Bartolo Longo: Pedagogista ed Educatore - Istituto Aveta

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Bartolo Longo: Pedagogista ed Educatore

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*I fondamenti di ogni riforma educativa

Iniziamo una serie di incontri nei quali riprenderemo testualmente tratti significativi di quegli scritti di Bartolo Longo, che evidenziano il suo pensiero pedagogico, tradotto nell’azione educativa che distingue le opere sociali da lui fondate. Si tratta di assecondare un impegno redazionale che, tuttavia abbiamo assunto anche personalmente da tempo ed in circostanze diverse: perché il nome del propagatore del Rosario ed il costruttore della Pompei Mariana venga a tutti gli effetti iscritto nella storia ufficiale della Pedagogia.
L’opera che introduce questo nostro percorso è titolata "Per la educazione morale e civile dei figli dei carcerati" (Scuola tipografica editrice B. Longo, 1894): in essa l’Autore parla dei suoi progetti e ne sostiene l’impostazione pedagogica con chiarezza di termini e profondità di motivazioni.
Il primo approccio speculativo, in apertura del testo, riguarda, infatti, il concetto dell’educare: un’azione che, indipendentemente dalla diversità dei metodi e dei contenuti, dei luoghi e delle culture si presenta e rimane come una preoccupazione costante delle generazioni adulte rispetto alla prole e alla gioventù consegnataria, quest’ultima, dal patrimonio dei padri e responsabile del progresso futuro. In questa ottica l’alfa e l’omega di ogni riforma sta nell’educare; ma la pedagogia longhiana divenuta specifica ed originale – oltre che profondamente attuale – quando afferma che educare comprende istruzione e formazione del carattere, rapporto con gli altri ed implica la valorizzazione delle potenzialità individuali, aperte ad un progetto di vita sempre più autonomo e libero da condizionamenti.
In tale paradigma Bartolo Longo coniuga il sentimento del dovere, la legge del lavoro, il culto dei diritti civili e della Patri, la carità e la fede: siamo nel momento in cui egli pensa di edificare le fondamenta di quella che chjiama Casa di educazione per i Figli dei Carcerati.
L’impegno per l’educazione deve coniugare insieme cultura dell’intelletto e cultura del cuore, sentimento del dolore ed esperienza lavorativa, ed avere come elemento fondante e vivificante un’autentica esperienza religiosa.
L’Opera di beneficenza per i figli abbandonati dei poveri forzati, come l’intendiamo noi, sarà una istituzione essenziale educativa, fondando l’educazione principalmente sul lavoro e sull’esercizio di quei mestieri che sono consentanei alla condizione sociale dei giovanetti ricoverati.
Conforme abbiamo fatto per il nostro Orfanotrofio femminile della Vergine di Pompei, così faremo per questa nuova Opera di beneficenza: curare soprattutto di non creare spostati, una delle più profonde piaghe d’Italia; ma di limitare l’istruzione a quanto è necessario per esercitare meglio un mestiere e i diritti di cittadini.
In quanto al resto è nostra costante sollecitudine che i fanciulli e le fanciulle affidati alla nostra educazione, imparino bene un mestiere, acquistino l’abitudine al lavoro, la forza della volontà, l’amore al risparmio, e siano teneri sopra tutto della dignità umana, che essi acquistano lavorando, con la speranza che un giorno non saranno di peso a nessuno, e con il loro lavoro provvederanno da loro medesimi ai bisogni morali e materiali della vita.
La carità è per noi fuoco potente che spira le sante istituzioni, e spiega la sua efficacia sulla società con frutti di sana educazione e di vera civiltà.
Quando noi avremo raccolti qui una buona quantità di fanciulli abbandonati, figli di condannati a lunga pena, avremo la certezza di aver sottratto alla mala vita centinaia d’innocenti, di aver sottratto alla statistica criminale una buona cifra di delitti, di aver contribuito alla tranquillità pubblica della nostra nazione; e nello stesso tempo avremo la consolazione di educare al bene tante anime create per vivere da buoni cittadini e buoni Cristiani, per compiere santamente il loro sublime destino di andare un giorno all’amplesso di Dio.
Educare, educare, educare ecco l’alfa e l’omega di ogni riforma, ecco la medicina di malattie sociali divenute incurabili sotto altro trattamento, ecco l’unico modo di rendersi cittadino benemerito.
L’educazione non deve essere come è stata finora, intesa solamente ad istruir la mente, senza aver d’occhio la vita, ma a contemperare la coltura della mente con quella del cuore, il sentimento del dovere, e la legge del lavoro; e il tutto sostenuto, vivificato dalla religione, la quale solleva l’anima al cielo e le impedisce di sprofondare nella materia, che la uccide e la snatura.
Ecco i nostri intendimenti nella istituzione della nuova Opera per i figli abbandonati dei detenuti a vita e a lunghi anni di lavoro forzato: educarli alla religione ed all’arte, all’amore del lavoro ed alla ubbidienza alle leggi, alla coscienza dei propri diritti, e in pari tempo alla conoscenza del proprio dovere.
Finora, sempre intenti ad una voce interna, arcana, soprannaturale, che ci ha guidati per il corso non interrotto di quindici anni, abbiamo inteso principalmente a rinfocolare nel mondo il sentimento religioso, con l’edificazione del santuario, e a risvegliare e rendere operosa la carità dei fedeli dando opera a circondare il Santuario di Pompei di Opere benefiche.
Oggi la medesima voce ci chiama a cooperare in un campo pedagogico.
E noi tanto più volentieri rispondiamo all’impulso interno, in quanto che siamo invitati dalla voce autorevole del Capo di tutto il Cristianesimo, dal Rappresentante di Cristo, che ha già dettato nell’ultima sua Enciclica le norme generali di condotta che debbono seguire gli Stati e i cittadini nella terribile questione operaia che ci sovrasta.
A questo modo io, come Cattolico, contribuisco anche io, quanto è da me, alla soluzione del più difficile problema sociale.
L’educazione dell’operaio è stata la nostra preoccupazione continua, e confidiamo che il buon frutto seguirà agli sforzi dell’industre agricoltore.
E però confidiamo ancora che con l’educazione, quel fanciullo che, ad esempio del padre, guardava la via del delitto e s’avviava alla galera, si potrà mutare in angelo di costumi, amante del lavoro, e sostegno della sventurata madre, la cui immagine si riproduce come un fantasma nei sogni turbati dell’infelice galeotto.
Un giorno quel fanciullo da noi educato, divenuto adulto, alimenterà il vecchio genitore, che riabilitato dalla pena sofferta, avrà sempre dinanzi agli occhi in quel figliolo l’esempio del bene, della religione e della carità cristiana.
La sua educazione alla virtù, alla morale, al lavoro, ricevuta in Valle di Pompei, riverbererà su tutta la reietta ed abbandonata famiglia. La madre non sarà costretta al male per portare un pane ai derelitti figli; perché il figliol suo, educato al mestiere in Valle di Pompei, le recherà il pane benedetto procurato dalle proprie braccia.
Oneste saranno le sue sorelle che conosceranno i beni della religione, della onestà e della fatica.
Il vermicciuolo lasciato ad imputridire, perché privato della luce (della verità), potrà mutarsi nell’angelica farfalla destinata a volare tra gli spazi eterni.
La vittima di somma, trascinata dall’abbandono e dalla colpa non sua, a soggiacere o a castighi di colpe non sue, o alle quali è sforzata, viene da noi salvata dal coltello del carnefice, ed il carnefice è per questa vittima la società tutta: e viene abilitata a produrre tutto il bene, che sa
e che può produrre la creatura, da Dio destinata alla virtù, alla gloria, al premio del cielo, dopo di essere stata virtuosa e feconda di bene per sé e per gli altri sulla terra.
Questo, secondo pensiamo noi, significa curare il male dalla radice, educare con sforzi titanici la nuova generazione operaia a sentimenti di religione, a un concetto della vita più sano, più giusto, più rispondente alla realtà.
Se continua il concorso degli italiani e degli stranieri alla nostra nuova istituzione, noi cominceremo l’Opera con cento fanciulli, i quali, continuando la cooperazione dei nostri fratelli, chi sa, arriveremo forse al numero trecento.
Così avremo sottratto all’elemento sociale rivoluzionario, che recluta molto facilmente la gioventù traviata e dedita al malfare, trecento operai, i quali invece di diventare petrolieri e scassinatori sanguinari dell’edificio sociale, saranno dei buoni capi di famiglia, che a loro volta educheranno al bene anche i loro figli, perché il bene è fecondo come il male e si propaga con la stessa legge di solidarietà.
Noi diciamo trecento, ma non saranno mica soltanto trecento i fanciulli salvati dalla via della perdizione; giacché quando i primi ricoverati saranno giunti ad una età in cui possono rientrare nella vita, e lucrare onestamente il loro pane quotidiano, altri entreranno a godere gli stessi benefici dell’educazione, e così verremo a stabilire un vivaio rigoglioso di cultura, un luogo ove si redimono le anime che sono in pericolo di pervertimento.

(da Bartolo Longo, Per la educazione morale e civile dei figli dei carcerati, Pompei 1894, pp. 15-20)
(A cura di Luigi Leone)


*L'Esigenza della Formazione

Il principio che – come abbiamo detto – Bartolo Longo segue e intende dimostrare con il suo metodo educativo consiste nel voler, anzi dover riconoscere agli orfani della legge quel diritto alla formazione che la scienza positiva e il pensiero lombrosiano negavano loro. In tale contesto, egli documenta le influenze positive che l’educazione dei figli esercita sui padri, nelle lettere che quest’ultimi gli indirizzavano "raccomandandogli i figli, con l’affanno, col gemito, con le parole che spontanee verrebbero soltanto sulle labbra di un uomo che fosse preso a far l’ultimo respiro". Nel testo troviamo, infatti, un capitolo "lettere e strazi", che lascia chiaramente capire anche come la molla che guida Bartolo Longo quando si pronuncia sulla pedagogia parta dalla "pietra", dalle corde più intime della solidarietà, per esprimersi, poi, nella sostanza, nel momento in cui affronta nello specifico, le singole posizioni delle correnti positiviste: i positivisti "di buona fede", quelli "fieri", quelli di "mala fede". Le risposte che Bartolo Longo darà sono quanto mai realistiche: il medico non abbandona chi nasce con i germi della tisi, altrettanto fa il botanico per rendere una pianta fruttifera. Nel contesto dei rapporti sociali si tratta di adottare allora lo stesso principio di intervento e valorizzazione, a compenso, a supporto dell’esistente attivo, perché ogni possibilità di devianza venga, per così dire, preventivamente considerata nelle finalità educative ed affrontata nei mezzi, nei contributi esterni, rispetto all’alunno (metodo sperimentale) nell’ambiente naturale ed umano che lo circonda. Si tratta soltanto di fare proprio ed applicare il principio per il quale l’elemento morale e civile di un paese passa attraverso l’azione educativa, che ha come fine ultimo l’esaltazione della singola persona. Un principio sul quale stiamo ancora oggi riflettendo e che i contemporanei del Longo cercano di ostacolare con ogni mezzo.
Contro i positivisti e la loro scuola, Bartolo Longo afferma il diritto alla formazione e documenta le influenze positive che l’educazione dei figli esercita sui padri. È quanto si evince dalla lettera che qui pubblichiamo, dove il giudizio negativo sulla scienza che non ha cuore è inappellabile.
Lettere e strazi –
Fratelli, io pubblico alcune di quelle lettere. Leggetele, e dopo direte se io m’inteneriva come debole femminetta, ovvero s’io mi commoveva com’uomo che ha cuore.
Ill.mo Sigg. Avv. Bartolo Longo, Chi scrive è il condannato S… S… di… Santo Vitolo Capo, pr. Di Trapani, ora rinchiuso nella casa di Custodia di Reggio Emilia per espiarvi la lunga pena di anni 18, la quale non ha termine che il 13 Gennaio 1908!
Ha lasciato nella miseria sua moglie con sei figli.
La prega di collocare nel suo Istituto almeno due dei più teneri, che sono Pietro di anni 6 ed Angela di anni 7. Così verrebbe sollevata non poco la misera sua moglie che dovrebbe stentare a procurare il pane ad altri quattro figli.
Comprendo che la S.V. sarà assediata di domande, ma se volesse benignarsi tener presente anche la preghiera del sottoscritto disgraziato, è certo che farebbe l’opera più misericordiosa verso un misero padre di famiglia, colpito dalla sventura, e che ha moglie con sei figli, che si trovano nella più squallida miseria, ecc.
Dalla Casa di Custodia di Reggio Emilia.
Suo dev. Servo – Firmato S. S.
Risposi:
- Amico! Son dolente: ma non posso ora far nulla pei vostri sei figli. Non posso distrarre quel danaro, che gli oblatori mi mandano per costruire il grande edifizio.
Appresso, allo sventurato che avea numerati i giorni del suo dolore, e attende per la sua liberazione il secolo venturo, seguì un altro più sventurato, perché si reputa innocente, e nel silenzioso orrore della sua segreta conta gli spasimi de’ figli suoi.
Leggete:
Ill.mo Signor Avvocato. Un povero carcerato il quale deve scontare 12 anni di reclusione a cui fu condannato dalla Corte di Assise di Viterbo, fa umile e sottomessa domanda al generoso cuore della S. V. acciò voglia concedergli il beneficio di collocare in qualche luogo di carità, due teneri pargoli, uno maschio e l’altro femmina: i quali senza veruna colpa, ed innocenti come sono, languiscono nella più cruda miseria. Attualmente essi sono abbandonati nel mezzo di una vita a motivo che la stessa povera madre, priva del marito e senza mezzi di sussistenza è incapace di dar loro aiuto di sorta, e non sa a qual Santo volgersi per mitigare lo strazio di questi poveri e sventurati figli.
Per tanto strazio, miseria e dolore il detenuto supplicante si prostra genuflesso ai piedi della S. V. Ill. acciò voglia con cuore di vero padre assumere la tutela di queste sventurate creature cui fu tolto il proprio padre condannato ad una enorme pena, innocentemente. Pazienza! E sia fatta così la volontà di Dio e della madonna… L’umile supplicante passa a sottoscriversi della S. V. Ill.
Dal Carcere Giudiziario di Soriano nel Cimino.
3 Dicembre 1892.
Dev. Ed Um. Servo – Detenuto Y. Y.
Nato in Ronciglione (Viterbo) luogo in cui presentemente domicilia.
Anche a costui risposi
- Amico, non posso ora piegare il mio cuore a compassione veruna, perché il mio animo è tutto rivolto alla edificazione del grande Ospizio che dovrà un giorno accogliere molti infelici simili a’ vostri figliuoli.

***

Non avea firmata ancora cotesta lettera, quando me ne giunse un’altra da Vercelli, scritta da un Reverendo Vice Curato, che conficcò il chiodo più addentro al mio cuore.
Trattavasi di un povero fanciullo orbato d’ambo i genitori: del padre, perché la madre di questo diseredato lo ha poi ucciso; della madre, perché la legge l’ha segregata dal civile consorzio.
Positivisti di buona fede – Ponete mente a siffatti oppositori: essi si appellano Positivisti sociali.
Ora cotesti Scienziati che vorrebbero distrutta l’Opera nostra, dividiamo in tre classi:
1ª In Positivisti di buona fede.
2ª In Positivisti fieri
3ª In Positivisti di mala fede.
La 1ª classe di Positivisti ci ha detto:
- Voi, Bartolo Longo, non conchiuderete nulla, perché chi nasce delinquente deve morir delinquente.
Domando io:
- Questa Scienza su di che è fondata?
Si risponde:
- Essa è fondata su legge fatale: essa è da natura.
- Dunque?
- Dunque? Domandiamo noi, che cosa bisogna fare?
- Non bisogna prender cura di questa genìa malnata.
Lasciatela in preda alla benefica selezione naturale.
Cioè fateli morire questi sciagurati nel lezzo e nella miseria e nel ludibrio in cui son nati.
- Ho! Com’è brutta questa Scienza che si chiama Positiva!...
Questa Scienza è senza cuore. Al vostro medesimo cuore ripugna. Ammesso pure che i poveri sventurati nascano con la bozza della delinquenza, dunque bisogna abbandonarli?
Per contrario la conclusione delle vostre promesse dovrebb’essere la seguente:
- Se cosiffatti fanciulli nascono cattivi, sforziamoci a farli divenir meno cattivi, e possibilmente buoni; pongano ogni opera a migliorarne la condizione.
E poco fa abbiamo notato la nuova Scuola Positiva progredita, che fattasi accorta di cotesto errore, già ammette la possibilità dell’educazione dei fanciulli, purché siano sottratti all’abbruttimento che li avvolge.
Noi quindi sforzandoci ad educare monelli cosiffatti, operiamo secondo i postulati della scienza Positiva.
Ma senza la Scuola francese io aveva già determinato di accogliere cotesti sciagurati per educarli, e ne avea stabilita l’età dell’ammissione dai sei agli otto anni.
Ma io rispondo direttamente a questi Scienziati. Il medico abbandona egli mai il fanciullo che nasce tisico? – no.
I medici anche Positivisti, non lasciano mai abbandonato un bambino che nasca coi germi della tisi.
Anzi lo accompagnano e lo circondano di tutte le cure; lo tolgono dal luogo infetto, gli fan respirare altr’aria più salubre, più mite, più elevata. E come si sforzano i medici a prolungare di un’ora la vita di un tisico!
Ora non si abbandonano i nati tisici, che portano il germe della morte precoce nel corpo; e volete poi abbandonare i poveri fanciulli, perché dite che portano dalla nascita i germi della morte morale!
Appresso il botanico che prende una piata selvatica, e vuol renderla fruttifera, non fa che trapiantarla in altro giardino, la coltiva e l’innaffia; così da una pianta sterile ne cava buon frutto.
E perché non possiamo noi prendere queste piante selvatiche, questi esseri affetti dalla tisi della immoralità, e ridurle piante fruttifere nel campo sociale?
Io ho questa speranza.
(da Bartolo Longo, Per la educazione morale e civile dei figli  dei carcerati. Pompei 1894, pp. 84-86; 123-125)
(A cura di Luigi Leone)


*L'accoglienza dei minori e la carità

Bartolo Longo prosegue – e noi con lui – affrontando le affermazioni dei "positivisti fieri" e soffermandosi sulle considerazioni che questi ultimi esprimono nei confronti dell’Opera educativa dei Figli dei Carcerati e ne chiedono la distruzione. Si tratta – essi affermano – di una iniziativa contro "l’umanità" e contro la "Morale": due pregiudiziali che Bartolo Longo confuta con estrema convinzione e fermezza. Essere stati accolti ed educati presso l’Istituto per i Figli dei Carcerati rappresenterebbe per "costoro" già di per sé una esplicita ammissione della loro origine "disonorata".
Se dovessimo confermare tale tesi dovrebbero, allora, "distruggere" tutte le altre opere che a vario titolo agiscono per i "trovatelli", le "Case di maternità", quelle per gli ospizi, i Riformatori ed altre istituzioni parallele.
Il problema è di tutt’altra natura: se è vero che ogni essere umano non sceglie i genitori, né il loro stato, è anche vero che nel momento stesso in cui viene concepito egli è qualcosa di unico, dotato di potenzialità proprie, destinate a manifestarsi ed a svilupparsi. In questo senso
Bartolo Longo accoglie l’orfano, indipendentemente dalla sua progenie, considerandolo un essere a sé stante, suscettibile di progresso e/o di regresso in rapporto ad un intervento educativo precoce ed attento, sostenuto dalla fiducia, dalla speranza, dall’amore. Del resto non è detto che da padri cattivi non possano nascere figli buoni e viceversa, così come si hanno figli sani da padri malati…
I positivisti "fieri" parlano a torto di "marchio d’infamia", confondendo la sventura con la colpa e dimenticando che molto spesso sono le stesse sventure a determinare quest’ultima: la società, pertanto, ha il dovere e l’interesse di agire per salvare il salvabile.
Ai positivisti contro la morale ed a quelli in mala fede Bartolo Longo risponde presentando, a queste due correnti di pensiero, i primi quindici ragazzi accolti e ricorda il miracolo nuovo, quelli della carità, sollecitando i suoi anonimi interlocutori a riflettere, come noi stessi andiamo facendo.
Nella polemica con i Positivisti, Bartolo Longo confuta le loro tesi accusatorie sulla presunta disumanità ed immoralità della sua Opera a favore dell’infanzia emarginata.
Il Fondatore di Pompei replica sulla possibilità educativa dei ragazzi e sulla loro dignità, unicità e potenzialità.

Positivisti fieri

È la seconda classe degli scienziati, che vorrebbero ad ogni costo distrutta l’Opera Educativa dei Figli dei Carcerati.
Essi ragionano così:
* La vostra opera, o Bartolo Longo, dev’essere distrutta.
Perché essa è contro l’Umanità.
Perché è contro la Morale!

Contro l’Umanità

Voi, Bartolo Longo, accogliendo in un istituto questi sciagurati, ponete un marchio d’infamia su la loro fronte, perché non potranno ad alcuno celare che essi sono figli di malfattori, dacchè il nome dell’Istituto pei figli dei carcerati ricorda sempre la loro disordinata origine.
A questa obbiezione ha risposto validamente un altro Positivista moderno, tuttochè contrario a questa istituzione.
"Collega! – egli scriveva – Qui avete preso una cantonata: Se dovete distruggere un’Opera di beneficenza sol perché il suo titolo ricorda l’origine ignobile di chi è beneficato, allora distruggete tutte le Opere di beneficenza che appongono rimedio alle svariate piaghe sociali. Così distruggete gli Orfanotrofii dei trovatelli, perché il solo nome di trovatello ricorda una ignobile nascita. Distruggete le Case di maternità, perché queste case ricordano che i bambini ivi allattati sono dei reietti. Distruggete gli Ospizi delle fanciulle derelitte, perché questo nome ricorda origini poco morali. Distruggete le Case di Ravvedimento delle donne, perché donna ravveduta ricorda la vita antecedente bisognosa di ravvedimento. Distruggete i Riformatori e le case di Correzione dei fanciulli, perché l’Istituto dei Carrigendi vi ricorda che quei fanciulli ebbero bisogno della correzione. E di questo passo distruggerete tutte le Opere di emenda e di riabilitazione".
E noi facciam plauso a questo Positivista che combatte un distruttore.
Ma rispondiamo direttamente. Dunque voi volete distruggere solo per amore di un titolo? Ma tale logica non è retta. La conclusione del vostro argomento dovrebbe essere questa:
- Dunque mutiamo il titolo dell’Istituto.
Ma già la Carità che ci avea ispirata la fondazione dell’Opera, ci ha ispirato di velarne il titolo.
Interrogammo moltissimi sul titolo da apporre alla novissima istituzione.
Nessuno seppe darcelo adeguato.
- Metti il tuo nome, mi dissero finalmente gli amici, con la responsabilità del successo cadrà su di te solo. E così voi avete veduto sulla Via Sacra, la scritta Ospizio Educativo Bartolo Longo.
Comprendiamo però anche noi, che per quanto la carità voglia covrire, son sempre piaghe sociali; e, per quanto si vogliono avvolgere in lini finissimi, sono sempre piaghe. Ma rispondiamo ora agli argomenti falsi dell’accusa.
- Stando, voi dite, codesti fanciulli raccolti in un Ospizio, non possono celare che essi sono figli di malfattori.
- E stando nei loro paesi, noi rispondiamo, l’avrebbero forse celato?
Anzi per contrario, nei loro paesi sono non solo conosciuti, ma segnati a dito e detestati. Anzi la loro presenza nei paesi mantiene vivo il ricordo dei delitti dei loro genitori e ridesta le ire degli offesi. Quindi l’allontanamento dai paesi è un benefizio".
Laddove quando vi ritorneranno, dopo varii anni, operosi artigiani, saranno attutiti i funesti ricordi, e comincerà per essi un’era novella; vi saranno accolti ben altrimenti dal come se ne partirono; ed è ben difficile che si vadano ripescando nel passato i languidi profili di fatti che sono stati smorzati ormai dal tempo e dalle nuove circostanze.
I coetanei del delitto paterno sono o decrepiti o spenti; vi rinvengono come un popolo novello, in mezzo al quale cominciano essi una vita nuova, ben diversa dalla vita che vi avrebbero in quel tempo trascinata, se fossero rimasti in quell’aere avvelenato dalla colpa di origine, e mantenuta venefica dalle tradizioni serbate e riprodotte dalla loro esosa e maledetta presenza.
Appresso: noi poniamo un marchio d’infamia sulla loro fronte?
Ma sanno essi che vuol dire marchio d’infamia? Il marchio d’infamia era una pena, era un segno infamante, che la legislazione francese poneva in fronte ai ladri. L’infamia dunque supponeva la colpa che ci rendeva infami.
Ma direste voi infami gl’innocenti sol perché nacquero poveri e sventurati?
Allora dovreste chiamare infame ogni povero che nasce nella miseria: infame ogni vecchio che esce dall’Ospizio di mendicità o dall’Albergo dei poveri. Cotesto Argomento dunque ripugna alla ragione, e sarebbe cagione di lotte sociali.
Il marchi d’infamia fu sempre una pena che si inflisse alle colpe, e, si noti, alle colpe più personali e in cui più entrò la frode dell’uom proprio male, ed avea l’intento che altri si guardassero da colui. Fu dunque sempre una pena ed una guarentigia, una vergogna ed un avviso che la società stesse in guardia.
Così quel reo era messo da parte, era come un bandito stando pure in mezzo alla società. Non accadde giammai che il marchio rappresentasse un segno di sciagura, o di povertà, o di casta. Che colpa avrebbe esso punita? Di che, o di qual frode avrebbe messo gli altri in guardia? La sciagura fu sempre invece per se stessa un distintivo, ma un naturale richiamo alla commiserazione, ed all’amore. La sventura, specialmente compagna della debolezza, fu sempre rispettata e, dirò anzi, onorata. Ma vi è un argomento che riduce al silenzio i nostri avversari.
Gli stessi positivisti distinguono i delinquenti in due classi: delinquenti di nascita e delinquenti di occasione.
Ora i delinquenti di occasione sono novanta su cento. I delinquenti di nascita dunque sono dieci su cento. Chi ignora questa proporzione, vada a studiare nelle carceri le umane passioni.
Ciò posto, io dunque non debbo far l’Opera di salvazione per nove fanciulli, solo per il pericolo d’incontrarmi in uno che sia figliolo di un delinquente per nascita? Sarebbe assurdo il pretenderlo, sarebbe una mostruosità far perire nove naufraghi in mare, perché si è certi che il decimo resisterà al suo scampo.

Contro la Morale

Esse ci han detto: la vostra Opera è immorale, è antisociale. Ragioniamo così: "Questi fanciulli, se isolatamente son nati perversi, uniti insieme, formerebbero un covo di fiere. In quel covo ciascuno, oltre a manifestare la propria tendenza malefica, si appropria, per cognizione, l’altrui malvagità. Quindi l’istituzione di raccogliere quei fanciulli ed educarli è contro la Morale, essa è antisociale.
Qual è la conclusione?
- lasciateli morire questi fanciulli; lasciateli una volta in preda alla benefica selezione naturale. Il che vuol dire: - lasciateli morire nel fondo della miseria e nell’avvilimento più deplorevole.
Ma questo ragionamento non mi sembra che sia umano, e neppure logico. Permettete che, per amor dell’Umanità e della rivendicazione dell’infanzia abbandonata, io stringa in un morso di ferro questa logica dei Positivisti. Voi avete detto: che faremo un covo di fiere!
Ebbene, la società ha il diritto di liberarsi delle belve che infestano le vie e le case. Le belve o s’ingabbiano o si ammazzano. (Benissimo).
Ingabbiarli questi fanciulli non volete, perché si crea un covo di fiere, ebbene ammazzateli. Ma ammazzateli voi, se vi regge il cuore: non io. Ammazzateli, come si scannavano i fanciulli storpi e i malati a Sparta perché non erano idonei a difendere la patria. Andate a caccia di essi come si va a caccia alle tigri, e come un giorno si andava a caccia dei lupi.
Per ogni lupo si dava il premio di cinque scudi. Ponete anche voi un taglione sulla testa di un fanciullo infelice figlio di Carcerato. Per ogni testa di un figlio di delinquente ponete cinque lire di mancia.
Ma, vivaddio! Nella terra dell’Italia, che ha dato al mondo scopritori di nuove terre e di nuovi cieli, Cristoforo Colombo e il Galilei, non si ammazza nessun fanciullo! (Benissimo, applausi).
Allora, se non vogliamo ammazzarli questi fanciulli, mi permettano che li ingabbi io. Ed io gli ho ingabbiati.
Però la carità ha fatto il miracolo di trasformazione.
Questa mattina ho la ventura di presentarvi quindici volute belve; ma vedrete un miracolo nuovo della carità. Cioè in vece di quindici belve vi presenterò quindici conigli.
(da Bartolo Longo, Per la educazione morale e civile dei figli dei carcerati, Pompei, 1891, pp. 129-135).
(A cura di Luigi Leone)


*Educazione e Amore: un binomio vincente

Gli anniversari commemorativi, la puntuale descrizione degli eventi e dei motivi che li sostengono costituiscono il mezzo indiretto per dare testimonianze e per consolidare la memoria: in questo filone si muovono gli scritti del Beato Bartolo Longo legati alle opere sociali nella loro evoluzione. Così, dal discorso presentato al Congresso Penitenziario Internazionale di Parigi, pubblicato nel 1896, i lettori potranno trarre fin dall’introduzione i segni della fede e del pensiero pedagogico dell’autore.
Bartolo Longo si ripresenta, infatti, ai suoi interlocutori passando, questa volta, dalle sole riflessioni ai "primi frutti della nuovissima istituzione": si tratta, cioè, di una sorta di diagnosi funzionale all’intervento educativo, che si conclude con un profilo di valutazione in uscita.
Le descrizioni psico-sociologiche riguardano i primi quindici fanciulli accolti a Pompei, ad un anno dal loro ingresso nell’Istituto. I risultati conseguiti da questi ragazzi non sono, tuttavia, quelli soggettivi soltanto, se i frutti investono anche i loro genitori nelle carceri: siamo di fronte ad un percorso interattivo, nel quale si intravedono con chiarezza antesignana i tratti di una pedagogia psico-sociale, dove, superati i pregiudizi formali, entrano in causa i soggetti nelle loro potenzialità, suscettibili di progresso, perché inseriti in un habitat educativo e promozionale, qualificante e con i ragazzi si ramificano le influenze positive sui loro genitori.

A Poco più di un anno dalla fondazione dell’Istituto per i Figli dei Carcerati, Bartolo Longo presenta, con orgoglio ed intima soddisfazione il risultato del suo lavoro.
I suoi ragazzi sono la prova più bella e convincente della infondatezza della teoria che affermava la non educabilità dei figli dei delinquenti.

Signori, questa è la terza volta che ho l’onore di presentarmi a voi. La prima volta, compiono oggi tre anni, ci raccogliemmo insieme in un asilo dell’infanzia, che si era costruito a bella posta per accogliere fanciulli e fanciulle pompeiani e gettare nei loro animi tenerelli i primi semi dell’educazione morale e civile.
Era l’ultima Domenica di Maggio del 1892, cioè un anno da che io aveva lanciato al mondo una parola, che chiamai un voto del mio cuore.
Quella parola che era un desiderio, un sospiro, un gemito per affanni sociali di tutti intesi, ma a cui nessuno stendeva la mano della riparazione, venne accolta da un mondo intero civile; e un mondo intero rispose, prestando il concorso ad edificare l’Opera novissima, che intende a salvare la classe più abbandonata dell’infanzia. Quel concorso del mondo civile: eloquentemente significava che la mia voce aveva trovato un’eco in tutti i cuori; e quell’eco riconosceva vera e lamentava una miseria universale e universalmente sentita.
In quel giorno festeggiammo insieme la prima pietra morale dell’edifizio che dovrà raccogliere fanciulli i quali piangono colpe non proprie. Dicemmo che la prima pietra morale sarebbe stata la
salvezza di un primo fanciullo figlio di un condannato. E questi fu un Calabrese.
Non ve lo presentai perché egli era solo, ed anche per non richiamare su di lui la inutile curiosità degli sguardi.
Ma, oggi è un anno, in questo medesimo giorno, ci raccogliemmo la seconda volta, e non nell’ospizio di carità, sì bene, perché sospinti dal temporale, nella casa centrale della carità; che è il Tempio di Dio. Ed ebbi il contento di presentarvi i primi quindici fanciulli da me raccolti, che sono figli della sventura, ma anche vittime di una scongiura sociale. Poiché non è solamente il padre colpevole che pone sulla loro fronte innocente la nota dell’infamia; ma è la Società egoistica che diventa carnefice di questi innocenti, quando, facendo scontare ai figli l’offesa ricevuta dai padri, gli abbandona e li calpesta, gittando loro in faccia una ingiuria e una maledizione: - Va che sei figlio di un assassino!
Allora, voi inauguraste l’Ospizio Provvisorio: oggi, festeggiamo il secondo anniversario di questa novissima Istituzione di beneficenza sociale; e godo di potervi presentare quaranta fanciulli Figli di Carcerati e di potervi dire: l’Ospizio Provvisorio è già divenuto definitivo!
Chi sono questi primi quindici fanciulli?
Di alcuni già voi avete veduto forse i ritratti nel giornale "Valle Di Pompei"; di altri avete già letto i resoconti morali, che vi hanno descritto la loro indole, la loro fisionomia, i loro caratteri.
Rammentiamone i nomi e i luoghi di nascita:
1. Pullano Domenico (Catanzaro) – 2. Caruso Guglielmo, di Lioni (Avellino) – 3. Grassi Ciro, di Napoli – 4. Leone Arturo, di Foggia – 5. Leone Adolfo, di Foggia – 6. Bezzeccheri Canzio, di Iesi (Ancona) – 7. Fioravanti Massimiliano, di Poggio Mirteto (Perugia) 8. Fioravanti Gustavo, di Poggio Mirteto (Perugia) 9. Mongelli Pietro, di montescaglioso (Potenza) – 10. Moscini Mario, di Orvieto (Perugia) – 11. Arzaniello Giorgio, di S. Giorgio a Cremano (Napoli) – 12. De Carolis Emmanuele, di Ascoli Satriano (Foggia) – 13. Fileccio Sante, di Ustica (Palermo) – 14. Terlizzi Emilio, di Guglionesi (Campobasso) – 15. Tedeschi Pellegrino, di Mugnano del Cardinale (Avellino).
Comincerò dal mostrarvi in prima quei tre tipi di fanciulli natio col marchio fatale della delinquenza atavistica, quegl’infelici reietti della Società che la Scienza dichiarava delinquenti nati, e che secondo le nuove teorie dovrebbero essere rinchiusi in un Manicomio Criminale.
Poi presenterò due altri, verso dei quali le nostre cure debbono essere massime, perché assai meno propensa al bene troviamo l’indole naturale, tuttochè la Scienza non scopra in essi apparenti note di degenerazione innata.
Infine vi presenterò un bel numero di fanciulli, che, sebbene prole di condannati a lunga pena e recidivi, ci confortano con una condotta che da molti padri dabbene si desidererebbe nei propri figli.
Incomincerò quindi dal più amaro, per venir poi a confortarci insieme del bene che si è cominciato qui a produrre; e dal frutto, ottenuto in sì breve spazio di tempo, abbiamo tutta ragione a prometterci assai migliori risultati nel tempo avvenire.

Sante Fileccio

Il primo fanciullo condannato inesorabilmente dalla Scienza Moderna alla delinquenza ed alla prigione e al Manicomio Criminale è Sante Fileccio, il Siciliano.
Voi ricorderete d’aver visto il suo ritratto e letta parte della sua luttuosa origine nel giornale "Valle Di Pompei" del passato Febbraio. Udiste quali definizioni dà del cranio, del volto e del cervello di lui la Scienza; definizioni da far disperare di qualunque correzione, da far cadere l’animo a qualsivoglia esperto educatore.
Questo sventurato fanciullo è figlio di un pirata siciliano e di un tradita giovane napoletana che occupa una pagina nella storia misteriosa e funesta delle infime taverne di Napoli. Forse era ancora viva la miseria e lottava con la morte, quando l’uomo che la fece madre del nostro Sante, toglieva altra donna.
Il misero fanciullo Sante ha il cranio branchicefalo con stenocrotofia e con plagiocefalia sinistra.Ha pure leggiera asimetria facciale. Ha la bozza parietale destra più prominente dell’altra; arresto leggiero di sviluppo; leggiera balbuzie: ha il tubercolo darviniano e il lobulo attaccato: insomma ha tutte le note che dicono di innata degenerazione. Ha le impronte fatali della delinquenza ereditaria, ha le stimmate degenerative. Onde affermano i Frenologi che sarà fatalmente costretto al delitto.
Ricordiamo ancora le parole di un celebre psichiatra, quando osservò Fileccio. Rivolto a me quello Scienziato disse:
_ Se voi farete di questo ragazzo un galantuomo, farete cadere la Moderna Scienza Positiva.
A dire il vero, insino a questo momento Sante Fileccio non ci mette paura; anzi egli è uno dei più bravi della sua Schiera. È ottima pasta di fanciullo, laborioso, tranquillo, intelligente e buono.
Speriamo, per il bene dell’umanità, che la scienza Antropologica Moderna per questo fanciullo non abbia dato nel segno. E quando pure per mala ventura la scienza si sia apposta al vero, non ci cade la speranza che la educazione amorevolmente e cristianamente impartitagli produrrà alcun bene.
Voi lo vedrete questa mattina; il poverino non ha ancora sette anni; vi desterà forse compassione a vederlo ancora gracile, con la minaccia di una gobba sul petto; e pure, son certo, lo abbraccerete.
Dapprima egli sembrava irrequieto ed incorreggibile, ma da due mesi in qua, dacchè lo abbiamo messo al rapporto settimanale, che io soglio fare innanzi ai visitatori che qui convengono ogni Domenica, sante Fileccio fa tutti i suoi sforzi per divenire buono, educato e laborioso.
Ed è felice quando la Domenica ode in pubblico di aver raggiunto il dieci, il massimo dei punti, ed ottiene in premio un pallone, un’arancia e due fichi secchi.
Ebbene, Signori, quel piccolo Siciliano, quel figlio sventurato di un pirata, che la Scienza ha dichiarato essere nato già delinquente, perché ha tutti i dati della generazione innata, voi oggi comincerete a premiarlo, giacchè, come ha osservato il medesimo prof. Giacchi, questo fanciullo non ha dato sin oggi nessun segno di atavica depravazione.
Però se la scienza l’avesse segregato dal consorzio degli altri fanciulli e lo avesse già condannato al Manicomio Criminale, avrebbe troncata nel campo sociale e gittata una pianta fruttifera, invece di allevarla e coltivarla a dare alcun frutto di bene.

(da Bartolo Longo, Quaranta figli di Carcerati, Valle di Pompei 1896, pp. 7-8; 19-23)
(A cura di Luigi Leone)

Prima Foto: L’Istituto per i Figli dei Carcerati, nel 1893, ad un anno dalla fondazione.
Seconda Foto: Domenico Pullano, il primo ragazzo accolto dal Beato nel centro educativo.
Terza Foto: Sante Fileccio, il ragazzo che Bartolo Longo additò alla scienza positivista come esempio concreto della bontà della sua opera.

                           

*Un Voto Segreto del nostro animo

La Vergine del S. Rosario di Pompei occupa un ruolo essenziale nel progetto d’educazione e di fede programmato dal Beato Bartolo Longo, un ruolo che fa da filo conduttore, il quale si collegano i momenti e le iniziative che la storia del Santuario e delle Opere presenti. Anche gli scritti di Bartolo Longo testimoniano questo legame: in essi l’autore non perde nessuna occasione per ricordare a se stesso ed agli altri che “tutto” quello che egli pensa e realizza è affidato alla produzione della Madonna ed è quella del Figlio suo. Sono questi i due interlocutori diretti, chiamati in causa costantemente perché il mondo dei credenti si faccia sostenere della carità e di una beneficenza intesa come offerta di valorizzazione della persona umana nascosta e pure presente in ogni orfano della legge.
Così, quando nelle sue lunghe ore di riflessione, Bartolo Longo pensa a costruire l’Ospizio per i Figli dei Carcerati: quando penserà ad edificare quello per le orfane della legge, anche allora egli trova nella penna il mezzo per scrivere pagine di una umanità profonda, universale che permettono al lettore di entrare nelle pieghe più intime dell’animo dell’Autore, che lo coinvolgono e gli aprono nuovi orizzonti, per la semplicità stessa che le distingue: non dobbiamo dimenticare l’epoca in cui Bartolo Longo avvia a realizzare il suo piano socio-pedagogico, né – come avremo modo di vedere – le “ingiustizie” e le “incomprensioni”, che egli avrebbe dovuto partire per tenere fede ai suoi  ideali educativi e religiosi, sostenuto, sempre, dalla presenza vigile ed avvertita della Madonna, riletta quotidianamente nei misteri del Santo Rosario.
In questa ottica è possibile capire il miracolo della dimensione mariana di Pompei.
A undici anni dall’inaugurazione dell’orfanotrofio femminile, Bartolo Longo manifesta al mondo intero un progetto da tempo coltivato e non pensato da nessuno: un’opera a favore dei figli dei carcerati. Tutto è affidato alla protezione della Vergine e del suo Figlio Gesù. È, in una mirabile sinergia, si fondano insieme pietà cristiana, devozione mariana, solidarietà e promozione umana.
Fratelli! Abbiamo donato a Dio un Tempio, ed alla Madre di misericordia una Reggia, donde spargere i suoi tesori di beneficenza per coloro che gemono ed affannano. Abbiamo eretto accanto al Tempio della Fede, il Tempio della Carità, ove abbiam messo in salvo le anime di creaturine infelici, di povere orfanelle, che sono anch’esse altrettanti templi dello Spirito Santo.
Ma la Carità di Cristo, che è fuoco vivo, intende a dilatarsi sulla terra, e non guarda confini. – Il campo della Carità è così vasto (soleva dire il santo Padre Ludovico da Casoria), che produce svariati, belli e giovevoli frutti di salvezza alla civile famiglia.
Oggi, o fratelli, ci pare giunto il momento opportuno di manifestare (non senza una certa esitazione), un voto segreto del nostro animo, che da tempo chiudiamo gelosamente nel cuore con una perplessità, a volte dolorosa, la quale nasce dal desiderio ardente di attuarlo, e dall’evidente insufficienza, e, direi quasi, impossibilità dei mezzi, per venirne a capo.
Il gesto indimenticabile degli 8 Maggio 1887, in cui la regina delle Vittorie entrò solennemente incoronata a prender possesso del suo Trono, elevatole in questo Santuario dalla pietà dei figli suoi sparsi nel mondo, io deposi là, nel Cuore pietoso di Lei, il mio desiderio, di raccogliere intorno a quel trono la classe delle bambine più abbandonate, che si aggirano vagando tra le vie della nostra Italia col prossimo pericolo della perdizione. E cosiffatta schiera d’innocenti sventurate, pareva a me, che avesse ad essere la Corte eletta della Regina della Misericordia sulla terra di Pompei, che da mane a sera La inneggiasse con la corona del celeste Rosario. E sì iniziai l’Orfanotrofio femminile, il quale tolse nome dalla Vergine di Pompei.
La Madonna benedisse l’opera caritatevole: e oggi settantacinque orfanelle vivono ricoverate qui, mediante l’inesauribile pietà vostra, o fratelli dilettissimi. Quale prova più certa, che veramente la Madonna ci aveva messo in cuore la santa risoluzione di sposare al culto la beneficenza? Entrando oggi, nell’anno Quintodecimo, il cuore divino del Figliuolo della Vergine a prendere il possesso del trono anche a lui apparecchiato, io mi sento sospinto da un’altra forza nuova e occulta a mettere fuori una parola, che è pure un desiderio intenso, una fiamma, un voto, che depongo in quel Cuore di bontà sconfinata, e nel cuore pietoso dei miei amati fratelli.
Io ragiono a questa guisa. – Se entrando la Madre di misericordia in questo Santuario si scelse a sua corte una corona formata delle fanciulle più abbandonate; entrando il Figliuolo dell’Uomo, che presenta il suo Cuore riboccante di paterno amore e di compassione agli uomini, vuol certo beneficare alla classe dei fanciulli più abbandonati; di quei fanciulli di cui egli soavemente diceva: - Lasciate che i pargoletti vengano a me! Or qual è, a mio credere, la classe più abbandonata dei fanciulli in Italia e fuori?
- Sono i figli dei Carcerati, e segnatamente i figli dei forzati, i quali condannati a quindici, a vent’anni di pena, e talvolta alla galera per tutta la vita, non vedranno mai più i loro figliuoli, se non forse quando questi, per effetto di loro delitti, andranno a raggiungere i loro genitori nelle prigioni! ...
Cotesti fanciulli non sono orfani; e quindi non han diritto a godere dei benefizi civili, e dei ricoveri ed orfanotrofi provinciali o comunali. Sono in condizione peggiore degli orfani, perché invisi ai propri cittadini in odio dei loro colpevoli genitori, portano, senza colpa, il marchio dell’infamia dei loro parenti; e lasciati con una madre per lo più povera, (più infelice di essi, che non è vedova, e pur di fatti è più che vedova), senza educazione, senza freno, coi pravi esempi paterni dinanzi agli occhi, fra poco si daranno al vizio, e quindi al delitto. E presto o tardi il tetro carcere sarà inevitabilmente la loro casa. Il pane nero dello Stato sarà il loro alimento perenne.
E la patria nostra? – lungi dal diventare modello di civiltà e di buon costume alle altre nazioni d’Europa, conforme il posto che Dio le ha assegnato tra le nazioni della terra, va a questo modo ad accrescere il numero dei delinquenti e dei facinorosi!
Oh, io depongo oggi nel Cuore di Gesù Cristo, e nel cuore dei miei amati fratelli e sorelle, questo mio focoso desiderio, questo voto, di fondare qui, all’ombra del santuario, sotto il materno manto di Maria, un’Opera di educazione morale e civile pei figli dei carcerati, per quegli esseri abbandonati, che la sciagura de’ genitori gitta a languire nella via con tutti i disagi e le amarezze dell’orfano, senza averne il carattere esterno, comunemente riconosciuto, per godere de’ pietosi provvedimenti istituiti a salvare l’infanzia abbandonata.
Questo ramo di beneficenza cristiana esercita sul mio cuore un’attrattiva irresistibile, e mi apparisce davvero degno della più viva sollecitudine.
Che avviene in fatti di una povera famiglia, quando per qualche orrendo misfatto, il padre è condannato o a perpetuo carcere, o a venti anni di pena? La madre, forse giovane ancora, vedova desolata vivente tuttora il marito, vedendo mancare il pane in casa, è costretta a mendicare per non morir di fame lei e i figli, e diviene a sua volta vittima della seduzione o della prepotenza! E i figli? Misere creature! Innocenti del delitto paterno, ne sentono tutto il peso, tutto il dolore, in quegli anni teneri, in cui han bisogno dell’appoggio de’ genitori, e di una amorevole educazione!
Ora una istituzione cristiana che intenda a salvare cotesta classe di fanciulli veramente abbandonati, è altamente benemerita della civiltà e della patria: dappoiché eserciterebbe anche, nel medesimo tempo, un’azione altamente educativa e moralizzatrice delle carceri e dei bagni di pena.
Quando uno sciagurato (il quale, comunque lo consideri, è sempre un infelice) vien condannato ad essere segregato dal civile consorzio per quindici o venti lunghi anni, sottoposto a dure ed obbligatorie fatiche (non dico per quei condannati a vita, da cui l’animo rifugge), il primo effetto che risente dalla sua condanna è la più orrenda disperazione.
Considerando lo stato suo presente senza libertà, senza dimani, ricordando la moglie, i propri figli, fanciulli ancora; bestemmia la società, che lo ha scacciato, bestemmia Dio che lo ha creato, bestemmia sé stesso che non sarà mai più felice. I più grandi educatori delle carceri mi hanno attestato, che la loro opera sociale non fa alcun frutto in cuori invasi dalla disperazione.
Ora se in tale stato d’inferno il povero condannato ode che la sua famiglia, i figli suoi, non sono al tutto abbandonati; che vi ha uomini pietosi i quali prestano la mano fraterna al loro soccorso; che la Vergine di Pompei, qual madre tenerissima, li raccoglie sotto il suo manto; oh, allora un raggio di luce squarcia quel fitto tenebrore. L’infelice galeotto, al pensiero che vi ha al mondo degli uomini che pensano a lui! Ai suoi figli! Che egli non è da tutti abbandonato; senza avvedersene, diventa più rassegnato, più calmo; obbedisce a’ superiori, ottempera alle leggi che dapprima gli parean durissime e ingiuste. Che è avvenuto? – Un raggio di conforto è disceso a mitigare l’inferno del suo cuore. La preghiera a Maria, quella preghiera che era stata abbandonata dal primo giorno in che fu avvinto da catene, ritorna spontanea sulle labbra.
Il lavoro forzato quindi innanzi, al rammentare i figli, associa involontariamente la memoria di essi con la memoria di essi con la memoria della Vergine che li ha presi a custodire. E ogni volta che li chiamerà a nome da lungi (senza speranza di risposta), invocherà ancora quel Nome benedetto che forma il conforto di tutti i tribolati. E l’amore de’ propri figliuoli gli detterà nel cuore una fervida preghiera alla celeste Consolatrice degli afflitti.
(…) È questa l’idea, da cui sono potentemente dominato. È questa un’opera cristiana al tutto nuova, di cui insino ad oggi non vi ha esempio né in Francia, né nel Belgio, né in altre cattoliche nazioni. L’Italia sarebbe la prima a possederla.
In Spagna, è vero, nel passato anno, un Frate Francescano iniziò l’opera di patronato dei carcerati, che prende cura della riabilitazione morale dei detenuti nel tempo dell’esperienza, e del loro collocamento dopo l’uscita dalle carceri. E ne riscosse ampia benedizione del Sommo Pontefice Leone XIII. Ma pei figli dei carcerati, pei figli dei galeotti, fanciulli abbandonati all’ozio ed alla occasione del delitto, né gli Spagnoli, né altri popoli cristiani vi han rivolto il pensiero. Vi ha pensato la Madonna di Pompei!
(da Bartolo Longo: L’Istituzione dei Figli dei Carcerati e l’Ospizio educativo in Valle di Pompei; Scuola Tipografica “B. Longo”, 1898, pp. 11-16)
(A cura di Luigi Leone)


*Un pioniere della solidarietà senza confini                                                                                             

Nel complesso e difficoltoso progetto educativo che Bartolo Longo andrà realizzando sul piano strettamente strutturale e didattico-formativo, l’attenzione non si fermerà soltanto alle mura di casa nostra, ma raggiungerà sponde più lontane, riuscendo così a creare una rete di interferenze produttive per giovani ed adulti, oltre i confini nazionali. Si trattava, cioè, di far capire "la vera missione della beneficenza moderna": e questo invito a capire doveva coinvolgere il maggior numero possibile di persone, religiosi e/o laici, con responsabilità civili legalizzate, pensatori ed educatori.
I fenomeni derivanti dagli errori paterni e/o materni, quelli che scaturiscono dalla miseria e dalle deprivazioni più elementari sono fenomeni presenti in ogni angolo della terra, destinati ad assumere, tra l’altro, forme diversificate in rapporto ai tempi, alle nuove situazioni ed esigenze che lo stesso progresso dell’umanità presenta rispetto ai desideri, ai consumi, all’immaginario
collettivo. In questa ottica, Bartolo Longo, dopo aver gettato le basi dell’Ospizio educativo, parla della "prima istituzione accessoria" rivolta alla schiera internazionale e presenta alcuni casi di bambini stranieri accolti a Pompei.
Così tutto quello che era apparso audace ed impossibile e per alcuni persino "disumano ed immorale". Diventa, invece, antisignano incentivante e, per certi aspetti, provocatorio rispetto alla concezione di una carità statica, impersonale, discriminatoria, incapace di rendersi visibile e qualitativa nei suoi risultati.
Bartolo Longo accoglieva, infatti, nella sua istituzione ragazzi che non parlavano la nostra lingua, che avevano altri usi ed altri costumi, che, per di più, erano portatori di situazioni socio-affettive particolari e condizionanti; e faceva tutto questo, anticipando certe problematiche correnti, senza considerare le oggettive difficoltà che questa accoglienza avrebbe presentato.
Questo problema, Bartolo Longo se lo è posto e ha cercato di risolverlo subito, 1000 anni or sono; ora all’inizio del terzo millennio, noi stiamo cercando di affrontarlo (L.L.)
La grandezza del Fondatore di Pompei nel servizio di carità e di accoglienza dei minori in difficoltà, è dimostrata anche dalla geniale esperienza della "Schiera internazionale" fondata nel 1896, cui appartenevano i ragazzi dell’Ospizio Educativo, provenienti dall’Austria, dall’Ungheria e dalla Francia. Qui, il caso del ragazzo tirolese Silvio Zenoniani.
In questa Valle di Pompei, ormai celebre e famosa pel mondo, tutto parla di universalità (…). Come le nazioni hanno accomunato le loro preci nel glorificare la dolce Sovrana della risorta Pompei, così debbono accomunarsi nel godere la dolcezza dei benefizi che Ella profonde. Come da ogni parte del mondo affluiscono i soccorsi che hanno reso possibile l’attuazione di una idea, che pur fu giudicata, audacissima utopia, così ad ogni parte del mondo debbono estendersi i vantaggi che derivano dalla filantropica istituzione. Pel luogo dove è sorta, pel modo come si è venuta formando, per le risorse che l’alimentano e le danno vita, l’Opera di Pompei deve essere scuola alle nazioni, e deve mostrare alle genti la vera missione della beneficenza moderna (…).
Per tutte queste ragioni non tardammo ad istituire nell’Ospizio Educativo una Schiera Internazionale, e sin dal 1898 ad essa appartenevano: Silvio Zenoniani, da Tessullo (Tirolo-Austriaco). – Giuseppe Cristiano, da Buda-Pest (Ungheria). – Gustavo Franchi Villerez, da Dammarie-les-Lys (Seine et Marne, Francia).
Il piccolo austriaco
Silvio, il vivace tirolese nativo di Tassullo, ha una storia triste e breve. Breve come tutte le vere tragedie, triste come tutte le sventure che colpiscono l’infanzia. Ai pari di tutti i grandi e veri dolori, la si racconta in poche parole. Suo padre Carlo Zenoniani, contadino di San Zenone, nel Tirolo Austriaco, nel 1886 andò nella svizzera insieme con un suo compagno. Al ritorno, giunti alle Chiuse presso Bressanone (Briscen), o per antichi rancori o perché il compagno aveva intascato alcune centinaia di fiorini. Carlo non pensò più alla moglie che lo attendeva ansiosa, alle due figliolette, l’una di quattro anni e l’altra di due anni, al piccolo Silvio che aveva sei mesi appena, e si lasciò vincere e dominare da un tristissimo pensiero, da un terribile proposito. Con un pretesto attirò l’infelice compagno in un luogo solitario, lo colpì replicate volte sul capo, lo spense. Poi, volle distruggere la prova del suo misfatto, e con sforzi indicibili e con quel terrore che segue la colpa ed è più tormentoso della morte, trascinò la disgraziata sua vittima sull’orlo di un fosso e, raccogliendo le sue forze, puntandosi disperatamente al suolo ve lo traboccò. Passarono alcuni mesi (…) e Carlo fu arrestato.
Tratto innanzi al tribunale Distrettuale di Cles, poi a quello Circolare di Bolzano, cominciò a negare. – Ma come con lui era coinvolto nell’accusa il proprio suo padre, che correva grave rischio di essere condannato ingiustamente, si lasciò piegare dalla pietà filiale e confessò ogni cosa. Gli toccò una pena terribile: la morte per capestro. Ma, come egli era stato umano col suo genitore, la grazia imperiale discese su lui, tramutò l’impiccagione nella condanna a vita, ed ora sconta il suo delitto nella casa di Pena di Gradisca.
Tristissimo era l’avvenire riserbato a Silvio, il figlioletto del condannato a morte. Fanciullo ancora avrebbe dovuto stentarsi un pane scarso ed amarissimo, venendo a fare in Italia lo spazzacamino; e nell’abbandono completo in cui si trovava, era certo che in lui avrebbe trionfato l’inclinazione al male, e che di delitto in delitto avrebbe finito col raggiungere il genitore.
Ma l’atto generoso del misero forzato, che, rivelando il proprio delitto, aveva salvato il genitore da una ingiusta accusa, non doveva restare senza premio anche su questa terra. E forse per quel tratto di pietà filiale la Vergine di Pompei gli dava la consolazione di veder salvato suo figlio e di vederlo strappato da una mano provvida all’imminente catastrofe.
Il reverendo parroco di Tassullo, Don Luigi Borghesi, tanto seppe insistere che Silvio fu ammesso in questo Ospizio; ed egli, in uno slancio di vera carità, volle accompagnare di persona il fanciullo e lo fornì di un abituccio nuovo. Pure, nel viaggio dal Triolo a Roma, fu sempre in tal movimento, si sospese
agli sportelli in tale maniera, che perdette cappello e cravatta, e fece dell’abituccio, che pure era costato al buon parroco qualche quattrino, un cerchio lurido ed in brandelli.
Dal Tirolo Silvio aveva portato seco una gran fame, una fame insaziabile, che al principio parve addirittura bulimia. Una doppia, una tripla razione gli bastavano appena, e messagli innanzi la vivanda, si affrettava a divorarsela tra il sospetto ed il timore che potesse restar senza cibo. – Chi sa, - si pensava a vederlo inghiottire con tanta voracità – quante volte aveva dovuto digiunare!
Il mattino, appena si destava, non apriva gli occhi e subito la mano correva ad afferrare sotto il guanciale un pezzo di pane. Ed ogni sera era bene attento a riserbare dalla sua porzione quel tozzo di pane che doveva essere il primo pensiero della sua giornata.
Quella era un’abitudine da non tollerarsi e sul principio si volle correggerlo. Ma senza il pane Silvio non chiudeva occhio e dava in tali smanie, che si aveva paura non ammalasse. Lo si lasciò fare, quindi, e poiché era inquieto e turbolento, ad ogni monelleria si minacciò di farlo andare a letto senza pane, una minaccia che gli strappava lacrime di notte. Similmente, ogni volta che lo si voleva premiare, gli si lasciava avere doppia porzione sotto il capezzale.
Perocché, nei primi tempi del suo arrivo, Silvio pareva addirittura incorreggibile: sembrava un lottatore e spiegava la massima solidità del pugilato.
Ai pugni frequenti accompagnava i calci e talvolta adoperava anche i morsi.
Ciò, segnatamente, avveniva, quando i suoi compagni non comprendendo il suo linguaggio ad essi straniero, tutto che italianizzato, ma pronunziato fra i denti, provavansi a ridere con aria di beffa. Ma una volta che al rapporto domenicale, alla presenza di parecchi visitatori, furono riferite tali cose a colui che scrive queste brevi notizie e che per volere della Provvidenza fa da padre ai Figli dei Carcerati, egli fece intendere al fanciullo che siffatti costumi paesani non si usavano in valle di Pompei. Lo esortò a smettere la triste abitudine e gli promise che in dono avrebbe ottenuto tre pezzi di pane sotto il guanciale (…).
Fanciullo, del resto, di una semplicità e di una innocenza infantile che incantavano, quando udì che alcuni suoi compagni erano ammessi alla prima Comunione, perché sapevano il catechismo alla perfezione, stabilì di essere anche lui tra quelli.
Cominciò a studiare in un modo tutto nuovo. Si sedeva in un canto, con innanzi il catechismo, coi gomiti poggiati sulla tavola, e con la fronte tra i pugni chiusi, contratti. E stringeva stringeva, quasi volesse per forza ficcare nel capo ciò che leggeva.
La sua tenacia venne premiata. Nella seconda domenica di Ottobre del 1896 Silvio Zenoniani fece la sua prima Comunione. Come era bello, quando fissava i suoi grandi occhi in volto a chi detta questi ricordi, udendolo parlare di Gesù Cristo che, Re dei re, Re della gloria, scendeva a bella posta dal cielo per venire ad albergare nel suo cuore. E quando sentiva che la Madonna, la Madre di Gesù era Lei che lo aveva chiamato a questo Tempio, al suo prediletto Santuario, per comunicargli il suo Figliolo divino. Allora il volto di Silvio appariva qual lucida fiamma e gli occhi limpidi pareva riflettessero tutto il candore dell’anima sua.
E da quel giorno un mutamento radicale ed improvviso si fece nel fanciullo ed ora egli è una delle più nobili speranze dell’Ospizio Educativo.
(Bartolo Longo, L’Istruzione a pro dei Figli dei Carcerati e l’Ospizio educativo, Valle di Pompei, Scuola Tipografica 1898, pp. 40-45). Ual è la conclusione?- LasciateliQual è la conclusione?
(A cura di Luigi Leone)


*Preghiera e lavoro i pilastri dell'educazione

Mentre affrontava, sul piano delle proprie idee, il confronto con le correnti positiviste del suo tempo. Bartolo Longo programmava e metteva in atto il suo progetto educativo a favore degli orfani della legge: contenuti, obiettivi, modalità del rapporto fra i docenti e ragazzi, la didattica operativa, gli strumenti idonei, i tempi occupati ed il tempo libero.
Si trattava, cioè, di seguire un metodo di lavoro: i giovani che egli accoglieva avrebbero dovuto essere educati ed educarsi, avendo come colonne portanti preghiera e lavoro.
Pensare ad apprendere in funzione del "saper fare", per conquistare progressivamente padronanza di mezzi, abilità creative che, mentre impegnavano alla realizzazione di un prodotto finito, che era l’espressione stessa delle loro personali capacità.
Quel metodo, che nel tempo ha allargato i suoi campi di attività, in rapporto al mutare delle richieste-esigenze delle nuove economie, rimane ancorato ancora oggi al principio che ogni settore ha una sua intrinseca ed insostituibile validità e tutti i settori, senza distinzione, richiedono quell’impegno etico che Bartolo Longo considerava basilare per essere se stesso ed operare pensando che ogni uomo è un valore nella sua stessa diversità, tessera necessaria per rappresentare l’umanità tutta.
Le officine dell’Ospizio, dove lavoravano gli apprendisti sarti o i falegnami o "lavoratori del libro"; la musica, che tutti gli ospiti delle opere avvicinavano, lasciando scoprire le loro vocazioni, restano un riferimento suggestivo, soprattutto mentre si insiste, oggi, sulla formazione preventiva e sul supporto da offrire agli studenti rispetto alle loro scelte occupazionali.
Dei concetti che regolano e determinano la educazione degli Orfanelli della legge, e del felice risultato derivato dalla loro costante applicazione, trattammo a lungo nel Discorso da noi pronunciato in occasione della solenne Festa Civile celebrata in questa Valle il dì dell’Ascensione del 1895.
Diremo qui solamente che il criterio cui s’informa l’educazione degli infelicissimi fanciulli raccolti nell’Ospizio, consiste nell’avvicendare con convenevole successione lavoro e preghiera.
In conseguenza, essi lavorano nella misura che a ciascuno è consentita dalla età, dallo stato di salute, dalla intelligenza più o meno svegliata; e dalla loro operosità ritraggono inestimabile profitto sia rispetto alla formazione del loro carattere e della loro coscienza morale, sia rispetto allo sviluppo del loro corpo e delle loro forze fisiche.
Nessuno tra i cento Orfanelli della legge rimane inoperoso. Ciascuno è avviato a quell’arte, a quel mestiere, pel quale è meglio disposto; e l’attività, il moto di tutti i giorni, di tutte le ore fa sì che nell’Ospizio regni sempre una letizia grande, un buon umore consolante, una fratellanza veramente ammirevole tra tanti fanciulli così differenti di natali, di patria e di condizioni.
Senza dire poi che l’appetito di questi piccoli divoratori se ne avvantaggia considerevolmente, con sommo nostro compiacimento e con rammarico dei cuochi e dell’economo, costretti sempre, qualunque sia la quantità del cibo apprestato, a ricorrere alle razioni supplementari.
Ma che volete?
A questa età quando si è sani e si è continuamente in esercizio, si divora con appetito insaziabile.
E poi, a mensa, ciascuno di quei piccolini è lietissimo, perché sente di aver meritato il pasto, di essersene reso degno col suo lavoro.
Intanto, nell’Ospizio si sono formate varie officine, nelle quali i fanciulli compiono il loro tirocinio ed imparano a procacciarsi il sostentamento col proprio lavoro. Attualmente sono perfettamente
coordinate le officine dei Sarti, dei Calzolai, dei Falegnami e quelle dei Lavoratori del Libro, tra cui sono compositori, impressori e legatori.
Molti fanciulli lavorano nella Tipografia, e già con molta sollecitudine ed esattezza. Ne è prova una nitidissima ed assai elegante pubblicazione illustrata, da loro egregiamente stampata sotto il titolo QUARANTA FIGLI DI CARCERATI.
Similmente corrette, nitide ed eleganti sono le PICCOLE LETTURE che essi stampano e che si danno a loro beneficio e di cui i volumetti messi fuori hanno meritato unanimi lodi da centinaia di giornali e sono assai ricercati dai bibliofili. Anche il presente libro è opera di questi Orfanelli della legge, che si vanno esercitando nella nobile arte della stampa.
Assai più numerosa è la sezione dei legatori, perché in essa sono allogati, in via di esperimento tutti i fanciulli, appena sono dichiarati idonei al lavoro, e da essa, secondo gli indizi che danno della loro capacità, passano ad altre arti e ad altri mestieri (…).
La Banda musicale
Tutti i fanciulli che sono nell’Ospizio, meno, s’intende, quelli che vi sono assolutamente negati, studiano la musica. Desideravamo, in principio, che la divina arte dei suoni fosse per loro un mezzo e non già un fine: bastava che concorresse a disciplinare e ad inseguire i piccoli Orfanelli, e più tardi, al tempo del servizio militare, loro procacciasse qualche vantaggio, facendo ammetterli come bandisti nei concerti musicali dell’esercito.
Ed anche ora la musica è nell’Ospizio come uno svago, come una ricreazione: nessun fanciullo è da essa consacrato completamente.
Ad onta di ciò, e malgrado questi piccini abbiano impreso lo studio musicale a date diverse, secondo sono entrati nell’Ospizio, nondimeno è stato possibile riunire i più provetti e formarne una banda (…).
Come abbiamo detto poco sopra, i piccoli virtuosi che costituiscono questa Banda – delizia della cittadinanza valpompeiana e degli innumerevoli visitatori del Santuario – non cessano di esercitare l’arte o il mestiere che a ciascuno di essi è assegnato.
E sì che alcuni di loro sono giunti a tale perfezione artistica, che, con la guida di valente maestro, hanno intrapreso lo studio del contrappunto; e nella grande festa Civile del Maggio 1897 ed in quella del 1898, Emmanuele De Carolis da Ascoli Satriano e Antonio Iannone da Mercato San Severino hanno dato belle prove della loro valentia, eseguendo al pianoforte ed all’Armonium scelti e difficili pezzi. Grandi sono la bontà e la virtù di questi due Orfanelli, ma il secondo, specialmente, merita di essere conosciuto, specialmente, merita di essere conosciuto.
La squisitezza dell’animo, la sensibilità del cuore, la spontanea pietà religiosa sono in lui tali, che, per consenso unanime di quanti lo conoscono, egli è stato dichiarato l’Orfanello dal cuore di artista.
Antonio Iannone
Questo fanciullo, da Mercato San Severino, non solo è buono e intelligente, ma è ricco altresì di tante grazie e di tante delicate gentilezze, che non lo si direbbe figlio di un galeotto, ma di un gran signore: Egli, come si è detto, riesce singolarmente nella bella arte dei suoni; ma ciò non impedisce che si consacri con la massima diligenza e solerzia anche all’esercizio della sua arte di tipografo compositore, e vi faccia ogni di maggiori profitti.
Ciò che in lui è soprattutto notevole è la facilità di commuoversi al dolore altrui; una delicatezza di animo che gli si rispecchia bellamente negli occhi ingenui e nei lineamenti gentili.
Giuoca con i suoi compagni alle nocciole e vince.
Ebbene, non si può fare a meno di dare ascolto al generoso sentimento del cuore, che lo avverte di aver cagionato al suo amico un gran dolore. Non sa resistere al dispiacere di vederlo accorato e col broncio. Pertanto gli si avvicina, e lesto, con quel suo garbo tutto semplicità, gli restituisce la posta della partita.
- Sono due nocciole! – si può obiettare: - ma quanto dicono quelle due nocciole! Sono così fatti i ragazzi che, quando per un abile giro di mano dell’avversario perdono qualcuna di queste miserabili ricchezze, sulle quali chi sa quante speranze avevano collocate, si addolorano, si accorano, giungono a piangere dirottamente.
E non mancano di quelli che guadagnano al gioco, e conservano, accumulano le spoglie opime con una premura e con un’avidità tali, che finiscono per meritare qualche rabbuffo.
Assai diversamente agisce Antonio (…).
Noi ci avvedemmo della sua estrema bontà sin dai primi giorni della sua venuta. Una sera – era di Giovedì Santo – dopo avere assistito alle meste funzioni con cui la Chiesa, immersa nel lutto, piange la morte del Divin Redentore, gli Orfanelli ci furono tutti intorno, pregandoci di narrar loro qualche tratto della Passione di Gesù.
E noi che di tutto ci valiamo per istillare nei loro animi sani principi e per suscitarvi buoni sentimenti, non ce lo facemmo dire due volte, e cominciammo a raccontare l’ultimo giorno di Gesù.
Allorché si giunse allo spergiuro di Pietro, quando Gesù, uscendo dal Sinedrio, rivolse al discepolo che lo aveva rinnegato poc’anzi, uno sguardo così profondo e tenero che Pietro non seppe più reggere ed
uscì fuori e pianse amaramente; vedemmo che il piccolo Antonio ascoltava ben diversamente dagli attenti suoi compagni.
A lui difatti silenziosamente pendevano dagli occhi due grosse lacrime, mentre con la più viva attenzione dipinta sul viso fatto pallido dalla commozione, procurava non perder sillaba della pietosa storia (…).
Sicché non è difficile comprendere quante consolazioni egli ci procuri con la sua condotta, col suo profitto, e con quale effusione noi benediciamo sempre alla carità di coloro, i quali ci hanno dato modo di custodire gelosamente la virtù di questo Orfanello che, senza la loro beneficenza, sarebbe stato ineluttabilmente avvolto e stritolato tra le spire invincibili del bisogno.
Chiunque viene a visitare l’Ospizio Educativo Bartolo Longo nelle mattine di Giovedì e di Domenica resta meravigliato e intenerito oltremodo nel vedere seduti al Pianoforte i due piccoli Pianisti, Figli dei Carcerati, che con tanta precisione ed espressione suonano un pezzo a quattro mani.
Essi sono: Emmanuele De Carolis e Antonio Iannone: dai loro volti e più dagli occhi dolcissimi fanno intravedere e sperare due futuri artisti.     
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       (da Bartolo Longo: L'istituzione a pro dei Figli dei Carcerati e l'Ospizio educativo, pp 53-60. Valle di Pompei - Scuola Tipografica 1898)
(A cura di Luigi Leone)


*I principi educativi di Bartolo Longo

Fra i punti sui quali Bartolo Longo incentra le modalità del suo metodo pedagogico ne incontriamo due – preghiera e lavoro – che egli dimostra essere aspetti e momenti coessenziali al processo di sviluppo naturale ed internazionale di ogni essere umano, tanto più necessari ed irrinunciabili quando, come nel suo caso, si tratta di affrontare problemi etico-sociali, la cui natura si collega alla fede ed alla fattività creativa.
Al rapporto ed alla funzione di tali concetti Bartolo Longo dedica ripetutamente le sue
riflessioni dirette e/o affidate alla penna: siamo di fronte a considerazioni che, seppure inizialmente riservate ai "diversi" accolti a Pompei, costituiscono, rivedendole oggi, una singolare anticipazione rispetto alla pedagogia della persona ed allo stesso attuale progressivo interesse formativo come prospettiva dell’orientamento professionale, mentre il tutto va di pari passo con l’imponente partecipazione del mondo giovanile alla lettura ed alla pratica del messaggio cristiano nello stesso mondo del lavoro.
Su preghiera e lavoro il Longo si esprime a Pompei "ampiamente e con diligenza" nel discorso pronunciato nella "grande festa anniversaria del maggio 1895", mentre ne parla al mondo nelle sue risposte ai quesiti del Congresso Penitenziario Internazionale di Bruxelles".

Tra gli elementi che costituiscono l’impianto fondamentale dell’impegno educativo del Fondatore di Pompei, due, soprattutto, furono additati dal Longo stesso come pilastri essenziali e insostituibili di ogni processo formativo.
Ci riferiamo alla preghiera e al lavoro e sulla sua funzione Bartolo Longo dedica ripetutamente la sua riflessione.
Nel presentarvi due anni or sono i primi quindici fanciulli Figli di Carcerati, vi dissi che la Scuola Positiva esagerava nel travedere in questo Ospizio di figli di delinquenti un covo di belve. E risposi, difendendomi dagli attacchi avuti, che non solamente è possibile la educazione dei nati delinquenti, ma ancora io ho la speranza di conseguirla, anzi con animo deliberato la intraprendeva. E gettava nella medesima ora le basi del novello Istituto, dichiarando quali erano i principii educatori di questa sorta di fanciulli.
– Due elementi, - io dissi, - due elementi educatori noi metteremo in opera per educare alla rettitudine e all’onestà fanciulli allevati nell’abbandono della miseria e dell’ignoranza: Lavoro e Preghiera (…).
La forza della Preghiera Cattolica
(…). Ma prima di riassumere le mie argomentazioni, conviene che sormonti un altro errore, e che diradi la nebbia che oscura taluni intelletti.
La forza della preghiera non proviene esclusivamente dall’intelligenza di chi prega, altrimenti il più intelligente, il più dotto, avrebbe maggior merito innanzi a Dio; e per contrario, l’ignorante, l’operaio,
il medico, l’analfabeta, quantunque animato da pari affetto e dalla medesima fede, che scapiterebbe innanzi all’Eterno. Ma no.
La forza della preghiera procede da una virtù misteriosa che viene da Cristo. I Teologi la chiamano grazia.
Togliamo un esempio da cosa familiari.
Un fanciullo che chiude nella sua mano un marengo, e crede di stringere un soldo, quando andrà a spenderlo troverà che non un soldo egli possedeva, ma si invece quattrocento soldi.
Il figlio del positivista ha una fede di Banco, un ordine di pagamento scritto in una lingua a lui ignota sopra una casa straniera. Egli poco sa leggere e niente comprende quell’ordine, ma pure allo sportello dei Banco riscuote mille scudi.
Così la preghiera innanzi a Dio, per esempio, il Pater, tuttoché mal pronunziato dal popolo o dal bambino, vale a cento doppi; perché quella lingua ben la intende il Banchiere Celeste.
Anzi Egli stesso ha insegnato questa preghiera agli uomini, e vuole che si dica così, anzi la esige, perché l’uomo deve a Dio per primo dovere l’adorazione; e un atto di adorazione e la preghiera.
Chi è mezzanamente istruito nelle cose di fede, sa che la preghiera non è solamente la domanda che si fa a Dio, ma la soddisfazione del debito della creatura verso il Creatore.
Questo debito si esercita con gli atti di adorazione, di desiderio, di lode, di ringraziamento al Fattore di tutte le cose. E quando il fanciullo ripete quella preghiera: Padre nostro che sei nei cieli, adempie a tutte le condizioni che il Creatore ha imposte alla sua creatura e come suddito e come figliolo.
Alcuni dei positivisti qui potrebbero solamente insorgere e protestare:
- Noi non crediamo né a Dio né alla forza della preghiera.
- Allora, noi rispondiamo, con quella libertà che vi dà il diritto di affermare la vostra opinione atea, per quella medesima libertà dovete concedere a me il diritto di affermare e dichiarare la mia opinione di credente.
Molto più che la mia non è una semplice opinione come la vostra, ma è una verità difatti, e di fatti compiuti che forma appunto il mio segreto che ho promesso rivelarvi.
Il lavoro Cristiano
Ritornando un passo indietro, rispondiamo al nostro positivista sulla questione del lavoro, come mezzo educativo.
Ma lo dite voi in buona coscienza che il lavoro non torna di nessun utile all’educazione dei fanciulli ed al ravvedimento dei condannati?
A noi pare tutt’altro.
Il lavoro, secondo la nostra scuola, è essenzialmente educatore (…).
Noi non facciamo consistere l’educazione solamente nel pregare, ma nel pregare e nel lavorare.
Il lavoro nobilita l’uomo; la preghiera lo santifica.
Il lavoro compie la legge naturale. Che è legge divina: tu ti ciberai del pane bagnato dal sudore della tua fronte.
Tutto è lavoro in natura, ed è legge di movimento: guai se si arrestasse questo lavorio continuo e questo movimento (…). Ciò permesso, affermino che il lavoro, essendo precetto di Legge naturale, è perciò un elemento essenziale educativo che perfeziona l’uomo, perché ogni legge eseguita è perfezione dell’essere.
Il lavoro frena l’istinto del vagabondaggio.
Educa alla pazienza, all’obbedienza, al rispetto dei superiori e delle autorità.
Emancipa l’uomo dalla schiavitù e dal servaggio. Rende l’uomo veramente libero. L’uomo che lavora, cambia città, muta domicilio, emigra in altri regni, egli è libero: il lavoro è sorgente di vera libertà.
Il lavoro è sorgente altresì di benessere sociale.
Sopprime una piaga sociale, che è l’accattonaggio.
La famiglia dell’operaio, che vive con il lavoro, è onesta; laddove l’operaio che non lavora, si impoltrisce nell’ozio è il padre dei vizi.
Il lavoro è causa di economia domestica. L’operaio, che sa quanto sudore costa quella lira, non la spende in piaceri colpevoli, ma la riserba per sé e per la sua famiglia.
Il lavoro è sorgente di pace e di unione domestica. L’operaio, che non lavora, va alla bettola, alla cantina, batte la moglie ubriaco, fa piangere e disperare i figli, e per far danari commette furti ad assassini.
5° Il lavoro nobilita l’uomo (…).
Il lavoro è Preghiera
Ma vi è di più. Il lavoro è elevato a preghiera. Il lavoro soddisfa tanto la legge naturale quanto la legge divina: col sudore della tua fronte mangerai il pane.
L’adempimento della legge di Dio è merito e preghiera insieme.
La preghiera è l’elevazione dell’anima a Dio; e l’operaio, che lavora, eleva la sua anima a Dio, unendo il suo lavoro con quello del Dio fatto uomo; e l’offre per adempimento della legge di Dio, che impose il lavoro all’uomo, e come mezzo di sostentar la vita, e come soddisfazione delle proprie colpe.
Sicché, mentre che il suo corpo lavora, il suo spirito si solleva da questa bassa sfera, e si congiunge con gli Angeli del cielo, che sono intenti all’adorazione, alla lode, al culto del re dell’universo.
Così la preghiera innalza il lavoro sino a farlo diventare divino, unendo il proprio lavoro col lavoro di dio fatto Uomo (…).
Riassumiamo.
Il lavoro elevato a preghiera è fonte di meriti e di perfezionamento dell’uomo.
La perfezione della vita sta nel fine che si propone l’intelletto dell’uomo in tutte le sue azioni.
Ora l’uomo diventa perfetto, quando lavora:
Perché adempie la legge del lavoro imposta da Dio; e chi adempie la legge è perfetto.
Perché ci assomigliamo al Figliolo di Dio, che visse lavorando; e il conformarsi al tipo perfetto, che è il Dio Uomo, e il sommo di ogni perfezione.
Perché il lavoro è sorgente di benessere nella famiglia, nella patria, nella nazione.
Perché è origine di felicità, di pace domestica.
Concludo: il lavoro è elemento educatore quando è unito alla preghiera.
(Bartolo Longo: Il Triplice Trionfo della Istituzione a pro dei figli dei Carcerati – seconda edizione – Valle di Pompei, 1922 – pp. 56, 62-65) Per la educazione morale e civile dei figli dei carcerati, Pompei 1894, pp. 15-20)
(A cura di Luigi Leone)


*Moralizziamo le Carceri!

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                                                                                                                                                                                                                                                   (da Bartolo Longo: L'Ospizio educativo per i Figli dei Carcerati in Valle di Pompei e la moralizzazione delle carceri. Scuola Tipografica Pompei 1901, pp. 97-99)
(A cura di Luigi Leone)


*I xxx

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                                                                                                                                                                                                                                                   (da Bartolo Longo, Per la educazione morale e civile dei figli dei carcerati, Pompei 1894, pp. 15-20)
(A cura di Luigi Leone)


 
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