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Città dell'Amore

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*Pompei Città dell'Amore - Le Opere di Carità del Santuario
Chi siamo!
Pompei Città dell’Amore - L’emergenza educativa: un problema di sempre
Ci sono ragazzi ai quali la vita rende difficile o quasi impossibile crescere, studiare, giocare, vivere. Questi ragazzi, vittime di abbandoni familiari, del degrado sociale, orfani di uno o di entrambi genitori, a volte costretti a vivere per strada, o comunque in situazioni di disagio economico e sociale, non possono andare a scuola come gli altri, devono lavorare invece che giocare, hanno "amici" che spesso li inducono a fare errori e cose sconsiderate senza valutarne le conseguenze. Quotidianamente questi bambini e questi ragazzi sono esposti ai pericoli della strada, di una vita senza punti di riferimento e alla violenza di chi non ha rispetto della loro purezza e innocenza, tutto ciò permea le loro esperienze e il loro vissuto soggettivo, un vissuto che diventa ogni giorno più difficile da rimuovere.
Questa realtà determina numerose difficoltà che impediscono a questi giovani di accedere a normali percorsi educativi e formativi e minano pesantemente la loro crescita morale e spirituale. Tanto più le condizioni di questi bambini e ragazzi sono precarie e instabili, tanto più essi saranno preda di violenze, abusi, soprusi, ingiustizie e pericoli.
Il processo educativo è, dunque, uno dei principali strumenti attraverso cui arginare questi fenomeni di degrado sociale e ridare una speranza di vita migliore a questi giovani privi di futuro.
Questa è un’esigenza di tutti i tempi, un’esigenza che non fa distinzione di Nazioni, razze, religioni.
Dunque, la costruzione di una società libera e in Pace, nasce proprio da qui.
Questo è ciò che è accaduto a Pompei, dove l’esigenza di educare e formare i giovani si è sentita fin dalla città stessa. E a intuire tutto ciò è stato un avvocato, un laico, poi diventato Beato, che ha fondato una città, un santuario e numerose opere di carità che ancora oggi offrono una casa, l’educazione e l’amore a tanti bambini e ragazzi che provengono da difficili situazioni di disagio economico e sociale. L’artefice di tutto questo è il Beato Bartolo Longo, colui che ha dato vita alla Nuova Pompei.
In oltre cento anni di vita, le Opere Sociali realizzate dal Beato Bartolo Longo hanno accolto, preparato alla vita ed al lavoro, migliaia e migliaia di ragazzi e ragazze: certamente oltre centomila ad iniziare dal 1886.
Il Fondatore del Santuario di Pompei, fin dal 1886, diede vita ad un grandioso progetto di carità indirizzato agli afflitti, agli emarginati e ai poveri del suo tempo. In particolare, la sua opera mirava ad offrire accoglienza, educazione e amore all’infanzia orfana o abbandonata e dunque priva di punti di riferimento familiare per la propria crescita umana e sociale. Allargò in seguito. La sua azione benefica puntando soprattutto ai casi più difficili di allora, quali i figli e le figlie dei detenuti. Così, accanto agli asili sorti nel 1886, gli oratori per il catechismo e alle "Case operaie", del 1887, Bartolo Longo costruì tre Istituti per ospitare i minori disagiati del suo tempo. Nel 1887, vide la luce l’Orfanotrofio Femminile che accolse le fanciulle orfane ed abbandonate, salvaguardandole dai pericoli provenienti dalla loro situazione di miseria materiale e morale. Il Fondatore ne affidò la direzione alle Suore Domenicane "Figlie del Santo Rosario di Pompei". Con lo stesso scopo, Bartolo Longo fondò, nel 1892, l’Ospizio per i figli dei carcerati, affidandone la direzione ai Fratelli delle scuole Cristiane.
Nel 1922, pochi anni prima della sua morte, diede vita a "L’ultimo voto del cuore", come lui stesso lo definì: l’Ospizio per le figlie dei carcerati che affidò alle cure amorevoli delle stesse Suore.
Sempre pronte a cogliere i segnali ed a rispondere alle necessità provenienti dalle fasce deboli della società, negli anni ’60, le opere del Beato cominciarono a subire le prime trasformazioni, resesi necessarie a seguito dell’evolversi della società e dei nuovi bisogni emergenti, così da modificarne la tipologia e il numero di utenti.
Inoltre, per far fronte alle nuove esigenze educative e scongiurare il nascere di forme di emarginazione sociale, alcuni locali dell’Orfanotrofio e dell’Ospizio furono adibiti all’uso scolastico.
I cambiamenti si sono susseguiti nel tempo, in modo continuo e costante, fino ai tempi più recenti, durante i quali, anche a seguito delle norme introdotte in materia, nuove e profonde trasformazioni sono state apportate alle Opere sociali fondate dal Beato, dando vita a strutture in grado di offrire ogni tipo di accoglienza e di supporto indispensabile alle necessità che, di volta in volta, l’emergenza educativa presentava.

L’ideale pedagogico di Bartolo Longo
"Ho già detto che la Carità, nel senso più largo della parola, cioè l’amore, deve essere la base, deve essere la base, il fondamento di ogni sistema pedagogico che voglia pervenire a sicuri e lodevoli risultati; e aggiungo ora, che con l’amore e per l’amore si ottiene educato il fanciullo. Ancorché incorreggibile, o come dicono, delinquente nato. Fategli comprendere che lo amate, perché è sventurato; che lo educate solo perché lo amate; ed egli vi amerà, e per amore si sforzerà di corrispondere alle assidue e amorevoli cure che voi spendete per educarle. E voi troverete nei fatti che la Carità supera tutti i mezzi suggeriti dalla pedagogia e dalle Scienze; e nel campo didattico, come in qualsiasi altro, assicura vittorie certe, grandi e definitive.
Però la carità, come ho provato altre volte, non è nemica della Scienza.
Quindi se io pongo la carità a base dell’Educazione di fanciulli reietti e nati male, non escludo verun ritrovato della scienza e segnatamente della Pedagogia, che è destinata a formar l’Uomo, e quindi è la più ardua com’è la più importante tra le scienze. Ma dico solo che il fondamento di ogni educazione è l’amore cristiano". (Bartolo Longo, "Il Triplice Trionfo della Istituzione a pro dei Figli dei carcerati", Pompei, 1895, pp. 66-67).
Attraverso le parole del Beato Bartolo Longo emerge chiaramente il suo ideale pedagogico, la sua fiducia nell’amore come principio educativo e nella carità come mezzo per arrivare a rendere migliore la vita dei minori in difficoltà che, come tutti, hanno il diritto di crescere circondati dall’affetto e dalle cure di chi si occupa di loro.
Sulle orme di Bartolo Longo
Bartolo Longo si spegne il 5 ottobre del 1926. Da quel giorno tutte le opere realizzate in vita dal Fondatore devono essere portate avanti senza di lui. La società, nel contempo, si va trasformando ed evolvendo e il criterio ispiratore degli interventi sociali deve essere adeguato al processo di modernizzazione.
Nel corso degli anni, dunque, subiscono mutamenti e trasformazioni per essere adattati alle diverse emergenze sociali. Le realtà caritative realizzate dal Fondatore, che sono nate e si sono sviluppate secondo un percorso socio-pedagogico che ha costantemente tenuto fede al suo carisma originario, attraverso la loro storia, raccontano i cambiamenti della società in questi 120 anni.

Le opere sociali oggi
Oggi tutti i progetti di carità realizzati da Bartolo Longo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, hanno subito notevoli trasformazioni, soprattutto a seguito dell’evoluzione legislativa che ha interessato il campo dell’assistenza sia nei confronti dei minori abbandonati o in gravi difficoltà economiche e sociali, che degli orfani.
È a partire dagli anni ’70 che le norme legislative regionali e regionali hanno previsto nuovi assetti organizzativi nel campo educativo e in quello sanitario e sociale. La più grande trasformazione ha riguardato proprio il progetto "Istituto".
Questo tipo di struttura, dotato di un’organizzazione e di un’identità definita, rispondeva all’esigenza di assistere orfani, abbandonati o mentalmente deboli.
Ma ben presto, nonostante ciò, si cominciò a dubitare della sua efficienza, nonché delle gravi perdite economiche che causava allo Stato.
La delibera regionale del 25 giugno del 1992, rifacendosi alla legge n. 698 del dicembre 1975 che trasferiva alle Regioni i poteri di vigilanza e controllo su tutte le istituzioni pubbliche e private di
assistenza ai minori, stabiliva altresì i requisiti organizzativi, strutturali e pedagogici necessari per l’autorizzazione al funzionamento.
Tra le forme di accoglienza, oltre alla comunità di tipo familiare e alla comunità alloggio, era prevista quella dell’istituto educativo-assistenziale con un massimo di 40 posti.
A seguito di questa delibera, nel 1997, l’Orfanotrofio Femminile venne trasformato in "Centro Educativo Beata Vergine del Rosario", suddiviso in diverse comunità di accoglienza, ognuna con una propria autonomia.
Nel 2000, con la legge n. 328, gli Istituti-Comunità scomparvero del tutto e vennero previsti solo "interventi di sostegno per i minori in situazioni di disagio tramite il sostegno al nucleo familiare di origine e l’inserimento presso famiglie, persone e strutture comunitarie di accoglienza di tipo familiare".
Inoltre la stessa legge prevedeva ancora che "i servizi e le strutture a ciclo residenziale destinati all’accoglienza dei minori devono essere organizzati esclusivamente nella forma di strutture comunitarie di tipo familiare".
Con la legge n. 149 del 2001 è stata poi modificata la disciplina sull’adozione e sull’affidamento dei minori, prevedendo che la comunità di tipo familiare fossero solo abitazioni "di passaggio" per il minore che, al più presto, doveva essere adottato e doveva ritornare, qualora fosse possibile, presso la famiglia di origine.
Infine, entro il 2006, "il ricovero in istituto doveva essere superato mediante affidamento ad una famiglia e, ove ciò non sia possibile, mediante inserimento in una comunità di tipo familiare
caratterizzata da organizzazione e da rapporti interpersonali analoghi a quelli di una famiglia".
Le trasformazioni introdotte dalla vigente normativa in materia non hanno tuttavia intaccato l’eredità longhiana, e i principi di carità e solidarietà del Fondatore in materia di accoglienza e assistenza ai minori in difficoltà, integralmente recepiti, sono stati attualizzati e adeguati alle presenti esigenze sociali.
Attualmente le forme di accoglienza e le relative strutture adeguate allo scopo, gestite e amministrate dal Santuario di Pompei, sono: il Centro "Beata Vergine del Rosario" suddiviso in diverse comunità, ognuna dotata di un regolamento autonomo, e il Centro "Bartolo Longo", suddiviso in "Centro di Accoglienza Oratoriale semiresidenziale" e "Polo Scolastico. Ciascuna di queste strutture si articola, a sua volta, in più interventi rivolti a fasce diverse.
Il Centro Educativo "Beata Vergine del Rosario" racchiude al suo interno la "Casa Emanuel", il Centro Polifunzionale Diurno "Crescere Insieme", il Centro di Ascolto "Myriam", il "Movimento per la Vita e Centro di Aiuto alla Vita", la comunità di tipo familiare "Giardino del Sorriso" e il "Gruppo Appartamento".
Le équipe educative dei nostri centri sono, dunque, impegnate e coinvolte in prima persona accanto ai minori e in stretta collaborazione con i servizi sociali territoriali, valutano i nuovi e possibili ingressi in struttura, elaborano e concordano il progetto educativo individuale, attuando percorsi per potenziare l’autostima e l’autonomia di ciascun minore.
Grande attenzione è rivolta poi alla famiglia di provenienza e pertanto, periodicamente, sono previsti incontri collettivi e colloqui individuali con i genitori.
Le finalità che i Centri Educativi del Santuario si propongono mirano a: dare un concreto aiuto alla famiglia mediante il potenziamento della capacità genitoriali; fornire ai minori un contesto educativo favorevole allo sviluppo della crescita psicofisica; recupero scolastico; favorire la socializzazione fra i minori e l’apertura al contesto del gruppo e della comunità. È prevista periodicamente la consulenza di psicologi, logopedisti e scambi informativi con la scuola.
Lo stile di vita dei nostri centri diurni si caratterizza per un’organizzazione di vita di tipo familiare e lo stesso metodo educativo riprende in pieno i sentimenti di amore e carità del nostro Fondatore.
(da: Il Rosario e la Nuova Pompei - Gennaio/Febbraio 2010)

*Le origini

Le Case dipendenti dal Santuario
Vediamo quali sono le case presso cui lavorano le Suore “Figlie del Santo Rosario di Pompei” e che dipendono direttamente dalla Prelatura di Pompei. Partiamo dal 1887 per giungere ai giorni nostri, con la presenza delle Suore anche nelle comunità parrocchiali.
Il Fondatore del Santuario di Pompei, fin dal 1886, diede vita ad un grandioso progetto di carità indirizzato agli afflitti, agli emarginati e ai poveri del suo tempo. In particolare, la sua opera mirava ad offrire accoglienza, educazione e amore a tutti i bambini e ragazzi orfani o abbandonati che, quindi, non avevano punti di riferimento familiari per la propria crescita umana e sociale. Allargò, in seguito, la sua azione benefica puntando soprattutto in casi più difficili di allora, quali i figli e le figlie dei detenuti. Così, vicino agli asili sorti nel 1886, agli oratori per il catechismo e alle "Case operaie", DEL 1887, Bartolo Longo costruì tre Istituti per ospitare i minori disagiati del suo tempo.
Nel 1887, vide la luce l’Orfanotrofio Femminile che accolse le fanciulle orfane ed abbandonate, salvaguardandole dai pericoli provenienti dalla loro situazione di miseria materiale e morale. Il Fondatore ne affidò la direzione alle Suore Domenicane "Figlie del Santo Rosario di Pompei".
Esempio personale, istruzione, esortazioni, carità, pazienza, tolleranza e fermezza senza durezza, erano i punti di un orientamento educativo che si ispirava ai principi evangelici della pedagogia cristiana.
Con lo stesso scopo, Bartolo Longo fondò, nel 1892, l’Ospizio per i figli dei carcerati, affidandone la direzione ai Fratelli delle Scuole Cristiane.
Nel 1922, pochi anni prima della sua morte, fondò "l’ultimo voto del cuore", come lui stesso lo definì: l’Ospizio per le figlie dei carcerati che affidò alle cure amorevoli delle stesse Suore.
Le prime trasformazioni
Negli anni ’60, l’allora Vescovo di Pompei, Mons. Aurelio Signora, per evitare che le figlie dei carcerati venissero emarginate ed additate come figlie di delinquenti, volle fondere l’Orfanotrofio e l’Ospizio Sacro Cuore, destinando l’uno all’accoglienza delle alunne di Scuola Materna, Scuola Media, Scuola Superiore e Scuola Professionale e l’altro alle bambine della Scuola Elementare e ai maschietti della Scuola Materna. Nel 1966, si operò una divisione anche all’interno dell’Istituto Bartolo Longo. I maschietti della Scuola Elementare, finora affidati ai Fratelli delle Scuole Cristiane, furono trasferiti nei locali dell’IPSI (Istituto per la Specializzazione Industriale), in onore di una benefattrice del Santuario, ed affidati alle cure delle Suore, pensando che, per bambini di così tenera età, esse fossero più adatte a sostituire la figura materna.
Ancora Mons. Signora, nel 1973, inaugurò una struttura per il Seminario, che in seguito, fu in grado di ospitare anche i bambini dell’Istituto "Assunta Ponzo".
Negli anni ’80, i quattro Istituti pompeiani ospitavano complessivamente circa 600 alunni.
In seguito, con l’evolversi della società e i nuovi bisogni emergenti, anche la tipologia e il numero degli utenti cambiarono completamente.
Un nuovo aspetto legislativo
Questa trasformazione impose un’approfondita riflessione. Negli anni ’90, il Santuario promosse corsi di aggiornamento per le educatrici e gli educatori.
In questo stesso periodo anche la legislazione riguardante le strutture per l’accoglienza dei minori cambiò. A seguito di una legge regionale del 1994, che prevedeva strutture con non più di quaranta minori, si decise di ristrutturare l’Orfanotrofio Femminile creando un’alternativa educativa specifica, adeguata ai dettami della nuova legislatura. Nel settembre del 1994, furono così avviati i lavori di ristrutturazione e le alunne dell’Orfanotrofio furono trasferite in parte all’Istituto "Assunta Ponzo", rimanendovi fino all’agosto del 1997, anno in cui fu inaugurata la nuova struttura.
La stessa denominazione "Orfanotrofio Femminile" fu trasformata in Centro Educativo "Beata Vergine del Rosario", strutturata in quattro comunità autonome: comunità "Angeli custodi" che accoglieva bambini e bambine di scuola materna; comunità "Marianna De Fusco" per l’accoglienza di ragazze di scuola superiore; comunità "Nuova Eva" e comunità "Arcobaleno" per le ospiti di Scuola Media e Scuola Elementare.
Anche gli altri Istituti cambiano denominazione, l’Istituto "Sacro Cuore" divenne Centro Educativo "Sacro Cuore" con, all’interno, tre comunità femminili di Scuola Elementare: comunità "Santa Maria Goretti", comunità "Nazareth", comunità "Santa Teresa del Bambin Gesù".
L’Istituto !Assunta Ponzo" divenne Centro Educativo "Assunta Ponzo", con tre comunità maschili di Scuola Elementare: comunità "Shalom", comunità "Simpatia" e comunità "Nuovi orizzonti".
Anche l’Istituto "Bartolo Longo" divenne Centro Educativo "Bartolo Longo", con quattro comunità maschili di Scuola Medi9a e Istituto Professionale: comunità "San Giuseppe", comunità "Sacra Famiglia", comunità "Angeli Custodi" comunità "San Domenico",
Nello stesso anno, 1997, il Centro Educativo "Assunta Ponzo" fu trasferito presso il Centro Educativo "Sacro Cuore" le cui ospiti vennero progressivamente trasferite presso le comunità
del Centro Educativo "Beata Vergine del Rosario".
Verso la chiusura degli Istituti
Nell’anno scolastico 2000/2001 il calo numerico degli ospiti dei diversi centri fu notevole. Nel 2000, infatti, la legge quadro 328/2000 per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali, prevedeva "… interventi di sostegno per i minori in situazione di disagio tramite il sostegno nucleo familiare di origine e l’inserimento presso famiglie, persone e strutture comunitarie di accoglienza di tipo familiare e per la promozione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza".
Inoltre, per favorire la deistituzionalizzazione, la medesima legge prevedeva la chiusura degli Istituti entro il 31 dicembre 2006 e la trasformazione dei servizi e delle strutture a ciclo residenziale nella forma di strutture comunitarie di tipo familiare.
Nasceva così l’esigenza di avviare un percorso di evoluzione e trasformazione dei Centri Educativi del Santuario sia come risposta agli ultimi interventi legislativi sia come bisogno di compiere quel salto ideologico che portava al superamento definitivo della logica dell’Istituto, prevista anche dalla legge 149/2001, recante modifiche alla precedente legge (184/83) sull’adozione e affidamento dei minori.
Far mutare nuove iniziative significava dare alle opere del Beato Bartolo Longo continuità nel tempo, adeguandole ai continui mutamenti del contesto sociale e culturale. È esperienza condivisa che, l’inserimento di un bambino in una comunità di tipo familiare, piuttosto che in una grande struttura, abbia degli esiti positivi sul suo sviluppo psico-affettivo.
Nasceva così, il 6 novembre 2000, la Comunità di tipo familiare "Giardino del Sorriso", che ha avuto come prima sede il Villino Squillante, ubicato in via Plinio. Successivamente, il 30 ottobre del 2003, la comunità fu trasferita in via Arpaia, luogo dove ebbe inizio la missione del Beato.
L’impegno continua
L’opera del Beato Bartolo Longo in favore dei bisognosi continua ancora oggi, pur cambiando nelle forme e ampliando il numero dei destinatari. I poveri, di ogni genere, età e condizione sociale, accolti qui a Pompei sono le vere stelle che circondano la Vergine del Rosario.
Le realtà caritative pompeiane si sono, infatti, trasformate nel tempo, adeguandosi alle esigenze dell’infanzia e all’evoluzione del sistema normativo che le regola, ma, anche, per offrire risposte adeguate alle nuove povertà e alle nuove emergenze sociali. Sono nate, dunque, affiancandosi a quelle esistenti, nuove case di accoglienza che, assumendo sempre più la veste di veri e propri nuclei familiari, hanno dato alle opere costruite in origine da Bartolo Longo continuità nel tempo, adeguandole ai continui mutamenti del contesto sociale e culturale.
Attualmente sono operativi due centri diurni, "Crescere Insieme" e "Bartolo Longo", che grazie all’impegno delle Suore Domenicane Figlie del santo Rosario di Pompei, fondate dallo stesso Longo, e ai Fratelli delle scuole Cristiane di San Giovanni Battista de la Salle, accolgono in semiconvitto circa 200 ragazze e ragazzi, tra i 6 e i 18 anni, offrendo loro non solo cibo ed istruzione, ma attività quali doposcuola, musica, ceramica, sporto, teatro, danza.
Nella "Casa Emanuel" vengono accolte ragazze madri, donne sfuggite a situazioni di violenza familiare e donne immigrate. Molto attivo anche l’ambulatorio materno infantile per famiglie disagiate, gestito dalla Confraternita di Misericordia, che offre visite mediche gratuite.
Il Centro di Aiuto alla Vita e Movimento per la Vita operano a tutela della maternità e
dell’accoglienza della vita, assistono e sostengono i sofferenti e difendono la vita umana sin dal suo concepimento e in tutto l’arco del suo sviluppo fino alla morte naturale.
Il Consultorio Familiare "San Giuseppe Moscati" è un vero e proprio laboratorio di formazione, prevenzione e servizio di consulenza a tutela e sostegno della famiglia e della persona, dal concepimento al tramonto naturale della vita.
Nelle ex case operaie, poi, ha preso vita il Centro per il bambino e la famiglia "Giovanni Paolo II", con le case-famiglia: "Oasi Vergine del Sorriso", dove si accolgono in particolare i minori, e "Maria, Madre della Provvidenza" per dare aiuto a donne e adolescenti affidate alla "Fraternità di Emmaus". La terza: "Maria, Madre di Misericordia", è gestita dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, mentre la Comunità "Chiara Luce" che ospita minori con gravi disabilità, è affidata alla Fondazione "Giuseppe Ferraro onlus".
Infine, sono attive la "Comunità Incontro" per il recupero dei tossicodipendenti e, grazie alla collaborazione con il Sovrano Militare Ordine di Malta, una mensa per i poveri che assicura circa 200 pasti ai poveri della città, ma anche ai tanti che vengono dai comuni vicini.
(Autore: Mons. Salvatore Acampora – Delegato e Responsabile dell’Accoglienza del Santuario di Pompei)

Il Convegno delle Opere, occasione di confronto per continuare sulla via del bene e della carità
di Marida D'Amora

Il 7 settembre, nella sede pompeiana della Comunità Incontro, si è tenuto l'incontro annuale di operatori, volontari e religiosi che lavorano ogni giorno portando avanti il carisma del Beato Bartolo Longo. La relazione è stata affidata a don Giuseppe Esposito, parroco del "Santissimo Salvatore" e studioso della figura del Fondatore. L'Arcivescovo di Pompei, Monsignor Tommaso Caputo, ha presieduto i lavori.
Persone, parole, immagini e luoghi per raccontare tutta la ricchezza umana e spirituale delle Opere di Carità fondate dal Beato Bartolo Longo.
Un incontro, quello del 7 settembre, che ha messo insieme responsabili, operatori, volontari e religiosi che vivono l’impegno di solidarietà volto a cambiare la prospettiva di vita di chi vive nel disagio e non vede
speranza nel futuro. Quello scelto per la mattinata di riflessione e di confronto è stato un luogo simbolo: la sede della Comunità Incontro, la struttura per il recupero di chi vive il dramma della dipendenza dalla droga che, il 12 agosto 2004, don Pierino Gelmini avviò nella Fattoria concessa dal Santuario mariano. «Questo incontro – ha detto monsignor Tommaso Caputo, Arcivescovo di Pompei – è un prezioso motivo di crescita per la nostra Chiesa e per tutti voi che ogni giorno operate per il bene del prossimo meno fortunato». Le Opere di carità di Pompei, infatti, continuano a portare avanti il carisma del Fondatore Bartolo Longo e si aggiornano, anno per anno, nel comprendere e nell’affrontare le emergenze nuove che coinvolgono gli uomini del nostro tempo.
E proprio di quel carisma, dopo il saluto introduttivo di monsignor Salvatore Acampora, responsabile delle Opere, ha parlato il relatore, don Giuseppe Esposito, parroco del "Santissimo Salvatore" e studioso della figura del Fondatore, cui ha dedicato alcune pubblicazioni. «Longo – ha spiegato il sacerdote – era stato istruito spiritualmente da san Ludovico da Casoria e, come quest’ultimo, propugnava una carità attiva: non un semplice filantropismo,
Il Convegno delle Opere, occasione di confronto per continuare sulla via del bene e della carità
Il 7 settembre, nella sede pompeiana della Comunità Incontro, si è tenuto l'incontro annuale di operatori, volontari e religiosi che lavorano ogni giorno portando avanti il carisma del Beato Bartolo Longo. La relazione è stata affidata a don Giuseppe Esposito, parroco del "Santissimo Salvatore" e studioso della figura del Fondatore. L'Arcivescovo di Pompei, Monsignor Tommaso Caputo, ha presieduto i lavori. non una semplice serie di atti per far del bene sic et simpliciter, ma un vero e proprio modo di pensare e dunque di operare nel mondo. E ciò non solo riguardo al mondo degli adulti, ma forse e soprattutto verso l’infanzia e l’adolescenza, periodi della vita delicatissimi e maggiormente esposti a traumi». Non solo dunque rendeva concreta la carità, ma la insegnava perché potesse trasmettersi nel tempo. Don Esposito ha ricordato, poi, la premurosa opera delle Suore domenicane "Figlie del Santo Rosario di Pompei", la cui congregazione fu fondata dallo stesso Longo, e ha descritto il metodo educativo utilizzato. Era racchiuso in tre parole: preghiera, studio, lavoro. «Questo – ha concluso il sacerdote – è il carisma longhiano: amore per il prossimo senza scadere nel sentimentalismo fine a se stesso, slancio e fermezza nel raggiungere gli obbiettivi prefissati senza lasciare nessuno indietro o nel rancore». Sono le direttrici ancora oggi seguite a Pompei e lo evidenziano le testimonianze intervenute dopo la relazione e i racconti commossi e grati di chi è stato accolto nei Centri educativi per i bambini e i giovani "Bartolo Longo" e "Beata Vergine" o nelle Case famiglia del Centro "Giovanni Paolo II", di chi ha trovato ascolto al Consultorio familiare o al Centro di aiuto alla vita, di chi è uscito dal dramma della dipendenza dalla droga, di chi ha trovato un pasto caldo alla Mensa per i poveri "Papa Francesco", di chi ha potuto sottoporsi ad una visita negli studi medici pediatrico e materno-infantile, di chi si è formato al lavoro grazie ai laboratori del progetto "Un mestiere per il futuro". «Questo incontro – ha concluso monsignor Tommaso Caputo, Arcivescovo di Pompei, che qualche anno fa pensò a quest’appuntamento annuale perché gli operatori delle Opere potessero confrontarsi, sostenendosi a vicenda – è stato ancora una volta un prezioso motivo di crescita per la nostra Chiesa e per tutti voi che ogni giorno operate per il bene del prossimo meno fortunato».

Storie di quotidiana rinascita nelle case famiglia

«Il servizio civile è entrato nella mia vita allo stesso modo in cui un ospite entra in casa tua quando non hai il tempo per accoglierlo. Mentre mi affannavo a cercare la mia strada, è arrivato lui chiedendomi di fermarmi! È lui che mi ha scelta!». A parlare così è Sara, 24 anni, che sta svolgendo il Servizio Civile nella Casa "Santa Maria del Cammino" del Centro Giovanni Paolo II del Santuario, che ne ospita nel complesso cinque. «Il mio primo pensiero, però – ha continuato Sara - è andato all’arricchimento materiale di questa esperienza: portafogli più pieno, curriculum più ricco.
E l’ho pensato con l’avidità di chi vuole agguantare e non gustare. Poi, tutte le mie convinzioni sono andate in frantumi e mi sono fermata davvero, mi sono fermata negli occhi di Cocò, mi sono fermata davanti ai silenzi di Stefano, mi sono fermata a contemplare la felicità, a prendere una boccata di vita». Ora ha quasi terminato il suo percorso e, facendo un bilancio della sua esperienza, ci ha raccontato che, per lei, il Servizio Civile è stato un anno di grazia in cui ha capito alcune cose fondamentali, ovvero che "Sara non è il centro dell’universo, Sara non possiede la verità, che un sorriso può salvare tutti in tutte le circostanze, che la verità senza carità non è verità, che ognuno è unico e speciale, che nessuna vita è inutile e che solo vivere in comunione ti dona una vita piena". Sara ha assaporato ogni attimo di questa esperienza, lasciandosi illuminare dai sorrisi di chi è stato accolto, dall’amore di chi accoglie.
E lo stesso accade a chi bussa alla porta accanto, e all’altra ancora, e in tutte le case del Centro Giovanni Paolo II. Ognuna spalanca le porte alla solidarietà e, insieme, ogni giorno, portano avanti progetti e iniziative che coinvolgono tutti, come il laboratorio creativo dedicato ai bambini o l’ergoterapia che ha dato vita all’orticello "Giovanni Paolo II". Sono state tante le accoglienze in questo 2019 e molti i "lieto fine". Come la storia di C. che, dopo un anno e mezzo in Casa "Chiara Luce", è potuto finalmente ritornare dalla sua mamma, o quella di D., di circa un
anno e mezzo, arrivata piccolissima nella casa "Oasi Vergine del Sorriso", e che ha finalmente trovato una famiglia adottiva. Ora, in casa sono stati accolti P. e B. due fratellini di 2 e 4 anni. Da qualche settimana, anche la Casa "Chiara Luce" ha accolto tre fratellini di 10, 6 e 4 anni. La loro è una storia di violenza familiare e di profondo disagio sociale. In casa c’è anche S., una ragazzina di 12 anni che si trova lì da circa un anno, sottratta ad un nucleo familiare coinvolto nello spaccio di stupefacenti e, poi, Rosy e Leo, una coppia di coniugi che, dal 1999, accoglie bambini in affido e offre ospitalità a chi, per brevi periodi, ha bisogno di un tetto sotto cui rifugiarsi e trovare conforto. Anche la Casa "Maria Madre della Provvidenza" ha accolto due bimbi molto piccoli e la Casa "Maria, Madre di Misericordia" continua, ogni giorno, ad accogliere chi è nel bisogno.  Le case del Centro Giovanni Paolo II non sono, dunque, solo luoghi di passaggio e accoglienza, ma storie di mamme, bambini, donne sole, immigrati, operatori e volontari che hanno intrecciato le loro vite tra le mura del Centro. Sono storie che aiutano a fare memoria del passato e a riprogettare continuamente il futuro. Ognuna di esse è unica e speciale, e spiega, nel profondo, il percorso che ciascuno compie all’interno della Casa in cui è accolto.

*Le Suore "Figlie del Rosario" negli Istituti di Pompei
Singolare corona al Santuario formano gli Istituti Pompeiani. Sono i fiori della carità cresciuti alla luce della fede e della devozione a Maria e offrono una prova convincente della vitalità di Pompei. Fondati da Bartolo Longo hanno avuto uno sviluppo straordinario e sono la manifestazione della inesauribile fecondità della Chiesa e della sua ansia di elevare la condizione della vita umana a livelli sempre più alti.
Lo sanno tutti che dalla carità degli oranti a Pompei vivono le orfane della natura e della legge, gli abbandonato, i poveri, i bisognosi e per provvedere a tutti costoro si conta unicamente sulla Provvidenza.
… A Pompei, infatti, la preghiera si tramuta in carità.
Finché i genitori o i parenti non le richiedono, le orfane rimangono a spese della carità: si istruiscono, si preparano ad affrontare la vita, si dedicano con interesse ai lavori femminili e
quando trovano un impiego o vanno spose lasciano l’Istituto e, lontane, il ricordo gioioso d’essere cresciute nella casa della Madonna, le anima nella loro vita.
Ma chi dedica le assidue cure ai piccoli bisognosi e alle ragazze? Chi dà ad essi calore, conforto, aiuto, incoraggiamento, amore?
Ci sono le Suore "Figlie del Rosario", volute qui a Pompei da Bartolo Longo, che incessantemente e instancabili sostituiscono in parte le mamme e seguono attimo per attimo la vita delle assistite.
Infatti, quando Bartolo Longo fondò l’Orfanotrofio pensò che per tale istituzione si richiedevano donne attente, cuori generosi, sostituti di mamme, Suore ben preparate alla loro delicata missione tra i fanciulli emarginati.
Si mise in giro per l’Italia per conoscere i migliori Istituti; studiò gli statuti e lo spirito di molte famiglie religiose e, per assicurare cure materne alle sue orfanelle, fondò una Congregazione di Suore "con statuti speciali, opportuni ai loro ministeri di carità, secondo i bisogni di questo luogo, di questo Santuario, di questo popolo" (B. Longo al Card. Mazzella).
Ottenne che tre valenti Suore Domenicane venissero ad indirizzare nei primi passi della vita religiosa il gruppo di giovani maestre e di orfanelle che sbocciavano nella luce della Madonna.
Gli Istituti Pompeiani non dovevano essere la solita opera di beneficenza cristiana a favore di un’innocenza incolpevole mediante il pane della carità, ma essi dovevano avere una grande missione: "Queste fanciulle deboli dispongono di una suprema forza, la forza dell’orazione. Il mondo dà ad esse la carità, esse in compenso danno al mondo la preghiera". (G. Auletta)
Bartolo Longo affidava perciò questi "fiori" alle Suore, fondate da Lui, perché come angeli custodi vegliassero con amore sulle vite di queste creature provate dal dolore e le aiutassero nel cammino e nella formazione di ogni giorno.
Sono tante le Suore che svolgono amorevolmente la loro opera a favore dei fanciulli e fanciulle dei nostri Istituti Pompeiani.
Esse pregano molto e guardano le Opere con gli occhi e con il cuore di Bartolo Longo: si commuovono alla vista di tanti ragazzi bisognosi e si sforzano di trasformare, come il Fondatore, tutto e tutti in un’immensa famiglia dove ci si sente sicuri, protetti, amati.
(Autore: Ermelinda Cuomo - da: Il Rosario e la Nuova Pompei - Maggio 1982)
Foto in alto: Momenti di gioia vissuti insieme ai piccoli, assistendo ad uno spettacolo offerto dai più grandi

*Il Convegno delle Opere, occasione di confronto per continuare sulla via del bene e della carità
Il 7 settembre, nella sede pompeiana della Comunità Incontro, si è tenuto l'incontro annuale di operatori, volontari e religiosi che lavorano ogni giorno portando avanti il carisma del Beato Bartolo Longo. La relazione è stata affidata a don Giuseppe Esposito, parroco del "Santissimo Salvatore" e studioso della figura del Fondatore. L'Arcivescovo di Pompei, Monsignor Tommaso Caputo, ha presieduto i lavori.
Persone, parole, immagini e luoghi per raccontare tutta la ricchezza umana e spirituale delle Opere di Carità fondate dal Beato Bartolo Longo. Un incontro, quello del 7 settembre, che ha messo insieme responsabili, operatori, volontari e religiosi che vivono l’impegno di solidarietà volto a cambiare la prospettiva di vita di chi vive nel disagio e non vede speranza nel futuro. Quello scelto per la mattinata di riflessione e di confronto è stato un luogo simbolo: la sede della Comunità Incontro, la struttura per il recupero di chi vive il dramma della dipendenza dalla droga che, il 12 agosto 2004, don Pierino Gelmini avviò nella Fattoria concessa dal Santuario mariano. «Questo incontro – ha detto monsignor Tommaso Caputo, Arcivescovo di Pompei – è un prezioso motivo di crescita per la nostra Chiesa e per tutti voi che ogni giorno operate per il bene del prossimo meno fortunato». Le Opere di carità di Pompei, infatti, continuano a portare avanti il carisma del Fondatore Bartolo Longo e si aggiornano, anno per anno, nel comprendere e nell’affrontare le emergenze nuove che coinvolgono gli uomini del nostro tempo. E proprio di quel carisma, dopo il saluto introduttivo di monsignor Salvatore Acampora, responsabile delle Opere, ha parlato il relatore, don Giuseppe Esposito, parroco del "Santissimo Salvatore" e studioso della figura del Fondatore, cui ha dedicato alcune pubblicazioni. «Longo – ha spiegato il sacerdote – era stato istruito spiritualmente da san Ludovico da Casoria e, come quest’ultimo, propugnava una carità attiva: non un semplice filantropismo,
Il Convegno delle Opere, occasione di confronto per continuare sulla via del bene e della carità
Il 7 settembre, nella sede pompeiana della Comunità Incontro, si è tenuto l'incontro annuale di operatori, volontari e religiosi che lavorano ogni giorno portando avanti il carisma del Beato Bartolo Longo. La relazione è stata affidata a don Giuseppe Esposito, parroco del "Santissimo Salvatore" e studioso della figura del Fondatore. L'Arcivescovo di Pompei, Monsignor Tommaso Caputo, ha presieduto i lavori. non una semplice serie di atti per far del bene sic et simpliciter, ma un vero e proprio modo di pensare e dunque di operare nel mondo. E ciò non solo riguardo al mondo degli adulti, ma forse e soprattutto verso l’infanzia e l’adolescenza, periodi della vita delicatissimi e maggiormente esposti a traumi». Non solo dunque rendeva concreta la carità, ma la insegnava perché potesse trasmettersi nel tempo. Don Esposito ha ricordato, poi, la premurosa opera delle Suore domenicane "Figlie del Santo Rosario di Pompei", la cui congregazione fu fondata dallo stesso Longo, e ha descritto il metodo educativo utilizzato. Era racchiuso in tre parole: preghiera, studio, lavoro. «Questo – ha concluso il sacerdote – è il carisma longhiano: amore per il prossimo senza scadere nel sentimentalismo fine a se stesso,
slancio e fermezza nel raggiungere gli obbiettivi prefissati senza lasciare nessuno indietro o nel rancore». Sono le direttrici ancora oggi seguite a Pompei e lo evidenziano le testimonianze intervenute
dopo la relazione e i racconti commossi e grati di chi è stato accolto nei Centri educativi per i bambini e i giovani "Bartolo Longo" e "Beata Vergine" o nelle Case famiglia del Centro "Giovanni Paolo II", di chi ha trovato ascolto al Consultorio familiare o al Centro di aiuto alla vita, di chi è uscito dal dramma della dipendenza dalla droga, di chi ha trovato un pasto caldo alla Mensa per i poveri "Papa Francesco", di chi ha potuto sottoporsi ad una visita negli studi medici pediatrico e materno-infantile, di chi si è formato al lavoro grazie ai laboratori del progetto "Un mestiere per il futuro". «Questo incontro – ha concluso monsignor Tommaso Caputo, Arcivescovo di Pompei, che qualche anno fa pensò a quest’appuntamento annuale perché gli operatori delle Opere potessero confrontarsi, sostenendosi a vicenda – è stato ancora una volta un prezioso motivo di crescita per la nostra Chiesa e per tutti voi che ogni giorno operate per il bene del prossimo meno fortunato».  
di Marida D'Amora                             

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