Bartolo Longo: Pedagogista ed Educatore - Istituto Aveta

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Bartolo Longo: Pedagogista ed Educatore

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*I fondamenti di ogni riforma educativa

Iniziamo una serie di incontri nei quali riprenderemo testualmente tratti significativi di quegli scritti di Bartolo Longo, che evidenziano il suo pensiero pedagogico, tradotto nell’azione educativa che distingue le opere sociali da lui fondate. Si tratta di assecondare un impegno redazionale che, tuttavia abbiamo assunto anche personalmente da tempo ed in circostanze diverse: perché il nome del propagatore del Rosario ed il costruttore della Pompei Mariana venga a tutti gli effetti iscritto nella storia ufficiale della Pedagogia.
L’opera che introduce questo nostro percorso è titolata "Per la educazione morale e civile dei figli dei carcerati" (Scuola tipografica editrice B. Longo, 1894): in essa l’Autore parla dei suoi progetti e ne sostiene l’impostazione pedagogica con chiarezza di termini e profondità di motivazioni.
Il primo approccio speculativo, in apertura del testo, riguarda, infatti, il concetto dell’educare: un’azione che, indipendentemente dalla diversità dei metodi e dei contenuti, dei luoghi e delle culture si presenta e rimane come una preoccupazione costante delle generazioni adulte rispetto alla prole e alla gioventù consegnataria, quest’ultima, dal patrimonio dei padri e responsabile del progresso futuro. In questa ottica l’alfa e l’omega di ogni riforma sta nell’educare; ma la pedagogia longhiana divenuta specifica ed originale – oltre che profondamente attuale – quando afferma che educare comprende istruzione e formazione del carattere, rapporto con gli altri ed implica la valorizzazione delle potenzialità individuali, aperte ad un progetto di vita sempre più autonomo e libero da condizionamenti.
In tale paradigma Bartolo Longo coniuga il sentimento del dovere, la legge del lavoro, il culto dei diritti civili e della Patri, la carità e la fede: siamo nel momento in cui egli pensa di edificare le fondamenta di quella che chjiama Casa di educazione per i Figli dei Carcerati.
L’impegno per l’educazione deve coniugare insieme cultura dell’intelletto e cultura del cuore, sentimento del dolore ed esperienza lavorativa, ed avere come elemento fondante e vivificante un’autentica esperienza religiosa.
L’Opera di beneficenza per i figli abbandonati dei poveri forzati, come l’intendiamo noi, sarà una istituzione essenziale educativa, fondando l’educazione principalmente sul lavoro e sull’esercizio di quei mestieri che sono consentanei alla condizione sociale dei giovanetti ricoverati.
Conforme abbiamo fatto per il nostro Orfanotrofio femminile della Vergine di Pompei, così faremo per questa nuova Opera di beneficenza: curare soprattutto di non creare spostati, una delle più profonde piaghe d’Italia; ma di limitare l’istruzione a quanto è necessario per esercitare meglio un mestiere e i diritti di cittadini.
In quanto al resto è nostra costante sollecitudine che i fanciulli e le fanciulle affidati alla nostra educazione, imparino bene un mestiere, acquistino l’abitudine al lavoro, la forza della volontà, l’amore al risparmio, e siano teneri sopra tutto della dignità umana, che essi acquistano lavorando, con la speranza che un giorno non saranno di peso a nessuno, e con il loro lavoro provvederanno da loro medesimi ai bisogni morali e materiali della vita.
La carità è per noi fuoco potente che spira le sante istituzioni, e spiega la sua efficacia sulla società con frutti di sana educazione e di vera civiltà.
Quando noi avremo raccolti qui una buona quantità di fanciulli abbandonati, figli di condannati a lunga pena, avremo la certezza di aver sottratto alla mala vita centinaia d’innocenti, di aver sottratto alla statistica criminale una buona cifra di delitti, di aver contribuito alla tranquillità pubblica della nostra nazione; e nello stesso tempo avremo la consolazione di educare al bene tante anime create per vivere da buoni cittadini e buoni Cristiani, per compiere santamente il loro sublime destino di andare un giorno all’amplesso di Dio.
Educare, educare, educare ecco l’alfa e l’omega di ogni riforma, ecco la medicina di malattie sociali divenute incurabili sotto altro trattamento, ecco l’unico modo di rendersi cittadino benemerito.
L’educazione non deve essere come è stata finora, intesa solamente ad istruir la mente, senza aver d’occhio la vita, ma a contemperare la coltura della mente con quella del cuore, il sentimento del dovere, e la legge del lavoro; e il tutto sostenuto, vivificato dalla religione, la quale solleva l’anima al cielo e le impedisce di sprofondare nella materia, che la uccide e la snatura.
Ecco i nostri intendimenti nella istituzione della nuova Opera per i figli abbandonati dei detenuti a vita e a lunghi anni di lavoro forzato: educarli alla religione ed all’arte, all’amore del lavoro ed alla ubbidienza alle leggi, alla coscienza dei propri diritti, e in pari tempo alla conoscenza del proprio dovere.
Finora, sempre intenti ad una voce interna, arcana, soprannaturale, che ci ha guidati per il corso non interrotto di quindici anni, abbiamo inteso principalmente a rinfocolare nel mondo il sentimento religioso, con l’edificazione del santuario, e a risvegliare e rendere operosa la carità dei fedeli dando opera a circondare il Santuario di Pompei di Opere benefiche.
Oggi la medesima voce ci chiama a cooperare in un campo pedagogico.
E noi tanto più volentieri rispondiamo all’impulso interno, in quanto che siamo invitati dalla voce autorevole del Capo di tutto il Cristianesimo, dal Rappresentante di Cristo, che ha già dettato nell’ultima sua Enciclica le norme generali di condotta che debbono seguire gli Stati e i cittadini nella terribile questione operaia che ci sovrasta.
A questo modo io, come Cattolico, contribuisco anche io, quanto è da me, alla soluzione del più difficile problema sociale.
L’educazione dell’operaio è stata la nostra preoccupazione continua, e confidiamo che il buon frutto seguirà agli sforzi dell’industre agricoltore.
E però confidiamo ancora che con l’educazione, quel fanciullo che, ad esempio del padre, guardava la via del delitto e s’avviava alla galera, si potrà mutare in angelo di costumi, amante del lavoro, e sostegno della sventurata madre, la cui immagine si riproduce come un fantasma nei sogni turbati dell’infelice galeotto.
Un giorno quel fanciullo da noi educato, divenuto adulto, alimenterà il vecchio genitore, che riabilitato dalla pena sofferta, avrà sempre dinanzi agli occhi in quel figliolo l’esempio del bene, della religione e della carità cristiana.
La sua educazione alla virtù, alla morale, al lavoro, ricevuta in Valle di Pompei, riverbererà su tutta la reietta ed abbandonata famiglia. La madre non sarà costretta al male per portare un pane ai derelitti figli; perché il figliol suo, educato al mestiere in Valle di Pompei, le recherà il pane benedetto procurato dalle proprie braccia.
Oneste saranno le sue sorelle che conosceranno i beni della religione, della onestà e della fatica.
Il vermicciuolo lasciato ad imputridire, perché privato della luce (della verità), potrà mutarsi nell’angelica farfalla destinata a volare tra gli spazi eterni.
La vittima di somma, trascinata dall’abbandono e dalla colpa non sua, a soggiacere o a castighi di colpe non sue, o alle quali è sforzata, viene da noi salvata dal coltello del carnefice, ed il carnefice è per questa vittima la società tutta: e viene abilitata a produrre tutto il bene, che sa
e che può produrre la creatura, da Dio destinata alla virtù, alla gloria, al premio del cielo, dopo di essere stata virtuosa e feconda di bene per sé e per gli altri sulla terra.
Questo, secondo pensiamo noi, significa curare il male dalla radice, educare con sforzi titanici la nuova generazione operaia a sentimenti di religione, a un concetto della vita più sano, più giusto, più rispondente alla realtà.
Se continua il concorso degli italiani e degli stranieri alla nostra nuova istituzione, noi cominceremo l’Opera con cento fanciulli, i quali, continuando la cooperazione dei nostri fratelli, chi sa, arriveremo forse al numero trecento.
Così avremo sottratto all’elemento sociale rivoluzionario, che recluta molto facilmente la gioventù traviata e dedita al malfare, trecento operai, i quali invece di diventare petrolieri e scassinatori sanguinari dell’edificio sociale, saranno dei buoni capi di famiglia, che a loro volta educheranno al bene anche i loro figli, perché il bene è fecondo come il male e si propaga con la stessa legge di solidarietà.
Noi diciamo trecento, ma non saranno mica soltanto trecento i fanciulli salvati dalla via della perdizione; giacché quando i primi ricoverati saranno giunti ad una età in cui possono rientrare nella vita, e lucrare onestamente il loro pane quotidiano, altri entreranno a godere gli stessi benefici dell’educazione, e così verremo a stabilire un vivaio rigoglioso di cultura, un luogo ove si redimono le anime che sono in pericolo di pervertimento.

(da Bartolo Longo, Per la educazione morale e civile dei figli dei carcerati, Pompei 1894, pp. 15-20)
(A cura di Luigi Leone)


*L'Esigenza della Formazione

Il principio che – come abbiamo detto – Bartolo Longo segue e intende dimostrare con il suo metodo educativo consiste nel voler, anzi dover riconoscere agli orfani della legge quel diritto alla formazione che la scienza positiva e il pensiero lombrosiano negavano loro. In tale contesto, egli documenta le influenze positive che l’educazione dei figli esercita sui padri, nelle lettere che quest’ultimi gli indirizzavano "raccomandandogli i figli, con l’affanno, col gemito, con le parole che spontanee verrebbero soltanto sulle labbra di un uomo che fosse preso a far l’ultimo respiro". Nel testo troviamo, infatti, un capitolo "lettere e strazi", che lascia chiaramente capire anche come la molla che guida Bartolo Longo quando si pronuncia sulla pedagogia parta dalla "pietra", dalle corde più intime della solidarietà, per esprimersi, poi, nella sostanza, nel momento in cui affronta nello specifico, le singole posizioni delle correnti positiviste: i positivisti "di buona fede", quelli "fieri", quelli di "mala fede". Le risposte che Bartolo Longo darà sono quanto mai realistiche: il medico non abbandona chi nasce con i germi della tisi, altrettanto fa il botanico per rendere una pianta fruttifera. Nel contesto dei rapporti sociali si tratta di adottare allora lo stesso principio di intervento e valorizzazione, a compenso, a supporto dell’esistente attivo, perché ogni possibilità di devianza venga, per così dire, preventivamente considerata nelle finalità educative ed affrontata nei mezzi, nei contributi esterni, rispetto all’alunno (metodo sperimentale) nell’ambiente naturale ed umano che lo circonda. Si tratta soltanto di fare proprio ed applicare il principio per il quale l’elemento morale e civile di un paese passa attraverso l’azione educativa, che ha come fine ultimo l’esaltazione della singola persona. Un principio sul quale stiamo ancora oggi riflettendo e che i contemporanei del Longo cercano di ostacolare con ogni mezzo.
Contro i positivisti e la loro scuola, Bartolo Longo afferma il diritto alla formazione e documenta le influenze positive che l’educazione dei figli esercita sui padri. È quanto si evince dalla lettera che qui pubblichiamo, dove il giudizio negativo sulla scienza che non ha cuore è inappellabile.
Lettere e strazi –
Fratelli, io pubblico alcune di quelle lettere. Leggetele, e dopo direte se io m’inteneriva come debole femminetta, ovvero s’io mi commoveva com’uomo che ha cuore.
Ill.mo Sigg. Avv. Bartolo Longo, Chi scrive è il condannato S… S… di… Santo Vitolo Capo, pr. Di Trapani, ora rinchiuso nella casa di Custodia di Reggio Emilia per espiarvi la lunga pena di anni 18, la quale non ha termine che il 13 Gennaio 1908!
Ha lasciato nella miseria sua moglie con sei figli.
La prega di collocare nel suo Istituto almeno due dei più teneri, che sono Pietro di anni 6 ed Angela di anni 7. Così verrebbe sollevata non poco la misera sua moglie che dovrebbe stentare a procurare il pane ad altri quattro figli.
Comprendo che la S.V. sarà assediata di domande, ma se volesse benignarsi tener presente anche la preghiera del sottoscritto disgraziato, è certo che farebbe l’opera più misericordiosa verso un misero padre di famiglia, colpito dalla sventura, e che ha moglie con sei figli, che si trovano nella più squallida miseria, ecc.
Dalla Casa di Custodia di Reggio Emilia.
Suo dev. Servo – Firmato S. S.
Risposi:
- Amico! Son dolente: ma non posso ora far nulla pei vostri sei figli. Non posso distrarre quel danaro, che gli oblatori mi mandano per costruire il grande edifizio.
Appresso, allo sventurato che avea numerati i giorni del suo dolore, e attende per la sua liberazione il secolo venturo, seguì un altro più sventurato, perché si reputa innocente, e nel silenzioso orrore della sua segreta conta gli spasimi de’ figli suoi.
Leggete:
Ill.mo Signor Avvocato. Un povero carcerato il quale deve scontare 12 anni di reclusione a cui fu condannato dalla Corte di Assise di Viterbo, fa umile e sottomessa domanda al generoso cuore della S. V. acciò voglia concedergli il beneficio di collocare in qualche luogo di carità, due teneri pargoli, uno maschio e l’altro femmina: i quali senza veruna colpa, ed innocenti come sono, languiscono nella più cruda miseria. Attualmente essi sono abbandonati nel mezzo di una vita a motivo che la stessa povera madre, priva del marito e senza mezzi di sussistenza è incapace di dar loro aiuto di sorta, e non sa a qual Santo volgersi per mitigare lo strazio di questi poveri e sventurati figli.
Per tanto strazio, miseria e dolore il detenuto supplicante si prostra genuflesso ai piedi della S. V. Ill. acciò voglia con cuore di vero padre assumere la tutela di queste sventurate creature cui fu tolto il proprio padre condannato ad una enorme pena, innocentemente. Pazienza! E sia fatta così la volontà di Dio e della madonna… L’umile supplicante passa a sottoscriversi della S. V. Ill.
Dal Carcere Giudiziario di Soriano nel Cimino.
3 Dicembre 1892.
Dev. Ed Um. Servo – Detenuto Y. Y.
Nato in Ronciglione (Viterbo) luogo in cui presentemente domicilia.
Anche a costui risposi
- Amico, non posso ora piegare il mio cuore a compassione veruna, perché il mio animo è tutto rivolto alla edificazione del grande Ospizio che dovrà un giorno accogliere molti infelici simili a’ vostri figliuoli.

***

Non avea firmata ancora cotesta lettera, quando me ne giunse un’altra da Vercelli, scritta da un Reverendo Vice Curato, che conficcò il chiodo più addentro al mio cuore.
Trattavasi di un povero fanciullo orbato d’ambo i genitori: del padre, perché la madre di questo diseredato lo ha poi ucciso; della madre, perché la legge l’ha segregata dal civile consorzio.
Positivisti di buona fede – Ponete mente a siffatti oppositori: essi si appellano Positivisti sociali.
Ora cotesti Scienziati che vorrebbero distrutta l’Opera nostra, dividiamo in tre classi:
1ª In Positivisti di buona fede.
2ª In Positivisti fieri
3ª In Positivisti di mala fede.
La 1ª classe di Positivisti ci ha detto:
- Voi, Bartolo Longo, non conchiuderete nulla, perché chi nasce delinquente deve morir delinquente.
Domando io:
- Questa Scienza su di che è fondata?
Si risponde:
- Essa è fondata su legge fatale: essa è da natura.
- Dunque?
- Dunque? Domandiamo noi, che cosa bisogna fare?
- Non bisogna prender cura di questa genìa malnata.
Lasciatela in preda alla benefica selezione naturale.
Cioè fateli morire questi sciagurati nel lezzo e nella miseria e nel ludibrio in cui son nati.
- Ho! Com’è brutta questa Scienza che si chiama Positiva!...
Questa Scienza è senza cuore. Al vostro medesimo cuore ripugna. Ammesso pure che i poveri sventurati nascano con la bozza della delinquenza, dunque bisogna abbandonarli?
Per contrario la conclusione delle vostre promesse dovrebb’essere la seguente:
- Se cosiffatti fanciulli nascono cattivi, sforziamoci a farli divenir meno cattivi, e possibilmente buoni; pongano ogni opera a migliorarne la condizione.
E poco fa abbiamo notato la nuova Scuola Positiva progredita, che fattasi accorta di cotesto errore, già ammette la possibilità dell’educazione dei fanciulli, purché siano sottratti all’abbruttimento che li avvolge.
Noi quindi sforzandoci ad educare monelli cosiffatti, operiamo secondo i postulati della scienza Positiva.
Ma senza la Scuola francese io aveva già determinato di accogliere cotesti sciagurati per educarli, e ne avea stabilita l’età dell’ammissione dai sei agli otto anni.
Ma io rispondo direttamente a questi Scienziati. Il medico abbandona egli mai il fanciullo che nasce tisico? – no.
I medici anche Positivisti, non lasciano mai abbandonato un bambino che nasca coi germi della tisi.
Anzi lo accompagnano e lo circondano di tutte le cure; lo tolgono dal luogo infetto, gli fan respirare altr’aria più salubre, più mite, più elevata. E come si sforzano i medici a prolungare di un’ora la vita di un tisico!
Ora non si abbandonano i nati tisici, che portano il germe della morte precoce nel corpo; e volete poi abbandonare i poveri fanciulli, perché dite che portano dalla nascita i germi della morte morale!
Appresso il botanico che prende una piata selvatica, e vuol renderla fruttifera, non fa che trapiantarla in altro giardino, la coltiva e l’innaffia; così da una pianta sterile ne cava buon frutto.
E perché non possiamo noi prendere queste piante selvatiche, questi esseri affetti dalla tisi della immoralità, e ridurle piante fruttifere nel campo sociale?
Io ho questa speranza.
(da Bartolo Longo, Per la educazione morale e civile dei figli  dei carcerati. Pompei 1894, pp. 84-86; 123-125)
(A cura di Luigi Leone)


*L'accoglienza dei minori e la carità

Bartolo Longo prosegue – e noi con lui – affrontando le affermazioni dei "positivisti fieri" e soffermandosi sulle considerazioni che questi ultimi esprimono nei confronti dell’Opera educativa dei Figli dei Carcerati e ne chiedono la distruzione. Si tratta – essi affermano – di una iniziativa contro "l’umanità" e contro la "Morale": due pregiudiziali che Bartolo Longo confuta con estrema convinzione e fermezza. Essere stati accolti ed educati presso l’Istituto per i Figli dei Carcerati rappresenterebbe per "costoro" già di per sé una esplicita ammissione della loro origine "disonorata".
Se dovessimo confermare tale tesi dovrebbero, allora, "distruggere" tutte le altre opere che a vario titolo agiscono per i "trovatelli", le "Case di maternità", quelle per gli ospizi, i Riformatori ed altre istituzioni parallele.
Il problema è di tutt’altra natura: se è vero che ogni essere umano non sceglie i genitori, né il loro stato, è anche vero che nel momento stesso in cui viene concepito egli è qualcosa di unico, dotato di potenzialità proprie, destinate a manifestarsi ed a svilupparsi. In questo senso
Bartolo Longo accoglie l’orfano, indipendentemente dalla sua progenie, considerandolo un essere a sé stante, suscettibile di progresso e/o di regresso in rapporto ad un intervento educativo precoce ed attento, sostenuto dalla fiducia, dalla speranza, dall’amore. Del resto non è detto che da padri cattivi non possano nascere figli buoni e viceversa, così come si hanno figli sani da padri malati…
I positivisti "fieri" parlano a torto di "marchio d’infamia", confondendo la sventura con la colpa e dimenticando che molto spesso sono le stesse sventure a determinare quest’ultima: la società, pertanto, ha il dovere e l’interesse di agire per salvare il salvabile.
Ai positivisti contro la morale ed a quelli in mala fede Bartolo Longo risponde presentando, a queste due correnti di pensiero, i primi quindici ragazzi accolti e ricorda il miracolo nuovo, quelli della carità, sollecitando i suoi anonimi interlocutori a riflettere, come noi stessi andiamo facendo.
Nella polemica con i Positivisti, Bartolo Longo confuta le loro tesi accusatorie sulla presunta disumanità ed immoralità della sua Opera a favore dell’infanzia emarginata.
Il Fondatore di Pompei replica sulla possibilità educativa dei ragazzi e sulla loro dignità, unicità e potenzialità.

Positivisti fieri

È la seconda classe degli scienziati, che vorrebbero ad ogni costo distrutta l’Opera Educativa dei Figli dei Carcerati.
Essi ragionano così:
* La vostra opera, o Bartolo Longo, dev’essere distrutta.
Perché essa è contro l’Umanità.
Perché è contro la Morale!

Contro l’Umanità

Voi, Bartolo Longo, accogliendo in un istituto questi sciagurati, ponete un marchio d’infamia su la loro fronte, perché non potranno ad alcuno celare che essi sono figli di malfattori, dacchè il nome dell’Istituto pei figli dei carcerati ricorda sempre la loro disordinata origine.
A questa obbiezione ha risposto validamente un altro Positivista moderno, tuttochè contrario a questa istituzione.
"Collega! – egli scriveva – Qui avete preso una cantonata: Se dovete distruggere un’Opera di beneficenza sol perché il suo titolo ricorda l’origine ignobile di chi è beneficato, allora distruggete tutte le Opere di beneficenza che appongono rimedio alle svariate piaghe sociali. Così distruggete gli Orfanotrofii dei trovatelli, perché il solo nome di trovatello ricorda una ignobile nascita. Distruggete le Case di maternità, perché queste case ricordano che i bambini ivi allattati sono dei reietti. Distruggete gli Ospizi delle fanciulle derelitte, perché questo nome ricorda origini poco morali. Distruggete le Case di Ravvedimento delle donne, perché donna ravveduta ricorda la vita antecedente bisognosa di ravvedimento. Distruggete i Riformatori e le case di Correzione dei fanciulli, perché l’Istituto dei Carrigendi vi ricorda che quei fanciulli ebbero bisogno della correzione. E di questo passo distruggerete tutte le Opere di emenda e di riabilitazione".
E noi facciam plauso a questo Positivista che combatte un distruttore.
Ma rispondiamo direttamente. Dunque voi volete distruggere solo per amore di un titolo? Ma tale logica non è retta. La conclusione del vostro argomento dovrebbe essere questa:
- Dunque mutiamo il titolo dell’Istituto.
Ma già la Carità che ci avea ispirata la fondazione dell’Opera, ci ha ispirato di velarne il titolo.
Interrogammo moltissimi sul titolo da apporre alla novissima istituzione.
Nessuno seppe darcelo adeguato.
- Metti il tuo nome, mi dissero finalmente gli amici, con la responsabilità del successo cadrà su di te solo. E così voi avete veduto sulla Via Sacra, la scritta Ospizio Educativo Bartolo Longo.
Comprendiamo però anche noi, che per quanto la carità voglia covrire, son sempre piaghe sociali; e, per quanto si vogliono avvolgere in lini finissimi, sono sempre piaghe. Ma rispondiamo ora agli argomenti falsi dell’accusa.
- Stando, voi dite, codesti fanciulli raccolti in un Ospizio, non possono celare che essi sono figli di malfattori.
- E stando nei loro paesi, noi rispondiamo, l’avrebbero forse celato?
Anzi per contrario, nei loro paesi sono non solo conosciuti, ma segnati a dito e detestati. Anzi la loro presenza nei paesi mantiene vivo il ricordo dei delitti dei loro genitori e ridesta le ire degli offesi. Quindi l’allontanamento dai paesi è un benefizio".
Laddove quando vi ritorneranno, dopo varii anni, operosi artigiani, saranno attutiti i funesti ricordi, e comincerà per essi un’era novella; vi saranno accolti ben altrimenti dal come se ne partirono; ed è ben difficile che si vadano ripescando nel passato i languidi profili di fatti che sono stati smorzati ormai dal tempo e dalle nuove circostanze.
I coetanei del delitto paterno sono o decrepiti o spenti; vi rinvengono come un popolo novello, in mezzo al quale cominciano essi una vita nuova, ben diversa dalla vita che vi avrebbero in quel tempo trascinata, se fossero rimasti in quell’aere avvelenato dalla colpa di origine, e mantenuta venefica dalle tradizioni serbate e riprodotte dalla loro esosa e maledetta presenza.
Appresso: noi poniamo un marchio d’infamia sulla loro fronte?
Ma sanno essi che vuol dire marchio d’infamia? Il marchio d’infamia era una pena, era un segno infamante, che la legislazione francese poneva in fronte ai ladri. L’infamia dunque supponeva la colpa che ci rendeva infami.
Ma direste voi infami gl’innocenti sol perché nacquero poveri e sventurati?
Allora dovreste chiamare infame ogni povero che nasce nella miseria: infame ogni vecchio che esce dall’Ospizio di mendicità o dall’Albergo dei poveri. Cotesto Argomento dunque ripugna alla ragione, e sarebbe cagione di lotte sociali.
Il marchi d’infamia fu sempre una pena che si inflisse alle colpe, e, si noti, alle colpe più personali e in cui più entrò la frode dell’uom proprio male, ed avea l’intento che altri si guardassero da colui. Fu dunque sempre una pena ed una guarentigia, una vergogna ed un avviso che la società stesse in guardia.
Così quel reo era messo da parte, era come un bandito stando pure in mezzo alla società. Non accadde giammai che il marchio rappresentasse un segno di sciagura, o di povertà, o di casta. Che colpa avrebbe esso punita? Di che, o di qual frode avrebbe messo gli altri in guardia? La sciagura fu sempre invece per se stessa un distintivo, ma un naturale richiamo alla commiserazione, ed all’amore. La sventura, specialmente compagna della debolezza, fu sempre rispettata e, dirò anzi, onorata. Ma vi è un argomento che riduce al silenzio i nostri avversari.
Gli stessi positivisti distinguono i delinquenti in due classi: delinquenti di nascita e delinquenti di occasione.
Ora i delinquenti di occasione sono novanta su cento. I delinquenti di nascita dunque sono dieci su cento. Chi ignora questa proporzione, vada a studiare nelle carceri le umane passioni.
Ciò posto, io dunque non debbo far l’Opera di salvazione per nove fanciulli, solo per il pericolo d’incontrarmi in uno che sia figliolo di un delinquente per nascita? Sarebbe assurdo il pretenderlo, sarebbe una mostruosità far perire nove naufraghi in mare, perché si è certi che il decimo resisterà al suo scampo.

Contro la Morale

Esse ci han detto: la vostra Opera è immorale, è antisociale. Ragioniamo così: "Questi fanciulli, se isolatamente son nati perversi, uniti insieme, formerebbero un covo di fiere. In quel covo ciascuno, oltre a manifestare la propria tendenza malefica, si appropria, per cognizione, l’altrui malvagità. Quindi l’istituzione di raccogliere quei fanciulli ed educarli è contro la Morale, essa è antisociale.
Qual è la conclusione?
- lasciateli morire questi fanciulli; lasciateli una volta in preda alla benefica selezione naturale. Il che vuol dire: - lasciateli morire nel fondo della miseria e nell’avvilimento più deplorevole.
Ma questo ragionamento non mi sembra che sia umano, e neppure logico. Permettete che, per amor dell’Umanità e della rivendicazione dell’infanzia abbandonata, io stringa in un morso di ferro questa logica dei Positivisti. Voi avete detto: che faremo un covo di fiere!
Ebbene, la società ha il diritto di liberarsi delle belve che infestano le vie e le case. Le belve o s’ingabbiano o si ammazzano. (Benissimo).
Ingabbiarli questi fanciulli non volete, perché si crea un covo di fiere, ebbene ammazzateli. Ma ammazzateli voi, se vi regge il cuore: non io. Ammazzateli, come si scannavano i fanciulli storpi e i malati a Sparta perché non erano idonei a difendere la patria. Andate a caccia di essi come si va a caccia alle tigri, e come un giorno si andava a caccia dei lupi.
Per ogni lupo si dava il premio di cinque scudi. Ponete anche voi un taglione sulla testa di un fanciullo infelice figlio di Carcerato. Per ogni testa di un figlio di delinquente ponete cinque lire di mancia.
Ma, vivaddio! Nella terra dell’Italia, che ha dato al mondo scopritori di nuove terre e di nuovi cieli, Cristoforo Colombo e il Galilei, non si ammazza nessun fanciullo! (Benissimo, applausi).
Allora, se non vogliamo ammazzarli questi fanciulli, mi permettano che li ingabbi io. Ed io gli ho ingabbiati.
Però la carità ha fatto il miracolo di trasformazione.
Questa mattina ho la ventura di presentarvi quindici volute belve; ma vedrete un miracolo nuovo della carità. Cioè in vece di quindici belve vi presenterò quindici conigli.
(da Bartolo Longo, Per la educazione morale e civile dei figli dei carcerati, Pompei, 1891, pp. 129-135).
(A cura di Luigi Leone)


*Educazione e Amore: un binomio vincente

Gli anniversari commemorativi, la puntuale descrizione degli eventi e dei motivi che li sostengono costituiscono il mezzo indiretto per dare testimonianze e per consolidare la memoria: in questo filone si muovono gli scritti del Beato Bartolo Longo legati alle opere sociali nella loro evoluzione. Così, dal discorso presentato al Congresso Penitenziario Internazionale di Parigi, pubblicato nel 1896, i lettori potranno trarre fin dall’introduzione i segni della fede e del pensiero pedagogico dell’autore.
Bartolo Longo si ripresenta, infatti, ai suoi interlocutori passando, questa volta, dalle sole riflessioni ai "primi frutti della nuovissima istituzione": si tratta, cioè, di una sorta di diagnosi funzionale all’intervento educativo, che si conclude con un profilo di valutazione in uscita.
Le descrizioni psico-sociologiche riguardano i primi quindici fanciulli accolti a Pompei, ad un anno dal loro ingresso nell’Istituto. I risultati conseguiti da questi ragazzi non sono, tuttavia, quelli soggettivi soltanto, se i frutti investono anche i loro genitori nelle carceri: siamo di fronte ad un percorso interattivo, nel quale si intravedono con chiarezza antesignana i tratti di una pedagogia psico-sociale, dove, superati i pregiudizi formali, entrano in causa i soggetti nelle loro potenzialità, suscettibili di progresso, perché inseriti in un habitat educativo e promozionale, qualificante e con i ragazzi si ramificano le influenze positive sui loro genitori.

A Poco più di un anno dalla fondazione dell’Istituto per i Figli dei Carcerati, Bartolo Longo presenta, con orgoglio ed intima soddisfazione il risultato del suo lavoro.
I suoi ragazzi sono la prova più bella e convincente della infondatezza della teoria che affermava la non educabilità dei figli dei delinquenti.

Signori, questa è la terza volta che ho l’onore di presentarmi a voi. La prima volta, compiono oggi tre anni, ci raccogliemmo insieme in un asilo dell’infanzia, che si era costruito a bella posta per accogliere fanciulli e fanciulle pompeiani e gettare nei loro animi tenerelli i primi semi dell’educazione morale e civile.
Era l’ultima Domenica di Maggio del 1892, cioè un anno da che io aveva lanciato al mondo una parola, che chiamai un voto del mio cuore.
Quella parola che era un desiderio, un sospiro, un gemito per affanni sociali di tutti intesi, ma a cui nessuno stendeva la mano della riparazione, venne accolta da un mondo intero civile; e un mondo intero rispose, prestando il concorso ad edificare l’Opera novissima, che intende a salvare la classe più abbandonata dell’infanzia. Quel concorso del mondo civile: eloquentemente significava che la mia voce aveva trovato un’eco in tutti i cuori; e quell’eco riconosceva vera e lamentava una miseria universale e universalmente sentita.
In quel giorno festeggiammo insieme la prima pietra morale dell’edifizio che dovrà raccogliere fanciulli i quali piangono colpe non proprie. Dicemmo che la prima pietra morale sarebbe stata la
salvezza di un primo fanciullo figlio di un condannato. E questi fu un Calabrese.
Non ve lo presentai perché egli era solo, ed anche per non richiamare su di lui la inutile curiosità degli sguardi.
Ma, oggi è un anno, in questo medesimo giorno, ci raccogliemmo la seconda volta, e non nell’ospizio di carità, sì bene, perché sospinti dal temporale, nella casa centrale della carità; che è il Tempio di Dio. Ed ebbi il contento di presentarvi i primi quindici fanciulli da me raccolti, che sono figli della sventura, ma anche vittime di una scongiura sociale. Poiché non è solamente il padre colpevole che pone sulla loro fronte innocente la nota dell’infamia; ma è la Società egoistica che diventa carnefice di questi innocenti, quando, facendo scontare ai figli l’offesa ricevuta dai padri, gli abbandona e li calpesta, gittando loro in faccia una ingiuria e una maledizione: - Va che sei figlio di un assassino!
Allora, voi inauguraste l’Ospizio Provvisorio: oggi, festeggiamo il secondo anniversario di questa novissima Istituzione di beneficenza sociale; e godo di potervi presentare quaranta fanciulli Figli di Carcerati e di potervi dire: l’Ospizio Provvisorio è già divenuto definitivo!
Chi sono questi primi quindici fanciulli?
Di alcuni già voi avete veduto forse i ritratti nel giornale "Valle Di Pompei"; di altri avete già letto i resoconti morali, che vi hanno descritto la loro indole, la loro fisionomia, i loro caratteri.
Rammentiamone i nomi e i luoghi di nascita:
1. Pullano Domenico (Catanzaro) – 2. Caruso Guglielmo, di Lioni (Avellino) – 3. Grassi Ciro, di Napoli – 4. Leone Arturo, di Foggia – 5. Leone Adolfo, di Foggia – 6. Bezzeccheri Canzio, di Iesi (Ancona) – 7. Fioravanti Massimiliano, di Poggio Mirteto (Perugia) 8. Fioravanti Gustavo, di Poggio Mirteto (Perugia) 9. Mongelli Pietro, di montescaglioso (Potenza) – 10. Moscini Mario, di Orvieto (Perugia) – 11. Arzaniello Giorgio, di S. Giorgio a Cremano (Napoli) – 12. De Carolis Emmanuele, di Ascoli Satriano (Foggia) – 13. Fileccio Sante, di Ustica (Palermo) – 14. Terlizzi Emilio, di Guglionesi (Campobasso) – 15. Tedeschi Pellegrino, di Mugnano del Cardinale (Avellino).
Comincerò dal mostrarvi in prima quei tre tipi di fanciulli natio col marchio fatale della delinquenza atavistica, quegl’infelici reietti della Società che la Scienza dichiarava delinquenti nati, e che secondo le nuove teorie dovrebbero essere rinchiusi in un Manicomio Criminale.
Poi presenterò due altri, verso dei quali le nostre cure debbono essere massime, perché assai meno propensa al bene troviamo l’indole naturale, tuttochè la Scienza non scopra in essi apparenti note di degenerazione innata.
Infine vi presenterò un bel numero di fanciulli, che, sebbene prole di condannati a lunga pena e recidivi, ci confortano con una condotta che da molti padri dabbene si desidererebbe nei propri figli.
Incomincerò quindi dal più amaro, per venir poi a confortarci insieme del bene che si è cominciato qui a produrre; e dal frutto, ottenuto in sì breve spazio di tempo, abbiamo tutta ragione a prometterci assai migliori risultati nel tempo avvenire.

Sante Fileccio

Il primo fanciullo condannato inesorabilmente dalla Scienza Moderna alla delinquenza ed alla prigione e al Manicomio Criminale è Sante Fileccio, il Siciliano.
Voi ricorderete d’aver visto il suo ritratto e letta parte della sua luttuosa origine nel giornale "Valle Di Pompei" del passato Febbraio. Udiste quali definizioni dà del cranio, del volto e del cervello di lui la Scienza; definizioni da far disperare di qualunque correzione, da far cadere l’animo a qualsivoglia esperto educatore.
Questo sventurato fanciullo è figlio di un pirata siciliano e di un tradita giovane napoletana che occupa una pagina nella storia misteriosa e funesta delle infime taverne di Napoli. Forse era ancora viva la miseria e lottava con la morte, quando l’uomo che la fece madre del nostro Sante, toglieva altra donna.
Il misero fanciullo Sante ha il cranio branchicefalo con stenocrotofia e con plagiocefalia sinistra.Ha pure leggiera asimetria facciale. Ha la bozza parietale destra più prominente dell’altra; arresto leggiero di sviluppo; leggiera balbuzie: ha il tubercolo darviniano e il lobulo attaccato: insomma ha tutte le note che dicono di innata degenerazione. Ha le impronte fatali della delinquenza ereditaria, ha le stimmate degenerative. Onde affermano i Frenologi che sarà fatalmente costretto al delitto.
Ricordiamo ancora le parole di un celebre psichiatra, quando osservò Fileccio. Rivolto a me quello Scienziato disse:
_ Se voi farete di questo ragazzo un galantuomo, farete cadere la Moderna Scienza Positiva.
A dire il vero, insino a questo momento Sante Fileccio non ci mette paura; anzi egli è uno dei più bravi della sua Schiera. È ottima pasta di fanciullo, laborioso, tranquillo, intelligente e buono.
Speriamo, per il bene dell’umanità, che la scienza Antropologica Moderna per questo fanciullo non abbia dato nel segno. E quando pure per mala ventura la scienza si sia apposta al vero, non ci cade la speranza che la educazione amorevolmente e cristianamente impartitagli produrrà alcun bene.
Voi lo vedrete questa mattina; il poverino non ha ancora sette anni; vi desterà forse compassione a vederlo ancora gracile, con la minaccia di una gobba sul petto; e pure, son certo, lo abbraccerete.
Dapprima egli sembrava irrequieto ed incorreggibile, ma da due mesi in qua, dacchè lo abbiamo messo al rapporto settimanale, che io soglio fare innanzi ai visitatori che qui convengono ogni Domenica, sante Fileccio fa tutti i suoi sforzi per divenire buono, educato e laborioso.
Ed è felice quando la Domenica ode in pubblico di aver raggiunto il dieci, il massimo dei punti, ed ottiene in premio un pallone, un’arancia e due fichi secchi.
Ebbene, Signori, quel piccolo Siciliano, quel figlio sventurato di un pirata, che la Scienza ha dichiarato essere nato già delinquente, perché ha tutti i dati della generazione innata, voi oggi comincerete a premiarlo, giacchè, come ha osservato il medesimo prof. Giacchi, questo fanciullo non ha dato sin oggi nessun segno di atavica depravazione.
Però se la scienza l’avesse segregato dal consorzio degli altri fanciulli e lo avesse già condannato al Manicomio Criminale, avrebbe troncata nel campo sociale e gittata una pianta fruttifera, invece di allevarla e coltivarla a dare alcun frutto di bene.

(da Bartolo Longo, Quaranta figli di Carcerati, Valle di Pompei 1896, pp. 7-8; 19-23)
(A cura di Luigi Leone)

Prima Foto: L’Istituto per i Figli dei Carcerati, nel 1893, ad un anno dalla fondazione.
Seconda Foto: Domenico Pullano, il primo ragazzo accolto dal Beato nel centro educativo.
Terza Foto: Sante Fileccio, il ragazzo che Bartolo Longo additò alla scienza positivista come esempio concreto della bontà della sua opera.

                           

*Un Voto Segreto del nostro animo

La Vergine del S. Rosario di Pompei occupa un ruolo essenziale nel progetto d’educazione e di fede programmato dal Beato Bartolo Longo, un ruolo che fa da filo conduttore, il quale si collegano i momenti e le iniziative che la storia del Santuario e delle Opere presenti. Anche gli scritti di Bartolo Longo testimoniano questo legame: in essi l’autore non perde nessuna occasione per ricordare a se stesso ed agli altri che “tutto” quello che egli pensa e realizza è affidato alla produzione della Madonna ed è quella del Figlio suo. Sono questi i due interlocutori diretti, chiamati in causa costantemente perché il mondo dei credenti si faccia sostenere della carità e di una beneficenza intesa come offerta di valorizzazione della persona umana nascosta e pure presente in ogni orfano della legge.
Così, quando nelle sue lunghe ore di riflessione, Bartolo Longo pensa a costruire l’Ospizio per i Figli dei Carcerati: quando penserà ad edificare quello per le orfane della legge, anche allora egli trova nella penna il mezzo per scrivere pagine di una umanità profonda, universale che permettono al lettore di entrare nelle pieghe più intime dell’animo dell’Autore, che lo coinvolgono e gli aprono nuovi orizzonti, per la semplicità stessa che le distingue: non dobbiamo dimenticare l’epoca in cui Bartolo Longo avvia a realizzare il suo piano socio-pedagogico, né – come avremo modo di vedere – le “ingiustizie” e le “incomprensioni”, che egli avrebbe dovuto partire per tenere fede ai suoi  ideali educativi e religiosi, sostenuto, sempre, dalla presenza vigile ed avvertita della Madonna, riletta quotidianamente nei misteri del Santo Rosario.
In questa ottica è possibile capire il miracolo della dimensione mariana di Pompei.
A undici anni dall’inaugurazione dell’orfanotrofio femminile, Bartolo Longo manifesta al mondo intero un progetto da tempo coltivato e non pensato da nessuno: un’opera a favore dei figli dei carcerati. Tutto è affidato alla protezione della Vergine e del suo Figlio Gesù. È, in una mirabile sinergia, si fondano insieme pietà cristiana, devozione mariana, solidarietà e promozione umana.
Fratelli! Abbiamo donato a Dio un Tempio, ed alla Madre di misericordia una Reggia, donde spargere i suoi tesori di beneficenza per coloro che gemono ed affannano. Abbiamo eretto accanto al Tempio della Fede, il Tempio della Carità, ove abbiam messo in salvo le anime di creaturine infelici, di povere orfanelle, che sono anch’esse altrettanti templi dello Spirito Santo.
Ma la Carità di Cristo, che è fuoco vivo, intende a dilatarsi sulla terra, e non guarda confini. – Il campo della Carità è così vasto (soleva dire il santo Padre Ludovico da Casoria), che produce svariati, belli e giovevoli frutti di salvezza alla civile famiglia.
Oggi, o fratelli, ci pare giunto il momento opportuno di manifestare (non senza una certa esitazione), un voto segreto del nostro animo, che da tempo chiudiamo gelosamente nel cuore con una perplessità, a volte dolorosa, la quale nasce dal desiderio ardente di attuarlo, e dall’evidente insufficienza, e, direi quasi, impossibilità dei mezzi, per venirne a capo.
Il gesto indimenticabile degli 8 Maggio 1887, in cui la regina delle Vittorie entrò solennemente incoronata a prender possesso del suo Trono, elevatole in questo Santuario dalla pietà dei figli suoi sparsi nel mondo, io deposi là, nel Cuore pietoso di Lei, il mio desiderio, di raccogliere intorno a quel trono la classe delle bambine più abbandonate, che si aggirano vagando tra le vie della nostra Italia col prossimo pericolo della perdizione. E cosiffatta schiera d’innocenti sventurate, pareva a me, che avesse ad essere la Corte eletta della Regina della Misericordia sulla terra di Pompei, che da mane a sera La inneggiasse con la corona del celeste Rosario. E sì iniziai l’Orfanotrofio femminile, il quale tolse nome dalla Vergine di Pompei.
La Madonna benedisse l’opera caritatevole: e oggi settantacinque orfanelle vivono ricoverate qui, mediante l’inesauribile pietà vostra, o fratelli dilettissimi. Quale prova più certa, che veramente la Madonna ci aveva messo in cuore la santa risoluzione di sposare al culto la beneficenza? Entrando oggi, nell’anno Quintodecimo, il cuore divino del Figliuolo della Vergine a prendere il possesso del trono anche a lui apparecchiato, io mi sento sospinto da un’altra forza nuova e occulta a mettere fuori una parola, che è pure un desiderio intenso, una fiamma, un voto, che depongo in quel Cuore di bontà sconfinata, e nel cuore pietoso dei miei amati fratelli.
Io ragiono a questa guisa. – Se entrando la Madre di misericordia in questo Santuario si scelse a sua corte una corona formata delle fanciulle più abbandonate; entrando il Figliuolo dell’Uomo, che presenta il suo Cuore riboccante di paterno amore e di compassione agli uomini, vuol certo beneficare alla classe dei fanciulli più abbandonati; di quei fanciulli di cui egli soavemente diceva: - Lasciate che i pargoletti vengano a me! Or qual è, a mio credere, la classe più abbandonata dei fanciulli in Italia e fuori?
- Sono i figli dei Carcerati, e segnatamente i figli dei forzati, i quali condannati a quindici, a vent’anni di pena, e talvolta alla galera per tutta la vita, non vedranno mai più i loro figliuoli, se non forse quando questi, per effetto di loro delitti, andranno a raggiungere i loro genitori nelle prigioni! ...
Cotesti fanciulli non sono orfani; e quindi non han diritto a godere dei benefizi civili, e dei ricoveri ed orfanotrofi provinciali o comunali. Sono in condizione peggiore degli orfani, perché invisi ai propri cittadini in odio dei loro colpevoli genitori, portano, senza colpa, il marchio dell’infamia dei loro parenti; e lasciati con una madre per lo più povera, (più infelice di essi, che non è vedova, e pur di fatti è più che vedova), senza educazione, senza freno, coi pravi esempi paterni dinanzi agli occhi, fra poco si daranno al vizio, e quindi al delitto. E presto o tardi il tetro carcere sarà inevitabilmente la loro casa. Il pane nero dello Stato sarà il loro alimento perenne.
E la patria nostra? – lungi dal diventare modello di civiltà e di buon costume alle altre nazioni d’Europa, conforme il posto che Dio le ha assegnato tra le nazioni della terra, va a questo modo ad accrescere il numero dei delinquenti e dei facinorosi!
Oh, io depongo oggi nel Cuore di Gesù Cristo, e nel cuore dei miei amati fratelli e sorelle, questo mio focoso desiderio, questo voto, di fondare qui, all’ombra del santuario, sotto il materno manto di Maria, un’Opera di educazione morale e civile pei figli dei carcerati, per quegli esseri abbandonati, che la sciagura de’ genitori gitta a languire nella via con tutti i disagi e le amarezze dell’orfano, senza averne il carattere esterno, comunemente riconosciuto, per godere de’ pietosi provvedimenti istituiti a salvare l’infanzia abbandonata.
Questo ramo di beneficenza cristiana esercita sul mio cuore un’attrattiva irresistibile, e mi apparisce davvero degno della più viva sollecitudine.
Che avviene in fatti di una povera famiglia, quando per qualche orrendo misfatto, il padre è condannato o a perpetuo carcere, o a venti anni di pena? La madre, forse giovane ancora, vedova desolata vivente tuttora il marito, vedendo mancare il pane in casa, è costretta a mendicare per non morir di fame lei e i figli, e diviene a sua volta vittima della seduzione o della prepotenza! E i figli? Misere creature! Innocenti del delitto paterno, ne sentono tutto il peso, tutto il dolore, in quegli anni teneri, in cui han bisogno dell’appoggio de’ genitori, e di una amorevole educazione!
Ora una istituzione cristiana che intenda a salvare cotesta classe di fanciulli veramente abbandonati, è altamente benemerita della civiltà e della patria: dappoiché eserciterebbe anche, nel medesimo tempo, un’azione altamente educativa e moralizzatrice delle carceri e dei bagni di pena.
Quando uno sciagurato (il quale, comunque lo consideri, è sempre un infelice) vien condannato ad essere segregato dal civile consorzio per quindici o venti lunghi anni, sottoposto a dure ed obbligatorie fatiche (non dico per quei condannati a vita, da cui l’animo rifugge), il primo effetto che risente dalla sua condanna è la più orrenda disperazione.
Considerando lo stato suo presente senza libertà, senza dimani, ricordando la moglie, i propri figli, fanciulli ancora; bestemmia la società, che lo ha scacciato, bestemmia Dio che lo ha creato, bestemmia sé stesso che non sarà mai più felice. I più grandi educatori delle carceri mi hanno attestato, che la loro opera sociale non fa alcun frutto in cuori invasi dalla disperazione.
Ora se in tale stato d’inferno il povero condannato ode che la sua famiglia, i figli suoi, non sono al tutto abbandonati; che vi ha uomini pietosi i quali prestano la mano fraterna al loro soccorso; che la Vergine di Pompei, qual madre tenerissima, li raccoglie sotto il suo manto; oh, allora un raggio di luce squarcia quel fitto tenebrore. L’infelice galeotto, al pensiero che vi ha al mondo degli uomini che pensano a lui! Ai suoi figli! Che egli non è da tutti abbandonato; senza avvedersene, diventa più rassegnato, più calmo; obbedisce a’ superiori, ottempera alle leggi che dapprima gli parean durissime e ingiuste. Che è avvenuto? – Un raggio di conforto è disceso a mitigare l’inferno del suo cuore. La preghiera a Maria, quella preghiera che era stata abbandonata dal primo giorno in che fu avvinto da catene, ritorna spontanea sulle labbra.
Il lavoro forzato quindi innanzi, al rammentare i figli, associa involontariamente la memoria di essi con la memoria di essi con la memoria della Vergine che li ha presi a custodire. E ogni volta che li chiamerà a nome da lungi (senza speranza di risposta), invocherà ancora quel Nome benedetto che forma il conforto di tutti i tribolati. E l’amore de’ propri figliuoli gli detterà nel cuore una fervida preghiera alla celeste Consolatrice degli afflitti.
(…) È questa l’idea, da cui sono potentemente dominato. È questa un’opera cristiana al tutto nuova, di cui insino ad oggi non vi ha esempio né in Francia, né nel Belgio, né in altre cattoliche nazioni. L’Italia sarebbe la prima a possederla.
In Spagna, è vero, nel passato anno, un Frate Francescano iniziò l’opera di patronato dei carcerati, che prende cura della riabilitazione morale dei detenuti nel tempo dell’esperienza, e del loro collocamento dopo l’uscita dalle carceri. E ne riscosse ampia benedizione del Sommo Pontefice Leone XIII. Ma pei figli dei carcerati, pei figli dei galeotti, fanciulli abbandonati all’ozio ed alla occasione del delitto, né gli Spagnoli, né altri popoli cristiani vi han rivolto il pensiero. Vi ha pensato la Madonna di Pompei!
(da Bartolo Longo: L’Istituzione dei Figli dei Carcerati e l’Ospizio educativo in Valle di Pompei; Scuola Tipografica “B. Longo”, 1898, pp. 11-16)
(A cura di Luigi Leone)


*Un pioniere della solidarietà senza confini                                                                                             

Nel complesso e difficoltoso progetto educativo che Bartolo Longo andrà realizzando sul piano strettamente strutturale e didattico-formativo, l’attenzione non si fermerà soltanto alle mura di casa nostra, ma raggiungerà sponde più lontane, riuscendo così a creare una rete di interferenze produttive per giovani ed adulti, oltre i confini nazionali. Si trattava, cioè, di far capire "la vera missione della beneficenza moderna": e questo invito a capire doveva coinvolgere il maggior numero possibile di persone, religiosi e/o laici, con responsabilità civili legalizzate, pensatori ed educatori.
I fenomeni derivanti dagli errori paterni e/o materni, quelli che scaturiscono dalla miseria e dalle deprivazioni più elementari sono fenomeni presenti in ogni angolo della terra, destinati ad assumere, tra l’altro, forme diversificate in rapporto ai tempi, alle nuove situazioni ed esigenze che lo stesso progresso dell’umanità presenta rispetto ai desideri, ai consumi, all’immaginario
collettivo. In questa ottica, Bartolo Longo, dopo aver gettato le basi dell’Ospizio educativo, parla della "prima istituzione accessoria" rivolta alla schiera internazionale e presenta alcuni casi di bambini stranieri accolti a Pompei.
Così tutto quello che era apparso audace ed impossibile e per alcuni persino "disumano ed immorale". Diventa, invece, antisignano incentivante e, per certi aspetti, provocatorio rispetto alla concezione di una carità statica, impersonale, discriminatoria, incapace di rendersi visibile e qualitativa nei suoi risultati.
Bartolo Longo accoglieva, infatti, nella sua istituzione ragazzi che non parlavano la nostra lingua, che avevano altri usi ed altri costumi, che, per di più, erano portatori di situazioni socio-affettive particolari e condizionanti; e faceva tutto questo, anticipando certe problematiche correnti, senza considerare le oggettive difficoltà che questa accoglienza avrebbe presentato.
Questo problema, Bartolo Longo se lo è posto e ha cercato di risolverlo subito, 1000 anni or sono; ora all’inizio del terzo millennio, noi stiamo cercando di affrontarlo (L.L.)
La grandezza del Fondatore di Pompei nel servizio di carità e di accoglienza dei minori in difficoltà, è dimostrata anche dalla geniale esperienza della "Schiera internazionale" fondata nel 1896, cui appartenevano i ragazzi dell’Ospizio Educativo, provenienti dall’Austria, dall’Ungheria e dalla Francia. Qui, il caso del ragazzo tirolese Silvio Zenoniani.
In questa Valle di Pompei, ormai celebre e famosa pel mondo, tutto parla di universalità (…). Come le nazioni hanno accomunato le loro preci nel glorificare la dolce Sovrana della risorta Pompei, così debbono accomunarsi nel godere la dolcezza dei benefizi che Ella profonde. Come da ogni parte del mondo affluiscono i soccorsi che hanno reso possibile l’attuazione di una idea, che pur fu giudicata, audacissima utopia, così ad ogni parte del mondo debbono estendersi i vantaggi che derivano dalla filantropica istituzione. Pel luogo dove è sorta, pel modo come si è venuta formando, per le risorse che l’alimentano e le danno vita, l’Opera di Pompei deve essere scuola alle nazioni, e deve mostrare alle genti la vera missione della beneficenza moderna (…).
Per tutte queste ragioni non tardammo ad istituire nell’Ospizio Educativo una Schiera Internazionale, e sin dal 1898 ad essa appartenevano: Silvio Zenoniani, da Tessullo (Tirolo-Austriaco). – Giuseppe Cristiano, da Buda-Pest (Ungheria). – Gustavo Franchi Villerez, da Dammarie-les-Lys (Seine et Marne, Francia).
Il piccolo austriaco
Silvio, il vivace tirolese nativo di Tassullo, ha una storia triste e breve. Breve come tutte le vere tragedie, triste come tutte le sventure che colpiscono l’infanzia. Ai pari di tutti i grandi e veri dolori, la si racconta in poche parole. Suo padre Carlo Zenoniani, contadino di San Zenone, nel Tirolo Austriaco, nel 1886 andò nella svizzera insieme con un suo compagno. Al ritorno, giunti alle Chiuse presso Bressanone (Briscen), o per antichi rancori o perché il compagno aveva intascato alcune centinaia di fiorini. Carlo non pensò più alla moglie che lo attendeva ansiosa, alle due figliolette, l’una di quattro anni e l’altra di due anni, al piccolo Silvio che aveva sei mesi appena, e si lasciò vincere e dominare da un tristissimo pensiero, da un terribile proposito. Con un pretesto attirò l’infelice compagno in un luogo solitario, lo colpì replicate volte sul capo, lo spense. Poi, volle distruggere la prova del suo misfatto, e con sforzi indicibili e con quel terrore che segue la colpa ed è più tormentoso della morte, trascinò la disgraziata sua vittima sull’orlo di un fosso e, raccogliendo le sue forze, puntandosi disperatamente al suolo ve lo traboccò. Passarono alcuni mesi (…) e Carlo fu arrestato.
Tratto innanzi al tribunale Distrettuale di Cles, poi a quello Circolare di Bolzano, cominciò a negare. – Ma come con lui era coinvolto nell’accusa il proprio suo padre, che correva grave rischio di essere condannato ingiustamente, si lasciò piegare dalla pietà filiale e confessò ogni cosa. Gli toccò una pena terribile: la morte per capestro. Ma, come egli era stato umano col suo genitore, la grazia imperiale discese su lui, tramutò l’impiccagione nella condanna a vita, ed ora sconta il suo delitto nella casa di Pena di Gradisca.
Tristissimo era l’avvenire riserbato a Silvio, il figlioletto del condannato a morte. Fanciullo ancora avrebbe dovuto stentarsi un pane scarso ed amarissimo, venendo a fare in Italia lo spazzacamino; e nell’abbandono completo in cui si trovava, era certo che in lui avrebbe trionfato l’inclinazione al male, e che di delitto in delitto avrebbe finito col raggiungere il genitore.
Ma l’atto generoso del misero forzato, che, rivelando il proprio delitto, aveva salvato il genitore da una ingiusta accusa, non doveva restare senza premio anche su questa terra. E forse per quel tratto di pietà filiale la Vergine di Pompei gli dava la consolazione di veder salvato suo figlio e di vederlo strappato da una mano provvida all’imminente catastrofe.
Il reverendo parroco di Tassullo, Don Luigi Borghesi, tanto seppe insistere che Silvio fu ammesso in questo Ospizio; ed egli, in uno slancio di vera carità, volle accompagnare di persona il fanciullo e lo fornì di un abituccio nuovo. Pure, nel viaggio dal Triolo a Roma, fu sempre in tal movimento, si sospese
agli sportelli in tale maniera, che perdette cappello e cravatta, e fece dell’abituccio, che pure era costato al buon parroco qualche quattrino, un cerchio lurido ed in brandelli.
Dal Tirolo Silvio aveva portato seco una gran fame, una fame insaziabile, che al principio parve addirittura bulimia. Una doppia, una tripla razione gli bastavano appena, e messagli innanzi la vivanda, si affrettava a divorarsela tra il sospetto ed il timore che potesse restar senza cibo. – Chi sa, - si pensava a vederlo inghiottire con tanta voracità – quante volte aveva dovuto digiunare!
Il mattino, appena si destava, non apriva gli occhi e subito la mano correva ad afferrare sotto il guanciale un pezzo di pane. Ed ogni sera era bene attento a riserbare dalla sua porzione quel tozzo di pane che doveva essere il primo pensiero della sua giornata.
Quella era un’abitudine da non tollerarsi e sul principio si volle correggerlo. Ma senza il pane Silvio non chiudeva occhio e dava in tali smanie, che si aveva paura non ammalasse. Lo si lasciò fare, quindi, e poiché era inquieto e turbolento, ad ogni monelleria si minacciò di farlo andare a letto senza pane, una minaccia che gli strappava lacrime di notte. Similmente, ogni volta che lo si voleva premiare, gli si lasciava avere doppia porzione sotto il capezzale.
Perocché, nei primi tempi del suo arrivo, Silvio pareva addirittura incorreggibile: sembrava un lottatore e spiegava la massima solidità del pugilato.
Ai pugni frequenti accompagnava i calci e talvolta adoperava anche i morsi.
Ciò, segnatamente, avveniva, quando i suoi compagni non comprendendo il suo linguaggio ad essi straniero, tutto che italianizzato, ma pronunziato fra i denti, provavansi a ridere con aria di beffa. Ma una volta che al rapporto domenicale, alla presenza di parecchi visitatori, furono riferite tali cose a colui che scrive queste brevi notizie e che per volere della Provvidenza fa da padre ai Figli dei Carcerati, egli fece intendere al fanciullo che siffatti costumi paesani non si usavano in valle di Pompei. Lo esortò a smettere la triste abitudine e gli promise che in dono avrebbe ottenuto tre pezzi di pane sotto il guanciale (…).
Fanciullo, del resto, di una semplicità e di una innocenza infantile che incantavano, quando udì che alcuni suoi compagni erano ammessi alla prima Comunione, perché sapevano il catechismo alla perfezione, stabilì di essere anche lui tra quelli.
Cominciò a studiare in un modo tutto nuovo. Si sedeva in un canto, con innanzi il catechismo, coi gomiti poggiati sulla tavola, e con la fronte tra i pugni chiusi, contratti. E stringeva stringeva, quasi volesse per forza ficcare nel capo ciò che leggeva.
La sua tenacia venne premiata. Nella seconda domenica di Ottobre del 1896 Silvio Zenoniani fece la sua prima Comunione. Come era bello, quando fissava i suoi grandi occhi in volto a chi detta questi ricordi, udendolo parlare di Gesù Cristo che, Re dei re, Re della gloria, scendeva a bella posta dal cielo per venire ad albergare nel suo cuore. E quando sentiva che la Madonna, la Madre di Gesù era Lei che lo aveva chiamato a questo Tempio, al suo prediletto Santuario, per comunicargli il suo Figliolo divino. Allora il volto di Silvio appariva qual lucida fiamma e gli occhi limpidi pareva riflettessero tutto il candore dell’anima sua.
E da quel giorno un mutamento radicale ed improvviso si fece nel fanciullo ed ora egli è una delle più nobili speranze dell’Ospizio Educativo.
(Bartolo Longo, L’Istruzione a pro dei Figli dei Carcerati e l’Ospizio educativo, Valle di Pompei, Scuola Tipografica 1898, pp. 40-45). Ual è la conclusione?- LasciateliQual è la conclusione?
(A cura di Luigi Leone)


*Preghiera e lavoro i pilastri dell'educazione

Mentre affrontava, sul piano delle proprie idee, il confronto con le correnti positiviste del suo tempo. Bartolo Longo programmava e metteva in atto il suo progetto educativo a favore degli orfani della legge: contenuti, obiettivi, modalità del rapporto fra i docenti e ragazzi, la didattica operativa, gli strumenti idonei, i tempi occupati ed il tempo libero.
Si trattava, cioè, di seguire un metodo di lavoro: i giovani che egli accoglieva avrebbero dovuto essere educati ed educarsi, avendo come colonne portanti preghiera e lavoro.
Pensare ad apprendere in funzione del "saper fare", per conquistare progressivamente padronanza di mezzi, abilità creative che, mentre impegnavano alla realizzazione di un prodotto finito, che era l’espressione stessa delle loro personali capacità.
Quel metodo, che nel tempo ha allargato i suoi campi di attività, in rapporto al mutare delle richieste-esigenze delle nuove economie, rimane ancorato ancora oggi al principio che ogni settore ha una sua intrinseca ed insostituibile validità e tutti i settori, senza distinzione, richiedono quell’impegno etico che Bartolo Longo considerava basilare per essere se stesso ed operare pensando che ogni uomo è un valore nella sua stessa diversità, tessera necessaria per rappresentare l’umanità tutta.
Le officine dell’Ospizio, dove lavoravano gli apprendisti sarti o i falegnami o "lavoratori del libro"; la musica, che tutti gli ospiti delle opere avvicinavano, lasciando scoprire le loro vocazioni, restano un riferimento suggestivo, soprattutto mentre si insiste, oggi, sulla formazione preventiva e sul supporto da offrire agli studenti rispetto alle loro scelte occupazionali.
Dei concetti che regolano e determinano la educazione degli Orfanelli della legge, e del felice risultato derivato dalla loro costante applicazione, trattammo a lungo nel Discorso da noi pronunciato in occasione della solenne Festa Civile celebrata in questa Valle il dì dell’Ascensione del 1895.
Diremo qui solamente che il criterio cui s’informa l’educazione degli infelicissimi fanciulli raccolti nell’Ospizio, consiste nell’avvicendare con convenevole successione lavoro e preghiera.
In conseguenza, essi lavorano nella misura che a ciascuno è consentita dalla età, dallo stato di salute, dalla intelligenza più o meno svegliata; e dalla loro operosità ritraggono inestimabile profitto sia rispetto alla formazione del loro carattere e della loro coscienza morale, sia rispetto allo sviluppo del loro corpo e delle loro forze fisiche.
Nessuno tra i cento Orfanelli della legge rimane inoperoso. Ciascuno è avviato a quell’arte, a quel mestiere, pel quale è meglio disposto; e l’attività, il moto di tutti i giorni, di tutte le ore fa sì che nell’Ospizio regni sempre una letizia grande, un buon umore consolante, una fratellanza veramente ammirevole tra tanti fanciulli così differenti di natali, di patria e di condizioni.
Senza dire poi che l’appetito di questi piccoli divoratori se ne avvantaggia considerevolmente, con sommo nostro compiacimento e con rammarico dei cuochi e dell’economo, costretti sempre, qualunque sia la quantità del cibo apprestato, a ricorrere alle razioni supplementari.
Ma che volete?
A questa età quando si è sani e si è continuamente in esercizio, si divora con appetito insaziabile.
E poi, a mensa, ciascuno di quei piccolini è lietissimo, perché sente di aver meritato il pasto, di essersene reso degno col suo lavoro.
Intanto, nell’Ospizio si sono formate varie officine, nelle quali i fanciulli compiono il loro tirocinio ed imparano a procacciarsi il sostentamento col proprio lavoro. Attualmente sono perfettamente
coordinate le officine dei Sarti, dei Calzolai, dei Falegnami e quelle dei Lavoratori del Libro, tra cui sono compositori, impressori e legatori.
Molti fanciulli lavorano nella Tipografia, e già con molta sollecitudine ed esattezza. Ne è prova una nitidissima ed assai elegante pubblicazione illustrata, da loro egregiamente stampata sotto il titolo QUARANTA FIGLI DI CARCERATI.
Similmente corrette, nitide ed eleganti sono le PICCOLE LETTURE che essi stampano e che si danno a loro beneficio e di cui i volumetti messi fuori hanno meritato unanimi lodi da centinaia di giornali e sono assai ricercati dai bibliofili. Anche il presente libro è opera di questi Orfanelli della legge, che si vanno esercitando nella nobile arte della stampa.
Assai più numerosa è la sezione dei legatori, perché in essa sono allogati, in via di esperimento tutti i fanciulli, appena sono dichiarati idonei al lavoro, e da essa, secondo gli indizi che danno della loro capacità, passano ad altre arti e ad altri mestieri (…).
La Banda musicale
Tutti i fanciulli che sono nell’Ospizio, meno, s’intende, quelli che vi sono assolutamente negati, studiano la musica. Desideravamo, in principio, che la divina arte dei suoni fosse per loro un mezzo e non già un fine: bastava che concorresse a disciplinare e ad inseguire i piccoli Orfanelli, e più tardi, al tempo del servizio militare, loro procacciasse qualche vantaggio, facendo ammetterli come bandisti nei concerti musicali dell’esercito.
Ed anche ora la musica è nell’Ospizio come uno svago, come una ricreazione: nessun fanciullo è da essa consacrato completamente.
Ad onta di ciò, e malgrado questi piccini abbiano impreso lo studio musicale a date diverse, secondo sono entrati nell’Ospizio, nondimeno è stato possibile riunire i più provetti e formarne una banda (…).
Come abbiamo detto poco sopra, i piccoli virtuosi che costituiscono questa Banda – delizia della cittadinanza valpompeiana e degli innumerevoli visitatori del Santuario – non cessano di esercitare l’arte o il mestiere che a ciascuno di essi è assegnato.
E sì che alcuni di loro sono giunti a tale perfezione artistica, che, con la guida di valente maestro, hanno intrapreso lo studio del contrappunto; e nella grande festa Civile del Maggio 1897 ed in quella del 1898, Emmanuele De Carolis da Ascoli Satriano e Antonio Iannone da Mercato San Severino hanno dato belle prove della loro valentia, eseguendo al pianoforte ed all’Armonium scelti e difficili pezzi. Grandi sono la bontà e la virtù di questi due Orfanelli, ma il secondo, specialmente, merita di essere conosciuto, specialmente, merita di essere conosciuto.
La squisitezza dell’animo, la sensibilità del cuore, la spontanea pietà religiosa sono in lui tali, che, per consenso unanime di quanti lo conoscono, egli è stato dichiarato l’Orfanello dal cuore di artista.
Antonio Iannone
Questo fanciullo, da Mercato San Severino, non solo è buono e intelligente, ma è ricco altresì di tante grazie e di tante delicate gentilezze, che non lo si direbbe figlio di un galeotto, ma di un gran signore: Egli, come si è detto, riesce singolarmente nella bella arte dei suoni; ma ciò non impedisce che si consacri con la massima diligenza e solerzia anche all’esercizio della sua arte di tipografo compositore, e vi faccia ogni di maggiori profitti.
Ciò che in lui è soprattutto notevole è la facilità di commuoversi al dolore altrui; una delicatezza di animo che gli si rispecchia bellamente negli occhi ingenui e nei lineamenti gentili.
Giuoca con i suoi compagni alle nocciole e vince.
Ebbene, non si può fare a meno di dare ascolto al generoso sentimento del cuore, che lo avverte di aver cagionato al suo amico un gran dolore. Non sa resistere al dispiacere di vederlo accorato e col broncio. Pertanto gli si avvicina, e lesto, con quel suo garbo tutto semplicità, gli restituisce la posta della partita.
- Sono due nocciole! – si può obiettare: - ma quanto dicono quelle due nocciole! Sono così fatti i ragazzi che, quando per un abile giro di mano dell’avversario perdono qualcuna di queste miserabili ricchezze, sulle quali chi sa quante speranze avevano collocate, si addolorano, si accorano, giungono a piangere dirottamente.
E non mancano di quelli che guadagnano al gioco, e conservano, accumulano le spoglie opime con una premura e con un’avidità tali, che finiscono per meritare qualche rabbuffo.
Assai diversamente agisce Antonio (…).
Noi ci avvedemmo della sua estrema bontà sin dai primi giorni della sua venuta. Una sera – era di Giovedì Santo – dopo avere assistito alle meste funzioni con cui la Chiesa, immersa nel lutto, piange la morte del Divin Redentore, gli Orfanelli ci furono tutti intorno, pregandoci di narrar loro qualche tratto della Passione di Gesù.
E noi che di tutto ci valiamo per istillare nei loro animi sani principi e per suscitarvi buoni sentimenti, non ce lo facemmo dire due volte, e cominciammo a raccontare l’ultimo giorno di Gesù.
Allorché si giunse allo spergiuro di Pietro, quando Gesù, uscendo dal Sinedrio, rivolse al discepolo che lo aveva rinnegato poc’anzi, uno sguardo così profondo e tenero che Pietro non seppe più reggere ed
uscì fuori e pianse amaramente; vedemmo che il piccolo Antonio ascoltava ben diversamente dagli attenti suoi compagni.
A lui difatti silenziosamente pendevano dagli occhi due grosse lacrime, mentre con la più viva attenzione dipinta sul viso fatto pallido dalla commozione, procurava non perder sillaba della pietosa storia (…).
Sicché non è difficile comprendere quante consolazioni egli ci procuri con la sua condotta, col suo profitto, e con quale effusione noi benediciamo sempre alla carità di coloro, i quali ci hanno dato modo di custodire gelosamente la virtù di questo Orfanello che, senza la loro beneficenza, sarebbe stato ineluttabilmente avvolto e stritolato tra le spire invincibili del bisogno.
Chiunque viene a visitare l’Ospizio Educativo Bartolo Longo nelle mattine di Giovedì e di Domenica resta meravigliato e intenerito oltremodo nel vedere seduti al Pianoforte i due piccoli Pianisti, Figli dei Carcerati, che con tanta precisione ed espressione suonano un pezzo a quattro mani.
Essi sono: Emmanuele De Carolis e Antonio Iannone: dai loro volti e più dagli occhi dolcissimi fanno intravedere e sperare due futuri artisti.     
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       (da Bartolo Longo: L'istituzione a pro dei Figli dei Carcerati e l'Ospizio educativo, pp 53-60. Valle di Pompei - Scuola Tipografica 1898)
(A cura di Luigi Leone)


*I principi educativi di Bartolo Longo

Fra i punti sui quali Bartolo Longo incentra le modalità del suo metodo pedagogico ne incontriamo due – preghiera e lavoro – che egli dimostra essere aspetti e momenti coessenziali al processo di sviluppo naturale ed internazionale di ogni essere umano, tanto più necessari ed irrinunciabili quando, come nel suo caso, si tratta di affrontare problemi etico-sociali, la cui natura si collega alla fede ed alla fattività creativa.
Al rapporto ed alla funzione di tali concetti Bartolo Longo dedica ripetutamente le sue
riflessioni dirette e/o affidate alla penna: siamo di fronte a considerazioni che, seppure inizialmente riservate ai "diversi" accolti a Pompei, costituiscono, rivedendole oggi, una singolare anticipazione rispetto alla pedagogia della persona ed allo stesso attuale progressivo interesse formativo come prospettiva dell’orientamento professionale, mentre il tutto va di pari passo con l’imponente partecipazione del mondo giovanile alla lettura ed alla pratica del messaggio cristiano nello stesso mondo del lavoro.
Su preghiera e lavoro il Longo si esprime a Pompei "ampiamente e con diligenza" nel discorso pronunciato nella "grande festa anniversaria del maggio 1895", mentre ne parla al mondo nelle sue risposte ai quesiti del Congresso Penitenziario Internazionale di Bruxelles".

Tra gli elementi che costituiscono l’impianto fondamentale dell’impegno educativo del Fondatore di Pompei, due, soprattutto, furono additati dal Longo stesso come pilastri essenziali e insostituibili di ogni processo formativo.
Ci riferiamo alla preghiera e al lavoro e sulla sua funzione Bartolo Longo dedica ripetutamente la sua riflessione.
Nel presentarvi due anni or sono i primi quindici fanciulli Figli di Carcerati, vi dissi che la Scuola Positiva esagerava nel travedere in questo Ospizio di figli di delinquenti un covo di belve. E risposi, difendendomi dagli attacchi avuti, che non solamente è possibile la educazione dei nati delinquenti, ma ancora io ho la speranza di conseguirla, anzi con animo deliberato la intraprendeva. E gettava nella medesima ora le basi del novello Istituto, dichiarando quali erano i principii educatori di questa sorta di fanciulli.
– Due elementi, - io dissi, - due elementi educatori noi metteremo in opera per educare alla rettitudine e all’onestà fanciulli allevati nell’abbandono della miseria e dell’ignoranza: Lavoro e Preghiera (…).
La forza della Preghiera Cattolica
(…). Ma prima di riassumere le mie argomentazioni, conviene che sormonti un altro errore, e che diradi la nebbia che oscura taluni intelletti.
La forza della preghiera non proviene esclusivamente dall’intelligenza di chi prega, altrimenti il più intelligente, il più dotto, avrebbe maggior merito innanzi a Dio; e per contrario, l’ignorante, l’operaio,
il medico, l’analfabeta, quantunque animato da pari affetto e dalla medesima fede, che scapiterebbe innanzi all’Eterno. Ma no.
La forza della preghiera procede da una virtù misteriosa che viene da Cristo. I Teologi la chiamano grazia.
Togliamo un esempio da cosa familiari.
Un fanciullo che chiude nella sua mano un marengo, e crede di stringere un soldo, quando andrà a spenderlo troverà che non un soldo egli possedeva, ma si invece quattrocento soldi.
Il figlio del positivista ha una fede di Banco, un ordine di pagamento scritto in una lingua a lui ignota sopra una casa straniera. Egli poco sa leggere e niente comprende quell’ordine, ma pure allo sportello dei Banco riscuote mille scudi.
Così la preghiera innanzi a Dio, per esempio, il Pater, tuttoché mal pronunziato dal popolo o dal bambino, vale a cento doppi; perché quella lingua ben la intende il Banchiere Celeste.
Anzi Egli stesso ha insegnato questa preghiera agli uomini, e vuole che si dica così, anzi la esige, perché l’uomo deve a Dio per primo dovere l’adorazione; e un atto di adorazione e la preghiera.
Chi è mezzanamente istruito nelle cose di fede, sa che la preghiera non è solamente la domanda che si fa a Dio, ma la soddisfazione del debito della creatura verso il Creatore.
Questo debito si esercita con gli atti di adorazione, di desiderio, di lode, di ringraziamento al Fattore di tutte le cose. E quando il fanciullo ripete quella preghiera: Padre nostro che sei nei cieli, adempie a tutte le condizioni che il Creatore ha imposte alla sua creatura e come suddito e come figliolo.
Alcuni dei positivisti qui potrebbero solamente insorgere e protestare:
- Noi non crediamo né a Dio né alla forza della preghiera.
- Allora, noi rispondiamo, con quella libertà che vi dà il diritto di affermare la vostra opinione atea, per quella medesima libertà dovete concedere a me il diritto di affermare e dichiarare la mia opinione di credente.
Molto più che la mia non è una semplice opinione come la vostra, ma è una verità difatti, e di fatti compiuti che forma appunto il mio segreto che ho promesso rivelarvi.
Il lavoro Cristiano
Ritornando un passo indietro, rispondiamo al nostro positivista sulla questione del lavoro, come mezzo educativo.
Ma lo dite voi in buona coscienza che il lavoro non torna di nessun utile all’educazione dei fanciulli ed al ravvedimento dei condannati?
A noi pare tutt’altro.
Il lavoro, secondo la nostra scuola, è essenzialmente educatore (…).
Noi non facciamo consistere l’educazione solamente nel pregare, ma nel pregare e nel lavorare.
Il lavoro nobilita l’uomo; la preghiera lo santifica.
Il lavoro compie la legge naturale. Che è legge divina: tu ti ciberai del pane bagnato dal sudore della tua fronte.
Tutto è lavoro in natura, ed è legge di movimento: guai se si arrestasse questo lavorio continuo e questo movimento (…). Ciò permesso, affermino che il lavoro, essendo precetto di Legge naturale, è perciò un elemento essenziale educativo che perfeziona l’uomo, perché ogni legge eseguita è perfezione dell’essere.
Il lavoro frena l’istinto del vagabondaggio.
Educa alla pazienza, all’obbedienza, al rispetto dei superiori e delle autorità.
Emancipa l’uomo dalla schiavitù e dal servaggio. Rende l’uomo veramente libero. L’uomo che lavora, cambia città, muta domicilio, emigra in altri regni, egli è libero: il lavoro è sorgente di vera libertà.
Il lavoro è sorgente altresì di benessere sociale.
Sopprime una piaga sociale, che è l’accattonaggio.
La famiglia dell’operaio, che vive con il lavoro, è onesta; laddove l’operaio che non lavora, si impoltrisce nell’ozio è il padre dei vizi.
Il lavoro è causa di economia domestica. L’operaio, che sa quanto sudore costa quella lira, non la spende in piaceri colpevoli, ma la riserba per sé e per la sua famiglia.
Il lavoro è sorgente di pace e di unione domestica. L’operaio, che non lavora, va alla bettola, alla cantina, batte la moglie ubriaco, fa piangere e disperare i figli, e per far danari commette furti ad assassini.
5° Il lavoro nobilita l’uomo (…).
Il lavoro è Preghiera
Ma vi è di più. Il lavoro è elevato a preghiera. Il lavoro soddisfa tanto la legge naturale quanto la legge divina: col sudore della tua fronte mangerai il pane.
L’adempimento della legge di Dio è merito e preghiera insieme.
La preghiera è l’elevazione dell’anima a Dio; e l’operaio, che lavora, eleva la sua anima a Dio, unendo il suo lavoro con quello del Dio fatto uomo; e l’offre per adempimento della legge di Dio, che impose il lavoro all’uomo, e come mezzo di sostentar la vita, e come soddisfazione delle proprie colpe.
Sicché, mentre che il suo corpo lavora, il suo spirito si solleva da questa bassa sfera, e si congiunge con gli Angeli del cielo, che sono intenti all’adorazione, alla lode, al culto del re dell’universo.
Così la preghiera innalza il lavoro sino a farlo diventare divino, unendo il proprio lavoro col lavoro di dio fatto Uomo (…).
Riassumiamo.
Il lavoro elevato a preghiera è fonte di meriti e di perfezionamento dell’uomo.
La perfezione della vita sta nel fine che si propone l’intelletto dell’uomo in tutte le sue azioni.
Ora l’uomo diventa perfetto, quando lavora:
Perché adempie la legge del lavoro imposta da Dio; e chi adempie la legge è perfetto.
Perché ci assomigliamo al Figliolo di Dio, che visse lavorando; e il conformarsi al tipo perfetto, che è il Dio Uomo, e il sommo di ogni perfezione.
Perché il lavoro è sorgente di benessere nella famiglia, nella patria, nella nazione.
Perché è origine di felicità, di pace domestica.
Concludo: il lavoro è elemento educatore quando è unito alla preghiera.
(Bartolo Longo: Il Triplice Trionfo della Istituzione a pro dei figli dei Carcerati – seconda edizione – Valle di Pompei, 1922 – pp. 56, 62-65) Per la educazione morale e civile dei figli dei carcerati, Pompei 1894, pp. 15-20)
(A cura di Luigi Leone)


*Moralizziamo le Carceri!

Abbiamo accennato nei precedenti contributi al fatto che le preoccupazioni di Bartolo Longo nei confronti degli orfani della legge riguardavano anche i loro genitori rinchiusi nelle carceri, in un regime restrittivo che non lasciava sperare per un loro rinsavimento: l’atmosfera, infatti, continuava ad essere permeata di violenze e di inquietudini deleterie.
In questa ottica Bartolo Longo pensa di entrare fra quelle mura "per mezzo dei nostri libri
religiosi e morali, che i piccoli Figli dei carcerati stampano nella loro scuola tipografica per l’educazione civile e religiosa dei detenuti".
L’iniziativa, che consisteva nel creare vere e proprie biblioteche circolanti nelle carceri del Regno, non solo sorse, ma si diffuse rapidamente: la lettere viene, cioè, proposta come mezzo educativo, in grado di assolvere le menti in tempi di conoscenza e capace di essere essa stessa un modo per comunicare con l’altro, nel confronto, nei momenti di raccoglimento e per offrire la possibilità di non fossilizzarsi nei ricordi del passato o di pensare a possibili vendette.
I libri costituivano, in altri termini, un ponte fra le mura della cella ed il mondo esterno, così come lo erano le migliaia e migliaia di copie dei periodici stampati a Pompei ed i libretti di santa lettura: in quel mondo esterno dove vivevano i congiunti, i figli, gli amici, i detenuti potevano ritrovare una parte di se stessi.
Il Fondatore di Pompei si adoperò con entusiasmo per l’educazione dei figli dei carcerati e la loro promozione umana.
Comprese che attraverso essi poteva raggiungere e redimere i loro genitori: solo la voce dei figli avrebbe potuto squarciare, come un raggio di sole, il buio del loro animo abbruttito dalle colpe e dalla detenzione e avrebbe potuto dare loro nuova speranza.

Ciò che altra volta si è detto di questo nuovo trionfo del nostro Ospizio Educativo, è stato anche confermato, e in maniera meravigliosa e consolantissima, in questo ultimo anno 1900-1901.
Per mezzo dei nostri libri religiosi e morali, che i piccoli Figli dei Carcerati nella loro Scuola Tipografica stampano per l’educazione civile e religiosa dei detenuti, nello scorso anno avemmo la fortuna di stabilire ventiquattro Biblioteche circolanti nelle carceri del Regno, e nel presente anno siamo arrivati a stabilirne quarantatré.
Quindi con le nostre pubblicazioni e con i libri, che cuori benefici d’ogni città, aderendo al nostri invito, caritatevolmente c’inviano per le Carceri, abbiamo potuto concorrere all’effettuazione ed al compimento delle disposizioni del Governo, che prescrive dover ciascun stabilimento Penitenziario avere la sua Biblioteca circolare.
I Direttori e i Cappellani carcerari, gli Ill.mi Prefetti e Sottoprefetti, che in diverse Provincie d’Italia temporaneamente tengono la Direzione di alcuni Stabilimenti di Pena, vedendo che noi facevamo veramente opera patriottica, dispiegando la nostra azione benefica di moralizzazione nelle Carceri, hanno avuto la bontà di ringraziarci, con cortese e nobili lettere, elogiando il nostro disinteressato concorso.
Intanto i miei Figli di Carcerati, salvati nel nostro Ospizio divenivano essi medesimi i salvatori dei loro padri e dei compagni dei loro padri. Le menti dei carcerati si svolgevano ansiose a questa Valle, ed i loro cuori si volgevano fidenti alla Vergine di Pompei implorandone aiuto e protezione.
A migliaia ci giungevano le lettere dei poveri prigionieri chiedenti ansiosi stampe e libri che fossero loro di aiuto per mantenersi nei buoni propositi.
Allora, sebbene accasciato dal lungo giornaliero lavoro, mi accinsi a scrivere appositamente un libro per il carcerato, dal titolo: La Guida del Carcerato alla sua morale riabilitazione.
Le tremilaseicento copie della prima edizione spariscono come per incanto; onde ponemmo subito mano ad una seconda edizione di diecimila esemplari, i quali sono già sul finire.
Questa azione riflessa nel nostro Ospizio, intraveduta da noi fin dagli inizi dell’Opera salvatrice dell’Infanzia più misera ha avuto la sua massima efficacia nel corso del corrente anno.
I Figli dei Carcerati educati nell’Ospizio di Valle di Pompei, moralizzano e salvano i Padri nelle loro prigioni
Nessuna legge positiva umana può penetrare nel cuore del carcerato, e nessuna severità di pena può piegare al bene l’animo di un detenuto, che, lontano per forza dai figli e dalla moglie, non rumina altro se non che vendetta e disperazione.
Solo una voce è potente a scuoterlo fin nell’animo sordo ed oscuro: la voce del figlio.
È questa voce gli giunge oggi in mille guise, ma sempre qual raggio di sole, qual balsamo salutare. Sapeva egli che il figlio suo era rimasto in mezzo alla via, avvilito, disprezzato, scacciato dalla società stessa che aveva condannato lui, suo padre; ma aveva poi saputo che cuori compassionali avevano raccolto quell’innocente e, che altr’anime buone sparse per il mondo, versavano con mano sollecita il loro obolo, affinché fosse salvato ed educato.
E quando, a mezzo dei libri di Valle di Pompei, libri che gli parlano del figlio, libri che il figlio suo ha stampati, ascolta la voce del figlio, allora egli sente tutta la potenza di questa voce per lui arcana, perché della natura intessa, e piega il capo, abbraccia con rassegnazione la pena, e piange (…).
Il Carcerato è redento: la moralizzazione delle Carceri è un fatto compiuto.
Ora tutto ciò si è avverato.
Questo beneficio nuovo nelle carceri d’Italia si diffonde a mano larga; moltissimi Carcerati sono ridati al bene, all’ossequio delle leggi, all’obbedienza ai loro Direttori, alla sottomissione alla disciplina degli Stabilimenti; insomma ogni detenuto concorre, mercè il benefico irraggiamento dell’Opera Civile e sociale dei Figli dei Carcerati di Valle di Pompei, all’ordine di tutto l’Istituto Penitenziario.
La Legge Penale ottiene in tal modo ciò che difficilmente può ottenere da se stesso: l’emendazione del reo.
Avremmo migliaia di lettere di ringraziamento di solerti Direttori Carcerari, di zelanti Cappellani, di Illustrissimi Prefetti e Sottoprefetti da poter pubblicare come attestati di fatti meravigliosi della nostra opera.
L’intera collezione di queste lettere formerà un’apposita Monografia, che, stampata dai nostri Figli di Carcerati, manderemo al Ministero di Grazie e Giustizia ed a tutti gli scienziati italiani e stranieri: sociologi, antropologi e criminologi, nonché a tutti i Congressi Penitenziari che dalle nazioni civili si terranno per conseguire il sublime scopo della Legge penale, qual è l’emendazione del reo.
Oggi ci è dato poter ringraziare tutti coloro che rispondendo al nostro invito vollero porgerci la mano per rendere più efficace la nostra propaganda mandandoci in dono libri scolastici per stabilire le Biblioteche nelle carceri.
Ringraziamo ancora tutti gli Illustrissimi Direttori delle carceri e tutti coloro che sono a capo delle case di pena d’Italia che ci hanno incoraggiato, con le tante lettere e con la loro efficace opera, a proseguire nella santa via intrapresa e che a noi costa comprese le non lievi spese postali, circa duemila lire in ogni mese.
Moralizziamo le carceri! Faremo opera eminentemente umanitaria, eminentemente civile, eminentemente patriottica.
(da Bartolo Longo: L'Ospizio educativo per i Figli dei Carcerati in Valle di Pompei e la moralizzazione delle carceri. Scuola Tipografica Pompei 1901, pp. 97-99)
(A cura di Luigi Leone)                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    


*Principi del metodo educativo di Bartolo Longo

Il Fondatore di Pompei ebbe la consapevolezza che ogni esperienza educativa deve essere rispettosa della dignità della persona ma dovesse fondarsi su consolidati orientamenti educativi.
A questa esigenza rispondevano i criteri della necessità dell’educazione religiosa, l’apprendimento di un lavoro, e, soprattutto, la diversificazione delle esperienze lavorative nelle diverse arti e mestieri.
Signori, senza volerlo fui profeta: la Carità che è luce e amore, intravede tutti i bisogni sociali; e l’Opera salvatrice dei figli dei carcerati non fu per nulla a me dettata dalla Scienza, né dall’amore di rinomanza; ma fu ispirata dalla Carità di Cristo. (Bartolo Longo da: Quaranta Figli di Carcerati)
Religione.
– L’amore di Dio ha strappato alla miseria questi derelitti Orfanelli della legge, ha coperto la loro nudità, ha soddisfatto la loro sete e la loro fame, ha mutato in carezze e in cure le percosse e il disprezzo, quindi è che l’amore di Dio, la speranza di un futuro premio, che sarà un godere eterno, il sentimento religioso insomma, forma la base di tutto il nostro sistema educativo.
È per questo che noi ci sforziamo di istillare i principii di Religione così profondamente nelle loro anime, e di avvezzarli in modo alle pratiche religiose, che essi non dimentichino giammai gli uni, e non arrossiscano delle altre.
È per questo che i nostri buoni orfanelli sentono la Messa e recitano il Rosario tutti i giorni; fanno mattina e sera la loro preghiera in comune, prendono parte alle principali funzioni che si celebrano in Santuario, e pregano insieme pei loro benefattori.
Tutte queste pratiche religiose, delle quali si sono educati a intendere perfettamente il significato, unite alla Confessione e alla Comunione frequente, e alle quotidiane istruzioni "pratiche facili e semplici", date loro dal Direttore Spirituale dell’Ospizio, concorrono a formare il carattere religioso di questi giovanetti, e li preparano per tempo a resistere alle tentazioni che il mondo in prosieguo offrirà loro.
Lavoro. – Fin dal bel principio della nostra Istituzione non avemmo un solo momento di esitazione intorno all’indirizzo da darsi al Figli dei Carcerati.
La società oggi non ha solo bisogno di gente colta nelle arti belle e nelle lettere e nelle scienze, ma ha molto maggior bisogno di onesti ed abili operai.
E poiché, d’altra parte, al numero strabocchevole di operai che rifugge dalla fatica dei campi e della professione modesta delle piccole arti non sono sufficienti gli immensi stabilimenti industriali seminati nel mondo, noi abbiamo creduto di dedicare la maggior parte dei nostri ricoverati appunto alle modeste arti che fioriscono in tutti i paesi di provincia, senza escludere tuttavia le arti più nobili di meccanico, di tipografo, di elettricista per quelli che, per condizioni speciali di famiglia e di ingegno, mele si piegherebbero alle fatiche materiali dell’ascia o del badile.
Insegnamento Professionale. – Crediamo utile esporre alcune delle ragioni che ci indussero a fondare le diverse scuole-officine, tenute tutte in economia, dove lavorano con tanto profitto i Figli dei Carcerati.
In principio era nostro intendimento di applicare tutti i fanciulli da noi ricoverati al "Lavoro del libro" nelle diverse sezioni della Tipografia perché oggi questa è l’arte più comune. Ma ci accorgemmo subito, dopo pochi mesi di prova, che quella "uniformità di lavoro" avrebbe nociuto assai al buon andamento dell’Opera, e ai ricoverati medesimi. A fare questa arte occorrono attitudini speciali che non tutti possedevano. E di più pensavamo che tutti quelli i quali non hanno nel rispettivo paese uno stabilimento tipografico, compiuta la loro educazione si sarebbero trovata preclusa la via per ritornare alle loro case, poiché noi educhiamo questi fanciulli sempre tenendo presente, che un giorno essi dovranno ritornare ai loro paesi nativi ritornandovi anche onorati.
Ciò equivale a creare dei girovaghi e degli spostati.

Ritenuti quindi i fanciulli più intelligenti e meglio disposti in Tipografia, avviammo gli altri "All’agricoltura".
Nuovi inconvenienti ci hanno indotto, almeno per ora, a mutare indirizzo.
Alcuni erano di costituzione troppo delicata per maneggiare la vanga, e avviarli all’agricoltura sarebbe stata una crudeltà.
Altri cresciuti in città e da genitori operai ed avviati a un mestiere, odiavano questo lavoro
forzato della marra, tutti costoro malcontenti e contrariati ci erano spesso cagione di dolori e di sconforto.
Perocché è manifesto che se l’arte o il mestiere, e in genere se il lavoro cui si dedica un fanciullo non risponde alle sue attitudini sia fisiche sia intellettuali e anche morali, questi non solo non riuscirà mai un buon operaio, ma, quel che è peggio, si demoralizzerà, e voi non avrete creato che un infelice e un miserabile di più.
Ma quando all’opposto egli ama il lavoro e se ne fa un bisogno, non può divenire che onesto e buono; e ove di cotali fanciulli se ne incontrino molti sotto il medesimo tetto, l’Istituto che li raccoglie sarà naturalmente ordinato ed efficacemente Educativo.
Bisogna mettere i fanciulli nella loro sfera, non già votarli a un destino superiore, o inferiore, perché l’opera della educazione produca i suoi effetti.
Così quest’anno abbiamo aperto tre nuove Scuole-officine, cioè, quella dei meccanici-aggiustatori, quella degli elettricisti, e la terza dei conduttori di caldaie a vapore.
Abbiamo ancora ampliato le officine dei falegnami, e dei ferrai, i laboratori dei calzolai e dei sarti. E poiché di anno in anno con l’allargarsi nel mondo la devozione alla Vergine SS.ma del Rosario di Pompei e col dilatare le nostre pubblicazioni Pompeiane nelle Carceri, negli Ospedali, negli Orfanotrofi e nelle Scuole popolari Italiane, e perfino nelle Missioni Straniere dell’Africa, dell’America e specialmente dell’India e della Cina cresce a dismisura il lavoro di propaganda da compiersi, si dovettero aggregare altre sale alla Tipografia e alla Legatoria.
Ma se questi miglioramenti materiali non vanno trascurati, perché l’officina deve essere il tutto pei nostri fanciulli, molto più importante è per noi il pensiero di sopraintendere al buon andamento generale delle Scuole-Officine sia dal punto di vista della educazione come da quello della istruzione nell’arte.
A questo scopo alle visite che deve fare periodicamente una commissione di persone competenti e tecniche da noi appositamente nominata, si sono aggiunte quelle quotidiane degli educatori per sorvegliare l’alunno in tutte le ore del giorno.
La sera poi ciascun orfanello deve rendere conto del lavoro fatto all’Ispettore delle Scuola-Officine.
Sappiamo che ad ovviare alla gravissima iattura del lavoro uniforme vi sono Istituti che, mentre provvedono al ricovero e al sostentamento dei fanciulli, ricorrono per l’insegnamento professionale a scuole d’arti e mestieri estranee all’istituto medesimo.
(Bartolo Longo: Congrès pènitentiaire international de Brixelles, Valle di Pompei, Scuola Tipografica Bartolo Longo per i figli dei carcerati, 1900, pp. 6-9)
Prima Foto: un gruppetto di figli dei carcerati gioca gioiosamente nel cortile interno dell’Istituto.
Seconda Foto: La Contessa Marianna Farnararo De Fusco, generosa e preziosa confondatrice delle Opere di Carità di Pompei ed il Beato Bartolo Longo.
(A cura di Luigi Leone)


*La continuità nella direzione pedagogico-didattica

Con lucidità di argomentazione, da fare invidia al più provetto educatore, Bartolo Longo disserta sulle necessità di un unico percorso educativo, capace di coniugare insieme la fase dell’accoglienza e la preparazione all’esercizio di una professione o di un lavoro.
Non bisogna dimenticare che si ragiona di fanciulli anormali dai quali solo una direzione ferma, costante, assidua ed amorosa può ripromettersi un sicuro risultato, e la formazione del carattere.
Ora, a che si ridurrà l’efficacia dell’Opera con fanciulli che si riuniscono solo la sera per raccontarsi le marachelle fatte e da farsi, per prendere un po’ di cibo e riposo la notte?
E poi, questi fanciulli avranno per educatori i capi officine dove lavorano.
Ma se, come più innanzi si è detto, occorre un metodo speciale di educazione per essi, che educherà i capi officine a seguire quel metodo?
Chi può sperare nella efficacia di una educazione tanto varia quanto sono vari gli umori dei capi officine nei quali vengono affidati per tutta la giornata?
E chi garantisce i ragazzi dalle antipatie e dalle vessazioni dei Capi officine medesimi? Perocché questi ove abbiano l’officina in appalto più che all’educazione e all’utile dell’allievo, baderanno al proprio interesse con grave danno dell’allievo che deve, prima di uscire dall’Istituto, aver imparato l’arte che formerà tutto il suo patrimonio.
Ma il tempo utile per l’apprendimento dell’arte è limitato dai 12 ai 20 anni e se in questi 8 anni non s’impartisce un insegnamento professionale metodico e progressivo il ricoverato non potrà contare sull’arte appresa per condurre una vita indipendente e agiata. L’Officina deve essere dunque una vera Scuola.
A garantire i nostri fanciulli da queste gravissime cause di mali futuri e presenti abbiamo voluto che i Capi Officine e le officine stesse dipendessero direttamente dall’Opera. In tal modo, studiata prima l’indole, le attitudini, il carattere, le tendenze dei fanciulli per essere meglio in grado di consigliarli
nella scelta dell’arte, ci rendiamo noi stessi conto del lavoro dei Figli dei Carcerati e possiamo, quando occorra, cambiare facilmente il Capo officina ove non si dimostri degno della nostra fiducia, e possiamo far provare le diverse arti a quei fanciulli che incostanti e poco sviluppati non dimostrano alcuna ben chiara tendenza.
Perocché non sempre si dà nel segno alla prima prova, ma non per questo ci sgomentiamo.
Il tentativo fallito oggi potrà riuscire domani.
E con pazienza, a via di prove e di rimproveri si giunge sempre a dare una direzione decisa ai nostri fanciulli, nessuno dei quali vi dà quindi l’immagine di un condannato a qualche lavoro forzato, né ha sul volto quell’apatia, quella stanchezza che è dote speciale degli spostati.
Ciò non può ottenersi in quelli Istituti che non hanno officine proprie e affidano i ricoverati a operai esterni e indipendenti dall’Opera, né in quegli Istituti dove uno solo è il lavoro per tutti i ricoverati.
Quando a noi, assicurato il buon andamento dell’Opera, e scongiurato il serio pericolo che l’uniformità del lavoro ci faceva temere, ci studiamo ora di trarre il maggior profitto dall’amore e dall’impegno con cui i Figli dei Carcerati attendono ai loro mestieri, procurando che come sono onesti, essi divengano ancora valenti nella loro arte e quindi uomini liberi e forti contro le esigenze prepotenti degli sfruttatori, e contro le seduzioni del vizio.
Ma non riesce valente chi nell’arte appresa non trova modo di esplicare le sue naturali attitudini, o non ha avuto nel suo Principale un maestro amoroso, ma solo un interessato ed avaro padrone.
I patrocinatori dell’educazione data nelle famiglie temono che un soggiorno prolungato in un Istituto non sia per i ricoverati una preparazione normale alla loro entrata in società.
Lasciando stare che non è facile trovare famiglie adatte a così gran numero da far fronte alla enorme quantità dei fanciulli abbandonati, a noi pare che questo timore sarebbe ragionevole e giusto quando si riferisse agli elementi della educazione impartita, non al luogo dove si imparte.
Tanto la famiglia quanto l’Istituto non hanno altro scopo che quello di preparare il fanciullo alla società; con questa differenza che nella famiglia il fanciullo è più libero, ed è isolato. Ma dato l’elemento di cui ci occupiamo, la vita di n Istituto mentre da una parte preserva i fanciulli appunto dai pericoli della libertà, dall’altra li prepara in modo più normale alla vita sociale.
Un buon padre di famiglia è sempre avaro di libertà per i suoi figli perché non può correre dietro a vigilarli dappertutto.
La vigilanza invece è possibile in un Istituto, dove i ricoverati sono in contatto con persone d’ogni età e condizione, lavorano con operai esterni, vivono con fanciulli e con uomini di età, d’indole, di costumi altrettanto vari quanto son varie le loro fisionomie; lucrano, e spendono; non difettano di esempi buoni e d’incentivi a mal fare, lottano con quasi tutte le passioni che agitano gli uomini, hanno le stesse occasioni di ben fare e di far male; e tutto ciò e le relazioni di individuo a individuo forma appunto la vita della grande Società umana alla quale si preparano con un tirocinio pratico che, secondo noi, è la più normale delle preparazioni.
L’Istituto insomma è una società piccola sia per il numero che per l’età dei componenti.
Ma è il numero poca cosa, e l’età va via via crescendo come il corpo, come la formazione del carattere, finché la piccola società metterà foce nella grande società degli uomini, quando appunto i suoi componenti si saranno fatti uomini anch’essi.
E non entreranno in un mondo nuovo, e alle norme che li guidavano prima, per vivere onestamente non avranno da aggiungere altro capitolo che quello riflettente la formazione di una nuova famiglia.
È in questo modo che si sono formati quasi tutti gli uomini illustri che onorano attualmente l’Italia, per non dire di altre nazioni, nel governo, nella scienza, nella letteratura e nella milizia.
(Bartolo Longo, Congrès pénitentiarie international de BGruxelles, 1900. Valle di Pompei, Scuola Tipografica Bartolo Longo per i figli dei carcerati, 1900, pp. 9-11)
(A cura di Luigi Leone)

  

*La scuola un mezzo per educare il cuore e il carattere
(A cura di Luigi Leone)

Dopo aver sottolineato la necessità di un unico percorso educativo e l’utilità di una lunga permanenza nell’Istituto di accoglienza, il Fondatore di Pompei illustra l’importanza della scuola nella formazione dei minori, soprattutto nella dimensione affettiva e nella loro moralizzazione.
Dalle necessità di assicurare l’unica direzione pedagogico-didattica scaturisce, pertanto, un altro aspetto da considerare e mettere in atto: si tratta della necessità di un luogo e non interrotto soggiorno nell’<istituto di accoglienza.
A questo proposito Bartolo Longo ritiene ed afferma che l’uscita degli orfani della legge dovrà coincidere con il momento del servizio militare, che sarà propedeutico al loro definito ingresso
nella società; mentre i giovani non costretti alla leva troveranno una volta fuori dall’istituzione, un valido sostegno neo loro "padrini di cresima": in questa ottica la scelta ricade su persone disponibili a svolgere il ruolo di "amici", di "consiglieri", di "Patroni", in un rapporto spirituale e materiale per agevolare il loro ingresso nel mondo del lavoro.
Le riflessioni si rivolgono, poi, alla scuola, alla quale è riconosciuto ed affidato il compito di "educare il cuore e di formare il carattere, attraverso un intervento non percettivo, ma tale da agevolare al massimo la partecipazione del soggetto da educare".
Rispetto ai cicli dell’intervento, Bartolo Longo ribadisce che concluso il corso elementare i ragazzi continuano la scuola frequentando "un corso complementare di arti e di mestieri": da notare il particolare molto singolare con insegnamenti speciali e rapporti dell’età o mestiere prescelto.
Quindi l’uscita dei Figli dei Carcerati dall’Istituto coinciderà con l’epoca della loro coscrizione, cioè a venti anni, affinché il servizio militare sia come la continuazione e il perfezionamento dell’opera dell’Ospizio. La milizia invece della famiglia li preparerà a entrare definitivamente nella società e la disciplina militare oculata e severa tempererà la reazione temuta rendendo il passaggio progressivo e dolce.
Quelli poi tra i Figli dei Carcerati che non sono soggetti alla coscrizione o sono esenti dal servizio militare, allorché diventeranno cittadini liberi e padroni di sé stessi, troveranno un freno potente nei loro padrini di cresima.
A questo scopo da quattro anni a questa parte facciamo cresimare solennemente i nostri Orfanelli, e persone di ogni condizione e di ogni ceto fanno a gara per tenerli al sacro crisma. Coloro che amano teneramente i loro figliocci ne saranno allora gli amici, i consiglieri, i patroni; e la loro autorità, come al presente è sprone a comportarsi bene e con onore, varrà a sostenerli ed a sorreggerli nelle aspre lotte per la vita quando entreranno a far parte della società.
Nella soavità del vincolo spirituale i Padrini dei nostri fanciulli attingeranno la carità da provvedere al collocamento e al lavoro dei figliocci, il diritto di partecipare alle loro gioie e ai loro buoni successi, il dovere di dividerne gli affanni, i dolori, la forza infine di essere per loro altrettanti Padri vigili, attenti, instancabili, amorosi.
Né saranno soli i nostri orfanelli a godere del beneficio inestimabile di un tanto protettore.
Anche i loro Genitori quando avranno espiata la pena troveranno accanto al figlio onorato un posticino sicuro e la via più aperta per riacquistare la buona fama perduta.

La scuola

Un terzo elemento di educazione molto importante per noi è ancora la scuola.
In essa però non intendiamo di istruire soltanto la mente, ma soprattutto intendiamo di formare il cuore.
È cosa notissima che la maggior parte dei delinquenti viene dalla classe ignorante della società: ma non è meno noto che ad onta dell’istruzione obbligatoria la delinquenza non è punto scemata, specie nei minorenni. Ciò prova, secondo noi, che la scuola o meglio la semplice istruzione non basta a moralizzare la gioventù, e che soltanto i sentimenti del cuore, e non le conoscenze dello spirito, valgono a preservare l’uomo della colpa. Per conseguenza la missione dei maestri dell’Ospizio e essenzialmente educatrice, e la scuola per noi è un mezzo, un pretesto per porre sott’occhio ai Figli dei Carcerati il bene in tutte le sue manifestazioni. Ci contentiamo quindi di impartire ai Figli dei Carcerati una istruzione limitata, per modo che compiuto il Corso Elementare, è compiuto per essi il Corso Elementare, è compiuto per essi il corso dei loro studi.
Diamo invece largo sviluppo all’insegnamento morale e religioso dichiarando in forma piana e familiare quei principii di onesto vivere sui quali si basa la vita dell’uomo.
Non si può stancare i fanciulli con prediche incessanti: perciò i nobili esempi, le virtù dei passati e dei presenti, tutti gli avvenimenti che rivelano abnegazione, sacrificio e coraggio formano il tema delle letture di Scuola.
Il fanciullo apprende così da sé stesso, e quasi senza avvedersene, la verità, e s’innamora delle virtù che gli appare più bella e gli si imprime più profondamente nel cuore quando la vede incarnata e, quasi diremmo, in azione nei fatti e negli esempi resi attraenti e persuasivi dalle grazie dell’arte.
In questo modo la scuola raggiunge veramente il suo fine, che deve essere l’educazione del cuore, la formazione del carattere; perocchè dalle più alte e sublimi verità della religione e della morale fino a più minuti precetti del vivere civile tutto è oggetto di ammaestramento, di quell’ammaestramento che vogliamo poi vedere tradotto in pratica nell’Officina, nelle relazioni tra compagno e compagno, e coi superiori, e con gli inferiori.

L’insegnamento complementare

Compiuto il Corso Elementare di studi, i Figli dei Carcerati non cessano di frequentare la scuola, sia perché finirebbero con dimenticare ciò che hanno appreso con tanta fatica, sia perché non vogliamo privarli di un mezzo così potente ed efficace per formare il carattere, sia infine per accompagnarli nello svolgimento delle loro attitudini che variano di anno in anno, con lo svolgersi dell’età e delle forze fisiche e intellettuali.
Così senza insegnare nulla di superfluo, e poiché nell’anno 1899 ben sedici Figli dei Carcerati hanno conseguito la licenza elementare, abbiamo istituito un corso complementare di studi nel quale si istruiscono i Figli dei Carcerati nella tecnica speciale della loro arte, e un corso complementare d’arti e mestieri che frequentano solo la sera dopo il lavoro.
In esso ai compositori tipografi, ai falegnami, agli ebanisti e operai meccanici si impartiscono lezioni di disegno ornamentale, lineare e geometrico; ai meccanici, agli elettricisti lezioni di fisica, di chimica e di geometria, e ai Compositori tipografi lezione di lingue straniere perché siano in grado di comporre con maggior correttezza e facilità nelle diverse lingue più comuni, specialmente in lingua francese.
Tutti gli altri fanciulli si esercitano nella lettura, nella composizione, nel far lettere commerciali e conti, e tutto ciò sempre nell’intento di renderli liberi nell’avvenire e per aver occasione di ribadire le regole e i precetti religiosi e morali appresi nelle prime scuole.

(Bartolo Longo: Congrès Pènitentiaire International de Brixelles – 1900 - Scuola Tipografica di Pompei, 1900 - pp. 12-14)


*I mezzi ausiliari dell'educazione e l'attivismo pedagogico
(A cura di Luigi Leone)

Musica, ginnastica, premiazione solenne ed altre attività, definiti mezzi ausiliari di educazione, completano il metodo educativo del Longo che anche in questo campo può essere definito anticipatore delle più recenti acquisizioni pedagogico-educative.

Mezzi ausiliari di educazione: così Bartolo Longo titola le pagine nelle quali chiarire, nei dettagli, a quali altri mezzi, oltre alla religione, al lavoro ed alla scuola, ricorrere per completare la formazione. Si tratta di "mezzi ausiliari". Fra essi la musica, la ginnastica, la premiazione solenne, una piccola mercede per il lavoro svolto: attività e modalità di gratificazione che aiutano il progressivo svolgersi della personalità, lasciando emergere e. quindi, scoprire possibili tendenze naturali sul piano della creatività e della espressività stessa dei ragazzi, agevolando anche il nascere spontaneo di gruppi coesi anche rispetto alla realizzazione di specifici progetti, suscettibili di aperture all’esterno, nei momenti delle ricorrenze o degli incontri con la società civile, Bartolo Longo si sofferma con ricchezza di particolari nella esposizione di questo percorso, per così dire, compensativo ed integrativo del curriculum scolastico: ed anche sotto questa direzione va considerato come un anticipatore dell’attivismo pedagogico e della progettualità che connota sempre più la stessa scuola pubblica, quando inserisce musica, educazione motoria, lingue straniere nelle discipline tradizionali.

Se abbiamo posto a base dell’educazione dei nostri fanciulli la Religione, il Lavoro, la Scuola, non escludiamo però verun trovato della Scienza e segnatamente della Pedagogia che è destinata a formar l’Uomo. Così abbiamo prescelto i mezzi ausiliari di educazione per i Figli dei Carcerati la musica e lo svolgimento delle forze fisiche e muscolari, come la ginnastica, e gli esercizi militari, il salto, la corsa, i bagni,
Musica
E principalmente la Musica è per noi uno dei più rilevanti mezzi per dirozzare questi monelli, come quella che di natura ingentilisce il cuore non solo di chi lo coltiva ma ancora di tutti quelli che la sentono. Ed essi l’amano non solamente perché risponde a una particolarissima disposizione di tutti quasi questi fanciulli meridionali, ma perché è un diversivo che rompe la monotonia dell’Istituto, una valvola di sicurezza alla loro inesauribile vivacità.
Come potrebbero essi durare al lavoro per l’intera giornata, costretti all’immobilità, al silenzio soprattutto, e alla serietà dell’officina? Perciò si frammezza la fatica del mestiere o l’esercizio delle arti meccaniche con lo studio della Musica e con l’apprendere l’arte degli strumenti musicali, e col suonare in concerto.
Ma la ragione principale per cui i Figli dei Carcerati si dedicano allo studio della Musica con passione pari a quella che portano al lavoro si è perché sanno che sarà per essi una nuova fonte di onesto e facile guadagno. A quelli che saranno chiamati alla leva militare assicurerà il modo di prestar servizio militare nelle Bande Musicali dei Reggimenti, e a quelli che saranno esenti dal servizio militare darà l’agio di iscriversi nei concerti musicali dei loro paesi, poiché non vi è città o borgo d’Italia che ne vada sprovvisto.
Ginnastica
I nostri ricoverati nelle ore di ricreazione si incaricano da sé della ginnastica occupati a saltare barriere, a correre e rincorrersi in mille giochi.
Ma ciò che non farebbero da sé, sono le evoluzioni militari e quegli esercizi ginnastici speciali che sono in perfetto antagonismo con l’atteggiamento e coi movimenti richiesti dal lavoro particolare che
ciascuno operaio esegue nella propria officina. A ciò si provvede con una scuola di ginnastica di compensazione che mentre soddisfa allo scopo igienico di rafforzare l’energia dei poteri fisiologici, raggiunge uno scopo eminentemente curativo, correggendo le imperfezioni prodotte dal mestiere. Gli esercizi militari col fucile, le parate, le passeggiate militari, li adusano alla disciplina e all’ordine, mentre concorrono potentemente, al pari della ginnastica, al regolare sviluppo delle forze fisiche.
Premiazione solenne
La premiazione dei Figli dei Carcerati che da ben nove anni siamo soliti fare nell’ultima Domenica di Maggio è la meta cui guardano ansiosamente i nostri fanciulli per tutto il corso dell’anno.
A tenere sempre vivo il ricordo concorre validamente la votazione settimanale, in cui Istruttori, Maestri e Capi-Officine danno ragione del profitto e della condotta dei rispettivi allievi, e la premiazione bimestrale pubblica la quale ci porge il destro di incoraggiare i buoni, di scuotere i tiepidi e i vacillanti, e non è altro in sostanza, che una preparazione alla Premiazione solenne del Maggio, nel giorno Anniversario della Istituzione salvatrice dei poveri Figli dei Carcerati.
E noi a bella posta abbiamo voluto che questa Festa fosse pubblica e improntata a grande solennità e importanza non solo per eccitare l’emulazione tra i ricoverati e stimolare tutti al progresso, ma principalmente per attestare del progresso dei premiati e dell’Opera stessa, della quale si ritesse la storia svoltasi nel corso di tutto l’anno.
Perciò si fa la Festa Civile al cospetto di una eletta moltitudine di Signori e di Signore che qui convengono da ogni parte d’Italia, personaggi eminenti, rappresentanti delle autorità civili e militari di Napoli e delle provincie limitrofe, uomini di Stato, Sociologi, Giuristi e Magistrati, precedentemente da noi invitati a rendere lieta la festa dell’esultanza e del conforto.
I progressi materiali dell’Istituto, e le vittorie conseguite sulla pubblica opinione in ordine alla eredità della colpa e i trionfi riportati nel campo della scienza contro le sue prevenzioni dai principi morali cui s’impronta l’educazione di questi orfani, e quelli non meno importanti conseguiti nelle Carceri dall’Apostolato dei Figli dei Carcerati medesimi a pro dei loro colpevoli Genitori, formano l’oggetto del solenne convegno.
Presentiamo quindi tutti i fanciulli al numeroso pubblico qui convenuto, e narrati per sommi capi i precedenti di quelli che maggiormente si sono distinti, si invitano i benefattori dell’Opera a conferire il meritato premio.
Così a ognuno è dato interrogarli, studiarli, controllare il profitto da essi fatto nelle arti, nei mestieri, nella scuola, in tutto.
Infine si conferiscono le ambite insegne di capi squadra e di capi officine a quelli che per condotta e abilità nel lavoro sono degni di essere assunti a moderatori dei loro compagni.
La Mostra del lavoro, la musica, gli esercizi militari, il maneggio d’armi, i saggi di Ginnastica, costituiscono anch’essi la nota gaia e geniale del solenne trattenimento, e servono nel tempo stesso a dar ragione del progressivo svolgimento intellettuale e fisico dei ricoverati.
A questo proposito, anzi, non sappiamo astenerci dal riportare alcuni brani di un lungo articolo del
Corriere di Napoli, uno dei più diffusi giornali d’Italia.
L’articolista, colto scrittore ed osservatore acuto, dopo aver detto che ordinariamente i discorsi e le premiazioni hanno un valore piuttosto virtuale che reale, e che servono piuttosto a stimolare gli allievi al progresso che ad attestare del progresso degli allievi, continua così:
"… Ma andate a Valle di Pompei in un qualunque giorno dell’anno, andate a visitare l’Ospizio e a far conoscenza coi piccoli ricoverati quando meno essi si aspettano visite e inquisizioni, andateci senza compagnia, in modo che essi non siano messi in apprensione dal numero… Andate laggiù, tra quel ricovero di figli di bruti, con la massima diffidenza… Voi cercherete invano nella espressione della maggioranza dei volti l’indizio della contrarietà, del fastidio, dell’intolleranza, dalla rassegnazione tormentosa… Quei piccoli figli di bruti, quegl’infelici, molti dei quali hanno nella persona le stimmate della degenerazione, non sono attenti, volenterosi e lieti di loro occupazione relativamente alla loro natura. Il loro grado di mansuetudine non è mirabile per rapporto alla loro indole selvatica. Tanto non è che voi pensate, involontariamente, ad altri ragazzi visti in altri luoghi, in così diversi luoghi di educazione: a quanti altri ragazzi, a quanti altri adolescenti abbiate visti in altre scuole; e il paragone non è favorevole a questi. E ciò che per il contegno  avviene per il profitto.
(Bartolo Longo: Congrès Pènitentiaire International de Brixelles – 1900 -  pp. 14-17)


*Un proficuo ed interessante stratagemma educativo

Merita una particolare attenzione uno dei tanti mezzi ausiliari che il Fondatore di Pompei, l’avvocato Bartolo Longo, utilizzava nei suoi percorsi formativi. Si tratta di un compenso economico offerto ai ragazzi per aiutarli ad una saggia amministrazione del denaro.
Una riflessione a parte merita un altro dei mezzi ausiliari che Bartolo Longo utilizza nel suo programma educativo: si tratta di quel piccolo compenso che si riconosce ai ragazzi in cambio del lavoro svolto.
Ed a questo proposito sarà bene chiarire subito che l’uso di questo stratagemma vuole offrire
alcune opportunità, quale può essere quella di abituare i ragazzi all’economia, a valorizzare il denaro come mezzo e sostegno della propria dignità; amministrando le proprie entrate, riflettendo sulla scelta fra spese utili e spese voluttuarie, organizzandosi per la realizzazione di un intento particolare in una determinata occasione.
Nell’istituto circola una moneta speciale, fittizia, in carta che verrà convertita in denaro vero, settimana per settimana a seconda delle ore di lavoro e depositato quasi totalmente su libretti intestati.
Siamo di fronte ad un’esperienza nuova, che, all’atto pratico, poteva permettere anche di conoscere alcuni lati del carattere, quelli che l’uso del denaro può mettere in mostra, positivi e/o negativi che siano.
Evidenti anche i riflessi sulla disciplina, con il pagamento di una multa e con il risarcimento di un danno apportato alle cose che, per il cattivo uso, possono rompersi.
Mercede dei Figli dei Carcerati
Da circa un anno diamo ai Figli dei Carcerati un lieve compenso per il lavoro che fanno nelle rispettive officine. In principio temevamo che il denaro dato ai nostri fanciulli potesse in qualche modo turbare la serenità dei loro pensieri e dei loro affetti con grave danno della educazione.
Però non volevamo neppure rinunziare ai tanti benefici che speravamo da questo sistema; primo fra tutti quello di non lasciarci sfuggire l’opportunità di avvezzare i nostri fanciulli all’economia, al risparmio, onde premunirli contro la miseria, fonte al presente di tanti guai e di tanti delitti; e nell’intento di educare i nostri fanciulli sul modo di amministrare il denaro e di correggere le tante
passioni che hanno a movente la fame dell’ori, ci decidemmo a dare una mercede al Figli dei Carcerati.
A quest’uopo e per evitare ogni possibile commercio tra i ricoverati con le persone di servizio ed esterne, abbiamo coniato una moneta speciale in carta che ha corso solamente nell’Istituto, e che all’occorrenza solo il Direttore converte in denaro vero.
Fissata quindi una retta individuale per ogni fanciullo si cominciò nel novembre del 1898 a retribuire ogni fine di settimana i Figli dei Carcerati.
La retta individuale, che per i più provetti è di 7 centesimi all’ora, varia da ragazzo a ragazzo, e oltre che all’età risponde piuttosto alla maggiore o minore valentia di ciascuno nell’arte sua.
Al Sabato ciascun capo Officina paga i fanciulli a lui affidati in ragione delle ore di lavoro da essi fatte, ritenendo a beneficio di un’Opera di carità un centesimo per ogni voto di condotta o di applicazione da essi perduto.
Il denaro poi che percepiscono i Figli dei Carcerati vien depositato da ciascuno di essi, ritenuti per sé pochi centesimi, nella cassa postale del risparmio su libretti intestati a ciascun figlio di Carcerato.
Soltanto all’uscita dall’Istituto potrà l’alunno ritirare il libretto e riscuotere i depositi, purché non sia stato congedato per ragioni di condotta, nel qual caso viene escluso dal beneficio.
Ed oggi dopo quasi due anni di esperimento possiamo dire di essere ben contenti del sistema adottato, perché i temuti inconvenienti, che considerati teoricamente ci spaventano e ci tenevano perplessi, in pratica sono sfumati e han lasciato posto invece a un numero grandissimo di benefici dei quali vogliamo dare una idea.
Primieramente ci accorgemmo subito di aver messo per avventura il dito su di una piaga latente ma sanabile.
Fu organizzata in poco tempo una società di credito clandestina che esercitava su larga scala una specie di usura non ancora udita. Si prestava il denaro al cento per uno e peggio ancora. Scoperta, si
potè fare intendere agli uni l’ingiustizia fenomenale dell’usura che non avevano mai compreso a dovere, agli altri il brutto partito a cui si troveranno nell’avvenire se, come ora, non sapranno custodire e amministrare il denaro secondo l’entrata.
V’ha chi spende il suo denaro per comperarsi un libro di lettura, o gli istrumenti del suo mestiere, altri che comprerebbero sempre giocattoli, palle, saponette profumate, e simili futilità; alcuni invece non spenderebbero mai un soldo anche quando è necessario spenderlo; alcuni altri non fanno nessun conto del denaro.
E tutto ciò offre a noi larga mese di osservazioni psicologiche importantissime, che ci mettono meglio in grado di dare ai nostri fanciulli quella direzione che richiede la loro indole e le inclinazioni della loro natura.
Non mancò chi si lasciò attirare a porre la mano sul denaro altrui, per l’avidità di accrescere il suo capitale: abbiamo gli avari, il buon massaio, i prodighi, e le infinite gradazioni della passione dell’oro svolgentesi appunto quando si è ancora in tempo a spegnerla. Ecco dunque un campo che sarebbe stato inesplorato e incolto.
Con gravissimo danno dell’educazione impartita ai nostri Fanciulli se non avessimo tentato per tempo la prova felicemente riuscita.
Non meno importante è il vantaggio che ne ricava la disciplina. Una multa data opportunatamente, ottiene maggior effetto che un castigo anche grave, senza averne l’odiosità.
Abbiamo potuto adottare per il pranzo i piatti di porcellana, i bicchieri di cristallo, le bottiglie di vetro invece di usarli di metallo come si faceva prima con grave danno dell’igiene e della pulizia, e la ragione si è che i ricoverati pagano tutto ciò che rompono, ed essi perciò tengono conto di tutto.
Finalmente, per non dire altro, si è dato loro agio e modo di entrare a parte di alcune opere di beneficenza alle quali concorrono con vero slancio di carità. Così, per esempio, quando morì nell’Ospizio un loro compagno, Giovanni Tommasoni, tutti a gara fecero una colletta per celebrare le esequie all’estinto loro confratello.
E un modesto e devoto funerale fu fatto nella cappella dell’Istituto, in cui egli ogni giorno insieme con i suoi compagni pregava il Signore e recitava il Rosario alla vergine di Pompei per i suoi Benefattori.
Tutti poi nelle principali solennità religiose dell’anno, come Pasqua o Natale, mandano ai loro Genitori nelle Carceri, o alla madre misera e sola nel paese natio, oggetti di devozione e qualche lira, affinché possano anche essi almeno in quelle ricorrenze, sentir meno pesante la privazione del Carcere e dell’abbandono, e confortarsi nel pensiero che possono già godere del frutto delle fatiche e della buona condotta del loro adorato figlio.
Così i nostri fanciulli mentre del ricevuto beneficio si servono per beneficare altrui ne ricevono essi stessi uno nuovo ed inestimabile, quello della educazione del cuore.

A cura di: Luigi Leone
(Bartolo Longo: Congrès Pènitentiaire International de Brixelles – Scuola Tipografica di Pompei, 1900, - pp. 18-20)


*Studiosi ed interlocutori stranieri del Fondatore di Pompei

Leggendo gli scritti del santo avvocato, ci si imbatte facilmente nei rapporti, diretti o indiretti, che egli ebbe con personalità straniere in merito alle opere educative create a Pompei.
A tal riguardo è stupefacente la chiarezza delle sue argomentazioni come dimostra, in questo caso, la lunga lettera scritta al Segretario Generale delle Prigioni parigine.

Nel corso di questa nostra rilettura delle opere più significative scritte dalla mano del Beato
Bartolo Longo abbiamo ricordato i rapporti diretti ed indiretti che egli ebbe con personalità straniere in merito alle opere educative create a Pompei: ci riferiamo in particolare ad una lettera che l’Avvocato-Commendatore Bartolo Longo indirizzava nel novembre del 1899 a Monsieur A. Rivière, segretario generale della Società Generale delle Prigioni "Rue d’Amsterdam, 52 Parigi.
Diciamo lettera, ma sarebbe più giusto dire che si trattava di lunga serie di riflessioni, che la scuola tipografica Bartolo Longo per i figli dei carcerati pubblicava nello stesso anno in un opuscolo di 21 pagine. Con il suo scritto Bartolo Longo intendeva presentare al destinatario "illustre e caro" i suoi "doverosi ringraziamenti" e "scrivere a lungo ed in maniera esauriente" anche al "giudizio ed intelligente autore Pagés dell’ottimo articolo che la Revue Pénitentiaire consacrava a questo Ospizio Educativo".
Dopo aver sintetizzato esistenza ed attributi delle opere fino a quel momento operanti a Pompei, Bartolo Longo si rivolge all’articolarista straniero per confutare, sia pure con molta discrezione e comprensione due sue "obiezioni", assai amabilmente sollevate alla fine della sua scrittura.
È interessante vedere le argomentazioni di Bartolo Longo per confermare4 il nostro apprezzamento sulla loro chiarezza.
L’Ospizio Educativo, dove ora sono raccolti e convenevolmente educati centosei Figli dei Carcerati, non è che una delle Opere sorte e fiorenti in questa Valle. E sì che tra le cure da consacrare alla educazione ed alla istruzione dei detti fanciulli, alla direzione della Banda Musicale ed al buono andamento delle Officine, e quelle richieste dei lavori dell’edificio che, per essere di mole grandissima, è ancora in costruzione, tanto più che tutto ciò che non si opera e compie con rendite certe e determinate, ma con limosine offerte della carità, che conviene sollecitare e richiede un complesso e gravissimo lavoro di corrispondenza.
Più antico dell’Ospizio, esiste in questa Valle l’Orfanotrofio della Vergine di Pompei, alimentato coi medesimi mezzi, e nel quale hanno trovato sicuro rifugio ed amorevole protezione centocinquanta Orfanelle scelte tra le più infelici e diseredate d’Italia.
Gravi sono le cure imposte anche da questa Istituzione, e diventano più gravi pel fatto che si è riuscito a fare entrare nelle consuetudini del paese quella che le famiglie agiate, probe, ma senza prole adottano come proprie queste figliuole della Madonna…
Ciò, naturalmente, raddoppia il lavoro e l’opera che si debbono spendere intorno a tale Istituto, ma tutto questo viene larghissimamente compensato e premiato dall’essersi tanto diffusa tale consuetudine, che ben 145 fanciulle sono sì collocate in tal guisa, con un doppio importantissimo vantaggio, quello di aver ridato una famiglia a sì gran numero di Orfanelle che ne erano affatto prive, e quello di aver potuto, per l’uscita di tante misere creature, accoglierne e salvarne altrettante.
Nello stesso tempo è necessario provvedere alla Scuola Tipografica, dove dieci celerissime macchine sono in continuo movimento, sebbene nulla vi si stampi che non concerna questa Valle e la divozione per la Vergine che da essa trae il suo titolo.
E venendo prima di tutto all’ottimo studio su questo Ospizio, inserito nella sua Rivista, esso mi fu annunziato dal gentile Signor Rosenfeld da Berlino, mentre da Londra se ne congratulava con me assai vivamente il caro Signor Tallak, Segretario della Howard Association ed amico costante ed affettuoso di queste Opere di carità e di beneficenza. La lettura poi di siffatto lavoro coscienzioso e benevolo sui fogli staccati da lei stesso con somma cortesia favoritimi mi ha vivamente commosso e fortemente incoraggiato.
Di che sono più che gratissimo al Signor Pagès, estensore dell’articolo; ed a lei che ne permetteva la pubblicazione in una Rivista di riconosciuta autorità europea. Su tal proposito, anzi, ho scritto
un’altra lunga lettera al gentile Signor Pagès e mi permetto accluderla in questa mia, sia perché, ignorando l’indirizzo di detto signore, debbo fare appello alla sua gentilezza e bontà, affinché gliela faccia pervenire: sia perché desidererei che Ella stessa si compiacesse di leggerla, prima di mandarla a destinazione.
In tal modo, senza che mi prolunghi a ripetere ciò che ho scritto altrove – e, trattandosi di ben meritate lodi e ringraziamenti, il Signor Pagés non potrà, per fermo, aversene a male – ella, illustre e caro Signore, vedrà quanto mi è riuscita gradita la bella azione cui Ella ha prestato il suo autorevole concorso. E vedrà pure ciò che io penso intorno alle due obiezioni assai amabilmente sollevate dal Signor Pagés alla fine della sua scrittura. L’una dipende da differenze di opinioni religiose e filosofiche: ma l’altra è cagionata dalla valutazione un po’, direi quasi, mal sicura delle particelle italiane quasi, come, come se, le quali fanno sì che il discorso non abbia una forza categorica ed assiomatica, ma noti semplicemente un riscontro, che può essere fornito.
Così, se a pag. 20 del quaderno di Maggio del "Valle di Pompei" è detto: - A guardare lo stato di servizio di questi sciagurati genitori a canto a quello degli ottimi loro figliuoli, pare, quasi, che questi sieno nati per risarcire la Società dei danni e degli scandali per opera di quelli. – E non è necessario insistere sul valore generale della frase, per metter sott’occhio, poiché si vede agevolmente, la limitazione che danno al significato di essa quel pare e quel quasi. La medesima osservazione può farsi ogni volta che nei miei scritti ricorre la stessa proposizione.
Tutto questo però ha ben poco o nessun valore, quando si considera il tono generale così benevolo della monografia e l’affettuosità cortese con cui perfino quelle due obiezioni sono presentate; né io né discorrei, se alcuni lettori, tralasciando le belle pagine che le precedono, non si fossero fermati solamente a quelle.
Sennonché, se allo studioso e dotto scienziato straniero si può condonare che non abbia inteso in tutta la sua delicatezza l’uso di talune difficili particelle, non si può col concittadino usare la medesima indulgenza, a meno che, per conoscere le cose della sua patria, egli non abbia creduto opportuno informarsene fuori. Ed appunto così ha dovuto accadere al Dott. Sante de Santis, il quale
non ha né meno guardato le pagine assennate e lusinghiere del Signor Pagés ed in tutto il lungo articolo non ha trovato null’altro degno di considerazione oltre quelle due obiezioni, sicché nella relazione sull’asilo scuola per fanciulli deficienti di povera condizione, che in Roma – relazione favoritami dall’Illustre Prof. Sergi della Università di Roma e stampata in quella città – tranquillamente asserisce.
Non credo con l’autore dell’Emilio che "tout est bien en sortant des mains de l’Auteur de la nature" come non divido l’ottimismo di Bartolo Longo, il quale, basandosi sugli eccellenti risultati educativi ottenuti nell’Ospizio pei Figli dei Carcerati, afferma che tutti i fanciulli sono naturalmente buoni e arriva al paradosso che "la colpa del padre è compensata in egual misura dalla virtù del figliuolo".
Ora in questo paradosso almeno sono innocente. Tutto ciò, ripeto, non impedisce che io sia e mi professi gratissimo all’autore dell’accurato studio ed a lei che lo accoglieva nella sua Rivista; ed al primo quaderno che verrà pubblicato del "Valle di Pompei", non mancherò di porger loro pubblica attestazione dei miei sentimenti.
(Dalla Lettera dell’Avv. Comm. Bartolo Longo a Monsieur A. Riviére Valle di Pompei Scuola Tipografica Bartolo Longo per i figli dei carcerati – 1899 – pp. 3-7)
(A cura di: Luigi Leone)


*L'accoglienza dei fanciulli stranieri in Istituto

L’attuale dibattito circa i rapporti tra persone di cultura diverse, trova nell’esperienza educativa del Fondatore di Pompei, riflessioni e prospettive pertinenti, superando, con disinvoltura e semplicità, difficoltà a prima vista insuperabili come la diversità della lingua e la differenza delle abitudini.
Tra i profili dei ragazzi accolti nell’Istituto maschile di Via sacra, oltre a quello di Silvio Zenoniani, Bartolo Longo ce ne offre altre due, quello di Gustavo Franchi Villerez, da Dammarie-Les Lys, Dipartimento di Senna e Marne (Repubblica Francese) e quello di Giuseppe Cristiano, da Budapest (Impero austro-ungarico).
Nel contesto descrittivo di queste due personalità emergono, a sostegno di quelle pedagogiche, alcune considerazioni socio-psicologiche che si ripresentano nell’attuale dibattito dei rapporti fra persone appartenenti a culture diverse. Bartolo Longo, infatti, nell’affrontare quell’intervento educativo si preoccupa delle possibili, reali difficoltà derivanti dalla lingua, dalla differenza degli usi e delle abitudini e non ultime quelle della sfera religiosa.
Si tratta di differenze sostanziali, sia nel rapporto biunivoco docente-alunno, sia nel processo della socializzazione fra gli alunni. Di qui la pertinenza delle sue riflessioni e le prospettive avanzate rispetto alla reciprocità delle conoscenze.

(A cura di: Luigi Leone)
Sul principio, allorché si trattava di ammettere questi fanciulli stranieri nella Istituzione pompeiana, io temevo che i miei sforzi per educarli si sarebbero spuntati contro due ostacoli, i quali allora mi sembravano insuperabili: la diversità della lingua, la differenza delle abitudini.
Ed in verità non riusciva a concepire come avrei fatto per non alterare il regime comune di questa Casa ed uguale per tutti, senza mettere i novelli arrivati in una evidente condizione di inferiorità
verso i loro compagni. Non parlando la lingua adoperata nell’Ospizio, gli Orfanelli stranieri avrebbero dovuto impararla e, prima di apprenderla, quante volte sarebbero restati sordi alle esortazioni, agli ordini, alle correzioni dei superiori, quante volte per aver frainteso o per non aver compreso affatto, non ne avrebbero tenuto conto veruno. Con questo di più, che il loro linguaggio, diverso al certo da quello degli altri, avrebbe ispirato, come si vede nelle scuole, celie e beffe ai compagni con danno evidente e considerevole della disciplina e con l’inasprimento troppo naturale del carattere e del cuore di coloro che ne erano vittime.
Circa le abitudini, poi, pareva che grandissima fosse la ingiustizia del pretendere che alla stessa maniera si comportassero rispetto al regolamento e alla disciplina della casa fanciulli nati nella medesima nazione, ove l’uno e l’altra erano stati concepiti, e fanciulli cui, per non trovarsi nella medesima condizione, troppo grave e penosa poteva riuscire tale obbedienza. Né era difficile prevedere che anche per questo verso quelle tali celie e motteggi sarebbero stati incoraggiati assai: che nulla tanto asseconda ed ispira l’istinto satirico e dileggiatore dei fanciulli, quando il notare nei coetanei e nei compagni usanze e costumi diversi dai propri.
Pertanto, non senza una certa apprensione e diffidenza aprii nel 1895 la sala Internazionale: però i miei timori svanirono in men che si dica e le mie tristi previsioni non si avverarono né in tutto, né in parte, con mia somma gioia e compiacimento. E la cosa non era, come sembrava a prima vista, inesplicabile, perché aveva le sue buone e convincenti ragioni.
L’Italia, infatti, per la sua topografia e per le vicende storiche attraverso alle quali è passata, ha più che qualsiasi altra nazione di Europa varietà grandissime, straordinarie, sol che si passi da luogo a luogo. Né solamente con l’andar da un paese ad un altro si trova diversità di clima, di temperatura, di produzioni agrarie: ma si osservano altresì singolari differenze nelle attitudini dei popoli, e nelle tendenze, nei gusti, nei sentimenti e perfino nel linguaggio. Ond’è che in una Istituzione come questa di Pompei, nella quale sono raccolti fanciulli venuti dalla Sardegna e dalla Basilicata, dalla Toscana e dal Veneto, dal Piemonte e dalle Calabrie, dalle Romagne, dalle puglie, dal Lazio, dalla Sicilia, la diversità del parlare del novello venuto non è né meno avvertita, perché cosa consueta ed ordinaria. Non così accadrebbe, se tutti i fanciulli o almeno la maggior parte di essi venissero ad una sola e medesima provincia e regione: ma così come stanno le cose, non è possibile si ponga mente all’insolito discorrere di un Francese, di un tedesco, di un Magiaro, quando si è assuefatti ad ascoltare ed intendere dialetti che tanto differiscono dal proprio, quanto una lingua da un’altra.
Per siffatte ragioni, contro ogni mia aspettativa, alla venuta di ciascuno dei tre fanciulli non ci sono state affatto le celie e i dileggi, che chiunque avesse vissuto anche per breve tempo la vita del collegio poteva prevedere; e nello stesso tempo, parlando l’italiano, è stato possibile a maestri e ad istitutori educare ed istruire fanciulli che tale idioma non conoscevano affatto. Perocchè il piccolo monello che parla il piemontese più stretto, l’arduo siciliano delle montagne o l’incomprensibile dialetto sardo, sia di Lagoduro, di altra contrada, ignora la lingua patria non altrimenti che qualsiasi straniero della sua età.
Da qui la necessità, nel personale insegnante dell’Ospizio, della massima pazienza, della più precisa chiarezza; ed allo stesso modo che in breve tempo, pochi mesi appena, i vispi ed intelligenti selvaggi delle nostre più inospitali montagne intendono e parlano l’idioma civile, ciò fanno ugualmente anche i fanciulli stranieri.
Né è necessario aggiungere che ciò che qui sin dice della lingua, va detto del pari delle abitudini, degli usi, delle tendenze particolari a ciascun individuo, le quali in una così grande varietà di costumanze certo non potevano, come non possono, formare oggetto di continua osservazione e meraviglia e di conseguente derisione.
Per chiudere, riassumo, in maniera brevissima i giudizi cui mi ha condotto la lunga esperienza che ho avuto dai miei tre orfanelli della Legge straniera:
1. Nella infanzia e nella fanciullezza difficilmente i fanciulli hanno tratti così spiccati nelle tendenze e nelle abitudini, che possono costituire di loro tanti tipi diversi, quante sono le nazioni cui appartengono, secondo avviene negli uomini e nei giovani.
2. La differenza di tendenze, di abitudini e di linguaggio di uno o più fanciulli che si trovano tra fanciulli di un’altra nazione, non viene avvertita, ove questi ultimi provengano da provincie e regioni varie e diverse.
3. Fanciulli, non ancora depravati e corrotti, sebbene siano di nazioni diverse, non presentano, più o meno sviluppati, che i difetti generalmente propri della loro età, ed in forma assai incerta le anomalie derivanti dall’esempio, anomalie anche esse generiche e non già specifiche a ciascuna nazione.
4. Fanciulli ammessi, in tali condizioni, in un Istituto che è fuori del loro paese ed ove si parla una lingua diversa dalla loro, progrediscono notevolmente e presto sì nella istruzione e sì nella educazione, a causa del singolare adattamento di cui gode l’individuo umano nella prima età e della sollecitudine con cui apprende gli idiomi che si parlano intorno a lui.
5. Anche in tali casi la salvezza dei figli implica il ravvedimento dei padri: onde chi sottrae al suo triste fato un Orfanello della Legge, sia pure straniero, compie una triplice opera meritoria: libera la società da un futuro fierissimo nemico: acquista alla società un operoso ed onesto componente: redime un fratello dal tristissimo salvataggio della colpa.
(Dalla lettera dell’Avv. Comm. Bartolo Longo a Monsieur A. Riviére – Sécretaire géneral à la Société des Prisons, Rue d’Amsterdam, 52 Paris - Valle di Pompei Scuola Tipografica Bartolo Longo per i figli dei carcerati 1899 – pp. 9-10, 20, 21).
Seconda foto: Silvio Zenoniani

Terza foto: Gustavo Franchi Villerez (con il cappello)


*La cultura del cuore e dell'intelletto

I principi fondamentali del metodo educativo del Fondatore della Città mariana, in una sintetica retrospettiva, prima di avviare altre interessanti esplorazioni nei suoi scritti, veri tesori di sapienza antropologica e cristiana.
Abbiamo cercato, negli articoli precedenti, di riprendere gli aspetti e le riflessioni fondanti che "in corso d’opera" Bartolo Longo descrive "puntigliosamente" nei suoi scritti.
Cercheremo questa volta di offrire una sintesi ragionata nella quale lo stesso lettore possa ritrovarsi e riflettere per poter affrontare le nostre future proposte.
Diciamo, intanto che Bartolo Longo è un laico che pensa cattolico, e viceversa. È un cattolico che opera come un laico: un modo di procedere che, se fosse preso in esame ed attuato ai nostri giorni ridurrebbe le polemiche inutili e distruttive, per una visione comune, più estesa e condivisa per risolvere i numerosi problemi socio-esistenziali che incontriamo nel complesso e complicato percorso del nostro momento storico-culturale; e per far emergere le comuni aspirazioni di un’umanità, che guarda alla pace, alla solidarietà, alla giustizia, al benessere.
Dopo avere deciso di riscattarsi dai dubbi giovanili, il nostro Beato, giunto all’antica Valle, per esercitare la sua professione come amministratore e curatore del patrimonio terriero della vedova De Fusco, impara a conoscere i residenti, vede e rivaluta di persona i segno della città antica ed intraprende, in nome di Maria e della preghiera del Rosario, il suo lungo viaggio di risanamento spirituale e culturale.
Il mezzo che sceglie passa per la fede o meglio passa per l’educazione alla fede, alla conoscenza, alla socialità: si trattava di tre elementi, per così dire, assenti in un angolo di terra fertile per pregiudizi, per ignoranza, per differenze sociali: nasce così la Chiesa, nascono le scuole, le opere civili.
Questo impegno educativo rivolto alle persone si arricchirà di un progetto nuovo e singolare rivolto ai "diversi" del suo tempo: si tratterrà, come abbiamo visto, di un progetto del tutto "antesignano" nella sua impostazione psico-pedagogica e "controcorrente" rispetto alle teorie imperanti, che tuttavia, troverà consensi e riconoscimenti.
Educare, educare, educare!!!
"Coniugare insieme cultura dell’intelletto e cultura del cuore, sentimento del dovere ed esperienza lavorativa, avere come elemento fondante e vivificante un’autentica esperienza religiosa": un paradigma attraverso il quale Bartolo Longo riuscirà a costruire il suo "specialissimo" monumento ad una carità intensa come "amore" verso il prossimo più infelice e diseredato.
"Educare, educare, educare"; "l’alfa e l’omega" che riesce a non tramontare, indipendentemente dai mezzi che si aggiornano.
La polemica aperta con i positivisti del suo tempo è esplicita e Bartolo Longo la sostiene con la chiarezza delle confutazioni, l’efficacia dei propositi tradotta nelle opere: la molla che lo guida in prospettiva è quella della "pietas" intesa come "solidarietà", quella che valorizza la reciprocità degli scampi esperienziali, per cui ogni essere umano ha il suo valore potenziale, che lo rende degno ed unico rispetto all’altro da sé.
Di qui il binomio vincente "amore ed educazione": si giunge, cioè, alla fondazione dell’<<Istituto per i Figli dei Carcerati>>, che Bartolo Longo definisce il suo "voto segreto" e che egli presenta con legittimo orgoglio, perché i suoi ragazzi sono la prova vincente "della infondatezza della teoria che ne affermava la non educabilità"
(Discorso di Bartolo Longo al Congresso Penitenziario Internazionale di Parigi, 1896).
Il Pedagogista-educatore, dunque, non si era fermato dinanzi agli ostacoli, riuscendo ad "imporre" all’attenzione del mondo non solo gli esiti della sua pedagogia sui minori orfani della legge, ma anche i riflessi positivi di essa sui padri colpevoli.
E lo sguardo dell’apostolo del Rosario e dell’educatore supera gli stessi confini nazionali quando egli crea una schiera internazionale di orfani stranieri.
Ma dove di indirizzi e come si muova la pedagogia e la didattica del Fondatore delle opere lo abbiamo visto quando abbiamo parlato del metodo del lavoro.
I giovani, egli affermava, avrebbero dovuto essere educati ed educarsi, scegliendo come strutture portanti la preghiera ed il lavoro: pensare ad apprendere in funzione del "saper fare", per conquistare progressivamente padronanza di mezzi, abilità creative, che, mentre impegnano la mente, conducono alla realizzazione di un prodotto finito in grado di rifinirsi rispetto alle evenienze ed ai mutamenti.
L’attualità delle intuizioni longhiane
Una bella pagina di pedagogia e di metodologia che può essere agevolmente ritrovata un tutto il movimento attivistico e post-attivistico e che la stessa scuola contemporanea può rileggere ritrovando i germi del suo stesso fermento riformistico, fatte salve le cosiddette differenze lessico-formali: ci riferiamo fra l’altro fra l’altro alla formazione preventiva ed al supporto da offrire allo studente perché apprenda a guardare e scoprire in se stesso e nella realtà circostante le sue "vocazioni" o le oggettive opportunità occupazionali.
Ed al lavoro il Fondatore di Pompei dedica nei suoi istituti uno spazio essenziale, diciamo, insostituibile ed irrinunciabile, quando si parla di problemi etico-sociali: nella pedagogia della persona, l’orientamento professionale è un dato da perseguire.
Siamo di fronte ad una proposta che si presenta oggi in tutta la sua validità; così come ricco di prospettive resta il discorso che Bartolo Longo fa rispetto al valore che assume "la musica", intesa come momento di relax, ma anche come mezzo per ingentilire gli animi, per scoprire vocazioni.
Un altro degli aspetti che abbiamo considerato riguarda l’influenza indiretta che l’educazione dei figli esercita sul riscatto dei padri colpevoli: così egli parla della "voce del figlio", che scuote più di ogni altra voce, per la sua efficacia affettiva; così come efficaci risulteranno la corrispondenza e la lettura di testi pensati per ricondurre i "particolari lettori" a rivedere il proprio passato, in cerca di un pentimento reale, avvertito: molte sono le testimonianze che il Longo offre a riguardo nei suoi libri e che occupano pagine interessanti, umanamente suggestive, per capire meglio il suo spirito pedagogico.
(A cura di: Luigi Leone)


*Organizzazione e accoglienza dei minori

Le diverse tipologie dei personaggi e la minuziosa documentazione conservataci dal Fondatore di Pompei ci rivelano la sua attenta e scrupolosa partecipazione agli iter didattici ed educativi.
Dalle linee e dai principi globali passeremo ai particolari, ai dettagli, entrando negli ambienti che Bartolo Longo creò ed organizzò per accogliere e seguire l’educazione dei "diversi" del suo tempo. Il nostro lavoro potrà così offrire un quadro completo e
dimostrare come i contenuti teorici trovano riscontro nella didattica e nella metodologia, ambedue considerate nel loro ordinato svolgersi quotidiano.
Attraverso i diversi personaggi e lungo la documentazione esposta minuziosamente dallo stesso Fondatore, cercheremo di dimostrare come Bartolo Longo sia non solo un acuto pedagogista a cavallo tra due secoli, ma anche un educatore attento e scrupoloso, dandoci lezioni di didattica, intesa come scienza dell’educazione. In questo nostro percorso avremo modo di avvicinare anche personaggi coinvolti, testimoni ed interlocutori del progetto longhiano; apriremo l’annata riportando i tratti essenziali del Regolamento per i figli dei carcerati, compilato dal prof. Francesco Massimelli e da lui stesso approvato.
Nel primo capitolo emergono i principi dell’autorità liberatrice e dell’autorevolezza che gli educatori debbono guadagnarsi "con un serio e nobile contegno, procurandosi il rispetto di tutti i giovani".
Ai Signori Prefetti è confidata la sorveglianza disciplinare, immediata e continua dei giovani, sia nell’Ospizio che nelle varie sezioni della Tipografia. Devono quindi essere penetrati dall’importanza del loro ufficio e dall’obbligo specialissimo che loro incombe di guidare i fanciulli ed i giovani alla vera virtù e Religione.
Per ottenere questo fine devono essere, e mostrarsi con la loro condotta, ad essa affezionati, cogliendo perciò ogni favorevole ed opportuna occasione d’insinuarne l’amore nei loro affidati.
Suol dirsi, che i giovani sono quali si vogliono. Date esempi, ed essi vi seguono. Saranno quindi divoti, se voi lo siete: civili e morigerati, se l’urbanità e la buona grazia li guidano; volenterosi e benevoli, se bandita ogni asprezza, non vedranno che affabilità ed amore.
Cercate che non avvenga quindi ciò che disse Alessandro del generoso Bucefalo: Heu qualem isti perdunt, per imperitiam et mollitiem illo uti nescientes!

Capo I
Regole Generali
Il P. Rettore ha l’alta sorveglianza e l’alta direzione su tutte le persone dell’Ospizio e sugli uffici di ciascuna, tanto sugli alunni, quanto sui Maestri, sui prefetti, sui Confessori, sul Medico, sui Camerieri e su tutti. Su di lui cade la responsabilità della esatta esecuzione del presente Regolamento. Il Ministro, sotto la dipendenza del Rettore, ha la sorveglianza e la direzione immediata di tutto il personale dell’Ospizio, della scuola Tipografica e delle annesse officine.
È ufficio dei Prefetti aiutare specialmente il P. Ministro a mantenere, aumentare e perfezionare nei giovani dell’Ospizio l’ordine, la disciplina, il buon contegno, l’applicazione, l’urbanità ed una solida pietà. Per ottenere tutto questo è necessario che essi primieramente diano esempio di queste molteplici virtù, e che abbiano sempre presenti le norme contenute in questo regolamento.
1. Nessun Prefetto può essere ammesso all’Ospizio Educativo senza il consenso del Fondatore Comm. Bartolo Longo. Anche l’allontanamento dei Prefetti dall’Ospizio sarà comunicato dal Padre Rettore al medesimo Commendatore.
2. I Prefetti dipendono immediatamente dal P. ministro, in quanto concerne l’ordine e la disciplina della loro squadra nell’Ospizio, e dall’Ispettore in ciò che riguarda la sorveglianza nelle varie sezioni della Tipografia.
3. I Prefetti non dovranno contrarre familiarità con persone esterne di qualsiasi condizione, e tanto meno ne introdurranno alcuna nell’Ospizio senza licenza del P. Rettore o del P. Ministro.
4.  Tratterranno civilmente con tutti, e con i giovani parleranno sempre l’italiano.
5. Accoppieranno alla mansuetudine e dolcezza che ispira confidenza, la gravità ed il contegno che genera rispetto.
6.  Si accosteranno frequentemente ai SS. Sacramenti, e interverranno a tutte le pratiche di pietà prescritte ai giovani dell’Ospizio.
7.  Eseguiranno gli incarichi e le commissioni che riceveranno dal P. Rettore e dal P. Ministro e dai Maestri. Qualora però l’incarico sia compatibile col loro dovere per l’ora o per altro motivo, lo manifesteranno con ogni riguardo alla persona che lo darà, o si recheranno dal P. Ministro, volendolo eseguire, per chiederne il permesso.
8.  Cercheranno di far propri i doveri del P. Ministro, ispirandosi ad essi, onde poterlo sostituire, nella sua assenza, entro la sfera delle loro attribuzioni, e dovranno conoscere a perfezione tutti i doveri dei giovani per far sì che li adempiano scrupolosamente. Si studieranno perciò assiduamente di vigilare, vedere ed evitare tutto ciò che il P. Ministro non potrà talvolta osservare ed evitare personalmente.
9. In tutti i luoghi ed in tutte le ore di vigilanza giammai si distrarranno in conversazioni, letture o in altre cose che impediscono l’adempimento del loro importante dovere.
10. Dovranno procurarsi il rispetto di tutti i giovani, non esigendolo da loro con asprezza di modi, ma guadagnandoselo con un serio e nobile contegno, senza dar loro troppa confidenza o prestarsi ai loro capricci, ne servir loro di mezzano per ottenere qualche cosa dai Superiori.
11. Tutti i giorni dovranno alzarsi prima dei giovani per sorvegliarli ed assistere alla loro vestizione: cioè alle 5 e ½ nei giorni festivi, ed alle 5 in quelli di lavoro. La sera poi non dovranno coricarsi mai prima che tutti dormano, ed impediranno che qualcuno si fermi più del necessario in camerino o tenga in letto positura poco decente. Inoltre, dopo le 21 e ½, non dovranno mai star riuniti in due o più nelle camerate o in altri luoghi.
12. Faranno osservare la più scrupolosa decenza nello spogliarsi e vestirsi, e veglieranno acciocché i ragazzi non prendano in modo alcuno abitudine poco onesta, senza mai però avvicinarsi al loro letto.
13. È loro espressamente vietato di comprare pei giovani qualsiasi oggetto o di farne la permutazione senza il permesso del P. Ministro.
14. Fuori del tempo destinato alla vigilanza dei giovani non dovranno uscire dall’Ospizio senza chiederne prima il permesso al P. Ministro; e ottenutolo, debbono passare dal P. Rettore per averne la conferma.
15. Fuori del tempo dovranno essere puntuali nel trovarsi al proprio posto nelle ore indicate dall’apposito orario. Quando qualche Prefetto, per un caso straordinario, fosse impedito di trovarvisi, dovrà avvertirne subito il P. Ministro, il quale provvederà per la supplenza.
(Dal Regolamento per l’Ospizio educativo e per la scuola tipografica Bartolo Longo, compilato dal Prof. Francesco Massimelli ed approvato dal Fondatore avv. Comm. Bartolo Longo. Valle di Pompei, Scuola tipografica Bartolo Longo per i figli dei carcerati, 1903. Pp. 3-7) (A cura di: Luigi Leone)


*Le norme per guidare la crescita dei minori

Per il Fondatore della città mariana era necessario un percorso educativo capace di promuovere la crescita integrale dei ragazzi.
Ecco alcune norme relative all’educazione fisica, civile, morale e religiosa.

Altri aspetti della formazione dei giovani che verranno accolti nelle opere educative riguardano "l’educazione fisica", "l’educazione civile", "l’educazione morale" e "l’educazione religiosa".
Le norme, come si vedrà, investono la persona dell’allievo nel suo processo di sviluppo, di crescita, di affermazione dei tratti della sua personalità: sono previsti momenti specifici
sul piano fisico, su quello alimentare ed alcuni accorgimenti di prevenzione rispetto ai pericoli che la vita comunitaria può presentare.
Particolare attenzione è data alle buone abitudini da assumere per la tenuta degli effetti personali, per il comportamento da tenere nel refettorio durante i pasti, circa i rapporti di amicizia.
Una lezione attenta ad assicurare atteggiamenti di rispetto per sé e per gli altri nelle diverse circostanze quotidiane: per gli educatori si tratta di vigilare, prevenire, motivando gli interventi sulle eventuali trasgressioni ed intervenendo con l’autorevolezza dell’esempio e con il riserba dovuto ad ogni essere umano.
Sono indicazioni precise, che considerano i tratti psicologici della diversità, per fornire pedagogicamente, sul piano della didattica, elementi strutturanti della personalità nel periodo dei cambiamenti evolutivi.
I Signori Prefetti sorveglieranno a tutto ciò che riguarda l’educazione fisica, civile, intellettuale, morale e religiosa dei giovani.
Educazione fisica
1.
Veglieranno sulla sanità dei giovani loro commessi, e se ne vedranno qualcuno lievemente infermo ne avvertiranno subito il Padre Ministro.
2. Non permetteranno che durante la ricreazione si facciano giuochi pericolosi, e si pratichino sforzi o salti smoderati.
3. Nessun giuoco tanto d’igiene quanto di ginnastica possa essere aggiunto da chicchessia a quelli stabiliti dal Commendatore, senza che il P. Rettore ne abbia richiesta e ricevuta l’approvazione dallo stesso Commendatore.
4. Osserveranno, durante i pasti, che niuno mangi con troppa prestezza, onde evitare ad essi la facile indigestione.
5. Eviteranno, nelle ore di passeggio, i luoghi fangosi ed umidi, né passeranno per balze e posti pericolosi, e faranno mutare scarpe e vestimenta a coloro che portino al ritorno o troppa umidità o imbrattature, avvertendone il guardarobiere.
6. Non si lasceranno mai avvicinare ai pozzi, ai fiumi e salir sui muri, ove siano in pericolo di cadere, né li faranno camminare sbandati, ma possibilmente uniti, e sopra tutto non mai lontano o fuori di vista.
7. Dovranno far rientrare all’Ospizio le rispettive squadre all’ora prescritta dall’apposito orario: non ottemperando a questa disposizione saranno puniti con multa.
8. Guarderanno molto più che non usino sbadatamente coltelli e temperini, o trattino vetri senza cautela.
9. Non permetteranno, per quanto è possibile, che alcuno dorma supino o bocconi o sul lato sinistro, ma bensì sul destro.
Educazione civile
1.
Faranno osservare esattamente a tutti quanto è prescritto nel regolamento disciplinare e di civiltà, e correggeranno i trasgressori nei modi più sotto indicati.
2. Veglieranno a che nessuno muti la biancheria nei giorni prescritti o quando ve ne sia altrimenti bisogno; e che non smetta mai le mutande.
3. Assicureranno ogni mattina che tutti si lavino per bene mani, orecchie e collo, e siano in ogni tempo puliti nel corpo e nel vestito tanto in casa che fuori.
4. Sorveglieranno perché siano rispettosi con tutti, e rendano o facciano il dovuto saluto ai Superiori ed alle persone in dignità o notabilmente distinte.
5. Non permetteranno che preferiscano parole grossolane e sconvenienti, e tanto meno che si appongano soprannomi, parole offensive e ingiuriose tra loro, e che si parli in dialetto.
6. Impediranno che si mettano tra loro le mani in dosso, neppure per celia, e vigileranno per troncare le amicizie particolari, che nei giovani sono sempre fatali.
7. Procureranno che i giovani in Refettorio stiano composti, che parlino in modo che sentano solo i compagni vicino, e che mangino i cibi secondo le regole prescritte dalla buona creanza.
8. Pretenderanno che tutti mantengano puliti ed in ordine i propri vestiti, ed avvertiranno il P. Ministro quando qualcuno fosse negligente nella pulizia.
Educazione morale
1.
Sarà cura principale dei Signori Prefetti di impedire che qualcuno stia ozioso in tempo di ricreazione, astenendosi di prender parte ai giuochi nei quali gli altri fossero occupati.
2. Non permetteranno crocchi di due o tre a parlare insieme in lungo, da cui non possono essere uditi i loro discorsi.
3. Veglieranno attentamente che nessuno abbia con altri amicizia e confidenza particolare, e si intrattenga con questi più volentieri e più di frequente che con gli altri. Molto più dia buon esempio in questa cosa il Prefetto, dimostrandosi uguale e imparziale con tutti.
4. Staranno oculati per vedere se i giovani faranno segni di convenzione, se qualcuno si allontani (ciò che mai dovrà avvenire in tempo di ricreazione) o se malinconico o triste sdegni la compagnia degli altri. A questi segni di particolari tendenze o relazioni ne avviseranno al più presto il P. Ministro ed anche il P. Rettore. Li avvertiranno inoltre se scoprissero altri segni di cattive abitudini, se non vorranno essere responsabili innanzi a Dio ed agli uomini dei danni gravissimi che produrrebbero il loro silenzio o la loro negligenza.
5. Sarà loro cura speciale d’invigilare se alcuno abbia stampe, giornali o libri nuovi fra le mani, che non sieno permessi dal Superiore. La stessa attenzione avranno per gli scritti, e guarderanno se qualcuno ne legga o scriva di nascosto, o con aria di sospetto e di timore, onde aver ragione di vederlo e conoscere cosa contiene.
Educazione religiosa
1.
Sarà cura dei Signori Prefetti d’ispirare un grande amore per la Religione, la quale, se è ben sentita, è fine precipuo e mezzo efficacissimo di retta educazione. Ciò faranno prima con l’esempio, e non permetteranno mai che si parli con irriverenza di cosa o persona ad essa attinente.
2. Non permetteranno che si metta in ridicolo cosa alcuna di sacro, di fatti, di miracoli o pratiche di pietà, né tanto meno che se ne mormori.
3. Osserveranno che si faccia da ognuno la preghiera in positura composta, e non mai con precipitazione e sbadataggine, obbligando tutti a dire nel medesimo tempo le stesse parole.
4. Veglieranno perché tengano un contegno devoto e raccolto in Chiesa, e vi entrino e ne escano compresi dalla maestà del sacro luogo, con questo avviso: Ecclesiam ut Coelum adi, et nihil in ea aut loquere aut age, quod terram sapiat.
(Dal regolamento dell’Ospizio Educativo compilato dal Prof. Francesco Massimelli ed approvato dal Fondatore Avv. Comm. Bartolo Longo – Valle di Pompei – Scuola Tipografica Bartolo Longo 1903 – pp. 7-11)
(A cura di: Luigi Leone)


*I Luoghi dell'accoglienza dei Minori

Dopo aver stabilito i principi fondamentali dei percorsi educativi, il Fondatore di Pompei pensa alle strutture e ai locali che accoglieranno i suoi giovani ospiti.
Nulla è lasciato al caso: e sussidi necessari.
Una volta stabilite le regole e considerati alcuni aspetti sostanziali per l’educazione dei giovani, Bartolo Longo organizzerà via via l’accoglienza e la permanenza ambientale, sulla base delle esigenze fisio-psichiche, intellettuali, ricreative dei convittori: nulla è lasciato al caso, rispetto alla ristrutturazione dei locali, alla loro ampiezza, all’arredamento, ai sussidi per attrezzare i laboratori.
È lo stesso Bartolo Longo a descrivere la progressione degli edifici ed i criteri ai quali sono ispirati: li caratterizzano, infatti, "spaziosissime camerate", "ampie sale di lavoro e di studio", "sale di musica", illuminazione elettrica di tutti i locali", "lunghissime mense coperte di lastre di marmo".
E, parallelamente, alla salvaguardia del bene-essere del corpo e della mente, si affianca l’Oratorio, luogo dove riunirsi per la preghiera, per l’ascolto, per la partecipazione attiva al progetto di formazione integrale della personalità giovanile.
I particolari forniti e gli accorgimenti messi in atto confermano la singolarità creativa del Fondatore e l’impegno assunto perché i suoi giovani "figli adottivi" vivessero serenamente, senza dover avvertire, almeno sul piano del conforto ambientale, la loro situazione di esseri umani privati, senza colpa, dei loro affetti diretti.
Educare accogliendo, educare fornendo mezzi esistenziali soddisfacenti, educare ed istruire, rispettando le singole disponibilità, pregare, lavorare e sperare per sé e per il prossimo. (L.L.)

Lo svolgimento dell’Ospizio ove i piccoli Figli dei Carcerati hanno ricovero ed istruzione, procedeva di pari passo col favore sempre crescente, suscitato dovunque da quest’Opera, che è la più schietta emanazione della carità cristiana.
In brevissimo tempo, e per un vero miracolo della beneficenza sorgevano vasti e maestosi fabbricati, che mostravano gli intenti con cui la Istituzione era ispirata.
Si provvedeva con queste prime fabbriche alle necessità ed ai bisogni dell’Istituto, non però alla sua rapidissima espansione.
Vi si costruivano camerate vaste e soleggiate, numerose sale di studio e di lavoro: ma ben presto l’ampliamento dell’Edificio era reso necessario dai rapidi progressi dell’Opera. Fu quindi impresa la costruzione di un’ala meridionale parallela a quella già costruita, e di un’ala orientale atta a collegare ed a mettere in comunicazione le altre due.
Così l’edificio ove sono raccolti i Figli dei Carcerati, si può dividere in due: parte antica e parte in costruzione.

1) La parte antica dell’Ospizio

Lettere strazianti che giungevano da ogni parte implorando ricovero per questo o quello sventuratissimo Orfanello della Legge, mettevano alle strette il fondatore della novella Opera salvatrice, ed egli non ebbe cuore d’indugiare più a lungo, e volle che ad ogni modo la infanzia sventurata cominciasse a godere i salutari effetti della cristiana beneficenza.
Comprò, per tanto, nel 1892 una piccola casa, la prima che, venendo dalla Stazione, si trovava sul lato destro della Via Sacra. Era una modesta abitazione con quattro camere in pianterreno, un vestibolo ed un giardinetto interno; e divenne il primo nucleo dell’Opera germogliata dalla Fede accoppiata alla Carità.
In quello stesso anno e nel seguente 1893 vi furono costruite camere spaziose, fu prolungato il lato meridionale e vi fu aggiunto refettorio, cucina, scala. Le costruzioni furono proseguite anche nel 1894, e nel Maggio di quell’anno s’inaugurarono due spaziosissime camerate, ove cinquanta fanciulli potevano stare con quell’agio e con quella comodità, che la pedagogia e l’igiene richiedono.
Così, nel 1895, questa parte dell’edificio era assolutamente completa, e già conteneva quanto era necessario alla vita, alla educazione ed alla istruzione della numerosa famiglia ricoveratavi. Finalmente, nella parte antica dell’Ospizio trovasi l’Armeria, perché sin dal principio si pensò ad addestrare i Figli dei Carcerati nelle evoluzioni militari e nel tiro a segno affinché, giuntane l’età, potessero compiere il servizio militare assai facilmente e bene.
E nell’Armeria sono serbati e custoditi sessanta moschetti, comprati presso la Direzione Territoriale di Artiglieria in Napoli, coi quali gli Orfanelli della legge si educano al ben portamento della persona, all’ordine ed alla disciplina.
2) L’Oratorio
Parte importantissima dell’Ospizio è l’Oratorio, che è stato ingrandito e mutato di posto, conforme richiedeva il sollecito prospettare della Istituzione. Cominciò con essere una piccola Cappella, tutta candida e raccolta, eretta nei primi cominciamenti dell’Opera.
Le spese di essa furon sostenute per duemila lire offerte per l’Altare del benefico Signor Pasquale Fiorentini da Gioia del Colle per voto fatto a favor di suo figlio, e per lire mille dal Signor Pasquale Martini da Oria per grazia ottenuta.
Due iscrizioni incise sopra lestre di marmo ricordavano la carità esemplare di quei due benefattori degli Orfani della legge, affinché costoro non dimenticassero mai di pregare per quei cuori generosi. E questa modestissima Cappella fu inaugurata il 29 Ottobre 1894, ultima Domenica del mese, con una solenne solennissima Processione, la quale mosse dal Santuario accompagnando Gesù sacramentato
che venne a visitare e a benedire i figli prediletti al suo Cuore.
In tal maniera fu istituita e celebrata per la prima volta una delle più belle funzioni che qui hanno luogo nel mese di Ottobre, vale a dire la processione del SS. Sacramento per le vie della risorta Pompei. Breve tempo dopo, questa Cappella che non era più atta a contenere la sempre crescente famiglia di fanciulli fatti fratelli dalla comune sventura.
Si era intanto sperimentato che dal giorno in cui questi fanciulli aveva avuto con loro Gesù in Sacramento, essi eran divenuti migliori: onde rapidamente sorse un Oratorio, assai più spazioso del primo, e di forma un po’ allungata. Per quattro finestroni in fila, esposti a mezzogiorno e che davano sulla ridente campagna pompeiana, entrava una festa di sole e di dolcissimi effluvii ossigenati, e rendeva gaio e salubre oltre ogni dire il luogo che dai fanciulli deve essere amato e rispettato su tutti gli altri.
Le candide mura, poi, prive di qualsiasi ornamento, eran fatte per invitare a spingere al raccoglimento le menti dei fanciulli così facili a sviarsi e a distrarsi.
Stendeansi nel mezzo lunghe file di banchi, ed era veramente dolcissimo lo spettacolo che offrivano, quando li gremiva la nidiata composta e serena dei piccoli devoti. E non mancava l’harmonium per accompagnare con le note melodiose i corali larghi e commuoventi, coi quali gli Orfanelli della Legge alternano le loro preci.
L’altare era nel fondo, trasportatovi dalla prima cappellina. A destra ed a sinistra di esso vedevansi infisse nelle mura laterali le due marmoree iscrizioni che commemoravano la magnificenza dei due speciali benefattori. Così anche nella chiesa, anche al cospetto di Colui che ha tesori inesauribili di
carità e di amore pei miseri e per gli infelici, ai piccoli beneficati non era possibile dimenticare quanto dovevano alla generosità dei cuori pietosi.
Così, quando su di loro discendeva la benedizione del Signore, essi eran tratti a pregar fervidamente, con l’abbandono fiducioso dei cuori infantili sì per la conversione e la emenda dei loro padri sventurati, e sì per la salute ed il bene dei loro benefattori.
Questo Oratorio veniva inaugurato il giorno di Pasqua del 1896, con una grande profusione di fiori, con molti e dolcissimi canti e con numerosissime comunioni dei Figli di carcerati e di Operai che vollero affratellarsi con quelli della Mensa Divina, così come con quelli sono affratellati nella officina ed al lavoro.
Però né meno questa Cappella offriva tutti i vantaggi che si potevan desiderare. Impiantata in un locale costruito per scuola o per officina aveva l’inconveniente di esser troppo prossima alla via, ed il movimento di questa necessariamente turbava il raccoglimento tutto proprio della Casa del Signore. Inoltre, la forma speciale della sala, soverchiamente allungata, precludeva ogni vista dell’altare a quelli che non avevano il vantaggio di occupare i primi posti.

(Da "L'istruzione a pro dei Figli dei Carcerati e l'Ospizio Educativo di Pompei". Valle di Pompei – Scuola Tipografica Bartolo Longo 1898, pp. 28-33)

(A cura di: Luigi Leone)

Prima foto: l’Ospizio per i Figli dei Carcerati in costruzione.
Seconda foto: l’Ospizio ad un anno dalla sua fondazione (1893).
Terza foto: la Cappella dell’Istituto.


 
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