sè l'attenzione del mondo.
Ed ecco che un giorno, così dimesso e col suo cappello a cencio (a quei tempi fra le persone agiate era molto in uso il cappello duro), si accosta ad un tempio per una delle sue quotidiane visite al divino
Prigioniero. È così dimesso il suo portamento, oltre all'abito, che viene scambiato per un mendicante e una mano si allunga verso di lui per offrirgli l'elemosina. Bartolo prova un subitaneo istintivo moto di ripulsa, ma con fulminea prontezza si domina e stendendo la sua accetta e ringrazia nel nome santo di Dio, provando poi una soave intima gioia per quella piccola vittoria sulla propria suscettibilità..
Ben altre umiliazioni dovrà provare, ma anche ben altre vittorie conseguirà quando diverrà il grande accattone della Madonna!...
Ma allora che ne sapeva? - Non ne sapeva nulla; eppure vi si preparava!
Il 22 settembre 1869 scriveva nel suo diario «Oggi ti terrai per il più vile ed il più miserabile degli uomini, e però a tutti sottoposto, facendo compagnia a Gesù nella prigione di Caifa».
E il giorno dopo: «Se ancora cercassi piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo!»
E alla fine dello stesso mese imponeva a se stesso quattro regole per non peccare concretandole nel seguente brano di carattere marcatamente coercitivo: «Mortifica gli occhi, non guardar mai fisso la donna; schiva le familiarità, o scherzi di mano o di lingua che degradano l'uomo innanzi alla donna e sono di male esempio ai giovani; non sederti mai vicino, per amor della modestia e castità del Cuore di Gesù Cristo, e per mortificazione; non parlar mai d'amore, matrimoni e simili dichiarazioni, ma sempre intavola discorsi di Dio, di Santi, di orfani». Bartolo conosceva se stesso; la sua indole sensibile, il forte fascino che la femminilità esercitava su di lui... Ma non è questa presenza in lui, dell'angelo di satàna che lo schiaffeggia, che possa scandalizzarci od anche solo meravigliarci; ciò che invece ci interessa e ci edifica è, ancora una volta, la risolutezza estrema con cui il giovane non ancora trentenne, dopo tutto non impegnato da particolari vincoli religiosi, lo affronta e lo disarma!
Completata la sua formazione spirituale mediante la lettura di libri ascetici e di vite di santi fornitigli dal P. Ribera; approfonditosi nella Teologia, nella Storia ecclesiastica e nel Diritto Canonico; addestratosi finanche nella recita del divino Ufficio dietro incitamento del P. Radente, mentre si dava da fare per avvicinare a quei santi viventi che lo onoravano della loro benevolenza, compagni, amici e conoscenti perchè rimanessero conquisi, come lo era stato lui, dalla loro santità e dal loro fulgido esempio, faceva dolce violenza al cuore di Dio perchè gli mostrasse chiaramente la via da percorrere.
A questo scopo il 25 ottobre dell'anno 1869 si raccoglieva nella casa ospitale del suo caro Padre Ludovico per un corso di Esercizi spirituali durante il quale esprimeva nel suo quadernetto di appunti non solo propositi di distacco completo dal mondo, di umiltà e di mansuetudine per soggiogare il suo temperamento impulsivo ed impetuoso, ma risoluzioni addirittura eroiche compendiate poi nell'espressione di San Tommaso prostrato ai piedi di Cristo: «Mio Signore e mio Dio!» cui aggiungeva a chiarimento: «Mio Dio fa di me quel che vuoi, che oggi rinunzio ed abbandono me stesso in te». Usciva quindi dagli Esercizi deciso a tradurre nella propria vita l'insegnamento che l'Apostolo Paolo dava ai fedeli di Corinto: « Quei che vivono, non vivono più per sè stessi, ma per chi è morto per loro».
Ecco, era questo che egli voleva: «spendere per Gesù Cristo tutta la propria vita!» E per realizzare questa nobile ambizione, quale altro mezzo più idoneo che diventare suo ministro? In fondo al suo cuore questa aspirazione covava ormai da un pezzo; accompagnato da Agostino Zagari, altro suo carissimo e fedele amico - che maturava lo stesso proposito, si recò dunque dal Ven. Ribera a chieder consiglio, o meglio ancora a sollecitare una decisione.
Il servo di Dio li fece entrare nella sua cella e senza pronunciar parola chiuse l'uscio; poi posò su di loro lentamente lo sguardo e dopo qualche attimo di silenzio indicando lo Zagari disse con tono profetico: «La vostra è vera vocazione; fatevi gesuita, andate a Roma». Indi, rivolto a Don Bartolo: «Non vi fate religioso, statevi cosi... altrimenti... non si compiranno i disegni di Dio»...
E li accomiatò senz'aggiungere altro.
Ad un ordine cosi reciso di un uomo come il P. Ribera, non c'era da fare altro che ubbidire. Pertanto Bartolo si rassegnò ad attendere ancora, continuando a raffinare il suo spirito con la preghiera e la meditazione, la mortificazione dei sensi, la lotta contro il rispetto umano e la devozione alla Madonna, convinto che qualsiasi fosse il suo avvenire, in convento o nel mondo, perfezionarsi era sempre un dovere ed una necessità.
Il P. Radente, col quale pure si manteneva in assiduo contatto, esercitava in quel tempo il sacro Ministero nella remota Chiesa del Rosario a Portamedina, appartenente all'Ordine dei Domenicani. Attiguo alla Chiesa, e sfuggito alla raffica della persecuzione, eravi un conservatorio diretto dalle Suore Terziarie domenicane. Attratto dal desiderio di star vicino il più possibile al suo direttore spirituale, Bartolo prese a frequentare la solitaria Chiesetta, facendosi notare non tanto per la sua presenza quanto per il suo fervoroso comportamento, dalla Suora particolarmente dedicata al decoro della Casa di Dio, Suor Maria Concetta De Litala.
FEZ questa santa suora che suggerì a P. Radente di invitare il giovane devoto ad indossare il bianco scapolare per farne un propagatore del Terz'ordine.
Il Terz'ordine Domenicano era nato con l'Ordine della Penitenza ed uno dei suoi precipui scopi era di praticarla quale espressione esterna di ravvedimento e di espiante pentimento del cuore. E Bartolo non aveva forse concepito in tal modo lo scopo della sua vita fino al giorno della conversione?
Con vero santo entusiasmo, quindi, il 25 marzo 1871 indossava lo scapolare scegliendo come nome di religione quello, significatissimo, di fra Rosario.
Dopo l'ammissione al terz'ordine si recava àncora una volta a Latiano per rifarsi un poco nella salute piuttosto malferma e tornato poi a Napoli, il 7 ottobre dello stesso anno, ricorrendo il terzo centenario della battaglia di Lepanto, nella romita Chiesa del Rosariello faceva la professione solenne. Bartolo Longo non dimenticherà mai più questa data; anzi quando il Santuario di Pompei assurgerà a rinomanza mondiale, sarà solennizzata con speciali festeggiamenti e il ricordo di essa farà sempre sussultare di commozione il suo cuore magnanimo.
Nei dodici anni di vita coniugale col Conte De Fusco la Contessa aveva figurato sempre degnamente fra le dame della più eletta aristocrazia napoletana ed aveva frequentato società mondane, balli e passatempi d'alto bordo. Rimasta vedova, la Volpicelli che se l'era fatta amica prima ancora che passasse al matrimonio, l'aveva allontanata del tutto dalle vanità ed era riuscita ad interessarla all'opera delle Ancelle del Sacro Cuore che essa desiderava fondare, legandola a sè ancora di più con l'offerta generosa di quella ospitalità in casa sua che le era stata di grande sollievo, date le ristrettezze economiche in cui versava, non ritraendo da' suoi fondi, molto trascurati, che assai scarsi proventi.
Ella, dunque, faceva vita ritirata e doveva occu­parsi esclusivamente de' suoi cinque figli, il più grande dei quali aveva sedici anni e il più piccolo appena otto, e dedicando ad opere di bene tutto il suo tempo libero. Ma è bene dir subito, per quanto non ce ne sarebbe bisogno, che era. ancora giovane e il suo carattere continuava ad essere quello... largitole da madre natura, cioè suscettibile e irrequieto.
Bartolo, venuto ad abitare anch'egli nella Casa ospitale della Venerabile ed accettato dalla Contessa come «pensionante», data la stima ben meritata che essa nutriva per lui, era stato accolto fin dall'inizio alla di lei mensa, rallegrata dalla cinguettante corona dei ragazzi, come uno di famiglia. E ne era ben lieto! Ma cinque figliuoli son tanti e non è facile tenerli a bada come sarebbe necessario, specie se manchi il babbo a contemperare l'amorevolezza materna ed a completarne l'autorità; perciò assai spesso manifestavano una sbrigliatezza piuttosto accentuata e si abbandonavano a monellerie che sarebbe stato necessario correggere, reprimere ed anche punire severamente ma che la mamma, invece, tollerava con eccessiva indulgenza.
A Don Bartolo ciò dispiaceva e non poco. Che cosa sarebbe stato di loro fra qualche anno lasciandoli crescere così scapestrati?
Non era forse un'opera di carità, oltre che un dovere, ammonirli, correggere le loro cattive tendenze, educarli a frenare i loro capricci, istradarli per la via retta, abituarli a diventare uomini e non pecore matte?
E lui che era li come uno di famiglia poteva rimanere spettatore indifferente davanti a certe scene incresciose? Tollerare che mancassero di rispetto alla mamma? Che si abbaruffassero fra di loro come tanti ragazzi di strada? No, in coscienza non poteva; e ne soffriva.
Ed ecco perchè si studiava di rendersi cristianamente utile alla sua ospite rimproverandoli, dicendo anche a lei che era pericoloso abbandonarli in balìa di sè stessi con le briglie sul collo e consigliandola amorevolmente sui provvedimenti da prendere perchè non dovessero poi, da grandi, finire com'era finito lui...
Ma la Contessa, pure apprezzandolo molto e mostrando di dare il giusto valore a' suoi saggi consigli, il più delle volte non li seguiva per nulla; qualche volta, essendo di umore più nero del solito, deve avergli risposto addirittura che si occupasse de' fatti propri, che i figli erano suoi, che la loro educazione era cosa che riguardava esclusivamente lei, che non permetteva ad un estraneo di ficcare il naso nelle cose sue... E può anche darsi che Don Bartolo, il quale quel che diceva lo diceva soltanto per suo bene, si sia sentito ingiustamente offeso ed umiliato e le abbia risposto per le rime!
Eran due caratteri impetuosi, facili tanto l'uno che l'altro ad accendersi; quanto difficili, per natura, ad arrendersi; e in simili casi la convivenza deve faticar molto per rimanere tranquilla.
Questi «scontri» pertanto finirono per creare tra la Contessa e il suo ospite una situazione estremamente delicata dalla quale per altro Don Bartolo uscì mediante una decisione eroica, senza urtare l'acuta sensibilità di lei, senza compromettere i buoni rapporti ed anche senza tradire la propria coscienza, attenendosi in pratica alle seguenti risoluzioni
«1. Non dar consiglio mai senza esserne richiesto, altrimenti ti renderai stufo e saranno spregiate le tue parole.
2. Ove corresse pericolo la pace di famiglia o la grazia di Dio col tuo silenzio, dì semplicemente il tuo consiglio e poi rimani in pace, sia che lo vogliano seguire, sia che no.
3. Quando è in ira col diavolo, taci e solleva a Dio gli occhi, e Signore, tu sai tutto; e taci e fuggi. - Se devi avvertirla dei figli o dei conti, fallo con dolcezza e umiltà; ma se si adira, taci e ritirati, chè il Signore vuol vedere la tua fedeltà di preferire Lui alla creatura; e così avrà il campo di farti tanti beni».
E per maggiormente umiliarsi di fronte a Dio e di fronte a sè stesso, dava a sè la colpa di quanto accadeva intorno a lui.
«Tu vedi i giovinetti rivoltarsi contro la madre e contro te? - diceva - segno che tu sei stato ribelle a Dio. Iddio potrebbe muovere il loro cuore, come fa agli uditori di un predicatore ignorante ma santo e ai penitenti di un confessore che ha rettitudine di intenzione. Iddio concorre ed opera frutti. Ma dove non è rettitudine di intenzione non si ha mai frutto!»...
«Tu ti addolori perchè non si praticano i tuoi consigli; e non si addolora forse più Gesù Cristo che ha sparso il suo sangue per te, eppure ti tollera nelle tue dissolutezze e infedeltà?»
Parrebbe quasi che avesse realmente qualche cosa di cui rimproverarsi; ma non è cosi. Bartolo Longo non era un esaltato o un visionario, bensì un uomo retto, di giusta coscienza, deciso a battere la via diritta, coraggioso innanzi tutto con sè stesso; uno di quegli uomini che non vogliono nè ingannare nè ingannarsi e perciò al momento opportuno sanno dire la verità a sè medesimi, che è forse la cosa più ardua. Ed a un certo momento deve averlo assalito il dubbio che il suo interessamento per i ragazzi non suoi, e i suoi ammonimenti alla loro mamma, coi conseguenti alterchi e litigi, non avessero per movente unico la cristiana carità. La verità infatti era questa: che egli aveva quotidianamente vicino a sè una donna di trentaquattro anni, nobile di persona, benchè irreprensibile, dotata di tutte le grazie di una dama nel fiore dell'esistenza, mentre lui ne aveva trenta ed era pieno di ardore e di vita, e il suo temperamento era di quelli che al fascino della bellezza muliebre non riescono a rimanere indifferenti.
Egli aveva per la Contessa una venerazione così profonda da considerarla quasi una creatura del cielo, tanto il contegno di lei era dignitoso e riservato; ma non riusciva a fare astrazione dal fatto che era una creatura di carne. La venerava ma sentiva che era una donna! Per conseguenza si sentiva turbato per la sua femminilità ed avvertiva molto vicino a sè il ruggito leonino del nemico di Dio e delle anime; e rifuggendo con tutte le sue forze dal concepire su di lei anche soltanto un pensiero illecito, si trovava a progettare dentro di sè, suo malgrado, di farne la propria consorte legittima.
Ma questo suo desiderio era anche il suo tormento; perchè come avrebbe potuto conciliare il matrimonio, e il cumulo di responsabilità e di occupazioni ad esso inerenti, con il proposito di dedicarsi tutto al Signore? O non avrebbe, per caso, addirittura deciso di disdire l'impegno preso con Dio per mettersi al servizio d'una creatura? Posta dinanzi a questo dilemma, la sua anima angustiata gemeva; e aborrendo da una decisione che avrebbe assunto tutti i caratteri della infedeltà, pensò di andarsene e, lontano dall'oggetto della sua inquietudine, riconquistare la tranquillità della vita e la pace dello spirito.
Sennonchè una voce intima lo fermava: «Vile, debole, perchè fuggi!? Hai paura delle contradizioni e dei dispiaceri che ti vengono da lei, dal suo carattere imperioso e irascibile, mentre devi risarcire l'onore di Dio da te offeso con tante promesse, sostenendo una lotta alla quale non puoi e non devi sottrarti!... Uomo debole e vile!»
Noi pensiamo che nessun lettore, neanche il più distratto, possa sottovalutare la portata, il significato e la tragicità di questo dramma intimo di un'anima grande così accanitamente torturata dal genio del male per distoglierla dalla via tracciatale dalla Provvidenza.
Poichè secondo l'umano giudizio, parrebbe che per Bartolo Longo il partito migliore dovesse essere proprio quello di andarsene!... Ebbene, se se ne fosse andato, molto probabilmente non avrebbe mai avuto occasione di recarsi a Pompei e la terra degli idoli e dei demoni non sarebbe mai diventata la terra della Madonna e il centro irradiatore dei suoi novelli trionfi.
E, senza dubbio, questo era ciò che il genio del male voleva ottenere!
Invece Bartolo, dopo matura riflessione e ardenti preghiere, cosi decise: «Il regno dei Cieli s'acquista con la forza e i violenti se ne impadroniscono! Questa è la croce tua: è dono e grazia di Maria che col Rosario guida alla perfezione. Accettala». E rimase!


11 Valle di Pompei

Pompei, o più propriamente Valle in Campo Pompeiano, come la contrada era denominata fino all'ultimo scorcio del secolo diciannovesimo, ha una storia che si inizia ne' secoli lontani della Roma pagana e che Bartolo Longo medesimo ha riepilogato con penna brillante ed efficace nella sua «Storia del Santuario», presentandocela «incoronata dai suoi monti, bruni la più parte per rigogliosa vegetazione di ulivi e di castagni, quasi folte chiome lussureggianti di vita per amene borgate che accolgono sulle loro vette o alle pendici, e ricche di acqua salutare dalle copiose sorgenti; e là, più da lungi, biancheggianti al sole meridiano per le nevi cadute o pei candidi scheggiati massi; rigogliosamente distesa tra due monti più vicini che le danno nome e risonanza storica: il Vesuvio a settentrione, che le sta superbo sul capo a guisa di signore, dal suo cratere minaccioso, vestito di ruvida scoria, ed il Gauro a mezzodì, che dalle sue tre vette brune, ammantato di selve fruttifere e di ulivi, la guarda gelosa a guisa di sentinella o di protettore».
La terribile conflagrazione vesuviana dell'anno settantanove pareva averla votata per sempre alla desolazione e alla morte, la tenacia dei suoi abitatori le ridette invece vita nuova e fiorente.
Pare che il Cristianesimo non vi penetrasse, dai centri vicini altro che nel quarto secolo; comunque si ha notizia di una Chiesa dedicata al SS. Salvatore, situata là dove oggi è il lato occidentale della
grande piazza e menzionata per la prima volta dagli scrittori nel 1093, ed è certo che intorno a questa Chiesa si raggrupparono gli sparsi abitatori dell'agro pompeiano, formando quel casale che dal luogo dove sorse lungo la parte più bassa del fiume Sarno fu detto Valle.
Chiesa e casale diventavano, nel secolo undicesimo, una Badia benedettina la cui circoscrizione si estendeva dal Vesuvio al mare. Nel 1337 i monaci cedevano la Badia e il territorio annesso alla nobile famiglia Caracciolo di Napoli, la quale vi costituiva un feudo godendone le laute rendite ma lasciando la Chiesa nel più completo abbandono.
Un secolo più tardi, in seguito ad eventi bellici, il feudo dai Caracciolo passava ai Piccolomini e nel 1647 veniva elevato a Principato. Senonchè il Piccolomini per sfruttare l'acqua del Sarno a favore de' suoi molini di Torre e di Scafati, fece costruire dighe e palizzate che provocarono lo straripamento del fiume. Questo cessò di essere navigabile, e, impaludandosi, rese micidiale il clima della fiorente contrada. Da allora la popolazione, parte per la mortalità e parte per l'emigrazione, andò sempre decrescendo finchè nel 1656 una pestilenza terribile la ridusse a tre famiglie.
Tre anni dopo il Casale di Valle era in completo abbandono.
Nel 1740 l'antica Chiesa del SS. Salvatore presso il fiume veniva demolita e col materiale ricavatone ne veniva fabbricata un'altra in luogo meno solitario, e propriamente in località detta Fossa di Valle, di contro ad un ricovero per viandanti, assai noto, posto sulla via provinciale che da Napoli mena a Salerno.
Codesta taverna, il cui nome ricorre nei documenti storici fino dal 1695, era ceduta nel febbraio del 1815 al Principe Pignatelli, da questi rivenduta nello stesso anno e poi nel 1827 acquistata dal Conte Francesco De Fusco di Lettere il quale nel 1844 l'ampliava e rimodernava aggiungendovi la limitrofa masseria di 44 moggia acquistata dal Conte Diego Genoino. In fine il figlio del De Fusco, Albenzio, ereditatala alla morte del padre, vi aggiungeva altri terreni attigui e nel 1864, passando anch'egli a miglior vita, lasciava l'intera proprietà, con altri suoi beni, alla moglie Contessa Marianna Fornararo De Fusco.
Però dal 1862 scorazzava per quelle campagne il famigerato brigante Pilone, capo di una banda di masnadieri che con la sua presenza allontanava dalla fertile zona non solo i proprietari ma anche coloro che ci vivevano e perfino i viandanti che si fossero trovati nella necessità, di passarvi. E come se ciò fosse poco, la infestavano anche i malandrini e ladroni di strada, in agguato nei ripostigli dell'anfiteatro e nel luogo detto Lapillo, a pochi passi dalla Chiesa parrocchiale.
Vero è che le autorità s'erano impegnate e continuavano ad impegnarsi nella repressione del brigantaggio e qualche tipo sospetto veniva addirittura passato per le armi; ma ciò aveva sortito l'effetto di spargere ovunque un terrore ancora maggiore, cosicchè «la moderna Valle di Pompei, solitaria, triste, temuta, fuggita da gente civile » dice B. Longo - « ben poteva chiamarsi come noi l'abbiamo definita, la Valle desolata».
Questo il luogo dove ai primi di ottobre del 1872 Don Bartolo si recava, per la prima volta, per curare un po' gli interessi della Contessa Marianna, mosso da un sentimento di gratitudine per il bene ricevutone ed anche di carità, conoscendo la sua incapacità a provvedervi di persona e in pari tempo le preoccupazioni finanziarie che la assillavano.
Veramente la Contessa, che probabilmente non ci aveva mai messo piede per i gravi pericoli a cui temeva d'andare incontro, dissuadeva anche lui dal recarvisi temendo per la sua vita; ma poi vistolo irremovibile (Don Bartolo alcuni anni prima si era impegnato a Latiano nella caccia ai briganti e non sapeva che cosa fosse la paura), finì per accondiscendere e avverti della sua andata i coloni perchè si recassero a riceverlo alla stazione di Pompei-Scavi, non essendovi allora fermata alla Valle.
Due di essi infatti - come abbiamo già visto nel primo capitolo di questa nostra storia - lo ricevettero armati di fucile e gli fecero scorta indicandogli, strada facendo - a titolo di incoraggiamento!... - i «passi» più pericolosi, dove più spesso avvenivano, in pieno giorno, furti e grassazioni o dove di recente era stato versato del san­gue. Alla Fossa di Valle, dove sorgeva la piccola Chiesa parrocchiale, Bartolo ebbe i primi onori e la prima accoglienza dal padre di que' poveri valli­giani, il parroco Don Giovanni Cirillo, un vecchietto asciutto, arzillo e rubizzo con la sua brava sottana e corta zimarra sbiadita e consunta dal tempo e dall'uso, per nulla preoccupato dalla presenza dei malandrini perchè era sicuro che... a lui non avevano nulla da rubare.
Viveva infatti nella più stretta indigenza, povero tra i poveri, accanto ad una chiesetta cadente, con un altare di legno tarlato in cui nidificavano gli insetti, e i topi succhiavano indisturbati l'olio della lampada accesa davanti al divino Indigente, nascosto sotto ai veli eucaristici entro al Tabernacolo scrostato e sconnesso.
Don Cirillo fu il primo con cui B. Longo potè scambiare due parole in lingua intellegibile (poichè con gli altri a causa della diversità di pronuncia non riusciva ad intendersi) ; il primo a cui potè dire che era venuto per rinnovare i fitti della vedova De Fusco, che aveva conosciuta a Napoli quale zelatrice primaria del Cuore di Gesù presso l'elettissima Caterina Volpicelli. Non gli disse che da poco era passato dal pelago dell'errore alla riva sicura della fede; non gli disse, perchè non lo sapeva neppure lui, che si sarebbe messo a fare il missionario; e neppure gli confidò «che aveva nelle vene e nell'anima l'ardore del neofita; indole irrequieta, fatta per agitarsi ed agitare; bisogno irrefrenabile, febbre anzi, di espandersi e di agire», sicuro che l'umile prete non l'avrebbe compreso; ma alla vista di quella Chiesa cadente, dinanzi allo spettacolo di quella povera gente negletta e abbandonata, che ignorava gli elementi della dottrina cristiana e perfino le preghiere più semplici; che per ottenere grazie preferiva andare dalla strega piuttosto che ai piedi dell'Altare, ebbe subitamente l'anima rischiarata da uno di quei bagliori in cui Dio si mostra e col solo mostrarsi si fa intendere.
Prese dimora nella taverna rimodernata ed ampliata, fra la curiosità dei valliggiani, meravigliati dalla novità di quelle finestre ostinatamente chiuse da oltre vent'anni ed ora spalancate, simili a enormi bocche avide d'aria e di luce, e di quell'ospite sconosciuto, così diverso da tutti, negli abiti e nel portamento, che ogni giorno usciva, solo, senz'altra compagnia che quella di un piccolo schioppo, si perdeva nella pianura scendendo in riva al Sarno tra i filari dei salici e dei pioppi, e a chi lo dissuadeva dall'avventurarsi per quelle contrade, rispondeva con impavida alterezza: «La palla che deve freddar me non è ancora fusa». Don Bartolo era audace, ma non spensierato. Anzi la sua audacia pareva piuttosto alimentata da una tempesta di pensieri paurosi scatenataglisi dentro e contro la quale egli cercasse un riparo.
Infatti egli stesso conferma la nostra opinione. Non una ma due tempeste, scrive, mi agitavano il cuore: una tempesta di ricordi e una tempesta di desideri: i ricordi delle mie colpe e i desideri dell'apostolato.
Ecco la Valle di Pompe! essa era ancora una terra sterile di ogni cristiana virtù; non produceva che spine; oh, potesse lui farvi rifiorire le rose!...
Ma sentiva troppo la sua indegnità, e il pensiero stesso della bontà di Dio lo umiliava, lo prostrava sino a terra.
Un giorno, non era ancora finito quell'ottobre che era per lui il primo ottobre della Madonna, sentendosi il cuore gravato da una tristezza più cupa del solito, si trattenne in casa lungamente a meditare e a pregare; poi, non potendo più sopportare l'intimo affanno, uscì, e a passi frettolosi, come se qualcuno lo inseguisse, si diresse verso una località chiamata Arpaia, fra le più orride e selvaggie di tutta la Valle.
Pioveva a dirotto e soffiava un vento crudo e tagliente. Qualche campagnolo, incontrandolo pensò o che fosse impazzito o che avesse la morte nel cuore.
Don Bartolo continuava ad andare, senza saper dove e senza curarsene, mentre il sangue gli martellava le tempie.
Ansava, tremava, a momenti col viso acceso e bruciante e a momenti pallido e ghiaccio come un morto.
Finalmente si trovò in un campo incolto e deserto. Il vento s'era quietato, la pioggia cadeva lenta con un fruscio percettibile appena, tutto taceva all'intorno, come in preda ad un sonno profondo. Volse gli occhi in giro: nessuno! Nemmeno l'ombra di un'anima viva! Allora si arrestò di botto; il cuore gli scoppiava; aveva un gran ronzio nelle orecchie; la vista gli s'era improvvisamente offuscata... credette di essere sul punto di stramazzare per terra fulminato. Emise un gemito: «Oh Signore!» mentre tentava con i pugni chiusi di comprimere un poco i battiti violenti del cuore... In quel momento stesso, in mezzo allo smarrimento dei sensi, udi una voce sussurrargli, chissà se all'orecchio o nell'anima, o forse nell'anima ed anche all'orecchio: « Se cerchi salvezza, propaga il Rosario. È promessa di Maria. Chi propaga il Rosario è salvo!»
Erano le parole medesime ripetutegli tante volte dal P. Radente, l'amico santo dell'anima sua. «Fu come un baleno che rompe il buio di una notte tempestosa! » È lui stesso che cosi si esprime. «Satana che mi teneva avvinto come sua preda - soggiunge, intravide la sua sconfitta e più mi constringeva nelle sue spire. Era l'ultima lotta, disperata lotta ».
Con la fronte imperlata di sudore freddo, Don Bartolo sollevò le mani al cielo in un gesto di invocazione desolata e di supremo abbandono... Ed ecco ad un tratto schiudersi dinanzi una visione soave: la Vergine bella vestita di sole che lo guarda e gli sorride! È un attimo! Bartolo trasognato cade in ginocchio sulle zolle umide di pioggia e mentre gli occhi abbagliati dalla visione gli si riempiono di lagrime, esclama con uno schianto di voce dolorosa: «O Regina del Paradiso, ti ascolto, basta. Se è vero che tu rivelasti a S. Domenico che chi propaga il Rosario si salva, io mi salverò; perchè, no, non uscirò da questa terra senza avervi veduto il trionfo del tuo Rosario!
Una violenta raffica di vento lo investi e parve volesse spazzar via perfino l'eco delle sue parole; poi di nuovo fu calma e silenzio.
Quando si alzò, tutte le cose, i monti, i campi, le piante, l'aria...  avevano un aspetto nuovo, sembravano vestiti a festa. Riflettevano la nuova serenità del suo spirito! Gli giunse da lontano un suono di campana...
Era la piccola campana di Valle di Pompei che annunziava il mezzodì. Bartolo Longo si fece devotamente il segno della Croce e cominciò a recitare l'Angelus, mentre dalle nubi squarciate scendeva sulla Valle desolata un vivido raggio di sole...


12 Terra di missione

Don Bartolo se ne tornò al villino dei Conti De Fusco si direbbe in stato di grazia, vagheggiando un disegno di misericordia a pro dei poveri contadini della Valle, ridotti in uno stato poco meno che bestiale; senza scuola, con una Chiesa cadente ed incapace di contenerli, ammucchiati, come abbiamo già detto, in catapecchie luride e senz'aria, insieme ai polli, all'asino e alle capre, ed esasperati perciò fino al punto di vedere nei ricchi nient'altro che dei nemici meritevoli di tutto il loro odio e della più spietata vendetta.
Redimerli da tanto abbrutimento e risollevarli alla dignità di creature ragionevoli e di anime redente dal Sangue prezioso di N. S. Gesù Cristo, era un dovere strettissimo ed urgente; ma con quale metodo? Per quale via? Don Bartolo pensava che la propagazione in mezzo ad essi del santo Rosario fosse la via migliore.
«Se voi, diceva, presentate all'operaio una Corona del Rosario e parlate al suo cuore di Cristo Gesù, che fu anch'egli artigiano e ne sostenne la miseria, la fatica e tutti i dolori; se gli dite che Cristo è il grande amico dei poveri e rimuneratore dei sofferenti, e che darà un regno per un atto di pazienza; se gli parlate di Maria, che pure fu madre ed artigiana e povera, e che patì come noi, pregò e pianse per noi, ed ha sempre il cuore aperto ad accogliere gli infelici traviati; e poi gli farete vedere coi fatti le opere di verace carità cattolica, allora il miserabile, l'operaio, il contadino si arrende; il cuore del povero e dell'artigiano è guadagnato».
Così diceva; e tutto questo, in seguito, avrebbe fatto vedere agli abitatori di Pompei, e non ad essi soltanto, con dei fatti addirittura meravigliosi. Ma intanto come muovere il primo passo, cioè come arrivare a porre il Rosario in mano, ed insegnare ad adoperarlo, a gente sbandata per la campagna, all'oscuro di ogni più elementare nozione catechistica e per di più invasata da ogni sorta di superstizioni e di stregonerie, senza neanche un luogo dove poterla raccogliere almeno qualche ora la domenica?
In pieno accordo col Parroco, cominciò invitando i più vicini nella ex taverna dove alloggiava e facendo loro recitare il Rosario, seguito dal canto di qualche facile canzoncina alla Modonna; poi un po' alla volta si spinse per gli abituri lontani distribuendo corone e medaglie che grandi e piccini accettavano esultanti come oggetti di grande valore. Ma con quale risultato pratico se i più non conoscevano l'Ave Maria?
L'unico barlume di fede in quei derelitti era rappresentato da una istintiva ma profonda pietà verso i defunti. Parlando dei loro morti s'infervoravano; ed erano tanto umiliati di vederli por­tati al camposanto come spoglie di bestie, senza una confraternita che li accompagnasse pregando per l'anima loro!
- Ecco! - disse allora B. Longo aggrappandosi a questa corda ancora in grado di vibrare - Per cattivarmi il loro animo e smuoverli dalla loro inerzia religiosa, fonderò una Confraternita che dia pietoso accompagnamento alle salme e ne suffragi l'anima con la recita del santo Rosario.
Fra tentativi e sogni, progetti e delusioni, era passato il mese di ottobre. Sul finire di esso - e precisamente la sera del 28 - Don Bartolo se ne andava solo solo sotto ai lunghi filari di pioppi che costeggiavano il fiume, quando s'imbattè in un giovane cacciatore, alto, affabile, con gli occhiali d'oro... Un essere veramente raro fra tanta miseria, evidente anche sui volti e negli abiti della gente che incontrava di solito; e poichè la stessa impressione dovette provare lo sconosciuto nei riguardi di Bartolo, si salutarono, attaccarono discorso e proseguirono il cammino insieme. E quale non fu la sua meraviglia quando, dopo aver ammirato nel giovane cacciatore, durante la breve conversazione, la prontezza dell'ingegno e la nobiltà dei sentimenti, seppe da lui medesimo di parlare con un Sacerdote, proprio di quei posti!...
Allora la conversazione sboccò subito nel tema preferito, cioè sullo stato di abbandono in cui si trovavano quelle popolazioni, sui mezzi più adatti per risollevarle dall'abbrutimento e sui progetti che Don Bartolo aveva in mente di attuare.
Don Gennaro Federico - che diventerà poi un costante amico e un fedele compagno di Bartolo Longo, lo illuminò sull'indole degli abitanti della Valle, sui loro difetti, sulle loro disgrazie, sul loro stato ed anche sulla loro bontà, dicendogli liberamente che ben difficile sarebbe stato affratellarli mediante una Società del Rosario perchè non avevan fiducia in simili cose. Secondo lui conveniva cominciare con qualche festa popolare con tanto di fuochi d'artificio, giuochi e in modo speciale riffe, a cui accorrevano volentieri le donne per la brama di guadagnare qualche anello o qualche paio di orecchini.
Bartolo non era certo del parere di Nicolò Machiavelli, che il fine giustifica i mezzi; ma se il suo fine era santo e nei mezzi suggeritigli da Don Gennaro per avvicinarvisi non c'era nulla di illecito, perchè non valersene?
- Benissimo! - pensò allora tra sè - Aprirò una grande tombola e distribuirò per premi co­rone, medaglie, immagini e quadretti della Vergine del Rosario; così nel giro di pochi anni ogni persona sarà munita di una corona, ed ogni casa decorata dell'Immagine della Madonna.
E per il mese di ottobre del prossimo anno progettò la festa della Vergine del Rosario con Messa cantata, funzioni e panegirico, ma anche con spari, giuochi popolari e con tanto di lotteria; poi... partì per Napoli dove, appena arrivato, si recò dal P. Radente per informarlo di quel poco che aveva fatto e più che altro per chieder consiglio su quanto aveva in animo di fare in avvenire a pro dei poveri della Valle di Pompei, conforme a quello che gli appariva come un disegno della divina misericordia.
Il P. Radente, convinto che il disegno divino fosse, sì, di misericordia, ma mondiale invece che limitato ad una zona così ristretta, avrebbe voluto che B. Longo spiegasse la sua attività in Napoli, campo più propizio a renderla feconda e centro più potente di irradiazione; ma poi deve aver riflettuto che Iddio può rendere propizio ogni lembo di terra e irradiare il mondo anche dall'angolo più remoto, e finì per secondarlo pienamente, incoraggiandolo a proseguire senza tentennamenti il cammino intrapreso.
Spronato da cosi ambita approvazione, Don Bartolo si mette in giro alla ricerca di medaglie, corone, immagini, abitini... Ha notato che in molti di quei tuguri manca il crocifisso; acquista anche parecchie centinaia di crocifissi da porre a capo del letto e nell'ottobre dell'anno successivo (1873) torna a Pompei con un piano di festa veramente eccezionale per quei diseredati della fortuna, e, quel che appare più strabiliante che mai, conduce con sè anche la Contessa con i figli e il Confessore, il piissimo Padre Giovanni della SS. Trinità.
Appena arrivato si mise in giro per tentare di persuadere almeno i più docili a fax parte della erigenda Confraternita del Rosario per suffragare le anime dei defunti e in pari tempo per raccogliere qualche piccola offerta in natura a beneficio della famosa riffa sulla quale, secondo quanto gli aveva suggerito Don Gennaro, faceva tanto affidamento; ma non ebbe che diffidenza, delusione ed anche qualche... brutta risposta.
Rinunziarci, dunque, e far come Pilato? Neanche per sogno! Anzi, si fece più animoso che mai e si propose di svolgere ugualmente il programma progettato senza togliervi nulla.
Sennonchè la domenica stabilita (terza domenica di ottobre) si aprirono le cateratte del cielo e venne giù un uragano con fulmini e tuoni che impedì anche ai più vicini alla chiesa di mettere il capo fuor dalla porta. Di conseguenza... fiasco completo!
Del panegirico aveva incaricato nientemeno che il Padre Radente ripromettendosi chissà quale successo, ma non azzeccò neanche questo, perchè passato l'acquazzone, l'oratore parlò, ma delle sue forbite parole (Don Bartolo se ne accorse benissimo) quella gente rozza e ignorante non capì un'acca.
Indubbiamente qualche occulta forza non vedeva di buon occhio il suo zelo e cospirava contro di lui! Ma egli non aveva nessuna intenzione di arrendersi; anzi, deciso a prendere, come suol dirsi, il toro per le corna, stabilì d'accordo col P. Radente di indire addirittura una missione per scuotere le anime dal loro torpore e suscitare in esse la devozione alla Madonna. E si mise subito all'opera per attuare il suo nuovo progetto; ma senza riuscirvi.
Ben sapeva, il nemico di Dio, quali effetti avrebbe prodotto un corso di missioni e... possibile che non facesse di tutto per ostacolarlo?
- Non è ancora suonata l'ora in cui la Madre di Dio dovrà spiegare lo splendore della sua potenza e l'efficacia della sua corona dalle mistiche rose, così scriveva a lui il P. Genovesi; e Don Bartolo attendeva con pazienza e con fiducia che l'ora suonasse.
Per il nuovo anno, 1874, pensò di provvedere ogni famiglia di una corona e d'un quadretto della Vergine e indisse per la terza domenica d'ottobre un'altra grande lotteria.
Costumava in quei luoghi, allorchè si voleva invitare il popolo, mandare in giro il bando, fatto da una donna del posto, ben nota per la sua voce forte e squillante.
Bartolo otto giorni avanti mandò in giro la donna a bandire la festa; ma poi andò egli stesso di casa in casa a chiedere una piccola offerta in derrate e ad invitare gli abitanti ad accorrere numerosi alla parrocchia. E infatti non ce ne fu uno che non accorresse.
Questa volta predicò Don Cirillo, meno forbito di P. Radente ma più accessibile all'intelligenza dei parrocchiani. Quest'ultimo invece assolse il compito, assegnatogli dallo stesso Bartolo Longo, di istruirli sul Rosario e i frutti della grazia e delle compiacenze di Maria SS. cominciarono ad apparire quasi subito poichè non pochi degli ascoltatori chiesero di iscriversi alla Confraternita del Rosario istituita dai Padri Domenicani in Napoli nella Chiesa del Rosario a Porta Medina. La festa, con riffa e fuochi, musica, corsa degli asini e corsa nei sacchi, mandò addirittura in visibilio quei val­ligiani semplici e primitivi e li riempì di ammira­zione e di gratitudine per Don Bartolo che per attuare un programma così vasto e costoso doveva indubbiamente aver tirato fuori dalla propria tasca una somma non indifferente.
Ed egli fu molto contento di veder contenti quelli che ormai considerava come cari amici; ma le feste passano, i fuochi si spengono e... lasciano il tempo che trovano! A ben altro che a farli divertire tendevano le sue feste e i suoi sacrifici! Invece erano già passati due anni e tanto la Confraternita quanto la Missione erano ancora soltanto... due pii desideri.
Bastava pensasse a questo per sentirsi sconfortato.
Anche il 1875 sarebbe passato inutilmente? Un giorno volle consigliarsi con Caterina Volpicelli.
La Venerabile si interessava molto alle vicende di Valle di Pompei; quale fondatrice dell'Opera per provvedere i sacri arredi alle Chiese povere, dietro interessamento della Contessa De Fusco aveva già donato alla Parrocchia un Altare di marmo da collocare al posto di quello di legno veramente indecoroso; avrebbe fatto certamente qualche cosa anche per richiamare all'ovile quelle povere pecorelle smarrite. Infatti mise Don Bartolo in relazione con Don Luigi Caruso, sacerdote colto e zelante, direttore diocesano dell'Apostolato della preghiera, e questi lo assicurò del suo interessamento; interessamento che, come vedremo tra poco, ottenne un pieno successo.
L'anno precedente non avendo un'immagine adatta da esporre alla pubblica venerazione, si era accontentato di esporre nella cadente chiesuola, sotto un baldacchino, una oleografia della Vergine del Rosario con attorno impressi in piccoli riquadri i quindici misteri; ora tornando alla Valle, e vi tornava più presto del consueto, per accrescere sensibilmente la devozione a lui tanto cara, recava con sè una piccola statuina della Madonna avuta in prestito dal suo buon P. Radente.

La portò da Napoli in carrozzella, sempre te­nendola sulle braccia, amorevolmente, come se fosse una creatura viva e tanto cara!... Appena arrivato dette disposizioni perchè la Chiesa fosse ripulita e imbiancata e mentre Pasquale Matrone racconciava alla meglio le vecchie mura cadenti egli si dedicò ai preparativi necessari ed ebbe la consolazione di vedere una festa migliore delle precedenti perchè di esse più largamente e più intensamente raccolta e devota. Ma una ben più alta consolazione stava per dargli il buon Dio.
Quando ormai aveva perduto quasi ogni speran­za, il Vescovo di Nola - nella cui giurisdizione era la Valle di Pompei - autorizzava tre santi sacerdoti ad intraprendere la Sacra Missione. Il canonico Caruso aveva lavorato e lavorato bene.
Bartolo Longo, esultante, si recava personalmente a rilevarli a Castellammare di Stabia il 2 novembre 1875 e dava loro ospitalità nella villetta De Fusco, onorato di porsi al loro servizio.
Nella sua storia del Santuario egli ne registra con commozione i nomi: Can. Santarpia di Lettere, Can. Giuseppe Rossi, Sac. Michele Gentile; e vogliamo registrarli anche noi come quelli, ben degni di ricordo, di tre predestinati a dissodare e gettare il primo seme nella terra dei prodigi e dei trionfi di Maria.
Essi infatti ottennero dei risultati addirittura sbalorditivi.
Dai casolari vicini, dalle campagne lontane e dalle contrade limitrofe uomini e donne, vecchi e fanciulli accorrevano a branchi, a fratte, a schiere, a sentire la parola di Dio.
Era cominciata la cattiva stagione; spesso pioveva, tirava vento... Ed essi che non potevano ripararsi entro la Chiesa troppo piccola, se ne stavano fuori, sulla strada, alle intemperie, stivati, incuranti d'ogni disagio, pur di ascoltare quelle parole di vita che illuminavano la loro intelligenza e scendevano benefiche nel loro povero cuore.
Poi, dopo la predica, ancora a branchi, a frotte, a schiere, tornavano a casa felici; e la campagna già muta e solitaria, avvolta nelle tenebre fitte, risuonava da un capo all'altro di canti alla Madonna e di Ave Maria recitate in coro, a voce spiegata...


13 Il volto della Vergine

Ai Missionari Bartolo Longo aveva raccomandato con tutto il calore della sua parola e dell'anima sua di eccitare il popolo alla recita del S. Rosario; gli zelanti sacerdoti avevano obbedito e l'idea era penetrata nelle menti e nei cuori.
Bisognava ora consolidarvela; cercar di ottenere, ad esempio, che ogni sera i fedeli si raccogliessero a recitarlo davanti all'Immagine della Madonna... Ma era proprio l'Immagine che mancava, non potendosi stabilmente mettere in venerazione la oleografia usata durante la festa in mancanza di meglio, perchè antiliturgica.
Eppure era necessario dar loro un'Immagine, offrire al loro fervore un volto di Madonna che lo incitasse! Ed era opportuno che venisse presentato loro dai Missionari affinchè il dono tornasse più gradito, più significativo ed anche più impegnativo!
La Missione stava per chiudersi; bisognava dunque provvedere d'urgenza.
II Servo di Dio, è giusto che cominciamo a dare a Bartolo Longo questo meritatissimo titolo! - riflette un po' eppoi parte per Napoli deciso a tornare in giornata con un'Immagine.
Era il 13 novembre dell'anno 1875, giorno di sabato.
Giunto in città vorrebbe consigliarsi col P. Ra­dente; ma la sua residenza è fuori di mano ed egli ha fretta.
«Se la Provvidenza volesse!..., dice in cuor suo, E si avvia per Toledo dove, passando, gli par di aver visto in un negozio qualche cosa che potrebbe fare al caso suo. Ad un tratto, guarda il caso, s'imbatte proprio nel P. Radente.
Padre, esclama, è Iddio che vi manda! E gli racconta quel che sta succedendo in Valle di Pompei - una vera rivoluzione - e gli spiega il motivo della sua presenza in città.
II P. Radente si mette a sua disposizione; lo stu­dio (o negozio) del Faggiano è lì presso; vi entrano e trovano effettivamente una tela raffigurante la Vergine del Rosario, benchè di piccola misura.
- Quanto il prezzo? - Quattrocento lire!
Don Bartolo sembrerebbe propenso a concludere l'affare anche se il prezzo è esagerato, ma il Padre lo dissuade
- Troppo caro, dice, andiamo!
Giunti in strada gli parla così: «Qualche anno fa io comprai da un rivendugliolo di Via della Sapienza per otto carlini (equivalenti a L. 3,40) un vecchio quadro che poi detti a Suor Maria Concetta de Litala del Convento del Rosario. Va a vederlo e se ti pare che possa servire chiediglielo; te lo cederà volentieri».
Don Bartolo corre difilato al Conservatorio di Porta Medina, domanda di Suor Maria Concetta, le riferisce quanto gli ha detto il P. Radente e questa., che lo conosce bene e lo apprezza quale fervente propagandista della divozione alla Madonna, si dichiara «contentissima che quell'abbandonato quadro serva per sì bella occasione».
Ma quando torna tenendolo tra le mani, a Don Bartolo cascano addirittura le braccia. È una tela vecchia e logora; non solo, ma il volto della Ma, donna, quel volto nell'espressione del quale tanto egli confida per allettare quei rudi valligiani alla divozione in onore di lei più che la Vergine soave e benigna pare quello di una massaia ruvida e ben nutrita. Per colmo di spregio, sul capo manca un palmo di tela, il manto è tutto screpolato e bucherellato dalla tignola e ai lati della Madonna, un San Domenico col viso (l'espressione è dello stesso Bartolo Longo) di un idiota da trivio ed una Santa Rosa con una faccia grassa e volgare da contadina ridicolmente coronata di rose.
Anche la verità storica vi appare deturpata, in quanto la Regina del Rosario non ha diadema e in luogo di porgere il Rosario a San Domenico lo dà a Santa Rosa.
Bartolo che non vuol mortificare la donatrice ma che non se la sente di tornare a Pompei con quella «bruttura» atta più a respingere che ad attrarre, le dice di voler sentire anche il parere della Contessa e se ne va.
Torna di lì a poco con lei sicuro che quand'ella lo vedrà, risoluta ed esigente com'è, uscirà fuori con una delle sue frasi sprezzanti. Infatti appena la Contessa lo vede, sbotta.: « Ma questo sembra dipinto apposta per far perdere la devozione alla Madonna del Rosario! »
La pia suora, però, è di parer contrario; e con un'insistenza che ha dello strano e con parole che sembrano ispirate, dice: « Non fate troppe riflessioni, portatevi il quadro ora stesso; sarà sempre buono a fare che innanzi ad esso si reciti un'Ave Maria».
Esso misura un metro di larghezza e uno e quaranta di altezza: c'è anche la difficoltà del trasporto!... Ma la Suora insiste garbatamente e pur con fermezza: « Via, portatelo con voi! Che fa che andiate in piedi nel vagone? Portate la Madonna! »
Risponde Don Bartolo: «Bisognerebbe che andassi sul treno in quarta classe, ritto in piedi!»... E Suor Maria Concetta accesa in volto gli ordina: « Avete a portarlo con voi e in questo momento!»
Perchè mai questa suorina tanto umile e amabile parla così, con tanto impeto, con tanta, libertà, con tanto imperio?
Nè Don Bartolo nè la Contessa lo sanno; ma restano come soggiogati e obbediscono; lo avvol­gana alla meglio in un lenzuolo e in carrozzella lo portano a casa loro in Via Salvator Rosa N. 290.
Il primo passo è fatto. Ma a Pompei chi ce lo porta?
A Bartolo viene in mente che è a Napoli Angelo Tortora, il carrettiere che fa i viaggi dalla città di Pompei, il quale deve tornare là col suo carico.
Il Tortora è un uomo vigoroso, dalla voce tuonante, danaroso ed allegro, ruvido e di cuore. Don Bartolo lo manda a cercare; gli chiede se è disposto a fargli il favore di portare alla Parrocchia di Valle l'involto; il carrettiere si dichiara onorato di servire i signor avvocato, prende il quadro e se ne va...
«Un lenzuolo di nebbia azzurrognola, scrive il servo di Dio, distendevasi la sera di quel 13 novembre 1875 per la Valle di Sarno e copriva, ampio e solenne paludamento, tutta la Valle di Pompei dalle falde del Vesuvio alle pendici dei monti di Castellammare e di Lettere. La luna piena levandosi dalla costiera di Amalfi, sormontava le alture dei monti di Agerola e spandeva il bianco e tranquillo suo raggio nella silenziosa Valle e sulle vaste rovine dell'antica città».
La predica della sera di quel penultimo giorno della sacra Missione era finita, da poco era suonata l'Ave Maria e i fedeli erano già tornati alle loro case quando si udì, con lo schioccar della frusta, il pesante rumore d'un carro che si avvicinava alla piccola Chiesa della Valle. Il Carro era carico di letame, e su di esso il buon Tortora, non badando troppo per il sottile, aveva collocato l'involto.
Chi avrebbe detto che per quel suo atto egli sarebbe passato alla storia e il suo nome sarebbe rimasto per sempre intimamente legato ad un avvenimento di proporzioni così eccezionalmente vaste... Don Bartolo che lo aveva preceduto in treno, il parroco e i tre missionari erano sulla porta della Chiesa ad attenderlo. C'erano anche, trattenute dal desiderio di vedere l'Immagine, poche altre persone le quali al solo vedere l'involto si misero a piangere dalla commozione; ma qual delusione quando l'Immagine si presentò ai loro occhi qual'era, liberata dal lenzuolo che la copriva!
Il giudizio fu unanime: non era un quadro da esporsi in Chiesa!
Un certo Guglielmo Galella, pittore, trovavasi in quei giorni a Pompei per visitarne le vedute e lavorava dentro l'anfiteatro: « È un buon cristiano, disse il vecchio Parroco, facciamolo restaurare da lui; molto probabilmente non vorrà neppure essere pagato».
Il giorno dopo, chiamato di premura, il Galella esaminò il quadro, s'impegnò a risarcirlo alla meglio e lo portò con sè, mentre la popolazione, fedele alla promessa fatta, seguitava a convenire ogni sera alla Parrocchia recitando la corona dinanzi all'Immagine in oleografia ivi esposta provvisoriamente e Bartolo Longo lavorava a tutt'uomo per dar forma definitiva alla tanto sospirata Confraternita del Rosario, riuscendo ad ottenere in data 12 dicembre 1875 il desiderato Diploma di fondazione con la nomina del Rettore nella persona di Don Gennaro Federico, il giovane sacerdote pompeiano conosciuto qualche anno prima in veste di cacciatore.
Verso la fine di gennaio del 1876, finalmente, Guglielmo Galella riportava alla Parrocchia il quadro restaurato.
Vero è che dopo aver domandato per l'opera sua ben sessanta lire, somma. per quei tempi addirittura esorbitante, inteso meglio lo scopo a cui il quadro era destinato, si contentò di dieci, nem­meno tanto da pagar la vernice; ma anche così restaurato, esso era rimasto una ben povera e meschina cosa, e i visi della Madonna e dei Santi non erano mutati per nulla.
Tuttavia si poteva ora esporre alla pubblica venerazione senza timore che le autorità. ecclesiastiche lo interdicessero. E così fu fatto.
Il 13 febbraio 1876, festa di Santa Caterina dei Ricci, gran Vergine del Terz'Ordine di San Do­menico, previo permesso del Vescovo l'Immagine, collocata sull'Altare già dedicato a San Francesco, veniva ribenedetta e tra le acclamazioni della popolazione intervenuta in massa era data lettura del Diploma che dichiarava costituita in Valle di Pompei la Confraternita del SS. Rosario.
In quello stesso giorno il Padre Radente rive­stiva dello scapolare del Terz'Ordine undici delle più divote persone del luogo, primo tra esse il vecchio Parroco Don Giovanni Cirillo.
Il primo e più ardente voto del cuore di Bartolo Longo era finalmente una felice realtà e il « picciolo seme» in cui si nascondeva si gran virtù era gettato.
Ma la storia della vecchia e spiacevole tela non era finita.
Un esimio artista e fervente cristiano, il Commendatore Federico Maldarelli, della insigne scuola di Posillipo, ammirato della fama che andava acquistando in Napoli e altrove la Vergine del Rosario di Pompei, nel maggio del 1879 si offerse di ripararla completamente e... gratuitamente.
Commosso per la generosa profferta, Don Bartolo colse l'occasione per attuare anche un altro suo disegno: quello di mutare Santa Rosa in Santa Caterina da Siena. Non che volesse usare una scortesia alla prima, gloria delle Americhe; ma la seconda, sua speciale protettrice, gloria dell'Italia ed anche dell'intera Cristianità, perchè Madre e Maestra del medesimo Terz'Ordine, era più vicina al suo cuore. Pregò quindi il pio Maldarelli di mutare la rosea corona di Santa Rosa in corona di spine - segno distintivo della Serafina senese - di tracciarle nelle mani i segni delle stimmate e di trasformare quel volto paffuto, che disdiceva anche a Santa Rosa, in un volto che si addicesse alla Santa dell'amore e della penitenza.
L'artista gli promise di farlo contento e chiamò in suo aiuto Francesco Chiarello, uno «specialista in materia» che con finissima arte staccò il dipinto della vecchia e logorata tela e lo riportò su una nuova. Fece il resto il Maldarelli con vero intelletto d'amore. Sicchè a lavoro ultimato il Servo di Dio si trovò dinanzi ad un'Immagine più che restaurata, trasfigurata.
Specie il sembiante della Vergine, così insignificante nel quadro primitivo, aveva acquistato una espressione celestiale e irradiava e ispirava confidenza, amore e devozione ad un tempo, tanto da indurlo ad affermare: « Io son convinto che con un visibile portento la Vergine abbia abbellita la sua figura».
L'autore di questa storia ha avuto la ventura di poter contemplare quel volto molto da vicino sì, è veramente una beltà maestosa che incanta, soggioca e rapisce! È un volto vivo; e, quel che impressiona di più, un volto sovrumanamente vivo!
Sarà, come dice il Servo di Dio, che questa nostra maniera di vedere e di sentire nasca dalle disposizioni del nostro animo; ma è un fatto che c'è qualche cosa che stupisce e sfiora l'anima, non per perfezione d'arte, ma per un fascino arcano che ci spinge ad inginocchiarci e a pregare, con le lagrime agli occhi... Lagrime di quelle che fanno tanto bene al cuore.
In virtù di santa obbedienza sarebbe in errore chi pensasse che Bartolo Longo trovata ormai la sua strada, si disinteressasse di tutto il resto e riconcentrasse in Pompei tutta la sua attività. Tutt'altro! Nei mesi che trascorreva a Napoli trovava tempo di occuparsi di un monte di cose; di frequentare assiduamente le Chiese, di mantenere assidui rapporti coi santi uomini suoi consiglieri ed amici, di dedicarsi allo studio delle discipline sacre ed ecclesiastiche e di esercitare le più svariate forme di apostolato, prima fra tutte quella a pro del terz'Ordine della Penitenza, ritenendo suo preciso dovere contribuire al rifiori­mento d'una cosi eccellente e santa istituzione.
Malgrado ciò, nel 1875 lo troviamo ancora in preda ad una tremenda crisi di spirito.
Satana - è facile intuirlo - intravede che cosa sarà capace di fare questo « piccolo uomo » vulcanico, animato com'è da una sconfinata brama di riparare gli errori commessi e di porsi totalmente al servizio di Dio; subodora il proprio smacco colossale, ed è logico che faccia di tutto per impedirlo. Per questo l'ha tentato nella fede, l'ha tentato nei sensi... ora lo tenta nell'anima! Non ha potuto farlo peccare di superbia, lo vuole abbattere con la sfiducia e con la disperazione. L'importante è che si arresti, che si stanchi, che si smarrisca, e che l'opera non sorga!
Ma la Provvidenza continuava a vegliare amorosamente su di lui.
Un giorno attraversando la piazzetta della Pie­trasanta, s'imbattè per caso nel Padre Ludovico di Casoria.
- Padre mio - gli disse Don Bartolo, col cuore affranto e quasi avvilito - aiutatemi con le vostre preghiere; io sono nel fango!
Il Santo ebbe uno scatto istintivo e fissandolo con gli occhi luminosi esclamò: «Nel fango stai, tu?!...»
- Si - ripetè dolorosamente Don Bartolo ac­compagnando le parole col cenno affermativo del capo - Sì, il Signore mi ha prostrato nel lezzo! »
- Se sei nel fango - esclamò l'uomo di Dio con enfasi profetica - allora è segno che il Si­gnore vuole da te una grande opera; perchè quando Dio vuole impiantare un'opera sua, prostra prima nel fango l'anima dell'uomo, affinchè non risenta della superbia, eppoi edifica su quella umiliazione».
Da uomo esperto nelle vie del Signore, Ludovico da Casoria aveva messo allo scoperto le batterie puntate da Satana contro Bartolo Longo e gliene aveva mostrato con santa abilità la ignobile e subdola mascheratura.
Qualche anno prima, a causa del male agli occhi, aggravatosi per le lunghe veglie sui libri, aveva dovuto abbandonare completamente i suoi studi per evitare di diventare cieco del tutto; ora erano i suoi poveri nervi scossi e i visceri malan­dati che lo tormentavano, costringendolo all'inerzia.
«Si vede - pensava - che il Signore non mi vuole perchè non sa che farsi di me!» Invece erano soltanto prove con le quali Iddio intendeva temprarlo, come fa il fuoco coi metalli di pregio, per renderlo degno di nuove grazie.
Fra gli amici veri che lo sostenevano e lo edificavano con la parola e con l'esempio era il Dott. Giuseppe Gaetani, leccese anche lui, un vero asceta, pieno di attrattive, sempre ilare nelle
sofferenze, sempre pronto a sacrificarsi per gli altri e sempre caldo di entusiasmo, il quale affetto di epilessia fin dalla nascita e miracolosamente guarito a 23 anni - mentre i medici l'avevano già dato per morto - per intercessione della Vergine romana S. Cecilia, non si saziava mai di glorificarla tessendone a tutti le lodi.
Anche a Don Bartolo ne parlava spesso e con tanto calore di convinzione che questi, ridotto a quel tempo in istato di quasi completa cecità, se ne infiammò e fece voto di dedicare a lei la sua prima fatica di scrittore se gli avesse concesso la grazia di tornare a leggere e scrivere. E la grazia gli venne concessa, quasi diremmo scherzando, per il tramite di un altro amico - il pio religioso P. Giovanni della SS. Trinità - che andato a trovarlo gli domandò a bruciapelo: «Vuoi guarire?» - Si figuri - rispose Don Bartolo.
- Ebbene, abbandona medici e medicine!... E m'insegnò - dice egli stesso - un metodo di cura che se lo raccontassi farebbe ridere ».
Ma intanto il terzo giorno, incominciava a leg­gere e, il trentesimo, a scrivere la Vita di Santa Cecilia, Patrona della musica, e grande protettrice del Terz'Ordine domenicano.
Era, come s'è detto, il suo primo lavoro; e la circostanza va notata perchè con esso Bartolo Longo iniziava una forma di attività che, messa interamente a servizio della buona causa, avrebbe con tanta efficacia e con tanto successo fiancheggiato e sostenuto le sue ardimentose iniziative di carattere religioso e sociale.
Alla missione di Pompei e alla messa in venerazione della Immagine della Madonna del Rosario era dunque arrivato attraverso vicende diverse, ora tristi ora liete, tutte però meritevoli di grande attenzione perchè tutte preordinate e concomitanti a far di lui l'apostolo del Rosario e della cristiana carità.
Ma una volta condotto dalla Provvidenza a Pompei, e riuscito a collocar sopra all'Altare un'Immagine, e a mettere la corona del Rosario nelle mani di una popolazione primitiva, abbandonata., ridotta ad uno stato poco meno che servile, una nuova singolare vicenda lo investe e lo domina; una vicenda apparentemente insignificante ma in realtà rivelatrice; e perciò meritevole di essere lumeggiata convenientemente.
Ecco di che si tratta: Prima che la Missione terminasse, Mons. Giuseppe Formisano, Vescovo di Nola, s'era dato premura di recarsi là anche lui per amministrare la Cresima e per confortare la popolazione nel bene intrapreso.
Don Bartolo che lo avvicinava per la prima volta gli manifestò un desiderio che da tre anni gli stava vivo nel cuore: quello di erigere in quella terra, a sue spese, un altare alla Madre di Dio sotto il titolo del SS. Rosario per tenere sempre desta si bella devozione. Monsignor Formisano, uomo onesto di meriti e di virtù, che in vent'anni di governo della Diocesi aveva tante volte posato il suo pensiero di pastore sulla Valle desolata ma senza poter mai fare per essa ciò che ardentemente desiderava, al Servo di Dio, che si offriva di « andargli incontro » con tanto buon volere ed alla Contessa De Fusco che era lì con loro, disse con le lagrime agli occhi: «Io credo mio dovere di erigere una Chiesa che raccolga al culto divino tutta questa povera gente; e da più anni avevo posto ogni opera a trovare qui almeno una persona che mi porgesse aiuto, essendo questo il più lontano punto della Diocesi. Ora voi volete fare un altare al Rosario: io propongo invece che facciamo una Chiesa. Procurate degli associati per un soldo al mese; così voi raccoglierete delle somme da parte vostra, ed io dalla mia corrisponderò con un sussidio di cinquecento lire».
Bartolo che in tre anni non era ancora riuscito nè ad innalzare un altare nè a formare una Con­fraternita fra quella gente poverissima, diffidente ed apatica, spalancò tanto d'occhi e rivolgendosi al Can. Giuseppe Rossi, presente, esclamò: «Temo che questo sia un astuto ritrovato del demonio, il quale ci propone l'ottimo (una Chiesa addirit­tura) per distoglierci dal bene (l'Altare e la Confraternita». - Consiglio dei Superiori - gli rispose il Canonico Rossi - è voce di Dio. La vostra volontà è accetta a Dio; ma seguite i consigli dei Superiori! - E per il momento il discorso rimase a questo punto. Ma due giorni dopo - 14 novembre 1875 - tornando a Valle di Pom­pei, il pio Vescovo, ospite ancora della Contessa, lo riprese con decisione.
Si affacciò alla finestra della stanza di mezzo (erano le dieci del mattino) e accennando con l'indice della destra il campo, irto di stecche di granturco e seminato di lupini, contiguo, alla cadente chiesetta che gli stava dirimpetto, esclamò con accento che aveva del profetico: « Quello è il luogo dove dev'essere edificato un Tempio in Pompei! ».
La contessa che era grandemente scossa in seguito alla perdita del suo Errico - il più piccolo dei figli, perito tragicamente - e assai preoccu­pata per la brutta, piega che andavan prendendo gli affari di famiglia, rispose piuttosto brusca­mente che l'idea era inattuabile, provocando da parte del Vescovo una risposta assai severa: Voi siete egoista! Noi comincieremo; e quelli che ver­ranno, termineranno!»
Meno bruscamente ma con non minore lealtà Don Bartolo avrebbe potuto ribadire l'opinione espressa dalla Contessa; ma allora non avrebbe più considerato il consiglio dei Superiori come voce di Dio! E perciò, tutto serafico in ardore non ebbe che una preoccupazione: quella di obbedire, pur senza imporre alla nobildonna un peso che ella non si sentiva in grado di sostenere. Disse pertanto rivolgendosi a lei gentilmente: « Voi promettete di consentire, ed io farò per voi e per me. Ponete a mia disposizione la vostra firma e mettete me in relazione con i vostri conoscenti; la Madonna penserà al resto».
La Contessa, suscettibile e nervosa anzi che no, ma come sempre sensibilissima al bene, si placò ed accondiscese a fare quel che poteva purchè la Madonna le avesse concesso una grazia di cui aveva urgente bisogno. La Madonna la esaudì con sorprendente prontezza; ed ella, scorgendo in ciò oltre ad un segno di clemenza anche un incitamento alla generosità e soprattutto all'obbedienza, si recò con Don Bartolo dal Vescovo onde assicurarlo che per la Nuova Chiesa della Valle di Pompei era pronta a fare tutto ciò che era nelle sue possibilità.
Mons. Formisano, raggiante di gioia, espresse alle due coraggiose creature mandategli da Dio tutta la sua gratitudine.
«Benedico la vostra impresa - esclamò sollevando su di loro la mano benedicente - e che la Madonna vi assista!»
Ma da uomo esperto dei metodi cari al Signore, e quasi timoroso d'ingannarli chiedendo loro un sacrificio sì grande senza metterli in guardia circa le inevitabili prove cui - ne era sicuro - andavano incontro, soggiunse con paterna gravità «Siete voi disposti a ricevere ripulse, ad essere chiamati ladri, ad andar soggetti a continue contrarietà, ad essere trascinati per le vie di Napoli quali facinorosi e malfattori? Se siete a ciò disposti, voi compirete l'opera di Dio, perchè Dio benedirà le vostre intenzioni, le vostre fatiche; altrimenti nulla conchiuderete. Ma ricordatevi che dove sarete cacciati e calunniati, avrete poi doppio merito».
Non si potrebbe dire davvero che tali parole rappresentassero un incoraggiamento; ma l'obbedienza cristianamente intesa, non è un passatempo, è una virtù; e la virtù ha le radici amare.
I due volenterosi non risposero; chinarono soltanto il capo in silenzio; e il loro silenzio voleva significare che... si, per obbedienza al superiore e per amore della Madonna eran pronti a tutto. E il lettore vedrà fra poco fino a qual punto le parole « di colore oscuro » del pio e zelante Pa­store erano profetiche.
Intanto Bartolo Longo, lieto di fare la volontà del Signore e confortato dalla benedizione del Ve­scovo, si mette all'opera con ardore degno di un missionario.
Si associa Don Gennaro Federico; con lui batte la campagna elemosinando di casa in casa il soldo mensile per edificare la Casa del Signore e trecento pompeiani - cioè quanti ne contava allora la Valle - si iscrivono al devoto concorso dando in un anno la cospicua somma complessiva di... ... quindici lire. Nel frattempo mette a soqquadro Napoli. La Contessa ha innumerevoli aderenze ed egli, spendendo il suo nome, le impegna. Tra le prime ad associarsi è la Venerabile Volpicelli e, dietro a lei, una schiera che si fa sempre più folta.
Cominciano ben presto anche le diffidenze e le contradizioni, ma il Servo di Dio è irremovibile. All'Abate Prisco, suo maestro di filosofia scolastica e futuro Cardinale, che lo esorta a non perdere tempo chè non concluderà nulla, risponde: «La Chiesa si farà e voi verrete a celebrarvi ».
Con la stessa disinvoltura con cui s'è presentato ai tuguri della Valle batte alle illustri porte del­l'aristocrazia napoletana raccogliendo, fra tante entusiastiche adesioni, anche non pochi rifiuti, e sgarbi, e umiliazioni, e derisioni... Ma tutto ciò invece di disanimarlo lo incita più che mai. La Chiesa si deve fare e si farà?
Un giorno la Contessa - anche lei ormai tutta presa dall'iniziativa - in uno dei suoi frequenti giri di propaganda si reca dalla signora Anna Maria Lucarelli, donna di esimie virtù, letterata ed artista, la quale ascoltato il racconto di quel che si veniva operando in Valle di Pompei, risponde che se la Vergine del Rosario si degnasse far grazia ad una sua nipotina travagliata da orribili convulsioni epilettiche, si metterebbe in giro ella stessa per le case di Napoli a far questua per la Nuova Chiesa. Il 13 febbraio 1876, vale a dire il giorno stesso in cui in Pompei veniva eretta la Confraternita del Rosario e posta in venerazione l'Immagine della Vergine, la fanciulla è del tutto risanata; e la zia non solo mantiene la promessa fatta di sollecitare adesioni ed aiuti alla iniziativa, ma diffonde per ogni dove la notizia della grazia ottenuta, da attribuirsi alla intercessione della Vergine del Rosario che vuole una Chiesa in Pompei.
La Marchesa Filiasi di Somma, donna santa oltre che ricca, definisce una pazzia l'idea di volere erigere una Chiesa là in quella campagna brulla e dice chiaramente alla Contessa e a Don Bartolo che non ci riusciranno; ma poi finisce per dare la sua firma, sottoscriversi per mezza lira invece che per un soldo e fare iscrivere anche il figliuolo, la nuora, la governante ed altre persone di famiglia.
È duro «scendere e salir per l'altrui scale» specie se... sono di marmo; ma la fatica e la tenacia di Don Bartolo e della Contessa finiscono per essere premiate da un'accoglienza sempre più cordiale e da adesioni sempre più numerose anche in quella casta che (a quei tempi, si capisce!) in tutt'altre faccende affaccendata, a cose di questo genere si potrebbe dire davvero che era morta e sotterrata.
Domenico Caracciolo, duca di Vietri e di Casamassima, un eccezionale aristocratico dello spirito, dà a Don Bartolo addirittura il suo anello di nozze, d'oro massiccio, togliendoselo dal dito con un gesto risoluto e pieno di slancio.
Altri ridono del misero soldino mensile e vogliono dare di più, molto di più, benchè Monsignor Formisano abbia ordinato: « Un soldo al mese, e non più!
Intanto il soldino mensile comincia ad arrivare dalle regioni vicine e lontane!... Don Bartolo è tentato di dare inizio ai lovori. Dal momento che la Madonna ha suscitato e continua a suscitare cosi larghi consensi e s'è degnata perfino di mostrare il suo gradimento per l'opera ideata addirittura con un prodigio!...
Ma l'entusiasmo non vela il suo senso di responsabilità. Sono «soldini» ma son danari di cui bisogna render conto scrupolosamente anche agli uomini, oltre che a Dio.
«Vi chiameranno ladri!», aveva detto il Vescovo. E sia pure; ma bisognava sapere e poter rispondere, dimostrando che non era vero.
A questo scopo Don Bartolo dà all'opera forma legale chiedendo all'autorità il permesso di questuare, stampando i relativi moduli per gli zelatori e le pagelle da rilasciare ai contribuenti. Il primo libretto porta la data del 7 marzo 1876 e contiene un invito del Servo di Dio in cui è detto fra l'altro: «Se erigere un Tempio al Salvatore degli uomini ed alla Madre di Lui che è la Porta del Cielo fu sempre onorevole cosa e santa ed utile, quanto più santa e nobile e giusta sarà edificarlo là dove manca del tutto, dove Iddio non è adorato dai suoi cristiani per difetto del suo Santuario e dove i fedeli son costretti a languir digiuni del pane della vita che è la parola di Dio?»
Vi sarà dunque un uomo solo, o una donna, che dica di esser cristiano, e indurre pertanto il suo cuore a negare un soldo perchè venga innalzato un Tabernacolo al Dio vivente, un Trono alla Vergine Maria, ove possa dispensare le sue copiose misericordie sul capo del popolo suo?»
«È un dovere di zelo... È un dovere di fede in questi tempi di indifferentismo religioso e di vile rispetto umano il mostrarsi svelatamente cristiani... È un dovere di riparazione ai giorni nostri, in cui vediamo novelli apostati fabbricar templi prote­stanti ed aprire scuole gratuite dell'errore e del vizio... »
Da questo fervore e da questi propositi sorge il Santuario di Pompei; ma il grandioso edificio materiale e spirituale ha come prima pietra un atto eroico di santa perfetta obbedienza. Cosa che non va dimenticata.


14 Aurora di grazie

Incoraggiato dall'ondata, di consensi e convinto che con la guarigione miracolosa della nipote della Lucarelli, avvenuta come abbiamo detto proprio il giorno in cui la Sacra Immagine veniva esposta alla pubblica venerazione, la Madonna avesse voluto mostrare il suo gradimento per la opera progettata in suo onore, Don Bartolo divenne impaziente di cominciare i lavori della nuova Chiesa, sicuro che quando avesse incominciato ad innalzare i muri, tutti gli avrebbero dato una mano.
L'entusiasmo, come accade, gli faceva veder tutto facile. Ma il terreno indicato dal Vescovo era di una signora di Boscoreale che ne chiese un prezzo addirittura proibitivo; altro fondo, a oriente del Villino De Fusco, gli fu negato, e quello generosamente offerto dalla Contessa non potè essere accettato perchè appartenendo, almeno in parte, ai figli ancora minorenni, non si poteva addivenire ad un contratto valido e regolare. A queste prime contrarietà se ne aggiunsero altre assai più gravi.
Il 12 marzo 1876 sua madre veniva colpita da repentino morbo che la riduceva in fin di vita senza possibilità di ricevere i Sacramenti nè di firmare il testamento da cui dipendeva la pace di due famiglie; e quasi contemporaneamente precipitava nel medesimo stato il padre del suo prezioso collaboratore Don Giovanni Federico, anch'egli senza potere nè ricevere i Sacramenti nè dettare le sue ultime volontà.
In preda alla più viva costernazione Bartolo corse alla sua Chiesetta del Rosario a Porta Medina, depose la sua ansietà, nel cuore della Vergine, rinnovò la promessa di dedicarsi interamente alla santa opera della Chiesa in suo onore, poi partì per Latiano per raccogliere l'ultimo respiro della mamma morente.
Ma ecco che le nubi si diradano e torna inaspettatamente il sereno.
Appena giunto al capezzale della madre, benchè non desse più segno di vita la sollecitò a recitare insieme a lui l'Ave Maria invitando in pari tempo i famigliari a promettere il loro concorso per il Santuario che stava per sorgere e, cosa veramente mirabile! - di mano in mano che le dolci parole scorrevano, la lingua dell'inferma si scioglieva e il suo stato generale migliorava; tantochè in capo a cinque giorni, firmato il testamento e cibatasi della Santa Comunione, ella sedeva di nuovo a mensa con tutti i suoi figliuoli.
Qualcosa di simile accadeva in casa dell'amico dove il babbo, formulato un nuovo atto a favore della fabbrica della nuova Chiesa, cominciava a migliorare e in breve riacquistava la sanità! Evidentemente la Madonna aveva esaudito le sue preghiere; bisognava dunque dimostrarle la propria gratitudine!
Mosso da questo pensiero Bartolo decise di fare una corsa nei paesi circostanti per divulgarvi le glorie del Rosario e cercare offerte e sottoscrizioni per il nuovo Tempio e si recò a Francavilla Fontana - la sua seconda patria - dove trovò un amico d'infanzia che acconsentì di accompagnarlo nel suo giro e in due giorni raccolsero quattrocentotrenta lire, somma - per quei tempi - addirittura favolosa. Stese la mano per amor della Madonna, anche a Mesagne e a Latiano e raccapezzò altre quattrocento lire.
Si presentò anche al Vescovo della sua Diocesi, uomo di mezzi e molto generoso, che trovavasi appunto a Francavilla; ma questi non conoscendolo lo ricevette bruscamente e più bruscamente che mai lo mise alla porta quand'ebbe sentito che era venuto per... bussare a denari. L'aveva preso per un ladro! Don Bartolo rimase mortificato ma non ne fece alcun carico al venerando vegliardo. Sapeva che doveva essere preparato a passare da ladro! Tornato a Napoli con il gruzzolo in tasca, e nel cuore la gioia per quel segno di predilezione manifestatogli dalla Madonna in maniera così visibile, il suo proposito di cominciar subito i lavori divenne orgasmo addirittura.
Non poteva più indugiare; e l'acquisto immediato del terreno gli appariva come una necessità suprema. Decise pertanto di chiedere consiglio al più presto a Mons. Formisano nella certezza che la voce di Dio gli avrebbe ancora parlato per bocca del Superiore. Nel frattempo si ebbero altri due segni non dubbi del compiacimento della Madonna per l'opera progettata in suo onore: consistenti il primo nella guarigione strepitosa della giovane signora Miccio, dopo che la Contessa De Fusco capitata a casa sua «a caso e per errore» mentre ella agonizzava, aveva suggerito ai famigliari, e specialmente alla mamma, di chiedere la grazia alla Madonna del Rosario promettendole di farsi sostenitrice del nuovo Tempio di Pompei; il secondo, nel ritorno allo stato di perfetta salute del sacerdote Antonino Varone, affetto da tifo maligno associato a risipola con cancrena interna ed esterna, dopo aver promesso di riconoscere pubblicamente alla Vergine del Rosario di Pompei il miracolo della sua guarigione.
Era questo, in soli tre mesi, il quinto fatto straordinario verificatosi in seguito a promessa fatta di
onorare la Madonna di Pompei e concorrere alla erezione della nuova Chiesa. Che altro doveva attendere per dare inizio all'opera? Si recò dal Vescovo ed ottenutone il saggio consiglio acquistò il terreno situato di fianco alla Parrocchia (quello da lui stesso prescelto nella sua seconda visita a Pompei), «piegandosi a tutte le pretenzioni del colono, del fittuario e di altri...» e fissando il contratto di acquisto per il giorno 30 aprile 1876, festa di Santa Caterina da Siena.
Chi avesse veduto, quel giorno; in una stanza piena di scartoffie polverose e scolorite dal tempo, poche persone davanti ad un malinconico ed occhialuto notaio sottoscrivere un modesto atto di compra di dodici are di terreno situato nella Valle desolata, come avrebbe mai potuto immaginare che esse ponessero la loro firma in calce a un documento in virtù del quale la terra degli idoli e dei demoni diventava definitivamente terra benedetta, sacrata alle Vittorie e ai trionfi della Madre di Dio?
Firmato il contratto, Bartolo non ebbe più che un pensiero: prendere possesso reale del terreno scavandovi la prima fossa e ponendovi la prima pietra, quasi temesse che alcuno potesse venire a portarglielo via.
Il Vescovo proponeva per la cerimonia un giorno di festa perchè la popolazione potesse parteciparvi e suggeriva la prima domenica del prossimo maggio che cadeva ai sette del mese; il Servo di Dio invece suggeriva il giorno otto sacro all'Arcangelo San Michele. Non era lui che cacciava Satana dalla Valle come lo aveva cacciato dal Paradiso dopo il suo peccato di superbia di ribellione a Dio? E Mons. Formisano accondiscese.
L'otto maggio 1876, dunque, «allo scoperto cielo» - scrive Don Bartolo - «innanzi a una Croce piantata sulle smosse zolle coperte di erba ancor bagnata dalla pioggia caduta la sera avanti, ci prostrammo e adorammo il Signore».
Attorno al Vescovo, al Servo di Dio e alla Con­tessa de Fusco c'era tutta la popolazione della Valle e, venuti apposta da Napoli, circa trecento tra signori e signore.
C'era con gran gioia di Don Bartolo, anche il Padre Radente.
Erano le undici del mattino quando il Vescovo procedette alla benedizione della prima pietra. Non si muoveva aura di vento; pareva che anche l'aria trattenesse il respiro, come la folla dei presenti; ma appena il venerando Prelato con la punta di un coltello incominciò ad incidere sulla pietra il segno della Croce, si udì all'improvviso uno stormir di fronde e un mormorio di vento che facendosi di momento in momento sempre più gagliardo sino a diventare uragano involse tutti in un denso polverio.
Molti pensarono che fossero le potenze avverse che sloggiavano... che fuggivano!
Poco dopo, mentre tutti seguivano il Vescovo in processione per recarsi al luogo dove la pietra doveva essere posata, un rombo cupo di cannoni echeggiò per la vallata. Nelle acque di Castellammare di Stabia si varava il Duilio, una gran nave da guerra!
Commenta. Bartolo Longo: «Là un'opera di fortezza e di gloria terrena cui assisteva un principe del mondo; qui un'opera di amore e di gloria tutta divina presenziata da un Pastore di Santa Chiesa che tramutava il freddo marmo in cosa sacra e poneva mano all'edificio che unisce in un santo vincolo di affetti terra e cielo...».
Così sotto la volta azzurra del limpido cielo, rimpetto alla maestosa bellezza del Vesuvio che sotterrò col lapillo la città voluttuosa, veniva posta la prima pietra di un'opera che, contro ogni previsione di uomo, era prestabilita a divenire gigantesca, universale, divina, apportatrice di pace a tutta la terra.
Uso a considerare gli avvenimenti umani nel piano grandioso della Provvidenza, che tutte le cose dispone in numero, peso e misura, Bartolo Longo nelle cinque grazie largite dalla Madonna prima ancora che il suo Santuario sorgesse, amava scorgere e contemplare i primi cinque misteri del Rosario: i gaudiosi. Per lui e per la sua opera sarebbero venuti in seguito anche i misteri dolorosi!... Ma poi, infine, anche quelli gloriosi!


15 L'audace pioniero

Con la posa della prima pietra sembrava a Don Bartolo d'essere per lo meno a metà dell'opera; e invece era a malapena al principio! Il Vescovo lo aveva ammonito: «Non spendete più di quanto avete in cassa; e badate che il lavoro sia fatto con criterio perchè quando è fatto è fatto».
Conveniva dunque affidar l'opera ad un architetto; ma tanto Mons. Formisano che la Marchesa Filiasi, la quale aveva fatto costruire una Chiesa in Foggia e perciò di queste cose se ne intendeva, erano concordi nel consigliarlo a farne a meno perchè gli architetti se vogliono essere pagati assorbono tutti i proventi e se si offrono gratis finisce che... bisogna pagarli più che mai.
Queste pregiudiziali indussero Bartolo Longo a far come suol dirsi le cose alla buona, arrangiandosi da sè, e con l'aiuto di Don Gennaro Federico, nel fare il disegno, nel tracciare la linea dei fondamenti, nel fissare le dimensioni dell'edificio, ecc.
La popolazione fù invitata da Don Cirillo a prestare la propria opera; un custode degli scavi offrì dodici metri cubi di pietra vulcanica e la domenica successiva all'otto di maggio tutti i parrocchiani si recarono alla cava e si caricarono ognuno di una pietra proporzionata alle proprie forze per portarla sul luogo dove doveva sorgere la nuova Chiesa.
C'eran tutti: grandi e piccoli, con a capo i sacerdoti, Don Bartolo, la Contessa e i suoi figlioli; e lo spettacolo di quella strana processione com­posta di gente curva sotto il peso di sassi portati con fede umile e sincera, recitando il Rosario, fu tale che il Servo di Dio lo ricordava anche dopo molti anni con intensa commozione.
Gentilmente si prestarono anche altri venditori di pietre, venditori di calce e carrettieri offrendo gratis l'opera loro; ma altro è portare il materiale e altro è costruire un edificio. E voler fare l'altrui mestiere non è consigliabile!
Sicchè dopo incertezze, imbarazzi, errori, consigli dati male e spreco di denaro, Don Bartolo dovette decidersi a correre ai ripari recandosi per consiglio dal Prof. Tarquinio Fuortes, insegnante all'Università di Napoli e suo carissimo amico, in casa del quale trovò per fortuna Antonio Cua, architetto e ingegnere, oltre che professore universitario e cristiano esemplare.
Questi si interessò al racconto che il Servo di Dio andava facendo con vivacità di espressioni al Fuortes e a un certo momento, benchè non lo conoscesse, interloquì domandandogli chi avesse fatto il disegno della nuova Chiesa. Don Bartolo non ebbe difficoltà a rispondere che era opera di un sacerdote suo amico, certo Don Gennaro Federico; e poichè lo aveva con sè, glielo mostrò.
L'illustre uomo non potè contenersi dall'abbozzare un sorriso di commiserazione e dall'osservargli come mai non si fosse valso di una persona competente.
Bartolo, perchè neppur lui lo conosceva, rispose che un architetto avrebbe assorbito per lo meno la metà delle somme raccolte con stenti e disagi, poichè gli architetti!...
- Oh no! - lo interruppe - il Cua - questo non è vero! E poi ci possono essere anche architetti che si offrono gratis!
Bartolo continuava a mostrarsi piuttosto diffidente; ma quando l'amico gli ebbe detto chi era il suo interlocutore: «Capperi!» - esclamò tutto giulivo e mutò tono.
Così la Provvidenza veniva in aiuto al Servo di Dio e l'illustre Prof. Antonio Cua legava disinteressatamente il suo nome al Santuario di Pompei meritando, anche quaggiù, una gloria imperitura.
Immediatamente l'apostolo di Pompei scriveva a Don Gennaro di sospendere tutti i lavori annunziandogli il nuovo segno di compiacimento da parte della Provvidenza, ma in pari tempo intensificava l'azione per riuscire più rapidamente e più sicuramente allo scopo.
Ben poco si poteva fare con la questua del soldo mensile; bisognava che la santa iniziativa fosse conosciuta di più!... E per farla conoscere ricorse ad una trovata geniale.
Si era nel mese di maggio; i napoletani, tanto devoti della Madonna, gremivano le Chiese dove illustri oratori parlavano ogni giorno di Lei; se avesse potuto ottenere di fare annunciare la nuova opera dal
pergamo in alcune delle Chiese più frequentate, avrebbe certamente raccolto un buon numero di associati ed anche abbondanti elemosine. E poichè il suo nome era ignoto ai più ed a lui non era concesso il dono di trovarsi contemporaneamente in più luoghi, come S. Antonio da Padova, ideò di compilare e dare alle stampe un foglio volante da distribuirsi dopo la predica per incitare i napoletani a contribuire all'erezione di una Chiesa al vero Dio nella terra della morte e delle rovine pagane.
Detto e fatto! Con l'impulsività che lo contraddistingueva approntò le quattro pagine del suo infuocato programma e ne fece stampare sessantamila copie.
... Ma ora - si domandava guardando tutta quella carta stampata - come faccio a presentarmi ai Parroci per indurli a secondarmi?
Ad aprirgli una via molto buona pensò la Provvidenza. La signora Anna Maria Lucarelli aveva promesso che se la sua nipote Clorinda fosse stata graziata l'avrebbe condotta per le Chiese di Napoli (dove durante due anni era andata impetrando preghiere per la sua guarigione), a ringraziare il Signore e a rendere testimonianza alla Vergine del Rosario desiderosa di avere una Chiesa in Pompei.
Ecco, secondo Don Bartolo, la buona occasione per soddisfare la promessa fatta! Ne parlò alla nobile signora e questa aderì di buon grado alla sua proposta. Si recò allora dal Padre Cocoz, domenicano, che predicava nella Chiesa di Montesanto, gli espose il suo piano e questi ben volentieri accondiscese ad annunziare dal pergamo l'opera di Pompei. Ne parlò infatti in giorno di domenica, da par suo, davanti ad una folla strabocchevole; sicchè quando alla perorazione comparvero la fanciulla Clorinda, bianco vestita, con un vaso per le elemosine e Don Bartolo carico di programmi da distribuire, l'impressione dell'uditorio fu enorme. Meno... enorme fu la somma raccolta - diciassette lire -; ma quel che a Bartolo premeva di più era la diffusione dei programmi; e di questi ne distribui a centinaia.
Lusingato dal successo, passò, con la Lucarelli e la nipote, dalla Chiesa di Montesanto a quella centralissima di S. Domenico in piazza Dante dove predicava il Padre Altavilla della Compagnia di Gesù; ma qui, contrariamente a quanto sperava, trovò una accoglienza tutt'altro che benevola. L'oratore avrebbe annunziato l'opera di Pompei ma in giorno feriale; e in quanto ai programmi, si contentasse di distribuirli in sacrestia a chi si fosse spontaneamente presentato.
«Meglio poco che nulla!» - disse fra sè il Servo di Dio - E fece buon viso a cattiva sorte. Nemmeno a farlo a posta il giorno fissato per il breve appello a pro dell'opera di Pompei, 24 del mese, ricorreva la festa di Maria Ausiliatrice. Nessuno ci aveva pensato, ma la Chiesa era più stipata che nei giorni festivi. Il P. Altavilla dopo aver tenuto sui pruni Don Bartolo durante tutta la predica, ne parlò all'ultimo momento, ma con tale ardore da suscitare nei presenti il più vivo interessamento.
Per conseguenza la sacrestia, dove il Servo di Dio era stato relegato, fu presa quasi d'assalto dai fedeli desiderosi d'avere un programma; il Parroco si irritò, prese Don Bartolo per un fanatico esaltato e imprudente e rimandò la raccolta delle adesioni e delle offerte all'indomani.
Il giorno dopo, alla predica del mattino, la Chiesa era ancora gremita; occasione ottima per distribuire a larghe mani i programmi; e Bartolo Longo non se la lasciò sfuggire mettendosi a distribuirli fuori della porta, in mezzo alla strada, dove ognuno è libero di spargere le carte che vuole.
Dopo la predica serale tornò ancora alla carica; ma una brutta sorpresa lo attendeva.
Alcuni fedeli troppo zelanti e - questi si! - fanatici per davvero, scambiatolo per un messo dei protestanti, gli lanciarono contro dei sassi e dei torsoli di cavolo e avrebbero fatto anche di peggio se il P. Altavilla, che era stato informato dei malvagi propositi di quegli sconsigliati, non avesse provveduto a farlo mettere prontamente fuori di tiro, consolandolo poi dell'umiliazione immeritata anche con una discreta sommetta da lui raccolta per l'opera e con l'elenco di un buon numero di nuovi associati.
Alla sera, solo nella sua stanza molto somigliante ad una cella, Bartolo Longo riandava col pensiero alle umiliazioni patite, al pericolo corso, all'incomprensione e alla diffidenza dimostrategli dai Ministri di Dio ed era sul punto di rammaricarsene, di sdegnarsi addirittura; ma una voce gli si levava su dalla coscienza ammonendolo: «Ti ricordi quando svillaneggiavi i frati e i preti nelle conversazioni e nei teatri?»... «Oggi i figli della Chiesa scherniscono te sulla soglia della casa di Dio. È giustizia retributiva! » E profondamente inchinato davanti al Crocifisso ripeteva con umiltà sincera le parole del salmista: «Buon per me, o Signore, perchè mi hai umiliato!». La sua umiltà verace era infatti la sorgente delle sue sante consolazioni. Valeva ben la pena di subire scherni e soprusi se poi il Signore glieli ripagava con tanta larghezza di doni e con tanta generosità di celesti favori!
Nel giugno del 1876, un altro fatto miracoloso gli confermava la divina approvazione. Recandosi con la Contessa a questuare il soldo mensile, seppe che in via S. Teresa abitava una famiglia ricca e caritatevole sulla quale avrebbe potuto contare per la sua iniziativa.
Non se lo fece dire due volte! Andò, parlò come sapeva parlare lui quando parlava della Madonna e dell'erigenda Chiesa in Pompei, ma le sue parole non ottennero il successo sperato.
«Pretendere di costruire una Chiesa a forza di soldini - esclamò la signora - è come pretendere di arrivare al cielo montando su di uno sgabello» !
- Ma badi, signora - saltò su Don Bartolo - che questi soldini sono taumaturgici, perchè la Madonna ha già fatto delle grazie strepitose a chi concorre anche con un soldo alla santa impresa! - Oh! se la Madonna si degnasse fare un prodigio! - esclamò la signora Laghezza (era questo il suo cognome) - la nostra amica Giovannina Muti è inferma. senza più alcuna speranza di gua­rire e lascia cinque bambini!...
- Ebbene - incalzò Don Bartolo - l'inferma si rivolga alla Vergine del Rosario e sperimenti quel che hanno trovato utilissimo gli altri!
E così dicendo le porse uno stampato - il foglio delle zelatrici - in cima al quale risaltavano a grossi caratteri queste semplici parole: «Per un Tempio a Pompei».
In breve: quella sera stessa la signora Laghezza mandava a Giovannina Muti una lettera con la quale la esortava a votarsi alla miracolosa Vergine del Rosario di Pompei e questa eseguiva con molta fede quanto le veniva suggerito. Il giorno dopo, 8 giugno, a un mese preciso dalla posa della prima pietra del Santuario, la moribonda veniva confortata da una Visione in cui la Madonna, dall'espressione del volto identica a quella dell'efge posta in venerazione nella piccola Chiesa cadente, le mostrava un nastro bianco sul quale erano scritte queste parole: «La Vergine del Rosario di Valle di Pompei ha fatto la grazia all'inferma Giovannina Muti »; e difatti, appena pochi giorni dopo era ridonata in pieno all'amore dei figli e dello sposo.
Nel luglio Bartolo Longo perdeva la mamma. Nessuno può sottrarsi dal pagare alla natura e al suo Autore il tributo stabilito come « stipendio del peccato!». Ma al suo ritorno da Latiano, dove s'era recato per rendere a lei le estreme onoranze, il Signore gli largiva una nuova santa consolazione salvando da morte sicura, per intercessione della Madonna del Rosario di Pompei, la signora Malvina Massa, in pericolo di perdere la vita insieme con la creatura che da soli quattro mesi portava in seno. La madre riacquistava la salute del corpo, la creatura, nata così prematuramente, viveva il tempo necessario per essere rigenerata alla grazia eppoi se ne volava al cielo conquistando la salute eterna dell'anima.
Nell'ottobre la Regina del Rosario veniva festeggiata solennemente all'aperto, su di un altare improvvisato, per la prima volta sul luogo da lei stessa eletto a sua novella dimora, a trono delle sue misericordie.
Al suo ritorno a Napoli, prima di riprendere il quotidiano pellegrinaggio di casa in casa per raccogliere nuove offerte Don Bartolo ritenne doveroso presentarsi al Capo della Chiesa napoletana e si recò alla sua sede, insieme alla Contessa, una sera di novembre.
Era allora Arcivescovo di Napoli il Cardinale Sisto Riario Sforza, uomo da meritare di essere - anche lui - nel novero di quei Servi di Dio la cui santità, s'incammina all'onore degli Altari.
Il Cardinale - che già sapeva dal Vescovo di Nola chi erano Bartolo Longo e la Contessa De Fusco - li accolse con paterna cordialità: «Avanti, avanti questa coppia che fa tanto bene!». E con questo esordio la conversazione si svolse in una atmosfera cosi soddisfacente che alla fine Don Bartolo usciva dalla sede arcivescovile portando con sè dodici lire, quale contributo annuo dell'E­minente Presule, anticipatamente versato.
Era anche questo un nuovo segno della divina approvazione!
E allora perchè non avrebbe potuto recarsi a Roma a chiedere un po' di aiuto ad un Papa così generoso com'era Pio IX?
Ma quando ne parlò a Mons. Formisano questi dichiarò di non condividere affatto la sua idea e lo dissuase recisamente.
Bartolo... inghiottì amaro, ma inghiottì. In fondo non si trattava che di un boccone!... Egli non poteva sapere che in aria... c'era di peggio.
D'accordo con l'Ing. Cua aveva redatto un det­tagliato rendiconto delle entrate e delle spese; nel giorno della festa, 29 ottobre, l'aveva esposto al pubblico e lo aveva poi mostrato anche a Monsignore Formisano, come di dovere.
Questi nel suggerirgli di metter mano all'opera, facendogliene anzi addirittura un dovere di obbedienza, gli aveva detto: «Per ogni soldo che voi raccoglierete, io ve ne darò due da parte mia» invece ora quando Don Bartolo mostrandogli il resoconto lo richiamò alla promessa di dargli il doppio di quanto aveva incassato, Mons. Formisano gli rispose come non si sarebbe immaginato «Io - disse a un dipresso - credevo che avreste potuto raccogliere al massimo due o trecento lire all'anno; ma ora che vedo che avete raccolto una somma così cospicua e che la Madonna vi assiste coi miracoli, mi ritiro e lascio fare tutto a voi».
E poichè, come è facile immaginare, il rendiconto si chiudeva con un disavanzo, il Vescovo soggiunse: «... Vi dirò di più; ed è che essendo del parere di non spendere più di quel che si possiede, io non voglio entrare affatto nei debiti che andate facendo! Consigli quanti ne volete; ma in quanto al resto... è affar vostro!»
Il Vescovo parlava da uomo accorto, ricco di prudenza e di esperienza; mentre il Servo di Dio si era comportato alla maniera dei Santi, fidando nella Provvidenza, come aveva imparato da Padre Ludovico da Casoria di cui era fermamente ammiratore e umile seguace; comunque il dissenso si manifestava acuto e profondo. Se Bartolo Longo fosse stato un uomo comune - con l'aggiunta di essere, com'era, uomo di legge fecondo e brillante - avrebbe potuto rispondergli, con tutto il rispetto dovutogli, che il deficit equivaleva presso a poco alla somma da lui dovutagli; che intanto mantenesse la parola data, di corrispondergli due soldi per ognuno di quelli raccolti, poichè parola di galantuomo equivale ad un contratto, e che a ritirarsi, casomai, spettava a lui.
Rispose invece così: « Ben volentieri prendo sopra di me quel debito e tutti i debiti avvenire; perchè sono certo che il Cielo non mi abbandonerà mai in questa impresa ».
Risposta degna di un santo!
Non contento di dirglielo a voce, volle anche scriverglielo: «... accettando i saggi consigli dell'Eccellenza Vostra - diceva in una lettera inviatagli sul finire del medesimo anno 1876, le dichiaro che le principali note delle spese fatte si trovano presso di me, pronto a presentarle quante volte dall'E.V. saranno richieste... e che il deficit di L. 1724,30 notato nel conto 1876 come disavanzo, resterà a mio esclusivo carico ».
Una identica dichiarazione gli rilasciava - l'anno successivo a riguardo del nuovo deficit con cui si chiudeva ancora il bilancio, mentre i lavori procedevano con alacrità sempre crescente.
S'era chiusa una fonte sulla quale il Servo di Dio aveva fatto tanto affidamento; ma di quando in quando, sia pure saltuariamente, se ne aprivano altre; e grazie straordinarie continuavano a verificarsi, a conferma, del divino compiacimento per l'opera iniziata.
«Il nostro fervore, afferma il Servo di Dio, toccava l'entusiasmo. Mi pareva che nessuno avrebbe potuto più arrestarmi dall'impresa a cui m'ero dedicato. Se alcuno per poco avesse voluto oppormi difficoltà, sarei scattato come una molla d'acciaio». Ogni commento sarebbe superfluo.


16 Su sempre, con spirito anèlo

Dice un proverbio: «I Santi nuovi scacciano quelli vecchi»; e sanziona la mutevolezza dell'umore popolare anche in tema di entusiasmo devoto.
A un anno preciso di distanza della posa dalla prima pietra della nuova Chiesa di Pompei, nel villaggio di Boscoreale, distante di lì appena quattro chilometri, in un'antica cappelluccia da poco riaperta al culto era stata ritrovata un'Immagine della Madonna sotto il titolo di «Liberatrice dai flagelli» che aveva suscitato tra il popolo una nuova entusiastica devozione. Correva anche voce che in quel luogo la Vergine, invocata per mezzo di quell'immagine, avesse operato un miracolo.
Naturalmente la notizia s'era diffusa e aveva provocato una vera ondata di frenesia. Accorrevano a Boscoreale folle vere e proprie da tutte le terre contigue e intanto il concorso a Pompei diradava, e le offerte si andavano assottigliando.
Tutto ciò non poteva non sconfortare Don Bartolo, molto più che il Vescovo, schieratosi subito per così dire dalla parte di Boscoreale, già aveva lanciato l'idea di edificare un'altra Chiesa là, senza l'ingerenza (aveva detto proprio così!) di persone secolari mancanti dei primi elementi della prudenza che, come Bartolo Longo, spendevano il doppio di quel che introitavano!
Non bisogna fare al Servo di Dio l'ingiuria di pensarlo invidioso e gretto; no! Egli si domandava soltanto perchè mai la Madonna che aveva mostrato con degli autentici prodigi di approvare e benedire l'erezione del Santuario di Pompei a Lei dedicato, avesse ora mutato parere e desse segno di gradirne un altro, quasi in contrapposizione a quello, nella stessa terra, a così poca distanza; ed anche, si domandava, se fosse proprio volere del Cielo che dovesse morire sul nascere un'opera così strettamente connessa con la diffusione di una divozione tanto eccellente come quella del Rosario.
E poichè il cuore gli diceva che così non poteva essere, anzichè perdersi in recriminazioni e in proteste, si disse che per riuscire nell'intento, malgrado gli ostacoli, bisognava raddoppiare gli forzi, escogitare nuovi mezzi, essere pronto a passare di nuovo da pazzo e da ladro, come il Vescovo gli aveva predetto.
E si mise all'opera!
Dopo aver bussato invano alla porta del quotidiano cattolico di Napoli per ottenere l'inserzione di qualche articolo sul nascente Santuario, e dopo aver ricevuto nuove mortificazioni da parte di Parroci cui s'era nuovamente rivolto per il medesimo scopo, mentre torme di pellegrini affluivano a Boscoreale transitando indifferenti per il luogo dove erano già gettate le fondamenta del nuovo Tempio di Pompei, Don Bartolo fece stampare diecine di migliaia di immaginette raffiguranti la Madonna del Rosario, quale si vedeva nel vecchio quadro (soltanto un po' «corretta», perchè il restauro non era ancora stato fatto e non conveniva diffondere un volto così poco adatto ad ispirar divozione), e ne fece, per dirla con frase di moda, un lancio formidabile, diffondendola prima in tutta Napoli, poi, subito, in Italia ed all'estero, invitando i fedeli ad implorare grazie e favori.
Nel frattempo un « raggio di superna luce veniva a sostenere ed infiammare la sua speranza e la sua fede».
Il Cav. Michele Laghezza, in seguito alle fervorose preghiere innalzate alla Vergine del Rosario di Pompei dalla pia consorte e figlie ed anche da Don Bartolo, che tanto aveva bisogno di un segno che lo risollevasse dallo sconforto, guariva completamente, benchè molto vecchio, da una grave infermità; e la sua guarigione, unanimemente attribuita al materno intervento della Vergine tanto fervorosamente invocata, produsse in città la più viva e favorevole impressione.
Era, intanto, passato un anno; un anno preciso dacchè l'onda di divoto entusiasmo aveva incominciato a deviare dalla Madonna di Pompei alla cappelluccia di Boscoreale; e Mons. Formisano, dopo delusioni e disgusti di vario genere, si vedeva costretto, per gravissime ragioni, a chiudere con l'intervento dell'Autorità civile la Cappella della Madonna dai flagelli. Non solo, ma tornava a volgere tutto l'animo suo all'incipiente Tempio di Pompei, manifestando la sua piena fiducia nei promotori.
«L'uomo qualsiasi» avrebbe tripudiato per questa rivincita; Don Bartolo benedisse all'alba chiara e
serena che gli sorrideva dopo la notte tenebrosa, ma non tripudiò; fece molto di meglio: ne trasse motivo per confermarsi nella convinzione che per renderci degni di servire la Madonna occorre passare attraverso l'umiliazione e l'abbiezione benedicendo a chi ce la procura.
Nel bel mezzo di questa «notte fonda» e della conseguente «alba serena» per lo spirito del Servo di Dio, sbocciano i «quindici sabati».
La pia e colta Marchesa Filiasi di Somma che il lettore già conosce, aveva fatto tradurre dal francese e diffuso poi largamente un libriccino dal titolo «La divozione dei quindici sabati in onore dei quindici misteri del Santissimo Rosario».
Ammiratrice entusiasta della incipiente opera di Pompei e intuendo lo sviluppo consolante che la divozione a lei cara avrebbe preso se un uomo come Bartolo Longo si fosse messo a diffonderla, un giorno che questi s'era recato a farle visita, gli dette il suo libriccino dei quindici sabati perchè ne curasse una ristampa. Don Bartolo non solo accettò con gioia, ma si propose di completarlo e rinnovarlo secondo un suo particolare criterio.
Nel libretto della Marchesa la meditazione dei Misteri era ridotta ad un semplice pensiero che seguiva alla preghiera di preparazione e di ringraziamento alla Santa Comunione; mentre, secondo lui, essendo la perfetta divozione a Maria, l'imitazione delle sue virtù, che si ottiene meditando la sua vita, conveniva dare alla meditazione di ciascun mistero la più grande importanza e quindi... uno spazio proporzionato.
Questo egli si proponeva di fare; e poichè la pia dama accettò la proposta, Don Bartolo si mise con tutto l'animo a fare il libro valendosi della dottrina solida e sicura acquistata mediante gli, studi fatti sotto la guida sapiente degli uomini già citati, tra­sfondendovi quel senso vivo e profondo della vita cristiana in cui s'era approfondito, ed aggiungen­dovi anche una chiara ed esauriente confutazione degli errori ed oltraggi protestanti contro il Santo Rosario e le sue glorie.
In meno di otto mesi il nuovo libro era pronto il dì dell'Assunzione di Maria del 1877 vedeva la luce in duemila esemplari e sei mesi dopo l'edizione era completamente esaurita.
La nuova edizione, con un'aggiunta di circa ottanta pagine nelle quali, alla stregua dei fatti, l'autore dimostrava essere inventrice del Santo Rosario la stessa SS. Vergine anzichè San Domenico, che ne è soltanto il primo e più eccellente banditore, vide la luce il 24 maggio 1878, festa di Maria SS.ma Aiuto dei cristiani.
Nel 1881 usciva la terza edizione, nel 1883 la quarta, e poi a breve distanza l'una dall'altra, la quinta e la sesta... L'uomo che fino al 1868 s'era assunto l'impegno di servirsi della stampa quale arma di apostolato per promuovere il Regno di Dio, ci appare ora nel pieno fervore della santa battaglia.
Nelle edizioni successive egli aggiunse al libro altri capitoli, su San Domenico e i domenicani e, sul Terz'Ordine, che poi in seguito divennero libri a parte. Nel 1887 usciva, dei quindici sabati, la settima edizione in due volumi e in quindicimila esemplari. In fine «I quindici sabati» e «Le glorie del Rosario», da un'opera sola che erano in origine divennero due opere distinte; ma sia l'una che l'altra continuarono a camminare per il mondo senza fermarsi.
Ancor vivente l'autore «I quindici sabati» erano diffusi in ogni terra a centinaia di migliaia di copie. Nessuno avrebbe mai immaginato che quel libro, nato in un'ora di dolorosa passione, fosse destinato dalla bontà di Dio a diffondere il Rosario nel mondo intero, ad impetrare dalla Vergine un numero infinito di grazie e ad alimentare con inesauribile generosità le Opere che Maria volle nella Valle di Pompei.
Oggi le edizioni di questa meravigliosa creatura, sbocciata da una mente elettissima e da un nobile cuore innamorato della Regina del Rosario, ammontano ad una settantina; e sempre giovane di quella giovinezza intramontabile che è propria di ogni creatura allietata dal sorriso di Dio e accarezzata dalla sua prodigiosa mano paterna, continua ad alimentare la fede, la speranza e la carità di milioni di anime.
Miracolo della Vergine del Rosario di Pompei, anche questo; e non dei minori?


17 A tempo e fuori tempo

«I quindici sabati» fruttarono all'opera di Pompei vaste simpatie e non trascurabili proventi ed aprirono a Bartolo Longo nuove vie di apostolato.
Intanto la fabbrica della Chiesa progrediva; e a chi gli domandava chi era che provvedeva così largamente, il Servo di Dio rispondeva con gioia commossa: «È la Madonna! È la Madonna!»
Una signora di Napoli s'impegnava addirittura per un altare. Una inglese capitata a Pompei per visitare gli scavi, avendo notato la nuova costru­zione sormontata da una Croce ed avendo saputo da Don Bartolo di che si trattava, promise che avrebbe fatto conoscere l'iniziativa ai suoi connazionali scrivendone sui giornali; e mantenne la promessa facendo sì che il primo obolo straniero a favore del Santuario di Pompei venisse proprio dalla protestante Inghilterra.
A Posillipo Don Bartolo e la Contessa si recarono un giorno per visitare un'altra inglese, generosissima ma protestante, sperando di ottenere qualche lauto sussidio.
La signora invece - eccentrica, malata di nervi e forse anche di fantasia - accettò con degnazione il libro dei «quindici sabati», se la sbrigò con l'offerta di sei o sette soldini di rame e dette in escandescenze quando Don Bartolo le offrì una immaginetta della Madonna, benchè le assicurasse che l'aiuto della Vergine le avrebbe giovato più dell'aria di Napoli e di tutte le medicine di cui aveva piena la stanza. Ma pochi giorni dopo la Madonna consolava il suo servo della confusione patita, compiendo proprio a Posillipo un duplice prodigio: la guarigione istantanea di un figlio infermo e la conversione del padre, colpito in pieno dalla luce del soprannaturale.
Nell'agosto del medesimo anno, ancora insieme alla Contessa e sempre per trovare nuovi associati alla sua nascente Chiesa, si recava in casa del ricco industriale Giuseppe Schettino.
Quel giorno c'era festa in famiglia e molti erano gli ospiti, molto distinti ma quasi tutti ignoti.
A Don Bartolo si strinse il cuore. Benchè abi­tuato a parlar della Vergine, del Rosario e di Pom­pei a chi voleva ascoltare ed anche, spesso, a chi ascoltar non voleva, si rese conto che parlarne lì, a gente che vedeva per la prima volta, e in casa d'altri, non era nè facile nè prudente. Quand'ecco apparire in fondo alla sala la signora Lucarelli con la nipote Clorinda, la prima miracolata dalla Ma­donna di Pompei.
Chi meglio di lei poteva introdurlo a parlare sul tema che gli stava a cuore?
Infatti non appena un gentiluomo elegante ed affabile si avvicinò alla signorina e con galanteria si compiacque della sua floridezza, Bartolo che stava... col fucile spianato, sparò: «questa fioridezza attesta un evidente miracolo della Madonna di Pompei!»
II signore, che si chiamava Rosario Raffaele, guardò curiosamente il piccolo uomo vivace e bar­buto che s'era intromesso così di sorpresa fra lui e la sua giovane amica, eppoi si mise a ridere; ma ormai il ghiaccio era rotto; e il Servo di Dio fu cosi efficace nel raccontare la vicenda di Clorinda, nel tessere le lodi della Vergine e nell'illustrare l'incipiente opera di Pompei; e Clorinda e la zia così recise nel confermare la verità di quanto egli diceva, che il signor Raffaele a poco a poco si fece serio, poi pensoso, e infine addirittura commosso.
... Anche lui aveva un figlio - l'unico - infermo da tanto tempo e senza speranza di guarigione. Oh, se anche il suo Edoardo avesse ricevuto una grazia simile!...
- Che cosa ho da fare - domandò - per avere anch'io un simile prodigio?
-Avere fede, pregare, offrire alla Madonna un soldo al mese per contribuire all'erezione di un Tempio in suo onore in Pompei, andare poi a ringraziarla là nel giorno della sua festa e rendere di pubblica ragione la grazia ricevuta affinchè il suo Nome sia glorificato!
Edoardo era appunto lì con lui. Lo chiamò era un ragazzo di undici anni, sparuto, curvo, consunto, col viso color di cera...
Gli disse Bartolo Longo posandogli paternamente una mano sul capo: « Vuoi tu guarire? » II bimbo lo guardò con due occhioni neri, mesti e smarriti.
« Prendi questa. immagine - continuò Don Bartolo - È la Vergine del Rosario che si venera a Pompei. Ponila sul tuo petto. Baciala mattina e sera. Poi... reciterai ogni giorno cinque poste di rosario ».
- Ma io non so dire il Rosario! - Esclamò Edoardo.
- Te lo insegno io - replicò Don Bartolo. E tratta di tasca la Corona lo ammaestrò con cura ammirevole.
- Tu non hai la Corona, vero? - Te la darò io! Ne prese una dalla borsa e glie l'offri dicendo: «È bella come la desideri e benedetta dai Padri Domenicani».
Sulle labbra smorte del fanciullo fiorì un dolce sorriso.
La comitiva si sciolse.
La sera, prima di coricarsi, Edoardo disse alla Madonna come gli aveva insegnato il Servo di Dio: «Madonna mia, se tu mi farai guarire, io ti verrò a ringraziare nel giorno della tua festa a Pompei».
Il mattino seguente, fedele alla promessa, baciò la venerata immagine, pregò di nuovo con il confidente abbandono di un'anima innocente... ma... che strana cosa! Tutto gli sembrava nuovo e bello come non mai e nelle membra intorpidite gli fluiva un vigore insolito, un tepore che gli dava un benessere mai provato!... Era guarito!
Il babbo stentava a credere ai propri occhi; e quando si fu convinto che non era un sogno, il suo, e che il figlio era tornato davvero perfettamente sano, fuori di sè per la gioia uscì, quasi di corsa, per bandire ai quattro venti la strepitosa notizia che il suo cuore paterno non era più capace di contenere. E disse a tutti che «quel prete spogliato» aveva dato a suo figlio un'immagine e una corona inculcandogli di pregare la Madonna di Pompei... E questa lo aveva risanato!
«Quel prete spogliato» - disse - perchè gli sembrava impossibile che un secolare qualunque, avvocato per giunta, si interessasse con tanto ardore di santi, e di madonne e di rosari; ma... fosse quel che fosse, una cosa soltanto egli sapeva che per mezzo di lui il suo figliuolo aveva ottenuto la grazia della guarigione.
Don Bartolo sapeva invece che quel nuovo prodigio lo impegnava a moltiplicare il suo zelo per accelerare il compimento dell'opera; e per questo si dette a roddoppiare i suoi sforzi con un fervore addirittura incontenibile.
Dovendo recarsi per affari a Latiano ne approfittò per riprendere nelle Puglie le sue peregrinazioni di questuante della Madonna e a questo scopo si spinse, insieme all'amico Vincenzo Pepe, prima ad Astumi dove nel Convento delle Suore di S. Benedetto impiantò un centro di propaganda; poi a Manduria dove, malgrado inattese delusioni, riuscì ad ottenere consensi e adesioni che pro­dussero poi frutti meravigliosi.
Intanto, compilato un opuscoletto dal titolo «Le rose a Maria», in cui si illustrava la divozione al Rosario, lo diffondeva largamente ricavandone nuovi proventi a pro della Chiesa in costruzione; e di rose simboliche, olezzanti e bellissime ne adornava le mura ancora grezze nel dì della festa che da sagra paesana andava diventando sempre più un mistico convito di anime.
Nel 1878 moriva il Cardinale Sforza e gli succedeva, nella sede Arcivescovile di Napoli, Monsignor Guglielmo Sanfelice, uomo di pronta ed inesauribile carità.
Bartolo si presentava a lui in visita di dovere la sera del 16 novembre di quello stesso anno e l'Arcivescovo, preso dalle sue mani il foglio delle sottoscrizioni per il Tempio di Pompei vi scriveva di proprio pugno: «L'Arcivescovo di Napoli loda, approva e benedice di gran cuore questa opera, ed invita tutti i fedeli a concorrervi perchè subito si compia».
Munito della autorevole commendatizia e distribuendo un altro suo libriccino dal titolo: «Storia, prodigi e novena della Vergine del SS. Rosario di Pompei» scritto in quell'anno e che, come dice egli stesso «dovunque depositato produceva uno scoppio di affetti nuovi e strapotenti negli animi anche più tiepidi nella pietà e nel culto.», intensificò il suo apostolato e la raccolta dei fondi, tanto che alla fine del 1878 la fabbrica del Tempio giungeva al punto da potersi coprire con la volta della navata.
Ma per intraprendere il nuovo lavoro a regola d'arte occorrevano, subito, diecimila lire; e poiché non c'erano, dovette suo malgrado licenziar gli operai.
A questa contradizione se ne aggiungeva quasi subito un'altra per... merito del Municipio di Torre Annunziata che aveva gravato di tassa piuttosto considerevole il materiale da costruzione necessario per la nuova Chiesa. E non essendovi due senza tre, una terza contradizione gli venne dal fatto che, avendo il Vescovo interdetto la Cappella della Madonna dei Flagelli, molti - chi in buona fede e chi a malizia - scambiarono Boscoreale con Pompei e spargendo dicerie e sospetti, e gettando sull'iniziativa il veleno della calunnia e del ridicolo, provocarono la diffidenza nell'animo degli associati e il ristagno delle offerte. Era urgente correre ai ripari!
La Contessa si presentò di nuovo nelle case e nelle Chiese a raccogliere l'obolo dei fedeli conducendo con sè la signorina Clorinda Lucarelli, la prima miracolata dalla Vergine; e Don Bartolo fece lo stesso conducendovi Edoardo Raffaele, così singolarmente favorito dalla Madonna. Con lui, durante la Quaresima, passò elemosinando di Chiesa in Chiesa e il giorno di Pasqua, vincendo la riluttanza dei suoi genitori, si spinse fino ad Afragola, la industre e gaia cittadina, meta di tante sue scorribande giovanili.
La giornata pasquale di Afragola fu lieta e proficua; ma il viaggio di ritorno, in carrozzella guidata da un tipico cocchiere napoletano, fu addirittura drammatico.
Questi, sia perchè poco pratico di quei posti, sia perchè aveva alzato un tantino il gomito, prima sbagliò strada e si smarrì, poi messo il ca­vallo al trotto per una via selciata di pietre vulcaniche, sotto a un cielo buio e con un tempo fattosi rigido e minaccioso, andò a finire in un fossato con le due ruote laterali della vettura che rimase per metà capovolta. Figurarsi la costernazione di Don Bartolo, non tanto per sè quanto per il fanciullo che aveva in consegna e che piangeva e tremava da capo a piedi per lo spavento!
Fortunatamente poterono arrivare a Napoli senz'altri guai; ma il Servo di Dio raccontando l'avventura era solito dire che il Signore doveva aver mandato qualche anima del Purgatorio a guidare il cavallo fino a casa.
Intanto il pittore Maldarelli aveva egregiamente restaurato il quadro; la Contessa aveva provveduto a raccogliere oggetti d'oro per farne un diadema prezioso da porre sul capo alla Vergine in cambio di
quello d'argento offertole dal sig. Rosario Raffaele e la festa della incoronazione veniva fissata per il giorno dell'Assunta..
Ma Bartolo Longo non c'era! Il lavoro, lo stra­pazzo e le lotte incessanti lo avevano fiaccato e costretto a mettersi in letto dal quale, pensava, non si sarebbe più rialzato. Sentiva che le forze lo abbandonavano; si sentiva morire!
In queste condizioni si dedicò a scrivere, come ultimo lavoro, una «Novena» alla prodigiosa Vergine del Rosario di Pompei per impetrar le grazie nei casi più disperati, diffusa poi in ogni continente ed arricchita, nel 1887, di particolari indulgenze da Papa Leone XIII. Ma il primo a valersene e a sperimentarne l'efficacia fu proprio lui.
Il 20 agosto 1879 la «Novena» era ultimata. Bartolo in seguito ad una ricaduta del male che lo logorava ormai da tre mesi, era in letto spossato; ogni speranza veniva meno; perchè non rivolgersi alla Madonna?
Consigliato dagli amici - primo fra tutti il P. Radente - che s'erano riuniti attorno al suo letto, fece prendere dalla Parrocchia il quadro della Vergine, lo fece porre nella sua stanza e rivoltosi con confidenza alla sua diletta protettrice e maestra Santa Caterina da Siena affinchè ponesse la sua efficace mediazione presso la potente Regina, le disse cosi: «Mia cara sorella, io ho scritto di te nei quindici sabati, come ti lamentasti che sian pochi i tuoi devoti nel mondo che ricorrono a te per grazia; ora come i miei lettori presteranno fede alle tue parole, se io per primo che le ho scritte, non ho per te la grazia? E come crederanno ai miracoli della Vergine del Rosario di Pompei, se la Madonna lascia che muoia colui che promuove la edificazione del suo Tempio e ne pubblica i miracoli?»
Discorsino molto confidenziale ed anche... senza grinze, dopo del quale Don Bartolo si addormentava. A mezzanotte apriva gli occhi: scomparsa la febbre, scomparso il dolore alla nuca e alla spina dorsale... Era guarito. La Madonna aveva esaudito le preci rivoltele dalla cara Santa di Siena!
E mezzo migliore per esprimere all'una e all'altra la propria riconoscenza era di ricominciare a lavorare; e Bartolo Longo riprese subito in pieno l'assillante lavoro. Mancava poco alla festa del Rosario tanto cara al suo cuore; conveniva pre­pararla bene perchè riuscisse ancor più solenne che negli anni passati.
Il Servo di Dio ideò pertanto di costruire nel recinto delle ruvide mura del nuovo Tempio, sotto il centro della futura cupola, un altare di legno con ricco addobbo di serici drappi e di esporvi, sotto un artistico baldacchino, l'Immagine prodigiosa; e mise in atto il progetto con amorevole cura.
Essendo tempo buono, il quadro vi venne convenientemente disposto la sera della vigilia senza la minima preoccupazione, mentre i pellegrini arrivati da tutta la regione si attendavano alla meglio nelle vicinanze.
Ma nel cuor della notte si udì improvvisamente lo scoppio di un tuono fragoroso cui ne seguirono altri accompagnati da lampi abbaglianti; poi si scatenò l'uragano, formidabile, pauroso, infernale!
Quando la furia degli elementi si fu placata, una delle guardie poste a custodia del Tempio corse da Don Bartolo a dirgli che i tendaggi posti a protezione dell'altare e dei fedeli eran ridotti a brandelli e tutto nel Tempio era esposto alla pioggia che continuava a cadere a rifascio e al vento che squassava uomini e cose.
Il Servo di Dio rimase allibito come all'annunzio di una sciagura. Addio fiori, ceri, candelabri! Addio Altare! Ma... e il quadro della Vergine? Che danni poteva avere sofferto il quadro?
Appena fattasi un po' di luce mattutina il Servo di Dio si recò sul luogo del disastro, col cuore che gli sobbalzava nel petto. Un disastro davvero! Nelle adiacenze il terreno era cosparso di bottiglie, chicchere, bicchierini infranti e di biscotti e generi alimentari caduti dai banchi dei venditori ambulanti, rovesciati e travolti, e insozzati di fango. In Chiesa, tutto - alla lettera! - era stato abbattuto, rotto, stracciato; il pavimento formato di pietre, calce e terriccio era trasformato in un lago. Ma... e il quadro? In mezzo a quel rovinio, a quel finimondo, il quadro della Madonna - quello soltanto! - era rimasto al suo posto intatto, asciutto, immune da qualsiasi danno!
Don Bartolo ringraziò commosso il Cielo per quel particolare tratto di misericordia, ma non ebbe il benchè minimo pensiero di risentimento per tutto il resto. E il Signore, dopo averlo provato, lo premiò!
Proprio in quei giorni la giovinetta Mariannina Martini dopo sei anni di sofferenze indicibili e con un piede ormai nella fossa, riacquistava improvvisamente la salute dopo una novena fatta alla SS. Vergine del Rosario; non solo, ma in visione la Vergine stessa le aveva detto: «Se vuoi guarire, devi venire alla mia Chiesa a Pompei». Ed ella obbediva, e Don Bartolo stesso l'accompagnava fino alla taumaturga Immagine innanzi alla quale, scalza e ginocchioni, in preda alla più viva emozione, scioglieva il voto del cuore.
Quasi contemporaneamente, uno sconosciuto si presentava a Mons. Formisano, a Nola, e dopo avergli chiesto se l'avvocato Bartolo Longo e la Contessa De Fusco erano da lui autorizzati a costruire un Tempio a Pompei, gli consegnava la somma di diecimila lire per gettare la volta della Chiesa.
Diecimila lire a quei tempi erano un patrimonio ed era ben difficile imbattersi in uno che se le togliesse di tasca tutte d'un colpo; per cui Monsignor Formisano, temendo che sotto il bel gesto si nascondesse un raggiro, mentre tratteneva lo sconosciuto amabilmente con la scusa di una tazzina di caffè, mandò di nascosto il cameriere all'Ufficio postale ad assicurarsi se i biglietti eran buoni oppure falsi.
«Monsignore - esclamò il cameriere, di ritorno, ansante e soddisfatto - Sono tutti buoni, tutti buoni!»
Pochi giorni dopo essi passavano nella tasca di Don Bartolo, stupefatto e fuori di sè dalla gioia.
La Madonna aveva provveduto a dar principio alla copertura del suo Tempio assicurando il lavoro per tutto il nuovo anno 1880.


18 L'ora del mondo

Qualche volta, nel corso di queste pagine, abbiam chiamato le erigenda Chiesa col nome di Santuario; ma solo nel senso generico che a tal nome suol darsi e che si confà ad ogni edificio consacrato al culto divino. In realtà, tanto il Vescovo di Nola nel suggerirne la erezione quanto Bartolo Longo e la Contessa De Fusco nell'attuarla non avevano pensato ad altro che ad una Chiesa parrocchiale che sostituisse la vecchia, cadente e bastante a contenere soltanto un terzo della popolazione.
Nella nuova, alla Madonna del Rosario sarebbe stato riservato soltanto un Altare e al «titolo» del SS. Salvatore sarebbe stato aggiunto quello del SS. Rosario, sol perchè i due promotori ne avevan fatta richiesta, volendo trasferirvi la Pia Società del Rosario con tutte le indulgenze e privilegi, quale trovavasi istituita canonicamente nella vecchia Parrocchia di Valle.
Ma strada facendo le cose avevano mutato piega indipendentemente dalla volontà delle persone impegnate nell'impresa.
I prodigi verificatisi nelle circostanze ormai note erano una manifestazione troppo chiara della materna compiacenza di Maria SS.ma nel sentirsi invocare col titolo di Regina del Rosario di Pompei ! e il sentimento unanime dei beneficati, iscritti alla Pia Confraternita del Rosario ed entrati a far parte del terz'Ordine domenicano, non era forse che il nuovo Tempio, da costruirsi con le loro
offerte, fosse una perenne testimonianza del loro amore alla Vergine sotto quel nuovo glorioso titolo? Infatti furon proprio costoro a dire apertamente a Bartolo Longo - quand'egli al principio del 1877 si presentò per raccogliere le offerte annuali - che la loro intenzione non era di erigere una Chiesa Parrocchiale, ma una Chiesa dedicata alla Madonna del Rosario, libera da ogni ingerenza del parroco, ossia un Santuario nel senso specifico della parola.
Don Bartolo ricorse subito a chi poteva dirgli una parola decisiva, cioè il Vescovo della Diocesi; e questi, prudente e saggio secondo il Vangelo consiglia ed inculca, prima tacque poi - finalmente - anzichè scrivere si recò di persona a Pompei e chiamati in disparte Don Bartolo, la Contessa e i due benemeriti fratelli sacerdoti Romualdo e Gennaro Federico disse loro a voce e in segreto queste precise parole: «Non parlate più di Parrocchia; questa Chiesa deve essere dedicata alla Vergine del Rosario, e per la Parrocchia dovrà farsi un'altra Chiesa». Domandò poi a Don Bartolo: «Quanto avete raccolto per la Chiesa del SS. Salvatore e del SS. Rosario?» Seimila franchi - rispose il Servo di Dio.
- Bene - replicò il Vescovo - i seimila franchi spendeteli subito per edificare un'altra Chiesa Parrocchiale in sostituzione della vecchia che minaccia rovina e che il sindaco di Torre Annunziata ha stabilito di demolire. Non importa, che venga piccola; fatela... da seimila franchi e conservatele il titolo del SS. Salvatore; quest'altra dedicatela solamente ed esclusivamente alla Vergine del Rosario.
Nella sua consumata esperienza il Vescovo prevedeva tutto, provvedeva a tutto, si metteva in condizione di parare ogni colpo, anche il più mancino; ma al tempo stesso metteva Bartolo Longo in serio imbarazzo perchè concludendo il suo colloquio col dire: «pensateci voi; e se contraete obbligazioni o debiti io non c'entro per nulla», gli addossava la responsabilità di due Chiese invece che di una.
Ma Bartolo non si sgomentò per questo; era sicuro di avere con sè la Madonna e con una tal guida non c'è da sgomentarsi mai. Anzi!... E lo prova il fatto che sembrandogli troppo poco il suolo acquistato per l'erigenda Chiesa, in proprio nome ed a proprie spese, malgrado il prezzo proibitivo, comprò tutto il terreno attiguo alla fabbrica in costruzione; trovò ancora denaro e sul lato orientale del tempio gettò le fondamenta di un nuovo fabbricato. Qualcuno disse che doveva essere ammattito per sacrificar dei quattrini in nuovi edifici prima di portare a termine la Chiesa; invece era mosso dallo spirito del Signore poichè nel frattempo la vecchia chiesetta era diventata addirittura pericolosa, quella che sarebbe stata poi la sagrestia del Santuario era adibita a Parrocchia e Don Cirillo ne prendeva possesso canonico.
Intanto mercè le diecimila lire piovute proprio dal cielo dopo il temporale devastatore, nell'ottobre del 1881 la volta del nuovo tempio era terminata. Il Servo di Dio era, giustamente, raggiante; ma il lettore avrà notato che nella sua vita soddisfazioni e delusioni, gioie ed amarezze si alternano sempre rincorrendosi in una gara incessante. Anche questa tappa radiosa del suo faticoso cammino gli fu offuscata da un fatto spiacevole. I ladri approfittandosi che il recinto non era ancora chiuso da alcuna porta, vi entrarono ed asportarono funi, ferri, arnesi, chiodi e quant'altro serviva per la fabbrica, per un valore complessivo di diverse centinaia di lire, e misero Bartolo Longo nella necessità di chiudere tutto il recinto e fornirlo di una porta massiccia affrontando una spesa di cinquecento lire, spesa che va considerata in base al valore della lira di allora, non di oggi.
Per fortuna, appena lanciato un appello agli associati all'opera di Pompei, per mezzo di un piccolo avviso a stampa, riponendo come sempre tutta la sua fiducia nella protezione della Madonna, questa toccava il cuore dello zelatore Angelino Maiello che s'impegnò ad offrire la porta in cambio di una grazia!.... Aveva un figlio gravemente ammalato; se la Madonna del Rosario glielo avesse guarito, avrebbe fatto la porta a proprie spese. Il figlio guarì e il Maiello fece la porta!
Ma tanto perchè Don Bartolo non si addormentasse sugli allori, èccoti Don Cirillo a creargli delle noie.
Poichè il quadro della Madonna era stato provvisoriamente esposto alla pubblica venerazione nella Chiesa parrocchiale, il buon prete si riteneva in diritto di disporre a suo talento sia del quadro, sia di quanto poteva pervenire a motivo del medesimo.
Don Bartolo non voleva in alcun modo mettersi in litigio con un sacerdote che riconosceva come suo legittimo e immediato superiore; ma non volendo neppure sottostare al suo arbitrio, ricorse al Vescovo. E questi, da quell'uomo abile e lungimirante che era, venuto sul posto suggerì a lui di trasformare in Cappella il locale costruito ad occidente della Chiesa (per farne la sagrestia dopo che quello ad oriente era diventato Chiesa parrocchiale) e trasferire lì l'Immagine finchè il Tempio non fosse finito. In tal modo Don Cirillo era servito e non poteva più avanzare pretese di sorta.
Allora Don Bartolo pensò fosse giunto il momento buono per mandare ad effetto un progetto che da qualche anno andava accarezzando: quello di avere in Pompei a servizio della sua cara Madonna i figli prediletti della Vergine del Rosario, i religiosi domenicani. Mons. Formisano però non era dello stesso parere. Egli ben sapeva che l'Ordine Domenicano non è soggetto, nell'esercizio dei suoi diritti, al Vescovo locale; che qualora la Confraternita fosse venuta in possesso di una Chiesa, alla stessa per diritto e di fatto sarebbero stati trasferiti anche tutti i beni temporali in qualsiasi modo acquisiti dalla Confraternita medesima; e non sarebbe più stato quel solerte Pastore che era se avesse lasciato che quella sua Chiesa - che già andava acquistando rinomanza di vero e proprio Santuario - fosse sottratta alla sua giurisdizione e passasse ai Domenicani. Per cui non soltanto si oppose, ma sapendo che l'officiatura corale ha nella vita dei figli di S. Domenico un'importanza di prim'ordine, giocò d'accortezza e fece di tutto perchè la Chiesa... non avesse il Coro! Bartolo invece, che lo voleva, si appellò a tecnici e ad artisti di valore i quali dichiararono che un Tempio a forma di Croce senza coro era come una persona senza testa. Attorno all'Altare, dunque, si accese la disputa finchè Don Bartolo non riuscì ad ottenere che esso fosse portato quattro metri in avanti ed avesse, alle spalle, un piccolo coro, capace di una dodicina di stalli.
Del parere di affidare il Santuario ai Domenicani non era neppure la Contessa.
Tuttavia qualche tempo dopo il Vescovo acconsentì acchè ne fossero chiamati due - un Padre e un laico - ai quali Bartolo Longo avrebbe offerto ospitalità nella villetta De Fusco, fino a che non fosse pronta la Casa loro destinata. Ma alla richiesta fatta dal Servo di Dio il Generale dell'Ordine rispose che per il momento almeno era nella impossibilità di aderirvi, e non se ne parlò più. Però la casa per i religiosi da adibire al servizio del Santuario fu portata a compimento ugualmente entro l'anno 1882. Essa si componeva di otto stanze, ma era passibile di un ampliamento razionale, giacchè il Servo di Dio accarezzava già un altro sogno...
Domenicano convinto ed entusiasta., dopo aver lavorato tanto alla rinascita del Terz'Ordine, voleva ora contribuire a far rifiorire nelle regioni meridionali l'Ordine primo, accogliendo a Pompei il Noviziato che il P. Generale era per stabilire in Acerra.
«Il luogo scelto dalla Madonna per ridar vita all'Ordine quasi spento nelle provincie meridionali, scriveva a lui Don Bartolo con la santa audacia di chi sente nell'anima la voce di Dio, è Pompei, non Acerra! Perchè la Paternità Vostra non ordina che si apra in Pompei il Noviziato, anzichè in Acerra? Di che teme, quando Maria è con noi?»
II suo invito non fu accolto; ma egli.... continuava a percorrere la via tracciatagli dal dito di Dio!
Nella festa dell'ottobre del 1882 veniva nominato primo Rettore della nuova Chiesa del Rosario di Pompei il Padre Alberto Maria Radente, direttore spirituale di Don Bartolo!
Nell'ottobre del 1883 la parte rustica del Tempio poteva dirsi completa. Anche la cupola «termine fisso dei palpiti, dei desideri e dell'aspettazione di sette anni», dominava dalla cima del Tempio; e sul suo culmine si ergeva la Croce di Cristo, civilizzatrice dei popoli e vessillo di redenzione!
Durante quell'anno si erano addirittura raddoppiate le spese, ma erano raddoppiate anche le grazie. Che se anche si fossero voluti negare tutti i miracoli del Rosario di Pompei, chi avrebbe potuto mai disconoscere questo: di gente secolare e forestiera, senza protezioni o gradi eminenti, che in breve spazio di tempo era riuscita ad innalzare tra poverissimi contadini un sacro Tempio per il quale si erano raccolte e spese ben cento e ottomila lire?
Una somma del genere, raccolta in gran parte soldo a soldo dimostra quale zelo Don Bartolo - ed anche la Contessa - avessero impiegato in quei sette anni e quale e quanta fiducia si fossero guadagnati. Ma quella di cui era circondato il Servo di Dio non era ormai più soltanto fiducia, ma venerazione. Quanti seguivano da vicino la sua instancabile attività, non facevano più alcuno sforzo a considerarlo un prezioso strumento nelle mani del Signore e della Madonna.
Pertanto all'appello da lui lanciato il 2 febbraio 1883 per dotare la nuova Chiesa di una campana, esortando i benefattori a formar l'intenzione, nel dare l'offerta, «di mandare col cuore tanti sospiri d'amore a Maria, per quanti rintocchi la campana benedetta avrebbe dato nel corso dei secoli», fu così pronta. e generosa la risposta che l'8 maggio successivo poteva, anzichè una, inaugurarne due, con una cerimonia memorabile, densa di alta spiritualità e di mistico fervore.
E mentre la Valle echeggiava di quei primi squilli annunzianti l'inizio d'una novella istoria, tra le mura del nuovo Tempio risuonava per la prima volta la voce di colui che negli annali del Santuario figura quale il primo oratore della Madonna di Pompei.
Bartolo Longo aveva avuto dal Cielo molte doti di intelligenza e di cuore. Aveva il senso del bello, come gli artisti; era sagace, intuitivo, organizzatore perfetto; la sua anima possedeva il dono di conquistare le anime; era anche un discernitore di prim'ordine; sicchè quando aveva messo gli occhi addosso a qualcuno e aveva detto: «È quello che fa per me», non c'era più nulla da fare.
Mons. Enrico Marano, appartenente al cenacolo di quel San Francesco redivivo che fu il P. Ludovico da Casoria, era un uomo eccezionale che avvinceva i giovani ed edificava tutti. Ma la sua grande vocazione era, senza che egli neppure lo supponesse, il pergamo. Era un oratore dalla parola magica in cui sentimento e idee si armonizzavano in maniera meravigliosa. «Questo, disse Don Bartolo, è l'uomo che fa per me!» E lo portò a Pompei! Là Mons. Marano si innamorò dell'opera, e per trentacinque anni ininterrottamente il fiume della sua travolgente eloquenza scorse nel Santuario di Maria, scuotendo e inebriando una moltitudine innumerevole di anime.
Ma, come sempre, inesauribilmente geniale, Don Bartolo spinto dal desiderio di dare alla festa delle prime campane una nota tutta speciale, lanciava un invito a tutti i figli del Rosario, presenti o assenti, vicini o lontani, perchè in quell'ora benedetta in cui per la prima volta la squilla di «Maria Rosaria» echeggiava nel muto anfiteatro e per la deserta città pagana, salutassero la loro tenera Madre, la loro cara Regina, con un fremito di venerazione, con un palpitò d'amore.
Era il preludio della Supplica, il primo annunzio di quella che il Servo di Dio stesso avrebbe definito l'ora del mondo.
Nel successivo settembre Leone XIII, il grande Pontefice delle rivendicazioni operaie ma anche della divozione alla Madonna, dichiarava il Rosario la prima divozione delle famiglie cristiane e l'arma più invitta per salvare la società, invitando i fedeli a consacrare alla Vergine del Rosario l'intero mese di ottobre. Nello stesso mese concedeva l'indulgenza plenaria a chi, confessato e comunicato, avesse visitato la Chiesa del Santo Rosario di Pompei nel giorno 8 di ottobre, mentre il Vescovo di Nola richiamava l'attenzione di tutti i suoi diocesani sulla «ricca miniera di grazie e di celesti tesori aperta dalla Vergine nel Santuario di Pompei» e dava il suo giudizio, privato e prudente, in favore dei miracoli avvenuti in quei sette anni nel Tempio nascente.
Si può immaginare la raggiante e commossa gioia del Servo di Dio che vedeva coronate da un successo così superiore ad ogni aspettativa le sue sante aspirazioni, le sue pie fatiche, le sue ardenti speranze; l'entusiasmo con cui scrisse al Supremo Pastore per esprimergli la gratitudine sua e di tutti gli associati al Santuario; il fervore con cui si accinse a diffondere ed attuare le direttive e le esortazioni pontificie!
E’ probabile che siffatta gioia e tanto fervore lo distraessero ancor più del consueto dalle vicende della vita ordinaria, come accade sovente a chi è dominato da un pensiero o da un sentimento soverchiante; il fatto si è che una sera mentre i muratori che stavano sui palchi per i lavori di copertura, finita la loro giornata, gettavano giù da quell'altezza i ferri del mestiere, tra i quali una grossa mannaia tagliente che serviva per spaccare le pietre, Don Bartolo si trovò a transitar lentamente sotto l'impalcatura senza punto badare a quel che.... scendeva dall'alto.
La mannaia precipitò; e prima che lui potesse rendersi conto del pericolo, e gli altri facessero in tempo a levare almeno un grido, lo investì in pieno, sulla schiena, dalla parte tagliente. Un attimo, durante il quale tutti rabbrividirono di raccapriccio; egli stesso sentì alla gola un fiotto che doveva essere di sangue, e cadde «come corpo morto cade». Ma quale non fu lo stupore quando, accorsi per dargli aiuto, subito dopo quell'istante di sgomento, constatarono che era perfettamente incolume!....
.... Il giorno seguente riceveva dall'amico Vincenzo Pepe questo annunzio: «Ieri al tramontar del sole spirava Crocifissa Capodieci». Il lettore la conosce: era la virtuosissima donna di Latiano che, offertasi vittima al Signore, viveva in penitenza, circondata da unanime fama di santità.
Don Bartolo s'era recato a visitarla, l'ultima volta, in un momento decisivo della sua vita. La Santa vecchia era a letto; l'aveva ascoltato con attenzione e poi aveva proferito con grave lentezza una frase breve e saggia: «pensa a quel che fai». Di lì a un po' come animata da un subitaneo soffio di profezia gli aveva domandato «Come si chiama la gran Signora a cui tu servi a Pompei?»
- Regina delle Vittorie, aveva risposto Don Bartolo.
E lei subito, dando un pugno sul letto, con tono di sicurezza: «E trionferà! »
La segnalata grazia ricevuta nel giorno e nell'ora in cui la santa donna entrava nel gaudio del suo Signore, fu per Don Bartolo una sorprendente conferma della di lei benevolenza e della efficacia della sua intercessione. Perciò volle provvedere ai funerali a proprie spese e li desiderò particolarmente solenni.
Intanto in piena conformità di voleri col Vicario di Cristo aveva già tutto disposto perchè l'intero mese di ottobre fosse, nel Tempio di Pompei, degnamente celebrato in onor della Vergine; e quasi a ricambiare a Lui il dono inestimabile della Apostolica benedizione impartita a tutti i cooperatori del Santuario, trasfondeva la fiamma che gli divampava in cuore, in quella «Supplica alla potente Regina del SS. Rosario » che chiedendo a Maria di benedire il Papa e di concedere il trionfo della Religione e la pace all'umana società, era destinata a diffondersi su tutta quanta la terra e stringere in un sol cuore i palpiti di milioni di fedeli per la Madre celeste.
«La Supplica» è un vero incendio d'amore. Memore di quanto era riuscito ad ottenere l'8 maggio di quell'anno col suo appello ai figli del SS. Rosario, il Servo di Dio, investito da un sacro fiammeggiante ardore, componeva la preghiera che è insieme cantico ed invocazione, pianto e lirica sublime, per sciogliere in lacrime i cuori degli uomini e impietosire e vincere il gran cuore di Dio. E vi riusciva.
Da quel quattordici ottobre 1883, l'ora della Supplica alla Vergine di Pompei diventava davvero, come il suo autore stesso ebbe a dire più volte, l'ora del mondo; cioè l'ora in cui un esercito sterminato, stringendo nella destra la spada della preghiera diretta a Maria, sfidava Lucifero con gli angioli suoi, intonando un nuovo inno di guerra: «Ave Maria!».
Rappresentando essa l'umanità cristiana orante con una sola formula e ciò che più sorprende con un sol cuore, era già di per sè uno dei più notevoli fatti religiosi dell'epoca contemporanea; ma da quando è diventata cattolica nel senso teologico del termine, ossia da quell'8 maggio 1915 in cui la campana del mezzogiorno trovava in ginocchio nella Cappella Paolina circondato dalla sua nobile corte il Vicario di Cristo a far sua la preghiéra dell'apostolo moderno del S. Rosario, l'ora del mondo è diventata veramente anche l'ora di Dio. E due volte all'anno: l'8 maggio - giorno in cui fu posta, la prima pietra del Tempio fatidico, e la prima domenica d'ottobre, Festa della Regina del SS. Rosario, essa torna a scoccare radunando la Chiesa universale e chiamando la Madre di Dio «a miracol mostrare».


19 Apostolato moderno

Abbiamo già accennato alle idee ed ai progetti espressi dal Servo di Dio a proposito della stampa.
La stampa è un'arma che tuona più forte e arriva più lontano del cannone.
Con la Corona del Rosario in una mano e la penna nell'altra, Bartolo Longo era sicuro di poter fare grandi cose.
Mancava in Italia una pubblicazione qualsiasi che s'intitolasse al Rosario di Maria e ne facesse risuonare il dolce Nome in questa nazione, più di ogni altra privilegiata di Dio.
«Povera Italia! - esclamava fremendo - Non hai tu dunque un intelletto, un cuore, una mano, che si sacrifichi a divulgare fra le genti gli allori più freschi, colti nei più recenti trionfi della tua Regina?».
Ebbene, da Pompei sarebbe partita la squilla che avrebbe periodicamente portato a tutti i viventi le meraviglie che la divozione alla Regina del Rosario operava ormai non solo in Italia, ma nel mondo intero!
Si consultò con uomini di Chiesa e con anime molto avanti sulla via della perfezione, prese con­tatto, fra gli altri, con Tommaso Granello, allora Maestro dei Novizi domenicani a Ferrara, cuore tutto acceso d'amore per la Madonna; ebbe, come sempre, incoraggiamenti e delusioni; finchè maturato il progetto e sostenuto da autorevoli incitamenti, s'accinse alla compilazione d'un programma che rendesse nota e gradita la nuova pubblicazione.
«Sarà per essere - scriveva - un istrumento propagatore delle glorie del Rosario nel mondo, essendo il Rosario il sovrano rimedio ai mali che affliggono la civile società. E come ai tempi di S. Domenico il Rosario distrusse l'eresia albigese, lenì i barbari costumi, introdusse la pace nelle famiglie, nelle nazioni e nella Chiesa, cosi oggi confidiamo che per esso otterremo salvezza».
Il 26 gennaio 1884 presentava il suo programma all'Arcivescovo di Napoli che lo approvava per iscritto, con queste parole: « Cose gloriose son dette di Te, o Maria! Sia scritto ciò per la genera­zione avvenire! Bandite tra le genti la sua gloria ».
Otto giorni dopo Don Bartolo era a Roma per implorare sul nascituro periodico la benedizione del Vicario di Cristo.
Il Segretario di Stato di S.S., Card. Jacobini, a sentir parlare di un periodico destinato ad elen­care grazie e prodigi, fece un gesto di stupore e insieme di sgomento, esclamando: «Un giornale di miracoli?!... a questi tempi!...». «Ma noi - commentava Don Bartolo - avevamo fede nella Madonna! ».
Fede - aggiungiamo noi - di quella che è capace di muovere anche le montagne.
Il 3 febbraio veniva ricevuto in privata udienza dal Papa. Il Servo di Dio offriva a lui una foto­grafia miniata della Vergine e con ardente parola gli illustrava le origini sia del Quadro che dell'ope­ra Pompeiana. L'augusto vegliardo ascoltava tra l'attonito e il festivo, e dal fondo della stanza dov'era, si fece presso la finestra per osservar meglio la sacra efge, mentre Don Bartolo, sempre più infiammato, gli andava esponendo il suo divisamento di dar luce ad un periodico che doveva, come tromba, bandire a tutti i venti le meraviglie e le grazie che la Vergine dispensava dalla Valle di Pompei al mondo intero, intentendo così di promuovere la divozione al Santo Rosario e suscitare la fede nella protezione della Regina delle Vittorie.
Il Papa lo fissava con sguardo vivo e penetrante. Quando il Servo di Dio ebbe finito, Egli pacatamente gli disse: «È un giornale molto difficile; non ve ne ha esempio in Italia; ve ne ha solo qualcuno in Francia... Occorrono anzitutto buoni collaboratori.
Don Bartolo rispose che primo collaboratore era l'Abate Giuseppe Prisco, suo maestro.
«Bene! - esclamò il Papa di scatto, come chi intenda cogliere un pensiero risoluto fra dubbi e incertezze - Benedico le vostre intenzioni e la vostra nuova impresa».
Il 17 marzo successivo, sotto il patrocinio di S. Tommaso di Aquino, vedeva la luce «Il Rosario e la Nuova Pompei».
L'apparire del periodico suscitava, com'era da aspettarsi, sentimenti i più contrastanti. I miscre­denti tacciarono Bartolo Longo di voler speculare sulla credulità del popolo minuto e lo tacciarono di ipocrita e di imbroglione; i «buoni cristiani» crollarono il capo in segno di compatimento per quel meridionale illuso e fanatico.
Ma il Papa gli rinnovava la sua Benedizione speciale, in scritto, a mezzo del suo Segretario di Stato, « perchè vi traesse stimolo a proseguire nella lodevole impresa e perchè gli fosse di con­forto nelle afflizioni ed amarezze che nei malau­gurati nostri tempi procura agli scrittori catto­lici la difesa dei diritti della Chiesa e de' suoi principi».
Dopo soli tre anni i quattromila abbonati su cui Don Bartolo aveva fatto affidamento per il lancio del Periodico eran già trentamila, e progredirono con ritmo così accellerato che a distanza di appena due lustri egli poteva affermare: «Tutta la terra è avvampata dall'amore e dalla più tenera devozione alla nostra eccelsa Regina, ed il suo celeste Rosario si recita, dall'uno all'altro capo del globo».
Vivente ancora lui, «Il Rosario e la Nuova Pompei » superava già i centomila abbonati; ed oggi, all'età in cui un Periodico dovrebbe essere decrepito o, più probabilmente morto e seppellito -, è ancora vivo e vitale, diffuso in tutte le parti del mondo sino alle più lontane e impervie regioni.
Segno che la forza umana è sostenuta e corrobo­rata dall'assistenza divina. Ma neppure questa nuova forma di attività fu sufficiente a quietare lo spirito di Bartolo Longo, assillato dalla bramosia propria dei santi, di far sempre di più e di salir sempre più in alto. Fin dalla sua prima visita a Pompei era rimasto dolorosamente impressionato dallo stato di abbandono e di demoralizzazione non solo degli adulti ma anche e saprattutto de' fanciulli di quella contrada, privi di ogni cura, di ogni educazione e di ogni ammaestramento religioso.
Lo spettacolo della fanciullezza abbruttita fa più di ogni altro sanguinare il cuore; e un cuore come quello di Bartolo Longo non poteva non esserne straziato.
Di qui, fin da allora, la preoccupazione di rime­diarvi.
Abitava a quei giorni in Pompei una povera vedova con due figli, uno d'indole buona e l'altro invece proclive al male. Il primo andava qualche volta in Chiesa e pregava la Madonna, l'altro non vi entrava mai e bestemmiava senza ritegno.
Un giorno i due fratelli vennero fra loro prima a contesa e poi a baruffa e a percosse in seguito alle quali il buono si ammalava e moriva. Nel delirio della febbre egli era tormentato da sinistre visioni e di quando in quando gemeva: «Che vuole da me questa brutta figura?» Tornato poi alquanto in sè e sentendosi vicino a morire, disse a sua madre: «Mamma, io vorrei morire unito con Dio!... Che cosa dovrei fare per confessarmi? Si deve pagare qualche cosa? ... »
- Io - rispose la mamma - non ho mai pagato nulla! - Allora - soggiunse il morente - voglio confessarmi anch'io!.... E confessatosi, spirò placidamente.
Il poverino ignorava perfino che i Sacramenti della Chiesa si amministrano gratuitamente. Ma quanti fanciulli ignorano addirittura chi li ha creati e qual'è il fine supremo della vita!... Dunque ciò che più d'ogni altra cosa urgeva era il dissipare le tenebre dell'ignoranza religiosa, cagione dei più tremendi mali e delle più atroci sventure individuali e sociali, come giustamente pensavano i Santi di cui aveva letto la Vita, i suoi consiglieri e direttori di spirito ed il saggio e zelante Vescovo di Nola.
Sul fianco sinistro della Chiesa aveva fatto costruire, come s'è detto, un'ampia stanza che nell'ottobre del 1881 era stata trasformata in Cappella della Madonna del Rosario. Qui, al cominciare del 1882, Don Bartolo radunò nel pomeriggio della domenica una ventina di ragazzi (la prima schiera) da lui stesso raccolti lungo la strada, per istruirli nella Dottrina cristiana.
Ma si accorse ben presto che tenerli a dovere era una impresa pressochè disperata. Peggio che tenere un sacco di gatti!
Chiese allora man forte ad un buon uomo di nome Gennaro Perillo che frequentava assiduamente la Chiesa, rispondeva a tutte le preci, sapeva recitare il Rosario e conosceva anche buona parte del Catechismo.
Il Perillo accettò di prestargli aiuto e le cose cominciarono ad andare assai meglio. Non però come Bartolo avrebbe desiderato, perchè mentre egli ambiva ad impartir loro una istruzione reli­giosa elementarmente completa, i più si squagliavano appena imparato alla meglio i primi ru­dimenti della fede.
Allora il Servo di Dio, inesauribile ed instancabile, ricorse ad un nuovo espediente.
A Pompei non v'erano scuole; e lui, per far sì che non disertassero la lezione di Catechismo, dette voce che a chiunque fosse andato di sera a trovarlo avrebbe insegnato a leggere e scrivere. Insomma, mise su una scuola serale!
Secondo il detto popolare «non si fan nozze coi fichi secchi»; ma coi fichi secchi Don Bartolo fece qualche cosa di meglio.
Una sera più rigida del solito, sentì che due monelli malcoperti tossivano forte e con insistenza. Da Latiano gli era arrivato in quei giorni un ce­stino di fichi secchi cotti al forno. I fichi secchi di Puglia, per chi non lo sapesse (è lui stesso che ce lo avverte), sono eccellenti e, messi al forno, hanno un sapore delizioso. Non avendo altro diede a quei suoi alunni, come calmante, alcuni di quei fichi. Fu... la scoperta del mondo nuovo! Da quella sera infatti la scuola catechistica prese un promet­tente sviluppo e, oltre che dai ragazzi, cominciò ad essere frequentata anche dai genitori.
Don Bartolo non avrebbe mai creduto che i fichi secchi fossero così potenti da muovere tutto un popolo.
L'appetito vien mangiando. È un detto popolare anche questo e nei detti popolari è riassunta la sapienza dei secoli.
Il concorso di tanti uomini e donne nel fior dell'età e l'attenzione che essi prestavano alle spiegazioni, suggerì a Don Bartolo di organizzare un corso di lezioni di catechismo per adulti affidandone la direzione a zelanti sacerdoti. In pari tempo dette alla scuola un assetto definitivo separando i maschi dalle femmine e suddividendoli in classi. Dato l'intervento, diciamo così, totalitario degli abitanti, piccoli e grandi, c'era da confidare che la Valle si sarebbe presto completa­mente rinnovata perchè non c'è altro che, come la formazione religiosa, contribuisca a riformare le idee, i costumi e le abitudini.
C'era, però, un guaio! Dopo la lezione, i ragazzi in modo speciale si sbandavano per le strade e spesso perdevano tutto il frutto acquistato a scuola. Per rimediare a questo inconveniente il Servo di Dio fece allora circondare da muro un'ampia estensione di terreno e cominciò a condurveli perchè avessero agio di divertirsi moderatamente e onestamente sotto la vigilanza di alcuni suoi coadiutori. Consapevole, poi, della singolare efficacia della musica e del canto per l'educazione del sentimento religioso, valendosi della sua competenza in materia, compose una raccolta di laudi ed inni alla Madonna e li fece imparare prima ai ragazzi e poi a tutto il popolo rendendo così più attraenti e più solenni le sacre funzioni.
Si trattava, come il lettore ha facilmente compreso, di un Oratorio in perfetta regola. E il suo fondatore alcuni anni dopo poteva vantarsi di essere riuscito - coi fichi secchi, con l'aiuto dei secolari, coi giochi del giardino, col canto e... con una sufficiente dose di pazienza - a fondare una scuola catechistica fra le più importanti di quella contrada benedetta.
Per la verità, dai «fichi secchi» era passato ben presto ai vistosi premi in denaro, distribuiti con larghezza ed all'offerta gratuita, ai bisognosi, dell'abito per «quelle prime Comunioni» che erano per Pompei un avvenimento straordinario e commovente.
Poi... passò anche ad altro; iniziando - proprio con l'insegnamento della Dottrina Cristiana ai fanciulli - la grande opera sociale che avrebbe fatto di Pompei un faro luminoso di civiltà cristiana.
«Nel nostro concetto di educatori cristiani - vi era il disegno di servirci dei vari mezzi della civiltà per condurre alla religione, e del lavoro e dell'istruzione per attrarre alla fede». Pertanto infondere nell'animo del fanciullo amore al lavoro e dargli al tempo stesso un grado di istruzione più consona ai tempi, era l'intento a cui rivolgeva ora il pensiero e le premure.
Nel 1880 il Ven. Padre Ludovico incontratolo per caso in una via di Napoli e saputo che « stava a Pompei e lavorava per quella Chiesa», gli aveva detto: «Quella è vera opera di Dio. Andrai bene innanzi se avrai fede e costanza, e compirai l'opera. In sul principio credei che fosse effetto di entusiasmo, e dissi che la cosa non sarebbe durata, nè menata a termine; ma oggi ti dico che quella è opera di Dio. Io ti benedico in tutti i passi, in tutte le intenzioni e in tutte le cose tue».
Nel 1884, il medesimo, apprendendo la notizia della pubblicazione de «Il Rosario e la Nuova Pompei», lo consigliava ad impiantare addirittura una tipografia e stamparlo a Valle di Pompei.
« Prendi con te dei fanciulli orfani e derelitti - aggiungeva con quella risolutezza che caratterizza gli spiriti assorti in Dio - educali, e stampa con essi il giornale e i tuoi libri».
Ed all'obiezione mossagli da Bartolo Longo, di non trovare là nè macchine nè artefici, rispondeva: «Ti manderò una macchina nuova da stampare che ho a Roma e non serve per le opere; ti manderò pure i caratteri; tu intanto pensa ai fanciulli».
In seguito a questo autorevole incitamento, il Servo di Dio fin dal primo numero del Periodico dava notizia di una casa di lavoro per i fanciulli della Nuova Pompei.
La Tipografia infatti veniva quasi immediatamente impiantata. Modestissima; composta soltanto di una macchina celere e di una pressa a percussione; ma in capo ad un triennio il macchinario veniva più che triplicato, e con macchine venute dall'estero, delle migliori che allora si conoscessero; e il lavoro diventato così importante e complesso da richiedere un direttore, scelto nella persona di Ludovico Pepe, erudito e letterato oltre che versatissimo nell'arte tipografica.
Nel frattempo sorgeva anche una legatoria con doppia sezione, maschile e femminile, volendo il Servo di Dio dar subito pane e lavoro sia ai fanciulli che alle fanciulle pompeiane; e «l'insieme» si poteva già dire un'officina d'arte da figurare degnamente persino nelle esposizioni.
Si sa che l'arte tipografica e del libro esige in chi la apprende o la esercita un certo grado di cultura: per mettere gli allievi in condizione di disimpegnare bene i compiti loro affidati, Don Bartolo ideò (precorrendo i tempi) una scuola serale a carattere industriale, frequentata da una cinquantina di alunni cui egli provvedeva gratis libri, carta e tutto l'occorrente.
Il prodigioso uomo santamente gioiva di questi progressi e tanto più se ne rallegrava in quanto «non
era alcun privato interesse che lo muoveva, ma solamente l'amore di Maria delle anime innocenti, l'amore della verace civiltà dei nostri simili».
E furon proprio questi tre amori, fusi come un sol palpito, che lo spinsero a creare quella che doveva essere la prima opera di cristiana carità in Valle di Pompei, cioè un Asilo che raccogliesse le miserie - ma le miserie innocenti - che sarebbero la rovina loro e di tanti se lasciate nella ignoranza e nella brutalità.
Fin dal 1878, quando l'erezione del Tempio era ancora agli inizi, con chiara percezione dell'avvenire e col coraggio con cui i santi son soliti sfidare lo scetticismo e la diffidenza del mondo, non esitava ad affermare che «l'opera santa di Pompei non era soltanto un atto di fede e di amore cristiano, ma anche l'espressione vera del Cattolicismo»; ora passava, gradatamente ma con decisione, dalle affermazioni alle realizzazioni.
Seguendo da vicino la vita dei suoi operai e dei poveri campagnoli di Valle, aveva notato con pena che molti di essi per guadagnarsi il pane erano costretti a lasciare durante la giornata, i loro figli in balia di se stessi. Ed eccolo, proprio, nel giorno della Festa del Rosario del 1884, a spalancare le porte dei locali contigui al nuovo Tempio per accogliervi i bambini e le bambine del contado.
Era l'Asilo! Opera quanto mai necessaria, al mantenimento della quale ben volentieri destinava i proventi delle sue pubblicazioni, non solo, ma anche quelli della tipografia e della legatoria, mentre quelli del Periodico erano impiegati nelle decorazioni del Santuario e nel provvedere pane, indumenti e non di rado anche letti completi alle famiglie più bisognose.
Con l'aiuto prezioso della signorina Giuseppina Malatesta, direttrice delle scuole di Suor Orsola in Napoli, ne attivò il funzionamento secondo i più moderni criteri educativi e didattici, ne formò due sezioni - una per i maschi e l'altra per le femmine - e ne fece le due prime e più belle perle da incastonare nella splendita corona della gran Signora di Pompei. Le inaugurò solennemente il 6 novembre 1886 nell'intento di far partecipare i piccoli in forma, diremo, ufficiale alla chiusura del mese consacrato al Rosario, fissata per il giorno dopo.
Infatti al primo tocco del mezzogiorno il gruppo ragguardevole degli invitati, fra i quali figuravano membri illustri del patriziato napoletano, entrava nelle sale degli Asili dove centoventi creaturine, tutte vestite di bianco si presentavano allo sguardo dei visitatori offrendo loro un gaio e pittoresco spettacolo.
Il Servo di Dio parlò con un tono di voce che la commozione rendeva pacata e sommessa, elevò un saluto alla civiltà che nella Valle già squallida e deserta veniva a intrecciare i suoi trionfi ai trionfi della religione, inneggiò alla cristiana carità e non tralasciò di ricordare ai convenuti che «quattro anni addietro il loro piede non avrebbe calpestato altro che rape e lupini e che quelle ampie sale eran soltanto - se ancor c'erano! - nella immaginazione di un animo più che fervido». Ciò che allora parea follia, sperare, ora era una consolante realtà; e in quella schiera di innocenti egli intendeva offrire alla Chiesa ed alla società civile il germe di un futuro popolo di santi figli e di probi cittadini.
Perciò li educava alla fede, alla preghiera e all'amore per la Madonna; perchè è la fede che salva, è l'amore che edifica! E la preghiera quotidiana di una schiera di anime innocenti è il mezzo più valido per forzare il cuore di Dio ed ottenere ogni grazia.
«Noi faremo inginocchiare davanti alla Madonna queste innocenti creaturine dall'anima più bianca dei loro canditi grambiulini - esclamava accalorandosi e fremendo - Noi faremo la prova di vedere se quel santo Bambinello Gesù dall'alto delle ginocchia materne saprà rifiutarsi alle preghiere che la Sua Madre farà insieme coi bambini che intercedono pei loro benefattori lontani».
...E Gesù mostrava, possiamo dire ogni giorno, di «non sapersi rifiutare» nè alle preghiere della Madre nè a quelle dei piccoli... E nemmeno alla amorosa fede dell'apostolo di Pompei, Bartolo Longo.


20 L'Italia in fiamme

Nel 1885 il cuore del Servo di Dio subiva il colpo di due perdite dolorosissime, di quelle che non si rimpiazzano: la morte del Venerabile Padre Ludovico da Casoria e quella del Padre Radente. Appena un anno prima il P. Ludovico, miracolosamente guarito per intercessione della Vergine del Rosario di Pompei da gravissima infermità si era recato pellegrinando al Santuario per sciogliere il voto fatto durante la malattia mortale. «Noi - scrive B. Longo - lo vedemmo arrivare in quella grigia mattina del 17 marzo... stringeva fra le mani il bordone del pellegrino e la Corona del Rosario; e benchè tutto cosparso di polvere, ci sembrò ancor più animato e più bello, perchè il suo sguardo per solito calmo e tranquillo, quel giorno era acceso e quasi febbrile...» A Pompei il redivivo S. Francesco d'Assisi non solo si era prostrato dinanzi alla Vergine, immobile, rapito, come trasfigurato dalla estasi dell'orazione, ma per aderire all'ardente desiderio dell'amico aveva anche solennemente eretto nella Cappella della Vergine prodigiosa la Via Crucis e lo aveva grandemente consolato esortandolo ad abbandonarsi completamente alla Provvidenza, con quel calore di convinzione di cui aveva alimentato le sue molteplici e audaci opere benefiche.
Pertanto aveva detto a Don Bartolo: « Oggi i figli hanno spogliato il Padre de' suoi dominii, ebbene, altri figli devono ridarglieli. Oggi hanno tolto al Papa e Chiese e Conventi; ebbene, tu in questa terra devi erigere una Chiesa monumentale, devi fabbricare un Convento, e devi dare tutto al Papa, Bartolo ricordalo».
Ora - ai 30 di marzo del 1885 - il santo se ne partiva da questa, terra, onusto di meriti, senza che il discepolo potesse raccogliere dalle sue labbra l'ultima benedizione. «Abbiamo perduto un padre, un benefattore, un santo» - esclamava Don Bartolo - E si confortava solo al pensiero di avere acquistato per sè e per le opere sue un valido intercessore nel Cielo.
Tre mesi prima, e cioè il 5 gennaio, il Signore aveva chiamato a sè il Padre Radente «l'amico verace, il consigliere unico, il vero Angelo custode» dell'anima di Bartolo Longo, appena di ritorno a Napoli da Pompei dove aveva solennizzato la nascita del celeste bambino.
A lui Don Bartolo doveva molto di sè: l'essersi ritratto dallo spiritismo, l'essersi consolidato nei santi propositi e approfondito nella dottrina del Rosario... Perciò all'annuncio della sua scomparsa il Servo di Dio fu preso da un senso di angoscioso sgomento. Ma fu un attimo solo; dopo di che, riflettendo che l'opera era tutta di Maria e che gli uomini non sono che penne in mano dello scrivente o ventilabro in mano dell'agricoltore, riprese a camminare con animo più intrepido che mai. ...E il suo «camminare» - visibilmente guidato dai due spiriti eletti - si trasformò in una marcia trionfale.
L'idea sua di dar vita a un orfanotrofio, agli asili infantili ed anche ad una casa di lavoro gli consigliava di orientarsi visitando altre opere del genere già in attività nelle varie regioni e in pari tempo gli offriva l'opportunità di conoscere di persona anche i principali zelatori dell'Opera di Pompei e di infervorarli di più con la sua infuocata parola.
Pertanto a primavera si mise in viaggio fissando come prima tappa Roma, dove l'Opera aveva trovato fino dal 1881 una fervente zelatrice nella Contessa Elena Soderini Cotogni e dove l'anno prima la celeste Regina aveva compiuto un prodigio strepitoso ridonando la sanità alla diciassettenne Maria Galizzi, paralitica per spinite.
Infervorati gli animi e raccolti nuovi associati, si diresse verso Siena, la patria della sua Santa prediletta, ove dimorava Francesco Desideri, anche lui miracolosamente strappato alla morte e perciò divenuto zelatore entusiasta ed attivo; e insieme a questo fedelissimo amico la mattina del 29 maggio 1885 iniziava il suo pellegrinaggio ai luoghi santificati dalla vergine senese ed anche agli istituti di educazione di cui Siena era particolarmente ricca.
Da Siena, che gli aveva procurato emozioni sublimi ed incancellabili, si recava a Genova, già segnalatagli per straordinari favori ottenuti dalla Madonna invocata col titolo di Regina del Rosario di Pompei, e dove prosperava un Istituto di orfanelle, chiamato la piccola Casa della Provvidenza, affidato alle Suore Terziarie domenicane e diretto allora dal P. Mariano Rossi, per merito del quale il sacro fuoco del bell'amore alla Madonna di Pompei stava diventando un grande incendio.
Quando il Servo di Dio vi arrivò, la città era ancora salutarmente scossa da un prodigio avvenuto l'8 maggio di quello stesso anno proprio nell'ora di mezzodì, durante la recita della Supplica, sulla collina d'Albaro dove, nel Collegio delle Dorotee, Suor Maria Corradi era istantaneamente guarita da un male concordemente ritenuto incurabile. In seguito a ciò i Padri Domenicani avevano voluto fare atto di pubblico riconoscimento alla Vergine del Rosario esponendo nella loro Chiesa una copia dell'Immagine della Madonna di Pompei; e l'inaugurazione aveva luogo il giorno 7 giugno alla presenza del Servo di Dio che ebbe così modo di assistere alla gloriosa apoteosi della sua celeste Signora.
Da Genova passò in Piemonte: prima ad Asti dove radunò gli associati e i benefattori e visitò l'opera Michelerio, poi a Torino, in particolar modo per visitare quel miracolo vivente e costante che è la Piccola Casa della Provvidenza fondata da S. Giuseppe Benedetto Cottolengo e le istituzioni di Don Bosco.
Benchè molto sofferente e vicino al termine della sua preziosa esistenza, Don Bosco continuava a dedicarsi all'apostolato dei giovani e i due uomini di Dio si incontrarono.
Don Bartolo trovò il Santo in mezzo ad un fitto stuolo di alunni. L'accoglienza fu quanto mai affettuosa e cordiale: appena l'apostolo della devozione al S. Rosario che nutriva per l'apostolo della gioventù entusiastica ammirazione, fu solo con lui nella sua cella, gli domandò: «Don Bosco, presto, dimmi il tuo segreto; come hai fatto a conquistare il mondo?» «Caro Avvocato - gli rispose il Santo - il mio segreto è questo: mando il mio giornale a chi lo vuole e a chi non lo vuole!»
- Ho capito tutto - esclamò Don Bartolo. - E da allora anche il suo Periodico «Il Rosario e la Nuova Pompei» arrivò a chi lo pagava ed anche a chi non lo pagava.
A Torino come altrove il viaggio di Don Bartolo continuava a procurare all'Opera di Pompei successi insperati: Vescovi e Sacerdoti, nobili famiglie e gente del popolo facevano a gara a stringersi attorno a lui per udire dal suo labbro i portenti della misericordia e della potenza della Regina del Rosario.
Ma non doveva mancare, in mezzo a tanta esultanza, la nota caratteristica delle opere divine la sofferenza e la contrarietà.
Don Bartolo fu preso da quei dolori viscerali che erano lo strazio del suo povero organismo. Finchè potè resistette, ma alla fine dovette cedere. Modificando allora l'itinerario prestabilito, da Torino passò senz'altro a Bologna, soprattutto per visitare la tomba di San Domenico, e di lì a Firenze - dove potè radunare una schiera numerosa di amanti dell'Opera pompeiana - e a Fiesole, al Convento di S. Domenico, per incuorare i giovani aspiranti di quel Collegio a divenire novelli apostoli del Rosario.
A Firenze doveva, forzatamente, concludere il suo viaggio attraverso l'Italia e tornarsene a Napoli. Il suo fisico era straziato; ma il suo spirito traboccava di santa esultanza perchè portava con sè la prova che «il fuoco del Vesuvio e il gelo delle Alpi si confondevano insieme ad inneggiare a Maria».
L'Italia tutta andava in fiamme per amore della Madonna!
Era dunque naturale che il Servo di Dio desse nuovo impulso al suo ardore nel portare a compi­mento quel Santuario a cui convergevano ora la mente e il cuore di migliaia di cristiani. I templi pagani di Pompei testimoniavano ancora, coi loro avanzi, la loro magnificenza e il loro splendore; ed eran sorti per onorare gli Dei falsi e bugiardi! Potevasi badare a sacrifici e lemosinare in generosità per onorare la Madre del Dio vero?
Lo straordinario afflusso dei fedeli, specie nelle feste annuali di maggio e di ottobre, aveva già reso necessario l'ampliamento del Tempio, costruito in un primo tempo, come s'è visto, in proporzione soltanto al numero degli abitanti di Pompei o poco più. Il desiderio di farne un monumento d'arte e di fede in onore della Celeste Regina aveva spinto il Servo di Dio a decorarlo sontuosamente e l'arduo compito era stato affidato all'architetto Giovanni Rispoli. Ma egli ne voleva fare addirittura una visione incantevole, anzi paradisiaca, destinata a rapire lo sguardo di chi, entrando nel Santuario, lo sollevasse in alto verso la cupola. E il danaro non era mai sufficiente, e le ostilità da parte di chi è abituato ad agire secondo i canoni della umana prudenza, diventavano addirittura aggressive.
Fortunatamente l'8 maggio del 1884 la Vergine dava un nuovo segno del suo compiacimento per quanto si faceva in onor suo a Pompei graziando la signorina Fortunatina Agrelli, e il prodigio suscitava una nuova ondata di incontenibile trasporto verso il Santuario pompeiano. Otto giorni dopo arrivava a Pompei dalla Toscana una famiglia che per grazia ricevuta si spogliava di tutti gli ori e oggetti preziosi e disponeva che il ricavato dalla vendita dei medesimi fosse speso per il compimento del Santuario. Per cui i lavori, che erano stati momentaneamente sospesi, venivan ripresi e portati a termine con la massima celerità.
La festa dell'ottobre del 1884 aveva in tal modo segnato il compimento della decorazione della cupola e della volta e, nei piani del Servo di Dio, quella del 1885 doveva registrare il compimento artistico dell'abside. Ma egli, mai sazio di onorare la sua diletta, come accade a chi ama davvero, già si domandava a che avrebbe servito tutto quel lavorio di arte cristiana se non per essere lo sgabello del Trono su cui si sarebbe assisa clemente e benigna la Regina del Rosario. Malgrado le proteste e le persecuzioni lanciava attraverso il Periodico un nuovo appello ai fratelli e sorelle del Rosario, suscitando un nuovo plebiscito di fede e di amore alla Regina dell'universo, superiore ad ogni speranza. Ben millecinquecentoventi città di tutte le provincie d'Italia ed oltre novanta di nazioni straniere risposero a quel grido di fede mandando l'obolo del loro amore con piena fiducia nell'uomo che nulla chiedeva per sè e che s'era fatto povero spogliandosi di tutto, sino ad elemosinare di porta in porta il soldo per amor della Vergine.
Cosi l'artistico trono prezioso sul quale si asside ancora oggi la Regina delle Vittorie, al di sopra dell'altare sontuoso e imponente, veniva costruito a tempo di primato.
Ma esso non era ancora ultimato che già l'irresistibile apostolo lanciava un nuovo appello per la costruzione del sacro Ciborio, una vera «domus aurea»; una casa d'oro massiccio dalla porta tutta cesellata di gemme e di pietre preziose; e la innumerevole famiglia dei devoti rispondeva ancora all'appello con tale prontezza e generosità da consentire a lui di realizzare il suo ideale nel più breve tempo possibile. L'Italia andava in fiamme davvero, e per merito di questo uomo tutto fuoco il cui fascino travolgente era già di per se stesso un prodigio.


21 Eloquenza dei fatti

Nessuno di coloro che erano stati testimoni degli umili inizi dell'Opera di Pompei avrebbe potuto immaginare che essa in così breve giro di anni avrebbe richiamato sopra di sè l'attenzione dell'Italia e del mondo. Neppure Bartolo Longo ardiva sperarlo.
Ma è un fatto che le grazie ricevute per intercessione della Vergine del S. Rosario, da quarantadue nel 1880 salivano a novecentoquaranta nel 1885; conseguentemente aumentava di anno in anno il numero dei pellegrini e, coi pellegrini, aumentavano le offerte e i doni, quadri e arredi sacri, alcuni dei quali di eccezionale valore intrinseco ed artistico, tutti eloquente testimonianza di gratitudine alla Vergine e di completa fiducia nel Servo di Dio.
Arrivavano spesso a Pompei per prostrarsi ai piedi della Vergine miracolosa anche alte personalità laiche ed ecclesiastiche, parlamentari insigni, Vescovi e Principi della Chiesa... Un giorno vi arrivò anche, gravemente appoggiato al suo bastone, il Card. Massaia, il leggendario Missionario dell'Africa; e il 9 ottobre 1886 a piè del Trono della Madonna del Rosario si prostrava Mons. Marini, Cameriere Segreto partecipante di Papa Leone XIII, mentre l'augusto Pontefice avvalorava l'opera di Bartolo Longo prodigando sul Santuario tesori spirituali di privilegi e di sante Indulgenze con ripetuti Brevi e Rescritti.
Intanto dal fiorire del Tempio e delle Opere di Bartolo Longo attingeva vita e vigore la nuova Pompei che per merito del suo insigne benefattore aveva prima una «fermata del treno», poi la stazione
ferroviaria, una «Collettoria postale» diventata più tardi un ufficio vero e proprio e, nel 1886, anche l'Ufficio telegrafico mentre la tipografia di cui abbiamo già fatto cenno dava, direttamente o indirettamente, lavoro e benessere all'intera popolazione.
La valle desolata si avviava a diventare una ridente borgata ove «i benestanti» costruivano volentieri nuove case per i loro coloni e palazzine per la propria villeggiatura.
Posta e Telegrafo rappresentavano un bel progresso per quella buona gente fino allora completamente tagliata fuori dal mondo; ma costituivano anche una necessità improrogabile quando si pensi che a Don Bartolo nel 1883 arrivavano diecimilaquattrocento lettere e nel 1887 trentamilanovecento, che è come dire quasi un centinaio al giorno.
Anzi, un afflusso di corrispondenza giornaliera così straordinario impose a Bartolo Longo anche l'ampliamento degli Uffici di segreteria ai quali sulle prime non aveva affatto pensato. D'altra parte come avrebbe potuto prevedere che l'opera prendesse in breve tanto sviluppo?
Ma ora che il provvedimento si imponeva non tardò a metterlo in atto; e in un primo tempo si valse delle pie e colte figlie del Duca di Vietri Caracciolo, offertesi gratuitamente per sbrigare la corrispondenza, di qualche amico fidato e volenteroso e, per cose di maggior importanza e lavori di concetto, di ottimi sacerdoti quali i fratelli Federico e il P. Radente, cui si aggiungevano Don Giuseppe De Bonis, intelligenza non comune e anima grande sempre pronta ad abbracciare ogni sventura ed ogni bisogno.
Più tardi poi, in vista delle sempre crescenti necessità, gli uffici furono perfezionati fino ad avere, nel 1887, ben sei segretari che bastavano appena al disimpegno dell'immane lavoro.
Su questa mistica primavera foriera di frutti ubertosi, il grande Leone XIII faceva discendere ancora una volta, la sua Benedizione, propiziatrice di doni celesti ricevendo nuovamente, nell'aprile del 1886, Bartolo Longo e trattandolo con benevo­lenza più che paterna.
Parrebbe dunque che la «navicella pompeiana» con al timone un uomo tanto audace quanto sicuro, potesse ormai filare tranquilla, spinta dalla favorevole aura del consenso generale e dei mol­teplici aiuti.
Ma il demonio non sarebbe più il demonio se quando vede una navicella del buon Dio solcar le onde a vele gonfie non le sollevasse contro almeno una tempesta. E poichè deve aver capito che per un timoniere della forza di Bartolo Longo una tempesta sola era poco, gliene scatenò contro due, una più tremenda dell'altra.
A suscitar la prima si servì di un prete, certo Fabrizio D'Auria, proprietario e direttore del giornale «La campana di mezzodì» che si pubblicava nella cittadina di Scafati, distante da Pompei soltanto due chilometri.
Costui, natura tipicamente meridionale, come Bartolo Longo, ma non come lui ricco di fede e di ardente carità malgrado l'abito sacro, pensò che il nascente Santuario avrebbe potuto offrire al suo giornale la buona occasione di fare ottimi affari se il Servo di Dio se ne fosse servito come organo di propaganda e di diffusione per tutto ciò che lo riguardava.
«La campana» si trovava in brutte acque e il suo direttore era pieno di debiti e di pensieri; Pompei e Bartolo Longo sarebbero stati la salvezza. Egli dunque si recò dal Vescovo e gli suggerì di invitare Don Bartolo a far del suo giornale l'organo della nuova Pompei.
Il Servo di Dio che aveva le sue buone ragioni per non fidarsi nè del giornale (del tutto inadatto allo scopo), nè del suo direttore (carico di debiti e non da tutti ben visto), rispose di no.
Di qui... il finimondo!
Il D'Auria, addirittura accecato, si dette ad accusare pubblicamente Bartolo Longo tacciandolo di imbroglione e di profittatore, invitandolo a rendere conto delle offerte che riceveva (come se il Servo di Dio non lo facesse già, o fosse tenuto a presentare i resoconti proprio a lui) e - valendosi dell'elenco degli associati al novello Tempio, carpito chissà con quali raggiri - giunse persino a stampare e spedir loro un nuovo periodico «Il Rosario di Maria», vantandosi di essere lui l'interprete fedele del movimento religioso sorto attorno al novello Santuario. E poichè il Servo di Dio fece noto agli associati, a mezzo della stampa, che la opera sua nulla aveva in comune con il periodico «Il Rosario di Maria » che si spacciava per organo della Chiesa di Pompei (ed era, come ognuno comprende, il meno che potesse dire), l'energumeno, vistosi scoperto ne' suoi raggiri, minacciò addirittura di infamarlo manifestando, su «La Campana» il suo proposito di smascherare chi fino a quel momento «aveva avuto premura di far vedere la luna nel pozzo ».
Il Vescovo, preoccupato di non far nascere scandali che avrebbero potuto recar danno al proseguimento del Santuario propose allora a Don Bartolo pro boro pacis, di accogliere il D'Auria nell'amministrazione della Chiesa assegnandogli uno stipendio mensile...
Ma Bartolo Longo respinse con orrore e santo sdegno la proposta che, se anche fatta dal Vescovo con retta intenzione, avrebbe potuto apparire agli occhi del pubblico come il gesto avvilente di chi tappa all'avversario la bocca con un pugno di denaro.
Si accese in viso, i suoi occhi vivaci scintillarono, sembrò che la sua stessa statura, piuttosto piccola, s'ingigantisse: «Io che difendo la Chiesa ed il Rosario di Maria - disse al Segretario Vescovile che era venuto a lui in veste di ambasciatore - non temo le minacce di un camorrista, che se anche mi avesse ad ammazzare, io sarei un martire e volentieri morrei per la causa della Madonna. Ma come S. Carlo Borromeo non fu tocco dalla palla di un archibugio che gli fu tirata contro da un reprobo monaco, così io spero che la Madonna mi libererà dai colpi del prete D'Auria».
E fu così, benchè i colpi tiratigli dell'insensato sacerdote fossero reiterati e di quelli che fan più male di una palla di archibugio.
Egli dimostrò la sua ineccepibile rettitudine ed anche la sua eroica virtù, da autentico santo, cioè tacendo! Tanto è vero che - fra i tanti - anche l'avvocato Francesco Auriemma, lustro del foro napoletano, si recò un giorno da lui per dirgli: «Ho voluto conoscere in voi un atleta che sa combattere tacendo. Trovo davvero semplare il vostro metodo di lotta che tutto si compendia in questo programma: il silenzio della parola e l'eloquenza dei fatti».
Si decise a dar querela al suo ostinato denigratore quando il Vescovo gliene dette facoltà, ma si affrettò anche a ritirarla non appena questi gli consigliò di farlo per dare al mondo un ammirabile esempio di abnegazione, meritando così che, finalmente, il D'Auria deplorasse pubblicamente i suoi ingiusti attacchi e lo riconoscesse meritevole di stima e di lode.
...Meritando sopratutto che il Papa, al ràcconto di quanto aveva dovuto e doveva ancora soffrire per l'opera, gli rispondesse: «Questo è il più sicuro contrassegno che è opera di Dio, perchè sostenete delle contraddizioni; ma la Madonna farà sempre trionfare l'opera sua».
A che si riducevano i colpi mancini di uno sconsigliato dinanzi ad una così autorevole assicura­zione?
Ma la tempesta scatenata contro di lui dal demonio per mezzo del D'Auria era appena sedata che un'altra già se ne profilava sull'orizzonte, ancor più subdola ed aggressiva.
Bartolo Longo aveva sortito da natura un temperamento vibrante e sensibile, di quelli che non si dominano senza una decisa forza di volontà; ma egli con la volontà propria e con la grazia di Dio l'aveva saputo dominare e soggiogare.
Chiunque lo conosceva intimamente non nutriva il minimo dubbio sulla sua purezza; e poichè del suo «sangue caldo» non faceva mistero, tutti lo ammiravan di più, come è logico che maggiormente si ammiri chi è artefice della propria fortuna che non chi... vive di rendita.
Gli amici eran pronti a testimoniare che anche durante il periodo de' suoi traviamenti spiritici non aveva mai lasciato nulla a desiderare circa la purezza dei costumi.
D'altra parte come conciliare l'impurità con il suo incontenibile bisogno di vivere continuamente a contatto di persone sante e di scegliersi a guida uomini dall'anima ornata di angelico candore? Come conciliarla col voto di purità da lui fatto, consenziente il suo direttore di spirito? Come, infine, conciliarla con la sua dedizione alla Vergine delle vergini e con la predilezione da questa dimostrata per lui e per l'opera sua con grazie così singolari?
Che la Immacolata per suscitare nel mondo un movimento religioso così vasto e fervido in suo onore si servisse di un impuro, è un controsenso; è cosa che ripugna perfino a pensarla. Il lettore è al corrente di come Bartolo Longo avesse conosciuto la Contessa De Fusco e delle circostanze e dei sentimenti che lo avevano consigliato ad accettare la sua offerta di ospitalità, sempre dietro autorizzazione dei suoi maestri spirituali. È anche al corrente della risolutezza con cui egli aveva reagito a se stesso appena si era accorto di essere, in sua presenza, turbato da qualche pensiero molesto; e conoscendo ormai il contributo prezioso - necessario - dato dalla Contessa all'Opera di Pompei, non ha bisogno d'altro per convincersi che quella di lei e quella di Don Bartolo non erano che due anime scelte ed unite dalla Provvidenza per bandire nel mondo moderno una benefica crociata in onore della Vergine, per la salvezza di tante anime.
E per quanto il Signore si serva spesso, per ottenere grandi cose, di strumenti umilissimi (ma chi non si sente e non è meschino al cospetto di Dio?), è chiaro che non si sarebbe servito di due creature in peccato; che se avesse voluto servirsene egualmente, o le avrebbe riportate alla grazia, o l'opera loro affidata sarebbe fallita per la ineluttabilità naturale, provvidenziale, di quella legge per la quale la luce e le tenebre non possono sussistere insieme.
I rapporti tra il Servo di Dio e la Contessa eran dunque regolati da una medesima vocazione, da un identico spirito di apostolato e di sacrificio, e quindi da profonda reciproca stima e da spontaneo rispetto non mai disgiunti in Don Bartolo da un senso vivo di venerazione per la nobildonna che provata da Dio nell'affetto più caro si consacrava tutta alle opere di Religione e di umile e devota sommissione per la collaboratrice munifica zelante e docile malgrado i suoi scatti nervosi.
Eppure alle tante calunnie che il demonio (perchè era proprio lui!) andava spargendo contro il Servo di Dio, s'aggiunse anche quella di gettare una luce sinistra sui suoi rapporti con la Contessa! E il lettore comprende che se questa calunnia avesse attecchito la grandiosa Opera di Pompei che continua anch'oggi a proiettare tanta vivida luce sul mondo intiero, sarebbe ignominiosamente crollata.
Ed era precisamente questo a cui mirava il demonio!
Infatti il Servo di Dio che a tanti altri assalti aveva resistito con tanto vigore, questa volta, offeso ed umiliato in materia così delicata ed amareggiato di veder coinvolta nella ignobile calunnia la nobildonna che lo aveva così generosamente secondato ne' suoi slanci di bene, decise di ritirarsi. Si può avere una bella forza di resistenza, ma difficile è resistere a chi vi getta a palate il fango non soltanto in faccia ma addirittura sull'anima! D'altra parte per tacitar la canèa che s'era levata così spietata e minacciosa non v'era che un mezzo: allontanare la Contessa. Ma se il Tempio era sorto non lo si doveva in gran parte al suo nome, alle sue aderenze, al suo zelo, al suo spirito di sacrificio? E se a Pompei l'opera aveva un «quartier generale» non era forse per la generosità con cui ella aveva messo e continuava a mettere a disposizione di questa la sua cassa e i suoi beni?
Ed è forse «cristiano» ripagare con l'ingratitudine e con l'ignominia chi si è prodigato illimitatamente nel bene?
Dunque... toccava a lui ad andarsene! Ma quando se ne fosse andato che cosa avrebbe potuto fare la Contessa da sola?
Il demonio stava per avere partita vinta quando i veri amici di Pompei e di Don Bartolo, forse ispirati dall'alto, escogitarono e gli proposero una soluzione audace ma provvidenziale.
«Ella - dissero - è vedova, tu sei libero; sposala e così potrete continuare a lavorare insieme santamente per l'opera ispiratavi da Dio, troncando di netto ogni malignità e dando scacco matto al nemico di Dio!».
Don Bartolo cascò dalle nuvole. Sposarsi, lui che aveva già sposato una causa così santa! Lui che s'era consacrato anima e corpo alla Regina del Rosario, pronunziando anche il voto di castità!... Anche la Contessa, quando glielo dissero, rimase sbigottita; ma, spiritosa com'era, commentò argutamente: «Quando perdetti il mio primo marito avevo ventiquattro anni e da allora non ho saputo più di mondo. Se avessi voluto sposarmi di nuovo l'avrei fatto prima, non a quarantaquattro anni!».
Eppure la Provvidenza per realizzare i suoi altissimi piani voleva proprio così!
Dopo aver ascoltato il parere di alte personalità ecclesiastiche e di amici fidati, dopo aver lungamente pregato ed essersi consultati fra loro, il Servo di Dio e la sua preziosa collaboratrice decisero di recarsi addirittura dal Papa; e il Papa disse loro: «Lei, avvocato, è libero; lei, contessa, è vedova; si sposino e nessuno potrà più parlare».
«Così - commentava la Contessa - siamo andati a Roma buoni amici e siamo ritornati buoni sposi».
Il matrimonio veniva celebrato in forma segreta la sera del primo aprile 1885, nell'Oratorio privato del Vicario Generale dell'Archidiocesi di Napoli. Ma «i buoni sposi» rimasero sempre soltanto «buoni amici».
Per la Contessa Bartolo Longo rimase il «Bartoluccio» di sempre; ed essa, per lui, sempre, «la Signora Contessa»; mentre da quel matri­monio derivava un più saldo fondamento all'opera di Pompei.
E in quanto ai denigratori il Servo di Dio si esprimeva con animo sereno in questi termini «Siano sicuri che non verranno da noi mai nominati, dovendo noi essere loro grati come a veri amici, sì perchè son dessi che ci mantengono nella umiltà come a noi conviene, si perchè non ci fanno perdere il merito di qualche buona opera con la lode degli uomini. E noi ogni giorno, sia assistendo al divin Sacrificio, nel punto che si leva l'Ostia Santa, sia recitando il Rosario, preghiamo per essi».
Questo si chiama vincere il male col bene e spiccare il volo verso le vette della santità con cuore diritto e puro.


22 Il trono e il diadema

Mentre i nemici del bene tentavano precipitar lui nel fango e togliergli la modesta aureola del galantuomo, che è sacra per ogni persona dabbene, Bartolo Longo si accingeva con tutto l'ardore della sua bell'anima ad incoronare la Vergine di un nuovo e più prezioso diadema ed a collocarla sull'imponente trono marmoreo, omaggio dei devoti di tutto il mondo, nella fausta circostanza della traslazione del quadro miracoloso dalla Cappella ove era stato collocato provvisoriamente a1 Santuario, sua definitiva dimora.
Spesso nel fervore della preghiera restava come estasiato a contemplare il volto soave della sua celeste Signora e pregustando l'esultanza di quel giorno beato, non più lontano, mentre gli occhi gli si velavano di lacrime, esclamava: «Potremmo noi, poveri mortali,  peccatori, sì, ma pur sempre brucianti d'amore per questa. carissima tra le madri - non abbandonarci al più beato delirio di speranza e di gioia?»
Per il solenne rito aveva fissato la data dell'8 maggio 1886; ma il colera che qualche tempo prima aveva reciso migliaia di vittime nelle Puglie, si riaffacciava nelle vicinanze di Napoli; il Prefetto proibiva tutte le pubbliche manifestazioni e la festa doveva essere rinviata, con suo grave rammarico.
Finalmente nel 1887, dodicesimo anno di vita del Santuario, il suo sogno poteva diventare realtà. «Noi vorremmo - scriveva - che tutti i fedeli del mondo corressero a questa Valle del Rosario a porgere a Maria il tributo dell'esultanza, della venerazione dell'amore. Vorremmo avere la voce del tuono per scuotere con forte rombo gli animi sino agli ultimi confini del globo, per annunziare a tutti il desiderio che giorno e notte domina il nostro cuore».
Non tutti i fedeli corsero alla Valle - chè non sarebbe stato possibile - ma tra l'apertura e la chiusura della festa (uno - otto maggio) Pompei accolse una moltitudine di pellegrini veramente eccezionale, calcolata ad oltre trentamila, di cui quindicimila presenti nel solo giorno della traslazione. La voce dell'araldo dei miracoli della Vergine pompeiana aveva tuonato davvero!...
Fin dall'aurora del primo maggio i pellegrini affluirono a schiere, cantando e pregando, visitando poi - più tardi - pieni di ammirazione oltre al Santuario, la tipografia e la legatoria, gli asili infantili, l'ambulatorio e il dispensario per gli ammalati poveri inaugurato proprio allora, ed offrendo allo sguardo degli abitanti attoniti e soddisfatti uno spettacolo quanto mai interessante.
Ma uno spettacolo addirittura memorando fu quello del giorno otto.
Durante la notte la Cappella era stata sempre gremita di popolo devoto; a mezzanotte in punto s'era levata di tra la folla una voce vibrante e commossa: «Fratelli, è questa la prima ora del giorno otto di maggio, giorno tanto aspettato per le glorie della nostra Madre e da noi lungamente anelato. Consacriamo, santifichiamo quest'ora con salutare Maria: recitiamo il Rosario». Era la voce del Servo di Dio che, subito dopo, facendosi il segno della croce, intonava il «Deus in adiutorium meum intende».
Alle sette del mattino la via che dalla stazione conduce al Santuario, battezzata Via Sacra, era letteralmente stipata di gente. In quella stessa ora la prodigiosa Effigie lasciava per sempre la piccola Cappella per prendere possesso della sua Valle e del Suo Santuario. La folla innumerevole piangeva, gioiva, invocava ad alta voce la Vergine...
Levata sulle spalle da quattro rappresentanti di altrettante città, tutte tra le prime e più fervorose di affetto e di devozione per la Vergine di Pompei: Malta, Siena, Roma e Napoli, incedeva lentamente, preceduta dai religiosi oranti e seguita dalla moltitudine dei pellegrini che, capeggiati da Bartolo Longo, alternavano con lui la recita del Rosario. Giunta sulla grande piazza veniva collocata in alto su di una edicola eretta in fondo alla medesima e i fedeli potevano così dare libero sfogo alla loro ardente pietà.
Alle undici una seconda processione, simile alla prima, usciva dal Santuario e si recava all'edicola.
A capo di essa era il Cardinale Monaco La Valletta, Legato Pontificio, al quale facevano corteggio il venerando Mons. Formisano ed alcuni altri Prelati.
Il Servo di Dio portava nelle sue mani, poggiati su di un cuscino di seta, il diadema della Vergine e quello più piccolo del Bambino (già benedetti precedentemente in Vaticano dalle auguste mani del Sommo Pontefice), che rappresentavano tante centinaia di grazie dell'amata Regina ed avevano il valore di altrettanti attestati di gratitudine dei suoi più teneri figliuoli.
I bambini degli asili cantavano con accompagnamento di banda l'inno alla Madonna espressamente musicato dall'illustre musicista napoletano, marchese Filiasi.
Intanto il Porporato, giunto sul piano dell'edicola, si avvicinava all'Immagine che era stata discesa sulla mensa dell'Altare e poneva le due corone successivamente, pronunziando le parole del sacro rito, sul capo del Bambino e su quello della; sua Madre Santissima, mentre il canto «Regina Coeli laetare» saliva con fragore immenso dalla terra al cielo.
Il Servo di Dio, che era al lato dell'alto personaggio, col volto rigato di lacrime, a quello scatenarsi di acclamazioni e di cantici si voltò, vide la fitta selva di teste che riempivano la piazza, la Via Sacra e quella provinciale, tutte rivolte e fisse su di un solo e medesimo punto: sull'Immagine della Regina incoronata!... A sinistra della Valle si levava dal Vesuvio una colonna di fumo; a destra spiccava il Gauro con le sue tre punte sulla più alta delle quali apparve un giorno il primo Arcangelo del Paradiso... E parve a lui di scorgervi, in quel momento ancora, Michele, sublime, in atto di tutelare la Valle col suo sguardo potente. Ma... che cosa sta mai per accadere?
Undici anni prima nel momento in cui era stata posata la prima pietra del Santuario un nembo improvviso s'era abbattuto con rabbia furiosa sulle trecento persone convenute ad assistere
all'inizio dei trionfi della Vergine; ora, ad un tratto, il cielo si offusca di nera caligine e rovescia sull'altare, sulla folla, su tutta la Valle, un torrente di pioggia impetuosa.
Chi sconvolse allora l'aria e adunò il nembo è quello stesso che scatena ora la repentina bufera! Don Bartolo lo sa; è il «maledetto» che vedendosi discacciato definitivamente da quel suo antico baluardo, s'infiamma di disperato furore. Ma devon saperlo, o immaginarlo, anche i pre­senti, perchè fra tanto sconvolgimento della natura nessuno si muove. L'Effigie tolta pianamente dall'altare viene ricondotta in processione verso il Tempio.
Soltanto guand'Essa sta per entrarvi l'uragano diventa infernale addirittura; non un nemico solo, ma una legione intera par che sia lì schierata per impedirle ad ogni costo di oltrepassarne la soglia. Il vento schianta gli alberi, la folgore accende di spaventosi bagliori il cupo orizzonte, l'acqua precipita a fiumi. Ci vuol tutto per non soccombere! Finalmente gli sforzi delle braccia gagliarde riescono a trionfare di ogni resistenza e la Regina delle Vittorie, il cui volto non ha cessato di essere soavemente celestiale, entra nella sua Reggia.
Poco dopo dall'alto del suo Trono, reso ancor più prezioso dai marmi tratti dagli alti Pirenei, (i monti di Lourdes, terra consacrata dalla presenza é dai prodigi dell'Immacolata), nello splendore di cento faci Ella sorride e benedice alla moltitudine dei figli che l'acclamano coi nomi più belli.
Intanto suona il mezzogiorno, l'ora della misericordia di Maria.
I canti sono cessati, ma un fremito di nuova intensa commozione pervade l'animo della folla che gremisce il Tempio e la piazza.
La voce robusta di un Sacerdote incomincia la recita della Supplica: «O Augusta Regina delle Vittorie, o Vergine sovrana del Paradiso...» e ad essa fa eco, tra lacrime e sospiri, la moltitudine con uno slancio di fede sconfinata e con commoventi clamori di cuori imploranti le sospirate grazie.
La prima ora della nuova Pompei era così consacrata definitivamente ne' fasti della storia delle glorie della Regina del Rosario.


23 Il roseto di Maria

Come il santo vecchio Simeone, che nello stringere fra le braccia il sospirato dalle genti intonava il cantico dell'addio a questa misera terra, anche Bartolo Longo al compiersi di quella prima splendida apoteosi della Vergine intonava il cantico della lode al Signore: «Alleluia, o fratelli, Alleluia»... La Regina delle Vittorie, rovesciato il seggio degli idoli e dei demoni, redimita la fronte di una corona di gemme e di brillanti, si è assisa trionfatrice sul trono apparecchiatole dall'affetto di mille suoi figli di tutte le parti della terra....». E se Iddio lo avesse chiamato a sè sarebbe andato senza rimpianti; ma se era decretato che rimanesse ancora quaggiù, non era certo uomo da ricusare il lavoro e da riposare sugli allori.
Nel 1888 toccava il cuore degli associati al novello Tempio e dei lettori del Periodico «Il Rosario e la Nuova Pompei», con una nuova proposta originale e gentile.
«Ho divisato - scriveva - di piantare accanto al Santuario un roseto che servirà per mantenere sempre attorniata di fiori la vostra Regina... A voi, o benevoli lettori, figli affezionati della nostra Madre celeste, fo' il mio appello per trovarne le specie più belle».
Rispose per prima all'appello Natalina Paturzo di Sorrento; ma poi da tutte le parti d'Italia arrivarono a Pompei le piante più pregiate, sicchè in breve il roseto sorse e fu una meraviglia.
Che se esso dovette poi sparire con l'ampiamento dei fabbricati, i fiori rari per onorare l'Altare della Madonna ci furon sempre; ed oggi anche il roseto è risorto, qua e là, in vicinanza del campanile, presso a poco dove fiori la prima volta.
Ma un roseto ancor più bello e caro a Maria è quello che B. Longo piantò all'ombra del Santuario erigendo la Casa delle Orfanelle.
Nel 1887, il giorno della solenne traslazione dell'Immagine dalla Cappella al Santuario, c'era già un primo fiore, Maria, piccola derelitta oriunda di Venezia. Nell'ottobre dello stesso anno i fiori erano quindici, come i Misteri della Corona; un Rosario vivente!
L'Orfanotrofio femminile di Pompei nacque così e la prima mamma affettuosa e maestra intelligente fu la stessa Contessa De Fusco cui si associarono dapprima Suor Maria Agnese Cambigliani Zoccoli, Terziaria Domenicana, eppoi le due sorelle Carmela e Teresa Albano, di distinta famiglia napoletana. In seguito, aumentando considerevolmente il numero delle ricoverate e rendendosi necessario un Ordine religioso che ne curasse l'educazione, il Servo di Dio chiedeva al Cardinal Mazzella - allora Vicario del Papa per il Santuario - che fosse eretta canonicamente nell'Orfanotrofio la Congregazione Regolare delle Figlie del Rosario di Pompei, aggregata all'Ordine della penitenza di San Domenico per l'acquisto delle Sante Indulgenze, ma con statuti speciali e com­pletamente autonoma.
Nè deve sembrare ad alcuno «esorbitante pretesa» questa sua richiesta; perchè se è vero che gli orfani e gli Istituti che li accolgono dovunque si assomigliano un po' tutti, sia nell'ordinamento che nello spirito, è anche vero che l'atmosfera di Pompei era - e continua ad essere - singolare. Singolare soprattutto era - e continua ad essere - lo spirito di Bartolo Longo e per conseguenza anche quello che egli voleva trasfondere nelle sue opere.
L'uomo ispirato da Dio aveva in mente di fare delle Orfanelle le figliuole della Madonna; inten­deva affidar loro anche una duplice missione quella della preghiera e quella del canto, inteso ed usato non come ornamento e diletto, ma come espressione, anch'esso, di preghiera, anzi l'ala di tutte le preghiere dei fedeli per arrivare fino al Trono di Dio e al cuore di Maria. E per ottenere che queste sue aspirazioni si realizzassero, aveva bisogno di una Congregazione che fosse permeata del suo spirito e seguisse le sue direttive.
Il Cardinal Mazzella riconosceva infatti il suo buon diritto; e, sia pure dopo le inevitabili lotte e contradizioni ai 25 di agosto del 1897 dichiarava canonicamente eretta la Congregazione delle Figlie del Rosario di Pompei; il 7 maggio 1898 apriva le porte del Monastero ad otto giovani, fra le quali Carmela e Teresa Albano, ammettendole alla prova per la Vestizione religiosa; e nel 1900 il Servo di Dio dava alle stampe le «Costituzioni» dalle quali ognuno può farsi un'idea del suo eletto spirito di religione e della nobiltà dell'animo suo.
Da allora le benemerite Suore Figlie del Rosario di Pompei seminano nel solco tracciato dal Fondatore e basta entrare nelle aule - che possono gareggiare con quelle degli istituti più signorili - per farsi un'idea della missione che compiono e dello spirito informatore la cui attrattiva si impone e commuove.
Il sorriso che illumina il volto delle orfane non è una maschera posticcia, è il riflesso della letizia che hanno nell'anima. La corona del Rosario che portano al collo non è un ornamento, è un programma di vita. Il canto che prorompe dai loro petti e riempie la Basilica durante le sacre funzioni, fin dai tempi in cui lo guidava dalla tastiera dell'organo Giacinto Liucci - l'artista cieco, mirabile interprete del pensiero di Bortolo Longo, che dell'arte divina de' suoni fece per ventitre anni un apostolato - non è soltanto musica ben eseguita, ma mezzo efficace per avvicinare i cuori a Maria e per ottenere le sospirate grazie.
Il loro insegnamento, conforme ai programmi governativi, si estende fino ai quattordici anni, mentre imparano anche a cucire e a ricamare. L'educazione morale e religiosa che ricevono è accuratissima; quando hanno raggiunto una certa età si provvede al loro onesto collocamento nella vita; e quelle che si sposano ricevono, oltre ad un acconcio corredo, anche una dote proporzionata alla loro condizione.
Vivono tranquille, riguardo al loro avvenire perchè sanno che la Madonna, di cui sono le figlie predilette, non le abbandonerà più mai dal Cielo durante tutta la loro vita.
E questo in ricompensa del bene che fanno alle anime dolenti ed ai cuori straziati che si volgono sulle ali della fede alla Madonna di Pompei, vegliando e pregando insieme alle loro Suore, anche nel cuore della notte, dinanzi al Trono di grazia.
...Tuttavia il cuore magnanimo del Servo di Dio, temprato alla scuola di un gigante della carità delle proporzioni di un Ludovico da Casoria e, come lui, mai sazio di bene, aveva appena provveduto alle orfane che già anelava ad altre mète.
Il 31 maggio del 1891, pochi giorni dopo aver consacrato tutto il Santuario e dedicato un Altare al Cuore amoroso del divin Redentore, per mezzo del periodico «Il Rosario e la Nuova Pompei » lanciava un nuovo appello che cominciava così: «Uomini che avete cuore, udite! Abbiamo donato a Dio un Tempio ed alla Madre di Misericordia una Reggia...
«Abbiamo eretto accanto al Tempio della Fede, il Tempio della carità, un Orfanotrofio, ove abbiamo messo in salvo le anime di creaturine infelici... Ma la Carità di Cristo, che è fuoco vivo, tende a dilatarsi sulla terra e non guarda confini... Oggi, o fratelli, ci pare giunto il momento opportuno di manifestare (non senza una certa agitazione), un voto segreto che da tempo chiudiamo gelosamente nel cuore...
«Il giorno indimenticabile dell'8 maggio 1887 in cui la Regina delle Vittorie entrò solennemente incoronata a prendere possesso del suo Trono, io deposi là, nel cuore pietoso di Lei, il mio desiderio di raccogliere intorno a quel Trono la classe delle bambine più abbandonate... e iniziai l'Orfanotrofio femminile.
«Entrando oggi, nell'anno quintodecimo, il Cuore divino del Figliuolo della Vergine a prendere possesso del Trono anche a Lui apparecchiato, io mi sento sospinto da un'altra forza nuova e occulta a metter fuori una parola, che è pure un desiderio intenso, una fiamma, un voto. Io ragiono a questa guisa: Se entrando la Madre di Misericordia in questo Santuario si scelse a sua corte una corona formata dalle fanciulle più abbandonate, entrando il Figliuolo dell'Uomo, che presenta il suo Cuore riboccante di paterno amore e di compassione agli uomini, vuol certo beneficare alla classe dei fanciulli più abbandonati... Or quale è, a mio credere la classe più abbandonata dei fanciulli in Italia e fuori? Sono i figli dei carcerati e segnatamente i figli dei forzati...»
Interessante, ed anche di molta edificazione, sarebbe seguire, sulle orme di quell'aureo suo libro su le origini intime dell'opera salvatrice dei figli dei carcerati, le vie misteriose per le quali la Provvidenza lo condusse ad erigere la nuova Opera che suscitò nel mondo una eco profonda e che costituisce la più grande vittoria della Fede operante attraverso la Carità; ma troppe pagine
occorrerebbero. Bisognerà dunque contentarci di enumerarle, dando a ciascuna un nome: Francesco Martuscelli, Padre Melecrinis, Can. Paradisi, Don Galasso, Rosario P..., M. Grazia Iandiario... E in cima a tutti il P. Ludovico da Casoria!
Il P. Ludovico gli aveva insegnato a non in­dietreggiare dinanzi ad alcun ardimento perchè anche col solo obolo della carità si possono fare prodigi.
Francesco Martuscelli, l'apostolo nascosto delle fanciulle pericolanti o già vittime del male, lo aveva indirizzato sulla via dei cupi edifici dalle finestre sbarrate ed incoraggiato a varcarne la soglia per portare un raggio di fede e di speranza in tante anime avvilite e disperate.
Il P. Giorgio Melecrinis, un santo gesuita, sentendo che aveva in mente di istituire un Istituto per orfanelle povere, aveva scattato in sua presenza con tono di dolore: «Tutto alle donne! E agli uomini? Nessuno ci pensa! L'Italia è piena di Istituti femminili per salvare le fanciulle; e ai fanciulli? Ai fanciulli abbandonati a se stessi ed al cattivo esempio dei genitori corrotti e perversi, ai fanciulli che diventano colpevoli prima di diventare giovani... Nessuno ci pensa! - aveva ripetuto quasi in tono di sdegno - lasciando muto e stupefatto Don Bartolo a riflettere.
Intanto Rosario P... un calabrese omicida da lui riconciliato con Dio a piè dell'altare della Vergine di Pompei e convinto a costituirsi alle Autorità, gli scriveva dal carcere: «Io mi trovo in carcere per voi... Mi sono presentato per vostro consiglio... Mantenete ora la vostra parola e prendetevi i miei figli, almeno il più piccolo...»
E il Cav. Paradisi, Direttore del Carcere di S. Francesco in Napoli gli parlava con fermezza di ispirazione della necessità di provvedere al ricovero degli orfani della legge, costretti sovente ad accattare il pane dell'infamia, del disonore, o del delinquente precoce... E il Cav. Giampietro, Direttore del carcere di Avellino, appoggiato dal Cappellano Don Galasso, lo scongiurava (invano, purtroppo) di provvedere al figlio, nato in carcere, di Maria Grazia Iandiario, minorenne, condannata col marito a vent'anni per assassinio... E la Superiora dell'Infermeria del Bagno Penale di Villa Altieri (Roma) di lì a poco gli lacerava il cuore annunziandogli che il bambino era morto e la mamma... morta anch'essa di dolore!
Ognuna di queste voci contribuiva, come è facile immaginare, ad acuire il travaglio del suo cuore; finchè una sera, attingendo ancora dall'esempio del suo P. Ludovico la forza di slanciarsi per così dire nel vuoto, si fece accattone della Carità con lo stesso slancio con cui s'era fatto accattone della Madonna.
Il Barone Francesco Campagna gli dette un'offerta di mille lire; altri lo imitarono, e allora lanciò a mezzo del Periodico il commosso appello di cui abbiamo citato le prime righe.
Ad un anno di distanza sbocciava nel nuovo roseto il primo fiore ed era Domenico P. figlio di Rosario (il leccese omicida), diventato poi Sacerdote e Parroco.
Il 29 maggio 1892 veniva solennemente collocata la prima pietra del futuro Ospizio, mentre Nicola Amore, profondo giurista ed amministratore espertissimo ne dettava il primo regolamento. Nel 1893 i ricoverati erano quindici, nel 1894 quaranta, nel '95 salivano a cinquanta e nel '98 superavano già il centinaio, per arrivare poi, un po' alla volta, a circa trecento.
Da principio l'educazione di questi fanciulli fu affidata a tre maestri secolari sotto la direzione del P. Sisto Bonanza, delle Scuole Pie, e in un secondo tempo, per il corso di tredici anni, l'Istituto progredì grazie allo zelo dei Padri Scolopi che non soltanto lo diressero, ma vi impiegarono le energie di uomini esperti e benemeriti; finchè indotti questi, per mancanza di personale, a lasciare l'Ospizio, esso fu affidato ai Fratelli delle Scuole Cristiane.
Quei fanciulli derelitti entravano nell'Ospizio, per lo più, poveri, abbandonati, scalzi, laceri e malnutriti, esasperati dalla fame e da ogni specie di miserie; ma li trovavano nei superiori, e specialmente nel Servo di Dio, il babbo e la mamma, la comprensione più delicata e l'affetto più tenero.
Chi potrà mai porre nel meritato rilievo l'amore di Bartolo Longo per i Figli dei Carcerati?
Vi si recava ogni giorno, più e più volte; vi viveva in mezzo; assaggiava la loro minestra; distribuiva loro i famosi fichi secchi leccesi, cotti al forno; si lasciava circondare, assediare, assordare dalle grida, trascinare nei loro giuochi... In mezzo a loro si sentiva bene, a suo agio, felice!... I Fratelli delle Scuole Cristiane (i Carissimi!) impressero alla benemerita istituzione un ritmo magnifico di vita nuova, regolando le varie classi, rinnovando i metodi disciplinari, aggiornando l'insegnamento, dando impulso alle officine e sviluppo mirabile alla Tipografia divenuta un vero e proprio Stabilimento di Arti Grafiche; ma soprattutto lavorando intorno all'anima di questi sventurati, sì da farne non solo dei probi cittadini ma, assai spesso, addirittura dei campioni e degli apostoli.
Per cui ben'a ragione Bartolo Longo li stimò ed amò sommamente apprezzandone tutta la nobile missione, sentendosi in mezzo ad essi così di casa da assidersi negli ultimi suoi anni, la, sera - dopo le funzioni in Cappella - a mensa con loro, con l'animo di chi si rifugia in un asilo di pace.
Li amava perchè quel che facevano per i suoi ragazzi era come se lo facessero a lui.


24 Morsi di vipera


25 Il Martirio dell'Anima


26 ... E così sia


27 L'ultimo voto del cuore


28 Nella pace di Dio


29 Luminoso splendore


30 I fiori nati dal letame

31 Omaggio a Bartolo Longo

24 Morsi di vipera

Bartolo Longo che a forza di soldini riesce ad innalzare un Tempio è ammirevole; l'apostolo travolgente che riesce ad accendere nel mondo intiero l'amore alla Madonna ed a far del Rosario un'arma salutifera brandita da milioni e milioni di fedeli per difendersi dagli assalti dell'inferno e riunirsi a Dio, è sublime; il Fondatore, attorno al Santuario, delle Opere di Carità a beneficio degli orfani e dei derelitti è meraviglioso. E le tre forme di attività unite, anzi fuse insieme con geniale ardimento, fanno di lui un atleta della Chiesa di Cristo; un atleta in cui il soffio divino è evidente, come evidente è la cura particolare posta dalla Provvidenza nel prepararlo alle imprese affidategli.
L'abbiamo già detto ma giova ripeterlo: se volessimo paragonare B. Longo (il paragone non è fuori luogo) al capolavoro uscito dallo studio di un maestro dovremmo pensare che questi si sia valso dell'opera di un folto gruppo di allievi fra i più capaci invitando ognuno a trasfondervi il più e il meglio di se stesso per poi dargli lui il magistrale definitivo tocco finale.
Attorno alla sua anima lavorarono santi e sante, luminari del Clero e del laicato, uomini imbevuti dello spirito di San Francesco d'Assisi e di S. Alfonso de' Liguori, di San Domenico e di Sant'Ignazio di Loyola, lasciandovi ognuno un'impronta viva e profonda.
Questo constatava un giorno anche Henrj Lasserse, il banditore delle glorie di Lourdes, esprimendo a Don Bartolo tutta la  tutta la sua commozione per le opere ammirabili fatte da Dio per mezzo suo in circostanze straordinarie e senza precedenti, dandogli atto di avere, con la fondazione - accanto alla casa delle preghiere - delle case della carità attiva e del lavoro, compiuto un'impresa che, se effettuata presso tutti i Santuari, la terra non tarderebbe ad essere più vicina al cielo.
Eppure (sembrerebbe impossibile) proprio con l'inaugurazione dell'Edificio Educativo pei figli dei carcerati, vale a dire con l'ardimentosa attuazione pratica dei suggerimenti che i cesellatori del suo spirito di apostolato gli avevano inculcato e che il miracolato di Lourdes non esitava a definire «esempio degno di diventare universale», coincideva l'inizio di una nuova offensiva, perfida e subdola, che per essere tramata «in regola e alla sordina», richiama alla mente la vipera nascosta fra l'erba la quale, strisciando non vista, si accosta al tranquillo viandante e lo morde a tradimento.
Che la fama del nuovo Santuario, l'ondata irresistibile di mistico fervore di divozione alla Madonna sollevata dal Servo di Dio e la fiducia e la venerazione verso la sua persona facessero affluire a Pompei somme ragguardevoli, è un fatto innegabile. E... guai se non fosse stato cosi! Come avrebbe fatto a portare a compimento i suoi di
segni ed a sostenere le opere intraprese?
- Ma ognun di noi sa con quanta disinvoltura si è soliti fare i conti nelle tasche altrui e con quale criterio sogliono, non pochi, giudicare gli altrui successi; perciò non ci fa meraviglia che nella fantasia dei superficiali e degli invidiosi Bartolo Longo si trasformasse in un mago capace, con un tocco di bacchetta magica, di far piovere dal cielo ogni giorno quanti quattrini volesse e, quel che è peggio, di farli piovere per proprio uso e consumo, come se i bambini dell'Orfanotrofio e dell'Ospizio, e il personale addetto alla loro educazione, e quello della tipografia e del Santuario, campassero d'aria!
Dove c'è il morto ivi si radunano anche gli avvoltoi. Lì, secondo certa gente c'era... il morto - ossia il denaro - ed ecco perciò cominciare la piovra degli avvoltoi: i gazzettieri prezzolati, i profittatori, i ricattatori, i mezzani, gli abituati a vivere di espedienti, gli affaristi, i fannulloni...
Il loro ragionamento o, peggio ancora, la loro pretesa, palese o sottintesa, è questa: «Se a Pompei piovon quattrini, perchè deve papparseli tutti lui? Perchè non ce ne saranno anche per noi?». Già fino dall'inaugurazione dell'Ospizio qualche cronista invitato per ragioni di cortesia e di opportunità, a presenziarvi, trovò che il rimborso delle spese del viaggio ed il pranzo offertogli era ben magro compenso in proporzione alle possibilità di cui Bartolo Longo disponeva; mentre non mancò chi malignamente insinuando che uno scandalo poteva da un momento all'altro scoppiare, si dichiarava disposto a mettere a sua disposizione la propria penna e il giornale per la legittima difesa si intende mediante congruo compenso!...
In seguito qualche giornalista gli scrisse addirittura per avvertirlo - bontà sua! - che si trovava costretto a pubblicare scandalose rivelazioni sul Santuario, le Opere di Pompei e il loro Fondatore, ma che tutto questo si sarebbe ancora potuto evitare con un sussidio al giornale... a piacer suo... Come a dire che si sarebbero contentati anche di poco!
Una volta gli scrisse da Lampedusa anche un disgraziato condannato al domicilio coatto per rimproverargli di non essere abbastanza generoso con lui, con tutto quel denaro che gli pioveva in tasca da ogni parte, e minacciandolo, sia pure larvatamente, di fargli scontare la sua durezza di cuore.
D'altro canto (le umane vicende e gli umori degli uomini hanno sempre anche un aspetto umoristico) c'era chi lo accusava di essere troppo largo coi bisognosi condannandolo addirittura perchè spendeva in opere di beneficenza le somme messe a sua disposizione per i bisogni e il decoro del Santuario, mentre per... colmo di giubilo, ogni poco i miscredenti tornavano ad accusarlo d'impostura, di sfruttamento del sentimento religioso e della superstizione della gente ignorante - a scopo di lucro.
Belle soddisfazioni, non c'è che dire (umana mente parlando, si intende!), per un uomo che potendo, fra i beni di famiglia e i proventi della professione brillantemente esercitata, condurre una vita comoda e senza grattacapi, aveva dato fondo a tutto il suo, aveva rinunziato ad ogni mondana agiatezza e s'era ridotto a menare una vita da anacoreta caricandosi fino all'inverosimile di lavoro, di responsabilità e di pensieri!
Ciò nonostante si mostrava sempre, se non proprio soddisfatto, almeno tranquillo; e alle brutte gli bastava di trascorrere qualche ora fra le sue orfanelle che lo chiamavano «papà» con tanto amore, in mezzo ai suoi ragazzi che lo adoravano, o nel Santuario a conversare con la Regina del Rosario, dall'abituale angolo nascosto ed oscuro, per stemperare l'amarezza nel compatimento e nel perdono. Perchè, dopo tutto, il venerando Vescovo di Nola glielo aveva predetto ed era sempre stato così fino dall'inizio; da quando la gente lo derideva perchè andava di porta in porta a chiedere l'obolo della carità, e i sacerdoti lo trattavano duramente come un importuno perchè domandava che si parlasse dal pergamo del Tempio di Pompei, e gli amici lo compativano quando raccontava loro con commosso entusiasmo le grazie ottenute dagli associati al novello Santuario...
Un amarissimo detto popolare, sfuggito probabilmente, la prima volta, di bocca ad un galantuomo ferito a morte dalla ingratitudine dei fratelli, dice che «per non ricevere del male bisogna non fare del bene». Bartolo Longo era invece di opinione che si debba far sempre del bene, più che si può, sempre preparati e ben disposti a riceverne in cambio e per ricompensa tutto il male possibile, giacchè tutto il male del mondo è incapace a diminuirci la gioia di un pò di bene compiuto; e tutte le umane incomprensioni non fanno che render quella gioia più pura e più conforme al Cuore di Dio.
Per questo anzichè scagliarsi contro i suoi denigratori, il più delle volte rideva delle loro escandescenze e sempre - sempre! - si affidava di tutto cuore alle materne premure di Maria Santissima.
Non mancarono intorno a lui, come spesso avviene in casi simili, gli astuti profittatori che lo portarono alle stelle finchè egli, in buona fede, fu con essi generoso e perfino prodigo; ma che si adoprarono poi a gettarlo nella polvere non appena rispose di no a qualche loro desiderio eccessivo ed a qualche proposta indegna o sospetta.
Per la conversione di questi maldicenti contro i quali dovette intervenire addirittura l'Autorità ecclesiastica - tanto si manifestò lurida e indegna la campagna da essi scatenata - compose addirittura una preghiera con cui a Gesù Maestro di Verità domandava di insegnare a quelle lingue colpevoli a cantare le sue misericordie ed a Maria Madre di Dio, di ottenere loro un posto fra i domestici del suo divin Figliuolo.
Ma la prova suprema aveva ancora da venire; e a cose fatte è da ritenersi che con quelle altre, che egli era solito considerare come semplici spine, il Signore volesse soltanto temprarlo a quell'olocausto supremo che negli arcani disegni della Provvidenza era preordinato per il consolidamento delle mirabili opere sue.
Gli aveva detto un giorno il suo maestro, P. Ludovico da Casoria: «... Tu in questa terra, devi erigere una Chiesa monumentale, devi fabbricare un Convento, e devi dare tutto al Papa», e nel 1893 in occasione dei festeggiamenti per il giubileo episcopale di Leone XIII, Bartolo Longo aveva fatto dono al Papa del Santuario di Pompei.
Ma era stato soltanto un omaggio sentimentale, un dono simbolico, in quanto in virtù di un Breve Pontificio egli continuava ad esserne, insieme alla Contessa sua consorte, amministratore e, per di più, indipendente da ogni ingerenza da parte del Vescovo diocesano. Invece doveva essere del Papa davvero! L'aveva detto un santo, e i santi non parlano a caso. Che se il passaggio effettivo doveva avvenire in maniera tale da imporre al donatore un sacrificio eroico, vuol dire, come abbiamo ora appena accennato, che Iddio, il quale non ama mai tanto i suoi eletti come quando li percuote, sapeva che il suo servo l'avrebbe cristianamente e vittoriosamente accettato, lasciando scritta nella storia del Santuario di Pompei, a caratteri di sangue, una pagina immortale.


25 Il Martirio dell'Anima

All'alba del secolo XX Bartolo Longo lanciava da Pompei un nuovo appello per richiamare ancora una volta tutte le genti di buona volontà attorno al Trono della Regina delle Vittorie. Ai Santi è dato talvolta di scrutare nel futuro; ed egli si faceva interprete di quello che è e sarà sempre il sospiro dei secoli, ma del nostro in particolare, per quel bene tanto desiderato che è la pace.
Voleva che Pompei oltre che un faro di fede e di carità, fosse anche un faro di pace universale. Il Santuario pompeiano - scriveva ad un di, presso,  non solamente ha prodotto un'infinità di beni morali alle anime, ma ha riservato i suoi benefizi anche materiali sul mondo che l'ha costruito.
Nel solo anno 1899 - proseguiva - ho sparso da questa Valle un milione e settecentottantamila Immagini della Madonna di Pompei e nel 1900 due milioni e trecentottantamila. Nel 1899 ho commesso un milione e cinquecentomila medaglie e tremilanovecento chilogrammi di corone; nel 1900 ho raddoppiato il numero delle medaglie, e le Corone hanno raggiunto il numero di trecentomila. Proporzionato al numero delle Corone e delle medaglie è il numero degli opuscoli, dei periodici, dei libri diffusi gratuitamente per il mondo...
Era tutto «il materiale» che Bartolo Longo spediva a pacchi in ogni Parrochia d'Italia e dell'estero ed a casse addirittura negli ospedali nelle carceri e nelle terre di Missione per far del mondo intero un immenso Santuario di anime devote a Maria.
Ben a ragione, dunque, poteva vantarsi di dare, con il Tempio di Pompei, lavoro, e quindi pane, a migliaia e migliaia di operai impiegati negli opifici nazionali e stranieri. Ed a questo aggiungendo l'Orfanotrofio e l'Ospizio con le loro varie forme di attività e con le esigenze ad essi inerenti, poteva ben dire che il Tempio di Pompei era vera­mente il Santuario della fratellanza universale. Era giusto, dunque, che fosse il Monumento - attestante il plebiscito universale per la Pace!
Sorgeva così per merito suo, mediante la modesta offerta dei fedeli d'ogni Nazione, fra i quali una moltitudine di bambini, di poveri, di infermi e di derelitti, la monumentale facciata sul fastigio della quale si erge la statua della Madonna che porta sulla base, scolpito in lettere cubitali di bronzo il motto «PAX», ad esprimere il voto delle genti e la loro filiale fiducia nella Regina della Pace.
Contemporaneamente si metteva a capo di un movimento che basterebbe da solo a renderlo un insigne benemerito delle glorie di Maria: Il movimento inteso ad affrettare la proclamazione del Dogma dell'Assunzione della Madonna in Cielo. Il 15 agosto 1901 per sua iniziativa veniva celebrata nel Santuario la prima solennissima festa dell'Assunzione con l'intervento di una enorme folla di pellegrini venuti da ogni parte. Il fuoco da lui acceso fin dall'anno prima coi suoi scritti e soprattutto con gli articoli pubblicati nel Periodico, aveva divampato tra i devoti di Spagna, di Francia e d'America con una rapidità meravigliosa. Centoventi Vescovi avevano inviato la loro adesione e partecipato all'iniziativa con scritti traboccanti di sapienza e di pietà; ora con quella dimostrazione solenne egli voleva valorizzare la dolce impresa della novella gloria da rendersi alla Regina del Rosario; e a tale scopo diffondeva in quel giorno centomila copie (in sette lingue estere) della preghiera impetrante l'anelata Definizione dogmatica e da Mons. Bonito, Vescovo di Cassano-Jonio, presule ufficiale di quella celebrazione, faceva inaugurare l'Album del Voto del mondo cattolico da inviarsi al Pontefice.
Non era, quello del Servo di Dio per la Madonna Assunta in Cielo, un improvvisato entusiasmo; fin dal 1877 aveva fissato sulla nuova gemma da incastonarsi nel diadema di Maria, la mente e l'anima; infatti il fatidico libro dei «quindici sabati» vedeva la luce per la prima volta Il giorno della festa dell'Assunzione del 1877; la Novena alla Vergine di Pompei usciva nell'Assunzione del 1879 e quella di Ringraziamento nello stesso giorno del 1889, mentre col titolo «L'Assunzione del 1891» pubblicava un libretto in cui narrava di due segnalate grazie e di un miracolo operato dalla Madonna proprio il 15 agosto. La celebrazione e le iniziative del 1900 e 1901 non erano dunque che numeri di un programma che egli andava da anni elaborando e svolgendo a onore e gloria della Madre di Dio. L'anno seguente, infatti, per il giorno dell'Assunta escogitava «L'Aurora dell'Assunzione in preghiera», vale a dire una adunata dei fedeli nel Santuario, in quell'ora tutta purità e freschezza in cui secondo la tradizione la SS. Vergine fu assunta nei Cieli; rito soave a cui oltre ai figli dei carcerati, alle Orfanelle, alle Figlie del Rosario di Pompe! alle fanciulle delle scuole esterne e dell'Oratorio, partecipava una massa di popolo accorso da tutta la Regione.
E pochi giorni dopo, tenendosi a Friburgo un Congresso Mariano Internazionale, in cui si sapeva che sarebbe stato preso in esame il movimento dell'Assunzione, provvedeva ad inviare là i quaderni del Periodico in cui si parlava dell'Assunta. e i volumi contenenti i Voti fino ad allora ricevuti dai Vescovi, teologi e fedeli di tutto il mondo, invocanti la detta dommatica definizione; non solo, ma riusciva a far sì che alla Segreteria del Congresso giungessero più di ventimila cartoline di adesioni, delle quali undicimila solo dall'Italia.
Dalla facciata monumentale del Santuario il grido di «Pace» si levava al cospetto del mondo, anelito dei cuori devoti a Maria; ma nell'anima del Servo di Dio c'era la convinzione che il secolo XX avrebbe visto la sospirata aurora della pace universale solo quando fosse stata data alla Madre di Dio la suprema gloria con la proclamazione del Dogma dell'Assunzione; e per questo si adoperava con tanta passione ad affrettare il giorno benedetto nel quale Gesù fosse indotto a concedere all'umanità, come premio, l'inestimabile dono.
Intanto mentre il suo genio mistico spaziava per le vie del cielo, l'invidia, la maldicenza e la calunnia che, a somiglianza del vento, a tratti «si tacciono» per ricominciar poi con immutato o crescente furore, dopo un po' di sosta ripresero ad infierire contro di lui cogliendo a volo, come un buon pretesto, certe complicazioni finanziarie riguardanti alcuni suoi parenti.
Se essi avevano compiuto speculazioni sbagliate e dissipato del denaro (guardate come «ragiona» a volte il mondo!), dovevano aver manomesso quello che affluiva al Santuario ed alle Opere di Beneficenza; e poichè questo era amministrato da Bartolo Longo, l'imputato, cioè il responsabile, non poteva essere altri che Bartolo Longo!
Cosi si disse; in questo senso si agitò l'opinione pubblica; e su questa base si imbastirono cumoli di accuse, spedite direttamente... al Vaticano.
Leone XIII che conosceva a fondo Don Bartolo e lo proteggeva, era morto; il nuovo Pontefice, proveniente da uria regione così lontana non poteva conoscerlo altro che di nome; era dunque... il momento buono!
L'umana malizia, così abile nel discernere i ...«momenti buoni», non se lo lasciò sfuggire e ne approfittò per prospettare al Pontefice l'incidente in modo tale che Egli, e giustamente, ne fu allarmato. Ma sul subito non prese alcun provvedimento; il che fa supporre che le cose sarebbero state lasciate ancora com'erano se a compir la misura non fossero venuti fuori, dopo un periodo di calma apparente, altri malevoli e, a rincalzo di questi, anche persone rette e di buona volontà.
I primi, ragionavano presso a poco cosi: «Ma insomma, che diritto ha questo secolare di pontificare a Pompei come un Vescovo in Diocesi e di signoreggiare come un marchese nel suo feudo? E perchè deve essergli consentito di fare e disfare coi quattrini altrui senza mostrare i conti, senza renderne conto a nessuno?
I secondi invece scagionavano completamente Bartolo Longo dichiarandolo superiore ad ogni sospetto; ma eran convinti che le cose di Pompei cominciassero ad essere più grandi di lui, superiori alle sue forze; e che, mite e buono com'era, non riuscisse ad evitare che altri lo raggirasse.
Insieme alle somme destinate agli usi del Santuario e delle Istituzioni arrivavano anche quelle destinate alla celebrazione di S. Messe: vero è che esse apparivano debitamente registrate e soddisfatte, ma non era bene che egli ne fosse arbitro, senza un controllo da parte della competente Autorità ecclesiastica!
Tutto sommato, ed anche per evitare all'egregio uomo ulteriori noie ed amarezze, essi erano del parere che un deciso intervento dell'Autorità. ecclesiastica, inteso a riordinare tutta l'amministrazione e a suddividerla razionalmente, con nuovi e più precisi metodi e criteri, fosse, più che opportuno, necessario e vantaggioso per tutti.
«Vantaggioso» sopratutto - come si sperava, - per alcuni di loro i quali avevano una voglia matta di levar Bartolo Longo dalla sua poltrona per mettercisi essi; poichè da che mondo è mondo finchè la prospettiva è solo di fatica e di patimenti, ben difficilmente si trova chi sia disposto a prestarci mano; ma se poi si tratta di raccogliere quel che non si è seminato e di spartirselo, ad ogni cantonata è facile trovare un... generoso che si farebbe in quattro per risparmiarci, disposto a... sudare in vece nostra.
Il coro sempre crescente di queste voci indusse il Pontefice a veder chiaro nella questione ed a mandare a Pompei con funzioni - diremo - ispettive, persona di sua fiducia. In un secondo tempo vi mandò addirittura il Card. Vincenzo Vannutelli, Prefetto della Sacra Congregazione del Concilio, il quale dotato com'era d'alta mente e di animo nobilissimo e pio, comprese subito come fossero state accresciute e travisate le cose e come - sia pure fra qualche manchevolezza non voluta e inevitabile, il Fondatore meritasse ammirazione, fiducia e gratitudine. Ma chi v'era stato prima di lui, forse mal prevenuto, aveva visto con altro occhio, giudicato con altro criterio e riferito con ben altro spirito; per cui il suo rapporto non ebbe l'esito sperato e pochi giorni dopo nell'Osservatore Romano, proprio in nome del Prefetto della Congregazione del Concilio, che aveva riconosciuto Bartolo Longo vittima dell'invidia, dell'ingratitudine e d'uno zelo falso o esagerato, veniva pubblicato un Decreto che suonava sconfessione del Fondatore di Valle di Pompei.
Fu per Bartolo Longo la tradizionale mazzata sulla testa che lo lasciò tramortito.
Da trent'anni dedicava all'opera tutti i suoi pensieri e tutte le sue energie; per essa non aveva risparmiato nulla, nè lotte nè dolori; aveva creato la nuova Pompei; aveva bandito la più grande crociata che immaginarsi possa a favore del S. Rosario; aveva indotto il mondo intero ad inginocchiarsi supplichevole ai piedi di Maria...
Possibile che lo si liquidasse così, annullando perfino quanto in suo favore era stato solennemente decretato da Papa Leone XIII?
II nuovo Decreto separava nettamente l'amministrazione del Santuario dalle Opere di Beneficenza; ma il Santuario e le Opere annesse erano una creatura unica con un solo corpo e sopratutto con un'anima sola; possibile dividerla in due e pretendere che nei due tronconi separati continuasse a scorrere la vita?
Dicono che lì per lì Bartolo Longo tentennasse e in quel suo tentennamento qualcuno avrebbe preteso di scorgere un proposito di ribellione. Non è vero! Tentennò come tentenna chiunque si trovi ad essere investito da una raffica straordinariamente impetuosa, come può tentennare anche una quercia urtata in pieno dalla bufera; ma il tentennamento medesimo, in chi ha basi stabili o profonda radice, implica già uno sforzo supremo per non cadere; è già un atto di forza! Infatti al momentaneo comprensibile smarrimento subentrò nell'animo suo la luce e la calma dei forti. Scriveva in quel doloroso frangente (ai 16 di gennaio 1905) l'amico verace di Don Bartolo e della sua consorte, Mons. Carcani: «La Madonna SS.ma del Rosario sapeva tutto questo? Lo sapeva meglio assai di noi. E se lo sapeva e non l'ha impedito, ciò che vuol dire? Vuol dire che la volontà di Dio, adesso, era precisamente questa!... Qualche tempo dopo anche l'Avv. Auriemma, altro amico sincero, lo esortava ad offrire alla Madonna tutte le sue umiliazioni e i suoi dolori.
Questi furono i consigli salutari che Don Bartolo finì per preferire a quelli di chi inconsideratamente, e forse anche interessatamente, avrebbe voluto spingerlo su di una falsa strada; e non solo chinò il capo, ma con spirito di perfetto cristiano e per ossequio illimitato al volere del Vicario di Cristo, si decise gradatamente ad una rinunzia completa e formale non solo di ogni suo diritto ma anche d'ogni suo pensiero e d'ogni sua volontà.
Quando accadevano questi fatti il Servo di Dio aveva già varcato la cinquantina, aveva il volto solcato di rughe e la barba ormai brizzolata contribuiva a conferirgli un aspetto venerando.
Persone in quel tempo a lui vicine riferiscono che mai una parola di recriminazione sentirono uscirgli di bocca. Soltanto qualche volta, aggirandosi pei locali dell'Orfanotrofio, fatto segno all'affettuosa commiserazione delle Suore ed al muto stupore delle orfane, bisbigliava, ma sottovoce-: «M'hanno accusato di ladro!... M'hanno chiamato ladro!». Poi soggiungeva alzando gli occhi al cielo, come ispirato: «Volontà di Dio!... Volontà di Dio!...»
E riprendeva a camminare, quasi barcollando sulle piccole gambe diventate ad un tratto malferme, mentre battendo sul pavimento l'inseparabile bastoncello esclamava: «Ci voleva, ci voleva, ci voleva!...»
Nell'ottobre del 1905 compiendosi trent'anni dal giorno in cui aveva portato a Pompei il quadro della Vergine, rivolgeva ai suoi associati « fratelli e sorelle sparsi per l'orbe» una commovente lettera di addio in cui diceva loro che in capo a trent'anni le comuni aspirazioni erano state coronate da successo, più di quanto i suoi desideri intendevano, poichè si voleva costruire una Chiesetta e n'era uscita una Reggia; si voleva innalzare un trono modesto e la Madonna ne aveva reso possibile uno monumentale, ricco d'oro e di marmi...
Enumerava tutti i successi, tutti i progressi, tutti i trionfi, tutte le grazie, come tale annunziando anche la presa di possesso del Santuario da parte dei Padri Domenicani, voluta dal Decreto Pontificio, ma conforme, egli diceva, anche ad una nostra privata, intima e perenne aspirazione. Infine ringraziava tutti della costante fiducia che gli avevano prestata per trent'anni continui e chiudeva... riportando integralmente il Decreto che in certo qual modo lo sconfessava dinanzi a tutto il mondo cattolico!
Così anche lui suggellava alla maniera dei Santi quella «pagina del sangue» che ogni santo o prima o poi è tenuto a scrivere e a suggellare, poco importa se col sangue del corpo o con quello dell'anima, poichè trattasi sempre di martirio.
Ora Pio X è stato solennemente annoverato fra i Beati; Bartolo Longo vi s'incammina, tra i voti e le preghiere di tante e tante creature, già passate a vita. migliore o ancora peregrinanti quaggiù, che a lui debbono grazie e consolazioni celesti; e il cuore e la fede ci assicurano che ambedue benedicono Iddio di quella dura prova che, sia per l'uno come per l'altro, segnò un passo in avanti sulla via della santità.


26 ... E così sia

La titubanza di Bartolo Longo nell'applicare il Decreto pontificio che, come abbiamo detto, esigeva l'immediata e completa separazione di amministrazione e direzione del Santuario dalle Istituzioni di Beneficenza, apparve subito giustificata dai fatti e pone nella sua vera luce il suo atteggiamento iniziale, da alcuni interpretato - troppo alla leggera - come di «resistenza» alla suprema Autorità ecclesiastica.
Comunque sul finire del 1906 egli non solo lo eseguiva esemplarmente, ma lo completava e quasi diremmo lo superava aggiungendo alla cessione giuridica del Santuario, anche quella, totale e spontanea, delle Opere di Beneficenza per assicurar loro la vita e l'avvenire. Gesto cristianamente nobile e generoso, questo, che invano nel bollore delle passioni si volle menomare insinuando che il Servo di Dio avesse ceduto per timore delle gravi sanzioni spirituali minacciategli. Chè se anche avessero - le pene comminategli - avuto il loro peso sulle sue decisioni, ciò tornerebbe sempre a suo onore e gli meriterebbe un titolo nuovo alla nostra ammirazione ed edificazione, giacchè basta scorrere la storia remota e recente della Chiesa. per incontrarci in uomini che parevano giganti e che invece crollarono poi ignominiosamente e diventarono pietra di scandalo proprio per non avere avuto timore dei castighi ed averli temerariamente sfidati.
Ad ogni modo Bartolo Longo dette della sua cristiana esemplare docilità la riprova più lampante non solo con l'accettare - lui padrone di tutte le Opere - un posticino poco più che decorativo nel consiglio d'amministrazione e l'incarico di occuparsi delle ... sue pubblicazioni, ma col dimenticare le offese e mutare i contrasti e il risentimento in ossequio e in amore, meritando in tal modo insieme alla consorte, dallo stesso Pio X, ripetuti attestati di stima e di paterno affetto, mentre il Cardinale De Laj, con lui duramente inflessibile, finiva per ricolmarlo di cortesie e di benevolenze inviandogli persino - simbolico dono prezioso - una spina e un ramoscello d'olivo colti nel Getsemani durante un suo viaggio in Terra Santa.
Cosi il Santuario e il complesso delle Opere di Pompei venivano affidati ad una Delegazione Pontificia e primo Delegato era nominato il Sac. Augusto Silj, diventato poi Cardinale di Santa Romana Chiesa.
Questi, che aveva avuto parte non indifferente negli avvenimenti a cui s'è accennato, vi si recò per assumere l'alto ufficio in compagnia del P. Bonaventura Maresca, Superiore Generale dei Padri Bigi, successore del Padre Ludovico da Casoria
e amico di Bartolo Longo il quale nella sua presenza intravide un tratto benigno della Provvidenza e un segno di tenerezza da parte del santo che l'aveva messo e spinto con tanto ardore sulla via della carità.
Il Sili dal canto suo, portando nell'esplicazione del suo delicatissimo compito un grande spirito di intelligenza, di prudenza e di tenera devozione alla Vergine, seppe conciliare il dovere col rispetto dovuto al Fondatore; e se non sempre riuscì a far collimare le sue vedute con quelle di lui, fra i due valse il detto di S. Agostino: «Unità nelle cose necessarie, libertà nelle dubbie, carità in tutte N.
Ed è doveroso dire che lo stesso Bartolo Longo non potè che compiacersi del soffio di nuova vitalità che il Delegato Pontificio seppe, in breve, imprimere al Santuario ed alle Opere annesse. Il Tempio fu abbellito, fu costruita la Canonica, adibita. poi per i sacerdoti confessori quando i Domenicani volontariamente abbandonarono Pompei; furono ampliati i locali per la distribuzione degli oggetti religiosi, fu incrementato l'Osservatorio geodinamico che Bartolo Longo aveva ideato e voluto, nella sua vivida genialità come un lustro per la nuova Pompei e un omaggio della scienza alla Vergine «Sedes sapientiae»; furono aggiornati nell'ordinamento e nell'istruzione l'Orfanotrofio e l'Ospizio; fu, infine, eretto il grandioso campanile - autentica opera d'arte ideata e realizzata da un altro Servo di Dio, l'Ingegnere Architetto Aristide Leonori - omaggio al Sacro Cuore di Gesù, da parte dei devoti della sua Madre Santissima.
In tal modo tornò l'auspicato sereno in virtù del quale tutti poterono convincersi che la Chiesa - Sposa di Cristo e Madre dei Santi - è madre sempre, anche quando, come il chirurgo, squarcia la carne viva; e che i suoi tagli, sian pure dolorosi, sono suggeriti esclusivamente dal bene e non producono altro che bene. Infatti l'Opera di Pompei anzichè languire prosperava, prendeva proporzioni sempre più vaste; e l'averla sottratta alle incognite in mezzo alle quali si svolge e si conclude la vita di ogni privato cittadino per affidarla alle mani sicure di un organismo ecclesiastico, apparve a tutti, a cominciare dal Fondatore, non solo come un atto di saggezza, ma addirittura una grazia del Cielo.
Chissà quanti altri al posto di Bartolo Longo, disautorato, ridotto ad un'ombra là dove era stato tutto, avrebbero preferito andarsene, sparire!...
Egli invece rimase, rassegnandosi ad essere un'ombra: rimase per amore alla sua dolce Madonna, al suo Santuario, ai benefattori, agli orfani, ai derelitti, tutti «suoi» nel senso migliore!... Ed anche questo è un indice della sua non comune virtù.
Gli uomini preposti alla direzione dell'Opera furono verso di lui (l'abbiamo già detto) lodevolmente comprensivi e riguardosi; ma se anche lo avessero in malo modo cacciato, egli li avrebbe pregati a mani giunte di farlo restare accontentandosi di quell'angolino discreto dal quale era solito intrattenersi con la sua Mamma celeste... Un angolino così oscuro che neppure la sua ombra sarebbe stata avvertita da alcuno.
Cosi rimase! Non come un vinto che guardi « in gran dispitto » il vincitore, ma come un servo umile e volenteroso, felice soltanto di continuare a servire l'amata Signora anche dall'ultimo posto.
Infatti non stette a vedere, con le mani in mano; anzi continnuò a lavorare come sempre, da mane a sera; e dopo una lunga estenuante giornata, verso le ventitrè, quando tutti ormai riposavano, Lui si ritirava in camera a comporre, a scrivere, a corregger bozze di stampa...
Insomma, a lavorare ancora per la Madonna, anche se l'antico mal di visceri lo costringeva a raggomitolarsi su se stesso dallo spasimo, anche se la Contessa - tanto buona ma con i nervi troppo scoperti e sempre in convulsione (il che è una disgrazia ma non una colpa) - lo disturbava coi suoi lamenti e con le continue scampanellate.
Altri aveva occupato il suo posto in amministrazione; ma a lui era stata lasciata l'arma della penna: le pubblicazioni, il Periodico... Era stata lasciata la Corona del Rosario; un'arma anche quella! Con queste due armi quanto avrebbe potuto essere ancora utile alla causa di Pompei!
«...Così sia!» - disse un giorno alla Vergine dal suo angolo discreto ed oscuro. E continuò a lavorare.


27 L'ultimo voto del cuore

Dalla incondizionata cessione delle Opere alla morte del Servo di Dio corre uno spazio di vent'anni.
Vent'anni non di forzato malinconico riposo o di miserevole accasciamento, ma di indefessa operosità contrassegnata da un nome che non esprime e sintetizza il merito e la grandezza: «L'Ospizio per le Figlie dei Carcerati».
Erigendo quello per i maschi aveva obbedito al Padre Malecrini S. J., oltre che all'impulso generoso del suo cuore; ma non aveva mai cessato di ammonire se stesso che l'opera sarebbe rimasta monca finchè anche le femmine non avessero trovato all'ombra del Santuario un asilo di rieducazione e di amore.
Per questo fin dalla prima domenica di ottobre aveva cominciato a lanciare appelli per la nuova Opera di carità e di salvezza sociale dicendo ben chiaro che ad essa egli pensava già da quindicianni.
Gli appelli, poi, si susseguirono, con quel crescendo che egli, musicista nato, sapeva imprimere a tutte le manifestazioni del suo spirito, sì da suscitare - come al solito - un vero delirio di entusiasmo.
Tra le prime e più alte personalità a dargli la completa adesione, era stata addirittura la Re­gina Margherita di Savoia.
Nel 1925 da Pompei spiccava il volo, per raggiungere i fratelli e le sorelle sparsi per l'orbe, il libro che di quel voto magnanimo compendiava la storia, mentre il bianco maestoso fabbricato destinato ad accogliere le nuove figliuole della Madonna, sorgeva come per incanto e prima ancora della inaugurazione ufficiale, avvenuta il 26 ottobre 1926, già ventuno bambine vi erano accolte sotto la protezione del Cuore Santissimo di Gesù, il babbo amoroso che non fallisce e non tradisce.
«Noi miriamo al Cielo - scriveva Bartolo Longo a chiusura di quelle pagine commoventi - e diciamo: Grazie a Te, o Dio dell'amore e della misericordia! Noi miriamo a voi, o benefattori; a voi, o fratelli, e soggiungiamo: avanti, sempre avanti nel nome di Dio!»
E così fu! L'Ospizio «Sacro Cuore» raccolse in breve un piccolo popolo di creaturine sottratte alla fame, ai pericoli della miseria e dell'abbandono, al male; e oggi, maestosamente rifatto sul colle S. Bartolomeo, accoglie duecentocinquanta. bambine e di fronte all'Anfiteatro dell'antica morta. Pompei celebra le glorie della nuova Pompei cristiana perennemente viva e vitale.
Nel 1925 il venerando uomo riprendeva anche il movimento in favore della proclamazione del Domma dell'Assunzione di Maria SS.ma al Cielo, con grande fervore ed illimitate speranze. L'Assunta era stata sempre il suo sogno. Ogni anno ai 15 di agosto mandava in giro per la città, all'alba, la banda dei Figli dei Carcerati ad annunziare il gran giorno e nel pomeriggio distribuiva doni a tutti i suoi figli spirituali come suol farsi nelle famiglie in occasione di avvenimenti straordinari. Ora voleva raccogliere di nuovo firme ed adesioni da tutte le parti del mondo cattolico, come aveva fatto ai primi del secolo, per presentarle al Sommo Pontefice e pregarlo di affrettare un'ora così bella e benedetta.
Voleva vederla anche lui; ambiva a gustarne l'effluvio soave prima di chiudere gli occhi e, pur­troppo, non aveva molto tempo ad attendere!... Infatti l’ultima infermità lo sopraffece, l'iniziativa sua dovette essere interrotta e gli occhi suoi si chiusero prima che l'aurora del gran giorno spuntasse. Ma è merito suo l'averla desiderata tanto, l'averla anche preparata ed affrettata; e chissà quanto ha gioito quando l'ha vista spuntare di Lassù, appena a distanza di venticinque anni, spazio di tempo che per chi vive nell'eternità è meno di un attimo.
Intanto si andava allargando intorno a lui quella zona del silenzio che fatalmente si forma a poco a poco intorno alle persone longeve.
Spariti i santi uomini suoi maestri di spirito e suoi consiglieri, spariti gli amici più cari e più intimi, spariti i collaboratori preziosi che lo avevano così validamente coadiuvato!...
Ai 9 di febbraio del 1924 spariva, dopo breve infermità cristianamente sopportata, anche la Contessa De Fusco - la donna dal carattere un po' difficile ma di grande fede e di ardente pietà - che per cinquant'anni gli era stata compagna fedele e cooperatrice instancabile.
Tutto contribuiva a ricordare al pio vegliardo che anche per lui l'ora della partenza era vicina. Morta la Contessa, i parenti insisterono perchè «si muovesse un po'» per riaversi e per distrarsi; ed egli cedette alle loro insistenze non tanto per distrarsi quanto per congedarsi dai luoghi cari e dalle poche persone a lui ancora legate da vincoli di parentela o di amicizia.
Infatti andò a Napoli e dopo essersi trattenuto qualche giorno nella casa dove quarant'anni prima era stato composto il primo numero de «il Rosario e la Nuova Pompei», si recò a Latiano suo paese natio. Ma lontano da Pompei non poteva più stare, per cui il 23 aprile del 1925, vinto dalla nostalgia, fece ritorno alla terra da lui santificata.
Alla stazione di Torre Annunziata e al suo arrivo a Valle di Pompei ebbe accoglienze indimenticabili, testimonianza commovente del posto da lui occupato nel cuore di quelle buone e semplici popolazioni.
Era veramente il popolo - tutto il popolo - ad acclamarlo, esaltarlo, invocarlo, benedirlo, con incontenibile passione; e, non sempre, la voce del popolo è non di rado voce di Dio.
Il 1925 era l'anno del Giubileo d'argento delle Opere pompeiane e la Madonna aveva riserbato al suo servo fedele, fra tante angustie, le ultime consolazioni.
Nel maggio inaugurato il monumentale campanile e alla cerimonia assistevano oltre cinquanta­mila persone.
«Ad un tratto - scrive un testimone oculare - nell'angolo di un balcone la folle scorse una piccola figura di vecchio, tutta raccolta nei suoi ricordi, che si nascondeva nella sua preghiera. Ed il popolo, l'immenso popolo, divenne una sola ovazione ed un solo entusiasmo. Una ovazione spontanea, prorompente, irrefrenabile, perchè, in tanta gloria, quella visione quasi nell'ombra, la visione del piccolo vecchio, di Bartolo Longo, rispondeva ad un bisogno dell'anima popolare che, di fronte al campanile, al Santuario, alla Città nuova, alle Istituzioni insigni di assistenza e di previdenza sociale, monumenti di amore più grandi ancora del medesimo Tempio, osannava all'apostolo, schivo di onori, che tanto fervore di fede aveva saputo suscitare in un secolo di miscredenza e di indifferentismo religioso, e tante opere mirabili aveva saputo far sorgere dal nulla».
Il 30 dello stesso mese nella Sala dei Convegni dell'Ospizio dei Figli dei Carcerati aveva luogo un'altra cerimonia, di proporzioni molto più modeste, ma simpatica e solenne. Bartolo Longo, già decorato della Commenda di San Gregorio Magno dal Papa Leone XIII (e per questo a Pompei lo chiamavano tutti il «commendatore»), riceveva in tale adunanza le insegne della Gran Croce del Santo Sepolcro conferitogli da Sua S. Pio XI.
Una pioggia di rose scese dall'alto dei palchi ed un lungo, frenetico applauso salutò il nostro Cavaliere, mentre rivestiva la serica fascia nera con la placca a segni rosso sangue, irraggiata di brillanti.
Ristabilito il silenzio (trascriviamo dal Periodico) «il Comm. Bartolo Longo sorge in piedi a parlare. La sua piccola persona è tutta, vibrante, come nei tempi lontani del suo ardore comunicativo, che scuoteva ed infiammava gli ascoltatori affascinati.
«Quest'oggi, egli dice, in presenza di questa eletta corona di personaggi e dei miei figli carissimi di adozione, voglio fare il mio testamento, sentendo avvicinarsi l'ora estrema.
«Ho raccolto e profuso milioni per fondare la Basilica Pompeiana, le Opere di beneficenza, la nuova
Città di Maria. Nulla più posseggo: sono povero. Mi restano le insegne cavalleresche, a testimonianza di benevolenza dei Sommi Pontefici, e queste pure voglio donare.
«Alle orfanelle lascio in ricordo la Commenda di S. Gregorio Magno. Ai - diletti Figli dei Carcerati la spada dell'Ordine di S. Gregorio Magno, che è simbolo di fortezza e che a voi, miei diletti figliuoli, ricorderà il dovere di essere forti nella Virtù e nella Religione».
«Desidero che voi, o miei diletti figliuoli, la sospendiate presso l'Immagine di Maria, come fece S. Alfonso de' Liguori del suo brando di Cavaliere.
«Alle figlie dei Carcerati, ultimo voto vivente e sogno più caro del mio cuore, lascio la Gran Croce del Santo Sepolcro datami oggi da Pio XI».
Volgendosi poi a tutta la folla degli astanti tanto della platea quanto de' palchi, soggiunse «Chiamo tutti voi testimoni, anzi come tanti notai di queste mie ultime disposizioni e di queste mie ultime volontà». Rivolto infine all'Em.mo Cardinale Silj che era alla sua destra gli dice: «Eminentissimo Principe, a Voi che siete il Capo del Santuario e delle opere da me fondate, lascio le mie ossa, con la preghiera di farle riposare nel Santuario, a piè del gran Trono della mia dolce Regina da me servita per oltre cinquant'anni, e accanto ai resti mortali della Contessa mia consorte. Sulla lapide che coprirà la mia modesta tomba siano scritte queste parole,: «Qui giace l'avvocato Bartolo Longo - Fondatore di questo Santuario - implorate pace -».
Il piccolo vecchio dalla fluente candida barba di Patriarca dominava l'Assemblea con la sua statura morale, mentre a quelle ferme e serene pa­role presaghe di una fine non lontana, non pochi si asciugavano gli occhi umidi di pianto.
Intanto si stavano preparando i festeggiamenti dell'ottobre e il Servo di Dio, nei limiti delle sue possibilità, collaborava attivamente al loro successo.
Gli venne l'idea, fra l'altro, di richiedere ai de­voti della Madonna dei fiori artificiali - ma bellissimi! - per ornare la base del trono su cui doveva essere trasportato il quadro processionalmente e ne arrivarono a fasci da tutte le regioni d'Italia.
La sua parola aveva ancora echi meravigliosi e benefici!
Le celebrazioni furono grandiose e la giornata. culminante - la prima domenica di Ottobre - fu una indescrivibile apoteosi. Il Santuario, la piazza e le vie adiacenti rigurgitavano di fedeli.
A mezzogiorno fu recitata la Supplica e la folla ripeteva le parole sgorgate dal cuore del venerando Vegliardo tra lacrime e singhiozzi ininterrotti, mentre in quell'ora medesima il Vicario di Cristo delle espressioni dell'umile laico cosi duramente provato si serviva per impetrare, all'unisono con la moltitudine radunata in Pompei e con tutti i fedeli sparsi per il mondo, le sospirate grazie dal cuore misericordioso di Maria.
Intorno all'Immagine miracolosa erano le più spiccate personalità del Clero e del laicato; solo il Fondatore mancava; e potè soltanto intravedere da lungi, cioè dal balcone della villetta dove abitava, il ripetersi della incoronazione compiuta dal Cardinale Silj nella nuova vastissima piazza.
Consumato dalla febbre, afflitto da minacciose enfiagioni comparsegli sulla fronte e sul sopracciglio, se ne stava, tutto fasciato e bendato, in devota contemplazione a rimirar la Vergine - mentr'Essa, compiuto il rito della incoronazione avanzava ondeggiando su quella marea umana - quasi attendesse un segno di materno affetto!
E «il segno», un delicato pensiero del Cardinal Silj venne a colmarlo di gioia. Al ritorno della processione, davanti alla casa del Servo di Dio, la Madonna si soffermò e si volse a guardarlo e benedirlo!... Momento di indescrivibile commozione, non solo per lui ma anche per quanti poterono godere di quello spettacolo significativo e grandioso.
Ai primi di febbraio del 1926 il Cardinale Silj, che dopo la celebrazione del cinquantenario era partito per Roma per motivi inerenti all'alto ufficio che colà occupava, tornò a Pompei desideroso di passare una giornata di fervoroso raccoglimento innanzi alla taumaturgica Immagine e si intrattenne a lungo, cordialmente, anche con il Servo di Dio. Poi riparti per furbe quasi di fretta. La mattina del 27 dello stesso mese arrivava a Valle di Pompei la ferale notizia della sua morte!
Fu un duro colpo per Bartolo Longo che, all'annunzio, rimase profondamente accasciato.
Era un altro vuoto dolorosissimo che gli si faceva d'intorno; e nel silenzio che lo circondava, diventato improvvisamente cupo, egli sentì il richiamo della morte risuonare nitido e vicino.
Per questo non si interessò gran che di sapere chi sarebbe venuto a sostituirlo e meno che mai di esprimere un qualsiasi desiderio in proposito. Ormai cominciava a sentirsi estraneo al mondo e non aveva che una aspirazione: avvicinarsi spiritualmente sempre di più al Cielo.


28 Nella pace di Dio

A succedere al Cardinal Silj nelle funzioni di rappresentante della Santa Sede nel Santuario fu chiamato dalla fiducia del S. Padre Sua Ecc. Mons. Carlo Cremonesi, uomo di grande mente e di gran cuore, che come primo suo atto inviò al Fondatore una lettera devota e affettuosa in cui esprimeva l'augurio di averlo sempre vicino per consiglio e per esempio.
Il nuovo Delegato Pontificio giunse in sede il 22 maggio 1926 festosamente accolto e Bartolo Longo, che già lo conosceva e ne aveva sentito decantare le doti d'animo e d'intelletto, fidava gioiosamente in lui per l'attuazione di nuovi progetti e per il compimento di altre Opere destinate a perfezionare il poema della nuova Pompei. Infatti nel breve spazio di tempo in cui Mons. Cremonesi ricoprì l'alta carica non fece che convalidare le sue speranze e superare la sua aspettativa.
Ma nel frattempo la vivida fiamma che ardeva nel cuore del Servo di Dio e che pareva inestinguibile, si andava lentamente ma inesorabilmente spegnendo.
Disteso nel suo lettuccio, pallido, emaciato, raccolto quasi sempre in preghiera, l'uomo dei prodigi si consumava a poco a poco. Il Signore «lo arricchiva negli affanni», secondo l'espressione dello Spirito Santo.
Verso la metà di agosto, nell'approssimarsi della festa dell'Assunta la fiamma languida del suo cuore stanco ma ancora generoso ebbe un guizzo e alla luce di quel guizzo momentaneo la mano tremante vergò il congedo del Condottiero dall'esercito sconfinato dei fedeli trascinati ai piedi della Vergine col fascino della parola e della fede.
«Una preghiera! Un ricordo» - era il titolo dell'articolo che comparve poi nel quaderno di settembre-ottobre de «Il Rosario e la Nuova Pompei»: Una preghiera alla Madonna perchè si degnasse rivolgere dal suo Trono uno sguardo pietoso sul suo vecchio, sofferente servitore che da oltre cinquant'anni non s'era mai stancato di pregare per ogni dolore, per ogni affanno, per ogni calamità.... E un ricordo: di non interrompere per l'avvenire lo slancio della loro beneficenza e del loro amore per quel «popolo di piccole anime care a Dio e alla Madonna» alimentato da cinquant'anni con la loro carità e generosità; perchè se era vero che per le sue mani erano passati fiumi di denaro scesi ad irrigare una squallida Valle e renderla un prodigioso giardino e ad alimentare opere meravigliose, era anche vero che egli moriva povero, e, come il Santo Giobbe, non aveva che da rallegrarsene e ringraziarne il Signore; ma che cosa sarebbe accaduto se per poco si fosse interrotto lo slancio del loro buon cuore?
Era l'ultimo prezioso servigio che il pio Vegliardo offriva alle Opere di Pompei, cedute al Papa « con incondizionata, illimitata, fiduciosissima rinuncia» dopo averle generate, alimentate e rese vigorose col meglio del suo sangue e dell'anima sua.
È confortante sapere che in quel periodo di sofferenze sempre più acute non gli mancò mai nulla di ciò che in qualsiasi modo potesse alleggerirgliene il tedio.
Al suo capezzale vegliavano instancabilmente i solerti infermieri del corpo e dell'anima; quelli per sostenere le sue esauste forze fisiche, questi per sostenere il suo spirito e alimentarlo col Pane della vita eterna; gli amici e gli estimatori si succedevano con commossa premura per dargli e riceverne un dono di cristiano conforto; umili creature a lui devote facevano a gara per soddisfare e prevenire ogni suo più piccolo desiderio...
Il suo lettuccio era cosparso di Immagini sacre; immagini che l'infermo si accostava di quando in quando alle labbra sussurrando espressioni di affetto e di preghiera. Erano amici anche quelli, la cui compagnia gli consentiva di pregustare le gioie della convivenza celeste.
Molto spesso diceva parole incomprensibili a San Domenico e a Santa Teresa del Bambino Gesù, due Santi così distanti nel tempo e così diversi l'uno dall'altra.
Ma San Domenico era l'atleta del Santo Rosario, il suo Santo! E S. Teresa, la «santina» fragile di membra quanto ferrea di spirito che aveva chiestoa Dio di concederle o il martirio del corpo o il martirio dell'anima, o - meglio ancora - tutti e due!...
Somma consolazione ebbe anche dai suoi figli spirituali - suore e maestranze, figli dei carcerati e orfanelle - che a piccoli gruppi venivano a visitarlo, a congedarsi da lui, a ricevere la sua paterna benedizione.
Essi non riuscivano a trattenere le lacrime; ed egli sorridendo li esortava a rimaner fedeli alla Madonna, a farle sempre onore... Che cosa avrebbe potuto dire di più?
Alle derelitte e alle orfanelle che inginocchiate accanto al letto si chinavano singhiozzando a baciargli la mano, egli, quella povera mano dalla pelle risecchita che stringeva sempre il Rosario, l'alzava lentamente e posandola sulla loro testina diceva piano piano, con gravità, - con umiltà, con devozione: «Vi benedico con questa Corona con la quale Maria SS.ma vi coronerà quando entrerete nella gloria!». E non ancora contento la metteva loro al collo come una corazza di difesa e di salvezza.
Si arrivò così all'ottobre del 1926. Nell'Ospizio dei Figli dei Carcerati fervevano i preparativi per la Festa commemorativa della Battaglia di Lepanto, fissata per il giorno 7, festa istituita dal Servo di Dio ed a lui tanto cara che a sospenderla, a causa delle sue preoccupanti condizioni di salute, sarebbe parso a tutti di compiere una disobbedienza e di dargli un dispiacere.
Ma la sera del tre sopraggiunse una seria complicazione: la polmonite.
Non vi fu chi non capisse che era la fine! Infatti nel pomeriggio del quattro l'infermo ebbe una forte crisi tantochè si iniziarono le preghiere dei moribondi. Alla crisi subentrò fino all'alba del giorno cinque un po' di tregua durante la quale il morente vedeva i suoi amici già in cielo e li chiamava per nome... Di quando in quando invocava anche S. Teresa del Bambino Gesù. Presso il capezzale vegliava Mons. Giuseppe Vincenzi che parecchi anni prima il Sommo Pontefice Benedetto XV aveva inviato a Pompei in qualità di confessore della Contessa De Fusco, e che di Bartolo Longo era devotissimo amico. Questi, che nei giorni precedenti gli aveva somministrato gli estremi conforti religiosi, vedendo che ormai stava per spegnersi gli si avvicinò, gli chiese perdono di qualche sua involontaria mancanza e gli domandò, con voce rotta dai singhiozzi «Vi ricorderete anche di me in Cielo presso il Trono della Madonna?». - Si rispose il moribondo a fior di labbra, con un impercettibile sorriso. Poi non disse più altro. Mons. Vincenzi si allontanò dal suo letto perchè doveva celebrare la Messa ai ragazzi delle scuole esterne. All'offertorio il Direttore dell'Ospizio gli si avvicinò e gli annunziò sottovoce: «È morto!». II santo vegliardo infatti era spirato pochi momenti prima serenamente. Aveva 85 anni.
Morendo aveva tentato di portare alla bocca il crocifisso che stringeva con la destra e la Corona che teneva intrecciata fra le dita della sinistra, ma non gli era riuscito. Ambo le mani erano ricadute sui lenzuoli mentre l'anima sua spiccava il volo, accompagnata dalle palpitanti preghiere del suo pio Direttore spirituale, di S. Ecc. Mons. Cremonesi, del nepote Ing. Bartolo e dei fedeli collaboratori, da una folta corona di Suore e di Prefette e da altre persone a lui devote, le quali tutte fissavano sbigottite quel volto venerando, pallido e sereno nella immobilità della morte, incapaci a convincersi che quel cuore magnanimo avesse cessato di battere, che quella fiamma prodigiosa si fosse spenta.
La sua salma venne amorevolmente composta sul letto funebre e, fra le mani del Cavaliere della Madonna, posta l'unica onorifica insegna cui non aveva rinunziato, la corona del Rosario. La vegliarono le suore e le figlie dell'anima sua. Ai figli diletti toccò l'onore di sollevarla sulle loro spalle...
Le onoranze funebri furon degne, veramente, dell'uomo che aveva fondato una città e reso alla Chiesa, alla civiltà e all'Italia segnalati servigi.
La bara non ebbe fiori. Troppo caduchi sarebbero stati quelli della terra!
«...L'accompagnarono le preghiere dei credenti di tutto il mondo (scrive il R. De Filippis, Consigliere di Cassazione, Presidente dell'Associazione B. Longo tra gli ex alunni dell'Ospizio): la bagnarono le lacrime dei rigenerati nella fede, delle centinaia di derelitti strappati alle strade ed alla perdizione, di tutte le creature che volle raccolte, come in una famiglia, sotto l'usbergo della Carità; quelle cocenti dei benefattori e quelle amarissime dei beneficati».
«E mentre le preghiere salivano al Cielo, propiziatrici di divino favore, quale rugiada mattutina, la profusione delle lacrime faceva schiudere, olezzante e profumata, la corolla dei fiori immarcescibili della gratitudine e della riconoscenza, dell'amore e della fede, che gli Angioli raccolsero di terra in terra, di regione in regione, di contrada in contrada, formandone il serto che doveva coronare le virtù del grande Apostolo».
Uno di quegli uomini che l'opinione pubblica di tutti i tempi venera come «saggi» lasciò scritto: «Io vorrei passare tutta la mia vita contento della felicità procurata agli altri e morire nelle braccia di una persona cara leggendo nei suoi occhi un sincero dolore.
«Io non vorrei che ai miei funerali prendesse parte un gran numero di persone più o meno eleganti e neppure m'importa che s'accendano molte candele brillanti e s'inviino ghirlande olezzanti; mi basta di essere accompagnato da un solo sacerdote colla preghiera sulle labbra, da un amico con le lacrime sincere negli occhi e da quella persona alla quale io ho fatto del bene. Allora la mia anima si eleverà con gioia verso il Cielo, perchè tre Angeli l'accompagneranno: quello della fede, quello dell'amicizia e quello della riconoscenza».
Noi contempliamo l'anima di Bartolo Longo elevarsi verso il Cielo scortata non da tre Angeli soltanto ma dalla moltitudine innumerevole delle anime alle quali ha fatto tanto del bene.


 
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