Feste Liturgiche - Istituto Aveta

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Feste Liturgiche

Con Gesù

*Annunciazione del Signore (25 marzo - nel 2018 il 9 aprile)

Festa del Signore, l'Annunciazione inaugura l'evento in cui il figlio di Dio si fa carne per consumare il suo sacrificio redentivo in obbedienza al Padre e per essere il primo dei risorti. La Chiesa, come Maria, si associa all'obbedienza del Cristo, vivendo sacramentalmente nella fede il significato pasquale della annunciazione.
Maria è la figlia di Sion che, a coronamento della lunga attesa, accoglie con il suo 'Fiat' e concepisce per opera dello Spirito santo il Salvatore. In lei Vergine e Madre il popolo della promessa diventa il nuovo Israele, Chiesa di Cristo.
I nove mesi tra la concezione e la nascita del Salvatore spiegano la data odierna rispetto alla solennità del 25 dicembre.
Calcoli eruditi e considerazioni mistiche fissavano ugualmente al 25 marzo l'evento della prima creazione e della rinnovazione del mondo nella Pasqua. (Mess. Rom.)
Martirologio Romano: Solennità dell’Annunciazione del Signore, quando nella città di Nazareth l’angelo del Signore diede l’annuncio a Maria: «Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo», e Maria rispondendo disse: «Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola». E così, compiutasi la pienezza dei tempi, Colui che era prima dei secoli, l’Unigenito Figlio di Dio, per noi uomini e per la nostra salvezza si incarnò nel seno di Maria Vergine per opera dello Spirito Santo e si è fatto uomo.
Per la festa dell’Annunciazione invito a leggere due brani del Trattato della Vera Devozione alla Santa Vergine Maria di San Luigi Maria Grignion de Montfort (1673-1716).
Primo brano: i veri devoti della Santa Vergine “avranno una singolare devozione per il grande mistero dell'Incarnazione del Verbo, il 25 marzo, che è il mistero proprio di questa devozione, perché questa devozione è stata ispirata dallo Spirito Santo: 1) per onorare e imitare la dipendenza ineffabile che Dio Figlio ha voluto avere da Maria, per la gloria di Dio Padre e per la nostra salvezza, dipendenza che appare particolarmente in questo mistero in cui Gesù Cristo è prigioniero e schiavo nel seno della divina Maria e in cui dipende da lei in tutte le cose; 2) per ringraziare Dio delle grazie incomparabili che ha fatto a Maria e particolarmente di averla scelta come sua degnissima Madre, scelta che è stata fatta in questo mistero” (cap. VIII).
Secondo brano: “Poiché il tempo non mi permette di fermarmi a spiegare le eccellenze e le grandezze del mistero di Gesù vivente e regnante in Maria, o dell'Incarnazione del Verbo, mi limiterò a dire in poche parole che abbiamo qui il primo mistero di Gesù Cristo, il più nascosto, il più elevato e il meno conosciuto; che è in questo mistero che Gesù, d'accordo con Maria, nel suo seno, che è per questo chiamato dai santi «la sala dei segreti di Dio», ha scelto tutti gli eletti; che è in questo mistero che ha operato tutti i misteri della sua vita che sono seguiti, per l'accettazione che ne ha fatto: «Entrando nel mondo Cristo dice: Ecco, io vengo per fare la tua volontà» (Eb 10,5.7); e, di conseguenza, che questo mistero è un compendio di tutti i misteri, che contiene la volontà e la grazia di tutti; infine, che questo mistero è il trono della misericordia, della liberalità e della gloria di Dio” (cap. VIII).
I due testi sono collegati tra loro. In primo luogo San Luigi Maria afferma che il mistero dell’Incarnazione è il primo mistero cui i veri devoti della Santa Vergine devono rivolgere la loro attenzione. In secondo luogo, sostiene che il mistero della vita segreta di Gesù in Maria è il mistero che contiene tutti gli altri misteri, il punto di partenza per tutte le meraviglie della sua vita.
Analizziamo il primo testo e quindi il secondo.
Il Trattato della Vera Devozione alla Santa Vergine secondo me è un testo profetico per quanto afferma sui misteri e sulla devozione a Nostra Signora. Annuncia verità profonde che saranno approfondite solo in un’epoca futura di fioritura della Chiesa e quindi della teologia, che lo stesso santo chiama “Regno di Maria”. Oggi il significato delle sue parole non può ancora essere pienamente compreso. Per esempio, chi oserà dire di aver capito l’affermazione secondo cui Gesù Cristo, Dio stesso, fu per un tempo “schiavo di Maria” quando viveva nel suo seno? Dopo l’Annunciazione e il sì di Maria, Nostro Signore si fece carne nel suo seno. Da allora ebbe perfetta conoscenza di sua Madre. Viveva in lei come in un monastero di clausura, in contatto esclusivo e in completa dipendenza umana dalla Madonna: la più perfetta dipendenza che si possa dare sulla Terra.
Il Verbo Incarnato, completamente consapevole fin dal primo momento della sua incarnazione, scelse di vivere all’interno di una creatura. Per sua scelta visse all’interno di questo tempio e di questo palazzo, in misteriosa relazione con Nostra Signora.
Dio manifesta la sua onnipotenza nell’Incarnazione. La manifesta anche mantenendo vergine la Madonna prima, durante e dopo il parto. L’Incarnazione è un evento così straordinario che Dio avrebbe potuto disporre perché Nostro Signore nascesse pochi giorni dopo il concepimento. Ma non lo fece. Il Signore scelse di vivere per nove mesi nel seno di Maria.
Volle stabilire questa forma speciale di dipendenza da lei. Scelse di avere con lei questa profonda e misteriosa relazione dell’anima. San Luigi Maria dice che scelse di diventare suo “schiavo”: un’espressione centrale in tutta la teologia mariana del santo, che può lasciarci perplessi specialmente se la riferiamo a Gesù Cristo ma che per il santo è essenziale e che dobbiamo comprendere a fondo. Schiavo? Sì. Anzi, uno schiavo ha la sua vita, respira da solo, ha almeno libertà di movimento. Gesù volle farsi più che schiavo: accettò di dipendere interamente da Nostra Signora.
Che tipo di relazione fra le anime di Gesù e della Madonna si stabilì in quel periodo? Che tipo di unione? Di per sé, il mistero è impenetrabile. Ma, almeno per avere un punto di partenza, possiamo considerare che nel mistero dell’Incarnazione Nostro Signore assume interamente la natura umana. Vero Dio, diventa anche vero uomo. Ha un’anima e un corpo come li abbiamo noi. Nella sua umanità discende da Adamo ed Eva come noi. Ma nello stesso tempo la sua anima
umana aveva – anzi ha – un’unione con Dio così stretta che Gesù Cristo è e resta una persona della Santissima Trinità. C’è una sola persona di Cristo, non due, anche dopo l’Incarnazione. Com’è possible tutto questo? È un mistero. I teologi si diffondono sulla nozione di unione ipostatica, ma non sciolgono veramente il mistero.
Considerando la sua natura divina e umana, come spiegare il grido di Gesù sulla croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. In quel momento certamente Gesù continuava a essere Dio, eppure aveva scelto di soffrire nella sua umanità un abbandono e un isolamento totale. Si sentiva completamente abbandonato nella sua umanità mentre rimaneva unito a Dio Padre e allo Spirito Santo nella sua divinità. Di nuovo, non possiamo spiegare tutto: è un mistero.
L’unione di Nostro Signore con Maria quando era nel suo seno non è naturalmente l’unione ipostatica, eppure quest’ultima ci aiuta in via analogica a capire. Se nella sua umanità Gesù poteva sentirsi abbandonato sulla croce senza compromettere la sua divinità, poteva essere come dice San Luigi Maria “schiavo” di Nostra Signora nel suo seno – s’intende, anche qui nella sua umanità.
Ma rimangono molti aspetti misteriosi, su cui penso che getterà luce una teologia nuovamente capace di fiorire nel Regno di Maria, per la maggior gloria di Dio e delle anime.
Anche nell’unione mistica di Nostra Signora con ciascuno dei suoi devoti, che San Luigi Maria chiama “schiavi”, ci sono punti non ancora interamente chiariti. Eppure si tratta di qualche cosa di molto più semplice dei divini misteri dell’unione di Maria con Gesù.
Se sono misteri, nessuna spiegazione li esaurisce. Possiamo dire però che la contemplazione del mistero dell’Incarnazione ci aiuta a combattere due delle principali dottrine della Rivoluzione: il panteismo e il soggettivismo.
Secondo il panteismo, tutto è uno e tutto è buono; una cosa non si distingue essenzialmente da un’altra. Tutte le creature formano una sola grande persona cosmica e collettiva. Il soggettivismo afferma che ogni persona umana è assolutamente autonoma e non ha veramente bisogno di essere unita ad altre.
La Chiesa Cattolica condanna entrambi questi errori. Afferma che ogni persona è autonoma e distinta in quanto individuo, ma che l’apertura agli altri è costitutiva e necessaria. La teologia e la filosofia spiegano come per approfondire la nozione di persona ultimamente è necessario considerare la sua relazione con Dio.
Quando la relazione di Gesù Cristo con Nostra Signora nell’Incarnazione sarà meglio compresa, si comprenderà qualcosa di più anche le pagine più misteriose dell’“Apocalisse”. È del tutto lecito pregare e sperare che un giorno sorga una nuova alba in cui gli orizzonti della teologia possano espandersi e I legami fra molti misteri, per quanto umanamente possibili, possano chiarirsi.San Luigi Maria afferma che il mistero dell’Incarnazione contiene tutti gli altri. Sappiamo che ogni giorno di festa della Chiesa porta con sé una grazia speciale. Nella giornata di oggi la prima misteriosa unione di Nostro Signore con Nostra Signore viene a noi, per così dire, con un profumo speciale. Dobbiamo affidarci con speciale forza alla Madonna in questo giorno di festa, e chiederLe la grazia di diventare i suoi umili soggetti e “schiavi”, come fece lo stesso Bambino Gesù quando viveva nel suo seno.
(Autore: Plinio Corrêa de Oliveira)


*Ascensione del Signore - (celebrazione mobile)

Martirologio Romano: Solennità dell’Ascensione del Signore nostro Gesù Cristo, in cui egli, a quaranta giorni dalla risurrezione, fu elevato in cielo davanti ai suoi discepoli, per sedere alla destra del Padre, finché verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti.
L’Ascensione di Gesù al Cielo, è la grandiosa conclusione della permanenza visibile di Dio fra gli uomini, preludio della Pentecoste, inizia la storia della Chiesa e apre la diffusione del cristianesimo nel mondo.
Senso biblico del termine “Ascensio
Secondo una concezione spontanea e universale, riconosciuta dalla Bibbia, Dio abita in un luogo superiore e l’uomo per incontrarlo deve elevarsi, salire.
L’idea dell’avvicinamento con Dio, è data spontaneamente dal monte e nell’Esodo (19, 3), a Mosè viene trasmessa la proibizione di salire verso il Sinai, che sottintendeva soprattutto
quest’avvicinamento al Signore; “Delimita il monte tutt’intorno e dì al popolo; non salite sul monte e non toccate le falde.
Chiunque toccherà le falde sarà messo a morte”.
Il comando di Iavhè non si riferisce tanto ad una salita locale, ma ad un avvicinamento spirituale; bisogna prima purificarsi e raccogliersi per poter udire la sua voce.
Non solo Dio abita in alto, ma ha scelto i luoghi elevati per stabilirvi la sua dimora; anche per andare ai suoi santuari bisogna "salire".
Così lungo tutta la Bibbia, i riferimenti al ‘salire’ sono tanti e continui e quando Gerusalemme prende il posto degli antici santuari, le folle dei pellegrini "salgono" festose il monte santo; “Ascendere” a Gerusalemme, significava andare a Iavhè, e il termine, obbligato dalla reale posizione geografica, veniva usato sia dalla simbologia popolare per chi entrava nella terra promessa, come per chi ‘saliva’ nella città santa.
Nel Nuovo Testamento, lo stesso Gesù "sale" a Gerusalemme con i genitori, quando si incontra con i dottori nel Tempio e ancora "sale" alla città santa, quale preludio all’ elevazione  sulla croce e alla gloriosa Ascensione.
I testi che segnalano l’Ascensione
I Libri del Nuovo Testamento contengono sporadici accenni al mistero dell’Ascensione; i Vangeli di Matteo e di Giovanni non ne parlano e ambedue terminano con il racconto di apparizioni posteriori alla Resurrezione.
Marco finisce dicendo: “Gesù… fu assunto in cielo e si assise alla destra di Dio” (XVI, 10); ne parla invece Luca: “Poi li condusse fin verso Betania, e alzate le mani, li benedisse.
E avvenne che nel benedirli si staccò da loro e fu portato verso il cielo” (XXIV, 50-51).
Ancora Luca negli Atti degli Apostoli, attribuitigli come autore sin dai primi tempi, al capitolo iniziale (1, 11), colloca l’Ascensione sul Monte degli Ulivi, al 40° giorno dopo la Pasqua e aggiunge: “Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo.
E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?
Questo Gesù, che è stato tra di voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”.
Gli altri autori accennano solo saltuariamente al fatto o lo presuppongono, lo stesso San Paolo pur conoscendo il rapporto tra la Risurrezione e la glorificazione, non si pone il problema del come Gesù sia entrato nel mondo celeste e si sia trasfigurato; infatti nelle varie lettere egli non menziona il passaggio dalla fase terrestre a quella celeste.
Ma essi ribadiscono l’intronizzazione di Cristo alla destra del Padre, dove rimarrà fino alla fine dei secoli, ammantato di potenza e di gloria; “Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo sta assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra; siete morti infatti, e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!” (Colossesi, 3, 1-3).
I dati storici dell’Ascensione
Luca, il terzo evangelista, negli “Atti degli Apostoli” specifica che Gesù dopo la sua passione, si mostrò agli undici apostoli rimasti, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del Regno di Dio; bisogna dire che il numero di "quaranta giorni" è denso di simbolismi, che ricorre spesso negli avvenimenti del popolo ebraico errante, ma anche con Gesù, che digiunò nel deserto per 40 giorni.
San Paolo negli stessi ‘Atti’ (13, 31) dice che il Signore si fece vedere dai suoi per “molti giorni”, senza specificarne il numero, quindi è ipotesi attendibile, che si tratti di un numero simbolico.
L’Ascensione secondo Luca, avvenne sul Monte degli Ulivi, quando Gesù con gli Apostoli ai quali era apparso, si avviava verso Betania, dopo aver ripetuto le sue promesse e invocato su di loro la protezione e l’assistenza divina, ed elevandosi verso il cielo come descritto prima (Atti, 1-11).
Il monte Oliveto, da cui Gesù salì al Cielo, fu abbellito da Sant’ Elena, madre dell’imperatore Costantino con una bella basilica; verso la fine del secolo IV, la ricca matrona Poemenia edificò un’altra grande basilica, ricca di mosaici e marmi pregiati, sul tipo del Pantheon di Roma, nel luogo preciso dell’Ascensione segnato al centro da una piccola rotonda.
Poi nelle alterne vicende che videro nei secoli contrapposti Musulmani e Cristiani, Arabi e Crociati, alla fine le basiliche furono distrutte; nel 1920-27 per voto del mondo cattolico, sui resti degli scavi fu eretto un grandioso tempio al Sacro Cuore, mentre l’edicola rotonda della chiesa di Poemenia, divenne dal secolo XVI una piccola moschea ottagonale.
Il significato dell’Ascensione
San Giovanni nel quarto Vangelo, pone il trionfo di Cristo nella sua completezza nella Resurrezione, e del resto anche gli altri evangelisti dando scarso rilievo all’Ascensione, confermano che la vera ascensione, cioè la trasfigurazione e il passaggio di Gesù nel mondo della gloria, sia avvenuta il mattino di Pasqua, evento sfuggito ad ogni esperienza e fuori da ogni umano controllo.
Quindi correggendo una mentalità sufficientemente diffusa, i testi evangelici invitano a collocare l’ascensione e l’intronizzazione di Gesù alla destra del Padre, nello stesso giorno della sua morte, egli è tornato poi dal Cielo per manifestarsi ai suoi e completare la sua predicazione per un periodo di ‘quaranta’ giorni.
Quindi l’Ascensione raccontata da Luca, Marco e dagli Atti degli Apostoli, non si riferisce al primo ingresso del Salvatore nella gloria, quanto piuttosto l’ultima apparizione e partenza che chiude le sue manifestazioni visibili sulla terra.
Pertanto l’intento dei racconti dell’Ascensione non è quello di descrivere il reale ritorno al Padre, ma di far conoscere alcuni tratti dell’ultima manifestazione di Gesù, una manifestazione di congedo, necessaria perché Egli deve ritornare al Padre per completare tutta la Redenzione: “Se non vado non verrà a voi il Consolatore, se invece vado ve lo manderò” (Giov. 16, 5-7).
Il catechismo della Chiesa Cattolica dà all’Ascensione questa definizione: “Dopo quaranta giorni da quando si era mostrato agli Apostoli sotto i tratti di un’umanità ordinaria, che velavano la sua gloria di Risorto, Cristo sale al cielo e siede alla destra del Padre.
Egli è il Signore, che regna ormai con la sua umanità nella gloria eterna di Figlio di Dio e intercede incessantemente in nostro favore presso il Padre.
Ci manda il suo Spirito e ci dà la speranza di raggiungerlo un giorno, avendoci preparato un posto”.
La celebrazione della festa liturgica e civile
La prima testimonianza della festa dell’Ascensione, è data dallo storico delle origini della Chiesa, il vescovo di Cesarea, Eusebio (265-340); la festa cadendo nel giovedì che segue la quinta domenica
dopo Pasqua, è festa mobile e in alcune Nazioni cattoliche è festa di precetto, riconosciuta nel calendario civile a tutti gli effetti.
In Italia previo accordo con lo Stato Italiano, che richiedeva una riforma delle festività, per eliminare alcuni ponti festivi, la CEI ha fissato la festa liturgica e civile, nella domenica successiva ai canonici 40 giorni dopo Pasqua.
Al giorno dell’Ascensione si collegano molte feste popolari italiane in cui rivivono antiche tradizioni, soprattutto legate al valore terapeutico, che verrebbe conferito da una benedizione divina alle acque (o in altre regioni alle uova).
A Venezia aveva luogo una grande fiera, accompagnata dallo "Sposalizio del mare", cerimonia nella quale il Doge a bordo del "Bucintoro", gettava nelle acque della laguna un anello, per simboleggiare il dominio di Venezia sul mare; a Bari la benedizione delle acque marine, a Firenze si celebra la Festa del "grillo".
L’Ascensione nell’arte
Il racconto scritturale dell’Ascensione di Gesù Cristo e la celebrazione liturgica di questo mistero, ispirarono numerose figurazioni, che possiamo trovare in miniature di codici famosi, fra tutti l’Evangeliario siriano di Rabula nella Biblioteca Laurenziana di Firenze, e in mosaici ed avori a partire dal sec. V.
Il tema dell’Ascensione, si adattò bene al ritmo verticaleggiante dei timpani, sovrastanti le porte delle chiese romaniche e gotiche; esempio insigne il timpano della porta settentrionale della cattedrale di Chartres (XII sec.).
Ma la  appresentazione, raggiunse notevole valore artistico con Giotto (1266-1337) che raffigurò l’Ascensione nella Cappella degli Scrovegni a Padova.
Si ricorda inoltre un affresco di Buffalmacco (XIII sec.) nel Camposanto di Pisa; una terracotta di Luca Della Robbia (1400-1482) nel Museo Nazionale di Firenze; un affresco di Melozzo da Forlì († 1494) ora nel Palazzo del Quirinale a Roma;
una tavola del Mantegna (1431-1506) a Firenze, Galleria degli Uffizi; una pala del Perugino († 1523) ora nel Museo di Lione; il noto affresco del Correggio († 1534) nella cupola della Chiesa di San Giovanni a Parma; l’affresco del Tintoretto († 1594) nella Scuola di S. Rocco a Venezia; ecc. In un’ampolla del tesoro del Duomo di Monza, Cristo ascende in cielo, secondo una tipica iconografia orientale, assiso in trono; in altre raffigurazioni Egli ascende al Cielo fra uno stuolo di Angeli, di fronte agli sguardi estatici degli Apostoli e della Vergine.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)


*Avvento
Inizio del Tempo d'Avvento
Durante il mese di Novembre, come in tutto il Tempo Ordinario II, la liturgia esprime la vita rinnovata dalla venuta dello Spirito Santo, che deve essere spesa sull'esempio di quella di Cristo e sotto la guida del Suo Spirito. Poiché ci avviciniamo al termine dell'anno liturgico, siamo chiamati a riflettere sugli ultimi tempi, quelli relativi alla nostra stessa vita e quelli del mondo.
Il culmine dell'anno liturgico è la festa di Cristo Re (20 Novembre) che afferma la suprema autorità di Cristo sopra gli esseri umani e le loro istituzioni.
L'ultima Domenica di Novembre segna l'inizio del Tempo di Avvento, cioè del tempo in cui siamo chiamati a prepararci alla venuta di Gesù Cristo: Avvento, dal latino ad venio, "venire", è il tempo liturgico che precede l' Adventus Domini,  "la venuta del Signore".  
La prima Domenica di Avvento (27 novembre) segna anche l'inizio del nuovo anno liturgico.
La chiesa attende la venuta del suo Signore.
Oggi essa non si aspetta, come agli inizi della sua storia, un ritorno imminente di Gesù, ma vuole che non si spenga la fiaccola dell’ attesa, che le sue mani reggono in nome di tutta la comunità umana.
Per questo continua a far risuonare il grido del suo desiderio: “Amen. Vieni, Signore Gesù”. (Ap 22, 20). Anche Dio attende, anch’ Egli è entrato nel tempo dell’ Avvento.
Dopo aver donato tutto nel suo Figlio, attende senza mai stancarsi l’ amore d’ ogni uomo e quindi di ognuno di noi. La voce dei profeti di un tempo, a cui fa eco la voce dei profeti di oggi, ci chiama alla conversione, alla vigilanza, all’ attenzione ai segni dei tempi.
Ci ripete: il Signore viene, è vicino, è qui. Ci invita ad accoglierlo ora, senza esitazioni, come ha fatto Maria sua madre, a riconoscerlo tra la folla, come ha fatto il Battista.
Ci sono sempre 4 domeniche in Avvento, sebbene non necessariamente 4 settimane intere. Il colore liturgico di questo periodo è il viola, eccetto la terza domenica di Avvento in cui facoltativamente possono essere indossati paramenti rosa.
Nella Liturgia di Avvento non si recita il Gloria, ma si mantiene l'Alleluia.
Nelle chiese occidentali
Nel rito romano della Chiesa cattolica dura quattro settimane, in quello ambrosiano sei.
L'avvento è presente anche nei calendari liturgici delle chiese luterane e anglicane.
In tutte le confessioni questo periodo è contraddistinto da un atteggiamento di attesa del Natale imminente da parte dei fedeli e dal raccoglimento e dalla preghiera per l'accoglienza del Messia che sta per nascere.
Nel rito cattolico l'Avvento si compone di due periodi; inizialmente si guarda all'Avvento futuro del Cristo nella gloria alla fine dei tempi, occasione di penitenza; dal 17 dicembre la liturgia pone invece l'attenzione sull'Avvento di Cristo nella pienezza dei tempi, con la sua Incarnazione.
In questo periodo il colore dei paramenti sacri del sacerdote è il viola, tranne la domenica della terza settimana in cui facoltativamente possono essere indossati paramenti rosa. Questa domenica infatti è chiamata Gaudete, a motivo dell' antifona di ingresso della messa, che riporta un passo della Lettera ai Filippesi in cui Paolo invita alla gioia: "Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino". (Fil 4,4.5)
Il carattere penitenziale dell'Avvento è dunque stemperato dalla speranza della venuta gloriosa di Cristo. In alcune Province della Chiesa Anglicana in luogo del colore viola viene utilizzato il colore azzurro.
Nella liturgia delle Sante Messe del periodo di avvento (come in quaresima) non viene recitato l'inno del Gloria. Negli ultimi nove giorni d'avvento è tradizione celebrare, in molte chiese latine, la pratica di devozione della Novena.

Nelle chiese orientali
Nelle chiese ortodosse - in cui viene anche chiamato digiuno della natività, quaresima invernale o di natale - l'Avvento dura 40 giorni, a partire dal 15 novembre
(28 novembre per le chiese che usano il calendario giuliano),
mentre in altre chiese orientali comincia a partire dalla domenica più vicina al giorno di Sant'Andrea (30 novembre) e dura fino a natale.

La storia dell'Avvento
Nel 490 il vescovo Perpetuus di Tours dichiarò ufficialmente l'Avvento periodo penitenziale nella Chiesa Franca dell'Europa Occidentale ordinando un digiuno di 3 giorni ogni settimana a partire dall'11 novembre (festa di S. Martino di Tours) fino a Natale.
Questo digiuno di 40 giorni, simile alla Quaresima, fu chiamato originariamente Quadragesima
Sancti Martini (Digiuno  di 40 giorni di S. Martino). Le letture per la Liturgia Eucaristica venivano prese dalle Messe di Quaresima.
Per contrasto, il periodo di Avvento della Liturgia Romana che si sviluppò un secolo dopo quello della Chiesa Franca, non era un tempo penitenziale, bensì un periodo festivo e gioioso di preparazione al Natale. Quando la Chiesa unificò il tempo liturgico, la natura festiva dell'Avvento Romano entrò in contrasto con il più lungo e penitenziale Avvento Gallico.
Nel 13° secolo fu raggiunto un compromesso che combinò il carattere penitenziale della tradizione gallica con i testi della Messa e il più breve ciclo di 4 settimane proprio della Liturgia dell'Avvento Romano. La liturgia dell'Avvento è rimasta sostanzialmente inalterata fino al Concilio Vaticano II, tranne qualche piccolo cambiamento per delineare più chiaramente lo spirito del periodo Quaresimale e di Avvento.
Nel tempo in cui incomincia a determinarsi l'esigenza di un periodo di preparazione alle feste della manifestazione del Signore, la Chiesa aveva già fissato le modalità di preparazione alle feste pasquali.
Nel IV secolo il tempo pasquale e quaresimale avevano già assunto una configurazione vicinissima a quella attuale.
L'origine del tempo di Avvento è più tardiva, infatti viene individuata tra il IV e il VI secolo.
La prima celebrazione del Natale a Roma è del 336, ed è proprio verso la fine del IV secolo che si riscontra in Gallia e in Spagna un periodo di preparazione alla festa del Natale.
Per quanto la prima festa di Natale sia stata celebrata a Roma, qui si verifica un tempo di preparazione solo a partire dal VI secolo.
Senz'altro non desta meraviglia il fatto che l'Avvento nasca con una configurazione simile alla quaresima, infatti la celebrazione del Natale fin dalle origini venne concepita come la celebrazione della risurrezione di Cristo nel giorno in cui si fa memoria della sua nascita.
Nel 380 il concilio di Saragozza impose la partecipazione continua dei fedeli agli incontri comunitari compresi tra il 17 dicembre e il 6 gennaio.
In seguito verranno dedicate sei settimane di preparazione alle celebrazioni natalizie.
In questo periodo, come in quaresima, alcuni giorni vengono caratterizzati dal digiuno. Tale arco di tempo fu chiamato "Quaresima di S. Martino", poiché il digiuno iniziava l'11 novembre. Di ciò è testimone S. Gregorio di Tours, intorno al VI secolo.
Il significato teologico
La teologia dell'Avvento ruota attorno a due prospettive principali.
Da una parte con il termine "adventus" (= venuta, arrivo) si è inteso indicare l'anniversario della prima venuta del Signore; d'altra parte designa la seconda venuta alla fine dei tempi.
Il Tempo di Avvento ha quindi una doppia caratteristica:
è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all'attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi.

L'attuale celebrazione

Il Tempo di Avvento comincia dai primi Vespri della domenica che capita il 30 novembre o è la più vicina a questa data, e termina prima dei primi Vespri di Natale.
E' caratterizzato da un duplice itinerario - domenicale e feriale - scandito dalla proclamazione della parola di Dio.
1. Le domeniche
Le letture del Vangelo hanno nelle singole domeniche una loro caratteristica propria: si riferiscono alla venuta del Signore alla fine dei tempi (I domenica), a Giovanni Battista (Il e III domenica); agli antefatti immediati della nascita del Signore (IV domenica).
Le letture dell'Antico Testamento sono profezie sul Messia e sul tempo messianico, tratte soprattutto dal libro di Isaia. Le letture dell'Apostolo contengono esortazioni e annunzi, in armonia con le caratteristiche di questo tempo.
2. Le ferie
Si ha una duplice serie di letture: una dall'inizio dell'Avvento fino al 16 dicembre, l'altra dal 17 al 24.
Nella prima parte dell'Avvento si legge il libro di Isaia, secondo l'ordine del libro stesso, non esclusi i testi di maggior rilievo, che ricorrono anche in domenica.
La scelta dei Vangeli di questi giorni è stata fatta in riferimento alla prima lettura.
Dal giovedì della seconda settimana cominciano le letture del Vangelo su Giovanni Battista; la prima lettura è invece o continuazione del libro di Isaia, o un altro testo, scelto in riferimento al Vangelo.
Nell'ultima settimana prima del Natale, si leggono brani del Vangelo di Matteo (cap. 1) e di Luca (cap. 1) che propongono il racconto degli eventi che precedettero immediatamente la nascita del Signore.

Per la prima lettura sono stati scelti, in riferimento al Vangelo, testi vari dell'Antico Testamento,
La Novena di Natale

Come si è appena visto, il tempo di Avvento guida il cristiano attraverso un duplice itinerario: "È tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all'attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi" (Norme per l'anno liturgico e il calendario, 39: Messale p. LVI).
Nella liturgia delle prime tre domeniche e nelle ferie sino al 16 dicembre si può notare l'insistenza sul tema della seconda venuta di Gesù alla fine dei tempi, mentre nei giorni compresi tra il 17 e il 24 tutta la liturgia è ormai tesa verso la celebrazione della nascita del Figlio di Dio.
La novena di Natale cade pienamente nel secondo periodo dell'Avvento.
Le novene sono celebrazioni popolari che nell'arco dei secoli hanno affiancato le "liturgie ufficiali". Esse sono annoverate nel grande elenco dei "pii esercizi". "I pii esercizi - afferma J. Castellano - si sono sviluppati nella pietà occidentale del medioevo e dell'epoca moderna per coltivare il senso della fede e della devozione verso il Signore, la Vergine, i Santi, in un momento in cui il popolo rimaneva lontano dalle sorgenti della Bibbia e della liturgia o in cui, comunque, queste sorgenti rimanevano chiuse e non nutrivano la vita del popolo cristiano".
La novena di Natale, pur non essendo "preghiera ufficiale" della Chiesa, costituisce un momento molto significativo nella vita delle nostre comunità cristiane.
Proprio perché non è una preghiera ufficiale essa può essere realizzata secondo diverse usanze, ma un indiscusso "primato" spetta alla novena tradizionale, nella notissima melodia gregoriana nata sul testo latino ma diffusa anche nella versione italiana curata dai monaci benedettini di Subiaco.
La domanda che ogni operatore pastorale dovrebbe porsi di anno in anno è: "come posso valorizzare la novena di Natale per il cammino di fede della mia comunità?".
Può infatti capitare che tale novena continui a conservare intatta la caratteristica di "popolarità" venendo però a mancare la dimensione ecclesiale, celebrativa e spirituale.
Tali dimensioni vanno recuperate e valorizzate per non far scadere la novena in "fervorino pre-natalizio".
tra cui alcune profezie messianiche di notevole importanza.
Recupero dimensioni
1. Recupero della dimensione ecclesiale-assembleare

Pur non essendo - come si è detto - una preghiera ufficiale della Chiesa, la novena può costituire un momento ecclesiale molto significativo.
Molti vi partecipano perché "attratti" dalla "novena in latino" (le chiese in cui la si canta in "lingua ufficiale" sono gremite!) e vi si recano per una forma di godimento personale che pone radici nella nostalgia dei tempi passati e non nel desiderio di condividere un momento di approfondimento della propria fede.
È bene che i partecipanti prendano coscienza che sono radunati per una celebrazione che ha lo scopo di preparare il cuore del cristiano a vivere degnamente la celebrazione del Natale.
2. Recupero della dimensione celebrativa
La novena di Natale è molto vicina alla celebrazione dei vespri.
Va pertanto realizzata attraverso una saggia utilizzazione dei simboli della preghiera serale: la luce e l'incenso. È bene che vi sia una proclamazione della parola e una breve riflessione.
L'intervento in canto dell'assemblea va preparato e guidato. È utile ricordare che l'esposizione del SS. Sacramento col solo scopo di impartire la benedizione eucaristica - usanza frequente nelle novene di Natale - è vietata (Rito del culto eucaristico n. 97).
3. Recupero della dimensione spirituale
La novena di Natale è una "antologia biblica" ricca di nutrimento per lo spirito.
È quindi l'occasione per proporre non una spiritualità devozionale ma ispirata profondamente dalla Parola di Dio. Non è l'occasione per fare "bel canto" ma per lasciarsi coinvolgere esistenzialmente dalla Parola di Dio cantata.

Antifone maggiori dell'Avvento

Le antifone maggiori dell'Avvento ( o anche antifone in O, perché cominciano tutte con la lettera O) sono sette antifone latine proprie della Liturgia delle Ore secondo il rito romano. Vengono cantate al Magnificat dei vespri delle ferie maggiori dell'Avvento, dal 17 al 23 dicembre.
Anche il rito ambrosiano le ha introdotte nella propria liturgia, durante la "commemorazione del Battesimo" alla sera di questi stessi giorni precendenti il Natale.
La loro origine è probabilmente dalla Gallia, nel VII secolo. Spesso sono state musicate. I sostantivi con cui ogni antifona si apre hanno origine nella Bibbia e sono utilizzati come titoli di Gesù Cristo. È stato osservato fin dal Medioevo che le lettere iniziali di questi stessi sostantivi, lette partendo dall'ultima antifona, formano la frase latina ERO CRAS, cioè "Domani sarò qui", una espressione che sottolinea il carattere di attesa proprio dell'Avvento.
1 - O Sapientia, quae ex ore Altissimi prodiisti, attingens a fine usque ad finem ortiter, suaviterque disponens omnia: veni ad docendum nos viam prudentiae.
2 - O Adonai, et dux domus Israël, qui Moyse in igne flammae rubi apparuisti, et ei in Sina legem dedisti: veni ad redimendum nos in brachio extento.
3 - O Radix Jesse, qui stas in signum populorum, super quem continebunt reges os suum, quem gentes deprecabuntur: veni ad liberandum nos, jam noli tardare.
4 - O Clavis David, et sceptrum domus Israël, qui aperis, et nemo claudit, claudis, et nemo aperuit: veni, et educ vinctumde domo carceris, sedentem in tenebris, et umbra mortis.
5 - O Oriens, splendor lucis aeternae, et sol justitiae: veni, et illumina sedentes in tenebris, et umbra mortis.
6 - O Rex Gentium, et desideratus earum, lapisque angularis, qui facis utraque unum: veni, et salva hominem, quem de limo formasti.
7 - O Emmanuel, Rex et legifer noster, expectatio gentium, et Salvator earum: veni ad salvandum nos, Domine, Deus noster.
Liturgia della Settimana
(Tempo di Avvento...) Tempo di Gioiosa attesa alla venuta del Signore.
Che cosa celebra realmente la comunità durante l'Avvento?
Il periodo d'Avvento, conosciuto soltanto in Occidente e ricalcato sul modello del periodo di preparazione alla Pasqua, ha due origini che si lasciano ancora oggi chiaramente riconoscere nei testi della messa: una romana ed una gallicana.
A partire dal sec. V a Roma viene dato rilievo all'incarnazione di Dio con una preparazione al Natale della durata da una fino a tre settimane. Questo significa contemporaneamente una caratterizzazione mariana, l'accentuazione del significato della Madre del Signore nell'ambito della storia salvifica di Dio con il suo popolo (vedi l'8  dicembre, la concezione immacolata Maria).
In Gallia la liturgia, a partire dal sec. VI, si sviluppa sotto l'influsso del monachesimo gallo-irlandese in maniera leggermente diversa rispetto a Roma. La preparazione, lunga sei settimane, inizia la domenica di S. Martino (11 novembre) con una caratterizzazione escatologica e con l'accento posto sul giudizio universale e, quindi, sulla fine dei tempi. Nel Medioevo i due aspetti si compenetrano.
Soltanto nel 1570, a questo riguardo, la tradizione romana delle quattro domeniche d'Avvento s' impone in tutto l'Occidente. Così la Chiesa celebra oggi una duplice venuta del Signore: la sua venuta tra gli uomini e la sua venuta alla fine dei  tempi.
Secondo il nuovo ordinamento si possono distinguere nell'Avvento, senza forzature, due periodi, i quali hanno entrambi il loro proprio significato, ben espresso nel Messale italiano dalla duplice serie dei prefazi 1 e I/A, Il e II/A. I prefazi I e I/A sono da usarsi dalla prima domenica a d'Avvento fino al 16 dicembre e mettono in rilievo il carattere escatologico di questo tempo: «Verrà di nuovo nello splendore della gloria, e ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell'attesa» (Prefazio I). Altri temi sono il compimento delle promesse realizzato da Cristo al suo primo avvento (Prefazio I), il tema del giudizio finale che non si sa quando verrà e il manifestarsi della piena signoria di Cristo come «giudice e signore della storia» (Prefazio I/A),  il tema della nuova creazione e della testimonianza cristiana nel tempo come attestazione della «beata speranza del suo regno» (Prefazio I/A).
La seconda serie di prefazi sottolinea invece l'immediata preparazione al Natale e sollecita a prendere come modelli i profeti, la vergine Madre che «l'attese e lo portò in grembo con ineffabile amore». Giovanni Battista che «lo indicò presente nel mondo» (Prefazio II). Il Messale italiano  inoltre vuole sottolineare una particolare presenza della Vergine nella liturgia dei giorni immediatamente precedenti il Natale (dal 17 al 24 dicembre) dedicando a Maria, nuova Eva, un intero prefazio, il prefazio II/A, che dà così una coloritura mariana alla novena di Natale.
D'altra parte la quarta domenica d'Avvento, con le sue letture, ha pienamente il carattere d'una domenica dedicata ai padri veterotestamentari ed alla Madre di Dio, i quali hanno atteso la nascita del Signore. Contrariamente a prima, l'Avvento non vale più come un periodo puramente penitenziale, quanto piuttosto come un periodo di gioiosa  attesa. Se nelle domeniche non viene intonato il Gloria, ciò succede per una ragione differente rispetto al periodo penitenziale pasquale: il canto degli angeli sopra l'accampamento dei pastori «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Lc 2,14) deve risuonare a Natale ancora una volta come un nuovo messaggio.
Le messe 'Rorate', un tempo generalmente molto frequentate, originariamente messe votive in onore della madre di Dio nei sabati del tempo d'Avvento, possono essere celebrate anche oggi fino al 16 dicembre. Per i giorni successivi c'è ancora una particolarità: le antifone 'O' dal libro delle Ore, le quali sono intonate come versi alleluiatici prima del vangelo. Esse rappresentano una particolare ricchezza della liturgia.
In questi testi vengono collegate, di volta in volta, un'invocazione glorificativa del Messia atteso ed una preghiera di supplica per la sua venuta salvifica. Questa poesia produce per mezzo della composizione di parole della Scrittura sempre nuove figure, impregnate dello spirito della parola di Dio, le quali bene esprimono il senso dell'Avvento, come: «O germoglio della radice di lesse che t'innalzi come segno per i popoli, vieni a liberarci, non tardare».
Per l'Avvento, come per l'intero anno liturgico, vale tuttavia il fatto che la comunità celebra la sua redenzione, anche se da punti di vista di volta in volta differenti.
La corona di Avvento
La corona di Avvento fa parte della nostra antica tradizione cattolica, tuttavia non si conoscono le sue vere origini. Sappiamo che le popolazioni germaniche pre-cristiane usavano ghirlande con candele accese durante i freddi e bui giorni di dicembre come segno di speranza nel ritorno dei giorni caldi e soleggiati della primavera.
In Scandinavia, durante l'inverno, venivano poste delle candele accese intorno a una ruota e si offrivano preghiere al dio della luce per girare "la ruota della terra" verso il sole allo scopo di allungare i giorni e ristabilire il caldo.
Nel medioevo i cristiani avevano adattato questa tradizione e usavano le ghirlande di Avvento come parte della loro preparazione spirituale al Natale. Dopotutto Cristo è "la luce del mondo" che disperde le tenebre del peccato e fa rifulgere la verità e l'amore di Dio (Gv 3,19-21).
Nel 1500 sia i cattolici che i protestanti avevano molti rituali riguardanti la corona di Avvento.
Il simbolismo della corona di Avvento è molto bello. La corona è fatta di vari sempreverdi che stanno a significare la continuità della vita.
Questi sempreverdi hanno un significato tradizionale che può essere adattato molto bene alla nostra fede: il lauro significa vittoria sulla persecuzione e sulla sofferenza; il pino, l'agrifoglio e il tasso rappresentano l'immortalità; il cedro forza e guarigione.
L'agrifoglio ha anche uno speciale simbolismo cristiano: le foglie acuminate ci ricordano la corona di spine e una leggenda inglese racconta di come la croce fosse fatta di agrifoglio. La forma circolare della ghirlanda simbolizza l'eternità di Dio che non ha nè inizio nè fine, l'immortalità dell'anima e la vita eterna in Cristo. Anche le pigne e le noci usate per decorare la corona simbolizzano la vita e la risurrezione. Le 4 candele rappresentano le 4 settimane di avvento. C'è una tradizione secondo la quale ogni settimana rappresenta 1000 anni, le 4 candele significano quindi i 4000 anni che vanno da Adamo ed Eva alla nascita del nostro Salvatore.
Il colore delle candele (tre viola e una rosa) riflettono i colori liturgici di questo periodo. Nella liturgia il colore viola indica penitenza, conversione, speranza, attesa e suffragio.
Si usa nei tempi d’Avvento e di Quaresima. La candela rosa viene accesa la terza domenica di Avvento detta
Gaudete, quando anche il sacerdote indossa paramenti rosa; la domenica Gaudete è la domenica della gioia perché i fedeli sono arrivati a metà dell'Avvento e Natale è vicino. La progressiva accensione delle candele simbolizza l'attesa e la speranza che circondano la prima venuta di nostro Signore nel mondo e l'anticipazione della sua seconda venuta per giudicare i vivi e i morti.
Quattro domeniche prima di Natale si accende la prima candela e si recita insieme la preghiera. Ogni domenica successiva si accenderà una candela in più. Un adattamento moderno prevede una candela bianca al centro della corona che rappresenta Cristo e che viene accesa la vigilia di Natale. Un' altra tradizione prevede invece l'uso di 4 candele bianche al posto di quelle viola e rosa.
Prima Domenica di Avvento
Papà: Padre, oggi inizia il tempo di preparazione alla festa per la nascita di Tuo Figlio Gesù. Ti chiediamo di benedire questa corona e di concedere grazie abbondanti a quanti la formano con la loro preghiera e i loro sacrifici. Che questo anno sia per noi una nuova opportunità per cercare la corona che ci attende in cielo. Te lo chiediamo per Cristo Nostro Signore. Amen.
Mamma: Preghiamo. Signore, risveglia in noi il desiderio di prepararci alla venuta di Cristo attraverso la pratica delle opere buone affinché, posti un giorno alla Sua destra, meritiamo di possedere il Regno dei Cieli. Per Cristo Nostro Signore. Amen
Seconda Domenica di Avvento
Papà: Prepariamo il cammino del Signore. Signore, fa che non siamo freddi e indifferenti con i nostri fratelli e amici. Fa che sappiamo trovare il tempo per ascoltare i nostri figli. Fa che come figli, obbediamo ai nostri genitori. Rendici generosi con i poveri. Signore, donaci un cuore disponibile a servirti nei nostri fratelli.
Figli: Che il Signore ci aiuti ad accrescere il nostro amore per tutti i fratelli affinché ci ritroviamo uniti quando verrà il Nostro Salvatore Gesù Cristo.
Mamma: Preghiamo. Signore, che la nostra bontà sia testimonianza del tuo amore per tutti. Per Cristo Nostro Signore. Amen.
Terza Domenica di Avvento
Papà: Signore, fai risplendere la speranza di un futuro di pace.
Figli: "Vi esorto dunque io, prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità nello spirito per mezzo del vincolo della pace." (Efesini 4,1-3).
Mamma: Preghiamo. Guarda o Signore a questa famiglia che attende con fede la nascita di tuo Figlio e concedile di festeggiare il grande mistero della salvezza con un cuore nuovo e un' immensa gioia. Per Cristo Nostro Signore. Amen.
Quarta Domenica di Avvento
Papà: Tu, Signore, parlasti al cuore di Maria e all'umile Giuseppe. Non ti rivolgesti ai grandi del mondo. Non ci furono pagine di quotidiani a divulgare la notizia della Tua venuta nel mondo.
Figli: Signore, fa che sappiamo comprendere e ammirare il sì di Maria e che come Lei sappiamo accettare la Tua volontà. te lo chiediamo per Cristo Nostro Signore. Amen.
Mamma: Preghiamo. Effondi la Tua grazia, Signore, su di noi che abbiamo conosciuto l'incarnazione di Tuo Figlio all'annuncio dell'angelo, affinché giungiamo per la Sua passione e la Sua croce, alla gloria della Risurrezione. Per Cristo Nostro Signore. Amen.
La notte di Natale
Papà: Oggi tutto il mondo celebra con gioia la nascita di Gesù Cristo.
Bambini: Noi come famiglia, ci rallegriamo e festeggiamo questo straordinario evento (si mette Gesù bambino nel presepe).
Papà e mamma: Adoriamo Cristo che è sceso dal cielo per condividere la nostra vita.
Tutti: il Verbo si fece carne e abitò in mezzo a noi.
Papà e mamma: Gesù, Tu che fosti bambino come ognuno di noi: donaci in questa notte santa un'anima di fanciullo affinché possiamo essere sempre felici, fiduciosi, pieni di tenerezza e affetto con tutti gli uomini, nostri fratelli. te lo chiediamo per Cristo Nostro Signore. Amen.
Da dove viene la Corona d’Avvento
In Danimarca da molto tempo si conta il tempo prima di Natale in diversi modi. La tradizione della Corona d’Avvento è arrivata dalla vicina Germania del nord intorno a 1900.
Questa tradizione era d'uso solo vicino alla frontiera per la Germania, ma dagli anni 1939 - 40 i fiorai hanno diffuso l'idea in tutta la Danimarca.
Tradizionalmente la coroncina è fatta di rami di abete in cui sono inserite 4 candele bianche o rosse. La coroncina è decorata con nastri di raso rossi. Spesso pende dal soffitto appesa con dei nastri.
La prima domenica d'avvento si accende una candela, la seconda domenica la seconda candela e così via, in modo che a Natale sono accese tutte e quattro le candele.
Se si accende la corona durante la settimana, si accende solo il numero di candele che sono state già accese la domenica precedente. Nelle chiese luterane la corona d'avvento e l'albero costituiscono praticamente l'unico addobbo natalizio. Oggi spesso non si usano più le corone fatte con i rami d'abete, ma se ne vedono altre, in ceramica, in ferro battuto, di pasta al sale ecc.
Sono comunque le 4 candele che fanno capire alle persone che si tratta di una Corona d’Avvento!
La candela calendario
Nelle case danesi, durante il mese di dicembre non può mancare la candela calendario.
Negli anni '30 molte persone compravano una grande candela che preparavano come calendario.
A tutt'oggi la candela d'avvento si può preparare "in casa". Si prende una candela di circa 30 cm., la si divide in 24 parti segnandole con una linea di inchiostro. Ogni striscia di candela avrà il suo numero, iniziando dal basso con il numero 24 e terminando con il numero 1 in cima. In Italia ho visto qualche candela di questo tipo in commercio, ma raramente.
Ogni giorno - durante il pasto per il quale tutta la famiglia è riunita - si accende la candela facendo bruciare il pezzettino del giorno corrispondente. Il giorno che la candela finisce, É NATALE!!!


*Battesimo di Gesù – Celebrazione Mobile

Martirologio Romano: Festa del Battesimo di nostro Signore Gesù Cristo, in cui egli mirabilmente è dichiarato Figlio di Dio, l’amato, le acque sono santificate, l’uomo è purificato e tutto il creato esulta.
Scrivere del Battesimo di Gesù, è compito di teologi ed esegeti, perché nell’atto battesimale cui si sottopose Gesù, c’è tutto il simbolismo della dottrina del cristianesimo, che allacciandosi alla Tradizione del Vecchio Testamento, apre la strada della nuova concezione di “figli di Dio” e quindi compartecipi con Cristo della gioia del Padre, attraverso lo Spirito Santo.
Nell’anno XV del regno di Tiberio (cioè tra il 28 e il 29, oppure tra il 27 e il 28 d.C.), Giovanni Battista il Precursore, l’ultimo dei Profeti del Vecchio Testamento, giunse nel deserto meridionale di Giuda, nei pressi del Mar Morto, dove confluisce il fiume Giordano, a predicare l’avvento del Regno di Dio, esortando alla conversione e amministrando un battesimo di pentimento per il perdono dei peccati.
Ciò avveniva con l’immersione nell’acqua del fiume, secondo quanto profetizzava Ezechiele: “Le nazioni sapranno che io sono il Signore, quando mostrerò la mia santità in voi davanti a loro. Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli”.
Il Profeta Ezechiele spiegava ad Israele che se dopo il peccato verso Dio, che gli ha meritato l’esilio, vuole rivivere in relazione di nuovo con il suo Dio e ricevere il suo Spirito, deve essere totalmente rifatto, purificato, pronunciando il simbolismo dell’acqua, “vi aspergerò con acqua e sarete purificati”.
E con questo spirito di purificazione che Giovanni battezzava, quanti accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalle regioni intorno al Giordano.
E duemila anni fa sulla sponda del fiume comparve anche il giovane Gesù, di circa 30 anni, cittadino della Galilea che era una provincia del vasto Impero Romano e osservava la folla dei penitenti che si avviavano al rito di purificazione e di perdono; mentre Giovanni diceva a tutti, perché si mormorava che fosse il Messia: “Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali; costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco …”.
Anche Gesù, innocente da ogni colpa, volle avvicinarsi per ricevere il Battesimo, per solidarizzare con quei penitenti alla ricerca della salvezza dell’anima e santificare con la sua presenza l’atto, che non sarà più di sola purificazione, ma anche la venuta in ognuno dello Spirito di Dio e rappresenterà la riconciliazione divina con il genere umano, dopo il peccato originale.
Giovanni riconosciutolo, si ritrasse dicendo: “Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?” e Gesù rispose: “Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia”. Allora Giovanni lo battezzò; appena uscito dall’acqua, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed una voce dal cielo disse: “Questo è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt 3, 13-17).
Gesù pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e si ritirò nel deserto per quaranta giorni in meditazione, prima di iniziare la sua vita pubblica, in Galilea.
Completiamo queste brevi note, che vanno comunque approfondite consultando le riflessioni dei competenti studiosi, con il descrivere l’importanza assunta quale Sacramento nella Chiesa Cattolica.
Istituito da Gesù Cristo con il suo diretto Battesimo, il rito consiste in un’abluzione accompagnata dalla formula trinitaria: “Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”; la materia del Battesimo è l’acqua naturale e il suo uso come già detto è simbolo della purificazione dell’anima; può essere applicata in tre modi diversi “per immersione” in uso nelle Chiese Orientali e nella liturgia ambrosiana; per “infusione” cioè acqua versata sulla testa del battezzato (generalmente usata dal XV secolo nella Chiesa Occidentale); “per aspersione” (acqua gettata sulla persona del battezzato, in casi particolari).
Il battesimo cancella il peccato originale e le colpe commesse fino al giorno in cui si riceve, rimette tutte le pene, rende il battezzato partecipe della grazia di Dio, capace della fede, membro della Chiesa; imprimendogli il carattere indelebile di cristiano.
È il primo dei setti Sacramenti; viene amministrato ai bambini fino all’età della ragione, con il solo consenso dei genitori e alla presenza di almeno un padrino, con il quale il battezzato contrae una parentela spirituale; gli adulti lo ricevono dietro loro richiesta, dopo aver ricevuto un’opportuna istruzione religiosa.
Il Sacramento è amministrato ordinariamente dai ministri del culto (vescovo, sacerdote, diacono), ma in caso di pericolo di morte, qualsiasi persona anche non cristiana, può battezzare, purché agisca secondo l’intendimento della Chiesa.
Aggiungiamo che la teologia ufficiale riconosce anche il battesimo di desiderio, ossia la grazia battesimale ottenuta col voto di ricevere il battesimo, anche se le circostanze lo impedirono; poi il battesimo di sangue, cioè il martirio avvenuto prima che lo si ricevesse.
Con la cerimonia del battesimo si impone al battezzato il nome, per lo più cristiano, scelto dai genitori se è minorenne.
Il Battesimo costituì, per quanto riguarda l’Occidente, la registrazione ufficiale della nascita di un bambino, negli archivi parrocchiali; attiva nei primi secoli, questa pratica fu poi abbandonata per essere ripresa dal XV secolo, divenendo legge con il Concilio di Trento. In Italia la registrazione negli uffici parrocchiali, funzionò finché non venne istituito l’Ufficio dello ‘stato civile’ da parte del Regno d’Italia.
Ritornando al Battesimo di Gesù, esso fu soggetto privilegiato degli artisti di tutti i secoli cristiani e la scena ruota normalmente intorno alle due figure di Gesù e di San Giovanni, e si svolge all’aria aperta; inizialmente Gesù era raffigurato immerso nell’acqua e poi successivamente lo si è raffigurato seminudo, con il Battista che gli versa l’acqua sulla testa.
In conclusione la festa del Battesimo di Gesù, è da sempre l’occasione più propizia per riflettere sul Battesimo dei cristiani; i Padri della Chiesa dicevano che Gesù scendendo nelle acque del Giordano, ha idealmente santificato le acque di tutti i Battisteri; dal più semplice e moderno, posto all’ingresso delle chiese, a quelli che si innalzano a gloria imperitura del Sacramento e dell’arte, vicino alle grandi cattedrali dei secoli scorsi.
Gesù stesso nel Vangelo di San Marco (16,16) dice: “Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”. (Autore: Antonio Borrelli)
Liturgia del “Battesimo del Signore” Anno – A -
1^ Lettura (Is. 42, 1-4. 6-7)
Dal libro del profeta Isaia.
Così dice il Signore:Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni.
Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta.
Proclamerà il diritto con fermezza; non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra; e per la sua dottrina saranno in attesa le isole.
Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre.
2^ Lettura (At. 10, 34-38)
Dagli Atti degli Apostoli.
In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: "In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto".
Questa è la parola che egli ha inviato ai figli d'Israele, recando la buona novella della pace, per mezzo di Gesù Cristo, che è il Signore di tutti. Voi conoscete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, incominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.
Vangelo (Mt. 3, 13-17) Dal Vangelo secondo Matteo.
In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: "Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?". Ma Gesù gli disse: "Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia". Allora Giovanni acconsentì.
Appena battezzato, Gesù uscì dall'acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto".
Liturgia del “Battesimo del Signore” Anno – A - (Colore liturgico: Bianco)
L’evangelista Marco racconta il battesimo di Gesù con la sua abituale sobrietà. Non ha parlato (e non parlerà) della nascita di Gesù, e nemmeno della sua infanzia. Per lui, tutto ha inizio col battesimo di Gesù. I pochi versetti dedicati alla missione di Giovanni richiamano e riassumono in breve la lunga attesa, da parte dell’umanità, della venuta del Salvatore. La missione del Salvatore comincia con il far passare in secondo piano il precursore, il quale, potendo proporre soltanto un battesimo d’acqua, lascia il posto a colui che battezzerà nello Spirito Santo. Comincia una nuova era, una creazione assolutamente nuova.
Il Creatore prende il posto della creatura. Il Salvatore scende nel Giordano come un peccatore, il giudice di questo mondo fa la parte di un nuovo Adamo. Gesù esce dall’acqua e intraprende la propria missione, come all’inizio l’uomo fu plasmato dal fango, mentre un flutto risaliva dalla terra e bagnava la superficie del suolo (Gen 2,6). Gesù riceve lo Spirito Santo come già un tempo: “Dio... soffiò nelle sue narici un alito di vita” (Gen 2,7). E Gesù, secondo Marco, diviene l’uomo nuovo, proprio come di Adamo si dice: “E l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7). L’umanità ricomincia allora, col battesimo di Gesù, su basi nuove.
Dovrà ancora passare attraverso l’esperienza della morte ed entrare quindi nella gloria della risurrezione. Dovrà ancora, e deve tuttora, trasformarsi lentamente in ogni uomo, aspettando il giorno in cui “vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi... Ed egli... riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo” (Mc 13,26-27). Allora non ci sarà più battesimo (At 21,23-27).
Antifona d'ingresso
Dopo il battesimo di Gesù si aprirono i cieli, e come colomba  lo Spirito di Dio si fermò su di lui,  e la voce del Padre disse:  “Questo è il Figlio mio prediletto,  nel quale mi sono compiaciuto”. (cf. Mt 3,16-17)
Colletta
Padre onnipotente ed eterno,  che dopo il battesimo nel fiume Giordano  proclamasti il Cristo tuo diletto Figlio,  mentre discendeva su di lui lo Spirito Santo,  concedi ai tuoi figli, rinati dall’acqua e dallo Spirito,  di vivere sempre nel tuo amore.  Per il nostro Signore Gesù Cristo...
Oppure:
O Padre, il tuo unico Figlio  si è manifestato nella nostra carne mortale,  concedi a noi,  che lo abbiamo conosciuto come vero uomo,  di essere interiormente rinnovati a sua immagine.  Egli è Dio e vive e regna con te...
Oppure:
Padre d’immensa gloria,  tu hai consacrato con potenza di Spirito Santo  il tuo Verbo fatto uomo,  e lo hai stabilito luce del mondo e alleanza di pace per tutti i popoli; concedi a noi che oggi celebriamo
il mistero del suo battesimo nel Giordano, di vivere come fedeli imitatori del tuo Figlio prediletto, in cui il tuo amore si compiace. Egli è Dio, e vive e regna con te...
Prima lettura    Is 55,1-11
Venite all’acqua: ascoltate e vivrete.
Dal libro del profeta Isaia
Così dice il Signore:
O voi tutti assetati, venite all’acqua,  chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro  e, senza spesa, vino e latte.  Perché spendete denaro per ciò che non è pane,  il vostro patrimonio per ciò che non sazia?  Su, ascoltatemi e mangerete cose buone  e gusterete cibi succulenti.  Porgete l’orecchio e venite a me,  ascoltate e voi vivrete. Io stabilirò per voi un’alleanza eterna,  i favori assicurati a Davide. Ecco l’ho costituito testimonio fra i popoli,  principe e sovrano sulle nazioni.  Ecco tu chiamerai gente che non conoscevi;  accorreranno a te popoli che non ti conoscevano  a causa del Signore, tuo Dio,  del Santo di Israele, perché egli ti ha onorato.  Cercate il Signore, mentre si fa trovare,  invocatelo, mentre è vicino.  L’empio abbandoni la sua via  e l’uomo iniquo i suoi pensieri;  ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona.  Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri,  le vostre vie non sono le mie vie - oracolo del Signore.
Quanto il cielo sovrasta la terra,  tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,  i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.  Come infatti la pioggia e la neve  scendono dal cielo e non vi ritornano  senza avere irrigato la terra,  senza averla fecondata e fatta germogliare,  perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare,  così sarà della parola uscita dalla mia bocca:  non ritornerà a me senza effetto,  senza aver operato ciò che desidero  e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata.

Parola di Dio
Salmo responsoriale    Is 12
Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza.
Ecco, Dio è la mia salvezza;
io confiderò, non avrò mai timore,
perché mia forza e mio canto è il Signore;
egli è stato la mia salvezza.
Lodate il Signore, invocate il suo nome;
manifestate tra i popoli le sue meraviglie,
proclamate che il suo nome è sublime.
Cantate inni al Signore, perché ha fatto opere grandi,
ciò sia noto in tutta la terra.
Gridate giulivi ed esultate, abitanti di Sion,
perché grande in mezzo a voi è il Santo di Israele.
Seconda lettura   1Gv 5,1-9
Lo Spirito, l’acqua e il sangue.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo
Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato.  Da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti, perché in questo consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi.  Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede.  E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Questi è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che rende testimonianza, perché lo Spirito è la verità.  Poiché tre sono quelli che rendono testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue, e questi tre sono concordi. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è maggiore; e la testimonianza di Dio è quella che ha dato al suo Figlio.
Parola di Dio
Acclamazione al Vangelo (Gv 1,29)
Alleluia, alleluia.
Giovanni vedendo Gesù disse: Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo.
Alleluia.
Vangelo  Mc 1,7-11
Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto.
Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, Giovanni predicava: “Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non sono degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo”.  In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto”.
Parola del Signore
Preghiera sulle offerte
Ricevi, o Padre, i doni che la Chiesa ti offre, celebrando la manifestazione del Cristo tuo diletto Figlio, e trasformali per noi nel sacrificio perfetto, che ha lavato il mondo da ogni colpa. Per Cristo nostro Signore.
Prefazio
Consacrazione e missione di Gesù.
È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno. Nel battesimo di Cristo al Giordano tu hai operato segni prodigiosi per manifestare il mistero del nuovo lavacro: dal cielo hai fatto udire la tua voce, perché il mondo credesse che il tuo Verbo era in mezzo a noi; con lo Spirito che si posava su di lui come colomba hai consacrato il tuo Servo con unzione sacerdotale, profetica e regale, perché gli uomini riconoscessero in lui il Messia, inviato a portare ai poveri il lieto annunzio. E noi, uniti alle potenze dei cieli, con voce incessante proclamiamo la tua lode: Santo...
Antifona di Comunione
Questa è la testimonianza di Giovanni: “Io l’ho visto, e ho attestato che egli è il Figlio di Dio”. (Gv 1,32.34)
Oppure:
Giovanni disse: “Io ho bisogno d’essere battezzato da te e tu vieni da me?”. “Lascia fare per ora” gli rispose Gesù,
“poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia”. (Mt 3,14-15)
Preghiera dopo la Comunione
Dio misericordioso, che ci hai nutriti alla tua mensa, concedi a noi tuoi fedeli di ascoltare come discepoli il tuo Cristo, per chiamarci ed essere realmente tuoi figli. Per Cristo nostro Signore.
Battesimo del Signore - Liturgia Anno "C" (Colore liturgico: Bianco)
Lo Spirito Santo giunge ad attestare in modo solenne la divinità di Gesù nel momento in cui ha compiuto, come un uomo qualsiasi, il gesto penitenziale, essendosi sottoposto al battesimo di Giovanni. Durante la sua vita terrena, Gesù non si mostrerà mai tanto grande come nell’umiltà dei gesti e delle parole. Importante lezione questa, per noi che vediamo le cose in modo tanto diverso. Seguire Cristo significa intraprendere questo cammino di umiltà, cioè di verità. Cristo, vero Dio e vero uomo, ci insegna la verità del nostro essere. Feriti dal peccato, purificati dal battesimo, noi oscilliamo fra i due estremi, entrambi attraenti, del male e della santità. E questo si vive nella quotidianeità più umile. Ad ogni passo possiamo scegliere Dio e il suo amore, o, viceversa, rifiutarlo.  Seguire le orme di Gesù, significa assicurarsi un cammino che, nonostante sia stretto e sassoso, conduce alla vita eterna, alla vera beatitudine.
Liturgia Anno "C"
Messale - Antifona d'Ingresso  Cf Mt 3,16-17
Dopo il battesimo di Gesù si aprirono i cieli, e come colomba lo Spirito di Dio si fermò su di lui , e la voce del Padre disse: «Questo è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto».
Colletta
Padre Onnipotente ed eterno, che dopo il battesimo nel fiume Giordano proclamasti il Cristo tuo diletto Figlio, mentre discendeva su di lui lo Spirito Santo concedi ai tuoi figli, rinati dall'acqua e dallo Spirito, di vivere sempre nel tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
Oppure:
O Padre, il tuo unico Figlio si è manifestato nella nostra carne mortale, concedi a noi, che lo abbiamo conosciuto come vero uomo, di essere interiormente rinnovati a sua immagine. Egli è Dio, e vive e regna con te nell'unità dello Spirito Santo ...
Oppure:
Padre d'immensa gloria, tu hai consacrato con potenza di Spirito Santo il tuo Verbo fatto uomo, e lo hai stabilito luce del mondo e alleanza di pace per tutti i popoli: concedi a noi che oggi celebriamo il mistero del suo battesimo nel Giordano, di vivere come fedeli imitatori del tuo Figlio prediletto, in cui il tuo amore si compiace. Egli è Dio, e vive e regna con te ...
Liturgia della Parola
Prima Lettura  Is 40,1-5.9-11
Si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà.
Dal libro del profeta Isaia
«Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme  e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità, perché ha ricevuto dalla mano del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura. Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà, poiché la bocca del Signore ha parlato». Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annunzia alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, con il braccio egli detiene il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e i suoi trofei lo precedono. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna;
porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri».
Salmo Responsoriale  Dal Salmo 103
Benedetto il Signore che dona la vita.
Signore, mio Dio, quanto sei grande!
Rivestito di maestà e di splendore,
avvolto di luce come di un manto.
Tu stendi il cielo come una tenda.
Costruisci sulle acque la tua dimora,
fai delle nubi il tuo carro,
cammini sulle ali del vento;
fai dei venti i tuoi messaggeri,
delle fiamme guizzanti i tuoi ministri.
Quanto sono grandi, Signore, le tue opere!
Tutto hai fatto con saggezza,
la terra è piena delle tue creature.
Ecco il mare spazioso e vasto:
lì guizzano senza numero
animali piccoli e grandi.
Tutti da te aspettano
che tu dia loro il cibo in tempo opportuno.
Tu lo provvedi, essi lo raccolgono,
tu apri la mano, si saziano di beni.
Se nascondi il tuo volto, vengono meno,
togli loro il respiro, muoiono
e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.
Seconda Lettura  Tt 2,11-14; 3,4-7
Il Signore ci ha salvati mediante il lavacro di rigenerazione nello Spirito Santo.
Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito
Carissimo, è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini, che ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone.  Quando si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericordia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, perché giustificati dalla sua grazia diventassimo eredi, secondo la speranza, della vita eterna. 
Canto al Vangelo   Cf Lc 3,16
Alleluia, alleluia.
Viene uno più forte di me, dice Giovanni, egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.
Alleluia.
Vangelo  Lc 3,15-16.21-22
Mentre Gesù, ricevuto il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì.
Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».   Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto».
Sulle Offerte
Ricevi, o Padre, i doni che la Chiesa ti offre, celebrando la manifestazione del Cristo tuoi diletto Figlio, e trasformarli per noi nel sacrificio perfetto, che ha lavato il mondo da ogni colpa. Per Cristo nostro Signore.
Prefazio
E’ veramente cosa buona e giusta, 
nostro dovere e fonte di salvezza, 
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno. 
Nel battesimo di Cristo al Giordano 
tu hai operato segni prodigiosi 
per manifestare il mistero del nuovo lavacro:
dal cielo hai fatto udire la tua voce, 
perché il mondo credesse che il tuo Verbo era in mezzo a noi; 
con lo Spirito che si posava su di lui come colomba 
hai consacrato il tuo Servo
con unzione sacerdotale, profetica e regale, 
perché gli uomini riconoscessero in lui il Messia, 
inviato a portare ai poveri il lieto annunzio.
E noi, uniti alle potenze dei cieli,
con voce incessante proclamiamo la tua lode:
Santo, Santo, Santo il Signore...
Antifona alla Comunione  Gv 1,32.34
Questa è la testimonianza di Giovanni:
«Io l'ho visto, e ho attestato che egli è il Figlio di Dio» .
Oppure:  Lc 3,16
Giovanni disse: «Io vi battezzo con acqua; 
ma viene uno che è più forte di me: 
egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».
Dopo la Comunione
Dio misericordioso, che ci hai nutriti alla tua mensa, concedi a noi tuoi fedeli di ascoltare come discepoli il tuo Cristo, per chiamarci ed essere realmente tuoi figli. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Quello che le donne (e gli uomini) non dicono (e non fanno)…
Il brano del Vangelo di questa domenica è uno scrigno prezioso!
Contiene tanti di quegli insegnamenti che potremmo riempire pagine e pagine.
Cristo sceglie di ricevere il Battesimo, fa una scelta, una preferenza; fondamentale per tutti noi.
Voi ve lo immaginate il Figlio di Dio che si mette in fila con i peccatori per ricevere il Battesimo di Giovanni?
E’ una scelta, secondo i criteri di questo mondo, “politicamente non corretta”da parte di Dio, ha sbagliato “sponda” del Giordano.
Non era con i peccatori che Gesù doveva mettersi in fila; non era con me e con te che doveva farsi compagno di viaggio…
E invece Gesù sceglie di mettersi come capo fila di tutta questa umanità persa.
Questa Sua scelta ha dei significati concreti anche per noi oggi.
Cristo si mette a capo di questo popolo per portarlo alla vita eterna.
É un posto di partenza il Battesimo, non di arrivo.
Rimanere ancorati ai blocchi di partenza può non servire alla fine.
Non ci si improvvisa cristiani, non ci sono scorciatoie.
Noi vorremmo pure trovarle ma è la vita, con i suoi eventi, che non ce lo permette.
I primi cristiani prima di poter ricevere il Battesimo iniziavano un percorso, che durava anni, chiamato “catecumenato”.
Ti chiederai perché tanto tempo di preparazione per ricevere un Sacramento che oggi, normalmente, viene ricevuto da bambini (a pochi mesi di vita) e con una preparazione dei genitori fatta di pochi incontri?
Cosa è cambiato? La Chiesa forse oggi fa degli sconti rispetto ai primi secoli?
Decisamente no!
Per la Chiesa non esistono i periodi di saldi o sconti.
Il catecumenato è (semplificando per motivi di spazio) un periodo di preparazione che la Chiesa (attenzione, ho detto la Chiesa) sin dai primi tempi, guidata dallo Spirito Santo, dona agli uomini per ricevere il Sacramento che ci cambia la vita.
I catecumeni per ricevere il Battesimo dovevano dare due “piccoli” segni di cambiamento (conversione): rompere con ogni peccato ed amare il nemico nella dimensione della Croce, cioè vivere come Gesù!
Se ci fermassimo un attimo a riflettere su questi due segni possiamo capire il perché della durata così lunga del cammino di preparazione.
Questo periodo di preparazione oggi avviene (dovrebbe…) nelle famiglie nel senso che sono i genitori che per primi prendono l’impegno di trasmettere la fede cristiana ai bambini battezzati.
E’ nella famiglia che i figli ascoltano dai loro genitori parlare di Dio;
è nella famiglia che i bambini ricevono l’esempio concreto dai genitori del Perdono cristiano, dell’amore in Cristo, del vivere da cristiani.
E’ qui vengono fuori i problemi.
Per dire la verità dovremmo amaramente affermare che è nella famiglia che i figli oggi ricevono l’esempio peggiore sulla vita in Cristo!
Questo bagaglio, questo deposito di Fede che dovrebbe essere patrimonio della famiglia oggi è ridotto (quando va bene!) a una serie di partecipazione ai riti religiosi.
Poi nel quotidiano il vuoto, sotto il vestito da cristiano… spesso niente!
Dovremmo chiederci cosa è rimasto nella tua vita concreta del tuo Battesimo!
Una catenina ricordo dei padrini?
Per quelli della mia età qualche foto, pure in bianco e nero…
E la vita da cristiano? E l’amore verso il prossimo? E il perdono verso chi ci ha fatto del male?
E il prendere ogni giorno la croce e mettersi alla Sua sequela?
Che fede possiamo trasmettere ai nostri figli?
Parole?
Ma, credetemi, le parole con i figli sono come il fumo; un po’ di vento, qualche sciocco amico e vengono portate via.
Il Battesimo è il Sacramento che oggi io e te dobbiamo rivedere, ripercorrere seriamente.
E’ un cammino fatto di conoscenza di Parola di Dio, di fede vissuta in una comunità di cristiani, di vita nel proprio quotidiano.
Cristiano sul posto di lavoro;
Cristiano in fila alla poste;
Cristiani quando paghiamo le tasse;
Cristiani nell’accogliere la vita;
Cristiano nella sessualità.
Cristiano sempre…
Sì, è vero, Gesù sceglie di stare dalla parte dell’umanità malata ma, questa Sua scelta, porta alla nostra guarigione!
É importante, per ognuno di noi, vedere cosa è rimasto nel proprio vissuto del Battesimo.
Laddove, con molta sincerità, dovremmo riconoscere che in noi è rimasto poco o niente allora urge, da parte nostra, ripercorrere le tappe del nostro Battesimo.
Si tratta di ripartire per riconquistare la vita.
É come quando vuoi riconquistare l’amore di un qualcuno che hai perso.
Devi ritornare alle radici, ritrovare la molla che ti ha spinto a dimenticare l’universo che ti circonda per amare quella persona.
Il Vangelo ci fa capire anche un altro aspetto importante: il cristiano non è un “battitore libero”, un solitario che si autoconverte.
É un cammino che si fa singolarmente ma con un popolo: la Chiesa.
Riprendere in mano il Battesimo significa per molti versi ritornare ad essere dei catecumeni, dei cristiani che si mettono in cammino facendosi accompagnare da Madre Chiesa.
É scomodo, vero? Ma chi mai vi ha ammaestrato dicendo che essere cristiani significa far parte di una associazione che si riunisce una volta alla settimana per una noiosa oretta ad ascoltare un altrettanto noioso predicatore?
Essere cristiani è vita, è gioia, perché ci accompagna a vivere qualcosa di meraviglioso, ora!
Il Battesimo porta un frutto: La vita eterna; la Vita eterna che inizia già su questa terra.
(servo inutile in Cristo, don Michele Cuttano)
Riflessione
Terminato il ciclo natalizio, con un balzo di circa trent’ anni, ecco che questa Domenica ci propone la festa del Battesimo di Gesù.
Se la cosa può sembrarci strana da un punto di vista cronologico, invece questa festa si pone in diretta continuità con l’ Epifania, cioè la manifestazione di Gesù a tutte le genti della terra.
Infatti se Dio viene incontro a tutti coloro che lo cercano, ecco che la festa di oggi ci spiega chi sia questo Gesù che è venuto.
Il battesimo di Gesù, infatti, con i suoi segni: i cieli che si aprono, lo Spirito che scende su di Lui come colomba, la voce del Padre che indica Gesù nella sua missione, non solo serve a Gesù per confermarlo nel suo compito di Figlio di Dio venuto sulla terra per salvare gli uomini attraverso una donazione totale, ma serve anche a far capire a noi chi sia questo Messia e come possiamo e dobbiamo seguirlo e manifestarlo. Ecco alcune caratteristiche del Messia così come emergono dalle letture di oggi:Il messia viene con potenza ma con umiltà.
Giovanni il Battista, nella sua predicazione aveva annunciato un Messia potente, "con il mano il ventilabro per purificare la sua aia", uno, insomma, che finalmente avrebbe messo a posto le cose, avrebbe fatto piazza pulita dei peccatori e dei pagani, avrebbe riportato la fede di Israele alla sua integrità. Gesù invece appare, stupendo anche il Battista, in fila con i peccatori, a ricevere un battesimo di penitenza di cui personalmente non aveva bisogno.  
Il Cristo che è venuto è potente.
Ě "il Figlio diletto del Padre", è, come diciamo nel Credo "Colui che verrà a giudicare i vivi e i morti", è Colui che ha la potestà di guarire gli ammalati, di ridare la vista ai ciechi, di fare camminare i paralitici, di far risorgere chi è morto, ma è anche Colui che sceglie di stare non dalla parte di coloro che si sentono giusti, di coloro che si fanno paravento della religione per giustificare il proprio essere, ma dalla parte dei poveri, dei peccatori, di coloro che fanno fatica ma che riconoscono di aver bisogno prima di tutto della misericordia di Dio.
Fin dalla sua prima apparizione pubblica, ancora prima che il Padre lo confermi nella sua missione, Gesù manifesta pienamente quale sarà il suo servizio all’umanità :"si è fatto peccatore per salvare i peccatori", è davvero l’Agnello che sarà immolato per togliere il peccato del mondo, è il capro espiatorio che si è caricato di tutto il peccato e il male del mondo per morire insieme a questo male e liberare chi da solo non ce l’avrebbe fatta.
La grande potenza di Cristo non consiste quindi nella straordinarietà della sua persona, ma nell’ umiltà e nell’amore che Egli ha per il Padre e per noi.
Ben si adatta allora alla figura di Gesù il brano messianico di Isaia che abbiamo letto come prima lettura "Egli non griderà né alzerà il tono": Gesù, nella sua vita pubblica sarà sì in tutti i luoghi di vita dell’uomo, predicherà il Regno, ma il suo tono non sarà quello dei predicatori televisivi ora roboante ora suadente a seconda delle occasioni, Gesù non cercherà "audience" per catturare la benevolenza delle persone, Gesù non imporrà se stesso a nessuno, sarà soltanto la decisa proposta del Padre.
Gesù non catturerà la fede degli altri a colpi di miracoli, anzi fuggirà davanti alla gente che vuol farlo re perché ha sfamato gratis cinquemila persone. Egli, dice ancora Isaia: "Non spezzerà la canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta". Non userà il modo di certi predicatori che è quello di far sempre sentire tutti (eccetto se stessi) estremi peccatori degni solo delle fiamme dell’inferno. Gesù dirà quello che è giusto e quello che è vero senza scendere a compromessi, ma anche a seconda delle capacità di comprensione delle persone che lo ascoltano, esecrerà e prenderà le distanze dal peccato, ma avrà tutte le attenzioni per il peccatore. Se dunque il nostro Maestro è così, anche noi dobbiamo imitarlo e allora la festa del Battesimo di Gesù, oltre che presentarci chi sia il nostro Salvatore ci ricorda che noi, proprio nella misericordia di Gesù abbiamo ricevuto un Battesimo che ci ha fatto cristiani.
Come per Gesù nel Giordano, anche per noi nell’acqua del nostro Battesimo, Dio Padre ci ha aperto il cielo, ci ha resi suoi figli, ci ha totalmente rinnovati con il dono del suo Spirito, ci ha introdotti nella sua famiglia togliendoci ogni macchia di peccato. Per grazia sua siamo Figli di Dio e non c’è grazia più grande di questa. Dio si impegna ad esserci Padre, ma anche noi ci impegniamo a vivere da figli, a vivere come Gesù. A continuare la missione di Gesù, quella di portare il Vangelo e l’amore e la salvezza di Dio a tutti, anche a costo di sacrifici.
Purtroppo per molti cristiani il battesimo è un fatto che è avvenuto quando erano ancora piccoli e che, a parte qualche stinta fotografia, è rimasto un gesto, un rito del nostro passato. Non è forse vero che molti di noi infatti non vivono il proprio battesimo ma preferiscono delegare ad altri il compito di comportarsi come Cristo? Incarichiamo i missionari di andare ad annunciare il Vangelo al posto nostro, le monache a sostituirci nella nostra preghiera, i volontari e gli impegnati a mettersi a servizio degli altri e anche della parrocchia al posto nostro. Incarichiamo l’elemosina di farci sentire buoni e generosi.
Pensiamo che qualche rito possa risolvere i problemi della nostra anima, tacitiamo le nostre coscienze (quando ancora ci rimordono per qualcosa) dicendoci che non tutto è nelle nostre possibilità che: "Intanto che cosa posso farci io davanti ai problemi immani della fame nel mondo, delle malattie, delle guerre?", affidiamo ai giornali o alla televisione il compito di pensare al posto nostro, Diamo ai preti e agli "addetti ai lavori" il compito di rispondere alla "vocazione".
Troppo facile essere cristiani così, cristiani che hanno sempre dei supplenti a disposizione. Quel Battesimo che abbiamo ricevuto e che anche oggi riconosciamo come dono è un impegno personale, è una fede che va compresa, resa consapevole, matura, è essersi rivestiti di Cristo, è appartenere a Lui, è cercare, pur con mille povertà, di manifestare quotidianamente Lui.
Il Battesimo deve diventare totalmente "nostro", un fatto che ci veda protagonisti in prima persona. E se Gesù ha adempiuto al suo compito con umiltà, anche il nostro modo di proporci agli altri deve essere umile, non legato ai successi di massa, propositivo, attento al prossimo, solidale, capace di gesti donazione totale.
Il battesimo non è soltanto un documento che sta rinchiuso in qualche archivio parrocchiale è un dono sempre nuovo che ciascuno deve rinnovare ogni giorno e che poco per volta ci deve far diventare simili a Gesù "il Figlio diletto nel quale il Padre si è compiaciuto."
Chiusura del Ciclo Liturgico "Natale"
Con la festa del Battesimo del Signore che oggi celebriamo, si chiude il ciclo liturgico di Natale, tempo caratterizzato da “epifanie” o manifestazioni della gloria di Dio attraverso l’ umanità di Gesù: a Natale, Gesù si manifesta a poveri e semplici pastori, nella festa dell’ Epifania, si rivela ed è riconosciuto dai popoli pagani rappresentati dai Magi, come l’ atteso Re e Messia.
Anche il Battesimo del Signore è una manifestazione della divinità di Gesù, ma lo è in modo particolarmente solenne, per l’ intervento dall’alto del Padre e dello Spirito Santo. La festa odierna segna un evento di particolare importanza nella vita di Gesù, non tanto per il valore in se del battesimo di penitenza, di cui Gesù non ne aveva affatto bisogno, quanto per i prodigi straordinari che l’accompagnano.
Leggiamo nel Vangelo di oggi che appena battezzato, Gesù uscì dall’ acqua e  vide lo Spirito Santo scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: “Questi  è il mio figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mc 1, 10-11).
Le parole pronunciate solennemente dal Padre che squarciano i cieli, chiusi per il peccato, e la presenza visibile dello Spirito Santo affermano in modo inequivocabile l’ identità di Gesù e sono la testimonianza più vera che quel Gesù, confuso tra la folla dei peccatori e che si lascia umilmente battezzare da Giovanni nel Giordano, è il Figlio di Dio, è il Messia inviato per la salvezza del mondo.
In Lui il Padre trova la sua compiacenza.
Anche noi, col battesimo, diventiamo figli diletti del Padre, il quale ci genera  “dall’ acqua e dallo Spirito” (Gv 3,5) e, tramite questa nuova e vera nascita spirituale, ci comunica la vita soprannaturale, la sua stessa vita divina. Quali effetti meravigliosi racchiude in se il sacramento del battesimo!
Senza alcun nostro merito, veniamo liberati dalla colpa di origine e da ogni altro peccato; l’anima nostra viene trasformata dalla forza dello Spirito Santo in dimora santa della SS. Trinità; veniamo elevati alla dignità di figli di Dio e acquistiamo il diritto a entrare nella vita eterna e beata del Paradiso. Quale intima trasformazione: da povere creature diventare figli di Dio! Quali realtà misteriose e ineffabili!
Il Battesimo è un dono così grande che solo in cielo potremo comprenderne il suo valore inestimabile. Molti cristiani purtroppo non comprendono la grandezza del battesimo, per cui non è raro oggi trovare genitori che, per paura di offendere la libertà dei loro figli, preferiscono rinviare ad età adulta il loro battesimo, privandoli così del dono che li rende figli di Dio. Vogliamo ricordare a questi genitori che far battezzare i figli quanto prima non è un attentato alla loro libertà, bensì è un diritto che i figli hanno di ricevere questo dono preziosissimo al più presto, simile a quello di essere concepiti, di nascere e di essere formati.
Anzi il battesimo è un dono di molto superiore a qualsiasi altro bene. Cosa dire poi dei certi nomi strampalati che si danno ai figli? Non dimentichiamoci che portare il nome di un santo non è pura coreografia, ma significa avere qualcuno in cielo che ci protegge e a  cui ci ispiriamo come modello nel cammino verso Dio. Forse molti non si rendono conto della preziosità di questo sacramento e considerano il battesimo un rito esterno senza significato. Forse tanti cristiani non  ricordano neppure la data del loro battesimo. Ogni anno si festeggiano tanti eventi della vita, ma raramente o quasi mai ci si ricorda del battesimo. E invece è una ricorrenza che dovremmo celebrare con solennità anche maggiore di quella della nostra nascita.   
Il battesimo comporta anche dei doveri da parte del cristiano. Diciamo subito che il battesimo è una scelta di vita che impegna tutto il nostro essere e tocca ogni attività, interna ed esterna, ogni professione e stato sociale. Essere cristiani significa pensare e agire come Gesù, significa vivere secondo lo spirito del Vangelo, significa acquistare un nuovo modo di vedere, di giudicare, di parlare, di comportarsi che rifletta pienamente quello di Gesù, nostro modello divino. Ascoltiamo quanto ci insegna S. Pio da Pietrelcina: “il battesimo è detto essere copia della morte di Gesù… Dunque quello che fu la croce a Gesù Cristo, questo è a noi il battesimo.
Gesù Cristo fu conficcato sulla croce, perché morisse secondo la carne, noi siamo battezzati per morire al peccato, per morire a noi stessi. Gesù Cristo sulla croce fu mortificato in tutti i suoi sensi, così noi per il battesimo dobbiamo portare la mortificazione di Gesù in tutti i nostri sensi” (Ep II, 176).
L’insegnamento del Santo è molto chiaro: per essere cristiani e vivere da figli di Dio, dobbiamo mortificare i nostri sensi e morire ogni giorno a noi stessi.
Il cammino del cristiano, dunque, è un cammino innanzitutto di purificazione che ci impegna a lottare contro gli affetti disordinati, la superbia, l’orgoglio, l’amor proprio e ogni altra cattiva tendenza. Il battesimo non elimina in noi le radici del male. Perciò, per avanzare nella via del bene, delle virtù e della santità, resta l’obbligo per ogni cristiano, di lottare ogni giorno contro questi mali. Nella misura in cui moriamo al peccato, risorgiamo e sviluppiamo in noi la vita divina di Gesù.   
Oggi, in modo particolare, vogliamo ringraziare il Signore per il dono del battesimo e vogliamo pregare la Vergine Santa affinché ci aiuti a essere fedeli alle nostre promesse battesimali e a non farci mai perdere con il peccato i frutti  inestimabili del battesimo.
Riflessione anno "A"  (Battesimo del Signore)
Gesù, dopo aver trascorso circa trent’ anni di vita nascosta, lascia la casa di Nazareth per dare inizio alla predicazione del Regno di Dio. Guidato dallo Spirito, va nel deserto sulle rive del Giordano, dove Giovanni Battista svolge la sua missione di precursore per preparare il popolo giudaico alla imminente venuta del Messia. Egli predica al popolo la conversione dai peccati e amministra un battesimo di penitenza. Da tutta la Palestina accorrono verso questa figura straordinaria di profeta. Colpiti dalle sue infuocate parole, si pentono e si fanno battezzare.
Il precursore di Gesù è consapevole di non essere lui il Messia promesso: “Io vi battezzo con acqua – dichiara apertamente - ma viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (Lc 3,16).  
Il battesimo di San Giovanni è semplicemente un simbolo del vero battesimo che Gesù istituirà per tutti i seguaci del suo Vangelo. Gesù si presenta dal Battista, mescolato tra la folla dei peccatori, come uno sconosciuto. Il Figlio di Dio fatto uomo non aveva bisogno di essere battezzato; pur tuttavia chiede il battesimo per compiere, anche in questo, la volontà del Padre. Mentre Giovanni lo battezza e Gesù è raccolto in preghiera, in intima comunione con il Padre “il cielo si aprì – narra il Vangelo della Messa - e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: “Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto” (Lc 3,21-22). Ě un momento solenne, ricco di gravità e d’importanza.
L’episodio segna un evento straordinario nella vita di Gesù, non tanto per il valore in se stesso del battesimo che riceve da san Giovanni, quanto per la grande rivelazione che il Padre e lo Spirito Santo fanno di Gesù, proclamandolo apertamente Figlio di Dio e Messia. Il battesimo di Gesù è come l’investitura ufficiale della sua missione di Salvatore. Lo Spirito Santo che scende visibilmente su di Lui, e la voce del Padre che si fa sentire dal cielo, garantiscono sulla sua identità di Figlio di Dio e lo presentano al mondo perché il mondo accolga il suo messaggio. Anche nella vita del cristiano, il battesimo costituisce un momento importante. Lo Spirito Santo, rinnovando i prodigi compiuti nella vita terrena di Gesù, entra nell’anima del cristiano, lo rinnova in tutto il suo essere, lo fa nascere alla vita divina, formando in lui un figlio di Dio.
Guardando al comportamento di tanti cristiani, dobbiamo purtroppo ammettere che molti sembrano perdere coscienza dell’importanza del battesimo nella loro vita. La decadenza del senso religioso e il fenomeno della secolarizzazione rendono sempre più difficile la comprensione della grande dignità e del valore inestimabile di questo sacramento. Oggi, nella festa del battesimo di Gesù, la Chiesa ci invita a ricordarci del nostro battesimo e a riscoprirne la grandezza e le esigenze. Per gli uomini del nostro tempo è importante anzitutto conoscere a fondo le basi della nostra vocazione cristiana, con lo studio attento e continuo del Vangelo, del Catechismo, dei documenti della Chiesa, della dottrina dei Santi Padri e di ottimi testi di autori sacri che hanno illuminato la vita di tanti santi.
Ma non basta conoscere gli impegni del battesimo, dobbiamo viverli profondamente, come afferma san Paolo nella seconda lettura del giorno. Il battezzato è chiamato a “rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo” (Tt 2,12). Queste, dunque, secondo l’apostolo, le esigenze fondamentali del nostro battesimo: rinnegare “l’empietà” della propria carne, disprezzare “i desideri mondani”, ossia onori, ricchezze, vanità, comodità, per vivere, poi, in noi la vita divina di Gesù. Padre Pio da Pietrelcina, con brevi ma incisive parole, ribadisce il concetto di san Paolo riguardo agli impegni assunti dal cristiano nel battesimo: “All’opera, cristiano; rammentati che pel battesimo ti sei spogliato dell’uomo vecchio e vestito dell’uomo nuovo” (Epistolario II, p. 234).
L’ insegnamento del Santo è molto chiaro: egli ci incoraggia vivamente a spogliarci dell’uomo terreno, lottando contro il peccato e tutto il mondo delle nostre passioni e a rivestirci di Gesù, conformando la nostra vita alla sua. Il battesimo, in effetti, deve impegnare tutto della nostra persona: ogni attività interna ed esterna, della mente e del cuore, ogni professione e stato sociale.
Essere cristiani significa pensare e agire come Gesù, significa acquistare un modo nuovo di vedere, di giudicare e di agire che rifletta pienamente quello del nostro Maestro. Chiediamo oggi alla Madre di Gesù, che ci ha generato alla grazia nel suo grembo verginale, di aiutarci a essere fedeli alle nostre promesse battesimali, e a vivere da “figli prediletti” del Padre.
Riflessione anno "B"  (Battesimo del Signore)
La liturgia romana commemorava il Battesimo di Cristo nel Giordano l’ottavo giorno dopo l’Epifania del Signore, una festività apparsa in Occidente nel secolo VIII.
Questo avvenne sotto l’influenza della liturgia bizantina per la quale, similmente alle altre liturgie orientali, il ricordo del mistero del Battesimo aveva una particolare importanza. La festa a sé stante del Battesimo del Signore fu costituita solamente nell’anno 1955 e veniva celebrata il 13 gennaio. Nel nuovo calendario liturgico, la festa è stata trasferita alla domenica dopo l’Epifania.
Cristo riceve il Battesimo nelle acque del Giordano dalle mani di Giovanni il Battista. La voce del Padre e la presenza dello Spirito Santo proclamano Gesù Figlio prediletto di Dio e, nello stesso tempo, Servo mandato per annunziare ai poveri la buona novella della salvezza.
Lui non alzerà la voce, ma annunzierà a tutti la salvezza, non spezzerà la canna incrinata, ma libererà quelli che rimangono nella schiavitù delle tenebre.
Cristo non ha alcun peccato, ma non si separa dall’umanità che vive nel peccato: l’umanità corrotta insieme con lui entra nelle acque del Giordano che preannunziano l’acqua che ci purificherà da ogni sporcizia, ci farà vivere la vita nuova, ci introdurrà nel mistero della morte e della risurrezione del nostro Salvatore.
Il mistero che oggi viene celebrato dalla Chiesa richiama alla memoria il nostro Battesimo per mezzo del quale siamo stati purificati e siamo spiritualmente rinati, divenendo figli di Dio.
In questo giorno di festa, eleviamo suppliche affinché viviamo come figli di Dio, cresciamo nell’amore e ci trasformiamo spiritualmente ad immagine di Cristo.
Oggi, il nostro Dio ci ha manifestato la sua indivisa natura in tre Persone;
il Padre dà infatti chiara testimonianza al Figlio;
lo Spirito scende dal cielo in forma di colomba;
il Figlio chinò il capo immacolato dinanzi al Precursore;
e battezzato, scioglie il genere umano dalla schiavitù, perché amante degli uomini.
(Liturgia Bizantina, EE n. 3038)
Commento Liturgia del Battesimo del Signore – “Anno C” festa
Domenica dopo l’Epifania
Commento alle Letture tratto dal Messale dell’assemblea cristiana – Festivo – opera del centro catechistico Salesiano Leumann (Torino) Editori ELLE DI CI - Esperienze – Edizioni  O.R. – Queriniana
Letture: Is 40,1-5.9-11; Sal 103; Tt 2,11-14; 3,4-7; Lc 3,15-16.21-22
Il Padre manifesta la missione del Figlio.
Sulle rive del Giordano, Giovanni Battista predica la conversione dai peccati per accogliere il regno di Dio che è vicino. Gesù scende con la folla nell’acqua per farsi battezzare. Il battesimo per i Giudei era un rito penitenziale, perciò vi si accostavano riconoscendo i propri peccati. Ma il battesimo che Gesù riceve non è solo un battesimo di penitenza: la manifestazione del Padre e la discesa dello Spirito Santo gli danno un significato preciso. Gesù è proclamato «figlio diletto» e su di lui si posa lo Spirito che lo investe della missione di profeta (annuncio del messaggio della salvezza), sacerdote (l’unico sacrificio accetto al Padre), re (messia atteso come salvatore) (cf prefazio).
Il battesimo di Cristo è il «nostro battesimo»
La redazione degli evangelisti tende a presentare il battesimo di Gesù come il battesimo del «nuovo popolo di Dio», il battesimo della Chiesa. Nel libro dell’Esodo, Israele è il figlio primogenito che viene liberato dall’Egitto per servire a Dio e offrirgli il sacrificio (Es 4,22); è il popolo che passa tra la muraglia d’acqua del Mar Rosso e nel sentiero asciutto attraverso il fiume Giordano. Cristo è il «figlio diletto» che offre l’unico sacrificio accetto al Padre; Cristo che «esce dall’acqua» è il nuovo popolo che viene definitivamente liberato: lo Spirito non solo scende su Cristo, ma rimane su di lui «perché gli uomini riconoscessero in lui il Messia, inviato a portare ai poveri il lieto annunzio» (prefazio). Lo Spirito che non aveva più dimora permanente fra gli uomini (Gn 6,3) ora rimane sempre, per Cristo, nella Chiesa.
La missione di Cristo è prefigurata in quella del Servo sofferente di Isaia. Il «Servo di Iahvè» è colui che porta su di se i peccati del popolo. In Cristo che si sottopone ad un atto pubblico di penitenza, vediamo la solidarietà del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo con la nostra storia. Gesù non prende le distanze da un’umanità peccatrice: al contrario, vi si immedesima per meglio «manifestare il mistero del nuovo lavacro» (pref.) e i conseguenti impegni di azione apostolica che ne derivano per il discepolo.
Alla riscoperta del proprio battesimo
Nati e vissuti nella fede della Chiesa, i cristiani hanno bisogno di riscoprire la grandezza e le esigenze della vocazione battesimale. E’ paradossale che il battesimo, il quale fa dell’uomo un membro vivo del Corpo di Cristo, non abbia molto posto nella coscienza esplicita del cristiano e che la maggior parte dei fedeli non sentano l’ingresso nella Chiesa attraverso l’iniziazione battesimale come il momento decisivo della loro vita.
Il battesimo dato a noi nel nome di Cristo è manifestazione del preveniente amore del Padre, partecipazione al mistero pasquale del Figlio, comunicazione di una nuova vita nello Spirito; esso ci pone dunque in comunione con Dio, ci integra nella sua Famiglia; è un passaggio dalla solidarietà nel peccato alla solidarietà nell’amore. Una nuova sensibilità per il battesimo è stata suscitata nella Chiesa dallo Spirito: oggi più che mai, nelle comunità cristiane, si presenta la vita cristiana come «vivere il proprio battesimo»; e maggiormente si manifesta negli adulti il bisogno di ripercorrere le tappe del proprio battesimo attraverso un «cammino catecumenale» fatto di profonda vita di fede vissuta comunitariamente, legata ad una seria conoscenza della Scrittura.
Il battesimo di nostro figlio
E’ un problema assai dibattuto non tanto per il valore e l’efficacia del battesimo dato al bambino quanto per la sua opportunità nella società attuale. Siamo entrati in un’epoca caratterizzata dal pluralismo e dai valori della fraternità e responsabilità personale.
La famiglia non ha più l’influsso determinante di una volta; i genitori non sono in grado di fare opzioni definitive per i loro figli; e la rapida trasformazione della società rende ancor più difficile l’educazione della fede.
Ancor peggio, le statistiche e l’esperienza dicono che una grande quantità dei bambini battezzati non vengono poi di fatto sufficientemente istruiti ed educati nella fede cristiana.
I motivi che portano certi genitori a chiedere il battesimo dei loro figli possono essere la convenienza sociale, la tradizione familiare e le paure di natura superstiziosa.
La soluzione al problema non è facile e le sperimentazioni in corso possono dar origine a disagio, meraviglia, rifiuto.
Occorre inserire il problema nel quadro di una «pastorale d’insieme» che tenda al rinnovamento della catechesi battesimale e che accompagni il cammino catecumenale dell’intera famiglia del battezzando.
Ciò che conta non è fissare la data del battesimo, ma percorrere un cammino di fede.
Dai «Discorsi» di San Gregorio Nazianzeno, Vescovo.
Il Battesimo di Gesù
Cristo nel Battesimo si fa luce, entriamo anche noi nel suo splendore; Cristo riceve il battesimo, inabissiamoci con lui per poter con lui salire alla gloria.
Giovanni dà il battesimo, Gesù si accosta a lui, forse per santificare colui dal quale viene battezzato nell'acqua, ma anche di certo per seppellire totalmente nelle acque il vecchio uomo. Santifica il Giordano prima di santificare noi e lo santifica per noi. E poiché era spirito e carne santifica nello Spirito e nell'acqua.
Il Battista non accetta la richiesta, ma Gesù insiste. Sono io che devo ricevere da te il battesimo (cfr. Mt 3, 14), così dice la lucerna al sole, la voce alla Parola, l'amico allo Sposo, colui che è il più grande tra i nati di donna a colui che è il primogenito di ogni creatura, colui che nel ventre della madre sussultò di gioia a colui che, ancora nascosto nel grembo materno, ricevette la sua adorazione, colui che percorreva e che avrebbe ancora precorso, a colui che era già apparso e sarebbe nuovamente apparso a suo tempo.
«Io devo ricevere il battesimo da te» e, aggiungi pure, «in nome tuo». Sapeva infatti che avrebbe ricevuto il battesimo del martirio o che, come Pietro, sarebbe stato lavato non solo ai piedi.
Gesù sale dalle acque e porta con sé in alto tutto intero il cosmo. Vede scindersi e aprirsi i cieli, quei cieli che Adamo aveva chiuso per sé e per tutta la sua discendenza, quei cieli preclusi e sbarrati come il paradiso lo era per la spada fiammeggiante.
E lo Spirito testimonia la divinità del Cristo: si presenta simbolicamente sopra Colui che gli è del tutto uguale. Una voce proviene dalle profondità dei cieli, da quelle stesse profondità dalle quali proveniva Chi in quel momento riceveva la testimonianza. Lo Spirito appare visibilmente come colomba e, in questo modo, onora anche il corpo divinizzato e quindi Dio. Non va dimenticato che molto tempo prima era stata pure una colomba quella che aveva annunziato la fine del diluvio.
Onoriamo dunque in questo giorno il battesimo di Cristo, e celebriamo come è giusto questa festa. Purificatevi totalmente e progredite in questa purezza. Dio di nessuna cosa tanto si rallegra, come della conversione e della salvezza dell'uomo.
Per l'uomo, infatti, sono state pronunziate tutte le parole divine e per lui sono stati compiuti i misteri della rivelazione. Tutto è stato fatto perché voi diveniate come altrettanti soli cioè forza vitale per gli altri uomini. Siate luci perfette dinanzi a quella luce immensa.
Sarete inondati del suo splendore soprannaturale.
Giungerà a voi, limpidissima e diretta, la luce della Trinità, della quale finora non avete ricevuto che un solo raggio, proveniente dal Dio unico, attraverso Cristo Gesù nostro Signore, al quale vadano gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amen. (Disc. 39 per il Battesimo del Signore, 14-16. 20; PG 36, 350-351. 354. 358-359).
Benedetto XVI - Angelus - Festa del Battesimo del Signore
Piazza San Pietro, 8 gennaio 2006
Cari fratelli e sorelle!
In questa Domenica dopo la solennità dell'Epifania, celebriamo la festa del Battesimo del Signore, che conclude il tempo liturgico del Natale.
Quest'oggi fissiamo lo sguardo su Gesù che, all'età di circa trent'anni, si fece battezzare da Giovanni nel fiume Giordano.
Si trattava di un battesimo di penitenza, che utilizzava il simbolo dell'acqua per esprimere la purificazione del cuore e della vita.
Giovanni detto il "Battista", cioè il "Battezzatore", predicava questo battesimo ad Israele per preparare l'imminente venuta del Messia; e a tutti diceva che dopo di lui sarebbe venuto un altro, più grande di lui, il quale avrebbe battezzato non con l'acqua, ma con lo Spirito Santo (cfr Mc 1, 7-8).
Ed ecco che quando Gesù fu battezzato nel Giordano, lo Spirito Santo discese, si posò su di Lui in apparenza corporea come di colomba, e Giovanni il Battista riconobbe che Egli era il Cristo, l'"Agnello di Dio" venuto per togliere il peccato del mondo (cfr Gv 1, 29).
Perciò il Battesimo al Giordano è anch'esso un'"epifania", una manifestazione dell'identità messianica del Signore e della sua opera redentrice, che culminerà in un altro "battesimo", quello della sua morte e risurrezione, per il quale il mondo intero sarà purificato nel fuoco della divina misericordia (cfr Lc 12, 49-50).
In questa festa, Giovanni Paolo II usava amministrare il sacramento del Battesimo ad alcuni bambini. Per la prima volta, stamani, ho avuto anch'io la gioia di battezzare nella Cappella Sistina dieci neonati.
A questi piccoli e alle loro famiglie, come pure ai padrini e alle madrine, rinnovo con affetto il mio saluto.
Il Battesimo dei bambini esprime e realizza il mistero della nuova nascita alla vita divina in Cristo: i genitori credenti portano i loro figli al fonte battesimale, che rappresenta il "grembo" della Chiesa, dalle cui acque benedette vengono generati i figli di Dio.
Il dono ricevuto dai neonati chiede di essere accolto da loro, una volta fattisi adulti, in modo libero e responsabile: questo processo di maturazione li porterà poi a ricevere il sacramento della Cresima o Confermazione, che, appunto, confermerà il Battesimo e conferirà a ciascuno il "sigillo" dello Spirito Santo.
Cari fratelli e sorelle, l'odierna solennità sia occasione propizia per tutti i cristiani di riscoprire con gioia la bellezza del loro Battesimo, che, se vissuto con fede, è una realtà sempre attuale: ci rinnova continuamente ad immagine dell'uomo nuovo, nella santità dei pensieri e delle azioni.
Il Battesimo, inoltre, unisce i cristiani di ogni confessione. In quanto battezzati, siamo tutti figli di Dio in Cristo Gesù, nostro Maestro e Signore. Ci ottenga la Vergine Maria di comprendere sempre più il valore del nostro Battesimo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita.
Dopo l'Angelus:
Chers pèlerins francophones, au jour où nous célébrons le Baptême du Seigneur, que chacun se souvienne de son Baptême, rendant grâce pour ce don de Dieu, faisant de nous ses fils et nous appelant à vivre dans cette nouvelle dignité. Avec mon affectueuse Bénédiction.
I greet all the English-speaking visitors present at this Angelus. Today’s celebration of the Baptism of Our Lord is a joyful reminder of the gift of our own baptism! Grateful for the new life given to us in this sacrament, may Christians always bear witness in the world to the values and truths of God’s Kingdom!
Mit Freude heiße ich alle deutschsprachigen Pilger und Besucher hier auf dem Petersplatz willkommen. Bei der Taufe im Jordan hat Gott Jesus Christus als seinen geliebten Sohn geoffenbart. Durch das Wasser und den Heiligen Geist sind auch wir zum neuen Leben geboren. Der Herr helfe euch, als Kinder Gottes zu leben, und schenke euch heute und an allen Tagen dieses Jahres seine reiche Gnade!
Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española que se unen a esta oración del Ángelus. En este domingo contemplamos el bautismo del Señor en el Jordán, donde el Padre muestra al Hijo ante el mundo y lo consagra con el Espíritu. Que la intercesión de la Virgen María os ayude a vivir con fidelidad vuestra consagración bautismal por la que sois hijos de Dios. ¡Feliz día del Señor!
Witam obecnych tu Polaków. Dzisiaj w święto Chrztu Chrystusa, wspominając swój własny chrzest pamiętajmy jeszcze bardziej, źe jesteśmy dziećmi Boźymi. Niech Bóg was błogosławi.
[Saluto cordialmente tutti i Polacchi. Oggi, nella festa del Battesimo del Signore, facendo memoria del nostro battesimo, ci rendiamo ancora più coscienti della nostra identità di figli di Dio. Il Signore vi benedica tutti.]
Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare il gruppo di educatori di Azione Cattolica dei Vicariati di Arcella e Torre in Diocesi di Padova, la Corale Collegialis Ecclesia delle parrocchie di Offanengo e San Carlo in Crema, e i ragazzi della parrocchia Santa Maddalena di Canossa in Roma, che sabato prossimo riceveranno il sacramento della Confermazione.
Auguro a tutti una buona domenica.
Dio aspetta in fila, insieme ai poveri
In quel tempo, Giovanni predicava: "Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non sono degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo". In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: "Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto". (Mc 1,7-11 )
Battesimo vuol dire "immersione": una comunione in cui differenze e contorni sfumano, proprio come per il corpo che si cala nell'acqua. così Gesù, immergendosi nelle acque del fiume Giordano, entra in comunicazione con la condizione umana.
Il Vangelo di Marco non inizia con il racconto della nascita di Gesù. Il mistero dell'incarnazione è raccontato da un altro punto di vista: quello di Gesù solidale con gli uomini, in mezzo a noi, in fila con i peccatori per ricevere il battesimo di Giovanni. Ě uno tra gli altri.
Lui, potentissimo, non chiede privilegi, non sale su pulpiti dorati, non si fa proteggere da eserciti, non tiene a distanza. E a Giovanni che si schermisce dicendo: "Ma come, tu vieni da me? Sono io che ho bisogno di esser battezzato da te!", replica: occorre che adempiamo ogni giustizia.
Il Gesù che sta con i poveri e i peccatori è un Dio che reca e cerca una giustizia alta, più vera di quella che gli uomini, nel loro tempo e nelle differenti fasi della storia, chiamano e riconoscono come tale.
Lo stesso Giovanni Battista, di li a poco, sarà messo in prigione tra ladri e ribelli.
Ma è tra i peccatori e gli emarginati che la Parola di Dio acquista senso, orecchi e volti; non tra i velluti e gli arazzi dei templi, non nei salotti dei ricchi o dei sobri.
Eugenia è un'anziana signora, vive in due stanzette in una di quelle case di ringhiera che ancora resistono, nascoste nei vecchi centri di alcune città.
Il marito è morto da anni; l'unico figlio ha trovato lavoro in Germania negli anni '60.
La compagnia rimasta a Eugenia sono un gatto e la televisione dove, pochi giorni fa, ha guardato un programma in cui si raccoglievano fondi per un'associazione di volontariato.
Eugenia ha telefonato subito per dire che voleva dare un contributo: quello che le sue magre finanze le consentivano, 2 mila lire; bisognava però che qualcuno passasse a casa sua a ritirarle, perché lei è invalida e non può camminare.
 Le 2 mila lire di Eugenia non risolveranno i problemi economici di quell'associazione, ma valgono più dei milioni che, senza sacrificio o rinuncia alcuna, per molti costituiscono il superfluo.
Un'altra offerta, un po' più consistente, è arrivata da Filippo, in carcere da tre anni per un piccolo reato: "A me - ha detto al cappellano - in questo momento il denaro non serve". Gesù è presente e ha scelto di stare laddove si condivide il necessario, si fa fatica e si sbaglia.
Il Figlio prediletto di Dio viene battezzato in mezzo a loro e viene crocifisso tra due ladri. Ecco perché vide aprirsi i cieli e "lo Spirito discendere su di lui come una colomba": perché l'inimicizia tra l'uomo e Dio finalmente si interrompe e i più umili sono direttamente testimoni di un potere buono e di una giustizia vera che si annuncia e che diviene promessa di liberazione anche per loro, soprattutto per loro, con cui Gesù si mette in fila per ricevere il Battesimo.
Nelle file di povertà e di speranza, che oggi vediamo snodarsi sui marciapiedi delle nostre città, possiamo scorgere Dio mentre aspetta il suo turno: nelle code davanti agli uffici stranieri delle questure, mentre si attende il permesso di soggiorno; nelle file che aspettano davanti alla parrocchia per ricevere un piatto di minestra o un posto per dormire; in quelle piccole folle di giovani davanti ai servizi per le tossicodipendenze mentre aspettano di ricevere il metadone; nelle code silenziose davanti agli uffici di collocamento.
In tutti i luoghi dove tanti uomini e donne si recano in cerca di un diritto e di un futuro diverso, in un pellegrinaggio di sofferenza e di bisogno, li, proprio in mezzo a loro, Dio è presente e promette giustizia ai suoi figli prediletti.  (Gruppo Abele)
Preghiera dei Fedeli (Battesimo del Signore)
Nell’ Epifania, giorno della manifestazione del Signore, La Chiesa ricorda un triplice mistero: la rivelazione delle tre divine persone sulle acque del Giordano,  la missione di Gesù come servo obbediente del Padre e salvatore di tutti gli uomini, le nozze fra Dio e il suo popolo a Cana di Galilea,  raccolti nella comune preghiera diciamo con fede:
* Confermaci nel tuo Spirito, Signore.
Per tutti i battezzati, per i genitori e i padrini, perché professino gioiosamente la fede in Dio Padre che ci ha creati, in Dio Figlio che ci ha redenti, in Dio Spirito Santo che ci ha santificati,    Preghiamo.
* Confermaci nel tuo Spirito, Signore.
Per tutti i confermati nella santa Cresima con il dono dello Spirito, perché diventino visibilmente somiglianti a Cristo, testimone fedele del Padre, e siano associati alla missione apostolica della Chiesa, preghiamo.
* Confermaci nel tuo Spirito, Signore.
Perché i nostri Istituti di Vita Consacrata riscoprano la dimensione missionaria e, fedeli alla scelta radicale dei consigli evangelici, siano generosi nel testimoniare Cristo fino ai confini del mondo, preghiamo.
* Confermaci nel tuo Spirito, Signore.
Per la famiglia, Chiesa domestica, consacrata dal sacramento del Matrimonio, perché nella fedeltà al patto nuziale e nella partecipazione alla mensa eucaristica manifesti il quotidiano prodigio dell’ amore che sempre rinnova in Cristo sposo e Signore, Preghiamo.
* Confermaci nel tuo Spirito, Signore.
Per il nostro Pastore, S. Ecc. Mons. Bruno Schettino, e per tutti i pastori del popolo di Dio, per tutti i ministri della carità e del Vangelo, per noi vergini consacrate, per i catechisti, per i poveri e i sofferenti, perché nell’ adesione fiduciosa alla volontà del Padre, costruiamo la Chiesa pellegrina nel mondo, preghiamo.
* Confermaci nel tuo Spirito, Signore.
O Padre, che nell’acqua del Battesimo, nell’unzione dello Spirito, nella benedizione nuziale, fai risuonare la tua voce che invita a seguire Cristo tuo Figlio, trasformaci in testimoni luminosi della tua gloria. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Omelia di Giovanni Paolo II - Cappella Sistina - Domenica, 12 gennaio 1986
“Costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (Lc 3, 16).
1. In questa domenica, che segue immediatamente la solennità dell’Epifania, la Chiesa ricorda nella liturgia il Battesimo del Signore al Giordano.
Tale ricorrenza offre ai cristiani il contesto spirituale per ricordare il loro Battesimo, tanto più se avviene di amministrare questo sacramento, che rappresenta la porta di ingresso nella comunità ecclesiale. Sono lieto perciò di accogliervi, cari genitori, padrini e madrine, in questa Cappella Sistina per celebrare con voi il sacrificio eucaristico e per conferire il Battesimo ai vostri cari bambini.
È una celebrazione, questa, che ha un valore essenziale, perché tocca la funzione principale, affidata alla Chiesa dal suo fondatore divino: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro di osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28, 19-20).
La Chiesa vive e agisce nel mondo principalmente per questo: per donare agli uomini la salvezza che nasce da questo Sacramento, in virtù della venuta in mezzo a noi di Gesù Salvatore, che abbiamo contemplato in questi giorni nel mistero della grotta di Betlemme e nella sua manifestazione ai popoli, con la solennità dell’Epifania.
In questa cornice religiosa, porgo a voi tutti e ai vostri bambini il mio saluto più affettuoso e, per il vostro tramite, desidero estendere il mio pensiero a tutte le famiglie che oggi portano i loro piccoli nelle parrocchie per essere battezzati.
2. La liturgia, propria di questa domenica del Battesimo del Signore, richiama alla nostra mente le profonde realtà spirituali che riguardano questo Sacramento dell’iniziazione cristiana.
Anzitutto, ci ricorda la scena biblica in cui Luca (Lc 3, 21-22) ci presenta il Cristo, nelle acque del Giordano, al centro di una meravigliosa teofania: “Mentre Gesù, ricevuto anche lui il Battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: Tu sei il mio Figlio prediletto in te mi sono compiaciuto”. La voce dal cielo è il segno di una rivelazione e di un intervento di Dio su Gesù, proclamato “Figlio suo” e presentato con i lineamenti della misteriosa figura del Servo di Jahvè, già annunciato come Messia dal profeta Isaia, ascoltato nella prima lettura: “Ecco il mio Servo che io sostengo, il mio eletto, in cui mi compiaccio” (Is 42, 1). Difatti nella teofonia del Giordano il Padre vuole anzitutto presentare Gesù come il Messia atteso dalle genti, come colui che aprirà gli occhi ai ciechi e strapperà le catene ai prigionieri. A questo scopo il Padre lo ha investito pienamente del suo Spirito di potenza, e Giovanni Battista lo designa come “colui che è più forte di me” (Lc 3, 16).
Ma in quella teofonia battesimale il Padre, nel proclamare solennemente la divina filiazione, e nel dare formale investitura alla missione salvifica di Gesù, sancisce il passaggio definitivo dall’Antico al Nuovo Testamento; dal Battesimo di Giovanni, con la sola acqua e quale segno esterno, al Battesimo di Gesù “in Spirito Santo e fuoco” (Lc 3, 16), come segno salvifico.
Lo Spirito Santo infatti nel Battesimo cristiano è l’artefice principale: è colui che brucia e distrugge il peccato originale, restituendo al battezzato la bellezza della grazia divina: è colui che trasforma il figlio delle tenebre in figlio della luce, lo schiavo del peccato nel libero cittadino del regno di Dio.
Infatti, come afferma san Basilio Magno: “È lo Spirito che opera la reintegrazione nel paradiso, l’ingresso nel regno dei cieli, il ritorno all’adozione filiale. È lui che dona il santo ardire di chiamare Dio Padre, di partecipare alla grazia di Cristo, di essere chiamati figli della luce” (De Spiritu Sancto, 15, 36).
3. Cari fratelli e sorelle! A quali altezze e a quale dignità ci eleva il sacramento del Battesimo! “Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!”, esclama a questo proposito l’apostolo Giovanni nella sua prima Lettera (Gv 3, 1).
E l’apostolo Paolo, il cantore delle meraviglie del Battesimo, come mistero pasquale di morte e di risurrezione, ci parla di una seconda nascita e di una “ineffabile filiazione adottiva mediante il lavacro di rigenerazione di rinnovamento nello Spirito Santo” (Tt 3, 5); rivolgendosi egli a ciascun battezzato, non esita a pronunciare queste solenni parole: “Non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio sei anche erede” (Gal 4, 7). Questa figliolanza divina impone al battezzato impegni e responsabilità.
Il sacramento del Battesimo infatti è l’inizio di un processo spirituale destinato a trasformare tutta una vita. È un dono che richiede cooperazione nell’azione salvifica, comunicata ad ogni cristiano dal fermento della grazia sacramentale.
Implica perciò una continua tensione e un impegno personale per conseguire una maturità spirituale fino alla piena conformità col Cristo. Si tratta di vivere veramente da figli di Dio: diventare di fatto ciò che già siamo di diritto per il Battesimo.
A questo proposito, il Concilio Vaticano II, di cui abbiamo ricordato recentemente i venti anni dalla sua conclusione, esorta tutti i cristiani, dovunque vivano, a “manifestare con l’esempio della loro vita e con la testimonianza della loro parola l’uomo nuovo di cui sono stati rivestiti nel Battesimo” (Ad Gentes, 11).
Accogliamo questa esortazione e riaffermiamo con rinnovato ardore di fede gli impegni assunti un giorno per noi dai nostri genitori, padrini e madrine con le promesse battesimali.
Rinnoviamo la nostra ferma e fervida adesione a Cristo e la volontà di lottare contro il male.
Impegnatevi con questo spirito davanti alla Chiesa per voi e per i vostri figli, che ora riceveranno il sacramento della fede, ed entreranno a far parte, con noi e come noi della comunità di coloro che sono stati “lavati, santificati e giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio” (1 Cor 6, 11). Così sia


*Cattedra di San Pietro Apostolo (22 febbraio)

Il 22 febbraio per il calendario della Chiesa cattolica rappresenta il giorno della festa della Cattedra di San Pietro.
Si tratta della ricorrenza in cui viene messa in modo particolare al centro la memoria della peculiare missione affidata da Gesù a Pietro.
In realtà la storia ci ha tramandato l'esistenza di due cattedre dell'Apostolo: prima del suo viaggio e del suo martirio a Roma, la sede del magistero di Pietro fu infatti identificata in Antiochia. E la liturgia celebrava questi due momenti con due date diverse: il 18 gennaio (Roma) e il 22 febbraio (Antiochia).
La riforma del calendario le ha unificate nell'unica festa di oggi.
Essa - viene spiegato nel Messale Romano - "con il simbolo della cattedra pone in rilievo la missione di maestro e di pastore conferita da Cristo a Pietro, da lui costituito, nella sua persona e in quella dei successori, principio e fondamento visibile dell'unità della Chiesa". (Avvenire)
Martirologio Romano: Festa della Cattedra di San Pietro Apostolo, al quale disse il Signore: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Nel giorno in cui i Romani erano soliti fare memoria dei loro defunti, si venera la sede della nascita al cielo di quell’Apostolo, che trae gloria dalla sua vittoria sul colle Vaticano ed è chiamata a presiedere alla comunione universale della carità.
Per ricordare due importanti tappe della missione compiuta dal principe degli apostoli, S. Pietro, e lo stabilirsi del cristianesimo prima in Antiochia, poi a Roma, il Martirologio Romano celebra il 22 febbraio la festa della cattedra di San Pietro ad Antiochia e il 18 gennaio quella della sua cattedra a Roma.
La recente riforma del calendario ha unificato le due commemorazioni al 22 febbraio, data che trova riscontro in un'antica tradizione, riferita dalla Depositio mar rum.
In effetti, in questo giorno si celebrava la cattedra romana, anticipata poi nella Gallia al 18 gennaio, per evitare che la festa cadesse nel tempo di Quaresima.
In tal modo si ebbe un doppione e si finì per introdurre al 22 febbraio la festa della cattedra di San Pietro ad Antiochia, fissando al 18 gennaio quella romana.
La cattedra, letteralmente, è il seggio fisso del sommo pontefice e dei vescovi.
È posta in permanenza nella chiesa madre della diocesi (di qui il suo nome di "cattedrale") ed è il simbolo dell'autorità del vescovo e del suo magistero ordinario nella Chiesa locale.
La cattedra di S. Pietro indica quindi la sua posizione preminente nel collegio apostolico, dimostrata dalla esplicita volontà di Gesù, che gli assegna il compito di "pascere" il gregge, cioè di guidare il nuovo popolo di Dio, la Chiesa.
Questa investitura da parte di Cristo, ribadita dopo la risurrezione, viene rispettata. Vediamo infatti Pietro svolgere, dopo l'ascensione, il ruolo di guida.
Presiede alla elezione di Mattia e parla a nome di tutti sia alla folla accorsa ad ascoltarlo davanti al cenacolo, nel giorno della Pentecoste, sia più tardi davanti al Sinedrio.
Lo stesso Erode Agrippa sa di infliggere un colpo mortale alla Chiesa nascente con l'eliminazione del suo capo, S. Pietro.
Mentre la presenza di Pietro ad Antiochia risulta in maniera incontestabile dagli scritti neotestamentari, la sua venuta a Roma nei primi anni dell'impero di Claudio non ha prove altrettanto evidenti.
Lo sviluppo del cristianesimo nella capitale dell'impero attestato dalla lettera paolina ai Romani (scritta verso il 57) non si spiega tuttavia senza la presenza di un missionario di primo piano.
La venuta, qualunque sia la data in cui ciò accadde, e la morte di San Pietro a Roma, sono suffragare da tradizioni antichissime, accolte ora universalmente da studiosi anche non cattolici.
Lo attestano in maniera storicamente inoppugnabile anche gli scavi intrapresi nel 1939 per ordine di Pio XII nelle Grotte Vaticane, sotto la Basilica di San Pietro, e i cui risultati sono accolti favorevolmente anche da studiosi non cattolici.

(Autore: Piero Bargellini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)


*Commemorazione di tutti i fedeli defunti

Storia
L'usanza di ricordare persone defunte è molto antica, ma ciò avveniva in genere nel giorno corrispondente alla loro morte.
Si fa risalire a Sant' Odilone di Cluny di avere stabilito nel 2 novembre, con la riforma cluniense, il giorno di commemorazione dei morti per i suoi monaci; successivamente la Chiesa Cattolica fece propria questa data.
« 1563. In molti modi le comunità parrocchiali esprimono questo senso della speranza cristiana. Per la commemorazione di tutti i fedeli defunti è consuetudine andare in processione al Cimitero e in tale occasione benedire le tombe.
In questa o simili circostanze è opportuno promuovere una celebrazione con un apposito rito di benedizione. »
(dal Rituale Romano, parte III, capitolo 54, Benedizione delle Tombe nella Commemorazione dei Fedeli Defunti)
La Commemorazione dei Defunti
(in latino Commemoratio Omnium Fidelium Defunctorum), chiamato anche Giorno dei Morti, è una ricorrenza della Chiesa Cattolica celebrata il 2 novembre di ogni anno.

Nel calendario liturgico segue la festività di Ognissanti, che ricorre infatti l'1 novembre.
Nel caso in cui il 2 novembre sia domenica, la ricorrenza viene celebrata il 3 novembre.
In Italia, benché molti ritengano il contrario, la ricorrenza non è mai stata festiva: infatti nessuna legge italiana ha mai istituito la data del 2 novembre come festiva.

Tradizioni

È consuetudine, in questa giornata, visitare i cimiteri e portare fiori sulle tombe dei propri cari.
Usanze più antiche, ancora sopravvissute specie nei piccoli centri, prevedono la preparazione dei cosiddetti dolci dei morti, allestiti il giorno precedente.
Una tradizione siciliana prevede che, durante la notte della vigilia, i defunti della famiglia lascino dei regali per i bambini, così come avviene in altre festività con Babbo Natale e con la Befana.
Nella provincia di Massa Carrara il 2 novembre è l'occasione del bèn d'i morti, con il quale in origine gli estinti lasciavano in eredità alla famiglia l'onere di distribuire cibo ai più bisognosi, mentre chi possedeva una cantina offriva ad ognuno un bicchiere di vino.
Ai bambini inoltre veniva messa al collo una collana fatta di mele e castagne bollite.
Nella zona del monte Argentario invece si cucivano delle grandi tasche sulla parte anteriore dei vestiti dei bambini orfani, affinché ognuno potesse metterci qualcosa in offerta (cibo o denaro).
C'era inoltre l'usanza di mettere delle piccole scarpe sulle tombe dei bambini defunti perché si pensava che nella notte del 2 novembre le loro anime (dette angioletti) tornassero in mezzo ai vivi.

Commemorazione di tutti i fedeli defunti (2 novembre)

Fino a quando il Signore Gesù verrà nella gloria, e distrutta la morte gli saranno sottomesse tutte le cose, alcuni suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri che sono passati da questa vita stanno purificandosi, altri infine godono della gloria contemplando Dio. Tutti però comunichiamo nella stessa carità di Dio.
L’unione quindi di coloro che sono in cammino con i fratelli morti non è minimamente spezzata, anzi è conservata dalla comunione dei beni spirituali. La Chiesa fin dai primi tempi ha coltivato con grande pietà la la memoria dei defunti e ha offerto per loro i suoi suffragi.
Nei riti funebri la chiesa celebra con fede il mistero pasquale, nella certezza che quanti sono diventati con il Battesimo membri del Cristo crocifisso e risorto, attraverso la morte, passano con lui alla vita senza fine. Si iniziò a celebrare la Commemorazione di tutti i fedeli defunti, anche a Roma, dal sec. XIV. (Mess. Rom.)
Martirologio Romano: Commemorazione di tutti i fedeli defunti, nella quale la Santa Madre Chiesa, già sollecita nel celebrare con le dovute lodi tutti i suoi figli che si allietano in cielo, si dà cura di intercedere presso Dio per le anime di tutti coloro che ci hanno preceduti nel segno della fede e si sono addormentati nella speranza della resurrezione e per tutti coloro di cui, dall’inizio del mondo, solo Dio ha conosciuto la fede, perché purificati da ogni macchia di peccato, entrati nella comunione della vita celeste, godano della visione della beatitudine eterna.
A quanti sono morti "nel segno della fede" la Chiesa riserva un posto importante nella liturgia: vi è il ricordo quotidiano nella Messa, con il "memento" dei morti, e nell'Ufficio divino con la breve preghiera "Fidelium animae", e vi è soprattutto la celebrazione odierna nella quale ogni sacerdote può celebrare tre Messe in suffragio delle anime dei defunti.
La commemorazione dei defunti, dovuta all'iniziativa dell'abate di Cluny, S. Odilone, nel 998, non era del tutto nuova nella Chiesa, poiché, ovunque si celebrava la festa di tutti i Santi, il giorno successivo era dedicato alla memoria di tutti i defunti.
Ma il fatto che un migliaio di monasteri benedettini dipendessero da Cluny ha favorito l'ampio diffondersi della commemorazione in molte parti dell'Europa settentrionale.
Poi anche a Roma, nel 1311, venne sancita ufficialmente la memoria dei defunti.
Il privilegio delle tre Messe al 2 novembre, accordato alla sola Spagna nel 1748, fu esteso alla Chiesa universale da Benedetto XV nel 1915. Si è voluta così sottolineare una grande verità, che ha il suo fondamento nella Rivelazione: l'esistenza della Chiesa della purificazione, posta in uno stato intermedio tra la Chiesa trionfante e quella militante. Stato intermedio ma temporaneo, "dove l'umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno", secondo l'efficace immagine dantesca. Nella prima lettera ai Corinti San Paolo usa l'immagine di un edificio in costruzione.
Scopo della commemorazione di tutti i defunti in passato era quello di suffragare i morti; di qui le Messe, la novena,l’ottavario, le preghiere al cimitero. Questo scopo naturalmente rimane;ma oggi ne avvertiamo un altro altrettanto urgente: creare nel corso dell’anno un’occasione per pensare religiosamente,cioè con fede e speranza, alla propria morte. Spezzare la congiura del silenzio riguardo a essa.
Quando nasce un uomo, diceva sant’Agostino,si possono fare tutte le ipotesi:forse sarà bello, forse sarà brutto;forse sarà ricco, forse sarà povero, forse vivrà a lungo, forse no. Ma di nessuno si dice: forse morirà, forse non morirà. Questa è l’unica cosa assolutamente certa della vita. Quando sentiamo che qualcuno è malato di idropisia (al tempo del santo, questa era la malattia incurabile),diciamo: "Poveretto, deve morire; è condannato, non c’è rimedio!". Ma non dovremmo, aggiunge, dire la stessa cosa di ogni uomo che nasce:"Poveretto, deve morire, non c’è rimedio"? Un poeta spagnolo dell’Ottocento,Gustavo Bécquer, paragona la vita umana all’onda che il vento spinge sul mare e che avanza vorticosamente senza sapere su quale spiaggia andrà a infrangersi; a una candela prossima a esaurirsi, che brilla in cerchi tremolanti,ignorando quale di essi per ultimo brillerà; e conclude: "Così sono io che mi aggiro per il mondo, senza pensare,da dove vengo, né dove i miei passi mi condurranno".
Questa percezione mesta, a volte tragica, della morte è comune a tutti,credenti e non, ma la fede cristiana ha una parola nuova e risolutiva, che oggi dovrebbe risuonare nella Chiesa e nei cuori, una cosa semplice e grandiosa:che la morte c’è, che è il più grande dei nostri problemi, ma che Cristo ha vinto la morte! La morte non è più la stessa di prima, un fatto decisivo è intervenuto.
Essa ha perso il suo pungiglione,come un serpente il cui veleno è capace solo di addormentare la vittima per qualche ora, ma non di ucciderla. "La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria?Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?"(1Cor 15,55).
Il cristianesimo non si fa strada nelle coscienze con la paura della morte, ma con la morte di Cristo. Gesù è venuto a liberare gli uomini dalla paura della morte (cfr. Eb 12,14), non ad accrescerla. Ai cristiani angustiati per la morte di alcuni cari, San Paolo scriveva: "Fratelli,non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato;così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui... Confortatevi, dunque, a vicenda con queste parole" (1Tes 4,13ss).
Ma come ha vinto la morte Gesù?Non evitandola o ricacciandola indietro,come un nemico da sbaragliare. Ma subendola, assaporandone tutta l’amarezza. Non abbiamo davvero un sommo sacerdote che non sappia compatire la nostra paura della morte! Tre volte nei vangeli si legge che Gesù pianse e,di queste, due furono per un morto. Nel Getsemani egli ha provato, come noi,“paura e angoscia” di fronte alla morte.
Che cosa è successo, una volta che Gesù ha varcato la soglia della morte?L’uomo mortale nascondeva dentro di sé il Verbo di Dio, che non può morire. Una breccia è stata aperta per sempre attraverso il muro della morte. Grazie a Cristo, la morte non è più un muro davanti al quale tutto si infrange; è un passaggio,cioè una Pasqua. È una specie di“ponte dei sospiri”, attraverso il quale si entra nella vita vera, quella che non conosce la morte. Confortiamoci a vicenda,anche noi, con queste parole. (Autore: Domenico Agasso)
Nella celebrazione del 2 Novembre
Quanti nel tempo ci hanno preceduto ci hanno lasciato un'eredità di vita vissuta nell'amore e nella fede, nel sacrificio e nel lavoro.
La Santa Eucaristia di suffragio è manifestazione fraterna della dovuta sollecitudine cristiana per i defunti e della nostra riconoscenza per il dono della loro presenza nella nostra vita; per aver potuto condividere con loro un tratto del cammino dell'esistenza.
La preghiera sincera per i defunti e il Sacrificio di Cristo sull'altare che ottiene la salvezza, apre a loro e a noi la vita eterna.
In questi giorni ricchi di speranza e carichi di significato possiamo renderci ben conto che la strada della santità è tracciata, ma per procedere con buon passo non possiamo fare affidamento su noi stessi: è sufficiente aver cura di rimanere sempre sotto lo sguardo di Gesù, con consapevolezza e disponibilità di cuore, compiendo i nostri doveri con serietà, facendo del nostro meglio.
Preoccupiamoci, nelle occasioni che ci vengono offerte nel quotidiano, di essere "vicini" ai fratelli, e di essere per loro strumenti di perdono e di pace nel nome di Cristo.
Solo così camminiamo "insieme" verso la luce di Cristo.

Sant'Odilone di Cluny

Odilone di Cluny (Mercoeur 1° dicembre 961 ca. - Souvigny 3 dicembre 1049) fu il quinto abate di Cluny ricoprendo questa carica dal 994 sino al 1048, anno prima della sua morte.  
Odilone è stato proclamato Santo dalla Chiesa Cattolica e la sua festa, che coincide con quella di San Gregorio, ricorre ogni 2 gennaio.
Biografia  
Odilone discendeva da una nobile e parecchio numerosa famiglia, le cui origini sono nella regione francese dell'Auvergne.  Nel 991 entrò nell'Abbazia di Cluny, dove velocemente divenne coaudiatore dell'abate Maiolo nel maggio del 993, che succedette, dopo un'elezione canonica, l'11 maggio dell'anno successivo.  
Nel corso della sua vita l'abate conobbe diversi e importanti sovrani dell'epoca come i sovrani salici Corrado II e Enrico III, i re di Francia, Ungheria, Navarra e León.  Durante una visita presso la casa imperiale di Sassonia fece la conoscenza con l' imperatrice Adelaide e con  l'imperatore Ottone III. Odilone ha prodotto la riforma cluniense al vertice dell'ordine benedettino, e alla sua morte sessantotto conventi avevano aderito all'Associazione di Cluny.  Il credo di Odilone era in questa semplice frase: <<Avere fede in Dio>>.  Egli nel regolamentare l'ordine benedettino, di cui faceva parte, decise di lasciare una certa autonomia ai vari conventi, ma mantenere l'autorità papale.  
È importante ricordare che lui fu il primo a creare un vero collegamento tra le diverse abbazie.  Fu un uomo profondamente ascetico e dedito alla preghiera e dopo la sua morte fu fatto santo.  Egli morì da solo, probabilmente, nella notte del capodanno del 1049.  
Le sue biografie essenziali furono scritte dal suo allievo Iotsaldus e da Pier Damiani.
Scheda di Approfondimento
Uno degli ultimi figli di una famiglia numerosa dell’Alvernia, Odilone di Mercoeur nacque nel 961 o 962. La devozione, unitamente alle relazioni della famiglia, decisero i suoi genitori a consacrarlo al servizio del Signore nella collegiata di St-Julien di Brioude, di cui in seguito sarebbe divenuto canonico.
S. Maiolo, peraltro, lo attirò nel monastero di Cluny verso il 990 e poi, dal maggio 993, lo scelse come abate-coadiutore, dopo avergli fatto conferire gli Ordini, scelta che nel gennaio 994 fu confermata da un’ elezione canonica. Odilone divenne unico abate di Cluny l’ 11 magg., alla morte di Maiolo, e avrebbe occupato questa carica fino alla propria morte, avvenuta a Souvigny nella notte fra il 31 dicembre e il 1° gennaio 1049.  
Soltanto gli avvenimenti esterni permettono di determinare le varie tappe nella continuità di questo lungo abbaiato. Odilone dovette, prima di tutto, far fronte alle difficoltà derivanti dai religiosi di certi monasteri dipendenti da Cluny, e dai signori che volevano spogliare l’ abbazia dei suoi beni. Nel dicembre 997 egli intraprese il primo dei suoi così frequenti viaggi verso Pavia e Roma, che gli procurarono l’ occasione di intervenire a favore di diversi chiostri della penisola.
I suoi incontri con i papi e gli imperatori sono soltanto un particolare delle sue molteplici relazioni, che spiegano l’ origine delle donazioni di monasteri a lui fatte.
Dopo il primo periodo di pesante attività, Odilone conobbe, tra il 1005 e il 1013, anni più calmi, che lo condussero all’ apogeo della sua grandezza.  Gli anni tra il 1014 e il 1030 dimostrarono a quale potenza fosse pervenuta Cluny. La benevolenza degli imperatori, soprattutto di Enrico II, e dal re di Francia, Roberto, nonché quella dei papi, come Benedetto VIII e Giovanni XIX, dimostrano l’ ascendente di Odilone e come ciò fu favorevole alle cause da lui difese, senza peraltro allontanare le difficoltà nate dalla condotta di alcuni vescovi e di alti personaggi.
Ben presto, tuttavia, le prove andarono moltiplicandosi, fino al 1040, data in cui l’ abate riuscì a dominare progressivamente la situazione. La sua malattia, durante un ultimo viaggio a Roma (inizi del 1047) annunciava già la fine che sopravvenne durante un’ ultima visita ai suoi monasteri.
I primi a beneficiare dello zelo di Odilone furono i monaci di Cluny, per i quali egli ricostruì il complesso degli edifici monastici, ad eccezione della chiesa, che era stata ultimata dal suo predecessore; ma la stesa attività di costruttore fu da lui esercitata anche in altre case da lui dipendenti.
Per i suoi monaci egli pronunciò anche dei sermoni, di cui alcuni ci sono pervenuti, compose gli Inni dell’ Ufficio di S. Maiolo, redasse una Vita di quest’ ultimo e quella dell’ imperatrice Adelaide; a capo dei monaci egli presiedette a quell’ esistenza claustrale in cui la liturgia occupa un posto così preminente e di cui fece descrivere i particolari in un Ordo celebre, ricopiato a Farfa (Consuetudines ferfensis); arricchì la biblioteca, promosse lavori artistici nel laboratorio degli orafi, coltivò il talento letterario dei suoi religiosi.
Sotto il suo governo, il patrimonio di Cluny aumentò considerevolmente, insieme al numero dei monasteri ad essa soggetti. Per quanto sia difficile precisare un elenco di questi ultimi, fra grandi e piccoli, essi superavano i settanta, di cui più di venticinque debbono attribuirsi al suo governo. Rafforzò inoltre i vincoli che li legavano a Cluny, ne assicurò la direzione con priori formati alla sua scuola, a tutti procurò il vantaggio dell’ esenzione che, con Bolle successive, ottenne sempre più completa.
L’unità dell’ osservanza e dello statuto canonico, congiunta all’ unità del governo, raggruppavano tutte le case cluniacensi in un vero Ordine: è proprio in questa occasione che la parola ordo assunse la sua nuova accezione. Oltre che sull’ Ordine, Odilone esercitò, all’ occasione, la sua azione anche su altri monasteri, di cui si trovava a difendere gli interessi.
L’estensione dell’ Ordine di Cluny, il suo irradiamento, e in particolare il ruolo delle sue consuetudini, moltiplicavano i centri di fervore religioso e di preghiera, per il maggior bene della Chiesa; ad essi si aggiungeva la costruzione di nuovi luoghi di culto nelle campagne. Il compito assunto da Odilone nella Chiesa si trova così determinato e Benedetto VIII lo riconosce in una Bolla (1° sett. 1016): “Servire Iddio, permettere di aderire a Dio, pregare, celebrare la Messa per i vivi e defunti, prender cura degli ospiti e dei poveri, fare l’ elemosina”; tutto ciò significò, di per sé e per il ruolo sociale dei chiostri, contribuire potentemente al progress spirituale del popolo cristiano, e preparare biondi il terreno per lo sforzo futuro della riforma gregoriana.
Nello stesso tempo, i legami dei monasteri cluniacensi con Roma istituivano una rete di forze e di tappe prestabilite; nello stesso senso operavano le relazioni cordiali intrattenute da Odilone con numerosi vescovi.
I suoi obiettivi, peraltro, non corrispondono esattamente a quelli dei gregoriani; egli volle semplicemente far amare il Cristo Gesù, preparare le anime alla vita del cielo e per questo offrire agli uomini l’ ordine e la pace.
Tutti debbono contribuir a realizzare questo bene, tanto più urgente in quanto troppo spesso
regnano ancora il disordine e le guerre; al di sopra dei conti e dei re, l’ imperatore gli sembra il miglior garante del suo ideale: al bisogno, egli interverrà presso di lui per sollecitare un perdono o una protezione, riconoscendogli per contro le qualità per scegliere un buon papa, così come spetta al re di nominare un buon vescovo.
Allo stesso ideale si collega il ruolo che si accorda a Odilone nella conclusione dei patti di pace e nella istituzione della “tregua di Dio”, o, ancora, il ruolo di giudice nei possedimenti di Cluny, di arbitro che presiede ai regolamenti dei conflitti fra terzi, di conciliatore che ricerca degli accomodamenti con i suoi avversari.
La sua instancabile generosità sovviene a tutte le miserie: in quei tempi di frequenti e spesso spaventevoli carestie, egli procura i viveri agli indigenti senza lesinare, non esitando a vendere il tesoro della sacrestia o a elemosinare preso i ricchi. Non gli basta di soccorrere i corpi, vuole liberare le anime dei defunti: non contento dei suffragi, già frequenti a Cluny per le anime del Purgatorio, egli istituisce, all’ indomani di Ognissanti, la nuova, solenne commemorazione dei trapassati. Questa immensa pietà è senza dubbio il tratto dominante del suo carattere. Egli medita troppo profondamente l’esempio del Signore Gesù per non essere fondamentalmente misericordioso e pietoso. La sua bontà, tuttavia, non è vana tenerezza, perché, al contrario, egli si dimostra uomo deciso e forte, perfino tenace, e pratico; manifesta infatti il suo senso pratico pur nel suo governo di anime e nella sua devozione al Verbo incarnato o a Maria,Signora, Stella del mare.
Amico purissimo, nutre una particolare devozione all’Eucaristia; uomo di fede profonda e attiva, è un contemplativo, teso verso la visione del Signore.
Culto
Il posto che Odilone ha tenuto ai suoi tempi, le sue relazioni e l’ irradiamento delle sue opere, più ancora che la sua reputazione di taumaturgo, avrebbero richiesto l’ iscrizione nel calendario di numerose chiese, come era accaduto per il suo predecessore, S. Maiolo. In realtà il culto si limita ai monasteri cluniacensi e ad alcuni altri soltanto, o a diocesi con le quali Odilone si trovò in rapporti particolarmente stretti, come Chartres e Le Puy.
La data della sua morte, nell’ ottava della Natività, portava, evidentemente a causa della coincidenza, un certo imbarazzo; la successiva storia monastica dei secc. XI e XII doveva affievolire il suo ricordo, in modo che il culto ha preso un carattere locale assai evidente a Cluny e soprattutto a Souvigny, dove, nel 1603 il legato, S. Pier Damiani, consacrava una nuova chiesa, elevava le reliquie, redigeva una nuova Vita del Santo per abbreviare quella del monaco Jotsaldo; nel 1345 l’ arcivescovo di Bourges procedeva a una traslazione, cosa che certamente diede occasione alla dispersione di alcune ossa in altre chiese, ma l’ insieme del corpo rimase a Souvigny, dove nel 1793, sarebbe stato quasi del tutto distrutto.
Odilone è iscritto nel Martirologio Romano al 1° gennaio (Comm. Martyr. Rom., p.2, n.12). Sebbene non abbia un grande posto nell’ iconografia, questa gli attribuisce alcune caratteristiche: la mitra che, ai suoi piedi, ricorda il rifiuto all’ arcivescovato di Lione, oppure piccoli corpi tra le fiamme, che ricordano l’ istituzione della commemorazione del 2 novembre.

2 novembre 2008 "Commemorazione di tutti i fedeli defunti"  (Festa)
Come è vista la morte oggi

Nell’ attuale panorama socio-culturale vi sono alcune caratteristiche che connotano il modo di concepire la morte.
1 -  La “morte censurata”: secondo questa visione la morte è un tabù.
Non si deve parlarne e nemmeno pensarvi.
2 – La “morte rifiutata”: c’è il mito della salute e della forma fisica, di una sorte di  “eterna giovinezza”.
Non si accetta per niente l’invecchiamento e l’appressarsi della    morte.
3 – La “morte occultata”: si riscontra la tendenza a nascondere all’ammalato terminale l’imminenza della sua morte, negandogli di fatto la possibilità di prepararsi a morire.
4 – la “morte solitaria”: difficilmente si muore in casa, attorniati dai membri della propria famiglia. Si muore molto spesso nelle strutture pubbliche. Si muore “soli”.
5 – La “morte anonima”: c’è un livellamento spersonalizzante nel vivere e nel morire.
È molto attuale la preghiera-poesia di Rainer M. Rilke: << Da’, Signore, a ciascuno la sua morte! /La morte che fiorì da quella vita, / in cui ciascuno amò, pensò, sofferse>>.
6 – La “morte cercata”: è consequenziale alla cultura di morte oggi diffusa.
Emerge nella scelta della droga o nella irresponsabile alta velocità e, quindi, nelle innumerevoli morti del sabato sera.
7 – La “morte disperata”: chi vive senza speranza(Cf 1 Ts 4, 13) muore senza speranza.
Soltanto la
“morte cristiana” è permeata dalla consapevolezza del passaggio verso la vita eterna, è animata dalla speranza, è un abbandono fiducioso nelle mani del Padre. (Mons. Giuseppe Greco)

Festa dei Morti: storia, religione e antichi riti

Il giorno dei morti è il giorno che la Chiesa Cattolica dedica alla commemorazione dei defunti.
La festa ha origini antiche, che uniscono paesi lontani per epoche e distanze.
La nascita della festività e, soprattutto, il fatto che i festeggiamenti cadano il 2 novembre, non sono casuali.
Civiltà antichissime celebravano la festa degli antenati o dei defunti in un periodo che cadeva proprio tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre. 
Questa data sembra riferirsi al periodo del grande Diluvio di cui parla la Genesi, il Diluvio per cui Noè costruì l’arca  che, secondo il racconto di Mosè, cadde nel "diciassettesimo giorno del secondo mese", che corrisponderebbe al nostro novembre.
La Festa dei Morti nacque dunque in "onore" di persone che Dio aveva distrutto, per esorcizzare la paura di nuovi eventi simili.
Da qui in poi la storia, che è ovviamente sospesa tra religione e leggenda, diventa più chiara.
Il rito della commemorazione dei defunti sopravvive alle epoche e ai culti: dall’ antica Roma, alle civiltà celtiche, fino al Messico e alla Cina, è un proliferare di riti, dove l’ unico comune denominatore è consolare le anime dei defunti perché siano propizie per i vivi.
La tradizione celtica fu quella che ebbe maggiore eco. La celebrazione più importante del calendario celtico era  la "notte di Samhain", la notte di tutti i morti e di tutte le anime, che si festeggiava tra il 31 ottobre e il 1° novembre.
In epoca cristiana, queste tradizione erano ancora molto presenti: la Chiesa Cattolica faticava a sradicare i culti pagani.
Così, nel 835 Papa Gregorio II spostò la festa di "Tutti i Santi" dal 13 Maggio al 1 novembre, pensando in questo modo di dare un nuovo significato ai culti pagani.
Nel 998 Odilo abate di Cluny aggiungeva al calendario cristiano il 2 novembre come data per commemorare i defunti.
In memoria dei cari scomparsi ci si mascherava da santi, da angeli e diavoli e si accendevano falò.

2 novembre: le tradizioni in Italia
Un motivo ricorre nelle tradizioni popolari della festa dei morti: la credenza che in questo giorno i cari scomparsi tornino a farci visita sulla terra. Per questa ragione, i riti di commemorazione hanno assunto in tutta Italia significati e finalità simili: accogliere, confortare, placare le anime degli avi defunti.
Se è vero che oggi il culto popolare commemora i defunti attraverso il suffragio e la preghiera, è vero anche che molte delle antiche usanze vivono ancora.
Una suggestiva poesia del Pascoli, La tovaglia, rende in modo tenero e suggestivo la sensazione della presenza dei cari scomparsi in casa:

"Entrano, ansimano muti:
ognuno è tanto mai stanco!
e si fermano seduti
la notte, intorno a quel bianco.
Stanno lì sino a domani
col capo tra le mani,
senza che nulla si senta
sotto la lampada spenta."

In alcune zone della Lombardia, la notte tra l' 1 e il 2 novembre si suole ancora mettere in cucina un vaso di acqua fresca perché i morti possano dissetarsi.
In Friuli si lasciava  un lume acceso, un secchio d’acqua e un po’ di pane.
Nel Veneto, per scongiurare la tristezza, nel giorno dei morti gli amanti offrivano alle promesse spose un sacchetto contenente le fave in pasta frolla colorata, i cosiddetti "Ossi da Morti".
In Trentino le campane suonano per molte ore a chiamare le anime che si dice si radunino intorno le case a spiare alle finestre. Per questo, anche in questa regione, la tavola si lascia apparecchiata e il focolare resta acceso durante la notte
Anche in Piemonte e in Val D’Aosta le famiglie lasciano imbandito il desco e si recano a far visita al cimitero.
I valdostani credono che dimenticare questa abitudine significa provocare tra le anime un fragoroso tzarivàri (baccano).
Nelle campagne cremonesi ci si alza presto la mattina e si rassettano subito i letti affinché le anime dei cari possano trovarvi riposo.
Si va poi per le case a raccogliere pane e farina con cui si confezionano i tipici dolci detti "Ossa dei morti".  
In Liguria la tradizione vuole che il giorno dei morti si preparino i "bacilli" (fave secche) e i "balletti" (castagne bollite). Tanti anni fa, il giorno della vigilia del giorno dedicato ai morti i bambini si recavano di casa in casa per ricevere il "ben dei morti" (fave, castagne e fichi secchi), poi dicevano le preghiere e i nonni raccontavano storie e leggende paurose.
In Umbria si producono tipici dolcetti devozionali a forma di fave, detti "Stinchetti dei Morti", che si consumano da antichissimo tempo nella ricorrenza dei defunti quasi a voler mitigare il sentimento di tristezza e sostituire le carezze dei cari che furono. Sempre in Umbria si svolge ancora oggi la Fiera dei Morti. Si tratta di una sorta di rituale che simboleggia i cicli della vita e che costituisce un importante momento di aggregazione cittadina.
In Abruzzo, oltre all’ usanza di lasciare il desco apparecchiato, si lasciano dei lumini accesi alla finestra, tanti quante sono le anime care, e i bimbi si mandano a dormire con un cartoccio di fave dolci e confetti come simbolo di legame tra le generazioni passate e quelle presenti.
A Roma la tradizione voleva che, il giorno dei morti, si consumasse il pasto accanto alla tomba di un parente per tenergli compagnia. Altra tradizione romana era una suggestiva cerimonia di suffragio per le anime che avevano trovato la morte nel Tevere. Al calar della sera si andava sulle sponde del fiume al lume delle torce e si celebrava il rito.
In Sicilia il 2 novembre è una festa particolarmente gioiosa per i bambini. Infatti vien fatto loro credere che, se sono stati buoni e hanno pregato per le anime care, i morti torneranno a portar loro dei doni.
Quando i fanciulli sono a dormire, i genitori preparano i tradizionali "pupi di zuccaro" (bambole di zucchero), con castagne, cioccolatini e monetine e li nascondono. Al mattino i bimbi iniziano la ricerca, convinti che durante la notte i morti siano usciti dalle tombe per portare i regali. 
In Sardegna ogni anno si ripete la tradizionale "Is panixeddas" (piccola offerta).
La mattina del 2 novembre i ragazzi si recano per le piazze a chiedere l’ offerta e ricevono in dono pane fatto in casa, fichi secchi, fave, melagrane, mandorle, uva passa e dolci. La sera della vigilia anche qui si accendono i lumini  e si lascia la tavola apparecchiata e le credenze aperte.
La morte nelle religioni e nelle tradizioni dei popoli 
In ogni tempo e presso tutti i popoli i “morti” furono trattati con grande venerazione e rispetto e il loro corpo veniva affidato al luogo del suo riposo con riti commoventi che rivelavano una diffusa e comune credenza che la morte è solo la porta spalancata su un’altra vita.
Gli antichi Egizi
Gli antichi Egizi credevano in una vita dopo la morte.  
Essi pensavano che l’immortalità felice dipendesse dalla conservazione del corpo del defunto e per questo adoperavano la tecnica della imbalsamazione, accanto al defunto collocavano anche gli oggetti che erano stati da lui usati in vita e gli alimenti per nutrirsi.
Gli Egizi credevano, ancora, che il defunto intraprendesse, a bordo di una navicella, un viaggio nel cielo per arrivare al dio del Sole per esser giudicato.  
Una bilancia decide del suo destino.  
Infatti su uno dei piatti della bilancia viene posta il cuore del defunto, e solamente se risulta più leggero dell’immagine della dea della verità gli viene concessa la vita eterna.  
Per coloro che non si sono comportati bene e il cui cuore risulta pesante non c’è luogo di pena, ma c’è una seconda morte, questa volta, però, definitiva.
I Greci
I Greci pensavano che dopo la morte i defunti continuassero a vivere come delle “ombre” nel regno della morte, in un mondo sotterraneo che chiamavano gli Inferi.  
Prima di arrivare negli Inferi il defunto doveva attraversare il nero fiume Stige.  
Per questo i parenti collocavano una moneta in bocca al defunto che era come la paga per Caronte, il barcaiolo che attraversava lo Stige.  
Dopo, il defunto beveva alle acque del fiume Lete (= “dimenticanza”).  
Da questo punto in avanti il defunto non ricordava più nulla della sua vita passata;  né i momenti di felicità, né i dolori e le sofferenze.  
Davanti all’entrata del regno dei morti montava guardia Cerbero, il cane degli Inferi.  
Egli permetteva alle anime dei morti di entrare, ma impediva e bloccava quelle che volevano tornare sulla terra.  
In questo modo i defunti vivevano come “ombre” nel regno del dio Ade e della sua sposa Persefone.
I Romani
I Romani baciavano i loro morti prima di deporli nel sepolcro e gridavano ad alta voce: “Vale!” che vuol dire: sta bene!.
Il più delle volte sul luogo della sepoltura facevano un banchetto funebre. 
In questo banchetto c’era sempre un posto vuoto, quello del defunto:  qui venivano portati cibi e bevande che dovevano servire come viatico per il viaggio del defunto.
I Musulmani
I seguaci di Maometto credono che essi durante la vita devono assolvere molti doveri, perché subito dopo la morte possano essere accolti nel Paradiso.  
I doveri dei Musulmani sono il rispetto e l’applicazione delle cinque regole fondamentali: La preghiera giornaliera, l’elemosina, il digiuno, la professione di fede in Allah e il pellegrinaggio a
La Mecca
I Musulmani collocano il Paradiso in un meraviglioso giardino nel quale regna un’eterna primavera.
In questa maniera Allah li premia.
Gli Induisti
Gli Induisti, pur adorando molte divinità, credono un Dio presente in ogni cosa a cui ogni essere vuole unirsi dopo la morte.
Tuttavia essi credono che prima di arrivare alla profonda unione con Dio dovranno rinascere molte volte (reincarnazione).
Essi sono convinti che ciascuno di loro ha già avuto una vita precedente e credono che questa “migrazione” da una vita all’altra durerà fino a quando avranno compiuto il bene necessario per essere uniti a Dio:  a questo punto uno è salvo e liberato dal male.
Si può notare che: 
1 In tutte le religioni è affermata una sopravvivenza dopo la morte, segno di un desiderio di vita che niente può spegnere.
2 In alcune religioni questa vita rimane qualcosa di misterioso e per molti versi avvolto in un’atmosfera di tristezza, quasi come fosse una “nostalgia” del passato.
3 In genere nelle religioni la sopravvivenza e il destino felice “dopo la morte” è legato strettamente al bene o al male compiuto in vita.
Indulgenza plenaria per i defunti
Dal mezzogiorno del primo novembre a tutto il 2 novembre si può lucrar, una volta sola, l'indulgenza plenaria, applicabile soltanto ai defunti, visitando in loro suffragio una chiesa o un oratorio pubblico, o anche semi pubblico per coloro che legittimamente lo usano.
Durante la visita si devono recitare un Padre nostro e un Credo. Si devono inoltre adempiere a suo tempo le solite tre condizioni: 
a) Confessione sacramentale
b) Comunione eucaristica;
c) Preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre (preghiera a scelta del fedele: per esempio, un Padre nostro e un'Ave, o Maria).
Le tre condizioni possono essere adempiute anche nei giorni precedenti e seguenti quello in cui si visita la chiesa o oratorio; tuttavia è conveniente che la santa Comunione e la preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre siano fatte nello stesso giorno in cui si compie la visita.
Con il consenso dell'Ordinario, il girono della visita, con la recita del Padre nostro e del Credo, può essere trasferito dal 2 novembre alla domenica precedente o seguente o alla solennità di Ognissanti, (incominciando in ogni caso dal mezzogiorno della vigilia).
l trasferimento del giorno è ammesso per facilitare ai fedeli l'acquisto dell'indulgenza.
Nei giorni 1-8 novembre i fedeli che visitano il cimitero e pregano, anche solo mentalmente per i defunti, possono lucrare, una volta al giorno, l'indulgenza plenaria (applicabile soltanto ai defunti) alle condizioni di cui sopra.
Negli altri giorni, è annessa alla visita devota del cimitero un'indulgenza parziale, sempre per i defunti, proporzionata alla pietà del visitatore.
(Sacra Penitenzieria Apostolica)
Suffragi per le Anime del purgatorio (2 novembre)
Secondo la dottrina della Chiesa, la beatitudine del paradiso o la dannazione dell’inferno sono la meta finale dell’esistenza umana.
Ma esiste anche una tappa intermedia fra la terra e il cielo, cioè il purgatorio. Qui la teologia cattolica colloca provvisoriamente le anime di quanti sono morti nella grazia di Dio, senza essere perfettamente purificati. Perciò, in questi giorni, la liturgia commemora i defunti e invita i
fedeli a pregare per loro, in modo da accelerarne il cammino verso il paradiso.
Queste orazioni sono però uno scambio a senso doppio con le anime del purgatorio. Conferma infatti il Nuovo Catechismo: «La nostra preghiera può non solo aiutarli, ma anche rendere efficace la loro intercessione in nostro favore». Il Manuale delle indulgenze concede dunque, a partire dal 2 e fino all’8 novembre, una specifica indulgenza plenaria, applicabile soltanto alle anime del purgatorio. La può ottenere ogni fedele che, confessato e comunicato, visita il cimitero e prega, anche soltanto mentalmente, per i defunti.
In tutti gli altri giorni dell’anno, alla preghiera nel cimitero è connessa l’indulgenza parziale.
A metà Ottocento, una caratteristica espressione devozionale fu ideata dal sacerdote marchigiano Francesco Vitali.
A lui si deve il testo di meditazioni Il mese di novembre in suffragio delle anime sante del purgatorio. Il libro si diffuse rapidamente in decine di edizioni e venne successivamente ripreso da altri autori mistici. Lo caratterizza la proposta dell’«atto eroico di carità». Si tratta di un gesto con cui il fedele offre in favore delle anime del purgatorio tutte le indulgenze da lui ottenute, rimettendosi completamente alla misericordia di Dio.
La Beata Anna Maria Taigi, sempre nell’Ottocento, ricevette invece l’ispirazione per la devozione dei Cento Requiem in suffragio dei defunti.
La Corona consiste nella recita di dieci Offerte, seguite ciascuna da dieci preghiere dell’Eterno riposo. Quindi si pronuncia l’invocazione: «Anime sante, anime del purgatorio, pregate Dio per me, che io pregherò per voi, perché vi doni la gloria del paradiso».
E, infine, il salmo 130: «Dal profondo a te grido, o Signore; / Signore, ascolta la mia voce».
(Autore: Saverio Gaeta)


*Corpus Domini (celebrazione mobile) - (3 Giugno) Solennità

Martirologio Romano: Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo: con il suo sacro nutrimento egli offre rimedio di immortalità e pegno di risurrezione.
La festività del Corpus Domini ha una origine più recente di quanto sembri. La solennità cattolica del Corpus Domini (Corpo del Signore) chiude il ciclo delle feste del dopo Pasqua e vuole celebrare il mistero dell'Eucaristia ed è stata istituita grazie ad una Suora che nel 1246 per prima volle celebrare il mistero dell'Eucaristia in una festa slegata dal clima di mestizia e lutto della Settimana Santa.
Il suo Vescovo approvò l'idea e la celebrazione dell'Eucaristia divenne una festa per tutto il compartimento di Liegi, dove il convento della Suora si trovava.
In realtà la festa posa le sue radici nell’ambiente fervoroso della Gallia belgica - che San Francesco chiamava amica Corporis Domini - e in particolare grazie alle rivelazioni della Beata
Giuliana di Retìne.
Nel 1208 la Beata Giuliana, Priora nel Monastero di Monte Cornelio presso Liegi, vide durante un'estasi il disco lunare risplendente di luce candida, deformato però da un lato da una linea rimasta in ombra, da Dio intese che quella visione significava la Chiesa del suo tempo che ancora mancava di una solennità in onore del SS. Sacramento.
Il direttore spirituale della beata, il Canonico di Liegi Giovanni di Lausanne, ottenuto il giudizio favorevole di parecchi teologi in merito alla suddetta visione, presentò al vescovo la richiesta di introdurre nella diocesi una festa in onore del Corpus Domini.
La richiesta fu accolta nel 1246 e venne fissata la data del giovedì dopo l'ottava della Trinità.
Più tardi, nel 1262 salì al soglio pontificio, col nome di Urbano IV, l'antico arcidiacono di Liegi e confidente della beata Giuliana, Giacomo Pantaleone.
Ed è a Bolsena, proprio nel Viterbese, la terra dove è stata aperta la causa suddetta che in giugno, per tradizione si tiene la festa del Corpus Domini a ricordo di un particolare miracolo eucaristico avvenuto nel 1263, che conosciamo sin dai primi anni della nostra formazione cristiana.
Infatti, ci è raccontato che un prete boemo, in pellegrinaggio verso Roma, si fermò a dir messa a Bolsena ed al momento dell'Eucarestia, nello spezzare l'ostia consacrata, fu pervaso dal dubbio che essa contenesse veramente il corpo di Cristo.
A fugare i suoi dubbi, dall'ostia uscirono allora alcune gocce di sangue che macchiarono il bianco corporale di lino liturgico (attualmente conservato nel Duomo di Orvieto) e alcune pietre dell'altare tuttora custodite in preziose teche presso la basilica di Santa Cristina.
Venuto a conoscenza dell'accaduto Papa Urbano IV istituì ufficialmente la festa del Corpus Domini estendendola dalla circoscrizione di Liegi a tutta la cristianità.
La data della sua celebrazione fu fissata nel giovedì seguente la prima domenica dopo la Pentecoste (60 giorni dopo Pasqua).
Così, l'11 Agosto 1264 il Papa promulgò la Bolla "Transiturus" che istituiva per tutta la cristianità la Festa del Corpus Domini dalla città che fino allora era stata infestata dai Patarini neganti il Sacramerito dell'Eucaristia.
Già qualche settimana prima di promulgare questo importante atto - il 19 Giugno - lo stesso Pontefice aveva preso parte, assieme a numerosissimi Cardinali e prelati venuti da ogni luogo e ad una moltitudine di fedeli, ad una solenne processione con la quale il sacro lino macchiato del sangue di Cristo era stato recato per le vie della città.
Da allora, ogni anno in Orvieto, la domenica successiva alla festività del Corpus Domini, il Corporale del Miracolo di Bolsena, racchiuso in un prezioso reliquiario, viene portato processionalmente per le strade cittadine seguendo il percorso che tocca tutti i quartieri e tutti i luoghi più significativi della città.
In seguito la popolarità della festa crebbe grazie al Concilio di Trento, si diffusero le processioni eucaristiche e il culto del Santissimo Sacramento al di fuori della Messa.
Se nella Solennità del Giovedì Santo la Chiesa guarda all'Istituzione dell'Eucaristia, scrutando il mistero di Cristo che ci amò sino alla fine donando se stesso in cibo e sigillando il nuovo Patto nel suo Sangue, nel giorno del Corpus Domini l'attenzione si sposta sull'intima relazione esistente fra Eucaristia e Chiesa, fra il Corpo del Signore e il suo Corpo Mistico.
Le processioni e le adorazioni prolungate celebrate in questa solennità, manifestano pubblicamente la fede del popolo cristiano in questo Sacramento.
In esso la Chiesa trova la sorgente del suo esistere e della sua comunione con Cristo, Presente nell'Eucaristia in Corpo Sangue anima e Divinità. 
(Fonte:www.resurrezione.net)


*Cristo Re dell'universo (celebrazione mobile)

Martirologio Romano: Solennità di nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo: a Lui solo il potere, la gloria e la maestà negli infiniti secoli dei secoli.
Questa festa fu introdotta da papa Pio XI, con l’enciclica “Quas primas” dell’11 dicembre 1925, a coronamento del Giubileo che si celebrava in quell’anno.
È poco noto e, forse, un po’ dimenticato. Non appena elevato al soglio pontificio, nel 1922, Pio XI condannò in primo luogo esplicitamente il liberalismo “cattolico” nella sua enciclica “Ubi arcano Dei”.
Egli comprese, però, che una disapprovazione in un’enciclica non sarebbe valsa a molto, visto che il popolo cristiano non leggeva i messaggi papali.
Quel saggio pontefice pensò allora che il miglior modo di istruirlo fosse quello di utilizzare la liturgia.
Di qui l’origine della “Quas primas”, nella quale egli dimostrava che la regalità di Cristo implicava (ed implica) necessariamente il dovere per i cattolici di fare quanto in loro potere per tendere verso l’ideale dello Stato cattolico: “Accelerare e affrettare questo ritorno [alla regalità sociale di Cristo] coll’azione e coll’opera loro, sarebbe dovere dei cattolici”.
Dichiarava, quindi, di istituire la festa di Cristo Re, spiegando la sua intenzione di opporre così “un rimedio efficacissimo a quella peste, che pervade l'umana società.
La peste della età nostra è il così detto laicismo, coi suoi errori e i suoi empi incentivi”.
Tale festività coincide con l’ultima domenica dell’anno liturgico, con ciò indicandosi che Cristo Redentore è Signore della storia e del tempo, a cui tutti gli uomini e le altre creature sono soggetti.
Egli è l’Alfa e l’Omega, come canta l’Apocalisse (Ap 21, 6. Gesù stesso, dinanzi a Pilato, ha affermato categoricamente la sua regalità.
Alla domanda di Pilato: “Allora tu sei re?”, il Divino Redentore rispose: “Tu lo dici, io sono re” (Gv 18, 37).
Pio XI insegnava che Cristo è veramente Re. Egli solo, infatti, Dio e uomo – scriveva il successore Pio XII, nell’enciclica “Ad caeli Reginam” dell’11 ottobre 1954 – “in senso pieno, proprio e assoluto, … è re”.
Il suo regno, spiegava ancora Pio XI, “principalmente spirituale e (che) attiene alle cose spirituali”, è contrapposto unicamente a quello di Satana e delle potenze delle tenebre.
Il Regno di cui parla Gesù nel Vangelo non è, dunque, di questo mondo, cioè, non ha la sua provenienza nel mondo degli uomini, ma in Dio solo; Cristo ha in mente un regno imposto non con la forza delle armi (non a caso dice a Pilato che se il suo Regno fosse una realtà mondana la sua gente “avrebbe combattuto perché non fosse consegnato ai giudei”), ma tramite la forza della Verità e dell'Amore.
Gli uomini vi entrano, preparandosi con la penitenza, per la fede e per il battesimo, il quale produce un’autentica rigenerazione interiore.
Ai suoi sudditi questo Re richiede, prosegue Pio XI, “non solo l’animo distaccato dalle ricchezze e dalle cose terrene, la mitezza dei costumi, la fame e sete di giustizia, ma anche che essi rinneghino se stessi e prendano la loro croce”.
Tale Regno, peraltro, già mistericamente presente, troverà pieno compimento alla fine dei tempi, alla seconda venuta di Cristo, quando, quale Sommo Giudice e Re, verrà a giudicare i vivi ed i morti, separando, come il pastore, “le pecore dai capri” (Mt 25, 31 ss.).
Si tratta di una realtà rivelata da Dio e da sempre professata dalla Chiesa e, da ultimo, dal Concilio Vaticano II, il quale insegnava a tal riguardo che “qui sulla terra il Regno è già presente, in mistero; ma con la venuta del Signore, giungerà a perfezione” (costituzione “Gaudium et spes”).
Con la sua seconda venuta, Cristo ricapitolerà tutte le cose, facendo “cieli nuovi e terra nuova” (Ap 21, 1), tergendo e consolando ogni lacrima di dolore e bandendo per sempre il peccato, la morte ed ogni ingiustizia dalla faccia della terra.
Sempre il Concilio scriveva che “in questo regno anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio” (costituzione dogmatica “Lumen Gentium”).
Per questo i cristiani di ogni tempo invocano, già con la preghiera del Padre nostro, la venuta del Suo Regno (“Venga il tuo Regno”) ed, in modo particolare durante l’Avvento, cantano nella liturgia “Maranà tha”, cioè “Vieni Signore”, per esprimere così l’attesa impaziente della parusia (cfr. 1 Cor 16, 22).
Aggiunge ancora Pio XI che nondimeno sbaglierebbe colui il quale negasse al Cristo-uomo il potere su tutte le cose temporali, “dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create”.
Tuttavia – precisa – Cristo, quando era sulla terra, si astenne dall’esercitare completamente questo suo dominio, permettendo – come anche oggi – che “i possessori debitamente se ne servano”.
Questo potere abbraccia tutti gli uomini. Ciò lo aveva anche chiaramente espresso Leone XIII, nell’enciclica “Annum sacrum” del 25 maggio 1899, con cui preparava la consacrazione dell’umanità al Sacratissimo Cuore di Gesù nell’anno santo del 1900.
Papa Pecci aveva scritto in effetti che “il dominio di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla Chiesa, sebbene le errate opinioni li allontanino da essa o il dissenso li divida dalla carità; ma abbraccia anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo”.
L’uomo, misconoscendo la regalità di Cristo nella storia e rifiutando di sottomettersi a questo suo giogo che è “dolce” ed a questo carico “leggero”, non potrà trovare alcuna salvezza né troverà autentica pace, rimanendo vittima delle sue passioni, inimicizie ed inquietudini.
È Cristo soltanto la “fonte della salute privata e pubblica”, diceva Pio XI.
“Né in alcun altro vi salvezza, né sotto il cielo altro nome è stato dato agli uomini, mediante il quale dobbiamo essere salvati” (At 4, 12).
Lontano da Lui l’uomo ha dinanzi chimere e sistemi ideologici totalizzanti e fuorvianti; non cercando il suo Regno e la sua Giustizia, il genere umano ha di fronte a sé i vari “-ismi” della storia che, diabolicamente, in nome di un falso progresso sociale, economico e culturale, degradano ogni uomo, negandone la dignità.
Ed il XX secolo non ha mancato di fornirne dei tragici esempi con i vari regimi autoritari, comunisti e nazista (che la Chiesa ha condannato vigorosamente), riproponendo, per l’ennesima volta, il duro scontro tra Regno di Cristo e regno di Satana, che durerà sino alla fine dei tempi.
Basti qui far riferimento, a titolo esemplificativo, giusto al solo travagliato periodo del pontificato di papa Ratti per averne una pallida idea.
Con l’enciclica “Mit brennender Sorge”, del 14 marzo 1937 – tra i cui estensori vi era pure il cardinale segretario di Stato e futuro Papa Pio XII, Eugenio Pacelli – il Pontefice romano
disapprovava il provocante neopaganesimo imperante in Germania (il nazismo), il quale rinnegava la Sapienza Divina e la sua Provvidenza, che “con forza e dolcezza domina da un'estremità all’altra del mondo” (Sap. 8, 1), e tutto dirige a buon fine; deplorava anche certi banditori moderni che perseguono il falso mito della razza e del sangue; biasimava, infine, le liturgie del Terzo Reich tedesco, veri riti paganeggianti, qualificate come “false monete”.
In Messico, “totalmente infeudato dalla massoneria”, dove gli Stati Uniti avevano favorito – in nome dei loro interessi economici – la nascita di uno Stato dichiaratamente anticlericale ed anticristiano, furono promulgate pesanti leggi restrittive della libertà della Chiesa cattolica, stabilendo l’espulsione dei sacerdoti non sposati, la distruzione delle chiese e la soppressione persino della parola “adios”.
Il fanatico anticlericale governatore dello Stato messicano di Tabasco, Tomás Garrido Canabal, autore di queste misure repressive, nella sua fattoria, “La Florida”, giunse a chiamare, in segno di dispregio, un toro “Dio”, ad un asino diede nome “Cristo”, una mucca “Vergine di Guadalupe”, un bue ed un maiale “Papa”.
Suo figlio lo chiamò “Lenin” e sua figlia “Zoila Libertad”.
Un nipote fu chiamato “Luzbel” [Lucifer], un altro figlio “Satan”.
Si costituì allora un esercito di popolo, i “cristeros”, i quali combattevano al grido di “Viva Cristo Re! Viva la Vergine di Guadalupe! Viva il Messico!”.
Con le stesse parole sulle labbra versavano il loro sangue in quella terra anche numerose schiere di martiri, mentre i loro carnefici esclamavano, riempiendo ceste di vimini con le teste mozzate dei cattolici, “Viva Satana nostro padre”.
Si trattò di un vero “olocausto” passato sotto silenzio ed ignorato.
Alcuni dei valorosi Martiri Cristiani messicani, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, hanno raggiunto la gloria degli altari, come il gesuita Miguel Agustin Pro, fucilato senza processo.
Le sue ultime parole furono giusto “Viva Cristo Re!”.
Questa grave situazione di persecuzione religiosa fu riprovata da Pio XI con le Encicliche “Nos Es Muy Conocida” del 28 Marzo 1937 ed “Iniquis Afflictisque” del 18 novembre 1926.
Una netta opposizione fu, infine, manifestata nei confronti della Russia sovietica, contro il comunismo ateo, condannato dall'enciclica “Divini Redemptoris” del 19 marzo 1937, e nei riguardi della Spagna repubblicana, dichiaratamente antireligiosa.
Qui, il governo repubblicano socialista di Manuel Azaña Y Díaz proclamò che “da oggi la Spagna non è più cristiana”, mirando a “laicizzare” lo Stato.
La nuova costituzione vanificava ogni potere della Chiesa, la religione cattolica era ridotta al rango d’associazione, senza sostegno finanziario da parte statale, senza scuole, esposta agli espropri;
con il decreto 24 gennaio 1932 era dichiarata l’estinzione della compagnia di Gesù e se ne confiscavano i beni; era introdotto, nel 1932, il divorzio e il matrimonio civile ed abolito il reato di bestemmia; circa seimila religiosi furono massacrati.
Pio XI reagì duramente con l’enciclica “Dilectissima Nobis” del 3 giugno 1933.
Questi esempi dimostrano lo scontro plurisecolare, sin dalla fondazione del Cristianesimo, tra il Regno di Cristo e quello di Satana, e come, anche in epoca contemporanea, la regalità di Cristo sia contestata, preferendo ad essa degli “idoli” politici, economici, sociali e pseudo-religiosi.
(Autore: Francesco Patruno)


*Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria (celebrazione mobile)

Memoria mariana di origine devozionale, istituita da Pio XII, l'odierna celebrazione ci invita a meditare sul mistero di Cristo e della Vergine nella sua interiorità e profondità.
Maria, che custodisce le parole ed i fatti del Signore meditandoli nel suo cuore (Lc 2,19), è dimora dello Spirito Santo, sede della sapienza (Lc 1,35), immagine e modello della Chiesa che ascolta e testimonia il messaggio del Signore (cfr Lc 11,28). (Mess. Rom.)
Martirologio Romano: Memoria del Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria: serbando nel proprio cuore la memoria dei misteri di salvezza compiuti nel suo Figlio, ne ha atteso con fiducia il compimento in Cristo.
Il promotore della festa liturgica del Cuore Immacolato di Maria fu San Giovanni Eudes (1601-1680) che già verso il 1643, la cominciò a celebrare con i religiosi della sua congregazione.
Nel 1668 le festa e i testi liturgici furono approvati dal cardinale legato per tutta la Francia, mentre Roma si rifiutò più volte di confermare la festa.
Fu solo dopo l’introduzione della festa del Sacro Cuore di Gesù nel 1765, che verrà concessa qua e là la facoltà di celebrare quella del Cuore di Maria, tanto che anche il Messale romano del 1814 la annovera ancora tra le feste “pro aliquibus locis”.
Papa Pio XII estese nel 1944 la festa a tutta la Chiesa, a perenne ricordo della Consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria, da lui fatta nel 1942.
Il Culto del Cuore Immacolato di Maria ha ricevuto un forte impulso dopo le apparizioni di Fatima del 1917.
Memoria facoltativa il giorno dopo la solennità del Sacro Cuore di Gesù.
La vicinanza delle due feste riconduce a San Giovanni Eudes, il quale nei suoi scritti non separò mai i due Cuori di Gesù e di Maria e sottolinea l’unione profonda della madre col Figlio di Dio fatto carne, la cui vita pulsò per nove mesi ritmicamente con quella del cuore di Maria.
La Liturgia della festa sottolinea il lavorio spirituale del cuore della prima discepola di Cristo e presenta Maria come protesa, nell’intimo del suo cuore, all’ascolto e all’approfondimento della parola di Dio.
Maria medita nel suo cuore gli eventi in cui è coinvolta insieme a Gesù, cercando di penetrare il mistero che sta vivendo: conservare e meditare nel suo cuore tutte le cose, le fa scoprire la volontà del Signore, come un pane che la nutre nell’intimo, come un’acqua zampillante in un fecondo terreno.
Con questo suo modo di agire, Maria ci insegna a nutrirci in profondità del Verbo di Dio, a vivere sfamandoci e abbeverandoci di lui e soprattutto a trovare Dio nella meditazione, nella preghiera e nel silenzio.
Maria, infine, ci insegna a riflettere sugli avvenimenti della nostra vita quotidiana e a scoprire in essi Dio che si rivela, inserendosi nella nostra storia.
(Autore: Nino Grasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)


*Domenica delle Palme  (celebrazione mobile)

Martirologio Romano: Domenica delle Palme: Passione del Signore, in cui il Signore nostro Gesù Cristo, secondo la profezia di Zaccaria, seduto su di un puledro d’asina, entrò a Gerusalemme, mentre la folla gli veniva incontro con rami di palma nelle mani.
Nel calendario liturgico cattolico la Domenica delle Palme  è celebrata la domenica precedente alla festività della Pasqua.
Con essa ha inizio la Settimana Santa, quella settimana nella quale vengono ricordati gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù.
Questa festività è osservata non solo dai Cattolici, ma anche dagli Ortodossi e dai Protestanti.
In questo giorno la Chiesa ricorda il trionfale ingresso di Gesù a Gerusalemme in sella ad un asino, osannato dalla folla che lo salutava agitando rami di palma (cfr. Gv 12,12-15).

La folla, radunata dalle voci dell’arrivo di Gesù, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi di ulivo e di palma, abbondanti nella regione, e agitandoli festosamente gli rendevano onore.
Celebrazione Liturgica
In ricordo di questo, la liturgia della Domenica delle Palme, si svolge iniziando da un luogo al di fuori della chiesa dove si radunano i fedeli e il sacerdote benedice i rami di ulivo o di palma che sono portati dai fedeli, quindi si dà inizio alla processione fin dentro la chiesa.
Qui giunti continua la celebrazione della Messa con la lunga lettura della Passione di Gesù.
Il racconto della Passione viene letto da tre persone che rivestono la parte di Cristo (letta dal sacerdote), dello storico e del popolo o turba.
In questa Domenica il sacerdote, al contrario di tutte le altre di Quaresima (tranne la 4^ in cui indossa paramenti rosa) è vestito di rosso, pur trattandosi di una solennità.
Tradizioni
Generalmente i fedeli portano a casa i rametti di ulivo e di palma benedetti, per conservarli quali simbolo di pace, scambiandone parte con parenti ed amici.
In alcune regioni, si usa che il capofamiglia utilizzi un rametto, intinto nell’acqua benedetta durante la veglia pasquale, per benedire la tavola imbandita nel giorno di Pasqua.
In molte zone d’ Italia, con le foglie di palma intrecciate vengono realizzate piccole e grandi confezioni addobbate, che vengono regalate o scambiate fra i fedeli in segno di pace.
Nel Vangelo di Giovanni: 12,12-15, si narra che la popolazione abbia usato solo rami di palma che, a detta di molti commentari, sono simbolo di trionfo, acclamazione e regalità. Sembra che i rami di ulivo siano stati introdotti nella tradizione popolare, a causa della scarsità di piante di palma presenti, specialmente in Italia.
Nelle zone in cui non cresce l'ulivo (come l'Europa Settentrionale), i rametti sono sostituiti da fiori e foglie intrecciate.
Cenni Storici
Si hanno notizie della benedizione delle palme a partire del VII secolo in concomitanza con la crescente importanza data alla processione. Questa è testimoniata a Gerusalemme dalla fine del IV secolo e quasi subito fu introdotta nella liturgia della Siria e dell’ Egitto.
In Occidente questa domenica era riservata a cerimonie prebattesimali, infatti, il battesimo era amministrato a Pasqua; e all’inizio solenne della Settimana Santa, quindi benedizione e processione delle palme entrarono in uso molto più tardi: dapprima in Gallia (secolo VII - VIII) dove Teodulfo d’ Orléans compose l’ inno “Gloria, laus et honor” e poi a Roma dalla fine dell’XI secolo.
Dal 1985, nella Domenica delle Palme i cattolici celebrano anche la "Giornata Mondiale della Gioventù".

Schema della "Festa Religiosa"

Data

Domenica precedente alla Pasqua

Religione

Cristianesimo

Avvenimento Celebrato

Ingresso di Gesù Cristo a Gerusalemme

Festività Correlate

Pasqua, Quaresima, Giornata Mondiale della gioventù

Tradizioni

Scambio di Palme ed olivi benedetti

Chiamata anche

Domenica della Passione del Signore

Con la Domenica delle Palme o più propriamente Domenica della Passione del Signore, inizia la solenne annuale celebrazione della Settimana Santa, nella quale vengono ricordati e celebrati gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù, con i tormenti interiori, le sofferenze fisiche, i processi ingiusti, la salita al Calvario, la crocifissione, morte e sepoltura e infine la sua Risurrezione.
La Domenica delle Palme giunge quasi a conclusione del lungo periodo quaresimale, iniziato con il Mercoledì delle Ceneri e che per cinque liturgie domenicali, ha preparato la comunità dei cristiani, nella riflessione e penitenza, agli eventi drammatici della Settimana Santa, con la speranza e certezza della successiva Risurrezione di Cristo, vincitore della morte e del peccato, Salvatore del mondo e di ogni singola anima.
I Vangeli narrano che giunto Gesù con i discepoli a Betfage, vicino Gerusalemme (era la sera del sabato), mandò due di loro nel villaggio a prelevare un’asina legata con un puledro e condurli da lui; se qualcuno avesse obiettato, avrebbero dovuto dire che il Signore ne aveva bisogno, ma sarebbero stati rimandati subito.
Dice il Vangelo di Matteo (21, 1-11) che questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta Zaccaria (9, 9) “Dite alla figlia di Sion; Ecco il tuo re viene a te mite, seduto su un’asina, con un puledro figlio di bestia da soma”.
I discepoli fecero quanto richiesto e condotti i due animali, la mattina dopo li coprirono con dei mantelli e Gesù vi si pose a sedere avviandosi a Gerusalemme.
Qui la folla numerosissima, radunata dalle voci dell’arrivo del Messia, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi di ulivo e di palma, abbondanti nella regione, e agitandoli festosamente rendevano onore a Gesù esclamando “Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
Osanna nell’alto dei cieli!”.
A questa festa che metteva in grande agitazione la città, partecipavano come in tutte le manifestazioni di gioia di questo mondo, i tanti fanciulli che correvano avanti al piccolo corteo agitando i rami, rispondendo a quanti domandavano “Chi è costui?”, “Questi è il profeta Gesù da Nazareth di Galilea”.
La maggiore considerazione che si ricava dal testo evangelico, è che Gesù fa il suo ingresso a Gerusalemme, sede del potere civile e religioso in Palestina, acclamato come solo ai re si faceva, a cavalcioni di un’asina.
Bisogna dire che nel Medio Oriente antico e di conseguenza nella Bibbia, la cavalcatura dei re, prettamente guerrieri, era il cavallo, animale nobile e considerato un’arma potente per la guerra, tanto è vero che non c’erano corse di cavalli e non venivano utilizzati nemmeno per i lavori dei campi.
Logicamente anche il Messia, come se lo aspettavano gli ebrei, cioè un liberatore, avrebbe dovuto cavalcare un cavallo, ma Gesù come profetizzato da Zaccaria, sceglie un’asina, animale umile e servizievole, sempre a fianco della gente pacifica e lavoratrice, del resto l’asino è presente nella vita di Gesù sin dalla nascita, nella stalla di Betlemme e nella fuga in Egitto della famigliola in pericolo.
Quindi Gesù risponde a quanti volevano considerarlo un re sul modello di Davide, che egli è un re privo di ogni forma esteriore di potere, armato solo dei segni della pace e del perdono, a partire dalla cavalcatura che non è un cavallo simbolo della forza e del potere sin dai tempi dei faraoni.
La liturgia della Domenica delle Palme, si svolge iniziando da un luogo adatto al di fuori della chiesa; i fedeli vi si radunano e il sacerdote leggendo orazioni ed antifone, procede alla benedizione dei rami di ulivo o di palma, che dopo la lettura di un brano evangelico, vengono distribuiti ai fedeli (possono essere già dati in precedenza, prima della benedizione), quindi si dà inizio alla processione fin dentro la chiesa.
Qui giunti continua la celebrazione della Messa, che si distingue per la lunga lettura della Passione di Gesù, tratta dai Vangeli di Marco, Luca, Matteo, secondo il ciclico calendario liturgico; il testo della Passione non è lo stesso che si legge nella celebrazione del Venerdì Santo, che è il testo del Vangelo di San Giovanni.
Il racconto della Passione viene letto alternativamente da tre lettori rappresentanti: il cronista, i personaggi delle vicenda e Cristo stesso. Esso è articolato in quattro parti: l’arresto di Gesù; il processo giudaico; il processo romano; la condanna, l’esecuzione, morte e sepoltura.
Al termine della Messa, i fedeli portano a casa i rametti di ulivo benedetti, conservati quali simbolo di pace, scambiandone parte con parenti ed amici. Si usa in molte regioni, che il capofamiglia utilizzi un rametto, intinto nell’acqua benedetta durante la veglia pasquale, per benedire la tavola imbandita nel giorno di Pasqua.
In molte zone d’Italia, con le parti tenere delle grandi foglie di palma, vengono intrecciate piccole e grandi confezioni addobbate, che vengono regalate o scambiate fra i fedeli in segno di pace.
La benedizione delle palme è documentata sin dal VII secolo ed ebbe uno sviluppo di cerimonie e di canti adeguato all’importanza sempre maggiore data alla processione. Questa è testimoniata a Gerusalemme dalla fine del IV secolo e quasi subito fu accolta dalla liturgia della Siria e dell’Egitto.
In Occidente giacché questa domenica era riservata a cerimonie prebattesimali (il battesimo era amministrato a Pasqua) e all’inizio solenne della Settimana Santa, benedizione e processione delle palme trovarono difficoltà a introdursi; entrarono in uso prima in Gallia (sec. VII-VIII) dove Teodulfo d’Orléans compose l’inno “Gloria, laus et honor”; poi in Roma dalla fine dell’XI secolo.
L’uso di portare nelle proprie case l’ulivo o la palma benedetta ha origine soltanto devozionale, come augurio di pace.
Da anni, nella Domenica delle Palme si celebra in tutto il mondo cattolico la ‘Giornata Mondiale della Gioventù’, il cui culmine si svolge a Roma nella Piazza San Pietro alla presenza del Papa.
(Autore: Antonio Borrelli)


*Epifania del Signore (6 gennaio)

L'origine orientale di questa solennità è nel suo stesso nome: "epifania", cioè rivelazione, manifestazione; i latini usavano la denominazione "festivitas declarationis" o "apparitio", col prevalente significato di rivelazione della divinità di Cristo al mondo pagano attraverso l'adorazione dei magi, ai Giudei col battesimo nelle acque del Giordano e ai discepoli col miracolo alle nozze di Cana.
Martirologio Romano: Solennità dell’Epifania del Signore, nella quale si venera la triplice manifestazione del grande Dio e Signore nostro Gesù Cristo: a Betlemme, Gesù bambino fu adorato dai magi; nel Giordano, battezzato da Giovanni, fu unto dallo Spirito Santo e chiamato Figlio da Dio Padre; a Cana di Galilea, alla festa di nozze, mutando l’acqua in vino nuovo, manifestò la sua gloria.
I Re Magi non giunsero a mani vuote a Betlemme, per il Re dell’Universo, che si manifestava al mondo (Epifania), avevano preparato dei doni, che presentarono con immenso onore: l’oro, che indica la regalità di Gesù; l’incenso, il suo sacerdozio; la mirra, usata nella preparazione dei corpi per la sepoltura, l’espiazione dei peccati attraverso la morte.
«Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra» (Mt. 2, 9-11). Come i pastori erano stati chiamati dall’angelo a partecipare della Gloria di Dio e della pace degli uomini, così ora i Magi, esperti astronomi, venivano guidati dalla stella per partecipare anch’essi all’evento che ha mutato storia e destini. Leggiamo da sant’Agostino:
«Da pochissimi giorni abbiamo celebrato il Natale del Signore, in questi giorni celebriamo con non minore solennità la sua manifestazione, con la quale cominciò a farsi conoscere dai pagani… Era nato colui che è la pietra angolare, la pace fra provenienti dalla circoncisione e dalla incirconcisione, perché si unissero in lui che è la nostra pace e che ha fatto dei due un popolo solo. Tutto questo è stato prefigurato per i Giudei nei pastori, per i pagani nei Magi… I pastori giudei sono stati condotti a lui dall’annuncio di un angelo, i Magi pagani dall’apparizione di una stella» (Sermone 201,1; PL 38 1031).
L’Epifania, dunque, celebra l’universalità della Chiesa: Emmanuele, «Dio con noi», è giunto in terra per chiamare ognuno alla Verità e per indicare la strada per raggiungerla e salvarsi. I Re Magi, che appartenevano alla casta sacerdotale ereditaria della religione zoroastriana, hanno creduto nei segni celesti, «i cieli narrano la gloria di Dio» (Sal. 19, 2), li hanno saputi decifrare e con immensa gioia si sono genuflessi a Cristo Re.
Non hanno proposto alla Madonna e a san Giuseppe di educare il Bambino Divino nella loro religione, ma si sono sottomessi al Pargolo celeste; non hanno cercato un dialogo, un confronto, uno scambio di opinioni; non hanno neppure portato la loro esperienza o le loro interpretazioni, questi sapienti si sono umilmente prostrati alla Verità, all’Amore, alla Bellezza che avevano dinnanzi. L’Epifania perciò celebra non l’ecumenismo, bensì l’universalità della Chiesa, ovvero la chiamata dei gentili alla Fede. E il posto della stella è stato preso dal Vangelo, che invita ancora alla conversione di tutte le genti a Cristo, l’Unto di Dio.
Nel 614 la Palestina fu occupata dai Persiani guidati da Re Cosroe II e distrussero quasi tutte le chiese cristiane, risparmiando la Basilica della Natività di Betlemme perché sulla facciata vi era un mosaico raffigurante i Magi vestiti con l’abito tradizionale persiano.
Marco Polo afferma di aver visitato le tombe dei Magi nella città di Saba, a sud di Teheran, intorno al 1270: «In Persia è la città ch’è chiamata Saba, da la quale si partiro li tre re ch’andaro adorare Dio quando nacque. In quella città son soppeliti gli tre Magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi con barba e co’ capegli: l’uno ebbe nome Beltasar, l’altro Gaspar, lo terzo Melquior. Messer Marco dimandò più volte in quella cittade di quegli III re: niuno gliene seppe dire nulla, se non che erano III re soppelliti anticamente» (Il Milione, cap. 30).
Nel 1162 l’imperatore Federico Barbarossa fece distruggere la chiesa di Sant’Eustorgio a Milano, dove erano state portate le salme dei Magi (alle quali era giunta, secondo la Tradizione, sant’Elena) e se ne impossessò. Nel 1164 l’arcicancelliere imperiale Rainaldo di Dassel, arcivescovo di Colonia, le sottrasse e passando in Lombardia, Piemonte, Borgogna, Renania, le traslò nella cattedrale della città tedesca, dove ancora oggi sono conservate. Milano cercò ripetutamente di riavere le reliquie: il 3 gennaio del 1904, l’Arcivescovo Ferrari fece collocare in Sant’Eustorgio alcuni frammenti ossei in un’urna di bronzo con la scritta «Sepulcrum Trium Magorum». Per il 6 gennaio che cosa abbiamo preparato per il Nostro Salvatore? Imitiamo un poco i saggi Sacerdoti venuti dall’Oriente e con semplicità adoriamo Gesù Bambino con l’oro dei nostri sacrifici, l’incenso delle nostre preghiere, la mirra del nostro pentimento.
(Autore: Cristina Siccardi)
Il racconto dei Magi
La festa che si occupa di questo episodio viene chiamata "Epifania", vocabolo che significa "manifestazione del Signore". In oriente viene chiamata con il vocabolo più appropriato "Teofania", manifestazione della divinità del Signore.
Ě in rapporto a questo significato che in quel giorno si ricordano le tre grandi manifestazioni di Cristo-Dio: l'adorazione dei Magi, il battesimo di Gesù (anche se questa festa oggi è spostata alla domenica seguente) ed il miracolo delle nozze di Cana.
Di queste tre manifestazioni l'episodio dell'adorazione dei magi ha finito col prevalere diventando in occidente l'unico tema della festa, come si deduce dalle omelie del Papa San Leone Magno.
Per divina ispirazione i magi hanno visto in quel bambino, presentato a loro dalla madre Maria, l'atteso delle Genti ed il figlio di Dio.
Con il tempo tale festa ha assunto anche una connotazione missionaria: manifestazione di Cristo-Dio al mondo pagano. I Magi sono visti dalla tradizione cristiana come la 'primitia gentium', i primi fra i pagani ad aver riconosciuto e adorato il Signore. Per questo il loro culto fu tanto fortunato, diffuso e radicato tra i convertiti dal paganesimo.
Il tema dell' "Adorazione" è diventato uno dei classici nell'arte. Solo due riferimenti tra i tanti. Il primo è il già ricordato sarcofago di Adelfia, dove la scena dei magi si riscontra due volte: sul coperchio e sotto il clipeo.
Qui la Madonna appare seduta in cattedra e tiene in braccio il Bambino, che si protende nell'atto di ricevere la corona d'oro gemmata offerta dal primo dei tre Magi. L'altro è il meraviglioso mosaico di Sant' Apollinare Nuovo in Ravenna.
Anche in questo caso la data è probabilmente presa da una festività egiziana. Ci narra infatti Epifanio di Salamina (+ 403) che in Egitto nella notte tra il 5/6 gennaio si celebrava la nascita del dio Sole Aion dalla vergine Kore e contemporaneamente si celebrava la il culto del Nilo.
Mito o realtà
Diverse volte in quel giorno la gente si domanda: "Ma  i re magi sono veramente esistiti o si tratta di una leggenda?".
Vediamo prima il racconto evangelico: "Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: "Dov'è il re dei Giudei che è nato?
Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo".
All'udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme.
Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s' informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: "A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta:
E tu, Betlemme, terra di Giuda,
non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda:
da te uscirà infatti un capo
che pascerà il mio popolo, Israele".
"Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: "Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo".
"Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese" (Mt., 2, 1-12).
Oltre ai Vangeli 'canonici' (riconosciuti dalla Chiesa come ispirati), ne parlano anche i vangeli apocrifi.
Il Protovangelo di Giacomo, probabilmente anteriore al IV secolo, (cap. 21-23); il Libro dell'infanzia del Salvatore, circa IX secolo, (cap. 89-91); il Vangelo dello Pseudo Matteo, verso il VI secolo, (cap. 16-17); il Vangelo Arabo dell'infanzia del Salvatore, circa la metà del VI secolo, (cap. 7-9); il Vangelo Armeno dell'Infanzia, fine VI secolo, (cap. V, 10) che ci riferisce anche i nomi, accettati poi normalmente nella tradizione.
Riporto solo la citazione di quest'ultimo: " Un angelo del Signore si affrettò di andare al paese dei persiani per prevenire i re magi ed ordinare loro di andare ad adorare il bambino appena nato.
Costoro, dopo aver camminato per nove mesi avendo per guida la stella, giunsero alla meta proprio nel momento in cui Maria era appena diventata madre. Ě da sapere che in quel momento il regno persiano dominava sopra tutti i re dell'Oriente per il suo potere e le sue vittorie.
I Re Magi erano tre fratelli: Melchiorre, che regnava sui persiani, poi Baldassare che regnava sugli indiani, ed il terzo Gaspare che dominava sul paese degli arabi".
Ě anche interessante che il "Libro della Caverna dei Tesori", scritto nel V secolo d.C., ma riferendosi ad un testo siriaco più antico, descrive i Magi come Caldei, re e figli di re, in numero di tre.
Cominciamo dal termine
La parola 'mago' che si usa per indicare questi personaggi non va identificata con il significato che oggi noi diamo. Il vocabolo deriva dal greco 'magoi' e sta ad indicare in primo luogo i membri di una casta sacerdotale persiana (in seguito anche babilonese) che si interessava di astronomia e astrologia. Potremo meglio nominarli: studiosi dei fenomeni celesti.
Nell'antica tradizione persiana i Magi erano i più fedeli ed intimi discepoli di Zoroastro e custodi della sua dottrina. Rivestivano anche un ruolo di primo piano nella religione e vita politica.
L' idea del tempo che ciclicamente si rinnova conduceva il mazdeismo (religione della Persia preislamica) alla costante attesa messianica di un 'Soccorritore divino", il ruolo del quale sarebbe stato quello di aprire ciascuna era di rinnovamento e di rigenerazione dopo la fase di decadenza che l'aveva preceduta. In tal senso il mazdeismo si collega all'attesa messianica.
In questa religione si attendevano tre successive, arcane figure di salvatori e rigeneratori del tempo futuro: l'ultimo di essi, il 'Soccorritore', sarebbe nato da una vergine discendente da Zarathustra e avrebbe condotto con sé la resurrezione universale e l'immortalità degli esseri umani. Molte leggende accompagnavano il mito del 'Soccorritore', tra le quali: una stella lo avrebbe annunciato. Tenendo conto di questo contesto culturale, non fa meraviglia il comportamento dei magi nella descrizione di Matteo.
Il nome generico di provenienza, Oriente, può indicare diverse regioni.
La Babilonia, Mesopotamia, dove si studiava specialmente l'astronomia. Si deve tener conto infatti che in seguito alla terribile distruzione di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor nel 586, gli ebrei sopravissuti furono deportati in Babilonia, dove rimasero fino alla liberazione da parte di Ciro nel 539. L'influsso ebraico si fece sentire in quella regione, dove tra l'altro anche dopo la liberazione rimasero a vivere diverse famiglie ebraiche, e dove fu compilato il Talmud Babilonese. Sicuramente a Babilonia le attese messianico giudaiche erano conosciute.
Sotto questo aspetto potrebbe trattarsi anche della Siria. Seleuco I tra il 305-280 vi aveva fondato la città di Antiochia e vi aveva concentrato numerosi giudei deportati dalla Palestina.
Una terza possibilità è che i magi provenivano dalla Media. Questa si basa sullo storico greco Erodoto secondo il quale i magi appartenevano ad una delle sei tribù della Media ed esercitavano molta importanza a corte. Erano sacerdoti e venivano chiamati astrologi, indovini, filosofi.
Niente di strano quindi che un gruppo di questi studiosi fosse guidato verso la Giudea da una singolare posizione delle stelle, da far presagire qualcosa di 'strano'.
L'episodio dettagliato di Matteo, la domanda di Erode sul 'tempo' del sorgere della stella permettono di interpretare in forma storica e non allegorica l'esistenza dei magi e l'episodio della stella.
Ancora lo Stramare ci permette una meditazione, oltre la curiosità: "Perché Matteo avrebbe usato il termine 'ab oriente', evidentemente molto generico?
Senza scartare come risposta la possibilità che Matteo ignorasse effettivamente la località precisa di provenienza, rimane sempre da considerare la sua chiara intenzione di privilegiare in questo racconto l'universalità, contro il particolarismo nel quale era rinchiusa l'attesa ebraica. L'esattezza geografica, infatti, non avrebbe servito in questo caso allo scopo: la chiamata alla fede sarebbe stata estesa semplicemente ad un altro popolo ben determinato, ma non a tutti".
La stella
Molto si è scritto su questa stella. Diverse sono state le ipotesi che possono riassumersi a tre: una cometa, una 'stella nova', una sovrapposizione di satelliti.
Ě difficile accettare l'identificazione della stella con la cometa di Halley in quanto comparsa 12 anni prima della nostra era. Precedentemente era stata avvistata nel 240, 164, 88 a. C.; riapparsa anche nel nostro secolo, nel 1910 e nel 1985/86. Del resto nei cieli della Palestina non è apparsa nessuna cometa tra il 17 a. C. ed il 66 d. C.
Non si può neppure pensare ad una 'stella nova', bagliore prolungato emesso da corpi celesti invisibili al momento della loro esplosione. Infatti nell'area di Gerusalemme non ne comparve nessuna tra il 134 a. C. ed il 73 d. C.
La Grande Enciclopedia Illustrata della Bibbia sembra propendere per la terza ipotesi, già condivisa a suo tempo da Keplero: "Di tutte le spiegazioni possibili la più probabile rimane quella, in qualche modo accettabile sulle fonti, secondo cui si è trattato di un'insolita posizione di Giove, l'antica costellazione regale. L'astronomia antica si è occupata dettagliatamente della sua comparsa in un preciso punto dello zodiaco e l'ha identificata, sul grande sfondo di una religiosità mitologico-astrale molto diffusa, con la divinità più alta.
Essa era importante soprattutto per gli avvenimenti della storia e del mondo, in quanto i movimenti di Saturno erano facilmente calcolabili. Saturno, il pianeta più lontano secondo gli antichi, era il simbolo del dio del tempo Crono e permetteva immediate deduzioni sul corso della storia.
Una congiunzione di Giove e di Saturno in una precisa posizione dello zodiaco aveva certamente un significato tutto particolare. La ricerca più recente si lascia condurre dalla fondata convinzione che la triplice congiunzione Giove-Saturno dell'anno 6/7 a. C. ai confini dello zodiaco, al passaggio tra il segno dei Pesci e quello dell'Ariete, deve aver avuto un enorme valore. Essa risulta importante come una 'grande' congiunzione e, in vista della imminente era del messia (o anche età dell'oro), mise in allarme l'intero mondo antico".
Il Prof. Baima Bollone propende per questa possibilità. Si appoggia su conclusioni dell'astronomia che sostiene che la sovrapposizione di Giove con Saturno si verifica ogni 179 anni; nel periodo in esame avvenne proprio nel 7 a. C. e per ben tre volte: 29 marzo, 3 ottobre, 4 dicembre nella costellazione dei Pesci, secondo i calcoli di Keplero.
"Betlemme si trova a pochi chilometri da Gerusalemme, proprio nella direzione in cui la luce nella costellazione dei Pesci poteva essere percepita da viaggiatori che giungessero da Oriente. Tradizione, documenti archeologici e calcoli astrofisici confermano che fu soltanto, ed esattamente nel 7 a. C. che nei cieli della sponda meridionale del Mediterraneo e in Mesopotamia si verificò un fenomeno luminoso nettamente percepibile con gli stessi caratteri di quello dell'episodio dei Magi".
Questa ipotesi sembra affascinante; tuttavia diversi biblisti preferiscono seguire una diversa impostazione.
Il Ricciotti commenta: "In questi tentativi, fuor della buona intenzione, non c'è altro da apprezzare, giacché scelgono una strada totalmente falsa: basta fermarsi un istante sulle particolarità del racconto evangelico per comprendere che quel racconto vuole presentare un fenomeno assolutamente miracoloso, il quale non si può in nessun modo far rientrare nelle leggi stabili di una meteora naturale sebbene rara".
Anche lo studioso Andrés Fernández propende per questa linea: "Altri, infine, sostengono che si trattò di una meteora speciale che non si muoveva secondo le leggi naturali... Dobbiamo preferire la terza ipotesi (questa, dopo quella della congiunzione e di Halley), l'unica soddisfacente.
La stella vista in Oriente si presentava con caratteristiche eccezionali; la sua apparizione non si può spiegare in nessun modo come fenomeno comune ed ordinario; resta pertanto esclusa ogni interpretazione puramente naturalistica... I Magi compresero bene che si trattava di qualcosa al di sopra dell'ordine naturale".
Anche "La Sacra Bibbia", a cura del Pontificio Istituto Biblico di Roma nella Nota al brano di Matteo 2, 2, sostiene la stessa opinione: "La stella, veduta dai Magi, secondo l'opinione più probabile, dedotta dalle sue caratteristiche, era una meteora straordinaria, formata da Dio espressamente per dare ai popoli il lieto annunzio della nascita del Salvatore".
Le reliquie dei Magi
Una legittima curiosità provoca una domanda: ma poi, che fine hanno fatto i Magi?
Il Vangelo ci informa soltanto che "i magi per un'altra strada sono ritornati al loro paese" (Mt., 2, 12). Altro ufficialmente non sappiamo. Per completare il racconto e rispondere alla domanda non abbiamo fonti certe, ma si devono seguire le tradizioni formatesi nel tempo. Del resto non si deve ritenere inutile la questione dato che nei giorni 19 e 20 dicembre 1998 si è svolto all'Abbazia di Chiaravalle (presso Milano) il convegno: "I tre Saggi e la Stella. Mito e Realtà dei Re Magi", organizzato da Identità Europea.
Una tradizione ci dice che i Tre, dopo la loro conversione, sono stati consacrati vescovi dall'apostolo Tommaso e morirono martiri all'età tra i 106 e 118 anni. Sarebbero stati sepolti in India (dove l'apostolo Tommaso avrebbe predicato) ma in luoghi separati.
Un'altra tradizione invece ci dice che sono morti in Persia e sepolti insieme in una grande tomba. Secondo questa tradizione l'imperatrice Elena (madre di Costantino), venutane a conoscenza, avrebbe fatto trasportare le reliquie a Costantinopoli in una grande chiesa fatta costruire apposta per ospitarle. Tuttavia in questa città a quel tempo non si riscontra un culto in onore dei Magi.
Alcuni storici sostengono che queste reliquie nello stesso IV secolo furono trasportate da Costantinopoli a Milano da Eustorgio, vescovo di questa città.
Altri infine ritengono che le reliquie sono giunte in Italia con le crociate, dato che prima di questo periodo a Milano non c'è traccia di questo culto.
Una tradizione lega il vescovo Eustorgio ai Magi. A Milano fu dedicata in suo onore una basilica; già nell'XI secolo vi si trovava una urna preziosa chiamata 'Arca dei Magi' con una stella sopra un pilastro.
Una cosa sembra certa: nel 1162 si sa che le spoglie dei Magi si trovavano in Lombardia. Infatti in questa data il Barbarossa, che aveva raso al suolo Milano, teneva molto alla conservazione di quelle reliquie per appropriarsene, come garanzia di una particolare compiacenza e protezione da parte di Dio.
Si dice anche che nel XIII secolo i Tartari volessero invadere l'Europa proprio per riprendersi i 'loro' Magi.
La presenza delle reliquie nel capoluogo lombardo è testimoniata anche dal culto che si diffuse nella regione. Solo alcuni esempi: nel 1420 nella Certosa di Pavia su un trittico d'avorio sono inserite ben 26 scene della storia dei Magi; nel 1570 in S. Michele a Pavia si affresca una cappella dei Magi; pochi anni prima a Voghera i cistercensi avevano aperto una abbazia intitolata ai Re Magi.
Queste reliquie nel 1164 da Milano sono state trasportate a Colonia in Germania. Attualmente si trovano in una arca-cattedrale nel Duomo di questa città.
Di questo viaggio ci è giunta una particolareggia descrizione del carmelitano Giovanni di Hildesheim nel 1364. Riporta le 42 tappe segnate dall'arcivescovo Reinaldo di Dassel effettuate per il trasporto dell'urna.
Il percorso sarebbe: Pavia (dove si trovava il Barbarossa che aveva ordinato il trasferimento), Vercelli, Torino, Alpi.
E Milano? Solo nel 1903 l'arcivescovo di Colonia inviò al suo collega di Milano alcune reliquie consistenti in qualche ossicino.
Queste almeno sono le notizie tramandateci e confermate dal padre Goffredo Viti, professore a Firenze di storia della Chiesa nella relazione, tenuta al Convegno citato, dal titolo: "La reliquie dei Re Magi. Storia di un cammino in terra lombarda".

 

*Giovedì Santo - Cena del Signore (Celebrazione mobile)

Il giorno del Giovedì è uno dei giorni più difficili da diversi punti di vista.
Nella storia non è mai appartenuto al Triduo. Nell'ultima riforma del Vaticano II è però entrato a farne parte, o meglio a esserne un'introduzione.
Infatti il giovedì appartiene a due tempi liturgici.
Innanzitutto è l'ultimo giorno della Quaresima, con esso finisce anche il digiuno quaresimale. Con esso però, o meglio con la Messa "In Coena Domini", inizia anche il Triduo pasquale dei tre giorni «Passionis et Resurrectionis Domini», che si conclude con i secondi vespri della Domenica di Pasqua. Abbiamo dunque un triduo, con quattro momenti diversi, che nei libri liturgici non è molto esplicito.
Un altro problema è legato alla Messa crismale abitualmente celebrata giovedì mattina.
La celebrazione, anche se non appartiene al Triduo stesso è importante in quanto serve a consacrare gli oli necessari per il Sacramento dell'Iniziazione cristiana e dell'unzione degli infermi nella Veglia di Pasqua.
Dalla storia abbiamo dedotto che questa celebrazione non è legata in modo fisso a quel giorno.
Essa è segnata solo come l'ultima messa di Quaresima prima della celebrazione della Veglia. Infatti sia venerdì che sabato sono giorni aliturgici cioè senza la celebrazione di Eucaristia. Questa prassi viene ancora gelosamente custodita dalle diverse Chiese. Qui menzioniamo anche il digiuno intrapasquale di questi due giorni che non è più penitenziale, ma viene legato all'attesa della risurrezione o attesa escatologica di Cristo nella seconda venuta.
I Padri hanno sottolineato anche un altro aspetto, quello cioè del Vangelo: «Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?». E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno» (Mt 9,14-15).
Dunque, mentre il Maestro non c'è più i discepoli digiunano fino alla festa di Pasqua.
La Tradizione Romana fino al VII sec. conosce solo la celebrazione della riconciliazione dei penitenti. Non si trova nessun accenno alla celebrazione della Coena Domini in quanto solo nella Notte Santa si celebrerà, come suo culmine, la liturgia eucaristica, l'Eucaristia di Pasqua, di Cristo Risorto.
Nelle altre Chiese abbiamo alcuni accenni di due messe (ad es. in Agostino). Un certo sviluppo avviene a partire dal VII sec. quando si celebreranno tre messe: la prima della riconciliazione dei penitenti, la seconda con la consacrazione degli oli, verso mezzogiorno, e la terza la sera. È interessante notare che sia la seconda che la terza Messa non avevano la Liturgia della parola, ma iniziavano con l'offerta. Il giovedì però abbiamo altri due riti che pian piano verranno sempre più considerati. Il primo è la lavanda dei piedi, il secondo, invece, la deposizione e l'adorazione eucaristica.
Il primo proviene dalla Chiesa di Gerusalemme. Le prime testimonianze si hanno fin dal V sec. Inizialmente esprimeva il mandatum di Cristo: «affinché come ho fatto io, facciate anche voi». (Gv 13,15) – non umiliazione dunque, ma prevalentemente l'amore e il servizio.
Il gesto è molto accentuato nella tradizione monastica in riferimento all'accoglienza degli ospiti. Nella liturgia invece entra verso il VII sec. Il concilio di Toledo del 694 lo considera come semi-liturgico. Più tardi assume un significato diverso, quello cioè di umiliazione di Cristo.
Ambrogio invece lo collega con il battesimo come gesto di purificazione del cristiano. Qualche studioso però, avanza l'ipostesi, che, specie nella tradizione giovannea, come sia gesto del battesimo stesso; ipotesi oggi poco sostenibile. Nella liturgia romana si presenta con l'arrivo del Pontificale Romano – Germanico, ma non inserito nella messa bensì nei vespri.
Il secondo, e cioè la deposizione del Santissimo e l'adorazione è assai antico. Ne troviamo menzione ad es. nel Ordo Romanus Primus.
Le specie consacrate rimanenti venivano conservate, dopo la celebrazione, in un cofanetto apposito nella sacrestia, ma senza particolari segni di onore. Il giorno della successiva celebrazione, venivano riportate al pontefice nel presbiterio. Ivi, dopo esser state da lui adorate per qualche momento, venivano usate per la comunione nella celebrazione stessa. L'adorazione
eucaristica inizia verso XIII sec. quando Urbano IV estende a tutta la Chiesa la festa del Corpus Domini. Il tabernacolo provvisorio del Giovedì santo diventa allora un punto focale della devozione eucaristica. In questo contesto, con l'aggiunta di segni di tristezza ed emotività, il tabernacolo diventa il sepolcro, anche se non si è celebrata ancora la morte di Gesù. Sicuramente su ciò ha influito la perdita del tema della doppia traditio, cioè quella di Cristo nel sacramento, che si consegna alla Chiesa, e quella di Giuda che consegna Cristo alla morte. In questo senso forse sarebbe più facile vedere il collegamento con il mistero della Pasqua. Staccandolo dalla tradizione si rischia un eccessivo accento dell'adorazione, che falsa la celebrazione.
I riti odierni del giovedì santo sono stati rivisti sia dalla prima riforma del 1955 che da quella del Vaticano II. La Chiesa vuole che la messa In coena domini sia concelebrata e con più solennità. I temi da richiamare all'attenzione dei fedeli sono: l'istituzione dell'Eucaristia e del sacerdozio ministeriale, e il comandamento dell'amore fraterno. La colletta è stata sostituita.
Quella precedente che parlava della traditio è cambiata con una di nuova composizione: Sacratissimam, Deus, frequentantibus Caenam…, che esprime meglio il senso della celebrazione. In questo senso sono state anche cambiate le letture. La 1Cor 11, 20-32 fu cambiata con un brano dell'Esodo (12,1-8.11-14) che contiene le prescrizioni per la pasqua ebraica. Segue il Salmo con il responsorio: «Che cosa renderò al Signore… alzerò il calice della salvezza». Esso introduce la seconda lettura dalla 1 Cor 11,23-26. La pericope del vangelo, invece, non è stata cambiata. Dopo l'omelia, pro opportunitate si procede alla lavanda dei piedi, che in confronto con l'Ordo precedente è stata semplificata. L'orazione sulle offerte è stata sostituita, come anche il prefazio: quello della Croce con uno nuovo dell'Eucaristia. Si conserva il canto Ubi caritas et amor, oggi proposto per la processione delle offerte. Così anche il canone con le parti proprie.
Non si parla più dei salmi durante la comunione, che dovevano soddisfare l'obbligo del vespro. Esso semplicemente non si dice più. Dopo la celebrazione, il Santissimo sacramento viene portato processionalmente al tabernacolo provvisorio, dove si potrà svolgere un'adorazione protratta, ma le rubriche suggeriscono che questa sia fatta senza particolari solennità. Dopo la celebrazione si compie la spogliazione dell'altare.
Non è più un rito particolare , ma tutto si svolge con semplicità.
Giovedì Santo - Cena del Signore
Il giorno del Giovedì Santo è riservato a due distinte celebrazioni liturgiche, al mattino nelle Cattedrali, il vescovo con solenne cerimonia consacra il sacro crisma, cioè l’olio benedetto da usare per tutto l’anno per i Sacramenti del Battesimo, Cresima e Ordine Sacro e gli altri tre oli usati per il Battesimo, Unzione degli Infermi e per ungere i Catecumeni.
A tale cerimonia partecipano i sacerdoti e i diaconi, che si radunano attorno al loro vescovo, quale visibile conferma della Chiesa e del sacerdozio fondato da Cristo; accingendosi a partecipare poi nelle singole chiese e parrocchie, con la liturgia propria, alla celebrazione delle ultime fasi della vita di Gesù con la Passione, morte e Resurrezione.
Nel tardo pomeriggio c’è la celebrazione della Messa in “Cena Domini”, cioè la ‘Cena del Signore’. Non è una cena qualsiasi, è l’Ultima Cena che Gesù tenne insieme ai suoi Apostoli, importantissima per le sue parole e per gli atti scaturiti; tutti e quattro i Vangeli riferiscono che Gesù, avvicinandosi la festa degli ‘Azzimi’, chiamata Pasqua ebraica, mandò alcuni discepoli a preparare la tavola per la rituale cena, in casa di un loro seguace.
La Pasqua è la più solenne festa ebraica e viene celebrata con un preciso rituale, che rievoca le meraviglie compiute da Dio nella liberazione degli Ebrei dalla schiavitù egiziana (Esodo 12); e la sua celebrazione si protrae dal 14 al 21 del mese di Nisan (marzo-aprile).
In quella notte si consuma l’agnello, precedentemente sgozzato, durante un pasto (la ‘cena pasquale’) di cui è stabilito ogni gesto; in tale periodo è permesso mangiare solo pane senza lievito (in greco, azymos), da cui il termine ‘Azzimi’.
Gesù con gli Apostoli non mangiarono solo secondo le tradizioni, ma il Maestro per l’ultima volta aveva con sé tutti i dodici discepoli da lui scelti e a loro parlò molto, con parole che erano di commiato, di profezia, di direttiva, di promessa, di consacrazione.
Il Vangelo di Giovanni, il più giovane degli Apostoli, racconta che avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine, e mentre il diavolo già aveva messo nel cuore di Giuda Iscariota, il seme del tradimento, Gesù si alzò da tavola, depose le vesti e preso un asciugatoio se lo cinse attorno alla vita, versò dell’acqua nel catino e con un gesto inaudito, perché riservato agli schiavi ed ai servi, si mise a lavare i piedi degli Apostoli, asciugandoli poi con l’asciugatoio di cui era cinto.
Si ricorda che a quell’epoca si camminava a piedi su strade polverose e fangose, magari sporche di escrementi di animali, che rendevano i piedi, calzati da soli sandali, in condizioni immaginabili a fine giornata. La lavanda dei piedi era una caratteristica dell’ospitalità nel mondo antico, era un dovere dello schiavo verso il padrone, della moglie verso il marito, del figlio verso il padre e veniva effettuata con un catino apposito e con un “lention” (asciugatoio) che alla fine era divenuto una specie di divisa di chi serviva a tavola.
Quando fu il turno di Simon Pietro, questi si oppose al gesto di Gesù: “Signore tu lavi i piedi a me?” e Gesù rispose: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo”; allora Pietro che non comprendeva il simbolismo e l’esempio di tale atto, insisté: “Non mi laverai mai i piedi”. Allora Gesù rispose di nuovo: “Se non ti laverò, non avrai parte con me” e allora Pietro con la sua solita impulsività rispose: “Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!”.
Questa lavanda è una delle più grandi lezioni che Gesù dà ai suoi discepoli, perché dovranno seguirlo sulla via della generosità totale nel donarsi, non solo verso le abituali figure, fino allora preminenti del padrone, del marito, del padre, ma anche verso tutti i fratelli nell’umanità, anche se considerati inferiori nei propri confronti.
Dopo la lavanda Gesù si rivestì e tornò a sedere fra i dodici apostoli e instaurò con loro un colloquio di alta suggestione, accennando varie volte al tradimento che avverrà da parte di uno di loro, facendo scendere un velo di tristezza e incredulità in quel rituale convivio.
“In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà”, gli Apostoli erano sgomenti e in varie tonalità gli domandarono chi fosse, lo stesso Giovanni il discepolo prediletto, poggiandosi con il capo sul suo petto, in un gesto di confidenza, domandò: “Signore, chi è?”. E Gesù commosso rispose: “È
colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò” e intinto un boccone lo porse a Giuda Iscariota, dicendogli: “quello che devi fare, fallo al più presto”; fra lo stupore dei presenti che continuarono a non capire, mentre Giuda, preso il boccone si alzò, ed uscì nell’oscurità della notte.
Questa scena del Cenacolo è stata in tutti i secoli soggetto privilegiato di tanti artisti, che l’hanno efficacemente raffigurata, generalmente con Gesù al centro e gli Apostoli seduti divisi ai due lati, con Giovanni appoggiato col capo sul petto e con il solo Giuda seduto al di là del tavolo, di fronte a Gesù, che intinge il pane nello stesso piatto. L’atteggiamento di Gesù e degli Apostoli è sacerdotale, ma con i volti che tradiscono il dramma che si sta vivendo.
Dopo l’uscita di Giuda, il quale pur ricevendo con il gesto cordiale e affettuoso il boccone intinto nel piatto, che in Oriente era segno di grande distinzione, non seppe capire, ormai in preda all’opera del demonio, l’ultimo richiamo che il Maestro gli faceva, facendogli comprendere che lui sapeva del tradimento ordito d’accordo con i sacerdoti e del compenso pattuito dei trenta denari; Gesù rimasto con gli undici discepoli riprese a colloquiare con loro.
I discorsi che fece, nel Vangelo di S. Giovanni, occupano i capitoli dal 13 al 17, con argomenti distinti ed articolati, dagli studiosi definiti ad ‘ondate’ perché essi sono ripresi più volte e in forme sempre nuove; ne accenneremo i più importanti.
“Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io, voi non potete venire. Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri”.
E a Pietro che insisteva di volerlo seguire, assicurandogli che era disposto a dare la sua vita per lui, Gesù rispose: “Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non mi abbia rinnegato tre volte”.
Il discorso di Gesù prosegue con una promessa “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede in me. Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Io vado a prepararvi un posto; ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. E del luogo dove io vado, voi conoscete la via”.
Il concetto del ‘posto’ o della casa che ci aspetta, risente dell’antica concezione che si aveva dell’aldilà, come una abitazione dove i defunti prendevano posto. Così nell’Apocalisse, il cielo era immaginato come una casa al cui centro stava il trono di Dio, circondato dalla corte celeste e dalle dimore dei giusti e dei santi. Anche nei testi rabbinici si legge che le anime saranno introdotte nell’aldilà, in sette dimore distinte per i giusti e sette per gli empi.
A Tommaso che gli chiede: “Se non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?”, Gesù risponde con un’altra grande rivelazione: “Io sono la Via, la Verità, la Vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. E a Filippo che chiede di mostrare loro il Padre, Gesù ribadisce la profonda unità e intimità fra lui e Dio Padre.
Le sue parole e le sue opere di salvezza sono animate e sostenute dal Padre, che parla e opera nel Figlio. A questo punto Gesù, per la prima delle cinque volte che pronuncierà nei suoi discorsi di quella sera, nomina il ‘Consolatore’ traduzione del termine greco “paraklitos” (Paraclito), che solo nel Vangelo di Giovanni designa lo Spirito Santo; cioè il dono dello Spirito che sostiene nella lotta contro il male e che rivela la volontà divina; riservato ai credenti e che continuerà l’opera di Gesù dopo la sua Risurrezione.
“Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, Egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto. Vi lascio la pace, vi dò la mia pace. Non come la dà il mondo, io la dò. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi…”.
I Vangeli di Matteo, Marco e Luca dicono poi che “Gesù mentre mangiava con loro, prese il pane e pronunciata la benedizione, lo spezzò e lo distribuì agli apostoli dicendo: “Prendete questo è il mio corpo”, poi prese il calice con il vino, rese grazie, lo diede loro dicendo: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti”.
Gesto strano, inusuale, forse non subito capito dagli Apostoli, ma che conteneva il dono più prezioso che avesse potuto fare all’umanità: sé stesso nel Sacramento dell’Eucaristia e con il completamento della frase: “fate questo in memoria di me”, riportata da Luca 22,19, egli istituiva il sacerdozio cristiano, che perpetuerà nei secoli futuri il sacrificio cruento di Gesù, nel sacrificio incruento celebrato ogni giorno ed in ogni angolo della Terra, con la celebrazione della Messa.
Inoltre rivolto a Pietro, ancora una volta lo indica come capo della futura Chiesa e primo fra gli Apostoli: “Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano, ma io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede; e tu una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”, cioè di essere da sostegno agli altri nella fede; con ciò Gesù è sempre con lo sguardo rivolto oltre la sua morte e delinea il futuro della Chiesa.
Nel prosieguo del suo discorso, Gesù ammaestra gli Apostoli con altra similitudine, quella della vite e dei tralci: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto lo pota, perché porti più frutto…. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neppure voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla…”.
Poi preannuncia le persecuzioni e le sofferenze che saranno loro inflitte per causa sua: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me… Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono Colui che mi ha mandato”. “ Vi scacceranno dalle sinagoghe, anzi verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà, crederà di rendere culto a Dio”.
Infine dopo altre frasi di consolazione e rassicurazione dell’aiuto del Padre attraverso di Lui, Gesù conclude la lunga cena, con quella che nel capitolo 17 del Vangelo di S. Giovanni, è stata chiamata da s. Cirillo di Alessandria “la preghiera sacerdotale”, vertice del testamento spirituale, racchiuso nei ‘discorsi d’addio’ fatti quella sera.
È una bellissima invocazione al Padre per raccomandargli quegli uomini, capostipiti di una nuova Chiesa, che hanno creduto in lui, tranne uno, perché veramente Figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre, e lo hanno seguito lungo quegli anni, assimilato i suoi insegnamenti, disposti con l’aiuto dello Spirito, a proseguire il suo messaggio di salvezza.
Ecco perché la Chiesa celebra oltre l’Istituzione dell’Eucaristia, anche l’Istituzione dell’Ordine Sacro; è la “festa del sacerdozio cristiano” e della fondazione della Chiesa.
Per concludere queste note sul Giovedì Santo, ricordiamo che Gesù dopo la cena, si ritirò nell’Orto degli Ulivi, luogo abituale delle sue preghiere a Gerusalemme, in compagnia degli Apostoli, i quali però stanchi della giornata, delle forti emozioni, della cena, dell’ora tarda, si addormentarono; più volte furono svegliati da Gesù, che interrompeva la sua preghiera: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”; “Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole”; “Basta, è venuta l’ora: ecco il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori: alzatevi e andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino”.
Era cominciata la ‘Passione’ che la Chiesa ricorda il Venerdì Santo; i riti liturgici del Giovedì Santo si concludono con la reposizione dell’Eucaristia in un cappella laterale delle chiese, addobbata a festa per ricordare l’Istituzione del Sacramento; cappella che sarà meta di devozione e adorazione, per la rimanente sera e per tutto il giorno dopo, finché non iniziano i riti del pomeriggio del Venerdì Santo.
Tutto il resto del tempio viene oscurato, in segno di dolore perché è iniziata la Passione di Gesù; le campane tacciono, l’altare diventa disadorno, il tabernacolo vuoto con la porticina aperta, i Crocifissi coperti.
Nella devozione popolare dei miei tempi di ragazzo, le madri raccomandavano ai figli di non giocare, di non correre o saltare, perché Gesù stava a terra nel “sepolcro”, nome erroneamente scaturito al tempo del Barocco e indicante l’”altare della reposizione”, dove è posta in adorazione l’Eucaristia.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)


*I Dodici Apostoli

(Mt 10, 2-4) Gesù chiamò i suoi dodici discepoli e diede loro il potere di scacciare gli spiriti maligni, di guarire tutte le malattie e tutte le sofferenze. I nomi dei dodici apostoli sono questi: innanzi tutto Simone, detto Pietro e suo fratello Andrea; Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo; Filippo e Bartolomeo (Natanaele Gv 1,45-51); Tommaso e Matteo l’agente delle tasse; Giacomo figlio di Alfeo e Taddeo (Giuda di Giacomo Lc.6,16 e At 1,13); Simone, che era del partito degli zeloti, e Giuda l’Iscariota, che poi fu il traditore di Gesù.

San Pietro - Apostolo (29 giugno)

Bethsaida (Galilea) - † Roma, 67 d.C.
Pietro, scelto da Cristo a fondamento dell'edificio ecclesiale, clavigero del regno dei cieli (Mt 16,13-19), pastore del gregge santo (Gv 21,15-17, confermatore dei fratelli (Lc 22,32), è nella sua persona e nei suoi successori il segno visibile dell'unità e della comunione nella fede e nella carità.
Gli apostoli Pietro e Paolo sigillarono con il martirio a Roma, verso l'anno 67, la loro testimonianza al Maestro. (Mess. Rom.)
Patronato: Papi, Pescatori
Etimologia: Pietro = pietra, sasso squadrato, dal latino
Emblema: Chiavi, Croce rovesciata, Rete da pescatore
Martirologio Romano: Solennità dei Santi Pietro e Paolo Apostoli.
Simone, figlio di Giona e fratello di Andrea, primo tra i discepoli professò che Gesù era il Cristo, Figlio del Dio vivente, dal quale fu chiamato Pietro.
Paolo, Apostolo delle genti, predicò ai Giudei e ai Greci Cristo crocifisso. Entrambi nella fede e nell’amore di Gesù Cristo annunciarono il Vangelo nella città di Roma e morirono martiri sotto l’imperatore Nerone: il primo, come dice la tradizione, crocifisso a testa in giù e sepolto in Vaticano presso la via Trionfale, il secondo trafitto con la spada e sepolto sulla via Ostiense.
In questo giorno tutto il mondo con uguale onore e venerazione celebra il loro trionfo.
San Pietro è l’apostolo investito della dignità di primo papa da Gesù Cristo stesso: “Tu sei Pietro e su questa pietra fonderò la mia Chiesa”.
Pur non essendo stato il primo a portare la fede a Roma, ne divenne insieme a San Paolo, fondatore della Roma cristiana, stabilizzando e coordinando la prima Comunità, confermandola nella Fede e testimoniando con il martirio la sua fedeltà a Cristo.
Nacque a Bethsaida in Galilea, pescatore sul lago di Tiberiade, insieme al fratello Andrea, il suo nome era Simone, che in ebraico significava “Dio ha ascoltato”; sposato e forse vedovo perché nel Vangelo è citata solo la suocera, mentre nei Vangeli apocrifi è riportato che aveva una figlia, la leggendaria santa Petronilla; il fratello Andrea, dopo aver ascoltato l’esclamazione di Giovanni Battista: ”Ecco l’Agnello di Dio!” indicando Gesù, si era recato a conoscerlo ed ascoltarlo e convintosi, disse poi a Simone “Abbiamo trovato il Messia!” e lo condusse con sé da Gesù.
Pietro fu chiamato da Cristo a seguirlo dicendogli “Tu sei Simone il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa = Pietro (che in latino è tradotto Petrus); in seguito dopo la pesca miracolosa, avrà la
promessa da Cristo che diventerà pescatore di anime.
Fu tra i più intraprendenti e certamente il più impulsivo degli Apostoli, per cui ne divenne il portavoce e capo riconosciuto, con la celebre promessa del primato: “E io ti dico che sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa.
Ti darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.
Ciò nonostante anche lui fu preso da grande timore durante l’arresto e il supplizio di Gesù, e lo rinnegò tre volte.
Ma si pentì subito di ciò e pianse lagrime amare di rimorso; egli non è un’asceta, un diplomatico, anzi è uno che afferma drasticamente le cose e le dice, protesta come quando il Maestro preannuncia la sua imminente morte, Pietro pensa e poi afferma: “Il Maestro deve morire?
Assurdo!”, come altrettanto decisamente si rifiuta di farsi lavare i piedi da Gesù, durante l’ultima cena, ma in questa ed altre occasioni riceve i rimproveri del Maestro ed egli pur non comprendendo, accetta sempre, perché sapeva od aveva intuito di trovarsi davanti alla Verità.
È un uomo semplice, schietto, diremmo sanguigno, agisce d’impeto come quando cerca con la spada, di opporsi alla cattura di Gesù, che ancora una volta lo riprende per queste sue reazioni di essere umano, non ancora conscio, del grande evento della Redenzione e quindi, privato delle sue forze solo umane, non gli resta altro che fuggire ed assistere impotente ed angosciato agli episodi della Passione di Cristo.
Dopo la crocifissione e la Resurrezione, Pietro ormai convinto della missione salvifica del suo Maestro, riprende coraggio e torna quindi a radunare gli altri Apostoli e discepoli dispersi, infondendo coraggio a tutti, fino alla riunione nel Cenacolo cui partecipa anche Maria.
Lì ricevettero lo Spirito Santo, ebbero così la forza di affrontare i nemici del nascente cristianesimo e con il miracolo della comprensione delle lingue, uscirono a predicare le Verità della nuova Fede.
Gli Apostoli nell’ardore di propagare il Cristianesimo a tutte le genti, non solo agli israeliti, dopo 12 anni trascorsi a Gerusalemme, si sparsero per il mondo conosciuto di allora.
Pietro ebbe il dono di operare miracoli, alla porta del tempio guarì un povero storpio, suscitando entusiasmo tra il popolo e preoccupazione nel Sinedrio.
Anania e Zaffira caddero ai suoi piedi stecchiti, per aver mentito e Simon Mago che voleva con i suoi soldi comprare da lui il potere di fare miracoli, subì parole durissime e cadendo rovinosamente, in un tentativo di operarli da solo.
Risuscitò Tabita a Giaffa per la gioia di quella comunità fuori Gerusalemme.
Ammise al battesimo il centurione romano Cornelio e la sua famiglia, stabilendo così che cristiani potevano essere anche i pagani e chi non era circonciso, come fino allora prescriveva la legge ebraica di Mosè.
Subì il carcere e miracolosamente liberato, lasciò Gerusalemme, dove la vita era diventata molto rischiosa a causa della persecuzione di Erode Antipa, intraprese vari viaggi, poi nell’anno 42 dell’era cristiana dopo essere stato ad Antiochia, giunse in Italia proseguendo fino a Roma ‘caput mundi’, centro dell’immenso Impero Romano, ne fu vescovo e primo Papa per 25 anni, anche se interrotti da qualche viaggio apostolico.
A causa dell’incendio di Roma dell’anno 644, di cui furono incolpati i cristiani, avvenne la prima persecuzione voluta da Nerone; fra le migliaia e migliaia di vittime vi fu anche Pietro il quale finì nel carcere Mamertino e nel 67 (alcuni studiosi dicono nel 64), fu crocifisso sul colle Vaticano nel circo Neroniano, la tradizione antichissima fa risalire allo storico cristiano Origene, la prima notizia che Pietro fu crocifisso per sua volontà, con la testa in giù; nello stesso anno San Paolo veniva decollato sempre a Roma ma fuori le mura.
Il corpo di Pietro venne sepolto a destra della via Cornelia, dove fu poi innalzata la Basilica Costantiniana.
La grandezza di Pietro consiste principalmente nella dignità di cui fu rivestito e che trascendendo la sua persona, si perpetua nell’istituzione del papato.
Primo Papa, Vicario di Cristo, capo visibile della Chiesa, egli è il capolista di una gerarchia che da venti secoli si avvicenda nella guida dei fedeli credenti.
L’umile pescatore di Bethsaida, si trovò a guidare la nascente Chiesa, in un periodo cruciale per l’affermazione nel mondo pagano dei principi del Cristianesimo; istituì il primo ordinamento ecclesiastico e la recita del ‘Pater noster’.
Indisse il 1° Concilio di Gerusalemme, fu ispiratore del Vangelo di Marco, autore di due lettere apostoliche nonostante la sua scarsa cultura, nominò apostolo il discepolo Mattia al posto del suicida Giuda Iscariote.
Il primo simbolo che caratterizza la figura di Pietro e dei suoi successori è la ‘Cattedra’, segno della potestà di insegnare, confermare, guidare e governare il popolo cristiano, la ‘cattedra’ è inserita nel grande capolavoro della “Gloria” del Bernini, che sovrasta l’altare maggiore in fondo alla Basilica Vaticana, a sua volta sovrastata dall’allegoria della colomba, raffigurante lo Spirito Santo che l’assiste e lo guida.
Il secondo simbolo, il più diffuso, è lo stemma pontificio, comprendente una tiara, copricapo esclusivo del papa con le chiavi incrociate.
La tiara porta tre corone sovrapposte, quale simbolo dell’immensa potestà del pontefice (nel pontificale romano del 1596, la tiara o triregno, stava ad indicare il Papa come padre dei principi e dei re, rettore del mondo cattolico e Vicario di Cristo).
Questo simbolo perpetuato e arricchito nei secoli da artisti insigni, nelle loro opere di pittura, scultura, araldica, raffiguranti i vari papi, oggi non è più usata e nelle cerimonie d’incoronazione è stata sostituita dalla mitria vescovile.
Questo ad indicare che il papa più che essere al disopra di tutti regnanti, è invece vescovo tra i vescovi e che il suo primato è tale perché vescovo di Roma, a cui la tradizione apostolica millenaria aveva affidato tale compito.
 Le chiavi simboleggiano la potestà di aprire e chiudere il regno dei cieli, come detto da Gesù a Pietro.
Per tutti i secoli successivi, San Pietro, rimase fino al 1846 il papa che aveva governato più a lungo di tutti con i suoi 25 anni, poi venne Pio IX con i suoi 32 anni di governo; ma l’attuale pontefice Giovanni Paolo II ha raggiunto anch’egli il quarto di secolo come San Pietro.
Nessun successore per rispetto, ha voluto chiamarsi Pietro.
Nella Basilica Vaticana, nella cripta sotto il maestoso altare con il baldacchino del Bernini, detto della ‘Confessione’, vi sono le reliquie di San Pietro, venute alla luce durante i lavori di restauro e consolidamento archeologico, fatti eseguire da Papa Pio XII negli anni ’50.
Sulla destra dell’immensa navata centrale, vi è la statua bronzea, opera attribuita ad Arnolfo di Cambio, raffigurante l’Apostolo assiso in cattedra, essa si trovava originariamente nel mausoleo che all’inizio del V secolo l’imperatore Onorio, volle costruire sul lato sinistro della basilica, per stare accanto alla tomba del martire; durante le cerimonie pontificie essa viene rivestita con i paramenti papali.
Sporgente dal basamento vi è il piede, ormai consumato dallo strofinio delle mani e dal tradizionale bacio di milioni di fedeli e pellegrini, alternatosi nei secoli e provenienti da tutte le Nazioni.
La festa, o più esattamente la solennità, dei SS. Pietro e Paolo al 29 giugno, è una delle più antiche e più solenni dell’anno liturgico.
Essa venne inserita nel messale ben prima della festa del Natale e vi era già nel secolo IV l’usanza di celebrare in questo giorno tre S. Messe: la prima nella basilica di S. Pietro in Vaticano, la seconda a S. Paolo fuori le mura e la terza nelle catacombe di S. Sebastiano, dove le reliquie dei due apostoli dovettero essere nascoste per qualche tempo, per sottrarle alle profanazioni barbariche.
Il giorno 29 giugno sembrerebbe essere la ‘cristianizzazione’ di una ricorrenza pagana, che esaltava le figure di Romolo e Remo, i due mitici fondatori di Roma, come i due apostoli Pietro e Paolo sono considerati i fondatori della Roma cristiana. (Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Sant'Andrea - Apostolo (30 novembre)

Bethsaida di Galilea - Patrasso (Grecia), ca. 60 dopo Cristo
Andrea, già discepolo di Giovanni Battista, fratello di Pietro, gli comunicò la scoperta del Messia. Entrambi furono chiamati dal Maestro sulle rive del lago per diventare “pescatori di uomini”. Nel prodigio della moltiplicazione dei pani segnala a Gesù il fanciullo dei cinque pani e dei due pesci. Egli stesso insieme a Filippo riferisce che alcuni Greci vogliono vedere Gesù. Crocifisso a Patrasso secondo la tradizione, è particolarmente venerato nella Chiesa greca. (Mess. Rom.)
Patronato: Pescatori
Etimologia: Andrea = virile, gagliardo, dal greco
Emblema: Croce decussata, Rete da pescatore
Martirologio Romano: Festa di Sant’Andrea, Apostolo: nato a Betsaida, fratello di Simon Pietro e pescatore insieme a lui, fu il primo tra i discepoli di Giovanni Battista ad essere chiamato dal Signore Gesù presso il Giordano, lo seguì e condusse da lui anche suo fratello. Dopo la Pentecoste si dice abbia predicato il Vangelo nella regione dell’Acaia in Grecia e subìto la crocifissione a Patrasso. La Chiesa di Costantinopoli lo venera come suo insigne patrono.
Tra gli apostoli è il primo che incontriamo nei Vangeli: il pescatore Andrea, nato a Bethsaida di Galilea, fratello di Simon Pietro.
Il Vangelo di Giovanni (cap. 1) ce lo mostra con un amico mentre segue la predicazione del
Battista; il quale, vedendo passare Gesù da lui battezzato il giorno prima, esclama: "Ecco l’agnello di Dio!".
Parole che immediatamente spingono Andrea e il suo amico verso Gesù: lo raggiungono, gli parlano e Andrea corre poi a informare il fratello: "Abbiamo trovato il Messia!".
Poco dopo, ecco pure Simone davanti a Gesù; il quale "fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, figlio di Giovanni: ti chiamerai Cefa”".
Questa è la presentazione. Poi viene la chiamata. I due fratelli sono tornati al loro lavoro di pescatori sul “mare di Galilea”: ma lasciano tutto di colpo quando arriva Gesù e dice: "Seguitemi, vi farò pescatori di uomini" (Matteo 4,18-20).
Troviamo poi Andrea nel gruppetto – con Pietro, Giacomo e Giovanni – che sul monte degli Ulivi, “in disparte”, interroga Gesù sui segni degli ultimi tempi: e la risposta è nota come il “discorso escatologico” del Signore, che insegna come ci si deve preparare alla venuta del Figlio dell’Uomo "con grande potenza e gloria" (Marco 13).
Infine, il nome di Andrea compare nel primo capitolo degli Atti con quelli degli altri apostoli diretti a Gerusalemme dopo l’Ascensione.
E poi la Scrittura non dice altro di lui, mentre ne parlano alcuni testi apocrifi, ossia non canonici. Uno di questi, del II secolo, pubblicato nel 1740 da L.A. Muratori, afferma che Andrea ha incoraggiato Giovanni a scrivere il suo Vangelo.
E un testo copto contiene questa benedizione di Gesù ad Andrea: "Tu sarai una colonna di luce nel mio regno, in Gerusalemme, la mia città prediletta. Amen". Lo storico Eusebio di Cesarea (ca. 265-340) scrive che Andrea predica il Vangelo in Asia Minore e nella Russia meridionale.
Poi, passato in Grecia, guida i cristiani di Patrasso.
E qui subisce il martirio per crocifissione: appeso con funi a testa in giù, secondo una tradizione, a una croce in forma di X; quella detta poi “croce di Sant’Andrea”.
Questo accade intorno all’anno 60, un 30 novembre.
Nel 357 i suoi resti vengono portati a Costantinopoli; ma il capo, tranne un frammento, resta a Patrasso. Nel 1206, durante l’occupazione di Costantinopoli (quarta crociata) il legato pontificio cardinale Capuano, di Amalfi, trasferisce quelle reliquie in Italia. E nel 1208 gli amalfitani le accolgono solennemente nella cripta del loro Duomo.
Quando nel 1460 i Turchi invadono la Grecia, il capo dell’Apostolo viene portato da Patrasso a Roma, dove sarà custodito in San Pietro per cinque secoli. Ossia fino a quando il papa Paolo VI, nel 1964, farà restituire la reliquia alla Chiesa di Patrasso. (Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

San Giacomo il Minore - Apostolo (3 maggio)

Palestina, I secolo d.C.
Giacomo, detto il Minore per distinguerlo dal fratello Giovanni, divenne vescovo di Gerusalemme dopo la morte di Giacomo il Maggiore e la partenza di Pietro.
Occupò una posizione di rilievo negli Atti degli Apostoli ed è autore di una lettera “cattolica“ alle “dodici tribù della diaspora“, che è come un’eco del “Discorso della montagna”.
Il suo ascetismo gli conquistò la stima anche di ebrei ortodossi, molti dei quali si convertirono.
Sembra sia stato lapidato nel 62 d. C..
Etimologia: Giacomo = che segue Dio, dall'ebraico
Martirologio Romano: Festa dei Santi Filippo e Giacomo, Apostoli.
Filippo, nato a Betsaida come Pietro e Andrea e divenuto discepolo di Giovanni Battista, fu chiamato dal Signore perché lo seguisse; Giacomo, figlio di Alfeo, detto il Giusto, ritenuto dai Latini fratello del Signore, resse per primo la Chiesa di Gerusalemme e, durante la controversia sulla circoncisione, aderì alla proposta di Pietro di non imporre quell’antico giogo ai discepoli convertiti dal paganesimo, coronando, infine, il suo apostolato con il martirio.  
Due apostoli festeggiati insieme: Filippo e Giacomo. Due galilei che hanno trovato "colui del quale hanno scritto Mosè e i Profeti".
É con queste parole che Filippo conduce a Gesù l’accigliato Natanaele (Bartolomeo) così diffidente verso quelli di Nazaret.
Giacomo figlio di Alfeo. E’ detto il Minore per distinguerlo da Giacomo figlio di Zebedeo (e fratello di Giovanni) detto il Maggiore e da secoli venerato come Santiago a Compostela.
Da Luca sappiamo che Gesù sceglie tra i suoi seguaci dodici uomini "ai quali diede il nome di
apostoli" (6,14), e tra essi c’è appunto Giacomo di Alfeo, il Minore.
Nella Prima lettera ai Corinzi, Paolo dice che Gesù, dopo la risurrezione "apparve a Giacomo e quindi a tutti gli apostoli".
Lo chiamano “Giusto” per l’integrità severa della sua vita. Incontra
Paolo, già duro persecutore dei cristiani e ora convertito: e lo accoglie con amicizia insieme a Pietro e Giovanni. Poi, al “concilio di Gerusalemme”, invita a "non importunare" i convertiti dal paganesimo con l’imposizione di tante regole tradizionali.
Si mette, insomma, sulla linea di Paolo. Dopo il martirio di Giacomo il Maggiore nell’anno 42 e la partenza di Pietro, Giacomo diviene capo della comunità cristiana di Gerusalemme.
Ed è l’autore della prima delle “lettere cattoliche” del Nuovo Testamento.
In essa, si rivolge "alle dodici tribù disperse nel mondo", ossia ai cristiani di origine ebraica viventi fuori della Palestina.
É come un primo esempio di enciclica: sulla preghiera, sulla speranza, sulla carità e inoltre (con espressioni molto energiche) sul dovere della giustizia.
Secondo lo storico Eusebio di Cesarea, Giacomo viene ucciso nell’anno 63 durante una sollevazione popolare istigata dal sommo sacerdote Hanan, che per quel delitto sarà poi destituito. (Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

San Tommaso - Apostolo (3 luglio)

Palestina - India meridionale (?), primo secolo dell’ era cristiana
Chiamato da Gesù tra i Dodici.
Si presenta al capitolo 11 di Giovanni quando il Maestro decide di tornare in Giudea per andare a Betania, dove è morto il suo amico Lazzaro.
I discepoli temono i rischi, ma Gesù ha deciso: si va.
E qui si fa sentire la voce di Tommaso, obbediente e pessimistica: «Andiamo anche noi a morire con lui», deciso a non abbandonare Gesù.
Facciamo torto a Tommaso ricordando solo il suo momento famoso di incredulità.
Lui è ben altro che un seguace tiepido.
Ma credere non gli è facile, e non vuol fingere che lo sia. Dice le sue difficoltà, si mostra com'è, ci somiglia, ci aiuta.
Dopo la morte del Signore, sentendo parlare di risurrezione «solo da loro», esige di toccare con mano. Quando però, otto giorni dopo, Gesù viene e lo invita a controllare esclamerà: «Mio Signore e mio Dio!», come nessuno finora aveva mai fatto.
A metà del VI secolo, un mercante egiziano scrive di aver trovato nell'India meridionale gruppi inaspettati di cristiani e di aver saputo che il Vangelo fu portato ai loro avi da Tommaso apostolo. (Avvenire)
Patronato: Architetti
Etimologia: Tommaso = gemello, dall'ebraico
Emblema: Lancia
Martirologio Romano: Festa di San Tommaso, Apostolo, il quale non credette agli altri discepoli che gli annunciavano la resurrezione di Gesù, ma, quando lui stesso gli mostrò il costato trafitto, esclamò: «Mio Signore e mio Dio». E con questa stessa fede si ritiene abbia portato ai loro avi da Tommaso apostolo. (Avvenire)
Lo incontriamo tra gli Apostoli, senza nulla sapere della sua storia precedente. Il suo nome, in
aramaico, significa “gemello”. Ci sono ignoti luogo di nascita e mestiere.
Il Vangelo di Giovanni, al capitolo 11, ci fa sentire subito la sua voce, non proprio entusiasta.
Gesù ha lasciato la Giudea, diventata pericolosa: ma all’improvviso decide di ritornarci, andando a Betania, dove è morto il suo amico Lazzaro.
I discepoli trovano che è rischioso, ma Gesù ha deciso: si va. E qui si fa sentire la voce di Tommaso, obbediente e pessimistica: "Andiamo anche noi a morire con lui".
É sicuro che la cosa finirà male; tuttavia non abbandona Gesù: preferisce condividere la sua disgrazia, anche brontolando.
Facciamo torto a Tommaso ricordando solo il suo momento famoso di incredulità dopo la risurrezione.
Lui è ben altro che un seguace tiepido.
Ma credere non gli è facile, e non vuol fingere che lo sia. Dice le sue difficoltà, si mostra com’è, ci somiglia, ci aiuta.
Eccolo all’ultima Cena (Giovanni 14), stavolta come interrogante un po’ disorientato.
Gesù sta per andare al Getsemani e dice che va a preparare per tutti un posto nella casa del Padre, soggiungendo: "E del luogo dove io vado voi conoscete la via".
Obietta subito Tommaso, candido e confuso: "Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via".
Scolaro un po’ duro di testa, ma sempre schietto, quando non capisce una cosa lo dice.
E Gesù riassume per lui tutto l’insegnamento: "Io sono la via, la verità e la vita". Ora arriviamo alla sua uscita più clamorosa, che gli resterà appiccicata per sempre, e troppo severamente.
Giovanni, capitolo 20: Gesù è risorto; è apparso ai discepoli, tra i quali non c’era Tommaso. E lui, sentendo parlare di risurrezione “solo da loro”, esige di toccare con mano. É a loro che parla, non a Gesù.
E Gesù viene, otto giorni dopo, lo invita a “controllare”...
Ed ecco che Tommaso, il pignolo, vola fulmineo ed entusiasta alla conclusione, chiamando Gesù: “Mio Signore e mio Dio!”, come nessuno finora aveva mai fatto.
E quasi gli suggerisce quella promessa per tutti, in tutti i tempi: "Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno".
Tommaso è ancora citato da Giovanni al capitolo 21 durante l’apparizione di Gesù al lago di Tiberiade.
Gli Atti (capitolo 1) lo nominano dopo l’Ascensione. Poi più nulla: ignoriamo quando e dove sia morto.
Alcuni testi attribuiti a lui (anche un “Vangelo”) non sono ritenuti attendibili.
A metà del VI secolo, il mercante egiziano Cosma Indicopleuste scrive di aver trovato nell’India meridionale gruppi inaspettati di cristiani; e di aver saputo che il Vangelo fu portato ai loro avi da Tommaso apostolo.
Sono i “Tommaso-cristiani”, comunità sempre vive nel XX secolo, ma di differenti appartenenze: al cattolicesimo, a Chiese protestanti e a riti cristiano-orientali. (Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

San Filippo - Apostolo (3 maggio)

Palestina, I secolo d.C.
Filippo, nato a Betsaida, fu tra i primi ad essere chiamato da Gesù. Spesso confuso con il diacono Filippo, al di là delle notizie forniteci dal quarto Vangelo, la tradizione e su di lui non è sempre concorde.
Sicuramente evangelizzò, sotto Domiziano, la Frigia, dove sembra sia morto crocifisso a testa in giù.
Etimologia: Filippo = che ama i cavalli, dal greco
Emblema: Croce, Pani e pesci
Martirologio Romano: Festa dei Santi Filippo e Giacomo, Apostoli. Filippo, nato a Betsaida come Pietro e Andrea e divenuto discepolo di Giovanni Battista, fu chiamato dal Signore perché lo seguisse; Giacomo, figlio di Alfeo, detto il Giusto, ritenuto dai Latini fratello del Signore, resse per primo la Chiesa di Gerusalemme e, durante la controversia sulla circoncisione, aderì alla proposta di Pietro di non imporre quell’antico giogo ai discepoli convertiti dal paganesimo, coronando, infine, il suo apostolato con il martirio.  
Due apostoli festeggiati insieme: Filippo e Giacomo.
Due galilei che hanno trovato "colui del quale hanno scritto Mosè e i Profeti".
É con queste parole che Filippo conduce a Gesù l’accigliato Natanaele (Bartolomeo) così diffidente verso quelli di Nazaret.
Filippo è appena citato nei Vangeli di Matteo, Marco e Luca.
Giovanni lo presenta per la prima volta mentre fa il conto di quanto costerebbe sfamare la turba che è al seguito di Gesù (6,57).
E, più tardi, quando accompagna da Gesù, dopo l’ingresso in Gerusalemme, alcuni “Greci” venuti per la Pasqua: quasi certamente “proseliti” dell’ebraismo, di origine pagana (12,21 ss.). Nell’ultima cena, Filippo è uno di quelli che rivolgono domande ansiose a Gesù.
Gli dice: "Signore, mostraci il Padre e ci basta", attirandosi dapprima un rilievo malinconico: "Da tanto tempo sono con voi, e tu non mi hai ancora conosciuto, Filippo".
E poi arriva, a lui e a tutti, il pieno chiarimento: "Chi ha visto me, ha visto il Padre".
Dopo l’Ascensione di Gesù, troviamo Filippo con gli altri apostoli e i primi fedeli, allorché viene nominato Mattia al posto del traditore Giuda (Atti degli apostoli, cap. 1.
Poi non si sa più nulla di lui. (Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

San Bartolomeo - Apostolo (24 agosto)
Primo secolo dell’èra cristiana

Apostolo martire nato nel I secolo a Cana, Galilea; morì verso la metà del I secolo probabilmente in Siria.
La passione dell'apostolo Bartolomeo contiene molte incertezze: la storia della vita, delle opere e del martirio del santo è inframmezzata da numerosi eventi leggendari.
Il vero nome dell'apostolo è Natanaele. Il nome Bartolomeo deriva probabilmente dall'aramaico «bar», figlio e «talmai», agricoltore.
Bartolomeo giunse a Cristo tramite l'apostolo Filippo.
Dopo la resurrezione di Cristo, Bartolomeo fu predicatore itinerante (in Armenia, India e Mesopotamia).
Divenne famoso per la sua facoltà di guarire i malati e gli ossessi. Bartolomeo fu condannato alla morte Persiana: fu scorticato vivo e poi crocefisso dai pagani. La calotta cranica del martire Bartolomeo si trova dal 1238 nel duomo di San Bartolomeo, a Francoforte.
Una delle usanze più note legate alla festa di San Bartolomeo é il pellegrinaggio di Alm: la domenica prima o dopo San Bartolomeo, gli abitanti della località austriaca di Alm si recano in pellegrinaggio a St. Bartholoma, sul Konigssee, nel Berchtesgaden. I primi pellegrinaggi risalgono al XV secolo e sono legati allo scioglimento di un voto perché cessasse un'epidemia di peste. (Avvenire)
Patronato: Diocesi Campobasso-Boiano
Etimologia: Bartolomeo = figlio del valoroso, dall'aramaico
Emblema: Coltello
Martirologio Romano: Festa di San Bartolomeo Apostolo, comunemente identificato con Natanaele. Nato a Cana di Galilea, fu condotto da Filippo a Cristo Gesù presso il Giordano e il Signore lo chiamò poi a seguirlo, aggregandolo ai Dodici. Dopo l’Ascensione del Signore si tramanda che abbia predicato il Vangelo del Signore in India, dove sarebbe stato coronato dal martirio.
Non è di quelli che accorrono appena chiamati, anche se poi sarà capace di donarsi totalmente a una causa; ha le sue idee, le sue diffidenze e i suoi pregiudizi.
I vangeli sinottici lo chiamano Bartolomeo, e in quello di Giovanni è indicato come Natanaele.
Due nomi comunemente intesi il primo come patronimico (BarTalmai, figlio di Talmai, del valoroso) e il secondo come nome personale, col significato di “dono di Dio”.
Da Giovanni conosciamo la storia della sua adesione a Gesù, che non è immediata come altre.
Di Gesù gli parla con entusiasmo Filippo, suo compaesano di Betsaida: "Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth".
Basta questo nome – Nazareth – a rovinare tutto.
La risposta di Bartolomeo arriva inzuppata in un radicale pessimismo: "Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?".
L’uomo della Betsaida imprenditoriale, col suo “mare di Galilea” e le aziende della pesca, davvero non spera nulla da quel paese di montanari rissosi.
Ma Filippo replica ai suoi pregiudizi col breve invito a conoscere prima di sentenziare: "Vieni e vedi".
Ed ecco che si vedono: Gesù e NatanaeleBartolomeo, che si sente dire: "Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità".
Spiazzato da questa fiducia, lui sa soltanto chiedere a Gesù come fa a conoscerlo.
E la risposta ("Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico") produce una sua inattesa e debordante manifestazione di fede: "Rabbi, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!".
Quest’uomo diffidente è in realtà pronto all’adesione più entusiastica, tanto che Gesù comincia un po’ a orientarlo: "Perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico credi?
Vedrai cose maggiori di questa".
Troviamo poi Bartolomeo scelto da Gesù con altri undici discepoli per farne i suoi inviati, gli Apostoli.
Poi gli Atti lo elencano a Gerusalemme con gli altri, "assidui e concordi nella preghiera".
E anche per Bartolomeo (come per Andrea, Tommaso, Matteo, Simone lo Zelota, Giuda Taddeo, Filippo e Mattia) dopo questa citazione cala il silenzio dei testi canonici.
Ne parlano le leggende, storicamente inattendibili.
Alcune lo dicono missionario in India e in Armenia, dove avrebbe convertito anche il re, subendo però un martirio tremendo: scuoiato vivo e decapitato.
Queste leggende erano anche un modo di spiegare l’espandersi del cristianesimo in luoghi remoti, per opera di sconosciuti.
A tante Chiese, poi, proclamarsi fondate da apostoli dava un’indubbia autorità.
La leggenda di San Bartolomeo è ricordata anche nel Giudizio Universale della Sistina: il Santo mostra la pelle di cui lo hanno “svestito” gli aguzzini, e nei lineamenti del viso, deformati dalla sofferenza, Michelangelo ha voluto darci il proprio autoritratto. (Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

San Tommaso - Apostolo (3 luglio)
Palestina - India meridionale (?), primo secolo dell’ era cristiana

Chiamato da Gesù tra i Dodici.
Si presenta al capitolo 11 di Giovanni quando il Maestro decide di tornare in Giudea per andare a Betania, dove è morto il suo amico Lazzaro.
I discepoli temono i rischi, ma Gesù ha deciso: si va.
E qui si fa sentire la voce di Tommaso, obbediente e pessimistica: «Andiamo anche noi a morire con lui», deciso a non abbandonare Gesù.
Facciamo torto a Tommaso ricordando solo il suo momento famoso di incredulità.
Lui è ben altro che un seguace tiepido.
Ma credere non gli è facile, e non vuol fingere che lo sia. Dice le sue difficoltà, si mostra com'è, ci somiglia, ci aiuta.
Dopo la morte del Signore, sentendo parlare di risurrezione «solo da loro», esige di toccare con mano. Quando però, otto giorni dopo, Gesù viene e lo invita a controllare esclamerà: «Mio Signore e mio Dio!», come nessuno finora aveva mai fatto.
A metà del VI secolo, un mercante egiziano scrive di aver trovato nell'India meridionale gruppi inaspettati di cristiani e di aver saputo che il Vangelo fu portato ai loro avi da Tommaso apostolo. (Avvenire)
Patronato: Architetti
Etimologia: Tommaso = gemello, dall'ebraico
Emblema: Lancia
Martirologio Romano: Festa di San Tommaso, Apostolo, il quale non credette agli altri discepoli che gli annunciavano la resurrezione di Gesù, ma, quando lui stesso gli mostrò il costato trafitto, esclamò: «Mio Signore e mio Dio». E con questa stessa fede si ritiene abbia portato ai loro avi da Tommaso apostolo. (Avvenire)
Lo incontriamo tra gli Apostoli, senza nulla sapere della sua storia precedente. Il suo nome, in aramaico, significa “gemello”. Ci sono ignoti luogo di nascita e mestiere.
Il Vangelo di Giovanni, al capitolo 11, ci fa sentire subito la sua voce, non proprio entusiasta.
Gesù ha lasciato la Giudea, diventata pericolosa: ma all’improvviso decide di ritornarci, andando a Betania, dove è morto il suo amico Lazzaro.
I discepoli trovano che è rischioso, ma Gesù ha deciso: si va. E qui si fa sentire la voce di Tommaso, obbediente e pessimistica: "Andiamo anche noi a morire con lui".
É sicuro che la cosa finirà male; tuttavia non abbandona Gesù: preferisce condividere la sua disgrazia, anche brontolando.
Facciamo torto a Tommaso ricordando solo il suo momento famoso di incredulità dopo la risurrezione.
Lui è ben altro che un seguace tiepido.
Ma credere non gli è facile, e non vuol fingere che lo sia. Dice le sue difficoltà, si mostra com’è, ci somiglia, ci aiuta.
Eccolo all’ultima Cena (Giovanni 14), stavolta come interrogante un po’ disorientato.
Gesù sta per andare al Getsemani e dice che va a preparare per tutti un posto nella casa del Padre, soggiungendo: "E del luogo dove io vado voi conoscete la via".
Obietta subito Tommaso, candido e confuso: "Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via".
Scolaro un po’ duro di testa, ma sempre schietto, quando non capisce una cosa lo dice.
E Gesù riassume per lui tutto l’insegnamento: "Io sono la via, la verità e la vita". Ora arriviamo alla sua uscita più clamorosa, che gli resterà appiccicata per sempre, e troppo severamente.
Giovanni, capitolo 20: Gesù è risorto; è apparso ai discepoli, tra i quali non c’era Tommaso. E lui, sentendo parlare di risurrezione “solo da loro”, esige di toccare con mano. É a loro che parla, non a Gesù.
E Gesù viene, otto giorni dopo, lo invita a “controllare”...
Ed ecco che Tommaso, il pignolo, vola fulmineo ed entusiasta alla conclusione, chiamando Gesù: “Mio Signore e mio Dio!”, come nessuno finora aveva mai fatto.
E quasi gli suggerisce quella promessa per tutti, in tutti i tempi: "Beati quelli che, pur non avendo visto, crederanno".
Tommaso è ancora citato da Giovanni al capitolo 21 durante l’apparizione di Gesù al lago di Tiberiade.
Gli Atti (capitolo 1) lo nominano dopo l’Ascensione. Poi più nulla: ignoriamo quando e dove sia morto.
Alcuni testi attribuiti a lui (anche un “Vangelo”) non sono ritenuti attendibili.
A metà del VI secolo, il mercante egiziano Cosma Indicopleuste scrive di aver trovato nell’India meridionale gruppi inaspettati di cristiani; e di aver saputo che il Vangelo fu portato ai loro avi da Tommaso apostolo.
Sono i “Tommaso-cristiani”, comunità sempre vive nel XX secolo, ma di differenti appartenenze: al cattolicesimo, a Chiese protestanti e a riti cristiano-orientali. (Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

San Matteo - Apostolo ed Evangelista (21 settembre)

I secolo dopo Cristo
Matteo, chiamato anche Levi, viveva a Cafarnao ed era pubblicano, cioè esattore delle tasse.
Seguì Gesù con grande entusiasmo, come ricorda San Luca, liberandosi dei beni terreni.
Ed è Matteo che nel suo vangelo riporta le parole Gesù: "Quando tu dai elemosina, non deve sapere la tua sinistra quello che fa la destra, affinché la tua elemosina rimanga nel segreto... ".
Dopo la Pentecoste egli scrisse il suo vangelo, rivolto agli Ebrei, per supplire, come dice Eusebio, alla sua assenza quando si recò presso altre genti.
Il suo vangelo vuole prima di tutto dimostrare che Gesù è il Messia che realizza le promesse dell' Antico Testamento, ed è caratterizzato da cinque importanti discorsi di Gesù sul regno di Dio. Probabilmente la sua morte fu naturale, anche se fonti poco attendibili lo vogliono martire di Etiopia.
Patronato: Banchieri, Contabili, Tasse
Etimologia: Matteo = uomo di Dio, dall'ebraico
Emblema: Angelo, Spada, Portamonete, Libro dei co
Martirologio Romano: Festa di San Matteo, Apostolo ed Evangelista, che, detto Levi, chiamato da Gesù a seguirlo, lasciò l’ufficio di pubblicano o esattore delle imposte e, eletto tra gli Apostoli, scrisse un Vangelo, in cui si proclama che Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo, ha portato a compimento la promessa dell’Antico Testamento.
Non si capisce subito il disprezzo per i pubblicani, ai tempi di Gesù, nella sua terra: erano esattori di tasse, e non si detesta qualcuno soltanto perché lavora all’Intendenza di finanza.
Ma gli ebrei, all’epoca, non pagavano le tasse a un loro Stato sovrano e libero, bensì agli occupanti
Romani; devono finanziare chi li opprime.
E guardano all’esattore come a un detestabile collaborazionista.
Matteo fa questo mestiere in Cafarnao di Galilea.
Col suo banco lì all’aperto. Gesù lo vede poco dopo aver guarito un paralitico.
Lo chiama.
Lui si alza di colpo, lascia tutto e lo segue.
Da quel momento cessano di esistere i tributi, le finanze, i Romani. Tutto cancellato da quella parola di Gesù: "Seguimi".
Gli evangelisti Luca e Marco lo chiamano anche Levi, che potrebbe essere il suo secondo nome.
Ma gli danno il nome di Matteo nella lista dei Dodici scelti da Gesù come suoi inviati: “Apostoli”. E con questo nome egli compare anche negli Atti degli Apostoli.
Pochissimo sappiamo della sua vita. Ma abbiamo il suo Vangelo, a lungo ritenuto il primo dei quattro testi canonici, in ordine di tempo.
Ora gli studi mettono a quel posto il Vangelo di Marco: diversamente dagli altri tre, il testo di Matteo non è scritto in greco, ma in lingua “ebraica” o “paterna”, secondo gli scrittori antichi.
E quasi sicuramente si tratta dell’aramaico, allora parlato in Palestina.
Matteo ha voluto innanzitutto parlare a cristiani di origine ebraica.
E ad essi è fondamentale presentare gli insegnamenti di Gesù come conferma e compimento della Legge mosaica.
Vediamo infatti – anzi, a volte pare proprio di ascoltarlo – che di continuo egli lega fatti, gesti, detti relativi a Gesù con richiami all’Antico Testamento, per far ben capire da dove egli viene e che cosa è venuto a realizzare.
Partendo di qui, l’evangelista Matteo delinea poi gli eventi del grandioso futuro della comunità di Gesù, della Chiesa, del Regno che compirà le profezie, quando i popoli "vedranno il Figlio dell’Uomo venire sopra le nubi del cielo in grande potenza e gloria" (24,30).
Scritto in una lingua per pochi, il testo di Matteo diventa libro di tutti dopo la traduzione in greco.
La Chiesa ne fa strumento di predicazione in ogni luogo, lo usa nella liturgia.
Ma di lui, Matteo, sappiamo pochissimo.
Viene citato per nome con gli altri Apostoli negli Atti (1,13) subito dopo l’Ascensione al cielo di Gesù.
Ancora dagli Atti, Matteo risulta presente con gli altri Apostoli all’elezione di Mattia, che prende il posto di Giuda Iscariota.
Ed è in piedi con gli altri undici, quando Pietro, nel giorno della Pentecoste, parla alla folla, annunciando che Gesù è "Signore e Cristo".
Poi, ha certamente predicato in Palestina, tra i suoi, ma ci sono ignote le vicende successive. La Chiesa lo onora come martire. (Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

San Giacomo il Minore - Apostolo (3 maggio)
Palestina, I secolo d.C.

Giacomo, detto il Minore per distinguerlo dal fratello Giovanni, divenne vescovo di Gerusalemme dopo la morte di Giacomo il Maggiore e la partenza di Pietro.
Occupò una posizione di rilievo negli Atti degli Apostoli ed è autore di una lettera “cattolica“ alle “dodici tribù della diaspora“, che è come un’eco del “Discorso della montagna”.
Il suo ascetismo gli conquistò la stima anche di ebrei ortodossi, molti dei quali si convertirono.
Sembra sia stato lapidato nel 62 d. C..
Etimologia: Giacomo = che segue Dio, dall'ebraico
Martirologio Romano: Festa dei Santi Filippo e Giacomo, Apostoli.
Filippo, nato a Betsaida come Pietro e Andrea e divenuto discepolo di Giovanni Battista, fu chiamato dal Signore perché lo seguisse; Giacomo, figlio di Alfeo, detto il Giusto, ritenuto dai Latini fratello del Signore, resse per primo la Chiesa di Gerusalemme e, durante la controversia
sulla circoncisione, aderì alla proposta di Pietro di non imporre quell’antico giogo ai discepoli convertiti dal paganesimo, coronando, infine, il suo apostolato con il martirio.  
Due apostoli festeggiati insieme: Filippo e Giacomo. Due galilei che hanno trovato "colui del quale hanno scritto Mosè e i Profeti".
É con queste parole che Filippo conduce a Gesù l’accigliato Natanaele (Bartolomeo) così diffidente verso quelli di Nazaret.
Giacomo figlio di Alfeo. E’ detto il Minore per distinguerlo da Giacomo figlio di Zebedeo (e fratello di Giovanni) detto il Maggiore e da secoli venerato come Santiago a Compostela.
Da Luca sappiamo che Gesù sceglie tra i suoi seguaci dodici uomini "ai quali diede il nome di apostoli" (6,14), e tra essi c’è appunto Giacomo di Alfeo, il Minore.
Nella Prima lettera ai Corinzi, Paolo dice che Gesù, dopo la risurrezione "apparve a Giacomo e quindi a tutti gli apostoli".
Lo chiamano “Giusto” per l’integrità severa della sua vita. Incontra
Paolo, già duro persecutore dei cristiani e ora convertito: e lo accoglie con amicizia insieme a Pietro e Giovanni. Poi, al “concilio di Gerusalemme”, invita a "non importunare" i convertiti dal paganesimo con l’imposizione di tante regole tradizionali.
Si mette, insomma, sulla linea di Paolo. Dopo il martirio di Giacomo il Maggiore nell’anno 42 e la partenza di Pietro, Giacomo diviene capo della comunità cristiana di Gerusalemme.
Ed è l’autore della prima delle “lettere cattoliche” del Nuovo Testamento.
In essa, si rivolge "alle dodici tribù disperse nel mondo", ossia ai cristiani di origine ebraica viventi fuori della Palestina.
É come un primo esempio di enciclica: sulla preghiera, sulla speranza, sulla carità e inoltre (con espressioni molto energiche) sul dovere della giustizia.
Secondo lo storico Eusebio di Cesarea, Giacomo viene ucciso nell’anno 63 durante una sollevazione popolare istigata dal sommo sacerdote Hanan, che per quel delitto sarà poi destituito. (Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

San Giuda Taddeo - Apostolo (28 ottobre)
sec. I

Il Santo che si festeggia oggi assieme a Simone «il cananeo», pur appartenendo al gruppo dei 12 apostoli, non va confuso con l'omonimo apostolo traditore di Gesù, l'Iscariota. Si tratta infatti di Giuda fratello di Giacomo, detto Taddeo, che significa «magnanimo».
Un nome ben conosciuto dalla tradizione ebraica quello di Giuda: era stato, infatti, di uno dei figli di Giacobbe e dalla tribù di Giuda sarebbe uscita la stirpe dello stesso Messia.
Inoltre, nel secondo secolo avanti Cristo, Giuda Maccabeo era stato un eroe della rivolta giudaica contro Antioco IV.
Secondo il racconto dell'evangelista Giovanni al capitolo 14 durante l'ultima cena Giuda Taddeo domanda a Gesù: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?».
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui», è la risposta di Gesù.
Dopo l'Ascensione, anche Giuda Taddeo, secondo la tradizione, andò a portare nel mondo l'annuncio di Cristo. Secondo qualcuno, egli avrebbe evangelizzato la Mesopotamia; secondo altri la Libia.
Forse anch'egli è morto martire e sarebbe stato sepolto in Persia. (Avvenire)
Patronato: Casi disperati
Etimologia: Giuda = zelatore di Dio, lodata, dall'ebraico
Emblema: Barca, Bastone, Lancia
Martirologio Romano: Festa dei Santi Simone e Giuda, Apostoli: il primo era soprannominato Cananeo o “Zelota”, e l’altro, chiamato anche Taddeo, figlio di Giacomo, nell’ultima Cena interrogò il Signore sulla sua manifestazione ed egli gli rispose: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui».
San Giuda non va confuso con l'omonimo Apostolo traditore, Giuda Iscariota, il "figlio della perdizion ". Quello di oggi è Giuda fratello di Giacomo, detto Taddeo, cioè "dal petto largo ", che vuol dire po " magnanimo ".
Il nome di Giuda, prima che l'infelice traditore lo rendesse odioso, era uno dei più belli nella storia ebrea.
Era stato portato da uno dei figli di Giacobbe, o Israele, e a Giuda si intitolò una delle dodici Tribù, quella dalla quale sarebbe fiorito, in Betlemme, terra di Giuda, il virgulto del Messia.
Giuda Maccabeo, eroe della rivolta giudaica contro Antioco IV, e Giuda detto il Santo, maestro per eccellenza, avevano reso onore a quel nome, come gli rese onore l'Apostolo San Giuda, detto Taddeo, che possiamo immaginare alla mensa dei Redentore, proprio accanto al suo omonimo Giuda Iscariota.
Egli domanda a Gesù: "Signore, che cosa è avvenuto, che tu debba manifestarti a noi e non al mondo?".
E Gesù gli risponde: "Se uno mi ama, osserverà la mia parola, e il Padre mio l'amerà e verremo a lui, e faremo una cosa sola".
É la lezione dell'amore mistico, che Giuda Taddeo provoca con la sua domanda. L'amore di Dio unisce, mentre l'amore di se stessi divide.
Per questo, San Giuda scrisse una breve lettera, nella quale rimprovera i fomentatori di discordie, che chiama " nuvole senza acqua, portate qua e là dai venti; alberi d'autunno, senza frutto, onde furiose del mare, che spumano le proprie turpitudini, astri erranti, ai quali sono serbate in eterno le tenebre più profonde".
"Costoro - egli dice - sono mormoratori queruli che vivono secondo i loro appetiti, e la loro bocca parla di cose superbe, e se lodano qualcuno, lo fanno per fini interessati".
Di San Giuda come maestro fermo e sapiente, che esercitò con zelo e con amore quella missione affidata da Gesù ai suoi Apostoli, prima di lasciare la terra per il cielo. Infatti, dopo l'Ascensione, anche Giuda Taddeo andò a portare nel mondo la Buona Novella. Secondo qualcuno, egli avrebbe evangelizzato la Mesopotamia; secondo altri la Libia. Si crede che morisse anch'egli Martire, e il suo corpo sarebbe stato sepolto in Persia. (Fonte: Enciclopedia dei Santi)

San Simone Apostolo (28 ottobre)  

Cana di Galilea? – Pella (Armenia) o Suanir (Persia), 107
Simone, da Luca soprannominato Zelote, forse perché aveva militato nel gruppo antiromano degli Zeloti, da Matteo e Marco è chiamato Cananeo (Mt 10, 4; Mc 3,18). Secondo la tradizione, subì un martirio particolarmente cruento. Il suo corpo fu fatto a pezzi con una sega. Per questo è raffigurato con questo attrezzo ed è patrono dei boscaioli e taglialegna.
Patronato: Pescatori
Etimologia: Simone = Dio ha esaudito, dall'ebraico
Emblema: Barca
Martirologio Romano: Festa dei Santi Simone e Giuda, Apostoli: il primo era soprannominato Cananeo o “Zelota”, e l’altro, chiamato anche Taddeo, figlio di Giacomo, nell’ultima Cena interrogò il Signore sulla sua manifestazione ed egli gli rispose: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui».
Nonostante sia il più sconosciuto degli Apostoli, nella cui lista è solo nominato all’undicesimo posto, numerosissime opere d’arte lo raffigurano, sparse in tutta Italia ed in Europa, a testimonianza di un culto molto diffuso nella cristianità.
Stranamente a differenza degli altri apostoli, le notizie pervenutaci sulle sue origini, sulla sua presenza in seno al collegio apostolico, sulla sua attività evangelizzatrice, sulla sua morte, sono
tutte incerte e sempre state controverse negli studi dei vari esperti lungo tutti i secoli.
Quindi siamo obbligati a considerare le varie ipotesi, mancando la certezza per una sola. Prima di tutto Gesù scelse i suoi apostoli guardando solo al cuore degli uomini e li volle appartenenti alle varie correnti del giudaismo di allora, dai farisei ai discepoli di s. Giovanni Battista, dagli zeloti a personaggi diciamo appartenenti alla gente comune, come pure un pubblicano.
Simone, per distinguerlo da Simon Pietro, gli evangelisti Matteo e Marco gli danno il soprannome di “Zelota” o “Cananeo”, forse l’appellativo può indicare la sua appartenenza al partito degli Zeloti, i ‘conservatori’ delle tradizioni ebraiche e fautori della libertà dallo straniero anche con le armi, oppure dalla città d’origine cioè Cana di Galilea.
Molti identificano Simone con l’omonimo cugino di Gesù, più noto come Simone fratello dell’apostolo Giacomo il Minore, al quale secondo la tradizione riportata da Egesippo del II secolo, sarebbe succeduto come vescovo di Gerusalemme dal 62 al 107, anno in cui subì il martirio sotto Traiano (53-117) a Pella, dove si era rifugiato con la sua comunità, per sfuggire alla seconda guerra giudaica.
I Bizantini lo identificano con Natanaele di Cana e con il direttore di mensa alle nozze di Cana; i Latini e gli Armeni lo fanno operare e morire in Armenia.
San Fortunato vescovo di Poitiers, dice che Simone insieme a San Giuda Taddeo apostolo, furono sepolti in Persia, dove secondo le storie apocrife degli Apostoli, sarebbero stati martirizzati a Suanir.
Un monaco del IX secolo affermava che una tomba di s. Simone esisteva a Nicopsis (Caucaso) dove era anche una chiesa a lui dedicata, fondata dai Greci nel secolo VII.
Altri ancora affermano che Simone visitò l’Egitto e insieme a s. Giuda Taddeo, la Mesopotamia, dove entrambi subirono il martirio, segati in due parti, da qui il loro patrocinio su quanti lavorano al taglio della legna, del marmo e della pietra in genere.
Ma al di là di tutte le incertezze, Simone lo ‘Zelota’ o il ‘Cananeo’, è senz’altro un Apostolo di Cristo e come tutti i discepoli del Signore, prese il suo bastone e percorse a piedi regioni vicine e lontane, per portare la luce della Verità e propagare la nuova religione fra i pagani.
Lo si può paragonare ai tanti discepoli di Cristo, che in ogni tempo hanno lavorato e lavorano nel silenzio e nascondimento per il trionfo del Regno di Dio, senza riconoscimenti eclatanti e ufficiali, in piena umiltà, perseveranza e sacrificio anche cruento della vita.
Simone comunque è sempre rappresentato con gli altri Apostoli, nell’iconografia di Cristo e della Vergine, quindi nelle raffigurazioni del Cenacolo e negli altri momenti comuni degli Apostoli, la Pentecoste e la "Dormitio Verginis".
Nella ‘Leggenda Aurea’ e nel Martirologio Romano egli è accomunato all’altro apostolo San Giuda Taddeo, con il quale si ritiene predicò il Vangelo in Egitto e Mesopotamia e subendo insieme il martirio secondo alcuni scrittori.
La loro festa ricorre il 28 ottobre, a Venezia è a loro dedicata la chiesa di “S. Simone Piccolo”. (Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

San Giuda Taddeo Apostolo (28 ottobre)  

sec. I
Il Santo che si festeggia oggi assieme a Simone «il cananeo», pur appartenendo al gruppo dei 12 apostoli, non va confuso con l'omonimo apostolo traditore di Gesù, l'Iscariota. Si tratta infatti di Giuda fratello di Giacomo, detto Taddeo, che significa «magnanimo». Un nome ben conosciuto dalla tradizione ebraica quello di Giuda: era stato, infatti, di uno dei figli di Giacobbe e dalla tribù di Giuda sarebbe uscita la stirpe dello stesso Messia. Inoltre, nel secondo secolo avanti Cristo, Giuda Maccabeo era stato un eroe della rivolta giudaica contro Antioco IV. Secondo il racconto dell'evangelista Giovanni al capitolo 14 durante l'ultima cena Giuda Taddeo domanda a Gesù: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui», è la risposta di Gesù. Dopo l'Ascensione, anche Giuda Taddeo, secondo la tradizione, andò a portare nel mondo l'annuncio di Cristo. Secondo qualcuno, egli avrebbe evangelizzato la Mesopotamia; secondo altri la Libia. Forse anch'egli è morto martire e sarebbe stato sepolto in Persia.  (Avvenire)
Patronato: Casi disperati
Etimologia: Giuda = zelatore di Dio, lodata, dall'ebraico
Emblema: Barca, Bastone, Lancia
Martirologio Romano: Festa dei santi Simone e Giuda, Apostoli: il primo era soprannominato Cananeo o “Zelota”, e l’altro, chiamato anche Taddeo, figlio di Giacomo, nell’ultima Cena interrogò il Signore sulla sua manifestazione ed egli gli rispose: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui».
Il suo legame con Gesù
Giuda Taddeo è nato a Cana di Galilea, in Palestina, figlio di Alfeo (o Cleofa) e Maria Cleofa.
Suo padre Alfeo era fratello di San Giuseppe e sua madre cugina di Maria Santissima. Perciò Giuda Taddeo era cugino di Gesù, sia da parte di padre che da parte di madre. Alfeo (Cleofa) era uno dei discepoli a cui Gesù apparve nel cammino di Emmaus il giorno della risurrezione. Maria Cleofa era una delle pie donne che avevano seguito Gesù fin dalla Galilea e che rimasero ai piedi della croce, nel Calvario, insieme a Maria Santissima.
Giuda Taddeo aveva quattro fratelli: Giacomo, Giuseppe, Simone e Maria Salome. Uno di essi, Giacomo, fu anche lui chiamato da Gesù per essere apostolo. Il rapporto della famiglia di San Giuda Taddeo con Nostro Signore Gesù Cristo stesso, da ciò che è possibile percepire dalle Sacre Scritture, è il seguente.
Tra i fratelli, Giacomo fu uno dei dodici apostoli e divenne il primo vescovo di Gerusalemme. Di Giuseppe si sa che era conosciuto come il Giusto. Simone, un altro fratello di San Giuda, fu il secondo vescovo di Gerusalemme, successore di Giacomo.
Maria Salome, l'unica sorella, era madre degli apostoli San Giacomo Maggiore e San Giovanni Evangelista. Egli era chiamato Giacomo Minore per distinguersi da un altro apostolo, San Giacomo, che essendo più grande veniva chiamato Maggiore.
Si suppone che vi sia stata molta convivenza tra San Giuda Taddeo, suo cugino Gesù e i suoi zii
Maria e Giuseppe. Fu certamente questa fraterna convivenza, oltre alla parentela molto prossima, che portò San Marco (Mc 6, 3) a citare San Giuda Taddeo e i suoi fratelli come "fratelli" di Gesù.
Citazioni nella Bibbia
La Bibbia parla poco di San Giuda Taddeo. Essa racconta tuttavia, un fatto molto importante: egli fu scelto da Gesù per essere uno dei suoi apostoli.
Quando i vangeli nominano i dodici discepoli scelti, appaiono sempre i nomi Giuda o Taddeo nell'elenco degli apostoli.
Il nome di Giuda compare anche negli Atti degli Apostoli (At 1,13). Oltre a queste citazioni, suo nipote San Giovanni Evangelista (Gio 14, 22) lo cita tra coloro del collegio apostolico che erano presenti alla Santa Cena, il giovedì santo.
Fu in quell'occasione che, quando Gesù parlava agli apostoli delle meraviglie dell'amore del Padre e assicurava loro una speciale manifestazione di sé stesso, San Giuda Taddeo non si contenne e chiese: "Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?" E fu allora che Gesú gli rispose affermando che ci sarebbero state manifestazioni di Lui a tutti coloro che avrebbero custodito la Sua parola e che sarebbero rimasti fedeli al suo amore.
In questo fatto dell'Ultima Cena, San Giuda Taddeo dimostra la sua generosa compassione verso tutti gli uomini.
La vita di San Giuda Taddeo
Dopo che gli Apostoli ricevettero lo Spirito Santo, nel Cenacolo a Gerusalemme, la Chiesa di Dio si espanse, ed ebbe inizio l'evangelizzazione dei popoli.
San Giuda Taddeo iniziò la sua predicazione in Galilea. Dopo partì per Samaria e verso altre popolazioni giudaiche. Egli prese parte al primo Concilio di Gerusalemme, che avvenne nel 50.
Più tardi evangelizzò la Siria, l'Armenia e la Mesopotamia (attuale Iran), dove guadagnò la compagnia di un altro apostolo, Simone lo "zelota", che già evangelizzava l'Egitto.
La predicazione e la testimonianza di San Giuda Taddeo si realizzò in modo energico e vigoroso. Egli attrasse e conquistò i pagani di altre religioni, che così si convertirono in gran numero al cristianesimo.
La sua adesione a Nostro Signore Gesù Cristo era completa e incondizionale. Di ciò egli diede testimonianza con la donazione della propria vita. Questo glorioso Apostolo di Gesù dedicò la sua vita all'evangelizzazione. Fu instancabile in questo compito, predicando il Vangelo e convertendo molte anime. I pagani, a cui ciò non piaceva , iniziarono a istigare il popolo contro di lui.
San Giuda Taddeo e San Simone furono arrestati e portati al tempio del sole. Lì si rifiutarono di rinnegare Gesù Cristo e di prestare culto alla dea Diana.
Fu in quell'occasione che San Giuda disse al popolo: "Affinché veniate a conoscenza che questi idoli che voi adorate sono falsi, da essi usciranno i demoni che li romperanno". In quello stesso istante due demoni ripugnanti distrussero tutto il tempio e sparirono. Indegnato, il popolo, incitato dai sacerdoti pagani, si scagliò contro gli apostoli furiosamente.
San Giuda Taddeo fu trucidato da sacerdoti pagani in maniera crudele, violenta e disumana.
San Giuda Taddeo, apostolo e martire, è rappresentato nelle sue immagini mentre tiene in mano un libro che simbolizza la parola di Dio che egli annunciò, e un'alabarda, una specie di lancia che fu lo strumento utilizzato nel suo martirio.
Le sue reliquie attualmente sono venerate nella Basilica di San Pietro, a Roma. La sua festa liturgica è celebrata il 28 ottobre, probabile data del suo martirio avvenuto nel 70 d.c.
In Brasile, la devozione a San Giuda Taddeo è relativamente recente. Essa sorse all'inizio del XX secolo, raggiungendo presto una grande popolarità. Egli è invocato come il santo dei disperati e degli afflitti, il santo delle cause senza soluzione, delle cause perse.
Lettera di San Giuda Taddeo
Secondo la tradizione ecclesiastica, San Giuda Taddeo è ritenuto l'autore della lettera canonica che porta il suo nome. Tutto indica che questa lettera fu indirizzata agli ebrei cristiani della Palestina, poco dopo la distruzione della città di Gerusalemme, quando la maggior parte degli Apostoli erano già morti. Il breve scritto di San Giuda Taddeo è un severo avvertimento contro i falsi maestri, ed un invito a mantenere la purezza della fede.
Si capisce che "La lettera di San Giuda" fu scritta da un uomo appassionato e preoccupato con la purezza della fede e con la buona reputazione del popolo cristiano. L'autore afferma di aver voluto scrivere una lettera diversa, ma avendo sentito i punti di vista errati di falsi professori della comunità cristiana, scrisse urgentemente questa lettera per avvertire la Chiesa ad essere cauta nel loro riguardo. (Autore: Araldi del Vangelo - Fonte: Enciclopedia dei Santi)


*Lunedì dell'Angelo

Il lunedì dell’Angelo, detto anche lunedì di Pasqua oppure Pasquetta, è il giorno dopo la Pasqua. Civilmente è un giorno festivo, introdotto dallo Stato italiano nel dopoguerra, per allungare la festività della Pasqua.
Dal punto di vista religioso, il lunedì dell’Angelo, prende il nome dal fatto che in questo giorno si ricorda l’incontro delle donne giunte al sepolcro di Gesù ormai vuoto con l’angelo, il quale ne
annunciava la resurrezione.
Per motivi non chiari la tradizione ha spostato questi fatti dalla mattina di Pasqua al giorno successivo.
Forse perché i Vangeli indicano “il giorno dopo la Pasqua”, ma evidentemente quella a cui si allude è la Pasqua ebraica, che cadeva di sabato.
Non è mai esistito un “lunedì” in cui l’angelo è apparso alle donne, come tutti sappiamo questo è successo la mattina di Pasqua.
Il lunedì dell’Angelo, in Italia, è un giorno di festa che generalmente si trascorre insieme con parenti o amici con una tradizionale gita o scampagnata, pic-nic sull’erba e attività all’aperto.
Una interpretazione di questa tradizione potrebbe essere che si voglia ricordare i discepoli diretti ad Emmaus.
Infatti, lo stesso giorno della Resurrezione, Gesù appare a due discepoli in cammino verso Emmaus a pochi chilometri da Gerusalemme: per ricordare quel viaggio dei due discepoli si trascorrerebbe, dunque, il giorno di Pasquetta facendo una passeggiata o una scampagnata “fuori le mura” o “fuori porta”.


*Lunedì - Martedì - Mercoledì Santo

La Settimana santa è la settimana nella quale il cristianesimo celebra gli eventi di fede correlati agli ultimi giorni di Gesù, comprendenti in particolare la sua passione, morte e resurrezione.
In tutto il mondo, i cattolici chiamano Settimana santa il periodo, da Domenica delle palme al Sabato Santo, che precede la Pasqua, cioè la domenica in cui si ricorda la resurrezione dai morti di Gesù Cristo.
La Pasqua è la massima solennità della fede cristiana e si celebra ogni anno la prima domenica di luna piena di primavera (tra fine marzo e aprile).
I riti religiosi della Settimana santa sono celebrati con solennità in tutte le chiese del mondo cristiano.
Il lunedì, martedì e mercoledì Santo la Chiesa contempla in particolare il tradimento di Giuda per trenta denari.
La prima lettura della messa presenta i primi tre canti del Servo del Signore che si trovano nel libro del profeta Isaia.


*Mercoledì delle Ceneri - (celebrazione mobile)

Il Mercoledì delle Ceneri, nella Chiese cattoliche di rito romano e in alcune Chiese riformate, è il primo giorno della Quaresima, ovvero il primo giorno del periodo penitenziale in vista della Pasqua cristiana che ha inizio dopo il cosiddetto Martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale.
È così chiamato perché durante la funzione religiosa del giorno si pone sul capo dei fedeli della cenere per ricordare la caducità della vita terrena e spronare i fedeli all'impegno penitenziale della Quaresima.
Si possono usare due formule diverse per questo rito:
· Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai.
· Convertiti e credi al Vangelo.
In questo giorno, tutti i cattolici dei vari riti latini (eccetto il rito ambrosiano) sono tenuti a far penitenza e ad osservare il digiuno ecclesiastico.
Il Mercoledì delle Ceneri ricorre quaranta giorni prima della Pasqua, se si escludono da questo periodo le domeniche (che non sono mai state giorni di digiuno); ricorre quarantaquattro giorni prima del Venerdì Santo considerando anche le domeniche.
Cade in una data diversa ogni anno, secondo la data della Pasqua; data compresa tra i primi giorni di febbraio e la fine della seconda settimana di marzo.

Il Mercoledì delle Ceneri ricorrerà nei prossimi anni nelle seguenti date:
2015 - 18 febbraio
2016 - 10 febbraio
2017 - 1 marzo
2018 - 14 febbraio
2019 - 6 marzo
Nel rito ambrosiano, in cui la Quaresima inizia con la domenica successiva, l'imposizione delle Ceneri avviene il lunedì successivo di preferenza, anche se generalmente viene effettuata anche nella prima domenica di Quaresima;
il giorno di digiuno e astinenza è posticipato al primo venerdì di Quaresima.
Per saperne di più
Il mercoledì delle Ceneri, la cui liturgia è marcata storicamente dall’i nizio della penitenza pubblica, che aveva luogo in questo giorno, e dall’ intensificazione dell’ istruzione dei catecumeni, che dovevano essere battezzati durante la Veglia pasquale, apre ora il tempo salutare della Quaresima.
Lo spirito comunitario di preghiera, di sincerità cristiana e di conversione al Signore, che proclamano i testi della Sacra Scrittura, si esprime simbolicamente nel rito della cenere sparsa sulle nostre teste, al quale noi ci sottomettiamo umilmente in risposta alla parola di Dio. Al di là del senso che queste usanze hanno avuto nella storia delle religioni, il cristiano le adotta in continuità con le pratiche espiatorie dell’Antico Testamento, come un “simbolo austero” del nostro cammino spirituale, lungo tutta la Quaresima, e per riconoscere che il nostro corpo, formato dalla polvere, ritornerà tale, come un sacrificio reso al Dio della vita in unione con la morte del suo Figlio Unigenito.
È per questo che il mercoledì delle Ceneri, così come il resto della Quaresima, non ha senso di per sé, ma ci riporta all’evento della Risurrezione di Gesù, che noi celebriamo rinnovati interiormente e con la ferma speranza che i nostri corpi saranno trasformati come il suo.
Il rinnovamento pasquale è proclamato per tutta l’umanità dai credenti in Gesù Cristo, che, seguendo l’esempio del divino Maestro, praticano il digiuno dai beni e dalle seduzioni del mondo, che il Maligno ci presenta per farci cadere in tentazione.
La riduzione del nutrimento del corpo è un segno eloquente della disponibilità del cristiano all’azione dello Spirito Santo e della nostra solidarietà con coloro che aspettano nella povertà la celebrazione dell’eterno e definitivo banchetto pasquale. Così dunque la rinuncia ad altri piaceri e soddisfazioni legittime completerà il quadro richiesto per il digiuno, trasformando questo periodo di grazia in un annuncio profetico di un nuovo mondo, riconciliato con il Signore.
Martirologio Romano: Giorno delle Ceneri e principio della santissima Quaresima: ecco i giorni della penitenza per la remissione dei peccati e la salvezza delle anime. Ecco il tempo adatto per la salita al monte santo della Pasqua.
L'origine
L'origine del Mercoledì delle ceneri è da ricercare nell'antica prassi penitenziale. Originariamente il sacramento della penitenza non era celebrato secondo le modalità attuali. Il liturgista Pelagio Visentin sottolinea che l'evoluzione della disciplina penitenziale è triplice: "da una celebrazione pubblica ad una celebrazione privata; da una riconciliazione con la Chiesa, concessa una sola volta, ad una celebrazione frequente del sacramento, intesa come aiuto-rimedio nella vita del penitente; da una espiazione, previa all'assoluzione, prolungata e rigorosa, ad una soddisfazione, successiva all'assoluzione".
La celebrazione delle ceneri nasce a motivo della celebrazione pubblica della penitenza, costituiva infatti il rito che dava inizio al cammino di penitenza dei fedeli che sarebbero stati assolti dai loro peccati la mattina del giovedì santo. Nel tempo il gesto dell'imposizione delle ceneri si estende a tutti i fedeli e la riforma liturgica ha ritenuto opportuno conservare l'importanza di questo segno.
La teologia biblica rivela un duplice significato dell'uso delle ceneri.
1 - Anzitutto sono segno della debole e fragile condizione dell'uomo. Abramo rivolgendosi a Dio dice: "Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere..." (Gen 18,27). Giobbe riconoscendo il limite profondo della propria esistenza, con senso di estrema prostrazione, afferma: "Mi ha gettato nel fango: son diventato polvere e cenere" (Gb 30,19). In tanti altri passi biblici può essere riscontrata questa dimensione precaria dell'uomo simboleggiata dalla cenere (Sap 2,3; Sir 10,9; Sir 17,27).
2 - Ma la cenere è anche il segno esterno di colui che si pente del proprio agire malvagio e decide di compiere un rinnovato cammino verso il Signore. Particolarmente noto è il testo biblico della conversione degli abitanti di Ninive a motivo della predicazione di Giona: "I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere" (Gio 3,5-9).
Anche Giuditta invita invita tutto il popolo a fare penitenza affinché Dio intervenga a liberarlo: "Ogni uomo o donna israelita e i fanciulli che abitavano in Gerusalemme si prostrarono davanti al tempio e cosparsero il capo di cenere e, vestiti di sacco, alzarono le mani davanti al Signore" (Gdt 4,11).
La semplice ma coinvolgente liturgia del mercoledì delle ceneri conserva questo duplice significato che è esplicitato nelle formule di imposizione: "Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai" e "Convertitevi, e credete al Vangelo". Adrien Nocent sottolinea che l'antica formula (Ricordati che sei polvere...) è strettamente legata al gesto di versare le ceneri, mentre la nuova formula (Convertitevi...) esprime meglio l'aspetto positivo della quaresima che con questa celebrazione ha il suo inizio.
Lo stesso liturgista propone una soluzione rituale molto significativa: "Se la cosa non risultasse troppo lunga, si potrebbe unire insieme l'antica e la nuova formula che, congiuntamente, esprimerebbero certo al meglio il significato della celebrazione: "Ricordati che sei polvere e in polvere tornerai; dunque convertiti e credi al Vangelo".
Il rito dell'imposizione delle ceneri, pur celebrato dopo l'omelia, sostituisce l'atto penitenziale della messa; inoltre può essere compiuto anche senza la messa attraverso questo schema celebrativo: canto di ingresso, colletta, letture proprie, omelia, imposizione delle ceneri, preghiera dei fedeli, benedizione solenne del tempo di quaresima, congedo.
Le ceneri possono essere imposte in tutte le celebrazioni eucaristiche del mercoledì ma sarà opportuno indicare una celebrazione comunitaria "privilegiata" nella quale sia posta ancor più in evidenza la dimensione ecclesiale del cammino di conversione che si sta iniziando.
Mercoledì delle Ceneri di "Enrico Beraudo"
Il Mercoledì delle Ceneri, la cui liturgia è marcata storicamente dall’inizio della penitenza pubblica, che aveva luogo in questo giorno, e dall’intensificazione dell’istruzione dei catecumeni, che dovevano essere battezzati durante la Veglia pasquale, apre ora il tempo salutare della Quaresima.
Lo spirito comunitario di preghiera, di sincerità cristiana e di conversione al Signore, che proclamano i testi della Sacra Scrittura, si esprime simbolicamente nel rito della cenere sparsa sulle nostre teste, al quale noi ci sottomettiamo umilmente in risposta alla parola di Dio. Al di là del senso che queste usanze hanno avuto nella storia delle religioni, il cristiano le adotta in continuità con le pratiche espiatorie dell’Antico Testamento, come un “simbolo austero” del nostro cammino spirituale, lungo tutta la Quaresima, e per riconoscere che il nostro corpo, formato dalla polvere, ritornerà tale, come un sacrificio reso al Dio della vita in unione con la morte del suo Figlio Unigenito. È per questo che il mercoledì delle Ceneri, così come il resto della Quaresima, non ha senso di per sé, ma ci riporta all’evento della Risurrezione di Gesù, che noi celebriamo rinnovati interiormente e con la ferma speranza che i nostri corpi saranno trasformati come il suo.
Il rinnovamento pasquale è proclamato per tutta l’umanità dai credenti in Gesù Cristo, che, seguendo l’esempio del divino Maestro, praticano il digiuno dai beni e dalle seduzioni del mondo, che il Maligno ci presenta per farci cadere in tentazione. La riduzione del nutrimento del corpo è un segno eloquente della disponibilità del cristiano all’azione dello Spirito Santo e della nostra solidarietà con coloro che aspettano nella povertà la celebrazione dell’eterno e definitivo banchetto pasquale. Così dunque la rinuncia ad altri piaceri e soddisfazioni legittime completerà il quadro richiesto per il digiuno, trasformando questo periodo di grazia in un annuncio profetico di un nuovo mondo, riconciliato con il Signore.
Martirologio Romano: Giorno delle Ceneri e principio della santissima Quaresima: ecco i giorni della penitenza per la remissione dei peccati e la salvezza delle anime. Ecco il tempo adatto per la salita al monte santo della Pasqua.
L'origine del Mercoledì delle ceneri è da ricercare nell'antica prassi penitenziale. Originariamente il sacramento della penitenza non era celebrato secondo le modalità attuali. Il liturgista Pelagio Visentin sottolinea che l'evoluzione della disciplina penitenziale è triplice: "da una celebrazione pubblica ad una celebrazione privata; da una riconciliazione con la Chiesa, concessa una sola volta, ad una celebrazione frequente del sacramento, intesa come aiuto-rimedio nella vita del penitente; da una espiazione, previa all'assoluzione, prolungata e rigorosa, ad una soddisfazione, successiva all'assoluzione".
La celebrazione delle ceneri nasce a motivo della celebrazione pubblica della penitenza, costituiva infatti il rito che dava inizio al cammino di penitenza dei fedeli che sarebbero stati assolti dai loro peccati la mattina del giovedì santo. Nel tempo il gesto dell'imposizione delle ceneri si estende a tutti i fedeli e la riforma liturgica ha ritenuto opportuno conservare l'importanza di questo segno.


*Natale del Signore (25 dicembre)
Con il Natale tutti i cristiani celebrano la nascita del Figlio di Dio che si fece uomo. L’Incarnazione del Verbo di Dio segna l’inizio degli “ultimi tempi”, cioè la Redenzione dell’Umanità da parte di Dio. Rallegratevi, oggi è nato il Salvatore.

Martirologio Romano: Trascorsi molti secoli dalla creazione del mondo, quando in principio Dio creò il cielo e la terra e plasmò l’uomo a sua immagine; e molti secoli da quando, dopo il diluvio, l’Altissimo aveva fatto risplendere tra le nubi l’arcobaleno, segno di alleanza e di pace; ventuno secoli dopo che Abramo, nostro Padre nella fede, migrò dalla terra di Ur dei Caldei; tredici secoli dopo l’uscita del popolo d’Israele dall’Egitto sotto la guida di Mosè; circa mille anni dopo l’unzione regale di Davide; nella sessantacinquesima settimana secondo la profezia di Daniele; all’epoca della centonovantaquattresima Olimpiade; nell’anno settecentocinquantadue dalla fondazione di Roma; nel quarantaduesimo anno dell’impero di Cesare Ottaviano Augusto, mentre su tutta la terra regnava la pace, Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’eterno Padre, volendo santificare il mondo con la sua piissima venuta, concepito per opera dello Spirito Santo, trascorsi nove mesi, nasce in Betlemme di Giuda dalla Vergine Maria, fatto uomo: Natale di nostro Signore Gesù Cristo secondo la carne.
La Chiesa celebra con la solennità del Natale la manifestazione del Verbo di Dio agli uomini. E’ questo infatti il senso spirituale più ricorrente, suggerito dalla stessa liturgia, che nelle tre Messe celebrate oggi da ogni sacerdote offre alla nostra meditazione "la nascita eterna del Verbo nel seno degli splendori del Padre (prima Messa); l'apparizione temporale nell'umiltà della carne (seconda Messa); il ritorno finale all'ultimo giudizio (terza Messa)" (Liber Sacramentorum).
Un antico documento, il Cronografo dell'anno 354, attesta l'esistenza a Roma di questa festa al 25 dicembre, che corrisponde alla celebrazione pagana del solstizio d'inverno, "Natalis Solis Invieti", cioè la nascita del nuovo sole che, dopo la notte più lunga dell'anno, riprendeva nuovo vigore.
Celebrando in questo giorno la nascita di colui che è il Sole vero, la luce del mondo, che sorge dalla notte del paganesimo, si è voluto dare un significato del tutto nuovo a una tradizione pagana molto sentita dal popolo, poiché coincideva con le ferie di Saturno, durante le quali gli schiavi ricevevano doni dai loro padroni ed erano invitati a sedere alla stessa mensa, come liberi cittadini. Le strenne natalizie richiamano però più direttamente i doni dei pastori e dei re magi a Gesù Bambino.
In Oriente la nascita di Cristo veniva festeggiata il 6 gennaio, col nome di Epifania, che vuol dire "manifestazione"; poi anche la Chiesa orientale accolse la data del 25 dicembre, come si riscontra in Antiochia verso il 376 al tempo del Crisostomo e nel 380 a Costantinopoli, mentre in Occidente veniva introdotta la festa dell'Epifania, ultima festa del ciclo natalizio, per commemorare la rivelazione della divinità di Cristo al mondo pagano. I testi della liturgia natalizia, formulati in un'epoca di reazione alla eresia trinitaria di Arlo, sottolineano con accenti di calda poesia e con rigore teologico la divinità del Bambino nato nella grotta di Betlem, la sua regalità e onnipotenza per invitarci all'adorazione dell'insondabile mistero del Dio rivestito di carne umana, figlio della purissima Vergine Maria ("fiorito è Cristo ne la carne pura", dice Dante).
L'Incarnazione di Cristo segna la partecipazione diretta degli uomini alla vita divina. La restaurazione dell'uomo mediante la spirituale nascita di Gesù nelle anime è il tema suggerito dalla devozione e dalla pietà cristiana che, al di là delle commoventi tradizioni natalizie fiorite ai margini della liturgia, ci invita a meditare annualmente sul mistero della nostra salvezza in Cristo Signore.
(Autore: Piero Bargellini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
La storia del Natale
Il Natale (lat. natalis, derivato. da natus, nato) è il giorno celebrativo della nascita di Gesù Cristo (25 dicembre). Istituita a partire dal IV sec., la festa del Natale si caratterizza liturgicamente con la celebrazione di tre messe: ad noctem, in aurora, in die.
II ciclo natalizio comprende un periodo di dodici giorni, in cui si celebra, oltre alla Natività, la Circoncisione (1 gennaio) e il Battesimo (6 gennaio).
Un arco di tempo più ampio copre il ciclo natalizio in cui rientrano l'Annunciazione (25 marzo), l'Avvento (il periodo di quattro settimane di preparazione al Natale), la Purificazione di Maria Vergine (2 febbraio).
Acquisita come fatto storico, la nascita di Gesù Cristo rimane incerta per quanto riguarda la data.
Né i Vangeli né la Patristica dei primi secoli dicono niente a questo riguardo e originariamente la Chiesa non celebrava la nascita di Gesù.
Col passare del tempo, tuttavia, i cristiani d'Egitto cominciarono a considerare il 6 gennaio come data della natività.
L'usanza di celebrare la nascita di Gesù in quel giorno si andò diffondendo in tutto l'Oriente e risulta come data per acquisita all'inizio del IV sec.
Più o meno nella stessa epoca, la Chiesa d'Occidente, che non aveva mai riconosciuto il 6 gennaio come il giorno della natività, assunse come data celebrativa il 25 dicembre.
Essa fu successivamente adottata anche dalla Chiesa d'Oriente e la sua diffusione coincide con le lotte contro l'arianesimo.
Le considerazioni che indussero le autorità ecclesiastiche a istituire la festa di Natale il 25 dicembre furono determinate da ragioni di opportunità e di rispetto di precedenti usanze pagane.
Tali motivi furono ammessi con franchezza da uno scrittore cristiano siriaco, secondo cui i Padri decisero di spostare la celebrazione dal 6 gennaio al 25 dicembre, in quanto era un uso pagano molto diffuso quello di «celebrare lo stesso 25 dicembre la nascita del sole, al quale venivano accesi dei fuochi in segno di festa».
Anche i convertiti al Cristianesimo prendevano parte a queste feste.
I dottori della Chiesa si resero conto che gli stessi cristiani avevano una certa inclinazione per questi festeggiamenti: tennero consiglio e stabilirono che la natività dovesse essere solennizzata in quel giorno e la festa dell'Epifania il 6 gennaio.
Nel calendario giuliano il 25 dicembre, riconosciuto come il solstizio d'inverno, era celebrato come il giorno della nascita del Sole, poiché a partire da questa data i giorni cominciano ad allungarsi e la potenza del sole aumenta.
Particolarmente solenne era la celebrazione del rito della Natività in Siria e in Egitto.
I celebranti si ritiravano in appositi santuari da dove uscivano a mezzanotte, annunciando che la Vergine aveva partorito il Sole, raffigurato dagli Egizi come un bambino.
L'origine pagana della festa di Natale è implicitamente riconosciuta anche da Sant'Agostino, quando esorta i fratelli cristiani a non celebrare in quel solenne giorno, come facevano i pagani, il sole, bensì colui che aveva creato il sole.
Ma quando nasce Gesù?
Ricordiamo che in Palestina e a Gerusalemme ancora fino al V secolo era comunque l’Epifania ad essere festeggiata in memoria della nascita di Cristo.
Storici famosi come Clemente Alessandrino propendevano per il 6 gennaio, altri per il 10 gennaio o il 25 marzo. Consideriamo allora come intervallo temporale accettabile per la nascita di Cristo il periodo dal 20 dicembre al 20 marzo. E per quanto riguarda l’anno di nascita?  L’anno zero della nostra epoca fu stabilito dal monaco Dionigi il piccolo vissuto nel VI secolo: dopo laboriosi calcoli ed indagini egli si convinse che coincidesse con il 754° anno dalla fondazione di Roma.
Oggi sappiamo che Dionigi sbagliò in eccesso di almeno quattro anni. Nella lettura dei Vangeli vi sono riferimenti che ci aiutano a fissare un limite superiore ed uno inferiore alla nascita di Cristo.  
Lo storico Giuseppe Flavio racconta che Erode morì in un giorno intermedio tra un’ eclisse di Luna visibile a Gerico e la Pasqua ebraica successiva. Conti alla mano si scopre che questa eclisse avvenne nella notte tra il 13 e il 14 Marzo dell’anno 4 avanti Cristo. Allora, essendo Erode morto nella primavera del 4 a.C. ed essendo stato visitato dai Magi quando Gesù era già nato, Gesù stesso deve essere venuto alla luce come minimo quattro anni prima di quanto vuole la tradizione.
D’altra parte questa data non può essere anticipata oltre il 7 a.C., perchè questo è l’anno del censimento voluto da Augusto in conseguenza del quale - secondo l’evangelista Luca - Giuseppe e Maria, genitori di Gesù, furono costretti a tornare nella natia Betlemme.
Fu allora che Erode "mandò ad uccidere tutti i maschi che erano in Betlemme e in tutto il territorio dall’età di due anni in giù, secondo il tempo del quale s’era esattamente informato dai Magi", Matteo (2,16).

Santa Claus, il Babbo Natale americano

Santa Claus immortalato da Thomas Nast nella edizione del 3 gennaio 1863 della rivista Harper's Weekly. Nelle colonie britanniche del Nord America e, successivamente, negli Stati Uniti, i portatori di doni della tradizione olandese e di quella britannica hanno finito per identificarsi ancor più l'uno con l'altro. Ad esempio, nella Storia di New York, di Washington Irving, si trova un Sinterklaas americanizzato in Santa Claus ma privo degli attributi vescovili, rappresentato come corpulento marinaio olandese avvolto in un mantello verde e con la pipa in bocca. Il libro di Irving era una satira della comunità olandese di New York e molti caratteri del ritratto sono dovuti alla sua invenzione umoristica. A quanto pare, l'aspetto moderno di Santa Claus ha assunto la forma definitiva con la pubblicazione della poesia Una visita di San Nicola, ora più nota con il titolo La notte di Natale (The Night Before Christmas), avvenuta sul giornale Sentinel della città di Troy (stato di New York) il 23 dicembre 1823. L'autore del racconto è tradizionalmente ritenuto Clement Clarke Moore, anche se l'attribuzione è controversa. Santa Claus vi viene descritto come un signore un po' tarchiato con otto renne, che vengono nominate (per la prima volta in questa versione) con i nomi di Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donder e Blitzen.
All'inizio, Santa Claus venne rappresentato in costumi di vario colore, assumendo man mano su di sé i caratteri di Babbo Natale, ma il rosso divenne presto predominante a partire dalla sua comparsa sulle prime cartoline di auguri natalizie, nel 1885.
Uno dei primi artisti a fissare l'immagine di Santa Claus nella forma che conosciamo oggi è stato il cartoonist americano Thomas Nast, vissuto nel XIX secolo. Nel 1863 una sua immagine di Santa Claus, che si ritiene sia stata ispirata dal personaggo di Pelznickle, apparve sulla rivista Harper's Weekly. Un'altra immagine che divenne molto popolare è quella disegnata nel 1902 da L. Frank Baum, autore de Il meraviglioso mago di Oz, per il racconto La vita e le avventure di Santa Claus. Sul New York Sun del 21 settembre 1897, in risposta ad una ragazzina, Virginia, che dopo alcune brutte vicissitudini familiari aveva cominciato a dubitare dell'esistenza di Babbo Natale ed inviato così una lettera in cui chiedeva cortesemente: Esiste Babbo Natale?, l'editorialista incaricato pubblicò la seguente risposta: Sì, Virginia, Babbo Natale esiste eccome, così come esistono l'amore, la generosità, e la devozione.
Le immagini di Santa Claus si sono ulteriormente fissate nell'immaginario collettivo grazie al suo uso nelle pubblicità natalizie della Coca-Cola, realizzate da Haddon Sundblom. La popolarità di tale immagine ha fatto sì che si diffondessero varie leggende urbane che attribuivano alla Coca-Cola l'invenzione stessa di Santa Claus. È, peraltro, vero che l'immagine della Coca-Cola e quella di Santa Claus sono sempre state molto vicine poichè pur non inventandolo viene comunemente rappresentato con i colori bianco e rosso cioè come una lattina di Coca-Cola, se si esclude la campagna del 2005 che ha visto la sua sostituzione con gli orsi polari.
Un uomo vestito da Santa Claus e con una finta barba bianca raccoglie fondi per l'associazione Volunteers of America (Chicago, Illinois, 1902). DN-0001069, Chicago Daily News negatives collection, Chicago Historical Society.
L'immagine di Santa Claus come personaggio positivo si è rafforzata nel tempo grazie alla sua stretta associazione con attività caritatevoli e filantropiche, in particolare con organizzazioni quali l'Esercito della Salvezza. I volontari vestiti da Santa Claus sono diventati un elemento irrinunciabile in tutte le raccolte di fondi (fundraising) per l'aiuto alle famiglie bisognose nel periodo di Natale.
Secondo alcune tesi, la rappresentazione di Santa Claus al Polo Nord è lo specchio dell'evoluzione del comune sentire nei confronti dell'industria. In alcune immagini dell'inizio del XX secolo si vede Santa Claus che realizza personalmente a mano i giocattoli che distribuisce, in un piccolo laboratorio artigianale.
In seguito, si diffuse l'idea che i giocattoli fossero realizzati, sempre a mano e con tecniche tradizionali, da un nutrito gruppo di elfi che lavoravano per Santa Claus. Verso la fine del secolo, la realtà della produzione di massa in modo meccanico diventa più largamente accettabile per il pubblico occidentale; tale cambiamento di vedute si riflette nelle rappresentazioni più moderne della dimora di Santa Claus, spesso rese ironicamente simili a una fabbrica completamente automatizzata, in cui le più avanzate tecniche di produzione sono controllate dagli elfi e Santa Claus e Signora prendono il ruolo di manager.
Molti spot televisivi giocano su questo tema presentando la fabbrica dei giocattoli di Santa Claus in termini umoristici, con gli elfi che si rivoltano scherzosamente contro il padrone con scherzi e burle fingendo di essere operai ed impiegati frustrati. La figura di Santa Claus è sempre una viva fonte di ispirazione per scrittori ed artisti, ad esempio, appare nel racconto Roads di Seabury Quinn (1948).
Altre aggiunte rispetto alla prima versione di Santa Claus sono Rudolf, la Renna dal Naso Rosso, la renna 'in sovrannumero' immortalata in una canzone di Gene Autry, ed un diffusissimo fumetto moderno scritto dal Paul Dini, Jingle Belle, in cui l'anziano portatore di doni è un padre in difficoltà alle prese con una figlia semi-elfa, adolescente e ribelle.

Leggende di Natale

Il Natale con le sue antiche tradizioni ci ha tramandato e ci tramanda tutt'ora leggende e storie in grado di affascinare genitori e bambini. L'affascinante personaggio di babbo Natale, della Befana, la nascita di Gesù, sono tutte tematiche oggetto di tradizioni, leggende e racconti popolari di Natale, spesso legati alla natura e al ciclo della vita. Eccone alcune:
La leggenda delle Campane di Natale
I pastori si affollarono a Betlemme mentre viaggiavano per incontrare il neonato re.
Un piccolo bimbo cieco sedeva sul lato della strada maestra e, sentendo l'annuncio degli angeli, pregò i passanti di condurlo da Gesù Bambino.  Nessuno aveva tempo per lui.
Quando la folla fu passata e le strade tornarono silenziose, il bimbo udì in lontananza il lieve rintocco di una campana da bestiame. Pensò "Forse quella mucca si trova proprio nella stalla dove è nato Gesù bambino!" e seguì la campana fino alla stalla ove la mucca portò il bimbo cieco fino alla mangiatoita dove giaceva il neonato Gesù.
Leggenda dell’Agrifoglio.
Il pastorello si sveglia all'improvviso. In cielo vi è  una luce nuova: una luce mai vista a quell'ora. Il giovane pastore si spaventa, lascia l'ovile, attraversa il bosco: è nel campo aperto, sotto una bellissima volta celeste. Dall'alto giunge il canto soave degli Angeli.
- Tanta pace non può venire che di lassù - pensa il pastorello, e sorride tranquillizzato.
Le pecorine, a sua insaputa, l'hanno seguito e lo guardano stupite.
Ecco sopraggiungere molta gente e tutti, a passi affrettati, si dirigono verso una grotta.
- Dove andate? - chiede il pastorello.
- Non lo sai? - risponde, per tutti, una giovane donna. - È nato il figlio di Dio: è sceso quaggiù per aprirci le porte del Paradiso.
Il pastorello si unisce alla comitiva: anch'egli vuole vedere il Figlio di Dio. A un tratto, si sente turbato: tutti recano un dono, soltanto lui non ha nulla da portare a Gesù. Triste e sconvolto, ritorna alle sue pecore. Non ha nulla; nemmeno un fiore; che cosa si può donare quando si così poveri?
Il ragazzo non sa che il dono più gradito a Gesù è il suo piccolo cuore buono.
Ahi! Tanti spini gli pungono i piedi nudi. Allora il pastorello si ferma, guarda in terra ed esclama meravigliato: - Oh, un arbusto ancor verde!
È una pianta di agrifoglio, dalle foglie lucide e spinose.
Il coro di Angeli sembra avvicinarsi alla terra; c'è tanta festa attorno. Come si può resistere al desiderio di correre dal Santo Bambino anche se non si ha nulla da offrire?
Ebbene, il pastorello andrà alla divina capanna; un ramo d'agrifoglio sarà il suo omaggio.
Eccolo alla grotta. Si avvicina felice e confuso al bambino sorridente che sembra aspettarlo.
Ma che cosa avviene? Le gocce di sangue delle sue mani, ferite dalle spine, si trasformano in rosse palline, che si posano sui verdi rami dell'arbusto che egli ha colto per Gesù.
Al ritorno, un'altra sorpresa attende il pastorello: nel bosco, tra le lucenti foglie dell'agrifoglio, è tutto un rosseggiare di bacche vermiglie.
Da quella notte di mistero, l'agrifoglio viene offerto, in segno di augurio, alle persone care.
La leggenda del Pettirosso.
Un piccolo uccellino marrone divideva la stalla a Betlemme con la Sacra famiglia.
La notte, mentre la famiglia dormiva, notò che il fuoco si stava spegnendo.
Così volò giù verso le braci e tenne il fuoco vivo con il movimento delle ali per tutta la notte, per tenere al caldo Gesù Bambino.
Al mattino, era stato premiato con un bel petto rosso brillante come simbolo del suo amore per il neonato re.
La leggenda delle Palline di Natale
A Betlemme c'era un artista di strada molto povero che non aveva nemmeno un dono per il Bambino Gesù così egli andò da Gesù e fece ciò che sapeva fare meglio, il giocoliere, e lo fece ridere.
Questo è il perché ogni anno sull'albero di Natale appendiamo le Palline colorate - per ricordarci delle risate di Gesù Bambino.
La leggenda delle Ghirlande
Una vigilia di Natale, quando Gesù venne a benedire gli Alberi di Natale, notò che l'albero di una casa era coperto da ragnatele, tessute da strani ragni.
Quando benedisse l'albero, Gesù trasformò le ragnatele in bellissime ghirlande d'oro e d'argento.
Da allora noi le usiamo per decorare i nostri abeti a Natale.
Le leggende dell'albero di Natale N° 1
Tante sono le leggende che narrano di come l’ albero di Natale sia diventato a un certo punto il simbolo del Natale.
Storicamente, però, quella dell’ albero è una tradizione antica che risale alle popolazioni germaniche e che è stata in seguito ripresa dal cristianesimo e inglobata all’ interno delle sue usanze.
Data la rigidità dei loro inverni, le popolazioni nordiche, in particolare i Teutoni, usavano durante i solstizi invernali piantare un grosso abete ornato di ghirlande e bruciare un enorme ceppo nel camino per festeggiare il passaggio dall’ autunno all’ inverno.
Sia l’ abete che il ceppo avevano un significato simbolico: si bruciava il passato e, dal modo di ardere del legno, si cercavano di cogliere i presagi su come sarebbe stato il futuro. La cenere prodotta veniva, poi, raccolta e sparsa nei campi nella speranza di abbondanti raccolti.
I simboli odierni del Natale e delle attuali decorazioni natalizie erano già tutti presenti:
l’ abete, le scintille dei focolari trasformatesi nelle luminarie che addobbano le città, i fili d’ oro e d’ argento che rievocano i capelli degli spiriti invocati durante i riti propiziatori.
Il Cristianesimo non ha fatto altro che riprendere questi simboli e queste usanze, inglobandoli nelle sue tradizioni: l’ abete stava a indicare l’Albero della vita di cui parla la Bibbia venendo, poi, a identificare Gesù e la sua luce. Le decorazioni, invece, testimoniavano la generosità di Dio nei confronti degli uomini.
Una narra che l'abete è l'albero della Vita le cui foglie si avvizzirono ad aghi quando Eva colse il frutto proibito e non fiorì più fino alla notte in cui nacque Gesù Bambino.
Un'altra leggenda narra che Adamo portò un ramoscello dell'albero del bene e del male con lui dall'Eden. Questo ramoscello più tardi divenne l'abete che fu usato per l'albero di Natale e per la Santa Croce.
Col tempo, la tradizione di addobbare un grosso abete o un pino per Natale si estese a moltissime popolazioni europee, soprattutto nordiche, approdando, quindi, negli Stati Uniti dove divenne un vero e proprio simbolo natalizio. A metà dell’Ottocento, alcuni fabbricanti svizzeri e tedeschi cominciarono a produrre in modo artigianale prima, e industriale poi, le prime decorazioni modernamente intese, pratica questa che si diffuse in quasi tutti i Paesi Occidentali.
In Italia, l’ usanza di addobbare l’ albero per Natale fu importata alla fine del 1800 dalla regina Margherita, moglie di Umberto I, che fu la prima ad allestirne uno nelle sale del Quirinale dove la famiglia reale risiedeva.
Le leggende dell'albero di Natale N° 2
In un remoto villaggio di campagna, la Vigilia di Natale, un bambino si recò nel bosco alla ricerca di un ceppo di quercia da bruciare nel camino, come voleva la tradizione, nella notte Santa.
Si attardò più del previsto e, sopraggiunta l'oscurità, non seppe ritrovare la strada per tornare a casa. Per giunta incominciò a cadere una fitta nevicata.
Il bimbo si sentì assalire dall'angoscia e pensò a come, nei mesi precedenti, aveva atteso quel Natale, che forse non avrebbe potuto festeggiare.
Nel bosco, ormai spoglio di foglie, vide un albero ancora verdeggiante e si riparò dalla neve sotto di esso: era un abete.
Sopraggiunta una grande stanchezza, il piccolo si addormentò raggomitolandosi ai piedi del tronco e l'albero, intenerito, abbassò i suoi rami fino a far loro toccare il suolo in modo da formare come una capanna che proteggesse dalla neve e dal freddo il bambino.
La mattina si svegliò, sentì in lontananza le voci degli abitanti del villaggio che si erano messi alla sua ricerca e, uscito dal suo ricovero, poté con grande gioia riabbracciare i suoi compaesani.
Solo allora tutti si accorsero del meraviglioso spettacolo che si presentava davanti ai loro occhi: la neve caduta nella notte, posandosi sui rami frondosi, che la piana aveva piegato fino a terra. Aveva formato dei festoni, delle decorazioni e dei cristalli che, alla luce del sole che stava sorgendo, sembravano luci sfavillanti, di uno splendore incomparabile.
In ricordo di quel fatto, l'abete venne adottato a simbolo del Natale e da allora in tutte le case viene addobbato ed illuminato, quasi per riprodurre lo spettacolo che gli abitanti del piccolo villaggio videro in quel lontano giorno.
Da quello stesso giorno gli abeti nelle foreste hanno mantenuto, inoltre, la caratteristica di avere i rami pendenti verso terra.
Le leggende della Befana e Babushka N° 1
La leggenda narra di una vecchia signora (la Befana in Italia e Babushka in Russia) che si rifiutò di uscire nella notte fredda con i pastori per andare a far visita al bambino Gesù.
Al mattino, preparò un cesto di doni per il Bambinello e andò a far visita nella stalla, ma la trovò vuota.
Da quel giorno ha viaggiato per il mondo, guardando ogni bimbo in faccia per trovare Gesù Bambino.
A Natale lascia doni per ciascun bimbo buono sempre sperando che uno di loro sia Gesù.
Le leggende della Befana e Babushka N° 2
Un giorno, i Re Magi partirono carichi di doni (oro, incenso e mirra) per Gesù Bambino.
Attraversarono molti paesi guidati da una stella, e in ogni luogo in cui passavano, gli abitanti accorrevano per conoscerli e unirsi a loro.
Ci fu solamente una vecchietta che in un primo tempo voleva andare, ma all’ultimo minuto cambiò idea, rifiutandosi di seguirli.
Il giorno dopo, pentita, cercò di raggiungere i Re Magi, che però erano già troppo lontani.
Per questo la vecchina non vide Gesù Bambino, né quella volta né mai.
Da allora ella, nella notte fra il cinque e il sei Gennaio, volando su una scopa con un sacco sulle spalle, passa per le case a portare ai bambini buoni i doni che non ha dato a Gesù.
La leggenda del vischio N° 1
C'era una volta, in un paese tra i monti, un vecchio mercante. L'uomo viveva solo, non si era mai sposato e non aveva più nessun amico. Per tutta la vita era stato avido e avaro, aveva sempre anteposto il guadagno all'amicizia e ai rapporti umani. L'andamento dei suoi affari era l'unica cosa che gli importava. Di notte dormiva pochissimo, spesso si alzava e andava a contare il denaro che teneva in casa, nascosto in una cassapanca.
Per avere sempre più soldi, a volte si comportava in modo disonesto e approfittava della ingenuità di alcune persone. Ma tanto a lui non importava, perchè non andava mai oltre le apparenze.
Non voleva conoscere quelli con i quali faceva affari. Non gli interessavano le loro storie e i loro problemi. E per questo motivo nessuno gli voleva bene.
Una notte di dicembre, ormai vicino a Natale, il vecchio mercante non riusciva a dormire e dopo aver fatto i conti dei guadagni, decise di uscire a fare una passeggiata.
Cominciò a sentire delle voci e delle risate, urla gioiose di bambini e canti.
Pensò che di notte era strano sentire tanto chiasso in paese. Si incuriosì perchè non aveva ancora incontrato nessuno, nonostante voci e rumori sembrassero molto vicini.
A un certo punto cominciò a sentire qualcuno che pronunciava il suo nome, chiedeva aiuto e lo chiamava fratello. L'uomo non aveva fratelli o sorelle e si stupì.
Per tutta la notte, ascoltò le voci che raccontavano storie tristi e allegre, vicende familiari e d'amore.
Venne a sapere che alcuni vicini erano molto poveri e che sfamavano a fatica i figli; che altre persone soffrivano la solitudine oppure che non avevano mai dimenticato un amore di gioventù.
Pentito per non aver mai capito che cosa si nascondeva dietro alle persone che vedeva tutti i giorni, l'uomo cominciò a piangere.
Pianse così tanto che le sue lacrime si sparsero sul cespuglio al quale si era appoggiato.
E le lacrime non sparirono al mattino, ma continuarono a splendere come perle.
Era nato il vischio.
La leggenda del vischio N° 2
La leggenda del vischio risale da antichi riti pagani, ed in particolare da una storia; si narra che in Scandinavia vivesse la divinità Baldur, figlio di Odino e della dea Frigg e fratello di Loki. Baldur era giovane e forte e buono, per questo era amato da tutti. Suo fratello Loki era molto geloso ed invidioso dell'amore che il popolo gli dava e minacciò di ucciderlo.
Odino decise allora di allertare tutto il popolo e gli ordinò di proteggere il buon Baldur dalle ire del fratello impazzito. Loki costruì una freccia ricavandola dal vischio e con essa uccise il fratello. Quando le divinità si accorsero di quanto accaduto si disperarono e la dea Frigg iniziò a piangere sul corpo del povero Baldur.
Le lacrime della dea a contatto con il vischio si trasformarono in perle. Ancora oggi si usa appendere il vischio sulle porte delle case o sopra le arcate come auspicio di tanta fortuna!
La leggenda del Presepio
Siamo ormai alle porte dell'inverno e un pensiero assillante dominava la mente di Francesco: l'avvicinarsi della ricorrenza della nascita del Redentore. Il poverello di Cristo, nella sua innata semplicità si fece audace, e durante l'udienza pontificia, concessagli per lo scopo suddetto, umilmente chiese al Papa la licenza di poter rappresentare la natività. Infatti, dopo il viaggio in Palestina, Francesco, rimasto molto impressionato da quella visita, aveva conservato una speciale predilezione per il Natale e questo luogo di Greccio, come dichiarò lui stesso, gli ricordava emotivamente Betlemme. Tormentato dal vivo desiderio di dover celebrare quell'anno, nel miglior modo possibile, la nascita del Redentore, giunto a Fonte Colombo, mandò subito a chiamare Giovanni Velita, signore di Greccio, e così disse: "Voglio celebrare teco la notte di Natale.
Scegli una grotta dove farai costruire una mangiatoia ed ivi condurrai un bove ed un asinello, e cercherai di riprodurre, per quanto è possibile la grotta di Betlemme! Questo è il mio desiderio, perché voglio vedere, almeno una volta, con i miei occhi, la nascita del Divino infante."  Il cavaliere Velita aveva quindici giorni per preparare quanto Francesco desiderava e tutto ordinò con la massima cura ed " il giorno della letizia si avvicinò e giunse il tempo dell'esultanza!".
Da più parti, Francesco aveva convocato i frati e tutti gli abitanti di Greccio. Dai luoghi più vicini e lontani mossero verso il bosco con torce e ceri luminosi. Giunse infine il Santo di Dio, vide tutto preparato e ne godè.  Greccio fu così la nuova Betlemme!  Con somma pietà e grande devozione l'uomo di Dio se ne stava davanti al presepio, con gli occhi in lacrime e il cuore inondato di gioia.
Narra Tommaso da Celano: "Fu talmente commosso nel nominare Gesù Cristo, che le sue labbra tremavano, i suoi occhi piangevano e, per non tradire troppo la sua commozione, ogni volta che doveva nominarlo, lo chiamava il Fanciullo di Betlemme. Con la lingua si lambiva le labbra, gustando anche col palato tutta la dolcezza di quella parola e a guisa di pecora che bela dicendo Betlemme, riempiva la bocca con la voce o meglio con la dolcezza della commozione".
E narrasi ancora come vedesse realmente il bambino sulla mangiatoia, scuotersi come da un sonno tanto dolce e venirgli ad accarezzare il volto. Un cavaliere di grande virtù e degno di Fede, il signore " Giovanni da Greccio" asserì di aver visto quella notte un bellissimo bambinello dormire in quel presepio ed il Santo Padre Francesco stringerlo al petto con tutte e due le braccia.  
La narrazione della visione di questo devoto cavaliere è resa credibile non solo dalla santità di colui che la vide con i suoi occhi, ma è confermata anche dai miracoli che ne seguirono: come quello della paglia di quel presepio, che serviva per sanare in modo prodigioso le malattie degli animali ed ad allontanare le pestilenze, per la misericordia del Signore.
Così ebbe origine il tradizionale Presepio che si costruisce in tutto il mondo Cristiano, per ricordare la nascita del Redentore.
La leggenda dei sempreverdi
Nei tempi passati, al termine dell'estate, un uccellino si ferì ad un'ala, restando cosi da solo nel bel mezzo del bosco.
Non potendo più volare, restò praticamente in balia dell'inverno, che già faceva sentire i suoi primi geli.
Cosi, domandò ad un enorme faggio di potersi rifugiare tra i suoi grandi rami, sperando di poter passare l'inverno al riparo dal cattivo tempo.
Ma il faggio, altezzosamente, rifiutò all'uccellino un piccolo riparo tra le sue fronde.
Intristito, l'esserino continuò a girovagare nel bosco, trovando di lì a poco un grosso castagno e, speranzoso, ripetè la stessa domanda.
Ma anche quest'albero rifiutò all'uccellino la sua protezione.
Così, nuovamente s' incammino nell'oscurità della foresta, alla ricerca di un riparo.
Di lì a poco si sentì chiamare:
- Uccellino vieni tra i miei rami, affinché tu possa ripararti dal freddo.
Stupito, l'uccellino si voltò e vedendo che a parlare era stato un piccolo pino, saltò lestamente su uno dei suoi rami.
Subito dopo anche una pianta di ginepro offrì le sue bacche come sostentamento per il lungo inverno.
L'uccellino ringraziò più volte per tale generosità, che gli permise cosi di superare la cattiva stagione.
Dio, avendo osservato tutto, volle ricompensare la generosità del pino e del ginepro, ordinando al vento di non far cadere loro le foglie, e quindi da quel giorno furono "sempreverdi".
La leggenda di Santa Lucia
Il 13 Dicembre era ed è ancora oggi una ricorrenza molto attesa dai bambini, che aspettano ansiosi i doni della Santa.  
Anni fa la festa era preparata in modo molto suggestivo: per tre sere consecutive i bambini andavano a pregare la santa nella chiesetta di San Sebastiano, in via Romani, aperta proprio in quell’ occasione, dove c’era una statua della santa con in mano un piattino sul quale erano posti i suoi occhi. Infatti Santa Lucia, originaria di Siracusa e vissuta tra 283-304 è ricordata per il martirio sotto Diocleziano. Secondo la tradizione fu accecata e proprio per questo è considerata e festeggiata come la Santa della luce.
Avviciniamoci (si fa per dire) ai nostri giorni: fin dove arriva Santa Lucia a portare i doni?  
A nessuno sfugge che l'area, per cosi dire, di sua competenza corrisponde, per quanto riguarda l'Italia, suppergiù, all'antico territorio della Repubblica di Venezia; proprio in questa città riposano ora le spoglie di Lucia, portatevi durante la quarta crociata (quella che non giunse mai a destinazione) dal doge Enrico Dandolo, che le aveva trafugate da Costantinopoli.
A Venezia, ben presto il culto della Santa si diffuse a tal punto che essa divenne, di fatto, patrona, assieme a San Marco, della città e, quando, a causa del declino dei commerci, la Serenissima rivolse i suoi appetiti alla terraferma, il culto si estese a tutto l'entroterra veneto, arrivando fino all'Adda, confine dello "Stato da terra".  
In una società permeata, anche nelle manifestazioni della vita civile, di un forte senso di sacralità, Santa Lucia pareva giunta apposta per raccogliere su di sé istanze ed esigenze secolari; in particolare, di quelle che si manifestavano attraverso riti, devozioni e tradizioni popolari; non ultima, naturalmente, quella dello scambio augurale dei doni, rivolta soprattutto ai più piccoli.
La notte dell’attesa sembra ai bambini, interminabile ed è famoso il proverbio: “la notte di S. Lucia è la più lunga che ci sia”. Ancora oggi sono molti coloro che ricordano una graziosa filastrocca in dialetto cremonese:
Santa Lusìa, la scarpa l’è mia, la bursa l’è dal pupà: Santa Lusìa la gnaràa.
La gnaràa com trì bumbòn, caramèli e turòn.
Nella fantasia dei bambini, favorita dai racconti degli adulti, Santa Lucia arriva dal cielo, su un carretto pieno di doni, trainato da un asinello.  Perciò mettono sulle porte di case fieno e latte per l’asinello e biscotti per la Santa.
Spesso nei giorni che precedono la ricorrenza qualcuno, per rendere più suggestiva l’attesa, passa nelle strade suonando un campanello.  I bambini, preoccupati, si nascondono perché, secondo la leggenda, non possono vedere la Santa, che potrebbe gettare nei loro occhi la cenere.
La Leggenda del ” Pan De’ Toni” (ossia del Panettone)
Il Panettone, come tutti sanno, è un dolce tipico della tradizione milanese, e la sua nascita risale alla
notte dei tempi, avvolta da un fitto mistero.  Una leggenda, però, narra che alla vigilia di Natale, nella corte del Duca Ludovico il Moro, Signore di Milano, si tenne un gran pranzo.
Per quella occasione il capo della cucina aveva predisposto un dolce particolare, degno di chiudere con successo il fastoso banchetto. Accortosi che il dolce era bruciato durante la cottura, il panico colse l'intera cucina. Per rimediare alla mancanza, uno sguattero della cucina, tale Toni, propose un dolce che aveva preparato per sè, usando degli ingredienti che aveva trovato a disposizione tra gli avanzi della precedente preparazione. Il capo cuoco, non avendo altro da scegliere, decise di rischiare il tutto per tutto, servendo l'unico dolce che aveva a disposizione.
Un "pane dolce" inconsueto fu presentato agli invitati del Duca, profumato di frutta candita e burro, con una cupola ben brunita, fu accolto da fragorosi applausi e, in un istante, andò a ruba. Un coro di lodi si levò unanime e gli ospiti chiesero al padrone di conoscere il nome e l’autore di questo straordinario pane dolce. Toni si fece avanti dicendo di non avergli ancora dato nessun nome.
Il Duca allora lo battezzò con il nome del suo creatore e da quel momento tutti mangiano e festeggiano con il "pan del Toni", ossia il panettone, famoso ormai in tutto il mondo. Molte ricette tradizionali vengono associate a storie simili, ma sicuramente questa è la più bella.

La tradizione del Presepe

Quella del presepe è una tradizione tipicamente italiana affermatasi con stili e modalità di realizzazione diverse a seconda delle varie regioni. La parola presepe deriva dalla parola latina praesepium, ossia “recinto chiuso”, mangiatoia.
I primi a descrivere la Natività, così come poi venne rappresentata durante il Medioevo, furono gli evangelisti Luca e Matteo, che narrarono dell’ umile nascita di Gesù in una mangiatoia, appunto.
All’ iconografia originaria, col tempo si aggiunsero altri particolari, tutti a carattere simbolico: il bue e l’ asinello, l’ arrivo dei pastori carichi di doni da offrire al Bambinello, la stella cometa, i Re Magi…, mentre l’ influsso orientale si fece sempre più forte (la mangiatoria divenne ben presto la grotta, dove, presso le popolazioni dell’ Est, venivano ricoverati gli animali durante i mesi invernali).
La tradizione del presepe dominò, indisturbata, per tutto il Medioevo e il Rinascimento, fino a quando, intorno al 1700, vennero introdotti i primi presepi meccanici.
Nel frattempo, gli artigiani incaricati di realizzare i presepi si specializzarono, ciascuno secondo il proprio stile, divenendo dei veri artisti del genere, apprezzati e stimati ovunque.
In Italia, la tradizione di rappresentare la Natività fu introdotta e portata avanti, soprattutto, dai Maestri della Scuola Napoletana (si hanno notizie dell’ esistenza di presepi a partire dal 1025) e da quelli della Scuola Siciliana.

I Re Magi

Un' altra tradizione del Natale è costituita dal lungo cammino e dall'arrivo dei Re Magi alla nascita di Gesù.
In realtà i Re Magi non erano re, ma sacerdoti che, alla corte di Babilonia, studiavano il cielo e le stelle al fine di predire e di trarre presagi.
Secondo quanto riportato dal Vangelo apocrifo armeno i magi erano Gaspare, Melchiorre e Baldassarre.
Nel V secolo fu San Leone a decidere che i magi fossero in tre, in quanto con questo numero potevano lasciar spazio a diverse libere interpretazioni simboliche.
I magi rappresentavano le tre razze umane, la semita, la giapetica e la camitica.
Melchiorre rappresentava l'Asia, Baldassarre l'Africa e Gaspare l'Europa.
Erano inoltre il simbolo del dono portato al Signore da tre parti del mondo.
Anche le loro diverse età rappresentavano i diversi periodi della vita dell'uomo; la giovinezza, la maturità e la vecchiaia.
La "stella" che essi videro era uno di quei segni con i quali presso i pagani la divinità rendeva noti i propri disegni. Alcuni testi arabi collegano i Magi alla religione iranica e a Zoroastro "fondatore della dottrina del magismo", al quale veniva attribuita tra le altre cose anche la profezia della nascita di Cristo.
I doni portati al Signore erano un simbolo di perfezione: l'oro rappresentava la regalità, ed era un dono riservato ai re; l' incenso rappresentava la divinità, il soprannaturale; la mirra rappresentava l'umanità, l'essere uomo, era la sostanza utilizzata per cospargere i corpi prima della sepoltura.
La Stella e i re Magi
I Vangeli sono una fonte privilegiata per inquadrare con una certa precisione la "stella" che videro i Magi.
Dal Vangelo di Matteo ci proviene un’utile informazione: il fenomeno astronomico osservato dai Magi fu si importante ma non certo eclatante, ossia perfettamente evidente a chiunque.
In caso contrario anche Erode ne sarebbe stato a conoscenza e non avrebbe dovuto chiederne informazioni dettagliate.
Da perfetti conoscitori della volta celeste quali erano, i Magi sicuramente si resero conto che ciò che videro, nel loro lungo viaggio da Babilonia a Betlemme, era qualcosa di importante per la propria esperienza di studiosi del cielo, anche se poi, a livello popolare, poteva passare del tutto inosservato.
Ecco dunque perchè furono i Magi a vedere "la stella" e non altri: solo loro erano in grado, come esperti osservatori delle stelle, di apprezzarne la particolarità.
I padri della chiesa del IV secolo attribuirono alla "stella" dei magi caratteristiche miracolose, per cercare di togliere ad essa ogni carattere di premonizione astrologica.
San Basilio faceva osservare che la stella in se non era né un pianeta, né una cometa o altro: era qualcosa di straordinario, per esempio nel suo movimento diverso da quello degli astri conosciuti, e non poteva certo essere identificata con una stella da cui trarre un oroscopo.

Personaggi natalizi tradizionali

Juleman
Lo Juleman è il Babbo Natale scandinavo (chiamato in Svezia Jul Tomte). Anzi, per precisare è il "piccolo uomo di Natale". In origine questo personaggio era un folletto a cui venivano lasciati dei regali davanti alla porta perchè proteggesse la casa.
Christkindel
Christkindel in italiano significa Gesù bambino. In alcune zone della Germania, dell' Austria e della Svizzera è lui che porta i regali. Il Bambino Gesù si immagina che abbia circa 10 anni e che sia tutto vestito di bianco con un velo in testa. Sul capo ha poi una corona d'oro. Lo accompagna un altro personaggio che si chiama Hans Trapp (il castigamatti) che porta una gerla colma di giocattoli per i bambini che sono stati bravi e in mano tiene un fascio di ramoscelli per castigare i bambini che sono stati disubbidienti.
I Krampus
I Krampus sono degli strani personaggi molto inquietanti. I loro volti sono coperti da maschere grottesche e paurose; i loro vestiti, tipici dei contadini, sono laceri e consunti. Suoni striduli e potenti ottenuti da strumenti rudimentali come campanacci e corna di mucca li accompagnano nel percorso che li porta di maso in maso, in cerca di offerte in cambio di buoni auspici per l'anno che sta per arrivare. L'origine di questa usanza, mantenuta con orgoglio in molti comuni dell'alto Adige, si perde nella notte dei tempi. Di certo si sa che è legata ai festeggiamenti del solstizio invernale. Qualche curiosità a proposito dei Krampus: a mascherarsi - anche in abiti femminili - sono solo gli uomini. La maschera che indossano non deve mai essere tolta in pubblico e gli spettatori non devono cercare di toglierla pena il disonore per lo smascherato.
Santa Lucia
Una leggenda racconta che un giovane si innamorò di Lucia e in particolare dei suoi occhi. Lei rifiutò il suo amore ma in cambio gli diede i suoi occhi. Allora accade un miracolo: Lucia riebbe di nuovo gli occhi, ma questa volta ancora più belli. Il giovane le chiese nuovamente di darle gli occhi, ma lei questa volta si rifiutò e allora il giovane la uccise infilandole un coltello nel cuore. Santa Lucia viene festeggiata nei paesi scandinavi il 13 dicembre.
San Martino
La leggenda racconta che San Martino, mentre era in cammino perse l' asino e che alcuni bambini con la loro lanterna lo ritrovarono. Per ricompensarli San Martino trasformò in dolci lo sterco del suo asino. San Martino viene festeggiato soprattutto nel Nord della Francia, in alcune zone della Germania, del Belgio e dell' Olanda. Per la sua ricorrenza, l' 11 novembre, i bambini di queste nazioni fabbricano delle lanterne e  vanno alla ricerca di San Martino e del suo asino.
San Nicola
Nicola era un vescovo ed è famoso soprattutto per i miracoli che ha fatto in favore dei bambini. La leggenda dice che per sfamare i bambini di una città, fece caricare su una barca del grano, della frutta e della verdura e che poi salpò alla volta di questa città. Una volta arrivato bussò alle porte delle case dove abitavano i bambini poveri e lasciò in dono il cibo. Da allora San Nicola ritorna ogni anno sulla Terra per lasciare un dono ai bambini.
Babbo Natale
Il personaggio che ha ispirato Babbo Natale è San Nicola, un santo della tradizione europea. Quando poi gli immigrati tedeschi e olandesi andarono in America portarono con loro anche il ricordo di San Nicola e la tradizione che il santo distribuiva i regali durante la notte di Natale. In America il nome passò da Nikolaus a Santa Claus. Durante gli anni l'aspetto di Babbo Natale cambiò e dai primi dell' 800 questo personaggio venne ripreso anche da alcuni scrittori che aggiunsero a Santa Claus anche una slitta trainata da renne. Nel 1860 un caricaturista americano Thomas Nast ridisegnò Babbo Natale dandogli quello che pressa poco è il suo aspetto attuale, lo vestì cioè con un mantello rosso bordato di pelliccia bianca e con una grossa cintura nera e indicò quella che tutti credono sia la sua residenza ufficiale: il Polo Nord. Ma l' aspetto attuale deriva da una pubblicità della Coca Cola che prese questo personaggio e lo fece diventare lo sponsor di questa bevanda nel lontano 1931, rendendolo così famoso in tutto il mondo.
Julenissen, il folletto di Natale
Julenissen - il folletto di Natale - è un uomo piccolino e molto vecchio con una barba lunga. E' vestito con giacca e pantaloni grigi, porta calze rosse, scarpe di legno nere e un capello rosso a punta. Si trova in tutte le case, specialmente nelle fattorie, abita in soffitta dal tempo dei bis-bisnonni.  Ě forte 7 volte l'uomo, sa tutto del posto dove vive, parla con gli animali, per esempio racconta storie con sole e erba fresca alla mucca che ha difficoltà a partorire per alleviarle i dolori. La notte di Natale deve avere la sua scodellona di riso col burro. La scodella si lascia in soffitta o nella stalla. Se non ha il suo riso, diventa dispettoso e comincia a prendere in giro e tutto l'anno farà sparire le cose e farà accadere strane cose...
Ě lo Julenisse che porta i regali ai bambini la sera di Natale. Si trova in tutte le case, specialmente nelle fattorie, abita in soffitta dal tempo dei bis-bisnonni.  Ě forte 7 volte l'uomo, sa tutto del posto dove vive, parla con gli animali, per esempio racconta storie con sole e erba fresca alla mucca che ha difficoltà a partorire per alleviarle i dolori. La notte di Natale deve avere la sua scodellona di riso col burro. La scodella si lascia in soffitta o nella stalla. Se non ha il suo riso, diventa dispettoso e comincia a prendere in giro e tutto l'anno farà sparire le cose e farà accadere strane cose... Ě lo Julenisse che porta i regali ai bambini la sera di Natale.
La renna Daisy
In un piccolo paese nel nord del Canada , chiamato Playsville vivevano pochi abitanti , l'inverno era cosi gelido, che quasi tutte le persone erano emigrate e le poche rimaste non avevano vita facile. Vivevano con i pochi soldi che avevano guadagnato d'estate tagliando la legna nel bosco. I bambini, d'inverno, non andavano a scuola. La neve cadeva per giorni e giorni e quando si avvicinava il Natale tutto era triste. I più isolati era la famiglia di Ben. Il suo papà faceva il boscaiolo e loro vivevano proprio nel bosco a due chilometri da Playsville. Ben aveva un compagno, una renna, che suo padre aveva portato ferita a casa. Era rimasta con loro anche se era libera di ritornare con il suo branco. Daisy, come l'avevano chiamata rimaneva a casa di Ben, ed era felice. Mancava pochi giorni al Natale e Ben sapeva che anche se avevano pochi soldi , lui era fortunato: suo padre sapeva lavorare bene la legna e ogni Natale gli faceva stupendi giocattoli di legno. Finalmente arrivò Natale: l'albero era addobbato. Ben aveva salutato la sua amica Daisy e messo le sue scarpe sotto l'albero prima di andare a dormire. Nel silenzio della notte si sentì un grande fracasso che svegliò tutta la famiglia. Il papà di Ben uscì di casa e Ben lo seguì. Non ci credevano, davanti a loro c'era Babbo Natale con la sua slitta. Ben e suo padre rimasero per un attimo senza parole, " ma sei proprio tu Babbo Natale? " chiese Ben. "Si piccolo Ben, una delle mie renne si è ferita ad una zampa e non è in grado di continuare a volare per questa notte. Non riuscirò mai a portare tutti giocattoli per questo Natale". La mamma di Ben invitò Babbo Natale a entrare in casa per riscaldarsi. "Papà perché non prestiamo Daisy a Babbo Natale?" chiese Ben," ma Daisy non sa volare" rispose il padre. Babbo Natale che aveva sentito il discorso chiese: "quale renna?", il papà di Ben gli raccontò di Daisy. "Prestami Daisy, te la riporterò quando avrò finito. Pensa a tutti i bambini che mi aspettano" disse Babbo Natale. "Ma Daisy non sa volare" "Non ti preoccupare, una volta insieme alle altre, Daisy saprà volare". Babbo Natale lasciò lì la renna ferita e se ne andò a finire il suo giro . Qualche giorno dopo Natale , Babbo Natale venne a riprendere la sua renna e riportò Daisy a casa. Quando vide i giocattoli di legno fatti dal padre di Ben gli chiese si era disposto a costruire i giocattoli di legno per ogni Natale. Il papà di Ben ne fu onorato e accettò. Il lavoro era tanto e cosi ci fu lavoro per tutti gli abitanti di Playsville che ormai lavorano tutto l' anno per Babbo Natale. Ora regna la felicità. La renna Daisy vive sempre a casa di Ben e qualche volta Babbo Natale la viene a prendere per la notte di Natale. Ben è cresciuto e adesso costruisce giocattoli di legno e racconta ai bambini del paese la storia d'una notte di Natale e della renna Daisy.
L'Orsetto Christmas
Jona era un bambino che non aveva né fratelli nè sorelle e si sentiva solo. I sue genitori erano brave persone, non gli facevano mancare niente però lavoravano tutti due e spesso Jona si ritrovava solo a casa aspettando il loro ritorno. Gli amici non gli mancavano, ogni giorno si ritrovano dopo la scuola per la solita partita di pallone, ma una volta a casa spesso si annoiava. Un giorno suo zio gli regalò un orsetto. Mancava poco tempo a Natale per questo Jona  chiamo l'orso Chritsmas. Quello che Jona non sapeva è che Christmas era un orso magico. Christmas era un orsetto bruno con un buffo papillon marrone. La sera Jona mise l'orso ai piedi del letto e si coricò, la sua mamma venne, come al solito, a salutarlo e spegnere la luce. Mentre Jona  stava per addormentarsi sentì un piccola voce. " Ehi tu!  mi sembra che ti chiami Jona … perché dormi nel letto e io fuori ?". Jona si spaventò e chiamò subito i sue genitori. "c'è qualcuno nella mia stanza, ho sentito una voce "
"Jona", replicò la mamma "non fare storie, nella tua stanza non ce nessuno, è solo la tua immaginazione, lascio la luce accesa in corridoio se ti senti più tranquillo".
Jona era sicuro di avere sentito una voce, poi, vinto dalla stanchezza, si addormentò. La mattina, appena sveglio, Jona salutò l'orsetto " ciao Christmas," "ciao Jona". Mentre Jona stava per uscire della stanza si girò di scatto , "ma tu parli! sei stato tu!!" "Ah finalmente te ne sei accorto". Jona era un po' spaventato però molto incuriosito. La mamma di Jona lo stava chiamando per la colazione, "Jona sbrigati o farai tardi a scuola". Jona non aveva voglia di andare a scuola voleva restare con il suo amico. "Ciao Christmas ci vediamo più tardi, non parlare con la mamma o la spaventerai". "Va bene ci vediamo dopo". Quando fini la scuola Jona non si fermò a giocare con gli amici, ma corse a casa in tutta fretta e salì subito nella sua stanza. Jona non sapeva da dove iniziare era impensabile un orso di Peluche che parla. " Ehi Jona, hai perso la lingua per caso?, perché non parli ?" "Io non so cosa dire, oltre a parlare cosa sai fare ? da dove vieni?." farfugliò Jona. "So soltanto parlare e diventeremo buoni amici se tu lo vuoi, ma nessuno deve sapere che so parlare o la magia sparirà. Poi quando tu sarai grande la magia sparirà. Ti ricordi della volta che hai chiesto un cane ai tue genitori e loro si sono rifiutati di comprartelo perché non avete un giardino e sei rimasto molto deluso? La fata del paese della magia ha deciso di mandarmi qui. Io, e altri miei compagni, siamo orsi speciali, sappiamo parlare, siamo il compagno segreto di voi bambini che vi sentite un po' soli". Jona gli fece così tante domande che non vide neanche passare il tempo. Anche gli anni sono passati, Jona ormai  è cresciuto e il suo amico segreto fa sempre parte della sua vita, non parla più. Quante cose hanno diviso insieme e  adesso Christmas è diventato l'orsetto di suo figlio.
L'albero di Natale
L'albero di Natale è una tradizione antica che viene fatta risalire agli antichi popoli germanici, in particolare i Teutoni, che a partire dal solstizio invernale (i giorni più corti dell'anno) nei loro riti pagani festeggiavano il passaggio dall'autunno all'inverno piantando davanti alle case un abete ornato di ghirlande e bruciando un enorme ceppo nei camini.  
Questo ceppo veniva scelto tra i migliori, preferibilmente di quercia (legno propiziatorio che simboleggia la forza e la solidità), ed era bruciato nelle case davanti alla famiglia al completo per 12 giorni consecutivi.
Dal modo di ardere del legno venivano tratti presagi su come sarebbe stato l'anno successivo.
Simbolicamente si bruciava il passato, e si coglievano i segni del prossimo futuro: le scintille che salivano nella cappa simboleggiavano il ritorno dei giorni lunghi, la cenere veniva raccolta e sparsa nei campi per sperare in abbondanti raccolti.
Forse non tutti sanno che…
L'Albero di Natale più grande del mondo si trova a Gubbio (PG) e viene allestito ogni anno il 7 dicembre sulle pendici del Monte Igino.
Fino al 10 gennaio, infatti, dalle ultime case di pietra del centro storico fino alla Basilica di Sant'Ubaldo, patrono della città, risplenderà la stella cometa luminosa che completa gli addobbi dell'albero stesso.
Così si legge sull'edizione del 1991 del libro dei Guiness dei primati:
"A Gubbio (Perugia) durante il periodo natalizio viene allestita una decorazione luminosa a forma di albero di Natale composta da 500 fari collegati per mezzo di dodicimila metri di cavo, che riveste un versante del Monte Ingino da circa 500 a 900 metri di altitudine".
Nel frattempo le sorgenti luminose sono diventate circa 800. L’albero, visibile fin dai monti di Umbertide e dalle colline di Perugia, è disegnato con neon di intensa luminosità e di molti colori: quelli verdi ne delineano la sagoma.

La vera storia della Befana
La Befana, (termine che è corruzione di Epifania, cioè manifestazione) è nell’ immaginario collettivo un mitico personaggio con l’ aspetto da vecchia che porta doni ai bambini buoni la notte tra il 5 e il 6 gennaio.
La sua origine si perde nella notte dei tempi, discende da tradizioni magiche precristiane e, nella cultura popolare, si fonde con elementi folcloristici e cristiani: la Befana porta i doni in ricordo di quelli offerti a Gesù Bambino dai Magi.  
L’ iconografia è fissa: un gonnellone scuro ed ampio, un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzoletto o un cappellaccio in testa, un paio di ciabatte consunte, il tutto vivacizzato da numerose toppe colorate.
Si rifà al suo aspetto la filastrocca (la Befanata) che viene recitata in suo onore:
La Befana vien di notte
con le scarpe tutte rotte
col cappello alla romana...
Viva viva la befana!
Nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, a cavalcioni di una scopa, sotto il peso di un sacco stracolmo di giocattoli, cioccolatini e caramelle (sul cui fondo non manca mai anche una buona dose di cenere e carbone), passa sopra i tetti e calandosi dai camini riempie le calze lasciate appese dai bambini.
Questi, da parte loro, preparano per la buona vecchia, in un piatto, un mandarino o un’arancia e un bicchiere di vino.
Il mattino successivo insieme ai regali troveranno il pasto consumato e l’impronta della mano della Befana sulla cenere sparsa nel piatto.

La storia del Natale
Il Natale (lat. natalis, derivato. da natus, nato) è il giorno celebrativo della nascita di Gesù Cristo (25 dicembre). Istituita a partire dal IV sec., la festa del Natale si caratterizza liturgicamente con la celebrazione di tre messe: ad noctem, in aurora, in die.
II ciclo natalizio comprende un periodo di dodici giorni, in cui si celebra, oltre alla Natività, la Circoncisione (1 gennaio) e il Battesimo (6 gennaio).
Un arco di tempo più ampio copre il ciclo natalizio in cui rientrano l'Annunciazione (25 marzo), l'Avvento (il periodo di quattro settimane di preparazione al Natale), la Purificazione di Maria Vergine (2 febbraio). Acquisita come fatto storico, la nascita di Gesù Cristo rimane incerta per
quanto riguarda la data. Né i Vangeli né la Patristica dei primi secoli dicono niente a questo riguardo e originariamente la Chiesa non celebrava la nascita di Gesù.
Col passare del tempo, tuttavia, i cristiani d'Egitto cominciarono a considerare il 6 gennaio come data della natività. L'usanza di celebrare la nascita di Gesù in quel giorno si andò diffondendo in tutto l'Oriente e risulta come data per acquisita all'inizio del IV sec.
Più o meno nella stessa epoca, la Chiesa d'Occidente, che non aveva mai riconosciuto il 6 gennaio come il giorno della natività, assunse come data celebrativa il 25 dicembre.
Essa fu successivamente adottata anche dalla Chiesa d'Oriente e la sua diffusione coincide con le lotte contro l'arianesimo. Le considerazioni che indussero le autorità ecclesiastiche a istituire la festa di Natale il 25 dicembre furono determinate da ragioni di opportunità e di rispetto di precedenti usanze pagane.
Tali motivi furono ammessi con franchezza da uno scrittore cristiano siriaco, secondo cui i Padri decisero di spostare la celebrazione dal 6 gennaio al 25 dicembre, in quanto era un uso pagano molto diffuso quello di «celebrare lo stesso 25 dicembre la nascita del sole, al quale venivano accesi dei fuochi in segno di festa». Anche i convertiti al Cristianesimo prendevano parte a queste feste.
I dottori della Chiesa si resero conto che gli stessi cristiani avevano una certa inclinazione per questi festeggiamenti: tennero consiglio e stabilirono che la natività dovesse essere solennizzata in quel giorno e la festa dell'Epifania il 6 gennaio.
Nel calendario giuliano il 25 dicembre, riconosciuto come il solstizio d'inverno, era celebrato come il giorno della nascita del Sole, poiché a partire da questa data i giorni cominciano ad allungarsi e la potenza del sole aumenta. Particolarmente solenne era la celebrazione del rito della Natività in Siria e in Egitto. I celebranti si ritiravano in appositi santuari da dove uscivano a mezzanotte, annunciando che la Vergine aveva partorito il Sole, raffigurato dagli Egizi come un bambino.
L'origine pagana della festa di Natale è implicitamente riconosciuta anche da Sant'Agostino, quando esorta i fratelli cristiani a non celebrare in quel solenne giorno, come facevano i pagani, il sole, bensì colui che aveva creato il sole.
Ma quando nasce Gesù?
Ricordiamo che in Palestina e a Gerusalemme ancora fino al V secolo era comunque l’Epifania ad essere festeggiata in memoria della nascita di Cristo.
Storici famosi come Clemente Alessandrino propendevano per il 6 gennaio, altri per il 10 gennaio o il 25 marzo. Consideriamo allora come intervallo temporale accettabile per la nascita di Cristo il periodo dal 20 dicembre al 20 marzo. E per quanto riguarda l’anno di nascita? L’anno zero della nostra epoca fu stabilito dal monaco Dionigi il piccolo vissuto nel VI secolo: dopo laboriosi calcoli ed indagini egli si convinse che coincidesse con il 754° anno dalla fondazione di Roma.
Oggi sappiamo che Dionigi sbagliò in eccesso di almeno quattro anni. Nella lettura dei Vangeli vi sono riferimenti che ci aiutano a fissare un limite superiore ed uno inferiore alla nascita di Cristo.
Lo storico Giuseppe Flavio racconta che Erode morì in un giorno intermedio tra un’ eclisse di Luna visibile a Gerico e la Pasqua ebraica successiva. Conti alla mano si scopre che questa eclisse avvenne nella notte tra il 13 e il 14 Marzo dell’anno 4 avanti Cristo. Allora, essendo Erode morto nella primavera del 4 a.C. ed essendo stato visitato dai Magi quando Gesù era già nato, Gesù stesso deve essere venuto alla luce come minimo quattro anni prima di quanto vuole la tradizione.
D’altra parte questa data non può essere anticipata oltre il 7 a.C., perchè questo è l’anno del censimento voluto da Augusto in conseguenza del quale - secondo l’evangelista Luca - Giuseppe e Maria, genitori di Gesù, furono costretti a tornare nella natia Betlemme.
Fu allora che Erode "mandò ad uccidere tutti i maschi che erano in Betlemme e in tutto il territorio dall’età di due anni in giù, secondo il tempo del quale s’era esattamente informato dai Magi", Matteo (2,16).
“Niente trucco stasera...”
Natale, mica anche quest'anno nasce Gesù? Vediamo...
La famiglia che Dio ha scelto per donare al mondo Suo Figlio è una famiglia che ha abbandonato un luogo dove era conosciuta, sicura, tutelata, per recarsi in un luogo dove aveva poche sicurezze...
Aveva un mondo esterno non certamente accogliente... Iniziamo male ma, anche questa, è una scelta di Dio. Nessuna sicurezza, neppure un luogo idoneo per partorire Dio che subito si schiera, che si manifesta come Lui vuole. Per il Figlio unigenito di Dio non c'è una reggia ma un luogo da clochard!
Sapete, la verità è che questa scelta di Dio dopo più di duemila anni risulta ancora umanamente inaccettabile. Sì, a tutti quanti fa piacere, sinceramente piacere, vedere il presepio con una casetta il bue e l'asinello, i pastori e la stella e la farina per la neve e l'acqua che scorre in una inverosimile fontana a getto continuo e dentro la stalla una famiglia povera, nullatenente, senza fissa dimora...
e si intristisce il nostro cuore, ritorniamo tutti bambini..., non è vero? Ah, la magia del Natale. Sai che pensavo?
Quanto è amara per Cristo e per i tanti "poveri Cristi" che affollano le nostre città questa nostra magia del Natale; Quanto è amara questa nostra "romantica trasmissione della fede" rispetto ai tuguri veri dell'umanità; quelli dove ancora oggi Cristo sceglie per venire al mondo.
No, non sono arrabbiato con i presepi; non è con i presepi che ci perdiamo e, in verità, non è neppure con i presepi che ci ritroviamo cristiani...
Sono i nostri simboli cristiani, sono importanti se rimangono dei simboli e aiutano a riappropriarci delle realtà che rappresentano.
Sai che mi viene in mente? Che quando scruto un presepe penso alle famiglie, anche alle nostre famiglie. Mi chiedo se le nostre famiglie hanno conservato almeno un aspetto di quella famiglia di Dio a cui l'umanità del tempo aveva assegnato semplicemente una catapecchia di una borgata sconosciuta di nome Betlemme di Efrata.
Già, il presepe potrebbe portarci a confrontarci con la famiglia di Gesù.
Che cosa ne abbiamo fatto della cellula più importante della società?
Il luogo della donazione reciproca?
Il luogo della trasmissione della Fede?
Il luogo del dialogo?
Il luogo dell'accoglienza con il prossimo debole?
Il luogo dell'incontro con Dio?
Il luogo dell'accettazione della sofferenza?
Il luogo del perdono?
Il luogo dell'Amore di Dio verso tutta l'umanità?
Già, questo è quanto un pur piccolo e semplice presepe vorrebbe insegnarci...
Come sono lontane le nostre famiglie cristiane da quella di Nazareth.
É il momento per fermarci a riflettere?
Come abbiamo cercato di migliorare le nostre esistenze?
Come sono ridotte le nostre famiglie?
Strumento di un sistema di consumismo?
Un albergo a ore?
Un campo di concentramento?
Un covo di vipere?
Una recita di un interno familiare stile "casa Cupiello"?
Una camera a gas del marito nei confronti della moglie e viceversa?
Il luogo dove l'Ego strafottente muove i primi passi per poi realizzarsi in una società?
Magari le nostre abitazioni strutturalmente non sono dei tuguri ma potrebbero esserlo a livello umano e spirituale. Abbiamo, diciamoci la verità, materialmente tutto.
Ma ci scontriamo con una apparentemente assurda infelicità.
Diamo la colpa alla società, al mondo "esterno" dimenticando che la società è una grande famiglia formata da tante piccole famiglie.
E se i nostri giovani sono bulli non lo sono solo per un mondo "esterno" malato;
E se i nostri giovani non sanno neppure lontanamente come la sessualità sia qualcosa di Santo, la colpa non è del mondo esterno;
E se per televisione ci sono tante trasmissioni da tracollo cerebrale, la colpa non è solo del mondo esterno;
E se la vita non vale niente, quando questa diventa una sofferenza quotidiana, la colpa non è del mondo esterno;
E se oggi degli esseri umani vengono ridotti, anche nelle nostre città ,in stato di schiavitù, la colpa non è del mondo esterno;
E se oggi c'è un essere umano che muore in una delle tante silenziose guerre ammazzato da un fucile "made in Italy" la colpa non è solo del mondo esterno;
E se oggi c'è un essere umano in qualsiasi luogo di questo mondo che muore perché non ha un tozzo di pane, la colpa non è solo del mondo esterno;
E se oggi ci sono degli esseri umani che vendono il proprio corpo sul ciglio di una statale, la colpa non è solo del mondo esterno;
E se nel periodo di Natale le rapine aumentano in maniera esponenziale, la colpa non è solo del mondo esterno;
E se i matrimoni sono i luoghi di una bella recita quotidiana dove l'amore è morto e stramorto, la colpa non è solo del mondo esterno;
E se anche molte nostre Chiese si sono svuotate, la colpa non è solo del mondo esterno;
E se una vita umana vale niente la colpa non è solo del mondo esterno;
E se anche un altro centinaio di altre cose negative possiamo trovare, la colpa non è solo del mondo esterno. E' che abbiamo dimenticato semplicemente e spudoratamente Dio, magari relegandolo in un presepe. Caro Michele, caro fratello, è appena il caso di rimetterci davanti ad un presepe e pensare concretamente a dove dobbiamo andare a mettere le mani
nella nostra vita;
a dove Cristo vuole entrare concretamente in noi oggi... Ognuno di noi ha un vissuto da cui sta scappando a gambe levate perché troppo scomodo, una situazione di vita velata di amarezza o carica di
sofferenza...
Bè, forse quello è il nostro "tugurio" dove c'è Cristo che ti chiede di nascere;
il posto più accogliente che noi possiamo offrire quest'anno a Gesù.
Da quella situazione di vita può venire la Luce che illumina non solo te ma anche tanta gente che incontrerai nelle pagine della tua vita.
Sai, è anche la nostra missione...
Quanto è banale terminare questo mio commento facendo gli auguri ma sento di doverlo fare;
perdonatemi. Che Cristo possa nascere nel cuore dei miei amici carcerati e nel cuore degli uomini che li custodiscono;
Che Cristo possa nascere nel cuore dei miei amici malati terminali e nelle loro famiglie;
Che Cristo possa nascere nei cuori disperati dei miei amici malati di depressione;
Che Cristo possa nascere nei cuori solitari dei miei amici abbandonati dai loro coniugi;
Che Cristo possa nascere nei cuori feriti dei miei amici che subiscono maltrattamenti in famiglia;
Che Cristo possa nascere nel cuore dei sacerdote che si fanno carico anche di trovare una casa a chi sta in mezzo alla strada; che Cristo possa nascere nei cuori di tutti quelli che hanno una data fissata di condanna a morte.
Il raccontino è vecchio, già proposto in passato ma ho l'impressione che vada ancora bene....:
Un fabbro apprendista, stanco di stare alle dipendenze di altri, un giorno volle mettersi in proprio e aprì bottega per conto suo. Comprò un mantice, un'incudine, un martello e si mise a lavorare.
Ma invano. La fucina restava spenta e non dava segni di luce. Un vecchio fabbro, allora, a cui il giovane chiese consiglio, gli disse: hai tutto quello che ti occorre, fuorché la SCINTILLA!
La mia e la tua scintilla: L'Amore di Gesù.
Vi giunga un saluto dal tugurio dove ho accolto Gesù (il mio cuore), vostro servo inutile, don Michele Cuttano.

Devozioni a Gesù Bambino

San Francesco d’Assisi è universalmente considerato l’inventore del presepe, la cui costruzione in questi giorni rappresenta per molti un vero e proprio atto di devozione. La prima volta si trattò di una sacra rappresentazione vivente, allestita il 25 dicembre 1223 nel bosco di Greccio. Nei secoli successivi si è sempre più diffusa la realizzazione di scene del Vangelo, con statue di terracotta o sculture di legno, collocate nelle chiese o nelle abitazioni dinanzi a un fondale dipinto raffigurante la Grotta di Betlemme e il paesaggio palestinese. Per concessione di Papa Pio VII, dagli inizi dell’Ottocento sono dotate di indulgenza plenaria le Litanie del Bambino Gesù, alle cui invocazioni si risponde: «Abbi pietà di noi». A una rivelazione che padre Cirillo della Madre di Dio ricevette nel Seicento dalla Madonna risale invece una speciale preghiera. Il testo dice fra l’altro: «O Bambino Gesù, ricorro a te e ti prego che, per l’intercessione della tua santa Madre, tu voglia assistermi in questa mia particolare necessità, poiché credo fermamente che la tua divinità mi può soccorrere. Pargoletto onnipotente, Signore Gesù, assistimi in questa circostanza particolare e donami la grazia di possederti eternamente con Maria e Giuseppe, e di adorarti con gli angeli e i santi nella luce del Cielo». Anche la venerabile Margherita del santissimo Sacramento, una monaca francese vissuta nel Seicento, pregava molto Gesù Bambino. Un giorno, il Bambinello le apparve in visione e la esortò a diffondere tra i fedeli la devozione della Coroncina, promettendole che egli avrebbe accordato «grazie specialissime d’innocenza e di purezza a coloro che porteranno questo piccolo rosario e con devozione lo reciteranno in ricordo dei Misteri della mia santa infanzia». La preghiera contempla in particolare i primi dodici anni della vita di Gesù e utilizza come invocazione il versetto «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi».


*Natività di San Giovanni Battista - Precursore del Signore (24 Giugno)
Ain Karem, Giudea – † Macheronte? Transgiordania, I secolo

Giovanni Battista è l'unico santo, oltre la Madre del Signore, del quale si celebra con la nascita al cielo anche la nascita secondo la carne. Fu il più grande fra i profeti perché poté additare l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. La sua vocazione profetica fin dal grembo materno è circondata di eventi straordinari, pieni di gioia messianica, che preparano la nascita di Gesù. Giovanni è il Precursore del Cristo con la parole con la vita. Il battesimo di penitenza che accompagna l'annunzio degli ultimi tempi è figura del Battesimo secondo lo Spirito. La data della festa, tre mesi dopo l'annunciazione e sei prima del Natale, risponde alle indicazioni di Luca. (Mess. Rom.)
Patronato: Monaci
Emblema: Agnello, ascia
Martirologio Romano: Solennità della Natività di San Giovanni Battista, precursore del Signore: già nel grembo della madre, ricolma di Spirito Santo, esultò di gioia alla venuta dell’umana salvezza; la sua stessa nascita fu profezia di Cristo Signore; in lui tanta grazia rifulse, che il Signore stesso disse a suo riguardo che nessuno dei nati da donna era più grande di Giovanni Battista.
Il 24 giugno si festeggia il cosiddetto "Natale estivo". La Chiesa celebra la festa di tre natività soltanto: quella di Cristo, quella della Madonna e quella del Precursore. Per gli altri Santi, infatti, si festeggia non la loro nascita nella carne, bensì la loro entrata nel Cielo.
San Giovanni Battista occupa quindi senz’altro una posizione eminente nella schiera dei Santi. Secondo la Tradizione è in Paradiso il più alto dopo la Madonna (certo, dobbiamo anche riservare il posto di San Giuseppe!), perché assomiglia di più a Nostro Signore, e perché, anche se non fu preservato come Maria Santissima dal peccato originale, fu purificato e consacrato nel grembo di sua madre Elisabetta nel giorno della Visitazione.
È difficile pronunciare il panegirico di San Giovanni Battista. Cosa possiamo aggiungere di più dopo che Nostro Signore stesso l’ha lodato, dicendo che: "Fra i nati da donna non vi è alcuno più grande di Giovanni"?
Mi accontenterò di tre sguardi, tre "istantanee" su Giovanni Battista: contempliamo l’austerità del Profeta nel deserto; la fortezza del Testimone della luce; l’umiltà del Precursore che si scansa davanti a Colui che annuncia.
Primo sguardo: il deserto, l’ascetismo
«Che cosa siete andati a vedere nel deserto?» chiedeva Gesù parlando del Battista. «Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che portano vesti sontuose e vivono nel lusso stanno nei palazzi dei re» (Lc 7,24).
Ecco il primo aspetto della personalità di San Giovanni Battista, quello che ci fa maggiormente impressione: Giovanni nel deserto, l’aria scontrosa, vestito di pelle di cammello, cibandosi di cavallette e di miele selvatico come un orso (cf. Mc 1,6). Che personaggio strabiliante!
Quello che stupisce prima di tutto del più grande di tutti i Profeti è l’austerità della sua vita, il suo amore alla solitudine e il suo spirito di preghiera. A noi che siamo prigionieri della nostra comodità e che ci perdiamo nelle cose vane, San Giovanni Battista viene a ricordare il ruolo del silenzio, del distacco e della mortificazione per ogni anima che vuole darsi a Dio. San Giovanni Crisostomo, quando descrive la vita del Battista, si meraviglia dolorosamente: «Se un uomo di tale santità ha vissuto una vita così austera, come, noi, che crolliamo sotto il peccato, non faremmo la più piccola penitenza?». Che lezione per noi! Il primo predicatore del Vangelo, il più grande testimone della verità, quello che additò la Verità stessa, fu anzitutto un’anima solitaria, distaccata da tutto, che fuggiva i piaceri e le mondanità. Giovanni non frequentò i palazzi dei Re, non fu di quei "predicatori" che cercano prima di tutto di farsi valere, di risplendere nel loro apostolato, e che in realtà non fanno altro che predicare se stessi.
Questo distacco, questa austerità del Battista si vede anche nella sua conversazione. Il primo predicatore del Vangelo non è un chiacchierone. Ciò è paradossale soltanto per coloro che hanno dimenticato che "il silenzio è il padre dei predicatori". Quando i sacerdoti e i leviti gli chiedono: «Tu, chi sei?», risponde di punto in bianco: «Io non sono il Cristo». «Sei tu Elia?». «Non lo sono». «Sei tu il profeta?». «No». Non si potranno mai abbastanza ammirare la brevità e la semplicità di queste risposte. Sono quelle di un’anima silenziosa che cerca soltanto la verità e che dimentica il proprio interesse. «Est, est. Non, non». "Che il vostro sì sia sì, che il vostro no sia no" (cf. Mt 5,37). San Giovanni Battista è puro e trasparente come il diamante. E del diamante possiede anche la durezza.
Secondo sguardo: la fortezza
«Cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento?». Sicuramente no. Giovanni Battista non fu un uomo che si piega sotto la spinta di qualsiasi vento. Viveva solo per Dio, completamente staccato dall’opinione degli uomini, non dava retta alle dicerie... Non cercava di piacere; non accarezzava i suoi contemporanei, i "media" del suo tempo, dicendo loro soltanto quello che volevano sentire. Come si rivolgeva loro? «Razza di vipere!» (Lc 3,7). E cosa dice? Quale è il tema della sua predica? Anzitutto i Novissimi e l’urgenza che c’è di convertirsi. «Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco» (Mt 3,10). Certo, l’immagine che il Profeta infallibile ci dà del Salvatore del mondo non è sdolcinata: «Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile» (Mt 3,12). La predicazione di San Giovanni non è un raccolta di cose pie e sentimentali. Ma la preferiamo così. E tremiamo di essere anche noi della paglia...
Giovanni, qua, sembra terribile. Terribile perché parla in nome delle esigenze dell’Amore oltraggiato, terribile perché deve scuotere l’indifferenza del mondo. Attraverso i secoli, viene a sollevare anche noi dalla nostra torpidezza e dalla nostra tiepidezza. San Giovanni è un testimone della luce e ci ricorda che – oggi come nel suo tempo – non può esistere un compromesso tra la luce e le tenebre, tra Cristo e Belial.
E perché non cerca di piacere al mondo, ai potenti e ai "media" dell’epoca? Perché vuole anzitutto essere vero, la sua testimonianza ci tocca. Ci insegna cos’è la testimonianza. Come battezzati e soprattutto cresimati, tutti noi siamo chiamati a testimoniare. Cos’è un testimone? Il testimone è colui sulla cui parola riposa la nostra fede come su una roccia. Non crediamo alla parola di un uomo che cambia sempre, che si sottomette alla moda, che è tutto preoccupato di sentire da che parte tira il vento. «Io credo soltanto alle storie i cui i testimoni si farebbero sgozzare», diceva Pascal. Giovanni Battista fu uno di quelli. Storicamente fu il primo a confessare la Divinità di Cristo: «Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio» (Gv 1,34); «Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me» (Gv 1,16). Ed è anche il primo che confessa la sua azione redentrice: «Ecce Agnus Dei», «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29).
Tuttavia, San Giovanni non è morto per aver confessato la Divinità di Cristo, né per averlo designato come il Messia. Il suo martirio è per noi molto significativo. È morto per aver denunciato un adulterio, un matrimonio illegittimo. Il primo martire, quello che nella Santa Messa il Sacerdote cita prima di Santo Stefano (cf. Canone Romano), fu un martire della legge naturale! È morto, insomma, per aver detto di no a una legge civile che contradirebbe la legge morale. Per aver rimproverato un cosiddetto "divorziato-risposato", peccatore pubblico, che voleva comportarsi davanti a tutti come se la sua seconda unione fosse legittima. Nei tempi che viviamo ciò dovrebbe farci riflettere.
Però, quest’anima forte e terribile contro il peccato e l’errore, fu anche un’anima dolce e umile.
Terzo sguardo: la dolcezza e l’umiltà del Precursore
Ciò non deve stupirci. La grande santità si caratterizza soprattutto dall’unione delle virtù le più diverse, che solo Dio può unire così intimamente. È l’unione della fortezza con la dolcezza, dell’amore per la verità o la giustizia, con la misericordia per i peccatori. Questa unione è sempre il frutto di una grande vicinanza con Dio, perché quello che è diviso nella natura, si unisce nel regno di Dio, specialmente in Dio stesso. La santità è un’immagine dell’unione misteriosa delle perfezioni le più diverse, dell’infinita giustizia e dell’infinita misericordia, nell’eminenza della Deità, nella vita intima di Dio.
San Giovanni Battista, il temibile profeta che annunciava la collera che viene, fu anche dolce e umile di cuore, come Colui del quale ha reso testimonianza. Guardiamolo. Fin dall’inizio del suo ministero si mostra pieno di bontà per i piccoli e gli umili. Ai pubblicani di buona volontà dice soltanto: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Ai soldati: «Non maltrattate nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Quest’alleanza di forza e di dolcezza spiega anche l’ammirazione che ha potuto suscitare nei suoi discepoli. Come Gesù, Giovanni Battista fu molto amato. I suoi discepoli non lo dimenticheranno mai. Per esserne convinti basti rileggere le righe che gli dedicherà, ormai molto anziano, il più puro e il più delicato di tutti i suoi discepoli. Comincerà così il suo Vangelo: «In principio era il Verbo», e poi, subito, si ricorderà del suo maestro: «Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni». Però Giovanni l’Evangelista, anche lui, lascerà il Battista per Gesù.
E il Battista si è rallegrato di vedere partire i suoi migliori discepoli. Qua, anche, sta la sua grandezza: nella sua umiltà. Ha accettato di spogliarsi, cioè di essere un precursore e soltanto questo. Ha avuto questa abnegazione – così rara tra i precursori – di cedere il primo posto, quando la sua missione fu compiuta.
San Giovanni Battista ha accettato di essere un puro strumento, in totale dipendenza dall’azione del Padre. Dirà: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo» (Gv 3,27). L’unica cosa importante per San Giovanni fu di essere fedele al dono che gli era fatto. Era la
voce, e adesso risuona la Parola; era la lampada, che doveva abituare gli occhi alla luce, e adesso risplende il Sole. E Giovanni non se ne rattrista, bensì se ne rallegra: «Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo» (Gv 3,29). Al contrario di alcuni dei suoi discepoli, che si offendono perché le folle lo stanno lasciando per seguire Gesù, Giovanni sa vedere al di là delle apparenze. Con lo spirito di profezia, contempla la meraviglia che sta per compiersi: questa meraviglia è la presenza dello Sposo. Lo Sposo è il Verbo di Dio. La sposa, è la natura umana che si unisce a Lui. È anche la Chiesa che sta nascendo.
La stessa realtà, cioè che quelli che lo seguivano adesso seguono Gesù, butta i suoi discepoli nella tristezza, perché si fermano alle cose materiali, ma fa esultare Giovanni di gioia, perché ne penetra il contenuto spirituale: «Ora questa mia gioia è piena» (Gv 3,29). Alla tristezza carnale dei discepoli si oppone la gioia spirituale di Giovanni. Non per caso, nella colletta della sua Messa, chiediamo la gioia spirituale. Giovanni è l’uomo della gioia divina in mezzo ai distacchi umani.
Giovanni Battista è stato completamente distaccato. Non ha cercato altro che la verità, ha dimenticato se stesso, non ha voluto vedere niente altro che il Signore. Quando sarà venuto il momento non esiterà ad insorgere contro Erode, per difendere la verità. In questi tempi duri di dittatura del relativismo, che il suo esempio luminoso ci dia forza e coraggio per testimoniare anche noi la Verità!
(Autore: Padre Dominicus Re - Fonte: Il Settimanale di Padre Pio)
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Giovanni Battista è il santo più raffigurato nell’arte di tutti i secoli; non c’è si può dire, pala d’altare o quadro di gruppo di santi, da soli o intorno al trono della Vergine Maria, che non sia presente questo santo, rivestito di solito con una pelle d’animale e con in mano un bastone terminante a forma di croce.
Senza contare le tante opere pittoriche dei più grandi artisti come Raffaello, Leonardo, ecc. che lo raffigurano bambino, che gioca con il piccolo Gesù, sempre rivestito con la pelle ovina e chiamato affettuosamente "San Giovannino".
Ciò testimonia il grande interesse, che in tutte le epoche ha suscitato questo austero profeta, così in alto nella stessa considerazione di Cristo, da essere da lui definito "Il più grande tra i nati da donna".
Egli è l’ultimo profeta dell’Antico Testamento e il primo Apostolo di Gesù, perché gli rese testimonianza ancora in vita. È tale la considerazione che la Chiesa gli riserva, che è l’unico santo dopo Maria ad essere ricordato nella liturgia, oltre che nel giorno della sua morte (29 agosto), anche nel giorno della sua nascita terrena (24 giugno); ma quest’ultima data è la più usata per la sua venerazione, dalle innumerevoli chiese, diocesi, città e paesi di tutto il mondo, che lo tengono come loro santo patrono.
Inoltre fra i nomi maschili, ma anche usato nelle derivazioni femminili (Giovanna, Gianna) è il più diffuso nel mondo, tradotto nelle varie lingue; e tanti altri santi, beati, venerabili della Chiesa, hanno portato originariamente il suo nome; come del resto il quasi contemporaneo s. Giovanni l’Evangelista e apostolo, perché il nome Giovanni, al suo tempo era già conosciuto e nell’ebraico Iehóhanan, significava: "Dio è propizio".
Nel Vangelo di s. Luca (1, 5) si dice che era nato in una famiglia sacerdotale, suo padre Zaccaria era della classe di Abia e la madre Elisabetta, discendeva da Aronne. Essi erano osservanti di tutte le leggi del Signore, ma non avevano avuto figli, perché Elisabetta era sterile e ormai anziana.
Un giorno, mentre Zaccaria offriva l’incenso nel Tempio, gli comparve l’arcangelo Gabriele che gli disse: "Non temere Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio che chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, poiché sarà grande davanti al Signore" e proseguendo nel descrivere le sue virtù, cioè pieno di Spirito Santo, operatore di conversioni in Israele, precursore del Signore con lo spirito e la forza di Elia.
Dopo quella visione, Elisabetta concepì un figlio fra la meraviglia dei parenti e conoscenti; al sesto mese della sua gravidanza, l’arcangelo Gabriele, il ‘messaggero celeste’, fu mandato da Dio a Nazareth ad annunciare a Maria la maternità del Cristo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi anche Elisabetta, tua parente, nella vecchiaia ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile; nulla è impossibile a Dio".
Maria allora si recò dalla cugina Elisabetta per farle visita e al suo saluto, declamò il bellissimo canto del "Magnificat", per le meraviglie che Dio stava operando per la salvezza dell’umanità e mentre Elisabetta esultante la benediceva, anche il figlio che portava in grembo, sussultò di gioia.
Quando Giovanni nacque, il padre Zaccaria che all’annuncio di Gabriele era diventato muto per la sua incredulità, riacquistò la voce, la nascita avvenne ad Ain Karim a circa sette km ad Ovest di Gerusalemme, città che vanta questa tradizione risalente al secolo VI, con due santuari dedicati alla Visitazione e alla Natività.
Della sua infanzia e giovinezza non si sa niente, ma quando ebbe un’età conveniente, Giovanni conscio della sua missione, si ritirò a condurre la dura vita dell’asceta nel deserto, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico.
Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio (28-29 d.C.), iniziò la sua missione lungo il fiume Giordano, con l’annuncio dell’avvento del regno messianico ormai vicino, esortava alla conversione e predicava la penitenza.
Da tutta la Giudea, da Gerusalemme e da tutta la regione intorno al Giordano, accorreva ad ascoltarlo tanta gente considerandolo un profeta; e Giovanni in segno di purificazione dai peccati e di nascita a nuova vita, immergeva nelle acque del Giordano, coloro che accoglievano la sua parola, cioè dava un Battesimo di pentimento per la remissione dei peccati, da ciò il nome di Battista che gli fu dato.
Anche i soldati del re Erode Antipa, andavano da lui a chiedergli cosa potevano fare se il loro mestiere era così disgraziato e malvisto dalla popolazione; e lui rispondeva: "Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno e contentatevi delle vostre paghe" (Lc 3, 13).
Molti cominciarono a pensare che egli fosse il Messia tanto atteso, ma Giovanni assicurava loro di essere solo il Precursore: "Io vi battezzo con acqua per la conversione, ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non sono degno neanche di sciogliere il legaccio dei sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco".
E alla delegazione ufficiale, inviatagli dai sommi sacerdoti disse, che egli non era affatto il Messia, il quale era già in mezzo a loro, ma essi non lo conoscevano; aggiungendo "Io sono la voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia".
Anche Gesù si presentò al Giordano per essere battezzato e Giovanni quando se lo vide davanti disse: "Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato dal mondo!" e a Gesù: "Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?" e Gesù: "Lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni giustizia".
Allora Giovanni acconsentì e lo battezzò e vide scendere lo Spirito Santo su di Lui come una colomba, mentre una voce diceva: "Questo è il mio Figlio prediletto nel quale mi sono compiaciuto". Da quel momento Giovanni confidava ai suoi discepoli "Ora la mia gioia è completa. Egli deve crescere e io invece diminuire" (Gv 3, 29-30).
La sua missione era compiuta, perché Gesù prese ad iniziare la sua predicazione, aveva formato il gruppo degli apostoli e discepoli ed era seguito da una gran folla; egli aveva predicato proprio per questo, preparare un popolo degno, che accogliesse Gesù e il suo messaggio di Redenzione.
Aveva operato senza indietreggiare davanti a niente, neanche davanti al re d’Israele Erode Antipa († 40 d.C.), che aveva preso con sé la bella Erodiade, moglie divorziata da suo fratello; ciò non era possibile secondo la legge ebraica, la "Torà", perché il matrimonio era stato regolare e fecondo, tanto è vero che era nata una figlia Salomè.
Per questo motivo un giudeo osservante e rigoroso come Giovanni, sentiva il dovere di protestare verso il re per la sua condotta. Infuriata Erodiade gli portava rancore, ma non era l’unica; perché il Battesimo che Giovanni amministrava, perdonava i peccati, rendendo così inutili i sacrifici espiatori, che in quel tempo si facevano al Tempio, e ciò non era gradito ai sacerdoti giudaici.
Erode fece arrestare e mettere in carcere Giovanni su istigazione di Erodiade, la quale avrebbe voluto che fosse ucciso, ma Erode Antipa temeva Giovanni, considerandolo uomo giusto e santo, preferiva vigilare su di lui e l’ascoltava volentieri, anche se restava molto turbato.
Ma per Erodiade venne il giorno favorevole, quando il re diede un banchetto per festeggiare il suo compleanno, invitando tutta la corte ed i notabili della Galilea. Alla festa partecipò con una
conturbante danza anche Salomè, la figlia di Erodiade e quindi nipote di Erode Antipa; la sua esibizione piacque molto al re ed ai commensali, per cui disse alla ragazza: "Chiedimi qualsiasi cosa e io te la darò"; Salomé chiese alla madre consiglio ed Erodiade prese la palla al balzo, e le disse di chiedere la testa del Battista.
A tale richiesta fattagli dalla ragazza davanti a tutti, Erode ne rimase rattristato, ma per il giuramento fatto pubblicamente, non volle rifiutare e ordinò alle guardie che gli fosse portata la testa di Giovanni, che era nelle prigioni della reggia.
Il Battista fu decapitato e la sua testa fu portata su un vassoio e data alla ragazza che la diede alla madre. I suoi discepoli saputo del martirio, vennero a recuperare il corpo, deponendolo in un sepolcro; l’uccisione suscitò orrore e accrebbe la fama del Battista.
Molti testi apocrifi, come anche i libri musulmani, fra i quali il Corano, parlano di lui; dai suoi discepoli si staccarono Andrea e Giovanni apostoli per seguire Gesù. Il suo culto come detto all’inizio si diffuse in tutto il mondo conosciuto di allora, sia in Oriente che in Occidente e a partire dalla Palestina si eressero innumerevoli Chiese e Battisteri a lui dedicati.
La festa della Natività di S. Giovanni Battista fin dal tempo di s. Agostino (354-430), era celebrata al 24 giugno, per questa data si usò il criterio, essendo la nascita di Gesù fissata al 25 dicembre, quella di Giovanni doveva essere celebrata sei mesi prima, secondo quanto annunciò l’arcangelo Gabriele a Maria.
Le celebrazioni devozionali, folkloristiche, tradizionali, sono diffuse ovunque, legate alla sua venerazione; come tanti proverbi popolari sono collegati metereologicamente alla data della sua festa.
S. Giovanni Battista, tanto per citarne alcune, è patrono di città come Torino, Firenze, Genova, Ragusa, ecc. Per quanto riguarda le reliquie c’è tutta una storia che si riassume; dopo essere stato sepolto privo del capo a Sebaste in Samaria, dove sorsero due chiese in suo onore; nel 361-362 ai tempi dell’imperatore Giuliano l’Apostata, il suo sepolcro venne profanato dai pagani che bruciarono il corpo disperdendo le ceneri.
Ma a Genova nella cattedrale di San Lorenzo, si venerano proprio quelle ceneri (?), portate dall’Oriente nel 1098, al tempo delle Crociate, con tutti i dubbi collegati.
Per la testa che si trovava a Costantinopoli, per alcuni invece ad Emesa, purtroppo come per tante reliquie del periodo delle Crociate, dove si faceva a gara a portare in Occidente reliquie sante e importanti, la testa si sdoppiò, una a Roma nel XII secolo e un’altra ad Amiens nel XIII sec.
A Roma si custodisce senza la mandibola nella chiesa di San Silvestro in Capite, mentre la cattedrale di San Lorenzo di Viterbo, custodirebbe il Sacro Mento. Risparmiamo la descrizione di braccia, dita, denti, diffusi in centinaia di chiese europee.
Al di là di queste storture, frutto del desiderio di possedere ad ogni costo una reliquia del grande profeta, ciò testimonia alla fine, la grande devozione e popolarità di quest’uomo, che condensò in sé tanti grandi caratteri identificativi della sua santità, come parente di Gesù, precursore di Cristo, ultimo dei grandi profeti d’Israele, primo testimone-apostolo di Gesù, battezzatore di Cristo, eremita, predicatore e trascinatore di folle, istitutore di un Battesimo di perdono dei peccati, martire per la difesa della legge giudaica, ecc.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)


*Pentecoste (celebrazione mobile) - Solennità

Martirologio Romano: Giorno di Pentecoste, in cui si conclude il tempo sacro dei cinquanta giorni di Pasqua e, con l’effusione dello Spirito Santo sui discepoli a Gerusalemme, si fa memoria dei primordi della Chiesa e dell’inizio della missione degli Apostoli fra tutte le tribù, lingue, popoli e nazioni.
Per gli Ebrei è la festa che ricorda il giorno in cui sul Monte Sinai, Dio diede a Mosè le tavole della
Legge – Per la Chiesa Cattolica è la festa che ricorda la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli.
Origini della festa
Presso gli Ebrei la festa era inizialmente denominata “festa della mietitura” e “festa dei primi frutti”; si celebrava il 50° giorno dopo la Pasqua ebraica e segnava l’inizio della mietitura del grano; nei testi biblici è sempre una gioiosa festa agricola.
È chiamata anche “festa delle Settimane”, per la sua ricorrenza di sette settimane dopo la Pasqua; nel greco ‘Pentecoste’ significa 50ª giornata. Il termine Pentecoste, riferendosi alla “festa delle Settimane”, è citato in Tobia 2,1 e 2 Maccabei, 12, 31-32..
Quindi lo scopo primitivo di questa festa, era il ringraziamento a Dio per i frutti della terra, cui si aggiunse più tardi, il ricordo del più grande dono fatto da Dio al popolo ebraico, cioè la promulgazione della Legge mosaica sul Monte Sinai.
Secondo il rituale ebraico, la festa comportava il pellegrinaggio di tutti gli uomini a Gerusalemme, l’astensione totale da qualsiasi lavoro, un’adunanza sacra e particolari sacrifici; ed era una delle tre feste di pellegrinaggio (Pasqua, Capanne, Pentecoste), che ogni devoto ebreo era invitato a celebrare a Gerusalemme.
La discesa dello Spirito Santo
L’episodio della discesa dello Spirito Santo è narrato negli Atti degli Apostoli, cap. 2; gli apostoli insieme a Maria, la madre di Gesù, erano riuniti a Gerusalemme nel Cenacolo, probabilmente della casa della vedova Maria, madre del giovane Marco, il futuro evangelista, dove presero poi a radunarsi abitualmente quando erano in città; e come da tradizione, erano affluiti a Gerusalemme gli ebrei in gran numero, per festeggiare la Pentecoste con il prescritto pellegrinaggio.
“Mentre stava per compiersi il giorno di Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo e riempì tutta la casa dove si trovavano.
Apparvero loro lingue di fuoco, che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.
Si trovavano allora in Gerusalemme giudei osservanti, di ogni Nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita, perché ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua.
Erano stupefatti e, fuori di sé per lo stupore, dicevano: ‘Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?…”.
Il passo degli Atti degli Apostoli, scritti dall’evangelista Luca in un greco accurato, prosegue con la prima predicazione dell’apostolo Pietro, che unitamente a Paolo, narrato nei capitoli successivi, aprono il cristianesimo all’orizzonte universale, sottolineando l’unità e la cattolicità della fede cristiana, dono dello Spirito Santo.
Lo Spirito Santo
È il nome della terza persona della SS. Trinità, principio di santificazione dei fedeli, di unificazione della Chiesa, di ispirazione negli autori della Sacra Scrittura. È colui che assiste il magistero della Chiesa e tutti i fedeli nella conoscenza della verità (è detto anche ‘Paraclito’, cioè ‘Consolatore’).
L’Antico Testamento, non contiene una vera e propria indicazione sullo Spirito Santo come persona divina. Lo “spirito di Dio”, vi appare come forza divina che produce la vita naturale cosmica, i doni profetici e gli altri carismi, la capacità morale di obbedire ai comandamenti.
Nel Nuovo Testamento, lo Spirito appare talora ancora come forza impersonale carismatica. Insieme però, avviene la rivelazione della ‘personalità’ e della ‘divinità’ dello Spirito Santo, specialmente nel Vangelo di san Giovanni, dove Gesù afferma di pregare il Padre perché mandi il Paraclito, che rimanga sempre con i suoi discepoli e li ammaestri nella verità (Giov. 14-16) e in san Paolo, dove la dottrina dello Spirito Santo è congiunta con quella della divina redenzione.
Il magistero della Chiesa insegna che la terza Persona procede dalla prima e dalla seconda, come da un solo principio e come loro reciproco amore; che lo Spirito Santo è inviato per via di ‘missione’ nel mondo, e che esso ‘inabita’ nell’anima di chi possiede la Grazia santificante.
Concesso a tutti i battezzati (1 Corinzi, 12, 13), lo Spirito fonda l’uguale dignità di tutti i credenti. Ma nello stesso tempo, in quanto conferisce carismi e ministeri diversi, l’unico Spirito, costruisce la Chiesa con l’apporto di una molteplicità di doni.
L’insegnamento tradizionale, seguendo un testo di Isaia (11, 1 sgg.) enumera sette doni particolari, sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio. Essi sono donati inizialmente con la grazia del Battesimo e confermati dal Sacramento della Cresima.
Simbologia
Lo Spirito Santo, rarissimamente è stato rappresentato sotto forma umana; mentre nell’Annunciazione e nel Battesimo di Gesù è sotto forma di colomba, e nella Trasfigurazione è come una nube luminosa.
Ma nel Nuovo Testamento, lo Spirito divino è esplicitamente indicato, come lingue di fuoco nella Pentecoste e come soffio nel Vangelo di Giovanni (20, 22); “Gesù disse loro di nuovo: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Dopo aver detto questo, soffiò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”.
Lo Spirito Santo, più volte preannunciato nei Vangeli da Gesù, è stato soprattutto assimilato al fuoco che come l’acqua è simbolo paradossale di vita e di morte.
In tutte le religiosità, il fuoco ha un posto fondamentale nel culto ed è spesso simbolo della divinità e come tale adorato. Il dio sumerico del fuoco, Gibil, era considerato portatore di luce e di purificazione; a Roma c’era una fiamma sempre accesa custodita dalle Vestali, simbolo di vita e di forza.
Nell’Antico Testamento, Dio si rivela a Mosè sotto forma di fuoco nel roveto ardente che non si consuma; nella colonna di fuoco Dio Illumina e guida il popolo ebraico nelle notti dell’Esodo; durante la consegna delle Tavole della Legge a Mosè, per la presenza di Dio il Monte Sinai era tutto avvolto da fuoco.
Nelle visioni profetiche dell’Antico Testamento, il fuoco è sempre presente e Dio apparirà alla fine dei tempi con il fuoco e farà giustizia su tutta la terra; anche nel Nuovo Testamento, Giovanni Battista annuncia Gesù come colui che battezza in Spirito Santo e fuoco (Matteo, 3, 11).
La Pentecoste nel cristianesimo
I cristiani inizialmente chiamarono Pentecoste, il periodo di cinquanta giorni dopo la Pasqua. A quanto sembra, fu Tertulliano, apologista cristiano (155-220), il primo a parlarne come di una festa particolare in onore dello Spirito Santo. Alla fine del IV secolo, la Pentecoste era una festa solenne, durante la quale era conferito il Battesimo a chi non aveva potuto riceverlo durante la veglia pasquale.
Le costituzioni apostoliche testimoniano l’Ottava di Pentecoste per l’Oriente, mentre in Occidente compare in età carolingia. L’Ottava liturgica si conservò fino al 1969; mentre i giorni festivi di Pentecoste furono invece ridotti nel 1094, ai primi tre giorni della settimana; ridotti a due dalle riforme del Settecento.
All’inizio del XX secolo, fu eliminato anche il lunedì di Pentecoste, che tuttavia è conservato come festa in Francia e nei Paesi protestanti.
La Chiesa, nella festa di Pentecoste, vede il suo vero atto di nascita d’inizio missionario, considerandola insieme alla Pasqua, la festa più solenne di tutto il calendario cristiano.
La Pentecoste nell’arte
Il tema della Pentecoste, ha una vasta iconografia, particolarmente nell’arte medioevale, che fissò l’uso di raffigurare lo Spirito Santo che discende sulla Vergine e sugli apostoli nel Cenacolo, sotto la forma simbolica di lingue di fuoco e non di colomba.
Lo schema compositivo richiama spesso quello dell’Ultima Cena, trovandosi nello stesso luogo, cioè il Cenacolo, e lo stesso gruppo di persone: Gesù è sostituito da Maria e il posto lasciato vuoto da Giuda viene occupato da Mattia.
Viene così a comunicarsi il valore dell’unità dell’aggregazione e successione apostolica, oltre che la sua disposizione a raggiungere i confini del mondo.
Nella Liturgia
Lo Spirito Santo viene invocato nel conferimento dei Sacramenti e da vero protagonista nel Battesimo e nella Cresima e con liturgia solenne nell’Ordine Sacro; e in ogni cerimonia liturgica, ove s’implora l’aiuto divino, con il magnifico e suggestivo inno del “Veni Creator”, il cui testo in latino è incomparabile.
Nella solennità di Pentecoste si recita la Sequenza, il cui testo della più alta innologia liturgica, si riporta a conclusione di questa scheda come preghiera, meditazione, invocazione allo Spirito Santo.
Veni creator
Veni, creator Spiritus,
mentes tuorum visita,
imple superna gratia
quae tu creasti pecora.

Qui diceris Paraclitus,
donum Dei altissimi,
fons vivus, ignis, caritas
et spiritalis unctio.

Tu semptiformis munere,
dextrae Dei tu digitus,
tu rite promissum Patris
sermone ditans guttura.

Accende lumen sensibus,
infunde amorem cordibus,
infirma nostri corporis
virtute firmans perpeti.

Hostem repellas longius
pacemque dones protinus;
ductore sic te praevio
vitemus omne noxium.

Per te sciamus da Patrem,

noscamus atque Filium,
te utriusque Spiritum
credamus omni tempore.
Amen.
Vieni Santo Spirito (Sequenza)

Vieni, Santo Spirito,
manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce.

Vieni padre dei poveri,
vieni datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.

Consolatore perfetto,
ospite dolce dell’anima,
dolcissimo sollievo.

Nella fatica, riposo,
nella calura, riparo,
nel pianto conforto.

O luce beatissima,
invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli.

Senza la tua forza,
nulla è nell’uomo,
nulla senza colpa.

Lava ciò che è sordido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sanguina.

Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
sana ciò ch’è sviato.

Dona ai tuoi fedeli
che solo in te confidano
i tuoi santi doni.

Dona virtù e premio,
dona morte santa,
dona gioia eterna.
Amen.  
Pentecoste
Con la solennità della Pentecoste la Chiesa celebra lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti.
La Pentecoste è l’ultimo momento del mistero pasquale che ora abita in noi, ricorda l’Ospite dolce dell’anima, la luce beatissima che invade il nostro cuore.
La Pentecoste è la celebrazione del Consolatore, promesso da Gesù, di colui che insegna le cose che contano e che danno senso e sapore alla quotidianità, che indirizzano al servizio della verità. Lo Spirito Santo è Verità.
Con la discesa dello Spirito santo nasce la Chiesa che diventa missione per l’avvento del regno di Dio, madre amorosa da ascoltare e vivere.
Lo Spirito Santo, ci sollecita a conformare la nostra vita a questa realtà, a questo mistero. Siamo tabernacoli, custodi di una presenza divina: “Vi porterò con me perché siate dove sono io”.
Tempio ambulante dello Spirito Santo che si serve di noi e della nostra vita. Con la Pentecoste non siamo più soli.
La storia della Chiesa, come la storia delle anime, è lo sviluppo dello Spirito santo che abita in noi. Aveva detto Gesù: “Ě meglio per voi che me ne vada, perché se non me ne vado il Consolatore non verrà”.
Ě venuto il Consolatore: ora avvolge e divora la paura e ci riveste della forza dell’amore.
Con la discesa dello Spirito Santo inizia il tempo della comunione e della fraternità: il tempo della Chiesa e del suo cammino nella storia.
Lo Spirito Santo ci rende deiformi: ci pone in sintonia con il modo di pensare e di amare di Dio, ci aiuta a riprodurre nella vita Gesù; ci rende sensibili alle miserie umane: allarga il cuore alla carità e i poveri che bussano li sentiamo presenza di Dio.
Se noi, per lo Spirito Santo, siamo l’amore di Dio, dobbiamo essere una risposta della sua carità.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)


*Presentazione del Signore (2 febbraio)

Festa delle luci (cfr Lc 2,30-32), ebbe origine in Oriente con il nome di ‘Ipapante’, cioè ‘Incontro’. Nel sec. VI si estese all’Occidente con sviluppi originali: a Roma con carattere più penitenziale e in Gallia con la solenne benedizione e processione delle candele popolarmente nota come la ‘candelora’. La presentazione del Signore chiude le celebrazioni natalizie e con l’offerta della Vergine Madre e la profezia di Simeone apre il cammino verso la Pasqua. (Mess. Rom.)
Martirologio Romano: Festa della Presentazione del Signore, dai Greci chiamata Ipapánte: quaranta giorni dopo il Natale del Signore, Gesù fu condotto da Maria e Giuseppe al Tempio, sia per adempiere la legge mosaica, sia soprattutto per incontrare il suo popolo credente ed esultante, luce per illuminare le genti e gloria del suo popolo Israele.
La festività odierna, di cui abbiamo la prima testimonianza nel secolo IV a Gerusalemme, venne denominata fino alla recente riforma del calendario festa della Purificazione della SS. Vergine Maria, in ricordo del momento della storia della sacra Famiglia, narrato al capitolo 2 del Vangelo di Luca, in cui Maria, in ottemperanza alla legge, si recò al Tempio di Gerusalemme, quaranta
giorni dopo la nascita di Gesù, per offrire il suo primogenito e compiere il rito legale della sua purificazione. La riforma liturgica del 1960 ha restituito alla celebrazione il titolo di "presentazione del Signore", che aveva in origine. L'offerta di Gesù al Padre, compiuta nel Tempio, prelude alla sua offerta sacrificale sulla croce.
Questo atto di obbedienza a un rito legale, al compimento del quale né Gesù né Maria erano tenuti, costituisce pure una lezione di umiltà, a coronamento dell'annuale meditazione sul grande mistero natalizio, in cui il Figlio di Dio e la sua divina Madre ci si presentano nella commovente ma mortificante cornice del presepio, vale a dire nell'estrema povertà dei baraccati, nella precaria esistenza degli sfollati e dei perseguitati, quindi degli esuli.
L'incontro del Signore con Simeone e Anna nel Tempio accentua l'aspetto sacrificale della celebrazione e la comunione personale di Maria col sacrificio di Cristo, poiché quaranta giorni dopo la sua divina maternità la profezia di Simeone le fa intravedere le prospettive della sua sofferenza: "Una spada ti trafiggerà l'anima": Maria, grazie alla sua intima unione con la persona di Cristo, viene associata al sacrificio del Figlio. Non stupisce quindi che alla festa odierna si sia dato un tempo tale risalto da indurre l'imperatore Giustiniano a decretare il 2 febbraio giorno festivo in tutto l'impero d'Oriente.
Roma adottò la festività verso la metà del VII secolo; papa Sergio I (687-701) istituì la più antica delle processioni penitenziali romane, che partiva dalla chiesa di Sant' Adriano al Foro e si concludeva a Santa Maria Maggiore. Il rito della benedizione delle candele, di cui si ha testimonianza già nel X secolo, si ispira alle parole di Simeone: "I miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti". Da questo significativo rito è derivato il nome popolare di festa della "candelora". La notizia data già da Beda il Venerabile, secondo la quale la processione sarebbe un contrapposto alla processione dei Lupercalia dei Romani, e una riparazione alle sfrenatezza che avvenivano in tale circostanza, non trova conferma nella storia.
(Autore: Piero Bargellini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)


*Quaresima

Silenzio Quaresimale
La Quaresima è il cammino verso la Pasqua, cammino di riflessione e di meditazione.
Anche Gesù volle vivere questo cammino di riflessione e lo visse nel silenzio del deserto. Dice l’Evangelista: “Lo spirito sospinse Gesù nel deserto”.
Ě nel silenzio che l’uomo conosce quanto vale e quanto valgono i suoi ideali. Nel deserto, Gesù
sceglie quale volto di Dio annunciare e quale volto dell’uomo proclamare.
Nel deserto nasce la “buona notizia” che annuncerà all’umanità. L’evangelista Marco non ci parla di tentazioni.
Questo non ha importanza, importa ricordare che le tentazioni fanno parte della vita, che senza tentazioni non c’è scelta e non c’è l’uomo.
La vita, soprattutto quella spirituale, nasce da un confronto, il confronto con le nostre dissonanze.
Dice Gesù: “Ě finita l’attesa, inizia un mondo nuovo, convertitevi!” Ě un comando: “Convertitevi”, “Cambiate strada!”La nuova strada porta al cielo: più vicino e più luminoso vedremo il volto di Dio.
Sentirete l’uomo più amico. “Credete al Vangelo, fidatevi, io sono con voi, vi sono vicino con il mio amore”.
L’amore è presenza di Dio.
Nel silenzio quaresimale comprendiamo la passione di Cristo per l’uomo, comprendiamo quanto è divino l’amore di Cristo.


La storia di Rametto

In un bel pomeriggio d’autunno, dal ramo del grande ciliegio nacque un piccolissimo rametto. Il piccolo rametto viveva felice e ogni tanto alzava gli occhietti per guardare la sua mamma. Un giorno disse alla sua mamma: “Mamma, sono tutto nudo e ho tanto freddo!”. “Non preoccuparti” rispose la mamma.
“Quando arriverà il caldo venticello con il tepore del primo sole di primavera, sarai tutto vestito di bianco e non avrai più freddo”. Passarono i mesi ma il rametto era sempre più nudo e intirizzito dal freddo. Cadeva la pioggia e, per quanto fosse tutto nascosto sotto la mamma, si ritrovava sempre tutto bagnato.
“Mamma, quando arriva il sole di primavera?”, chiedeva il rametto. “Presto, vedrai”, rispondeva la mamma. Una mattina il rametto si svegliò tutto coperto di bianco. “Guarda, mamma! – disse – Ě la primavera, però ho tanto freddo!”. “Ma no, - disse la mamma – non è la primavera, questa è la neve. Siamo ancora in pieno inverno.
Quando si scioglierà, arriverà la primavera!”. Il piccolo rametto credette alle parole della mamma e attese fiducioso. Una mattina all’improvviso si sentì accarezzare da un caldo vento e un piacevole torpore lo destò dolcemente. Sentì una potente forza dentro di sé, si guardò e si vide tutto ricoperto di gemme.
Non solo lui, ma anche la sua mamma, i suoi fratelli e tutti gli altri rami erano coperti di gemme. “Che meraviglia!”, esclamò il rametto. Qualche giorno dopo le gemme iniziarono ad aprirsi e quale
non fu la meraviglia del rametto, quando si vide ricoperto di bellissimi fiori bianchi! “Mamma – disse – guardami”. “Sei bellissimo, mio tesori”, rispose la mamma. “Ĕ meravigliosa la primavera”, pensò il rametto soddisfatto.
I giorni passarono, ma ecco che il venticello lieve iniziò a soffiare sempre più forte. Il rametto si guardò e vide, stupito, che il vento portava via tutti i suoi petali, provocando una pioggia di fiori. Allora si spaventò molto e iniziò a piangere: “Mamma, mamma! Il vento mi stacca i petali… Sto morendo, sto morendo!”. “No, tesoro, non stai morendo!” disse la mamma. “Se avrai pazienza, vedrai che cosa meravigliosa ti accadrà”.
Il rametto accettò di essere spogliato dal vento e attese paziente. E così spuntarono le foglie e, al posto dei fiori, dei piccoli frutti verdi. Il rametto attese, attese, e i piccoli frutti divennero sempre più grandi e rossi.
Tutto il ciliegio era pieno di frutti rossi. Non passarono molti giorni che i bambini cominciarono ad avvicinarsi e a gustare compiaciuti i frutti deliziosi. Anche dal piccolo rametto raccolsero molte ciliegie. “Vedi, - disse la mamma – hai saputo attendere ed ora dai da mangiare a questi piccoli bambini che sono deliziati dai tuoi frutti”.
Il rametto era veramente felice. “Mamma, - disse commosso – io so che quando finirà l’estate tornerò di nuovo ad essere nudo e spoglio. Avrò ancora freddo, ma questa volta non avrò più paura: so che tutto servirà perché io possa donare i miei frutti”.


La Quaresima - Tempo forte

La Quaresima è uno dei tempi forti che la Chiesa cattolica e altre chiese cristiane, celebrano lungo l'anno liturgico. È il periodo che precede la celebrazione della Pasqua e che, secondo il rito Romano, dura quarantaquattro giorni (partendo dal mercoledì delle Ceneri) mentre, secondo il rito Ambrosiano, ne dura quaranta, a partire dalla domenica successiva al Martedì Grasso.
Tale periodo è caratterizzato dall'invito insistente alla conversione a Dio. Sono pratiche tipiche della quaresima il digiuno ecclesiastico e altre forme di penitenza, la preghiera più intensa e la pratica della carità. È un cammino di preparazione a celebrare la Pasqua che è il culmine delle festività cristiane.
Ricorda i quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto dopo il suo battesimo nel Giordano e prima del suo ministero pubblico. È anche il periodo in cui i catecumeni vivono l'ultima preparazione al loro battesimo.


Quaresima

Festa Religiosa

Periodo

Dal Mercoledì delle Ceneri al Giovedì Santo

Religione

Cattolicesimo

Avvenimento Celebrato

Esilio volontario di Gesù nel deserto

Festività correlate

Pasqua, Triduo Pasquale

Tradizioni Religiose

Digiuno ecclesiastico e magro

Significato dei quaranta giorni

Si dice abitualmente che la durata della Quaresima è di quaranta giorni; in realtà il calcolo esatto arriva (nel rito romano) a quarantaquattro giorni. Alla fine del IV secolo, e ancora oggi nel rito ambrosiano, la Quaresima iniziava di domenica (1º giorno), durava cinque settimane complete (5x7=35 giorni) e si concludeva il giovedì della settimana santa (altri 5 giorni), per un totale di quaranta giorni esatti. Poi alla fine del V secolo l'inizio venne anticipato al mercoledì precedente la prima domenica (altri 4 giorni), e furono inclusi il Venerdì Santo e il Sabato Santo nel computo della Quaresima: in tutto 46 giorni.
Ciò era dovuto all'esigenza di computare esattamente quaranta giorni di digiuno ecclesiastico prima della Pasqua, dato che nelle 6 domeniche di Quaresima non era (e non è) consentito digiunare. Con la riforma del Concilio Vaticano II il Triduo Pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo ha riacquistato una sua autonomia liturgica, e il tempo di Quaresima termina nel rito romano con l'Ora Nona del Giovedì Santo.
Per questo oggi la quaresima dura dal Mercoledì delle Ceneri fino al giovedì santo, per un totale di quarantaquattro giorni; i giorni di penitenza prima della Pasqua restano però ancora 40. Mentre per il rito Ambrosiano la quaresima inizia la domenica dopo il mercoledì delle ceneri romano e termina anch'essa con l'Ora Nona del Giovedì Santo per un totale di quaranta giorni esatti. Nella determinazione della durata ebbe grande peso il numero quaranta che ricorre nell'Antico Testamento molte volte.


Le risonanze principali che hanno a che fare con la quaresima sono:

a - i quaranta giorni del diluvio universale
b - i quaranta giorni passati da Mosè sul monte Sinai
c - i quaranta giorni che impiegarono gli esploratori ebrei per esplorare la terra in cui sarebbero entrati
d - iquaranta giorni camminati dal profeta Elia per giungere al monte Oreb
e - iquaranta giorni di tempo che, nella predicazione di Giona, Dio dà a Ninive prima di distruggerla


Nel Nuovo Testamento ci sono alcuni passi chiave nei quali si parla di quaranta giorni:
a -
i quaranta giorni che Gesù passò nel deserto
b - i quaranta giorni in cui Gesù ammaestrò i suoi discepoli tra la resurrezione di Gesù e l'Ascensione
Un altro riferimento significativo sono i quaranta anni trascorsi da Israele nel deserto.
Il carattere originario della quaresima fu riposto nella penitenza di tutta la comunità cristiana e dei singoli, protratta per quaranta giorni.


Storia
Nella chiesa primitiva la celebrazione della pasqua era anticipata da uno o due giorni di digiuno. Tale digiuno sembra fosse orientato non tanto alla celebrazione pasquale quanto all'amministrazione del battesimo che pian piano veniva riservata alla veglia pasquale. La prassi del digiuno era indirizzata innanzitutto ai catecumeni e poi estesa al ministro del battesimo e a tutta la comunità ecclesiale. Tale digiuno non aveva scopo penitenziale ma ascetico-illuminativo.
In questo periodo a Roma la domenica precedente la Pasqua era denominata "Domenica di passione" e nel Venerdì e Mercoledì di questa stessa settimana non si celebrava l'eucaristia. L'estensione del digiuno per tutta la settimana precedente la pasqua è certa solamente per la Chiesa di Alessandria.
Di tale consuetudine è testimone uno storico del V secolo, Socrate. Durante queste tre settimane si proclamava il vangelo secondo Giovanni. La lettura di questo testo è giustificata dal fatto che esso è ricco di brani che si riferiscono alla prossimità della pasqua e alla presenza di Gesù a Gerusalemme.
Questa preparazione prolungata fu motivata dalla prassi penitenziale. Coloro che desideravano essere riconciliati con Dio e con la Chiesa iniziavano il loro cammino di preparazione nella prima di
queste Domeniche (più tardi verrà anticipata al Mercoledì immediatamente precedente) e veniva concluso la mattina del Giovedì santo, giorno in cui ottenevano la riconciliazione. In tal modo i penitenti si sottoponevano a un periodo di preparazione che durava quaranta giorni. Da qui il termine latino Quadragesima. I penitenti intraprendevano questo cammino attraverso l'imposizione delle ceneri e l'utilizzazione di un abito di sacco in segno della propria contrizione e del proprio impegno ascetico.
Verso la fine del V secolo, ha inizio la celebrazione del Mercoledì e del Venerdì precedenti la Quaresima come se ne facessero parte. Si giunge a imporre le ceneri ai penitenti il Mercoledì di questa settimana antecedente la prima Domenica di quaresima, rito che verrà poi esteso a tutti i cristiani.
A partire da questa fase incominciano a delinearsi anche le antiche tappe del catecumenato, che preparava al battesimo pasquale nella solenne veglia del Sabato Santo; infatti questo tempo battesimale si integrava con il tempo di preparazione dei penitenti alla riconciliazione del Giovedì santo. Fu così che anche i semplici fedeli - ovvero quanti non erano catecumeni né pubblici penitenti - vennero associati a questo intenso cammino di ascesi e di penitenza per poter giungere alle celebrazioni pasquali con l'animo disposto a una più autentica partecipazione.
Nel corso del VI secolo, tutta la settimana che precede la prima Domenica di Quaresima è dedicata alla celebrazione pasquale. La Domenica con cui ha inizio questa settimana è la Quinquagesima, perché è il cinquantesimo giorno prima di Pasqua. Tra il VI e il VII secolo si costituì un ulteriore prolungamento con altre due Domeniche (Sessagesima e Settuagesima).
Il tempo di Carnevale che comprendeva queste tre domeniche è stato abolito nella forma ordinaria del rito romano, in cui la Quaresima inizia direttamente con il Mercoledì delle Ceneri. È invece conservato nella forma straordinaria del rito romano.
Allo sviluppo della quaresima ha contribuito la disciplina penitenziale per la riconciliazione dei peccatori che avveniva la mattina del giovedì santo e le esigenze sempre crescenti del catecumenato con la preparazione immediata al battesimo, celebrato nella notte di Pasqua.
La celebrazione della Pasqua nei primi tre secoli della vita della Chiesa non aveva un periodo di preparazione. La comunità cristiana viveva così intensamente l'impegno cristiano fino alla testimonianza del martirio da non sentire la necessità di un periodo di tempo per rinnovare la conversione già avvenuta col Battesimo.
Nel IV secolo, l'unica settimana di digiuno era quella che precedeva la Pasqua.
L'uso di iscrivere i peccatori alla penitenza pubblica quaranta giorni prima di Pasqua, determinò la formazione di una quadragesima (quaresima) che cadeva nella VI Domenica prima di Pasqua. Dal momento poi che la Domenica non si celebravano riti penitenziali, si fissò questo atto al mercoledì precedente. Ogni Mercoledì era, infatti, giorno di digiuno. Così è nato il Mercoledì delle Ceneri.
Allo sviluppo della Quaresima ha contribuito prima di tutto la pratica del digiuno in preparazione alla Pasqua, poi la disciplina penitenziale, infine la preparazione dei catecumeni che saranno battezzati la notte di Pasqua.


La Quaresima nella forma ordinaria del rito romano
Il viola è il colore liturgico della Quaresima


Segni liturgici
Questo periodo inizia con il Mercoledì delle Ceneri, quando tutto il popolo di Dio riceve il segno delle ceneri, e si estende fino al giovedì santo.
In questa sera si celebra la Messa in Coena Domini, facendo così memoriale dell'istituzione del ministero sacerdotale e del sacramento dell'Eucarestia, nonché del Comandamento dell'Amore.
Questa messa apre le celebrazioni del Triduo Pasquale.
Nelle messe della Quaresima non si canta l'Alleluia né si recita il Gloria, e si usa il colore viola per i paramenti liturgici, fatta eccezione per le feste, le solennità e la quarta Domenica, detta Laetare (dall'inizio dell'introito in latino della messa) nella quale si può scegliere il rosa.
In Quaresima e fino al Gloria della Veglia Pasquale sono inoltre proibiti il suono dell'organo e degli altri strumenti musicali in chiesa, se non per accompagnare il canto, i matrimoni e l'ornamento floreale degli altari, eccetto che nelle feste, nelle solennità e nella domenica Laetare.
Letture della Messa in quaresima
Nella forma ordinaria del rito romano si possono intravedere tre itinerari:
a - una Quaresima battesimale (anno A)
b - una Quaresima Cristocentrica (anno B)
c - una Quaresima penitenziale (anno C)
Il ciclo A (quello a più forte carattere battesimale) può essere seguito ogni anno secondo le esigenze pastorali di ogni singola comunità.


Spiritualità della quaresima
La quaresima è il tempo favorevole (2 Cor 6,2) per la conversione a Cristo.
La spiritualità della Quaresima è caratterizzata da un più attento e prolungato ascolto della Parola di Dio perché è questa Parola che illumina per conoscere i peccati del singolo.


Dimensione battesimale
La Chiesa professa la sua fede in un solo Battesimo, per il perdono dei peccati.
La penitenza, in senso cristiano, è fondata sulla stessa realtà battesimale per il perdono dei peccati ed è poi ripresa e resa segno espressivo per quanti ricadono nel peccato, nel sacramento della Riconciliazione.
Questo tempo liturgico non solo prepara i catecumeni al Battesimo, ma è il tempo in cui la Chiesa e tutti i fedeli sono chiamati a vivere maggiormente questo sacramento mediante una più profonda conversione. Battesimo e Penitenza sono così i misteri propri della Quaresima.


Dimensione ecclesiale
La Quaresima è il tempo della grande convocazione di tutta la Chiesa perché si lasci purificare da Cristo suo sposo.
La penitenza ha sempre come effetto la riconciliazione non solo con Dio, ma anche coi fratelli, che a causa del peccato sempre hanno subito un danno. La penitenza quaresimale è quindi per la chiesa non soltanto interna ed individuale, ma anche esterna e sociale.


Le opere della penitenza quaresimale
Le opere della penitenza quaresimale sono:
a - Il digiuno ecclesiastico: anche se limitato a Mercoledì delle ceneri e al Venerdì Santo, esprime la partecipazione del corpo nel cammino della conversione e propizia l'astensione dal peccato.
b - L'astinenza dalle carni (magro) il venerdì: era al principio segno di povertà, essendo nell'antichità il pesce più economico che la carne. È segno dell'abbandono del lusso per vivere una vita più essenziale.
c - La preghiera: La Quaresima è tempo di più assidua e intensa preghiera, legata molto strettamente alla conversione, per lasciare sempre più spazio a Dio. Preghiera individuale e comunitaria.
d - La carità: la Quaresima è tempo di più forte impegno di carità verso i fratelli. Non c'è vera conversione a Dio senza conversione all'amore fraterno.
La chiesa insegna che queste opere devono essere compiute nella consapevolezza del loro valore di segno in vista della conversione, e non fine a sé stesse.


Domeniche di quaresima
Le domeniche di quaresima sono indicate anche da un nome latino, derivato dall'introito del giorno, a sua volta tratto dall'Antico Testamento:
1.  Invocavit - Invocabit me, et ego exaudiam eum (salmo 91,15)
2.  Reminiscere - Reminiscere miserationum tuarum (salmo 25,6)
3.  Oculi - Oculi mei semper ad Dominum (salmo 25,15)
4.   Laetare - Laetare, Jerusalem (Isaia 66,10)
5.   Judica - Judica me, Deus (salmo 43,1)
6.   Palmarum - Domenica in Palmis


Quaresima e carnevale
Nell'occidente cristiano la quaresima è tradizionalmente preceduta dalla celebrazione del carnevale (dal latino Carnem Levare). Durante il periodo quaresimale, poi, solitamente intorno alla metà, in alcune località italiane si festeggia ancora un'antica tradizione di origine pagana definita Sega la vecchia. (Fonte: Wikipedia)


Messaggio di Sua Santità Benedetto XVI per la Quaresima

“Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto” (Gv 19,37)
Cari fratelli e sorelle!
“Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto” (Gv 19,37). É questo il tema biblico che quest’anno guida la nostra riflessione quaresimale. La Quaresima è tempo propizio per imparare a sostare con Maria e Giovanni, il discepolo prediletto, accanto a Colui che sulla Croce consuma per l’intera umanità il sacrificio della sua vita (cfr Gv 19,25).
Con più viva partecipazione volgiamo pertanto il nostro sguardo, in questo tempo di penitenza e di preghiera, a Cristo crocifisso che, morendo sul Calvario, ci ha rivelato pienamente l’amore di Dio. Sul tema dell’amore mi sono soffermato nell’Enciclica Deus caritas est, mettendo in rilievo le sue due forme fondamentali: l’agape e l’eros.
L’amore di Dio: agape ed eros
Il termine agape, molte volte presente nel Nuovo Testamento, indica l’amore oblativo di chi ricerca esclusivamente il bene dell’altro; la parola eros denota invece l’amore di chi desidera possedere ciò che gli manca ed anela all’unione con l’amato. L’amore di cui Dio ci circonda è senz’altro agape. In effetti, può l’uomo dare a Dio qualcosa di buono che Egli già non possegga? Tutto ciò che l’umana creatura è ed ha è dono divino: è dunque la creatura ad aver bisogno di Dio in tutto.
Ma l’amore di Dio è anche eros. Nell’Antico Testamento il Creatore dell’universo mostra verso il popolo che si è scelto una predilezione che trascende ogni umana motivazione.
Il profeta Osea esprime questa passione divina con immagini audaci come quella dell’amore di un uomo per una donna adultera (cfr 3,1-3); Ezechiele, per parte sua, parlando del rapporto di Dio con il popolo di Israele, non teme di utilizzare un linguaggio ardente e appassionato (cfr 16,1-22).
Questi testi biblici indicano che l’eros fa parte del cuore stesso di Dio: l’Onnipotente attende il “sì” delle sue creature come un giovane sposo quello della sua sposa. Purtroppo fin dalle sue origini l’umanità, sedotta dalle menzogne del Maligno, si è chiusa all’amore di Dio, nell’illusione di una impossibile autosufficienza (cfr Gn 3,1-7). Ripiegandosi su se stesso, Adamo si è allontanato da quella fonte della vita che è Dio stesso, ed è diventato il primo di “quelli che per timore della morte erano tenuti in schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,15).
Dio, però, non si è dato per vinto, anzi il “no” dell’uomo è stato come la spinta decisiva che l’ha indotto a manifestare il suo amore in tutta la sua forza redentrice.
La Croce rivela la pienezza dell’amore di Dio
È nel mistero della Croce che si rivela appieno la potenza incontenibile della misericordia del Padre celeste. Per riconquistare l’amore della sua creatura, Egli ha accettato di pagare un prezzo altissimo: il sangue del suo Unigenito Figlio.
La morte, che per il primo Adamo era segno estremo di solitudine e di impotenza, si è così trasformata nel supremo atto d’amore e di libertà del nuovo Adamo. Ben si può allora affermare, con san Massimo il Confessore, che Cristo “morì, se così si può dire, divinamente, poiché morì liberamente” (Ambigua, 91, 1956).
Nella Croce si manifesta l’eros di Dio per noi. Eros è infatti - come si esprime lo Pseudo Dionigi - quella forza “che non permette all’amante di rimanere in se stesso, ma lo spinge a unirsi all’amato” (De divinis nominibus, IV, 13: PG 3, 712). Quale più “folle eros” (N. Cabasilas, Vita in Cristo, 648) di quello che ha portato il Figlio di Dio ad unirsi a noi fino al punto di soffrire come proprie le conseguenze dei nostri delitti?
“Colui che hanno trafitto”
Cari fratelli e sorelle, guardiamo a Cristo trafitto in Croce! É Lui la rivelazione più sconvolgente dell’amore di Dio, un amore in cui eros e agape, lungi dal contrapporsi, si illuminano a vicenda. Sulla Croce è Dio stesso che mendica l’amore della sua creatura: Egli ha sete dell’amore di ognuno di noi.
L’apostolo Tommaso riconobbe Gesù come “Signore e Dio” quando mise la mano nella ferita del suo costato. Non sorprende che, tra i santi, molti abbiano trovato nel Cuore di Gesù l’espressione più commovente di questo mistero di amore.
Si potrebbe addirittura dire che la rivelazione dell’eros di Dio verso l’uomo è, in realtà, l’espressione suprema della sua agape.
In verità, solo l’amore in cui si uniscono il dono gratuito di sé e il desiderio appassionato di reciprocità infonde un’ebbrezza che rende leggeri i sacrifici più pesanti. Gesù ha detto: “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). La risposta che il Signore ardentemente desidera da noi è innanzitutto che noi accogliamo il suo amore e ci lasciamo attrarre da Lui.
Accettare il suo amore, però, non basta. Occorre corrispondere a tale amore ed impegnarsi poi a comunicarlo agli altri: Cristo “mi attira a sé” per unirsi a me, perché impari ad amare i fratelli con il suo stesso amore.
Sangue ed acqua
“Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto”. Guardiamo con fiducia al costato trafitto di Gesù, da cui sgorgarono “sangue e acqua” (Gv 19,34)! I Padri della Chiesa hanno considerato questi elementi come simboli dei sacramenti del Battesimo e dell’Eucaristia. Con l’acqua del Battesimo, grazie all’azione dello Spirito Santo, si dischiude a noi l’intimità dell’amore trinitario.
Nel cammino quaresimale, memori del nostro Battesimo, siamo esortati ad uscire da noi stessi per aprirci, in un confidente abbandono, all’abbraccio misericordioso del Padre (cfr S. Giovanni Crisostomo, Catechesi, 3,14 ss.).
Il sangue, simbolo dell’amore del Buon Pastore, fluisce in noi specialmente nel mistero eucaristico: “L’Eucaristia ci attira nell’atto oblativo di Gesù… veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione” (Enc. Deus caritas est, 13).
Viviamo allora la Quaresima come un tempo ‘eucaristico’, nel quale, accogliendo l’amore di Gesù, impariamo a diffonderlo attorno a noi con ogni gesto e parola.
Contemplare “Colui che hanno trafitto” ci spingerà in tal modo ad aprire il cuore agli altri riconoscendo le ferite inferte alla dignità dell’essere umano; ci spingerà, in particolare, a combattere ogni forma di disprezzo della vita e di sfruttamento della persona e ad alleviare i drammi della solitudine e dell’abbandono di tante persone.
La Quaresima sia per ogni cristiano una rinnovata esperienza dell’amore di Dio donatoci in Cristo, amore che ogni giorno dobbiamo a nostra volta “ridonare” al prossimo, soprattutto a chi più soffre ed è nel bisogno. Solo così potremo partecipare pienamente alla gioia della Pasqua.
Maria, la Madre del Bell’Amore, ci guidi in questo itinerario quaresimale, cammino di autentica conversione all’amore di Cristo. A voi, cari fratelli e sorelle, auguro un proficuo itinerario quaresimale, mentre con affetto a tutti invio una speciale Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 21 novembre 2006                      
BENEDICTUS PP. XVI 


Quaresima Ortodossa  (I Tempi della Quaresima Cristiana) 
Il senso della Quaresima
(dagli Aposticà dei Vespri del martedì della Tyrofagia)
Accogliamo nella gioia, o credenti,
il Divino annuncio della Quaresima.
Come i Niniviti di un tempo
come le prostitute e i pubblicani
che ascoltavano Giovanni
predicare il pentimento attraverso l’astinenza,
prepariamoci alla Comunione del Signore
celebrata in Sion.
Laviamoci con lacrime di pentimento
per ottenere la purificazione operata da Dio.
Preghiamo di Contemplare
il compimento della Pasqua,
la vera Rivelazione.
Prepariamoci a adorare la Croce
e la risurrezione di Cristo nostro Dio.
Non deluderci nella nostra speranza o amico degli uomini.   
Questo breve commento della Grande Quaresima si rivolge a quanti  e sono numerosi ai nostri giorni  aspirano a una più profonda comprensione della tradizione liturgica della Chiesa la sua partecipazione più cosciente della sua vita.
Il pentimento come ben sappiamo, è l’inizio e la condizione di un’autentica vita Cristiana. La prima di Cristo, quando cominciò a predicare, fu “ Pentitevi “ (MT. 4,17). Ma che cos’è il pentimento?
Nell’agitazione della nostra vita quotidiana non abbiamo il tempo e arriviamo tranquillamente alla conclusione che tutto ciò che siamo tenuti a fare durante la Quaresima consiste dall’astenerci da certi alimenti, nel limitare i divertimenti, sull’andare a confessarci sul ricevere l’assoluzione dal Presbitero, nell’accostarci alla Santa Comunione, ritenerci così perfettamente in regola fino all’anno successivo.
Eppure una ragione ci deve essere se la Chiesa ha fissato sette settimane come tempo speciale riservato alla penitenza e se ci invita ad uno sforzo spirituale lungo e sostenuto: tutto questo certamente deve riguardare me, la mia fede, la mia vita, la mia appartenenza stessa alla Chiesa.
Il mio primo dovere non è allora quello di cercare di comprendere l’insegnamento della mia Chiesa sulla Quaresima, di sforzarmi di essere un Cristiano Ortodosso non soltanto di nome ma anche nella vita?
Alle domande: che cos’è il pentimento? Perché ne abbiamo bisogno? Come praticarlo? La grande quaresima!
I periodi di Quaresima durante l’anno Cristiano Liturgico ci danno una risposta.
La Quaresima, costituisce davvero una scuola di pentimento cui ogni cristiano deve andare ogni anno per approfondire la propria fede, riconsiderare la propria vita e, per quanto possibile, cambiarla.
È un meraviglioso Pellegrinaggio alla sorgente stessa della fede Ortodossa, una riscoperta del modo di vivere Ortodosso.
Proprio attraverso le forme e lo spirito della sua liturgia Quaresimale la Chiesa ci trasmette il senso di questa stagione unica.
Questa breve spiegazione del senso della Quaresima si basa quindi principalmente, anche se non esclusivamente, sugli uffici Divini Quaresimali.
Ci auguriamo che ognuno possa scoprire lui stesso che niente al mondo è così bello e profondo, così ispirato e ispirante quanto ciò che la Chiesa, nostra Madre, ci rivela e ci dona con libertà quando entriamo nella stagione benedetta della “Primavera Quaresimale“.  
La Quaresima e le Domeniche di preparazione
Domenica di Zaccheo: (Il Desiderio)
É la storia di un uomo che era troppo piccolo per vedere Gesù, ma che desiderava...
Questa è dunque il primo annuncio, il primo invito: dobbiamo desiderare ciò che c’è di più profondo e di più vero in noi stessi. Dobbiamo conoscere la sete e la fame dell’Assoluto che è con noi...
E se il nostro desiderio è sufficientemente profondo e forte Cristo lo soddisferà.   
Domenica del Pubblicano e del Fariseo (L’Umiltà)  
Alla vigilia di questo giorno, il Sabato sera i Vespri, fa la sua prima apparizione il libro liturgico del periodo di Quaresima, il Triodion. Essi sviluppano il secondo grande aspetto del pentimento: L’umiltà.
Il pubblicano invece si umilia e la sua umiltà la giustifica davanti a Dio. Dio stesso è Umile! Dio è umile perché è perfetto ; la sua umiltà è la sua gloria e la sorgente di ogni bellezza, perfezione e bontà; e chiunque si avvicina a Dio e lo conosce, immediatamente partecipa alla sua umiltà ed è rivestito della sua bellezza.   
Domenica del Figliol Prodigo (Ritorno dall’esilio)  
Nella terza domenica di preparazione alla Quaresima, noi ascoltiamo la parola del Figliol Prodigo (Luca 15,11-32) insieme con gli inni di questo giorno, la parabola ci mostra il tempo del pentimento come il ritorno dell’uomo dall’esilio.
Ma la Chiesa è qui a richiamarmi alla memoria quanto ho abbandonato e perduto.
E il Kontakion di questo giorno dice: “ho sperperato con i peccatori le ricchezze che tu mi avevi dato”.
Immerso nella mia malizia, ho errato lontano dalla tua gloria di Padre.   
Domenica dell’astinenza dalle carni: (Il Giudizio ultimo)
La vigilia di questo giorno (sabato dell’astinenza dalle carni), la Chiesa ci invita a fare la commemorazione universale “di tutti quelli che si sono addormentati nella speranza della risurrezione della Vita Eterna”.
E’ il grande giorno di preghiera della Chiesa per i suoi figli Defunti.     
L’amore è così il fondamento, la vita stessa della Chiesa, che è, secondo le parole di s. Ignazio di Antiochia, “unità di fede e di amore “. In Cristo, non vi è differenza fra vivi e morti, perché tutti sono viventi in Lui.   
Domenica della Tyrofagia: (Il Perdono)
Il mercoledì ed il venerdì sono considerati giorni interamente “ Quaresimali “. Non si celebra la Divina Liturgia e gli uffici liturgici hanno l’ordine e le caratteristiche della Quaresima. Ai Vespri del mercoledì la Quaresima con un bell’inno
Per il sabato della Tyrofagia la Chiesa commemora tutti gli uomini e le donne che sono stati illuminati dal digiuno, i Santi, che sono modelli da seguire, la guida sulla difficile arte del digiuno e del pentimento. Nello sforzo che stiamo per intraprendere non siamo soli.
Bisogna ricordare anche l’altro nome liturgico: la cacciata di Adamo dal paradiso di delizie.   
I Sabati di Quaresima
I Padri spesso paragonano la Quaresima al viaggio di quarant’anni compiuto dal popolo eletto attraverso il deserto. Noi sappiamo dalla Bibbia che, per salvare il suo popolo dalla dispe-razione ed anche per rivelare il Suo disegno ultimo, Dio compì molti prodigi durante quel viaggio; per analogia, i Padri danno lo stesso tipo di spiegazione per i quaranta giorni della Quaresima.
Benché la sua destinazione finale sia la Pasqua, la terra promessa del Regno di Dio, la Quaresima ha al termine di ogni settimana una “sosta” speciale, un’anticipazione di quella meta finale : sono i due giorni “Eucaristici” - il Sabato e la Domenica - che nel viaggio spirituale della Quaresima hanno un significato particolare.
Dal punto di vista delle “rubriche”, nella nostra tradizione l’assenza in questo giorno delle caratteristiche liturgiche della Quaresima, il sabato è un giorno non di digiuno, ma di festa, perché Dio stesso l’ha istituito come festa: “Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, (Gn 2,3) e lo consacrò, perché in esso aveva cessato ogni tipo di lavoro che egli creando aveva fatto. Nessuno può disfare o abolire ciò che Dio ha stabilito. E’ vero che molti Cristiani pensano che l’istituzione divina del Sabato è stata semplicemente trasferita alla Domenica, che è diventata così, per il Cristiano, il giorno di riposo o Shabbat.
Ebbene niente nelle Scritture o nella Tradizione può dar fondamento a questa credenza.
Al contrario, per i Padri e per tutta la Tradizione primitiva, la “computazione” della Domenica come primo ed ottavo giorno sottolinea che essa differisce dal Sabato e che anzi, in un certo qual modo, essa si contrappone al Sabato, che resta sempre il settimo giorno, il giorno in cui la creazione viene riconosciuta come “molto buona” e tale è il suo significato nell’Antico Testamento, significato che verrà mantenuto da Cristo stesso e dalla Chiesa.
Questo vuol dire che malgrado il peccato e la caduta, il mondo rimane la Creazione buona di Dio : esso conserva quella bontà essenziale, di cui il Creatore si è rallegrato :“e Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gn 1,31).
Conservare il Sabato così come era stato pensato sin dal principio significa quindi che la vita può avere un senso, può essere felice e creativa : può essere ciò che Dio ha voluto che fosse.
É il Sabato, giorno di riposo in cui noi godiamo dei frutti del nostro lavoro e delle nostre attività, rimane per sempre la benedizione accordata da Dio al mondo ed alla sua vita.
Tuttavia questa continuità fra la comprensione Veterotestamentataria del Sabato e della Cristianità non solo non esclude ma, di fatto, implica anche una discontinuità. In Cristo, infatti, niente resta quel che era, perché tutto viene portato a compimento, viene superato, tutto riceve un significato nuovo. Se il Sabato, nella realtà ultima, è la presenza, nel tessuto stesso di questo mondo, nel “molto buono” pronunciato da Dio, è proprio “questo mondo” che in Cristo riceve una luce nuova ed è da Lui mutato in qualcosa di nuovo.
Il Sabato celebrazione della Creazione, giorno di “questo mondo”, è diventato, in Cristo, il giorno che precede il giorno del Signore.
Tutti i Sabati dell’Anno Liturgico ricevono il loro significato da due Sabati decisivi : quello della risurrezione di Lazzaro, che ebbe luogo in questo mondo ed è l’annuncio e l’assicurazione della risurrezione di tutti ; e quello del Grande e Santo Sabato di Pasqua, in cui la morte stessa è stata trasformata ed è diventata il passaggio, la “Pasqua” alla vita Nuova della Nuova Creazione.
Durante la Quaresima, questo significato del Sabato assume un’intensità particolare, perché il fine della Quaresima è proprio di recuperare il senso Cristiano del tempo come preparazione e pellegrinaggio, ed il senso della condizione del Cristiano quale “straniero” ed “esiliato” in questo mondo (1Pt 2, 11). Questi Sabati mettono in rapporto lo sforzo quaresimale con il compimento futuro e danno così alla Quaresima un ritmo speciale. Da una parte, il Sabato della Quaresima è un giorno “Eucaristico” contrassegnato dalla celebrazione della Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo, e l’Eucarestia vuol sempre dire Festa.
Primo Sabato, ascoltiamo la maestosa introduzione all’Epistola agli Ebrei (Eb 1, 1 - 2) con la sua solenne affermazione della Creazione, della Redenzione e del Regno eterno di Dio.....
Il primo Sabato
ce ne da la chiave: Cristo rovescia l’interpretazione ipocrita del Sabato giudaico proclamando  (Mc 2, 23).
Il secondo Sabato
Noi stiamo vivendo in questi “ultimi giorni ” i giorni dello sforzo finale. Siamo ancora nell’oggi, ma la fine si avvicina. (Eb 3, 12 - 16). Una nuova era sta per venire, la ricostruzione è cominciata. In questo secondo Sabato udiamo il lebbroso dire a Cristo : (Mc 1, 35 - 44)
Il terzo
vediamo Cristo rompere tutti gli schemi (Mc 7, 31 - 37).
Il quarto
Sabato, al “molto buono” di Gn. 1, 31 risponde l’Evangelo con la gioiosa esclamazione:... Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti (Mc 7,31 - 37).     Infine
il quinto
Sabato, tutto questo trova il suo punto culminante nella confessione decisiva di Pietro:.. Tu sei il Cristo (Mt 8, 29).
È l’accettazione da parte dell’uomo del mistero di Cristo, del mistero della Nuova Creazione.
I Sabati di Quaresima, come abbiamo detto sopra, hanno un secondo tema - o una seconda dimensione quello della morte.
Ad eccezione del primo Sabato, tradizionalmente dedicato a S. Teodoro di Tiro, e del quinto, quello dell’Acastito, gli altri tre Sabati sono giorni di commemorazione universale di tutti coloro che, “nella speranza della Risurrezione e della Vita Eterna”, si sono addormentati nel Signore.
Una diffusa deviazione della pietà popolare del vero significato della fede Cristiana ha fatto diventare di nuovo nera la morte. Questo è simbolizzato in molte parti dall’uso dei paramenti neri ai funerali ed ai “Requiem”. Eppure noi dovremmo sapere che per un Cristiano il colore della morte è bianco.
La preghiera per i defunti non è un lutto ; e questo appare chiaro soprattutto nella relazione che esiste fra la commemorazione Universale dei Defunti ed i Sabati in generale, quelli di Quaresima in particolare.
Ed il fine ultimo della Quaresima è di ristabilire in noi il desiderio ardente della manifestazione dei figli di Dio”, che è il contenuto della Fede, dell’amore e della speranza cristiani.
É per questa speranza che noi siamo stati salvati. Sono la luce del Sabato di Lazzaro e la pace  gioiosa del Grande e Santo Sabato che danno il senso alla morte cristiana ed alla nostra preghiera per i defunti.   
Le Domeniche di Quaresima   
Ogni Domenica di Quaresima ha due temi, due significati. Da una parte, ciascuna Domenica appartiene ad una serie sulla quale si manifestano il ritorno e le “dialettiche” spirituali della Quaresima. Dall’altra, nel corso dello sviluppo storico della Chiesa, quasi ogni singola Domenica di Quaresima ha acquistato un secondo tema.
Così, nella prima Domenica la Chiesa celebra il trionfo dell’Ortodossia, che commemora la vittoria sull’Iconoclastia ed il ristabilimento del la venerazione delle Icone a Costantinopoli nel 843. Il legame di questa celebrazione con la Quaresima è puramente storico: il primo trionfo dell’Ortodossia ebbe luogo in questa Domenica particolare. Lo stesso si dica per la commemorazione di S. Gregorio Palamas, la seconda Domenica di Quaresima.
La condanna dei nemici del Santo e la difesa dei suoi insegnamenti da parte della Chiesa, nel XVI secolo, furono acclamate come un secondo trionfo dell’Ortodossia e per questo motivo una celebrazione annuale fu prescritta per la seconda domenica di Quaresima.
Significative ed importanti come sono di per se, queste commemorazioni sono indipendenti dalla Quaresima in quanto tale, noi le tralasciamo, dato che non rientrano nella prospettiva di quest’opera. Meglio “integrati” sulla Quaresima sono le commemorazioni di S. Giovanni Climaco, la quarta Domenica, e di S. Maria Egiziaca, la quinta Domenica.
In questi due Santi la Chiesa vede gli Araldi ed i Testimoni massimi dell’ascetismo Cristiano: S. Giovanni è colui che ha espresso i principi dell’ascetismo nei suoi scritti, S. Maria nella sua vita in loro commemorazione durante la seconda metà della Quaresima mira evidentemente ad incoraggiare ed ispirare i credenti impegnati nella lotta mediante lo sforzo spirituale quaresimale. L’ascetismo è da praticare e non soltanto da commemorare, e la commemorazione di questi due Santi è in vista del nostro sforzo personale.
C’è un legame tra Quaresima e Battesimo, e cioè, il significato della Quaresima come preparazione al Battesimo.   
Il tema della prima Domenica.
Dopo aver fatto menzione dei giusti dell’Antico Testamento, l’Epistola (Eb 11,24-26. 32-40; 1-2) conclude:... Eppure, tutti costoro, pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza, non conseguirono la promessa, avendo Dio predisposto qualcosa di meglio per noi...
Di che si tratta? La risposta c’è data dalla lettura dell’Evangelo (Gv 1,43-51) della prima Domenica:
“Vedrai cose maggiori di queste! In verità in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli Angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’Uomo“.
Il che vuol dire: voi, Catecumeni, voi che credete in Cristo, voi che chiedete d’essere Battezzati, che vi state preparando alla Pasqua, voi vedrete l’inaugurazione dei tempi nuovi, il compimento di tutte le promesse, la manifestazione del Regno. Ma vedrete questo solo se credete e vi pentite, se cambiate la vostra mentalità, se ne avete il desiderio e ne accettate lo sforzo.
Questo ci viene ricordato nella lettura della seconda Domenica (Eb 1,10 - 2,3):... e questo bisogna che ci applichiamo con maggiore impegno alle cose udite, per non essere sospinto fuori rotta... Come potremo noi sottrarci al castigo se trascuriamo una salvezza così grande? ..
Nella lettura del Vangelo di questa seconda Domenica
( Mc. 2,1 - 12), l’immagine di questo sforzo e di questo desiderio ci è dato dal paralitico, portato a Cristo attraverso il tetto:... Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: “ Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati “.
Nella terza Domenica - la Domenica della Croce - fa la sua apparizione il tema della Croce, e ci viene detto (Mc 8,34 - 9,1):... ”A che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria Anima? E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria Anima? “.
A partire da questa Domenica, le letture tratte dalle Epistole degli Ebrei cominciano a rivelarci il significato del sacrificio di Cristo, per il quale noi abbiamo accesso “all’interno del Santuario, al di la del velo” cioè nel Santo dei Santi del Regno di Dio (Cfr. Terza Domenica : Eb 4,14 - 5,6 ; quarta Domenica: Eb 6,13 - 20; quinta Domenica Eb 9,11 - 14 quinta Domenica Eb 9,11 - 14 , mentre le letture tratte dal Vangelo di Marco la passione volontaria di Cristo.
... Il Figlio dell’Uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno... (Mc 9,17 - 34 quarta Domenica) e la sua Resurrezione:... Ma dopo tre giorni resusciterà... (Mc 10,32 - 45, quinta Domenica).
La catechesi la preparazione al grande mistero volge al termine, l’ora decisiva dell’ingresso dell’uomo nella morte e risurrezione di Cristo si fa vicina..
Oggi la Quaresima non è più la preparazione dei Catecumeni ed al Battesimo; ma, benché Battezzato e Cresimato, non siamo noi in un certo senso “Catecumeni” ? O piuttosto, noi lo dobbiamo ridiventare ogni anno? Non ci allontaniamo forse ripetutamente dal grande mistero di cui siamo stati fatti partecipi? Non abbiamo bisogno nella nostra vita - che è un costante estraniarci da Cristo e dal suo Regno - di fare, ogni giorno, questo viaggio di ritorno alle radici della nostra fede Cristiana?   
La metà Quaresima.  
Terza Domenica - Domenica della venerazione della Croce - In Quaresima è la nostra Autocrocifissione, la nostra esperienza, per quanto limitata, dal comandamento di Cristo che abbiamo ascoltato nelle letture evangeliche di questa Domenica:... “Se qualcuno vuole venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua Croce e mi segua “ (Mc 8,34)... Perché la croce è detta l’albero della vita, è l’albero che fu piantato nel Paradiso ; per questo motivo i nostri Padri l’hanno piantata nel mezzo della Santa Quaresima, ricordandoci che un tempo la beatitudine di Adamo e come lui ne fu privato, ricordandoci anche che, comunicando a questo albero, noi non moriamo più, ma siamo tenuti in vita...
In Lazzaro, Cristo già ti distrugge, o morte!
E dov’è, o inferno, la tua vittoria...?
Lo sforzo quaresimale ci ha resi capaci di tralasciare tutto ciò che abitualmente oscura in maniera consistente l’oggetto centrale della nostra Fede, della nostra speranza e della nostra gioia. Concludendo: la Quaresima è un tempo propizio per misurare il carattere incredibilmente superficiale dei nostri rapporti con gli uomini, con le cose e con il lavoro.
Infine la Quaresima è il tempo in cui dobbiamo controllare il nostro parlare.
Se dunque, come abbiamo detto subito all’inizio, la Quaresima è per l’uomo la risposta alla propria Fede, essa è per lui anche la riscoperta della vita, del suo significato divino della sua profondità sacra.
E’ perciò, che la notte di Pasqua cantiamo: oggi tutte le cose sono riempite di luce: il cielo, la terra e gli inferi.
Tutta la creazione celebra la risurrezione di Cristo ; in cui è il suo fondamento... Non deluderci in questa nostra speranza, o Amico degli uomini.


*Risurrezione del Signore

Pasqua di Risurrezione del Signore (celebrazione mobile)
Martirologio Romano:
In questo giorno, che il Signore ha fatto, solennità delle solennità e nostra Pasqua: Risurrezione del nostro Salvatore Gesù Cristo secondo la carne.
Se il Natale è la festività che raccoglie la famiglia, riunisce i parenti lontani, che più fa sentire il calore di una casa, degli affetti familiari, condividendoli con chi è solo, nello struggente ricordo del Dio Bambino; la Pasqua invece è la festa della gioia, dell’esplosione della natura che
rifiorisce in Primavera, ma soprattutto del sollievo, del gaudio che si prova, come dopo il passare di un dolore e di una mestizia che creava angoscia, perché per noi cristiani questa è la Pasqua, la dimostrazione reale che la Resurrezione di Gesù non era una vana promessa, di un uomo creduto un esaltato dai contemporanei o un Maestro (Rabbi) da un certo numero di persone, fra i quali i disorientati discepoli.
La Risurrezione è la dimostrazione massima della divinità di Gesù, non uno dei numerosi miracoli fatti nel corso della sua vita pubblica, a beneficio di tante persone che credettero in Lui; questa volta è Gesù stesso, in prima persona che indica il valore della sofferenza, comune a tutti gli uomini, che trasfigurata dalla speranza, conduce alla Vita Eterna, per i meriti della Morte e Resurrezione di Cristo.
La Pasqua è una forza, una energia d’amore immessa nel Creato, che viene posta come lievito nella vita degli uomini ed è una energia incredibile, perché alimenta e sorregge la nostra speranza di risorgere anche noi, perché le membra devono seguire la sorte del capo; ci dà la certezza della Redenzione, perché Cristo morendo ci ha liberati dai peccati, ma risorgendo ci ha restituito quei preziosi beni che avevamo perduto con la colpa.
Racconto evangelico
Esaminiamo adesso la cronologia degli avvenimenti che seguirono alla morte e sepoltura di Gesù.
La sepoltura fu una operazione provvisoria, in quando essendo ormai un’ora serale e si approssimava con il tramonto il Sabato ebraico, in cui è noto era proibita qualsiasi attività, il corpo di Gesù fu avvolto in un lenzuolo candido e deposto nel sepolcro nuovo scavato nella roccia, appartenente a Giuseppe d’Arimatea, membro del Sinedrio, ma ormai seguace delle idee del giovane “Rabbi” della Galilea.
Le operazioni necessarie per questo tipo di sepoltura, che non era l’inumazione nel terreno, e cioè il cospargere il corpo con profumi ed unguenti conservativi e l’avvolgimento dello stesso corpo con fasce o bende (ne abbiamo l’esempio nel racconto di Lazzaro risuscitato dallo stesso Gesù); queste operazioni, dicevamo, furono rimandate a dopo il Sabato dalle pie donne, le quali dopo aver preparato gli aromi e visto dove era stato deposto il corpo di Gesù, alla fine si allontanarono.
Dopo la Parasceve (vigilia del Sabato) quindi appena dopo sepolto Gesù, i sacerdoti ed i Farisei si recarono da Pilato dicendogli che si erano ricordati “che quell’impostore quando era ancora in vita, disse: Dopo tre giorni risorgerò.
Ordina dunque che sia vigilato il sepolcro fino al terzo giorno, perché non vengano i discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: È risorto dai morti.
Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!”.
E Pilato, secondo il solo Vangelo di Matteo, autorizzò il sigillo del sepolcro e dispose alcune guardie per controllarlo.
Trascorso il Sabato, in cui tutti osservarono il riposo, Maria di Magdala, Maria di Cleofa e Salome, completarono la preparazione dei profumi e si recarono al sepolcro di buon’ora per completare le unzioni del corpo e la fasciatura; lungo la strada dicevano tra loro, chi poteva aiutarle a spostare la pesante pietra circolare, che chiudeva la bassa apertura del sepolcro, che era composto da due ambienti scavati nella roccia, consistenti in un piccolo atrio e nella cella sepolcrale; quest’ultima contenente una specie di rialzo in pietra, su cui veniva deposto il cadavere.
Quando arrivarono, secondo i Vangeli, vi fu un terremoto, un angelo sfolgorante scese dal cielo, si accostò al sepolcro fece rotolare la pietra e si pose a sedere su di essa; le guardie prese da grande spavento caddero svenute.
Ma l’Angelo si rivolse alle donne sgomente, dicendo loro: “Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui.
È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”.
Proseguendo con il racconto del Vangelo di Matteo, le donne si allontanarono di corsa per dare l’annunzio ai discepoli.
Piace ricordare che anche l’annunzio della nascita di Gesù avvenne tramite un Angelo a dei semplici pastori, così anche la Sua Risurrezione viene annunciata da un Angelo a delle umili donne, che secondo l’antico Diritto ebraico, erano inabilitate a testimoniare, quindi con questo evento che le vede messaggere e testimoni, viene anche ad inserirsi un evento storico nella socialità ebraica.
Lungo la strada lo stesso Gesù apparve loro, che prese dalla gioia si prostrarono ad adorarlo e il Risorto disse loro: “Non temete, andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno”.
Proseguendo nella lettura del Vangelo di Matteo (che è l’unico ad indicare l’esistenza di un drappello di guardie), mentre le donne proseguirono veloci alla ricerca degli apostoli per avvisarli, alcuni dei soldati di guardia, rinvenuti dallo spavento provato, si recarono in città a riferire ai sommi sacerdoti l’accaduto.
Questi allora, riunitasi con gli anziani, decisero di dare una cospicua somma di denaro ai soldati, affinché dichiarassero che erano venuti i discepoli di Gesù di notte, mentre dormivano e ne avevano rubato il corpo, promettendo di intervenire in loro favore presso il governatore, se avessero avuto delle punizioni per questo.
Questa diceria, propagata dai soldati, si è diffusa fra i Giudei fino ad oggi. Se colpa si potrebbe attribuire alle autorità religiose ebraiche dell’epoca, questa riguarda l’ostinazione nello sbagliare anche di fronte all’evidenza, pur di non ammettere l’errore commesso; “quel timore che venga rubato il corpo, quelle guardie al sepolcro, quel sigillo apposto per loro richiesta, sono la testimonianza della loro follia ed ostinazione” (s. Ilario); in realtà tutto ciò servì soltanto a rendere più certa ed incontestabile la Resurrezione.
Quando le donne raggiunsero gli apostoli e riferirono l’accaduto, essi corsero verso il sepolcro, ma Pietro e Giovanni corsero avanti, al sepolcro arrivò per primo Giovanni più giovane e veloce, ma sulla soglia si fermò dopo aver visto il lenzuolo (Sindone) a terra, Pietro sopraggiunto, entrò per primo e constatò che il lenzuolo era per terra, mentre il sudario, usato per poggiarlo sul capo dei defunti, era ripiegato in un angolo, poi entrò anche Giovanni e ambedue capirono e credettero a quanto lo stesso Gesù, aveva detto in precedenza riguardo la sua Risurrezione.
A questo punto, con gli apostoli che se ne ritornano tutti meravigliati e gioiosi verso la loro dimora, riempiti di certezza e nuova forza, termina il racconto evangelico del giorno di Pasqua; Gesù comparirà altre volte alla Maddalena, agli Apostoli, ai discepoli di Emmaus, a sua madre, finché non si avrà la sua Ascensione al cielo; gli Evangelisti raccontano in modo diverso questi avvenimenti connessi con la Resurrezione, ma in sostanza simili nell’insegnamento.
Liturgia e Veglia Pasquale
Adesso è utile descrivere l’aspetto liturgico della Pasqua, che è bene ricordare è il culmine della Settimana Santa, è festa di grande solennità per il mondo cristiano, prosegue con l’Ottava di Pasqua e con il Tempo liturgico di Pasqua che dura 50 giorni, inglobando la festività dell’Ascensione, fino all’altra solennità della Pentecoste.  Dopo il silenzio, penitenza e meditazione del Sabato Santo, la liturgia prevede la grande Veglia pasquale, che è la celebrazione più importante dell’anno liturgico e quella che più esprime la gioia della fede in Gesù Cristo risorto e Salvatore dell’uomo.
La notte nella quale il Signore passa dalla morte alla vita, segna il punto più alto della storia religiosa dell’umanità; fin dai primi secoli, i cristiani l’hanno celebrata con la più grande solennità.
Sant’Agostino la chiama “la madre di tutte le veglie sante, durante la quale il mondo intero è rimasto sveglio”.
Nel corso di questa notte, la Chiesa celebrava e celebra la Resurrezione di Cristo, battezzando nuovi cristiani e domandando a coloro che già lo sono, di rinnovare tutti insieme gl’impegni del loro Battesimo.
La Veglia pasquale è una celebrazione complessa ed unitaria, che si svolge in momenti successivi:
1) Liturgia della Luce; 2) Liturgia della Parola; 3) Liturgia Battesimale; 4) Liturgia Eucaristica.
Il rito si svolge nella notte, simbolo della vita, che senza Cristo, è immersa nelle tenebre dell’ignoranza e dell’errore, del peccato e della morte.
Liturgia della Luce – Benedizione del nuovo fuoco
La cerimonia si svolge all’esterno della chiesa, tutta oscurata; il celebrante benedice il fuoco nuovo in un braciere, simbolo dello Spirito Santo e della virtù teologale della Carità, infusa in noi nel Battesimo.
Benedizione del cero pasquale.
Segue la benedizione del cero pasquale, grande cero che rimarrà acceso durante le cerimonie liturgiche, per tutto il Tempo Pasquale e che verrà spento il giorno di Pentecoste, dopo la lettura del Vangelo; la sua origine sembra risalire al IV secolo.
Il cero viene ornato da cinque grossi grani d’incenso, disposti a forma di croce e dalle lettere dell’alfabeto greco Alfa e Omega, che sono rispettivamente la prima e l’ultima, che alludono a Cristo, principio e fine di tutta la realtà.
Per la benedizione il sacerdote usa questa formula: “Il Cristo ieri e oggi / Principio e fine / Alfa e Omega. A lui appartengono il tempo ed i secoli. A lui la gloria e il potere / per tutti i secoli in eterno. Per mezzo delle sue sante piaghe gloriose, ci protegga e ci custodisca il Cristo Signore”.
Poi il celebrante attinge dal fuoco benedetto, la fiamma per accendere il cero pasquale, mentre pronunzia. “La luce del Cristo che risorge glorioso, disperda le tenebre del cuore e dello spirito”. Il cero rappresenta anche la virtù teologale della Fede, che illumina il cammino di santificazione del cristiano.
Processione d’ingresso
Guidati dalla fiamma del cero pasquale, la processione avanza nella chiesa oscurata, mentre il sacerdote canta per tre volte con tonalità crescenti, le parole: “Lumen Christi” o “Cristo luce del mondo” a cui i fedeli rispondono “Deo gratias” o “Rendiamo grazie a Dio”; ad ogni sosta si accendono progressivamente le candele dei ministri e poi quelle di tutta la chiesa.
Man mano la luce vince le tenebre in un suggestivo simbolismo; la processione è simbolo della virtù teologale della Speranza, del cammino del popolo di Dio nella via della santificazione.
L’annuncio pasquale
Davanti a tutta l’Assemblea cristiana, che tiene la candela accesa in mano, il celebrante o il diacono canta l’Exultet o annuncio pasquale, in cui invita la Chiesa ad innalzare un inno di ringraziamento e di lode al Signore misericordioso, che ha redento l’umanità dal peccato.
Sono note due versioni dell’Exultet, la romana e l’ambrosiana, la cui attribuzione è dubbia, forse fra i probabili autori è compreso anche s. Ambrogio; anche se se ne ha prova fin dal IV secolo a Roma, nella liturgia fu introdotto più tardi, fra il VI e VIII secolo.
Al termine, spente le candele e sedutasi, l’assemblea ascolta il canto del ‘Preconio’ da parte del diacono.
Liturgia della Parola
Vengono letti sette brani del Vecchio Testamento, narranti la creazione del mondo, il sacrificio di Abramo, l’esodo dall’Egitto, il passaggio del Mar Rosso e alcune profezie dei profeti biblici; il filo conduttore che unisce queste letture è la notte, sia dell’atmosfera sia del cuore, ma Dio vegliava e dall’oscurità si accese improvvisamente la luce.
Poi viene intonato il canto del "Gloria", con il suono delle campane, l’illuminazione completa della chiesa, il suono dell’organo, tutto simboleggiante l’avvenuta Resurrezione di Cristo e del significato e beneficio che ne è scaturito per gli uomini.
Segue il canto dell’Alleluia, che per tutto il periodo della Quaresima era stato omesso nella liturgia, in segno di mestizia per la Passione di Gesù.
Infine c’è la lettura del brano evangelico secondo Luca (24, 1-12) che narra la scoperta da parte delle donne e poi degli Apostoli dell’avvenuta Resurrezione.
Liturgia Battesimale
Viene posto a vista dei fedeli un catino con l’acqua che sarà utilizzata per i futuri Battesimi, compresi quelli, se ve ne sono, di questa santa notte.
L’acqua viene benedetta dal celebrante (essa è simbolo del dono della Grazia e della Vita nuova, comunicata da Cristo) dopo la recita delle Litanie dei Santi; la benedizione effettuata con l’immersione del cero pasquale, una o tre volte, è accompagnata da bellissime preghiere del celebrante, che per motivi di spazio non riportiamo, essendo un po’ lunghe.
Seguono le promesse battesimali rinnovate dall’Assemblea, dopo se vi sono dei battezzandi si procede con il Battesimo di essi e al termine tutti i presenti, a ricordo del proprio battesimo, vengono aspersi con l’acqua benedetta.
Terminato questo rito, il sacerdote e il lettore recitano la preghiera dei fedeli, omettendo in questa occasione la recita del Credo.
Liturgia Eucaristica
A questo punto la liturgia diventa quella solita della celebrazione della Messa, con Prefazio, preghiere, antifone proprie della festività di Pasqua e si conclude con la solenne benedizione del celebrante.
Durante il giorno della Domenica di Pasqua le celebrazioni delle Messe sono come al solito, ma caratterizzate di solennità.
Storia della Festa – Tradizioni
La datazione della Pasqua, nel mondo cristiano fu motivo di gravi controversie fra le Chiese d’Oriente e d’Occidente, la prima era composta da ebrei convertiti e la celebrava subito dopo la Pasqua ebraica e cioè nella sera della luna piena, il 14 Nisan, primo mese dell’anno ebraico; quindi sempre in giorni diversi della settimana.
Mentre i cristiani convertiti dal paganesimo, la celebravano nel primo giorno della settimana, cioè la Domenica (il Sabato ebraico), questo criterio fu adottato dalla Chiesa d’Occidente.
La controversia durò parecchio, coinvolgendo sante ed autorevoli figure di vescovi di ambo le parti, come Policarpo, Ireneo e papi come Aniceto e Vittore I; solo con il Concilio di Nicea del 325, si ottenne che fosse celebrata nello stesso giorno in tutta la cristianità e cioè adottando il rito Occidentale, fissandola nella domenica che seguiva il plenilunio di primavera.
Tralasciamo tutte le successive controversie su questo problema; oggi la celebrazione cade tra il 22 marzo e il 25 aprile denominandola così Pasqua bassa o alta, secondo il periodo in cui capita. Essendo una festa mobile, determina la data di altre celebrazioni ad essa collegate, come la Quaresima, la Settimana Santa, l’Ascensione, la Pentecoste.
La Chiesa contempla per i cattolici l’obbligo del Precetto Pasquale, cioè confessarsi e ricevere l’Eucaristia almeno una volta nel periodo pasquale.
Legata alla celebrazione della Pasqua, vi sono alcune tradizioni come ‘’uovo di Pasqua’; l’uovo è da sempre il simbolo della vita; per i cristiani l’uovo di Pasqua è simbolo del sepolcro, vuoto all’interno, ma che contiene in sé la più grande sorpresa: la Resurrezione, simbolicamente nell’uovo di cioccolato che si regala, si trova perciò una sorpresa.
Nel pranzo pasquale viene aspersa la tavola imbandita, intingendo nell’acqua benedetta un rametto di ulivo, distribuito nella Domenica delle Palme.
Il Papa da antichissima data impartisce la solenne benedizione “Urbe et Orbe”, cioè a Roma ed al Mondo.
Fra le tantissime manifestazioni civili e folcloristiche, che si effettuano nel mondo in questo giorno di festa, citiamo per concludere, solo lo ‘scoppio del carro’ a Firenze, con tutto il contorno di corteo in costumi d’epoca.  (Autore: Antonio Borrelli)

Domenica di Risurrezione
Veglia della Notte Santa – la Madre di tutte le veglie.
Così S. Agostino definisce questa celebrazione. Essa si colloca al cuore dell'Anno liturgico, al centro di ogni celebrazione.
Ad essa si preparavano i nuovi cristiani, in essa speravano i peccatori, tutti potevano di nuovo attingere dalla mensa ai «cancelli celesti».
Essa rappresenta Totum pasquale sacramentum. Infatti in essa si celebrano non solo i fatti della risurrezione, ma anche quelli della passione di Cristo.
Dalla comunità primitiva non abbiamo nessuna testimonianza della celebrazione della Pasqua in una domenica precisa.
Infatti i cristiani celebravano la risurrezione del Signore ogni domenica, ogni settimana. Ben presto, però, si è iniziato a commemorare la resurrezione in un giorno particolare annuale.

Già gli scritti del III sec. come ad es. Didascalia Apostolorum, ci danno la testimonianza di queste celebrazioni.
Si insiste sul digiuno, di cui abbiamo già parlato, sul vegliare di tutta la notte nelle preghiere, nelle suppliche, con salmi e le letture fino alle tre della notte.
La lettura della Parola è uno dei punti principali. Non è molto facile stabilire lo schema antico delle letture. Probabilmente le letture erano sei.
Quasi sempre poi sono presenti la lettura dalla Genesi (creazione), il sacrificio di Abramo, il passaggio del Mar Rosso…
La Veglia primitiva non ha accenni in proposito all'istituzione dell'Eucaristia.
Nella tradizione romana però la lettura del passaggio del Mar Rosso viene interpretata in senso battesimale.
Dunque nel VII sec. lo schema della celebrazione potrebbe essere questo: La lettura della Parola, La celebrazione del Battesimo, La celebrazione dell'Eucaristia.
A questo, abbastanza presto, si aggiunge anche la Liturgia della Luce, che apre la celebrazione. Il rito probabilmente proviene dal «lucernario» di cui abbiamo diverse testimonianze.
Già Egeria ci tramanda che a Gerusalemme nel IV sec. si accendevano la sera, con una certa ritualità, le candele.
Probabilmente all'inizio, questo gesto era solo di tipo pratico, perché era buio. Anche il Gelasiano antico, che rappresenta la liturgia dei Titoli, ha l'Accensione della candela.
Ciò non è però presente nelle celebrazioni papali, ma dal V-VI sec. diventa prassi per tutte le chiese, tranne quella del pontefice, che l'assume solo verso XI sec. Dal X sec. si aggiungono nel sud della Francia, i grani d'incenso che arrivano anche a Roma verso XI sec.
Il canto che accompagna l'accensione della lampada è assai antico. Già Ippolito Romano ci presentava una preghiera di benedizione del cero durante la cena. Il canto del Exultet in diverse forme è testimoniato dal IV sec.
Per ciò che riguarda il tempo della celebrazione abbiamo già fatto qualche accenno. Inizialmente e fino al V sec., era una celebrazione notturna che finiva all'alba. Ma dal VI sec. si sposta sempre più avanti.
I motivi di questo cambiamento potrebbero essere i seguenti: i candidati al battesimo non sono più adulti ma bambini e non era facile farli vegliare di notte.
Un altro motivo può essere quello del digiuno che poteva essere interrotto solo dopo la veglia.
Nel IX sec. la celebrazione è già in crisi; si cerca allora di anticiparla, arrivando all'assurdo, con la disposizione del Papa Pio V, che vietò la celebrazione della messa nel pomeriggio.
Così tutta la celebrazione della veglia notturna finiva a mezzogiorno del sabato; ciò a scapito della molteplice simbologia di questa notte santa.
Solo con la riforma del 1951, che anticipava quella vaticana, si ripristinava la celebrazione nelle ore notturne.
Siccome tutti i riti finivano di sabato, la domenica rimaneva «vuota». Anche Leone Magno ha ancora un sermone solo per la Veglia. Ma all'inizio del V sec. nasce un formulario anche per la messa della domenica di Pasqua. Il Gelasiano Antico ne è la testimonianza.
Una piccola menzione deve esser fatta dei Vespri battesimali celebrati dal V sec. e descritti nell'Ordo XXVII dell'VIII sec. Scomparsi nel XIII sec. oggi suggeriti perché siano ripristinati.
Oggi la celebrazione è stata ritoccata in diversi punti, ma soprattutto semplificata nei riti. Consta di quattro momenti fondamentali.
1. La liturgia della luce
2. La liturgia della Parola
3. La liturgia battesimale
4. La celebrazione eucaristica
La liturgia della luce, essendo compiuta nelle ore notturne, ha ripristinato la sua simbologia. Il rito è stato semplificato con la possibilità di adattamenti ulteriori sia da parte del celebrante che dalle Conferenze Episcopali.
Compiuta la benedizione del fuoco e del cero, l'assemblea fa rientro in chiesa con il triplice acclamazione del «Cristo – luce del mondo».
Degno di sottolineatura è il fatto della partecipazione dell'assemblea, sia nella risposta «Rendiamo grazie a Dio», che nell'accensione delle loro candele; prima della riforma l'assemblea era quasi ignorata.
Segue il canto dell'Exultet che oggi può essere cantato anche da un cantore.
Alcune voci critiche hanno sottolineato l'»assenza» dello Spirito santo, alquanto importante nel senso del «fecondatore» dell'acqua battesimale. Forse sarebbe più opportuno anche collocarlo dopo la Liturgia della Parola come sintesi di essa.
La Liturgia della Parola è stata arricchita con le orazioni «a scelta», che rendono più facile la comprensione delle letture.
Oggi abbiamo nove letture scelte dall'Antico e dal Nuovo testamento. Si può tralasciarne qualcuna, mai però quella dell'Esodo, cioè del passaggio del Mar Rosso.
Nel varco dall'Antico al Nuovo si ha il canto del Gloria – canto pasquale per eccellenza - accompagnato dal suono delle campane.
Quell'inno nell'Occidente fu riservato proprio alla Notte santa. A ciò si aggiungono diversi «Alleluia» che annunziano la gioia della Risurrezione del Signore.
Alla Liturgia della Parola segue la Liturgia Battesimale.
Il messale presenta due varianti: quando ci sono i battezzandi, oppure la sola benedizione dell'acqua lustrale.
Qui vediamo una novità non indifferente: la rinnovazione delle promesse battesimali e l'aspersione dell'assemblea con l'acqua benedetta.
I fedeli portano in mano la candela accesa col fuoco nuovo, che simboleggia l'attesa del Signore che ritorna alla fine dei tempi.
È da sottolineare che i padri più che l'attesa della risurrezione vedono qui l'attesa escatologica. Parafrasando si potrebbe dire: «se vedete la prima alba celebrate l'Eucaristia.
É segno che questa volta il Signore non verrà».
Si è voluto lasciare alla Veglia il senso battesimale. Pertanto se ci sono i candidati al battesimo qui ha il luogo la celebrazione del sacramento.
Al termine la celebrazione prosegue con l'Eucaristia. Tutto il mondo cosmico è rinnovato dal Mistero Pasquale.
I neo-battezzati per la prima volta si comunicano assieme con tutti i fedeli. Tutti partecipano al sacramento dell'altare, a cui l'intera preparazione quaresimale e il digiuno intra-pasquale hanno portato.
Purtroppo dal punto di vista pastorale c'è ancora molto da fare, perché la Veglia sia riscoperta anche da parte dei fedeli. La Vigilia di Natale ad es., riesce abbastanza bene; tanto più dovrebbe essere celebrata questa, La Madre di tutte le veglie, unica nell'anno.
Si dovrebbero forse, accentuare maggiormente gli elementi fondamentali di questa celebrazione: la Liturgia della Parola, la celebrazione dell'acqua e soprattutto la celebrazione dell'Eucaristia, che è il coronamento di esse.
Quest'ultima rischia però di passare in secondo ordine, in quanto non comporta una propria originalità.

Testimoni della Speranza

Pasqua parla di risurrezione, oggi, che tutto sembra in crisi. Tutti abbiamo paura.
Eppure il cristianesimo è speranza, la Chiesa ha in sé un messaggio, da proporre: lo leggiamo nella sua storia, la storia di tutte le nazioni europee.
Il convegno ecclesiale dello scorso ottobre di Verona ha ribadito che è compito del cristiano essere nella quotidianità “testimone di speranza”; sapersi decidere, con scelte libere e responsabili, per seminare speranza; impegnarsi in atteggiamenti e comportamenti di speranza.
Alla speranza ha fatto centro l’intervento di Benedetto XVI, che ha affermato la necessità per i cristiani di essere portatori di gioia e di speranza in un mondo in cui la cultura è contrassegnata “da un grande  e nascosto bisogno di speranza”.
In questa situazione leggiamo lo scollamento tra politica e società civile.
Il politico deve ritrovare la sua linea di riferimento nei valori cristiani e nella ricca dottrina della Chiesa.
Nella cantiere dove si edifica il bene comune, i costruttori sono tutti i cittadini con i compiti più svariati: dai più umili ai più alti.
Tutti, da coloro che portano le maggiori responsabilità a quelli che compiono i servizi meno appariscenti.
Il distacco fra cittadini e vita politica “vizia” l’esercizio della democrazia. In Italia come in tutte le nazioni cristiane – ecco l’importanza delle radici cristiane dell’Europa – abbiamo la ricchezza di una rete di associazioni sociali ampia e ramificata.
Operare in questa prospettiva è il primo passo da compiersi per inaugurare una stagione diversa, cominciare a dare speranza alla nostra quotidianità e riaffermare le comuni radici.
Questo aiuterà ad uscire dalle nostre contraddizioni.
Questo può accadere il giorno in cui diventeremo quello che è scritto nella Costituzione dell’Unione Europea: “Lo spazio privilegiato della speranza umana”.
Speranza e condivisione dunque definiscono il cristiano e fanno uscire dall’incubo della paura.

Cari amici, Buona Pasqua

Gesù è risorto, “non è qui”; risorto, ci precede nel cammino della vita. Ha vinto la morte perché ci ama. Non temiamo.
Il Risorto è “Amore” anche se noi lo amiamo poco o l’abbiamo dimenticato.
Nel Vangelo leggiamo che il mattino di Pasqua tutti corrono: “Corre Maria di Magdala”, “corre Simon Pietro e l’altro discepolo”.
Corrono per vedere, corrono per credere, corrono per entrare nella gioia della Pasqua.
La lezione della passione, morte e risurrezione di Gesù deve condurci all’amore verso i fratelli, soprattutto i più lontani, i più bisognosi.
A Pasqua, dobbiamo riscoprire il volto di Gesù nel volto dei fratelli, per offrirci come risurrezione.
Se il Risorto è condivisione delle nostre situazioni, significa che è dalla nostra parte: ritroviamo il coraggio di alzarci per diventare popolo di viventi.
Gesù, risorto, è ora il respiro del mondo.
Ě a Pasqua che sappiamo che Gesù ci ama veramente, pronto a incontrarci nel suo amore ora chiede accoglienza.
Allora chiese una stanza per celebrare la Pasqua con i suoi discepoli, per sedersi a mensa e donarsi.
Durante la cena si alzò, si cinse i fianchi con l’asciugatoio e si chinò per lavare i piedi ai discepoli. Ě nella condivisione che celebriamo la Pasqua.
Noi condividiamo la carità con le Missioni sparse nel mondo, la gioia dei bambini di Mindanao, delle Philippine, di Lianga, lo confermano!
Si cerca Gesù dove si ama e siamo amati.
Carissimi, vi benedica la Regina di Pompei, sia sempre con voi.
Buona Pasqua.                                                                              
Madre Angelica Bruno
                                                                      Superiora Generale

Con affetto auguri di Buona Pasqua
Ě la Pasqua del Signore, l’avventura più sconvolgente della storia. In Gesù morto e risorto siamo diventati “luce da luce”: siamo l’amore di Dio.
Pasqua è amore.
Se sentiamo di amare poco Gesù, confidiamo: lui ci ama. Corriamo al suo sepolcro con il cuore ardente, abbandonandoci al suo amore. Rifiorirà in noi, serena, la vita come a primavera.
Il Signore è risorto con la Pasqua; la sofferenza e la croce sono l’altare, il dolore si trasforma in gioia. Con la Pasqua, , la croce è la via aperta alla vita. Svela la vita: “il peccato aveva ucciso l’autore della vita, Dio lo ha risuscitato; risusciterà anche noi con la sua potenza”.
Travolti dalla Pasqua, ritroviamo la gioia.
Ora, nulla può strapparci dalla presenza di Gesù. Neppure la morte.
Se a causa del peccato, la terra era diventata un cimitero, la tomba di Gesù ha riportato la vita. Con la Pasqua  la notte cede il passo all’alba, quella luminosa uscita dalle mani del Creatore; ritorna a sfolgorare di luce.
Cristo è risorto, è vivo, Lui, il Figlio di Dio che aveva gridato: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Carissimi vi auguro di vivere con questo spirito la Pasqua.
Ve l’augurano tutti i  bambini poveri delle Philippine, dell’Indonesia, di Mindanao, dell’ Africa e dell’India che voi aiutate con la vostra carità.
Ve lo assicurano le consorelle missionarie, certezza della bontà del Signore.
Credetelo, è sempre triste l’augurio dei poveri, solo il gesto della vostra carità può illuminare il loro sguardo.
Grazie per aiutarci a portare a tutti la gioia e la carità della Pasqua.
Buona Pasqua.                                                                 
Madre Florinda e le
                                            Suore Domenicane Figlie del S. Rosario di Pompei

La storia dell’uovo

L'uovo rappresenta la Pasqua nel mondo intero: c'è quello dipinto, intagliato, di cioccolato, di terracotta e di carta pesta. Ma mentre le uova di cartone o di cioccolato sono di origine recente, quelle vere, colorate o dorate hanno un'origine radicata nel lontano passato.
Le uova, infatti, forse per la loro forma e sostanza molto particolare, hanno sempre rivestito un ruolo unico, quello del simbolo della vita in sé, ma anche del mistero, quasi della sacralità. Già al tempo del paganesimo in alcune credenze, il Cielo e la Terra erano ritenuti due metà dello stesso uovo, e le uova erano il simbolo del ritorno della vita.
Gli uccelli infatti si preparavano il nido e lo utilizzavano per le uova: a quel punto tutti sapevano che l'inverno ed il freddo erano ormai passati.
I Greci, i Cinesi ed i Persiani se li scambiavano come dono per le feste Primaverili, così come nell'antico Egitto le uova decorate erano scambiate all'equinozio di primavera, data di inizio del "nuovo anno", quando ancora l'anno si basava sulle le stagioni.
L'uovo era visto come simbolo di fertilità e quasi magia, a causa dell'allora inspiegabile nascita di un essere vivente da un oggetto così particolare.
Le uova venivano pertanto considerate oggetti dai poteri speciali, ed erano interrate sotto le fondamenta degli edifici per tenere lontano il male, portate in grembo dalle donne in stato interessante per scoprire il sesso del nascituro e le spose vi passavano sopra prima di entrare nella loro nuova casa.
Le uova, associate alla primavera per secoli, con l'avvento del Cristianesimo divennero simbolo della rinascita non della natura ma dell'uomo stesso, della resurrezione del Cristo: come un pulcino esce dell'uovo, oggetto a prima vista inerte, Cristo uscì vivo dalla sua tomba.
Nella simbologia, le uova colorate con colori brillanti rappresentano i colori della primavera e la luce del sole.
Quelle colorate di rosso scuro sono invece simbolo del sangue del Cristo.
L'usanza di donare uova decorate con elementi preziosi va molto indietro nel tempo e già nei libri contabili di Edoardo I di Inghilterra risulta segnata una spesa per 450 uova rivestite d'oro e decorate da donare come regalo di Pasqua.
Ma le uova più famose furono indubbiamente quelle di un maestro orafo, Peter Carl Fabergé, che nel 1883 ricevette dallo zar Alessandro, la commissione per la creazione di un dono speciale per la zarina Maria.
Il primo Fabergé fu un uovo di platino smaltato bianco che si apriva per rivelare un uovo d'oro che a sua volta conteneva un piccolo pulcino d'oro ed una miniatura della corona imperiale.
Gli zar ne furono così entusiasti che ordinarono a Fabergé di preparare tutta una serie di uova da donare tutti gli anni.
Perché la Pasqua?
Pasqua: «Follia del cuore, ebbrezza d'amore»
La festa di Pasqua è l'alba del primo giorno, è il desiderio di vita: senza pudore e senza vergogna amiamo la vita.
Le celebrazioni della Pasqua, «la grande domenica», un solo giorno di festa, sono il mistero culmine di tutto l'anno: tutto l'Anno Liturgico trova qui la sua prima origine e la sua forza di attrazione e di essere.
La Pasqua, centro della storia della salvezza
Per comprendere la Pasqua è necessario riconoscere che fa parte dell’evento dell'amore Trinitario, centro di tutto ciò che esiste.
La Pasqua è centro della storia della salvezza perché lì, nel dono dello Spirito Santo, ha inizio la Chiesa ed il tempo.
Per questo non possiamo parlare della Pasqua, senza parlare della Trinità!
Tutta la storia della salvezza, raccontataci dalla Bibbia, è cresciuta verso questo vertice di realtà.
Pertanto la Pasqua non è un evento isolato ed erratico, ma il senso e la pienezza del mistero umano e divino del vivere…
La Pasqua di Cristo e della Chiesa
Tutto ciò che fu prefigurato nell’ Antico Testamento, trovò il suo compimento nel Nuovo Testamento.
Le diverse sfumature di significato a proposito della «Pasqua» si ritrovano anche qui: la stessa etimologia (Pasqua = «pàscho» «patire»: è una etimologia sbagliata, ma ricorrente nei padri greci) farebbe pensare che la Pasqua si riduca alla sola «Passione» del Signore.
Ma Pasqua significa anche «passaggio», e dunque passaggio dalla morte alla vita nuova, cioè Pasqua è la «risurrezione» del Signore.
Inoltre si crea ben presto il legame fortissimo tra pasqua e battesimo.
Inoltre la Pasqua di Cristo diventa l’inizio della nuova creazione e apre il futuro definitivo dell’uomo, nell’attesa del ritorno glorioso del Signore:
legame fortissimo con la teologia della notte pasquale rabbinica (prima e quarta notte).
Il legame è poi inscindibile con la celebrazione eucaristica, in cui si riassumono la liturgia sinagogale (soprattutto nella liturgia della parola) e la liturgia pasquale, nella duplice dimensione di immolazione
(presso il tempio è eucaristia come sacrificio) e di comunione (in famiglia: eucaristia come banchetto).
Coscienza Cristiana
Per il mistero della risurrezione di Gesù i cristiani sono l’anima del mondo, dovunque vivono: nella famiglia, come nella scuola e nelle piazze.
La parrocchia è il luogo delle riunioni di famiglia, dove si dicono le cose importanti, ma poi ci si disperde a condividere una fatica comune.
“I cristiani non si differenziano dalla comune umanità, non abitano in città proprie; la vita che conducono non ha nulla di strano.
Svolgono nel mondo la stessa funzione dell’anima e del corpo”.
Così un antico scritto in cui è descritta la vita dei primi cristiani, persone che abitano nella città di tutti.
Questo fatto ricorda gli spazi aperti di una realtà da esplorare; persone diverse da incontrare e conoscere; esperienze possibili; la vita, con le sue bellezze e i suoi drammi, le sue fatiche e le sue speranze.
Il mondo è uno spazio in cui si vive l’universalità del nostro essere fratelli: figli dello stesso
Padre, tutti coinvolti nella stessa responsabilità di far emergere la ricchezza del mondo che Dio ha messo nelle nostre mani.
La fede non ci rende diversi e non ci estranea dalla vita comune, rende solo più saldi i legami reciproci del nostro essere donne e uomini.
Tutto questo ricorda le parole del racconto della creazione della Bibbia: “… E Dio vide che era cosa buona”.
Gli isolamenti della vita, i lamenti sulla realtà cancellano la compiacenza di Dio sul mondo.
I trent’anni che Gesù ha vissuto da sconosciuto, senza una parola pubblica, sembrano dire che il vivere con noi, come uno di noi, era talmente bello che non c’era bisogno di parole.
Per Gesù, stare nel mondo, confuso tra le persone del suo tempo e della sua terra, era così eloquente da non aver bisogno di spiegazioni.
Certo, il mondo porta i segni del peccato delle origini e il peccato di tutti noi.
Per tornare alla bellezza iniziale, il mondo ha bisogno di amore, quello del Figlio di Dio, che ha fatto dono della sua vita sulla Croce.
Pasqua è per tutti questa coscienza.


*Sabato Santo (Celebrazione mobile)

Sabato Santo è il giorno del grande silenzio – perché – come dice un'antica omelia, «il Re dorme.
La terra tace perché il Dio fatto carne si è addormentato ed ha svegliato coloro che da secoli dormono».
Le Chiese orientali celebrano la discesa di Cristo agli inferi.
Egli, che rompe le porte dell'inferno, redime e libera i santi, che aspettavano da secoli la sua risurrezione.
La chiesa romana, oltre all'Ufficio del mattino e della sera, non ha però mai istituito alcuna celebrazione del Cristo nel sepolcro.
È la celebrazione silenziosa del tempo sospeso, del riposo, ma non del nulla-fare.
Sabato mattina venivano convocati i catecumeni per la pubblica professione di fede.
Questo giorno era segnato da un severo digiuno fino alla celebrazione della Veglia.
Purtroppo, per causa della sempre più anticipata celebrazione della Veglia, fino al punto di celebrarla al mattino, si è perso il senso primitivo di questo giorno.
Grazie alla riforma liturgica che riporta la Vigilia di pasqua alla sera, viene restituito al sabato santo il significato originario.
Vorrei menzionare qui l'uso in alcune chiese in modo particolare dell'Est europeo, di benedire i cibi per il primo pasto della domenica, proveniente forse dalle usanze franco-germaniche dell' VIII sec.
Ancora oggi è molto sentito e partecipato anche se, forse, l'uso sarebbe da rivedere per motivi pastorali.
Sabato Santo (Celebrazione mobile)
Nella Settimana Santa della Liturgia cristiana, che va dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Pasqua, vi sono tre giorni che primeggiano per la loro solennità ed unicità, ed è il “Triduo Pasquale”,
nel quale si commemora la crocifissione, sepoltura e Resurrezione di Gesù Cristo ed incomincia con la Messa vespertina del Giovedì Santo, prosegue con i riti del Venerdì Santo; al suo centro c’è la Veglia pasquale e si chiude ai Vespri della Domenica di Pasqua.
Se nel Giovedì Santo predomina la solennità dell’istituzione dell’Eucaristia, dell’istituzione del Sacerdozio e della Chiesa di Cristo;
se nel Venerdì Santo predomina la mestizia, il dolore e la penitenza, nel ricordare la Passione e morte di Gesù, con la sua sepoltura; nel Sabato Santo invece predomina il silenzio, il raccoglimento, la meditazione, per Gesù che giace nel sepolcro; poi verrà la gioia della Domenica di Pasqua con la sua Resurrezione, ma nel sabato incombe il silenzio del riposo della morte.
Con la nostra meditazione, andiamo col pensiero, alla disperazione e disorientamento degli Apostoli e degli amici di Gesù, che dopo averlo seguito nei suoi itinerari in Galilea, assistito ai suoi prodigi,
ascoltato i suoi insegnamenti, così pieni di speranza e innovativi per quell’epoca, l’avevano visto poi morire così tragicamente, senza che qualcosa o qualcuno, tanto meno Lui stesso, abbia bloccato questo ingiusto e assurdo evento.
Tutto prenderà poi un’altra luce, il peso che opprime il loro animo si trasformerà in gioia e sollievo, alla notizia della Sua Resurrezione, ma il Sabato, cioè il giorno dopo la morte, che per gli Ebrei era il giorno sacro e del più assoluto riposo, resterà cupo e pieno di sgomento per loro, che ignoravano ciò che sarebbe avvenuto dopo.
Ma nella liturgia, non sempre è stato così, a partire dal IV secolo in alcuni luoghi, in questo giorno i candidati al Battesimo (Catecumeni), facevano la loro pubblica professione di fede, prima di venire ammessi nella Chiesa, rito che avveniva poi nella Veglia di Pasqua.
Verso il XVI secolo, si cominciò con un’anticipazione della Vigilia alla mattina del Sabato Santo, forse perché non era consigliabile stare di notte fuori casa, ad ogni modo questa anticipazione al mattino del Sabato, è durata finoagli ultimi anni Cinquanta del XX secolo; ricordo personalmente
che la “Gloria” si “scioglieva” verso le 10-11 del mattino del sabato, con il suono delle campane, appunto “sciolte” dai legami messi la sera del Giovedì Santo.
Poi con la riforma liturgica Conciliare, tutto è ritornato come alle origini e il Sabato ha ripreso il significato del giorno della meditazione e penitenza; l’oscurità nelle chiese è totale, non vi sono celebrazioni liturgiche, né Sante Messe; è l’unico giorno dell’anno che non si può ricevere la Santa Comunione, tranne nel caso di Viatico per gli ammalati gravi.
Tutto è silenzio nell’attesa dell’evento della Resurrezione.
Quanto tempo restò sepolto nel sepolcro Gesù?
Furono tre giorni non interi, dalla sera del Venerdì fino all’alba del giorno dopo la festa del Sabato ebraico, che oggi è la Domenica di Pasqua, ma che per gli Ebrei era il primo giorno della settimana; in tutto durò circa 40 ore.
Bisogna dire che con la liturgia odierna, la “Veglia Pasquale” è prevista in buona parte delle nostre chiese e cattedrali, con inizio verso le 22,30-23 del sabato;
ma la “Veglia”, madre di tutte le Veglie celebrate dalla Liturgia cristiana, pur iniziando nell’ultima ora del sabato, di fatto appartiene alla Liturgia solenne della Pasqua.
Durante la “Veglia” viene benedetto il fuoco, il "cero pasquale", l’acqua battesimale; cercando di far coincidere il canto del "Gloria", con il suono delle campane a festa, verso mezzanotte.
In altre zone la “Veglia” inizia verso mezzanotte e quindi la liturgia eucaristica prosegue nelle prime ore notturne.  (Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)


*Sacro Cuore di Gesù (celebrazione mobile) - Solennità

Martirologio Romano: Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, il quale, mite e umile di cuore, esaltato sulla croce, è divenuto fonte di vita e di amore, a cui tutti i popoli attingeranno.
Sacro Cuore di Gesù, confido in Te!;
Dolce Cuore del mio Gesù, fa ch’io t’ami sempre più!;
O Gesù di amore acceso, non Ti avessi mai offeso!.
Queste sono alcune delle tante amorose e devote giaculatorie, che nei secoli sono state e sono pronunciate dai cattolici in onore del Sacro Cuore di Gesù, che nella loro semplice poesia,
esprimono la riconoscenza per l’amore infinito di Gesù dato all’umanità e nello stesso tempo la volontà di ricambiare, delle tante anime infiammate e innamorate di Cristo.
Al Sacro Cuore di Gesù, la Chiesa Cattolica, rende un culto di “latria” (adorazione solo a Dio, Gesù Cristo, l’Eucaristia), intendendo così onorare: I – il Cuore di Gesù Cristo, uno degli organi simboleggianti la sua umanità, che per l’intima unione con la Divinità, ha diritto all’adorazione; II – l’amore del Salvatore per gli uomini, di cui è simbolo il Suo Cuore.
Questa devozione già praticata nell’antichità cristiana e nel Medioevo, si diffuse nel secolo XVII ad opera di S. Giovanni Eudes (1601-1680) e soprattutto di S. Margherita Maria Alacoque (1647-1690).
La festa del Sacro Cuore fu celebrata per la prima volta in Francia, probabilmente nel 1685.
Santa Margherita Maria Alacoque, suora francese, entrò il 20 giugno 1671 nel convento delle Visitandine di Paray-le-Monial (Saone-et-Loire), visse con grande semplicità e misticismo la sua esperienza di religiosa e morì il 17 ottobre 1690 ad appena 43 anni.
Sotto questa apparente uniformità, si nascondeva però una di quelle grandi vite del secolo XVII, infatti nel semplice ambiente del chiostro della Visitazione, si svolsero le principali tappe dell’ascesa spirituale di Margherita, diventata la messaggera del Cuore di Gesù nell’epoca moderna.
Ella già prima di entrare nel convento, era dotata di doni mistici che si accentuarono con la sua nuova condizione di religiosa; ebbe numerose manifestazioni mistiche, ma nel 1673 cominciarono le grandi visioni che resero famoso il suo nome; esse furono quattro rivelazioni principali, oltre numerose altre di minore importanza.
La prima visione avvenne il 27 dicembre 1673, festa di San Giovanni Evangelista, Gesù le apparve e Margherita si sentì “tutta investita della divina presenza”; la invitò a prendere il posto che S. Giovanni aveva occupato durante l’ Ultima Cena e le disse: “Il mio divino Cuore è così appassionato d’amore per gli uomini, che non potendo più racchiudere in sé le fiamme della sua ardente carità, bisogna che le spanda.
Io ti ho scelta per adempiere a questo grande disegno, affinché tutto sia fatto da me”.
Una seconda visione le apparve agli inizi del 1674, forse un venerdì; il divin Cuore si manifestò su un trono di fiamme, più raggiante del sole e trasparente come cristallo, circondato da una corona di spine simboleggianti le ferite inferte dai nostri peccati e sormontato da una croce, perché dal primo istante che era stato formato, era già pieno d’ogni amarezza.
Sempre nel 1674 le apparve la terza visione, anche questa volta un venerdì dopo la festa del Corpus Domini; Gesù si presentò alla Santa tutto sfolgorante di gloria, con le sue cinque piaghe, brillanti come soli e da quella sacra umanità uscivano fiamme da ogni parte, ma soprattutto dal suo mirabile petto che rassomigliava ad una fornace e essendosi aperto, ella scoprì l’amabile e amante Cuore, la vera sorgente di quelle fiamme.
Poi Gesù lamentando l’ingratitudine degli uomini e la noncuranza rispetto ai suoi sforzi per far loro del bene, le chiese di supplire a questo.
Gesù la sollecitò a fare la Comunione al primo venerdì di ogni mese e di prosternarsi con la faccia a terra dalle undici a mezzanotte, nella notte tra il giovedì e il venerdì.
Vennero così indicate le due principali devozioni, la Comunione al primo venerdì di ogni mese e l’ora santa di adorazione.
La quarta rivelazione più meravigliosa e decisiva, ebbe luogo il 16 giugno 1675 durante l’ottava del Corpus Domini.
Nostro Signore le disse che si sentiva ferito dalle irriverenze dei fedeli e dai sacrilegi degli empi, aggiungendo: “Ciò che mi è ancor più sensibile è che sono i cuori a me consacrati che fanno questo”.
Gesù chiese ancora che il venerdì dopo l’ottava del Corpus Domini, fosse dedicato a una festa particolare per onorare il suo Cuore e con Comunioni per riparare alle offese da lui ricevute.
Inoltre indicò come esecutore della diffusione di questa devozione, il padre spirituale di Margherita, il gesuita san Claude de la Colombiere (1641-1682), superiore della vicina Casa dei Gesuiti di Paray-le-Monial.
Margherita Maria Alacoque proclamata santa il 13 maggio 1920 da papa Benedetto XV, ubbidì all’appello divino fatto attraverso le visioni e divenne l’apostola di una devozione che doveva trasportare all’adorazione dei fedeli al Cuore divino, fonte e focolaio di tutti i sentimenti che Dio ci ha testimoniati e di tutti i favori che ci ha concessi.
Le prime due cerimonie in onore del Sacro Cuore, presente la santa mistica, si ebbero nell’ambito del Noviziato di Paray il 20 luglio 1685 e poi il 21 giugno 1686, a cui partecipò tutta la Comunità delle Visitandine.
A partire da quella data, il movimento non si sarebbe più fermato, nonostante tutte le avversità che si presentarono specie nel XVIII secolo circa l’oggetto di questo culto.
Nel 1765 la Sacra Congregazione dei Riti affermò essere il cuore di carne simbolo dell’amore; allora i giansenisti intesero ciò come un atto di idolatria, ritenendo essere possibile un culto solo al cuore non reale ma metaforico.
Papa Pio VI (1775-1799) nella bolla “Auctorem fidei”, confermava l’espressione della Congregazione notando che si adora il cuore “inseparabilmente unito con la Persona del Verbo”.
Il 6 febbraio 1765 Papa Clemente XIII (1758-1769) accordò alla Polonia e all’Arciconfraternita romana del Sacro Cuore la festa del Sacro Cuore di Gesù; nel pensiero del papa questa nuova festa doveva diffondere nella Chiesa, i passi principali del messaggio di Santa Margherita, la quale era stata lo strumento privilegiato della diffusione di un culto, che era sempre esistito nella Chiesa sotto diverse forme, ma dandogli tuttavia un nuovo orientamento.
Con lei non sarebbe più stata soltanto una amorosa contemplazione e un’adorazione di quel “Cuore che ha tanto amato”, ma anche una riparazione per le offese e ingratitudini ricevute, tramite il perfezionamento delle nostre esistenze.
Diceva la Santa che “l’amore rende le anime conformi”, cioè il Signore vuole ispirare nelle anime un amore generoso che, rispondendo al suo, li assimili interiormente al divino modello.
Le visioni e i messaggi ricevuti da S. Margherita Maria Alacoque furono e resteranno per sempre un picco spirituale, dove venne ricordato al mondo, l’amore appassionato di Gesù per gli uomini e dove fu chiesta a loro una risposta d’amore, di fronte al “Cuore che si è consumato per essi”.
La devozione al Sacro Cuore trionfò nel XIX secolo e il convento di Paray-le-Monial divenne meta di continui pellegrinaggi; nel 1856 con papa Pio IX la festa del Sacro Cuore divenne universale per tutta la Chiesa Cattolica.
Sull’onda della devozione che ormai coinvolgeva tutto il mondo cattolico, sorsero dappertutto cappelle, oratori, chiese, basiliche e santuari dedicati al Sacro Cuore di Gesù; ricordiamo uno fra tutti il Santuario “Sacro Cuore” a Montmartre a Parigi, iniziato nel 1876 e terminato di costruire dopo 40 anni; tutte le categorie sociali e militari della Francia, contribuirono all’imponente spesa.
Proliferarono quadri e stampe raffiguranti il Sacro Cuore fiammeggiante, quasi sempre posto sul petto di Gesù che lo indica agli uomini; si organizzò la pia pratica del 1° venerdì del mese, i cui aderenti portano uno scapolare con la raffigurazione del Cuore; si composero le meravigliose “Litanie del Sacro Cuore”; si dedicò il mese di giugno al suo culto.
Affinché il culto del Cuore di Gesù, iniziato nella vita mistica delle anime, esca e penetri nella vita sociale dei popoli, iniziò, su esortazione di papa Pio IX del 1876, tutto un movimento di “Atti di consacrazione al Cuore di Gesù”, a partire dalla famiglia a quella di intere Nazioni ad opera di Conferenze Episcopali, ma anche di illuminati e devoti governanti; cito per tutti il presidente dell’Ecuador, Gabriel Garcia Moreno (1821-1875).
Fu tanto il fervore, che per tutto l’Ottocento e primi decenni del Novecento, fu dedicato al culto del Sacro Cuore, che di riflesso sorsero numerose congregazioni religiose, sia maschili che femminili, tra le principali vi sono: “Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore” fondata nel 1874 dal Beato Leone Dehon (Dehoniani);
“Figli del Sacro Cuore di Gesù” o Missioni africane di Verona, congregazione fondata nel 1867 da San Daniele Comboni (Comboniani); “Dame del Sacro Cuore” fondate nel 1800 da Santa Maddalena Sofia Barat; “Ancelle del Sacro Cuore di Gesù” fondate nel 1865 dalla Beata Caterina Volpicelli, diversi Istituti femminili portano la stessa denominazione.
Attualmente la festa del Sacro Cuore di Gesù viene celebrata il venerdì dopo la solennità del Corpus Domini, visto che detta ricorrenza è stata spostata alla domenica; il sabato che segue è dedicato al Cuore Immacolato di Maria, quale segno di comune devozione ai Sacri Cuori di Gesù e Maria, inscindibili per il grande amore donato all’umanità.
In un papiro egiziano di circa 4000 anni fa, troviamo l’espressione della comune nostalgia d’amore: “Cerco un cuore su cui appoggiare la mia testa e non lo trovo, non ci sono più amici!”.
Lo sconosciuto poeta egiziano era dolente per ciò, ma noi siamo più fortunati, perché l’abbiamo questo cuore e questo amico, al pari di S. Giovanni Evangelista che poggiò fisicamente il suo capo sul petto e cuore di Gesù.
Possiamo avere piena fiducia in un simile amico, Egli vivendo in perfetta intimità col Padre, sa e può rivelarci tutto ciò che serve per il nostro bene.  (Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)


*Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (30 dicembre) "celebrazione mobile"
Nazareth, Palestina, I secolo
Il Natale ci ha già mostrato la Sacra Famiglia raccolta nella grotta di Betlemme, ma oggi siamo invitati a contemplarla nella casetta di Nazareth, dove Maria e Giuseppe sono intenti a far crescere, giorno dopo giorno, il fanciullo Gesù.
Possiamo immaginarla facilmente (gli artisti l’hanno fatto spesso) in mille situazioni e atteggiamenti, mettendo in primo piano o la Vergine Santa accanto al suo Bambino, o il buon San Giuseppe nella bottega di falegname dove il fanciullo impara anche il lavoro umano, giocando.
Ma possiamo anche intuire l’avvenimento immenso che a Nazareth si compie: poter amare Dio e amare il prossimo con un unico indivisibile gesto!
Per Maria e Giuseppe, infatti, il Bambino è assieme il loro Dio e il loro prossimo più caro.
Fu dunque a Nazareth che gli atti più sacri (pregare, dialogare con Dio, ascoltare la sua Parola, entrare in comunione con Lui) coincisero con le normali espressioni colloquiali che ogni mamma e
ogni papà rivolgono al loro bambino.
Fu a Nazareth che gli «atti di culto dovuti a Dio» (quelli stessi che intanto venivano celebrati nel grandioso tempio di Gerusalemme) coincisero con le normali cure con cui Maria vestiva il Bambino Gesù, lo lavava, lo nutriva, assecondava i suoi giochi.
Fu allora che cominciò la storia di tutte le famiglie cristiane, per le quali tutto (gli affetti, gli avvenimenti, la materia del vivere) può essere vissuto come sacramento: segno reale e anticipazione di un amore Infinito
Martirologio Romano: Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, esempio santissimo per le famiglie cristiane che ne invocano il necessario aiuto.
La festa della Sacra Famiglia nella liturgia cattolica, nel secolo XVII veniva celebrata localmente; Papa Leone XIII nel 1895, la fissò alla terza domenica dopo l’Epifania “omnibus potentibus”, ma fu Papa Benedetto XV che nel 1921 la estese a tutta la Chiesa, fissandola alla domenica compresa nell’ottava dell’Epifania; papa Giovanni XXIII la spostò alla prima domenica dopo l’Epifania; attualmente è celebrata nella domenica dopo il Natale o, in alternativa, il 30 dicembre negli anni in cui il Natale cade di domenica.
La celebrazione fu istituita per dare un esempio e un impulso all’istituzione della famiglia, cardine del vivere sociale e cristiano, prendendo a riferimento i tre personaggi che la componevano, figure eccezionali sì ma con tutte le caratteristiche di ogni essere umano e con le problematiche di ogni famiglia.
Innanzitutto le tre persone che la componevano: Maria la prescelta fra tutte le creature a diventare la corredentrice dell’umanità, che presuppose comunque il suo assenso con l’Annunciazione dell’arcangelo Gabriele.
Seguì il suo sposalizio con il giusto Giuseppe, secondo i disegni di Dio e secondo la legge ebraica; e conservando la sua verginità, avvertì i segni della gravidanza con la Visitazione a Santa Elisabetta, fino a divenire con la maternità, la madre del Figlio di Dio e madre di tutti gli uomini.
E a lei toccò allevare il Divino Bambino con tutte le premure di una madre normale, ma con nel cuore la grande responsabilità per il compito affidatale da Dio e la pena per quanto le aveva profetizzato il vecchio Simeone durante la presentazione al Tempio: una spada ti trafiggerà il cuore.
Infine prima della vita pubblica di Gesù, la troviamo citata nei Vamgeli, che richiama Gesù ormai dodicenne, che si era fermato nel Tempio con i dottori, mentre lei e Giuseppe lo cercavano angosciati da tre giorni.
Giuseppe è l’altro componente della famiglia di Gesù, di lui non si sa molto; i Vangeli raccontano il fidanzamento con Maria, l’avviso dell’angelo per la futura maternità voluta da Dio, con l’invito a non ripudiarla, il matrimonio con lei, il suo trasferirsi con Maria a Betlemme per il censimento, gli episodi connessi alla nascita di Gesù, in cui Giuseppe fu sempre presente.
Fu sempre lui ad essere avvisato in sogno da un angelo, dopo l’adorazione dei Magi, di mettere in salvo il Bambino dalla persecuzione scatenata da Erode il Grande e Giuseppe proteggendo la sua famiglia, li condusse in Egitto al sicuro.
Dopo la morte dello scellerato re, ritornò in Galilea stabilendosi a Nazareth; ancora adempì alla legge ebraica portando Gesù al Tempio per la circoncisione, offrendo per la presentazione alcune tortore e colombe.
La tradizione lo dice falegname, ma il Vangelo lo designa come artigiano; viene ancora menzionato nei testi sacri, che conduce Gesù e Maria a Gerusalemme, e qui con grande apprensione smarrisce Gesù, che aveva dodici anni, ritrovandolo dopo tre giorni che discuteva con i dottori nel Tempio; ritornati a Nazareth, come dice il Vangelo, il Bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza e la grazia di Dio era sopra di lui.
Di lui non si sa altro, nemmeno della sua morte, avvenuta probabilmente prima della vita pubblica di Gesù, cioè prima dei 30 anni.
La terza persona della famiglia è Gesù; con la sua presenza essa diventa la Sacra Famiglia; anche della sua infanzia non si sa praticamente niente; Egli, il Figlio di Dio, vive nel nascondimento della sua famiglia terrena, ubbidiente a sua madre ed a suo padre, collaborando da grandicello nella bottega di Giuseppe, meraviglioso esempio di umiltà.
Certamente assisté il padre putativo nella sua vecchiaia e morte, come tutti i buoni figli fanno, ubbidientissimo alla madre, ormai vedova, fino ad operare per sua richiesta, il suo primo miracolo pubblico alle nozze di Cana.
Non sappiamo quanti anni trascorsero con la Sacra Famiglia ridotta senza Giuseppe, il quale, se non fu presente negli anni della vita pubblica di Cristo, né alla sua Passione e morte e negli eventi successivi, la sua figura nella Cristianità, si diffuse in un culto sempre più crescente, in Oriente fin dal V secolo, mentre in Occidente lo fu dal Medioevo, sviluppandosi specie nell’Ottocento; è
invocato per avere una buona morte, il nome Giuseppe è tra i più usati nella Cristianità.
Pio IX nel 1870 lo proclamò patrono di tutta la Chiesa; nel 1955 Pio XII istituì al 1° maggio la festa di San Giuseppe artigiano; dal 1962 il suo nome è inserito nel canone della Messa.
La Sacra Famiglia è stato sempre un soggetto molto ispirato nella fantasia degli artisti, i maggiori pittori di tutti i secoli hanno voluto raffigurarla nelle sue varie espressioni della Natività, Adorazione dei Magi, Fuga in Egitto, nella bottega da artigiano (falegname), ecc.
Il tema iconografico ha largamente ispirato gli artisti del Rinascimento, esso è composto in genere da Maria, Giuseppe e il Bambino oppure da Sant’Anna, la Vergine e il Bambino.
Le più note rappresentazioni sono quella di Masaccio con Sant' Anna e quella di Michelangelo con San Giuseppe, più conosciuta come Tondo Doni.
È da ricordare in campo scultoreo e architettonico la “Sagrada Familia” di Antonio Gaudì a Barcellona.
Numerose Congregazioni religiose sia maschili che femminili, sono intitolate alla Sacra Famiglia, in buona parte fondate nei secoli XIX e XX; come le “Suore della Sacra Famiglia”, fondate a Bordeaux nel 1820 dall’abate P. B. Noailles, dette anche ‘Suore di Loreto’; le “Suore della Sacra Famiglia di Nazareth” fondate nel 1875 a Roma, dalla polacca Siedliska; le “Piccole Suore della Sacra Famiglia” fondate nel 1892, dal Beato Nascimbeni a Castelletto di Brenzone (Verona); i “Preti e fratelli della Sacra Famiglia” fondati nel 1856 a Martinengo, dalla Beata Paola Elisabetta Cerioli; i “Figli della Sacra Famiglia” fondati nel 1864 in Spagna da José Mananet e tante altre.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

                                 

*Santa Sindone (4 maggio)
La Sindone è un lenzuolo di lino tessuto a spina di pesce delle dimensioni di circa m. 4,41 x 1,13, contenente la doppia immagine accostata per il capo del cadavere di un uomo morto in seguito ad una serie di torture culminate con la crocefissione. L'immagine è contornata da due linee nere strinate e da una serie di lacune: sono i danni dovuti all'incendio avvenuto a Chambéry nel 1532. Secondo la tradizione si tratta del Lenzuolo citato nei Vangeli che servì per avvolgere il corpo di Gesù nel sepolcro.
Questa tradizione, anche se ha trovato numerosi riscontri dalle indagini scientifiche sul Lenzuolo, non può ancora dirsi definitivamente provata. Certamente invece la Sindone, per le caratteristiche della sua impronta, rappresenta un rimando diretto e immediato che aiuta a comprendere e meditare la drammatica realtà della Passione di Gesù. Per questo Papa san Giovanni Paolo II l'ha definita "specchio del Vangelo".
Questo lenzuolo di lino su cui è impressa la figura di un uomo torturato, ferito, crocefisso è da sempre oggetto di controversie, dibattiti, verifiche e prove scientifiche. Dal 1898, anno in cui la
Sindone fu fotografata per la prima volta scoprendo che l’immagine di quell’uomo era un negativo e non un positivo si sollevarono numerose questioni in seno alla comunità scientifica facendo riacutizzare il dibattito, che ancora oggi non accenna a concludersi, sulla sua autenticità.
La prova più attesa fu certamente quella del carbonio 14 avvenuta nel 1988 che farebbe risalire il lenzuolo a un periodo compreso tra il 1260-1390. Tuttavia diversi sindonologi, coloro i quali si schierano per l’autenticità della reliquia, ne hanno contestata l’attendibilità. Secondo questi ultimi è possibile che tale datazione sia dovuta al prelievo dei campioni analizzati da parti rammendate dopo l’incendio che colpì il lino nel 1532 a Chambéry.
Chambéry non è stato l’unico incendio cui la sacra sindone è scampata nel corso degli anni. Un altro minacciò il lenzuolo nel 1997, nella notte tra l’11 e il 12 Aprile devastando la Cappella del Guarini nel Duomo, dove essa è conservata sin dal 1578 anno in cui il duca Emanuele Filiberto trasferendo la capitale del ducato a Torino vi portò anche la sindone.
La sua storia è controversa, fatta di opinioni discordanti sulle date e sui luoghi, di prove tecniche e scientifiche per dimostrarne o confutarne l’autenticità. Nel corso degli anni sono stati tanti gli studiosi che hanno avanzato numerose teorie e altrettanti sono stati quelli che hanno cercato di demolirle.
Come spesso accade in situazioni del genere il mondo scientifico si divide e allo stesso modo quello dei fedeli. In effetti, la Chiesa Cattolica non si è espressa sull’autenticità della Sindone lasciando alla scienza la facoltà di verificarla. Tuttavia ha autorizzato ai fedeli il culto come reliquia o icona,
ossia raffigurazione artistica, della Passione di Gesù.
Fu Papa Giulio II nel 1506 ad autorizzarne il culto. Giovanni Paolo II ha asserito durante il suo pontificato di credere all’autenticità della sindone, cosa che aveva fatto in precedenza anche Pio XI.
Secondo la linea autenticista il lenzuolo, conservato oggi nel Duomo di Torino, è quello che ha avvolto Gesù nel sepolcro dopo la deposizione dalla croce e l’immagine in esso impressa è proprio quella del Cristo Salvatore. Il lenzuolo risalirebbe, sempre secondo questa linea, al I secolo e proverrebbe dalla Palestina. Ne sarebbe prova il ritrovamento nelle fibre del lino di pollini di diverse specie vegetali originari della Palestina stessa e dell’Asia Minore. Ovviamente anche questa tesi è stata al centro di dibattiti; alcuni hanno avanzato l’ipotesi di una manomissione dei campioni su cui furono fatti i test.
È solo dal 1353 che gli studiosi attestano storicamente la presenza della Sindone. Questo è l’anno in cui a Lirey, in Francia, il cavaliere Goffredo di Charny annunciò di essere in possesso del telo che aveva avvolto il corpo di Cristo nel sepolcro. Margherita di Charny, discendente di Goffredo, vendette nel 1453 il telo ai duchi di Savoia che lo portarono a Chambéry, a quel tempo capitale del ducato. Sulla storia precedente del sacro lino non vi è accordo giacché non si può scientificamente e storicamente accertarla.
Certo è che per chi crede, per chi ha fede quella figura d’uomo è quella di Cristo e la sindone è il lenzuolo in cui il corpo del messia fu avvolto per essere posto nel sepolcro dopo la crocefissione. Su di esso sono tracciati i segni della sofferenza del figlio di Dio.
Quell’immagine rassomigliante alla raffigurazione tradizionale del Cristo, un uomo adulto con la barba e i capelli lunghi, vale per i credenti molto di più delle numerose prove scientifiche. Credere è un atto di fede e la fede che risiede nell’uomo non necessita di prove documentate.
Non è importante dimostrare l’autenticità oppure confutarla; quell’oggetto, quel lenzuolo ha la capacità di mobilitare milioni di persone che si spostano solo per contemplarlo, ha la capacità di far commuovere e impietosire davanti all’immagine impressa di un uomo morto in sofferenza.
La sua veridicità sta nella fede di chi crede e ulteriori prove non ne scalfirebbero né aumenterebbero la credibilità.
Testimonianza ne è il grande afflusso di pellegrini che si sono riversati nel capoluogo piemontese negli anni delle pubbliche ostensioni avvenute nel 1978, nel 1998 e nel 2000, quest’ultima voluta da Papa Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo. Solo nelle ultime ostensioni oltre 5 milioni di persone si sono riversati nella vecchia capitale sabauda.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

                                 

*Santissimo Nome di Gesù (3 gennaio) - Memoria Facoltativa  
Il Santissimo Nome di Gesù fu sempre onorato e venerato nella Chiesa fin dai primi tempi, ma solo nel secolo XIV cominciò ad avere culto liturgico. San Bernardino, aiutato da altri confratelli, sopratutto dai beati Alberto da Sarteáno e Bernardino da Feltre, diffuse con tanto slancio e fervore tale devozione che finalmente venne istituita la festa liturgica. Nel 1530 Papa Clemente VII autorizzò l'Ordine francescano a recitare l'Ufficio del Santissimo Nome di Gesù. Giovanni Paolo II ha ripristinato al 3 gennaio la memoria facoltativa nel Calendario Romano.
Martirologio Romano: Santissimo Nome di Gesù, il solo in cui, nei cieli, sulla terra e sotto terra, si pieghi ogni ginocchio a gloria della maestà divina.
Il significato e la proprietà del nome
Anzitutto i nomi hanno un loro significato intrinseco, come appare dai nomi teofori (evocatori della divinità) e da quelli di alcuni eroi, che sono il simbolo della missione adempiuta da costoro nella storia.
In secondo luogo, il nome ha un contenuto dinamico; rappresenta e in qualche modo racchiude in sé una forza. Esso designa l’intima natura di un essere, poiché contiene una presenza attiva di quell’essere.
Platone diceva che “Chiunque sa il nome, sa anche le cose”; conoscerlo vuol dire conoscere la "cosa" in se stessa. Il nome “occupa” uno spazio, ha la “proprietà” della cosa e la spiega.
Il nome di nascita indica in primo luogo, l’”essenza” di una persona, le sue prerogative, le qualità e i difetti; pronunciandolo si è come in presenza di colui che si nomina, si dà ad esso una precisa dimensione.
Così come fra i ‘primitivi’ che cercavano di conoscere il nome al fine di esercitare un potere su una persona o su qualsiasi cosa vivente, il nome è ancora indispensabile nel praticare un incantesimo; infatti i cosiddetti ‘maghi’ vogliono conoscerlo, per inciderlo su amuleti e talismani, accanto a quello delle Entità Invisibili.
Il nome nelle società antiche
Nell’antica Grecia i nomi provenivano da due categorie: 1) nomi di un dio o derivati da quello portato dalla divinità (Apollodoro, Apollonio, Eròdoto, Isidoro, Demetrio, Teodoro, ecc.); 2) nomi scelti come augurio per la futura vita del bambino, seguiti da quello della località di residenza o provenienza.
I Romani imponevano ai neonati tre nomi: Il prenome scelto fra i diciotto più usati, che si abbreviava con la lettera iniziale, es. P = Publius (Publio), C = Caius (Caio), ecc. Il nome indicava la gens di appartenenza, es. Julius (della gens Julia). Il cognome indicante la famiglia, quando la gens d’origine si divideva in molte famiglie.
Nei nomi di origine ebraica, particolarmente quelli maschili, si nota quasi sempre una invocazione a Dio, l’eterno creatore, dal quale il popolo ebraico trasse sempre forza nella sua travagliata esistenza.
Il nome nella mentalità semitica
Per i semiti i nomi propri avevano un significato intrinseco; questo era indicato dalla loro stessa composizione, dalla etimologia od era evocato dalla pronuncia.
Nel costume popolare, due usanze sembrano comunemente diffuse; in primo luogo l’imposizione di nomi teofori, con cui si voleva porre il bambino sotto la protezione della divinità, oppure si
intendeva ringraziare e pregare la divinità per il lieto evento (es. Isaia = Iahvé salva; Giosuè = Iahvé è salvezza, ecc.).
In secondo luogo, l’attribuzione di nomi che esprimono qualche circostanza o particolarità della nascita dei bambini, es. (Gen. 35, 16-18) “… Rachele, sul punto in cui le sfuggiva l’anima, perché stava morendo a causa del penoso parto, chiamò il figlio appena nato, col nome di Ben-Oni (figlio del mio dolore)…”.
Così pure, per gli ebrei c’era la tendenza a fare del nome, il simbolo del significato religioso o politico degli eroi nazionali e religiosi; così interpretato, il nome era in un rapporto molto più significativo con la persona che caratterizzava; Eva è “la madre di tutti i viventi”, Abramo è “il padre di una moltitudine”, Giacobbe è “colui che soppianta”, ecc.
Nella concezione semitica, il nome ha anche un aspetto dinamico, che corrisponde alla forza, alla potenza che il nome rappresenta e in qualche modo include; dove c’è il nome c’è la persona, con la sua forza, pronta a manifestarsi.
Conoscere qualcuno per nome, vuol dire conoscerlo fino in fondo e poter disporre della sua potenza. Questo concetto svolge un ruolo importante applicato agli esseri superiori, che non sono conoscibili normalmente da parte dell’uomo; la sola conoscenza che si può avere di essi è quella del loro nome.
Il nome del dio nasconde la sua presenza misteriosa e rappresenta il mezzo più accessibile di comunicazione tra l’uomo e lui. Quindi nella sfera del ‘mistero’ sia esso magico che religioso, chi conosce il nome del dio e lo pronunzia, ha la forza di farsi ascoltare da lui e di farlo intervenire a suo favore.
Infine nella Tradizione semitica c’è inoltre il concetto, che chi impone a qualcuno il nome che deve portare o gli cambia il nome che possiede, esprime il potere assoluto, la sovranità, che detiene su quello (Ge. 2), così come Adamo impose i nomi a tutto il bestiame di cui poteva usufruire.
Anche il Dio degli Ebrei esprime il suo dominio assoluto, imponendo e mutando i nomi di Abram in Abraham e Sarai in Sara (Ge. 17, 5-15) e di Giacobbe in Israel (Ge. 32, 29), acquistando così tali nomi nuovi significati.
Il nome di Dio nella Bibbia
L’esigenza di sapere il nome della divinità in cui si crede, è stato sempre intrinseco nell’animo umano, perché il nome stesso è garanzia della sua esistenza; a tal proposito si riporta un passo dell’opera di Francesco Albergamo “Mito e Magia” che scrive: “Una bambina di nove anni chiede al padre se Dio esiste; il padre risponde che non ne è troppo sicuro, al che la piccola osserva: Bisogna pure che esista, dal momento che ha un nome”.
Quindi quando Mosè (Es. 3) viene chiamato da Dio alla sua missione fra il popolo ebraico, logicamente gli chiede il suo Nome da poter comunicare al popolo, che senz’altro gli chiederà “Chi ti ha riconosciuto principe su di noi?”. E il Dio di Israele, conosciuto inizialmente come il “Dio degli antenati”, il “Dio di Abramo di Isacco di Giacobbe”, oppure con espressioni particolari: “El Shaddai”, “Terrore di Isacco”, “Forte di Giacobbe”, rivela il suo nome “Iahvé”, che significa “Egli è”; e questo Nome entrò così a far parte della vita religiosa degli israeliti, e mediante gli interventi sovrani nella storia, il nome di Iahvé divenne famoso e noto.
I profeti ed i sommi sacerdoti, lungo tutta la storia d’Israele, posero al centro della liturgia il nome di Iahvé, con la professione di fede del profeta, l’invocazione solenne di Dio, la fede e la glorificazione di tutto il popolo (Commemorazione, invocazione, glorificazione del suo Nome).
Nel tardo giudaismo però, per il bisogno di sottolineare la trascendenza divina, il nome di Iahvé non è stato più pronunciato e Dio è stato designato col termine Nome e con altri appellativi, come Padre a sottolineare lo speciale rapporto che lega Dio e il suo popolo.
Il nome del Padre
Ma solo nel Nuovo Testamento, sulla bocca di Gesù e dei credenti, il nome di Padre attribuito a Dio, assume il suo vero significato.
Solo Gesù, infatti conosce il Padre e può efficacemente rivelarlo (Mt.11, 27-28). Gesù si è riferito spesso a Dio chiamandolo Padre, nel Vangelo di s. Giovanni, Padre viene usato addirittura come sinonimo di Dio e secondo l’evangelista questa è la sua vera definizione, questo è il nome che esprime più profondamente l’essere divino. Tale nome è stato manifestato agli uomini da Gesù, ed essi ora sanno che, se credono, sono figli insieme a lui.
Inoltre Gesù ha anche insegnato a pregare Dio con questo titolo “Padre nostro…” e questa è diventata la preghiera per eccellenza della comunità cristiana.
Gesù aveva chiesto al Padre di glorificare il suo nome (Giov. 12, 28) e aveva invitato i discepoli a pregare così: “Sia santificato il tuo nome”; Dio ha risposto a queste preghiere, manifestando la potenza del suo nome e glorificando il proprio figlio.
Ai credenti è affidato il compito di prolungare questa azione di glorificazione; essi lodano, testimoniano il nome di Dio e devono comportarsi in modo che il nome divino non riceva biasimo e bestemmie (Rom. 2, 24).
Il nome del Signore Gesù
Il Messia ha portato durante la sua vita terrena il nome di Gesù, nome che gli fu imposto da san Giuseppe dopo che l’angelo di Dio in sogno gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché ciò che in lei è stato concepito è opera dello Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt.1, 21-25).
Quindi il significato del nome Gesù è quello di salvatore; gli evangelisti, gli Atti degli Apostoli, le lettere apostoliche, citano moltissimo il significato e la potenza del Nome di Gesù, fermandosi spesso al solo termine di “Nome” come nell’Antico Testamento si indicava Dio.
Nel corso della vita pubblica di Gesù, i suoi discepoli, appellandosi al suo nome, guariscono i malati, cacciano i demoni e compiono ogni sorta di prodigi:
Luca, 10, 17, “E i settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”; Matteo 7, 22, “… Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti prodigi nel tuo nome?”.
Atti 4, 12, “…Non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale possiamo avere la salvezza”.
Risuscitando Gesù e facendolo sedere alla sua destra, Dio “gli ha donato il nome che è sopra di ogni nome” (Ef. 1, 20-21); si tratta di un “nome nuovo” (Ap. 3, 12) che è costantemente unito a quello di Dio.
Questo nome trova la sua espressione nell’appellativo di Signore, che conviene a Gesù risorto, come allo stesso Dio Padre (Fil. 2, 10-11). Infatti i cristiani non hanno avuto difficoltà ad attribuire a Gesù, gli appellativi più caratteristici che nel giudaismo erano attribuiti a Dio.
Atti 5, 41: “Ma essi (gli apostoli) se ne partirono dalla presenza del Sinedrio, lieti di essere stati condannati all’oltraggio a motivo del Nome”.
La fede cristiana consiste nel professare con la bocca e credere nel cuore “che Gesù è il Signore, e che Dio lo ha ridestato dai morti” e nell’invocare il nome del Signore per conseguire la salvezza (Rom. 10, 9-13).
I primi cristiani, appunto, sono coloro che riconoscono Gesù come Signore e si designano come coloro che invocano il suo nome, esso avrà sempre un ruolo preminente nella loro vita: nel nome di Gesù i cristiani si riuniranno, accoglieranno chiunque si presenti nel suo nome, renderanno grazie a Dio in quel nome, si comporteranno in modo che tale nome sia glorificato, saranno disposti anche a soffrire per il nome del Signore.
L’espressione somma della presenza del Nome del Signore e dell’intera SS. Trinità nella vita cristiana, si ha nel segno della croce, che introduce ogni preghiera, devozione, celebrazione; e conclude le benedizioni e l’amministrazione dei sacramenti: “Nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
Il culto liturgico del Nome di Gesù
Il SS. Nome di Gesù, fu sempre onorato e venerato nella Chiesa fin dai primi tempi, ma solo nel XIV secolo cominciò ad avere culto liturgico.
Grande predicatore e propagatore del culto al Nome di Gesù, fu il francescano san Bernardino da Siena (1380-1444) e continuato da altri confratelli, soprattutto dai beati Alberto da Sarteano (1385-1450) e Bernardino da Feltre (1439-1494).
Nel 1530, papa Clemente VII autorizzò l’Ordine Francescano a recitare l’Ufficio del Santissimo Nome di Gesù; e la celebrazione ormai presente in varie località, fu estesa a tutta la Chiesa da papa Innocenzo XIII nel 1721.
Il giorno di celebrazione variò tra le prime domeniche di gennaio, per attestarsi al 2 gennaio fino agli anni Settanta del Novecento, quando fu soppressa.
Papa Giovanni Paolo II ha ripristinato al 3 gennaio la memoria facoltativa nel Calendario Romano.
Il trigramma di san Bernardino da Siena
Affinché la sua predicazione non fosse dimenticata facilmente, Bernardino con profondo intuito psicologico inventò un simbolo dai colori vivaci che veniva posto in tutti i locali pubblici e privati, sostituendo blasoni e stemmi delle varie Famiglie e Corporazioni spesso in lotta fra loro.
Il trigramma del nome di Gesù, divenne un emblema celebre e diffuso in ogni luogo, sulla facciata del Palazzo Pubblico di Siena campeggia enorme e solenne, opera dell’orafo senese Tuccio di Sano e di suo figlio Pietro, ma lo si ritrova in ogni posto dove Bernardino e i suoi discepoli abbiano predicato o soggiornato.
Qualche volta il trigramma figurava sugli stendardi che precedevano Bernardino, quando arrivava in una nuova città a predicare e sulle tavolette di legno che il santo francescano poggiava sull’altare, dove celebrava la Messa prima dell’attesa omelia, e con la tavoletta al termine benediceva i fedeli.
Il trigramma fu disegnato da Bernardino stesso, per questo è considerato patrono dei pubblicitari; il simbolo consiste in un sole raggiante in campo azzurro, sopra vi sono le lettere IHS che sono le prime tre del nome Gesù in greco ΙΗΣΟΥΣ (Iesûs), ma si sono date anche altre spiegazioni, come l’abbreviazione di “In Hoc Signo (vinces)” il motto costantiniano, oppure di “Iesus Hominum Salvator”.
Ad ogni elemento del simbolo, Bernardino applicò un significato, il sole centrale è chiara allusione a Cristo che dà la vita come fa il sole, e suggerisce l’idea dell’irradiarsi della Carità.
Il calore del sole è diffuso dai raggi, ed ecco allora i dodici raggi serpeggianti come i dodici Apostoli e poi da otto raggi diretti che rappresentano le beatitudini, la fascia che circonda il sole rappresenta la felicità dei beati che non ha termine, il celeste dello sfondo è simbolo della fede, l’oro dell’amore.
Bernardino allungò anche l’asta sinistra dell’H, tagliandola in alto per farne una croce, in alcuni casi la croce è poggiata sulla linea mediana dell’H.
Il significato mistico dei raggi serpeggianti era espresso in una litania; 1° rifugio dei penitenti; 2° vessillo dei combattenti; 3° rimedio degli infermi; 4° conforto dei sofferenti; 5° onore dei credenti; 6° gioia dei predicanti; 7° merito degli operanti; 8° aiuto dei deficienti; 9° sospiro dei meditanti; 10° suffragio degli oranti; 11° gusto dei contemplanti; 12° gloria dei trionfanti.
Tutto il simbolo è circondato da una cerchia esterna con le parole in latino tratte dalla Lettera ai Filippesi di san Paolo: “Nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, sia degli esseri celesti, che dei terrestri e degli inferi”.Il trigramma bernardiniano ebbe un gran successo, diffondendosi in tutta Europa, anche s. Giovanna d’Arco volle ricamarlo sul suo stendardo e più tardi fu adottato anche dai Gesuiti.
Diceva San Bernardino: “Questa è mia intenzione, di rinnovare e chiarificare il nome di Gesù, come fu nella primitiva Chiesa”, spiegando che, mentre la croce evocava la Passione di Cristo, il suo Nome rammentava ogni aspetto della sua vita, la povertà del presepio, la modesta bottega di falegname, la penitenza nel deserto, i miracoli della carità divina, la sofferenza sul Calvario, il trionfo della Resurrezione e dell’Ascensione.
In effetti Bernardino ribadiva la devozione già presente in san Paolo e durante il Medioevo in alcuni Dottori della Chiesa e in s. Francesco d’Assisi, inoltre tale devozione era praticata in tutto il Senese, pochi decenni prima dai Gesuati, congregazione religiosa fondata nel 1360 dal senese beato Giovanni Colombini, dedita all’assistenza degli infermi e così detti per il loro ripetere frequente del nome di Gesù.
La Compagnia di Gesù, prese poi queste tre lettere come suo emblema e diventò sostenitrice del culto e della dottrina, dedicando al Ss. Nome di Gesù le sue più belle e grandi chiese, edificate in tutto il mondo.
Fra tutte si ricorda, la “Chiesa del Gesù” a Roma, la maggiore e più insigne chiesa dei Gesuiti; vi è nella volta il “Trionfo del Nome di Gesù”, affresco del 1679, opera del genovese Giovanni Battista Gaulli detto ‘il Baciccia’; dove centinaia di figure si muovono in uno spazio chiaro con veloce impeto, attratte dal centrale Nome di Gesù.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)


*Santissima Trinità

Martirologio Romano: Solennità della Santissima e indivisa Trinità, in cui professiamo e veneriamo Dio uno e trino e la Trinità nell’unità.
La solennità della Santissima Trinità è la festa del "Dio unico in Tre Persone".
Con questo è già detto tutto, ma tutto resta ancora da capire, accogliere con amore, adorare nella contemplazione.
Il tema ha una importanza centrale sul fronte missionario.
Si afferma, con facilità, che tutti i popoli - anche i non cristiani - sanno che Dio esiste e che anche i 'pagani' credono in Dio.
Questa verità condivisa – pur con alcune differenze, riserve e la necessità di purificare immagini e rapporti - è la base che rende possibile il dialogo fra le religioni, e in particolare il dialogo fra i cristiani e i seguaci di altre religioni.
Sulla base di un Dio unico comune a tutti, è possibile tessere un'intesa fra i popoli in vista di azioni concertate a favore della pace, in difesa di diritti umani, per la realizzazione di progetti di sviluppo e crescita umana e sociale.
Su questo fronte abbiamo visto gesti coraggiosi e positivi di intesa e collaborazione, promossi anche da grandi Papi, come Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II; ma sempre nella chiara consapevolezza che tutto questo è soltanto una parte dell'azione evangelizzatrice della Chiesa nel mondo.
Per un cattolico l'orizzonte di relazioni fondate sull'esistenza di un Dio unico non è sufficiente, e tanto meno lo è per un missionario cosciente della straordinaria rivelazione ricevuta per mezzo di
Gesù Cristo, rivelazione che abbraccia tutto il mistero di Dio, nella sua unità e trinità.
Il Vangelo che il missionario porta al mondo, oltre a rafforzare e perfezionare la comprensione del monoteismo, apre all'immenso, sorprendente mistero del Dio-comunione di Persone.
La parola 'mistero' è da intendersi più per ciò che rivela che per quello che nasconde. In questa materia è meglio lasciare la parola ai mistici.
Per San Giovanni della Croce "c'è ancora molto da approfondire in Cristo.
Questi infatti è come una miniera ricca di immense vene di tesori, dei quali, per quanto si vada a fondo, non si trova la fine; anzi in ciascuna cavità si scoprono nuovi filoni di ricchezze".
Rivolgendosi alla Trinità, San Caterina da Siena esclama: "Tu, Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo, e quanto più trovo, più cresce la sete di cercarti.
Tu sei insaziabile; e l'anima, saziandosi nel tuo abisso, non si sazia, perché permane nella fame di te, sempre più te brama, o Trinità eterna".
La rivelazione cristiana del Dio trino offre parametri nuovi sul mistero di Dio.
Sia in se stesso, sia nei suoi rapporti con l'uomo e il creato, come pure per le relazioni fra le persone umane.
Un anonimo ha trasmesso il seguente dialogo, scarno ma essenziale, tra un musulmano e un cristiano.
- Diceva un musulmano: "Dio, per noi, è uno; come potrebbe avere un figlio?"
- Rispose un cristiano: "Dio, per noi, è amore; come potrebbe essere solo?"
Si tratta di una forma stilizzata di 'dialogo interreligioso', che manifesta una verità fondamentale del Dio cristiano, capace di arricchire anche il monoteismo ebraico, musulmano e delle altre religioni.
Infatti, il Dio rivelato da Gesù (Vangelo) è soprattutto Dio-amore (cf. Gv 3,16; 1Gv 4,8).  È un Dio unico, in una piena comunione di Persone.
Egli si rivela a noi soprattutto come un "Dio misericordioso e pietoso" (I lettura); "Dio ricco di misericordia" (Ef 2,4).
È questo il vero volto di Dio che tutti i popoli hanno il diritto e il bisogno di conoscere * dai missionari della Chiesa.
Per questo, afferma il Concilio, "la Chiesa pellegrinante è missionaria per sua natura, in quanto essa trae origine dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo, secondo il progetto di Dio Padre" (Ad Gentes 2).
Nei primi numeri dello stesso Decreto il Concilio spiega l'origine e il fondamento trinitario della missione universale della Chiesa, offrendo, tra l'altro, una delle più alte sintesi teologiche di tutto il Concilio.
(Autore: Padre Romeo Ballan - Fonte: Enciclopedia dei Santi)


*Tutti i Santi (1 Novembre)  

Festeggiare tutti i Santi è guardare coloro che già posseggono l’eredità della gloria eterna. Quelli che hanno voluto vivere della loro grazia di figli adottivi, che hanno lasciato che la misericordia del Padre vivificasse ogni istante della loro vita, ogni fibra del loro cuore. I Santi contemplano il volto di Dio e gioiscono appieno di questa visione. Sono i fratelli maggiori che la Chiesa ci propone come modelli perché, peccatori come ognuno di noi, tutti hanno accettato di lasciarsi incontrare da Gesù, attraverso i loro desideri, le loro debolezze, le loro sofferenze, e anche le loro tristezze.
Questa beatitudine che dà loro il condividere in questo momento la vita stessa della Santa Trinità è un frutto di sovrabbondanza che il sangue di Cristo ha loro acquistato. Nonostante le notti, attraverso le purificazioni costanti che l’amore esige per essere vero amore, e a volte al di là di ogni speranza umana, tutti hanno voluto lasciarsi bruciare dall’amore e scomparire affinché Gesù fosse progressivamente tutto in loro. È Maria, la Regina di tutti i Santi, che li ha instancabilmente riportati a questa via di povertà, è al suo seguito che essi hanno imparato a ricevere tutto come un dono gratuito del Figlio; è con lei che essi vivono attualmente, nascosti nel segreto del Padre.
Martirologio Romano: Solennità di tutti i Santi uniti con Cristo nella gloria: oggi, in un unico giubilo di festa la Chiesa ancora pellegrina sulla terra venera la memoria di coloro della cui compagnia esulta il cielo, per essere incitata dal loro esempio, allietata dalla loro protezione e coronata dalla loro vittoria davanti alla maestà divina nei secoli eterni.
La festa di tutti i Santi, il 1 novembre si diffuse nell’Europa latina nei secoli VIII-IX. Si iniziò a celebrare la festa di tutti i santi anche a Roma, fin dal sec. IX.
Un’unica festa per tutti i Santi, ossia per la Chiesa gloriosa, intimamente unita alla Chiesa ancora pellegrinante e sofferente. Oggi è una festa di speranza: “l’assemblea festosa dei nostri fratelli” rappresenta la parte eletta e sicuramente riuscita del popolo di Dio; ci richiama al nostro fine e alla nostra vocazione vera: la santità, cui tutti siamo chiamati non attraverso opere straordinarie, ma con il compimento fedele della grazia del battesimo.
Dai “Discorsi” di San Bernardo, abate
A che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. E’ chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro. Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri. Il primo desiderio, che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, é quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all’assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi.
Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi e ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e noi non ce ne
prenderemo cura? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipano con i voti dell’anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l’aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non é certo disdicevole, perché una tale fame di gloria é tutt’altro che pericolosa. Vi é un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed é quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come é ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati. Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezza sotto un capo coronato di spine. Comprenda che le sue eleganze non gli fanno onore, ma lo espongono al ridicolo. Giungerà il momento della venuta di Cristo, quando non si annunzierà più la sua morte. Allora sapremo che anche noi siamo morti e che la nostra vita é nascosta con lui in Dio. Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui brilleranno le membra glorificate. Allora trasformerà il nostri corpo umiliato, rendendolo simile alla gloria del capo, che é lui stesso.
Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perché la speranza di una felicità così incomaparabile abbia a diventare realtà, ci é necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremmo mai pensare di giungere. (Disc. 2; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 364-368)
Godete e rallegratevi, perché grande è la vostro ricompensa nei cieli.
La beatitudine, consiste nel raggiungimento di ciò che colma e fa felice definitivamente il cuore dell’uomo. È la felicita che hanno conseguito i santi, che oggi celebriamo riuniti in un’unica festa. È una schiera che nessuno può numerare e che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’ Agnello, hanno cioè sperimentato in vita e in morte l’infinita misericordia di divina e vivono, anche per le loro virtù, nella beatitudine eterna. Una beatitudine a cui ogni fedele aspira nella speranza che lo stesso Cristo ci infonde. Il Cristo annuncia una felicità che non è nell’ordine dei valori terreni, ma è in vista del Regno, proclamato da lui, e, pur cominciando già su questa terra per coloro che accolgono Cristo e le sue esigenze, sarà definitiva solo nell’eternità.
La Chiesa, formata da tutti i santi, ci invita oggi a guardare al futuro e al premio che Dio ha riservato a coloro che lo seguono nel difficile cammino della perfezione evangelica. Tutti vorremmo che, dopo la nostra morte, questo giorno fosse anche la nostra festa. Gesù ci invita a godere e rallegrarci già durante il percorso in vista dell’approdo finale. La santità quindi non è la meta di pochi privilegiati, ma l’aspirazione continua e costante di ogni credente, nella ferma convinzione che questa è innanzi tutto un progetto divino che nessuno esclude e che ci è stata confermata a prezzo del sacrificio di Cristo, che ha dato la vita per la nostra salvezza, quindi per la nostra santità. Non conseguire la meta allora significherebbe rendersi responsabile di quel grande peccato, che nessuno speriamo commetta, di vanificare l’opera redentiva del salvatore. Sant’Agostino, mosso da santa invidia soleva ripetersi: “Se tanti e tante perché non io?”
(Autore: Monaci Benedettini Silvestrini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)


*Venerdì Santo (celebrazione mobile)

L'odierna celebrazione del Venerdì ha i suoi albori probabilmente nella celebrazione della Chiesa di Gerusalemme, che era solita rievocare, con particolari riti, la passione di Cristo e ciò nei luoghi dove essa era realmente avvenuta.
Le testimonianze di Egeria, probabilmente hanno influito sulla formazione di questa liturgia nelle Chiese di Roma. Dall'antichità questo giorno è stato aliturgico, cioè privo della celebrazione eucaristica.
Il nucleo della celebrazione, come apprendiamo dall'Apologia di Giustino, è la celebrazione della Parola di Dio e, in modo particolare, la Passione secondo Giovanni.
Gli Ordines ci offrono uno schema ben preciso: la prostrazione del vescovo con la preghiera silenziosa, una prima lettura seguita dal Tratto, e una seconda lettura, cui seguiva il canto della Passione.
Concludevano la celebrazione le Orazioni solenni, che rielaborate, sono presenti nella nostra celebrazione. Esistevano anche altri schemi come quello, oggi adottato dal Messale: dopo la prostrazione viene proclamata la colletta che dà inizio alla Liturgia della Parola. Questa prosegue con le letture e la proclamazione della Passione secondo Giovanni, e concludersi con le solenni orazioni della Preghiera universale.
Come abbiamo detto, la celebrazione romana ha subito l'influsso delle tradizioni orientali.
Nel VIII - IX sec. i vescovi di Roma provenivano da quella tradizione.
Portano con loro l'Adorazione della croce.
Nell'Urbe si conservava un frammento del legno della Croce. Esso veniva portato in processione dalla basilica di Santa Croce al Laterano.
La processione veniva guidata dal papa che, scalzo, a mo' di vescovi orientali, portava il turibolo (uso sconosciuto nella tradizione romana) davanti alla reliquia della Santa Croce.
Tutto probabilmente si svolgeva in silenzio, in quanto solo nel tardo VIII sec. abbiamo testimonianze del canto delle antifone: Ecce lignum crucis… o Crucem tuam adoramus… di origine bizantina, che accompagnavano l'adorazione della croce.
Nel XII sec. entra nella liturgia romana, specie sotto l'influsso delle liturgie franco-germaniche, un altro fattore: la drammatizzazione. Abbiamo molti gesti come ad esempio la velazione – svelazione della croce fin ora sconosciuta, le processioni con le statue, con la figura di Cristo morto, ma anche la stessa celebrazione diventa molto più complessa.
Un ruolo che agevola questa pietà popolare è l'incomprensione della liturgia da parte dei fedeli.
Si è parlato già del carattere particolare del digiuno di questi giorni.
In questo senso entra anche il digiuno eucaristico. «Il Signore è assente dal mondo, allora i discepoli digiunano». C'è anche però un altro fattore. L'unico mistero di questi tre giorni culmina nella celebrazione della Veglia Pasquale, e in particolare nell'Eucaristia. «Bramiamo, dunque, il pane celeste della Risurrezione di Cristo». Comunque per ciò che riguarda la comunione nell'arco dei secoli, gli usi sono stati diversi.
Inizialmente come ci testimonia Ordo XXIII nella celebrazione del papa non ci si comunicava. «Chi vuole comunicarsi vada nelle altre chiese consumando da ciò che è stato conservato dalla celebrazione del giovedì».
Dal XIII secolo, però si comunica solo il pontefice. Il popolo, fino alla riforma del Vaticano II non poteva ricevere il pane eucaristico.
Oggi la celebrazione del Venerdì non è stata molto cambiata nella struttura celebrativa.
È stata introdotta la comunione dei fedeli, restituita dalla riforma del 1955, anche se forse sarebbe stato meglio rimanere nella prassi antica, rappresentata tra l'altro dalle tradizioni orientali o anche da quella ambrosiana.
La celebrazione si svolge nel primo pomeriggio.
Il sacerdote indossa le vesti rosse, simboleggianti la regalità di Cristo, e ciò dall'inizio della celebrazione.
L'ingresso del celebrante, fatto senza nessun canto, prosegue con la prostrazione e la preghiera silenziosa. Successivamente, dall'ambone, viene proclamata una delle collette a scelta, di nuova composizione.
Segue la liturgia della Parola.
Le letture sono state cambiate, e con ciò è cambiata anche la visione teologica. La prima lettura dal profeta Osea viene sostituita da quella del Servo sofferente di Isaia.
Anche la seconda, al posto della lettura dall'Esodo, oggi viene proclamata la lettera agli Ebrei, che vuole significare il sacrificio di Cristo. Il Vangelo, per l'antica tradizione, è sempre quello di Giovanni.
Si può fare una piccola omelia seguita dalle solenni orazioni che, alcune riviste, e altre cambiate, esprimono meglio la mentalità del nostro tempo.
La seconda parte della celebrazione, l'adorazione della Croce, è stata semplificata.
Il messale presenta due forme del rito.
Per la comunione è stato abolito il Confiteor e l'assoluzione. Viene riportato sull'altare il Santissimo, senza solennità. Durante la comunione si può cantare un canto adatto, ma non più precisato. Alla fine, dalle tre orazioni è stata conservata una sola: Omnipotens sempiterne Deus… cui segue la preghiera super populum. L'assemblea si scioglie in silenzio.
Riassumendo possiamo dire che questa celebrazione generalmente è un buon progetto celebrativo della Passione del Signore: La Liturgia della Parola proclama la passione.
Le Invocazioni pregano la passione.  La Venerazione della Croce adora la passione, e la Comunione ci fa comunicare con la passione.
Riassumendo possiamo dire che questa celebrazione generalmente è un buon progetto celebrativo della Passione del Signore: La Liturgia della Parola proclama la passione.
Le Invocazioni pregano la passione.
La Venerazione della Croce adora la passione, e la Comunione ci fa comunicare con la passione.
È stato un po' criticato per motivo della comunione reintrodotta da Pio XII.
Ci sono infatti molteplici modi della presenza di Cristo, e la comunione della Veglia è il culmine, cui tutto il cammino quaresimale conduce.
Venerdì Santo - Passione del Signore
Quante e quante volte i nostri occhi si sono posati su un Crocifisso o una semplice croce, in questo mondo distratto, superattivo, superficiale?
Quante volte entrando in una chiesa o passando davanti a delle edicole religiose agli angoli delle strade, sui sentieri di campagna o di montagna, o mettendola al collo sia per devozione, sia per moda, i nostri occhi hanno visto la Croce; quante volte sin da bambini ci siamo segnati con il segno della Croce, recitando una preghiera o guardando il Crocifisso appeso alla parete della nostra stanza da letto, iniziando e terminando così la nostra giornata.
La Croce simbolo del cristianesimo, presente nella nostra vita sin dalla nascita, nei segni del rito del Battesimo, nell’assoluzione nel Sacramento della Penitenza, nelle benedizioni ricevute e date in ogni nostro atto devozionale e sacramentale; fino all’ultimo segno tracciato dal sacerdote nel Sacramento degli Infermi, nella croce astile che precede il funerale e nella croce di marmo o altro materiale, poggiata sulla tomba.
Così presente nella nostra vita e pur tante volte ignorata e guardata senza che ci dica niente, con occhio distratto e abituato; eppure la Croce è il supremo simbolo della sofferenza e della morte di Gesù, vero Dio e vero uomo, che con il Suo sacrificio ci ha riscattato dalla morte del peccato, indicandoci la vera Vita che passa attraverso la sofferenza.
Gesù stesso con le Sue parabole insegnò che il seme va sotterrato, marcisce e muore, per dare nuova vita alla pianta che da lui nascerà.
In tutta la vicenda umana e storica di Gesù, la “Passione” culminata nel Venerdì Santo, designa da sempre l’insieme degli avvenimenti dolorosi che lo colpirono fino alla morte in croce. E questo insieme di atti progressivi e dolorosi prese il nome di “Via Crucis” (pratica extraliturgica, introdotta in Europa dal domenicano beato Alvaro, (†1402), e dopo di lui dai Frati Minori Francescani); che la Chiesa Cattolica, ricorda in ogni suo tempio con le 14 ‘Stazioni’; quadretti attaccati alle pareti, oppure lungo i crinali delle colline dove sorgono Santuari, meta di pellegrinaggi; con edicole, gruppi statuari o cappelle, che invitano alla meditazione e penitenza; in ognuna di queste ‘Stazioni’ sono raffigurati con varie espressioni artistiche, momenti della dolorosa “Via Crucis” e Passione di Gesù; espressione di alta simbologia ed arte, sono ad esempio i Sacri Monti come quelli di Varallo e di Varese, e i celebri Calvari bretoni.
La “Passione” di Gesù cominciò dopo l’Ultima Cena tenuta con gli Apostoli, dove Egli diede all’umanità il dono più grande che si potesse: sé stesso nel Sacramento dell’Eucaristia, inoltre l’istituzione del Sacerdozio cristiano e la grande lezione di umiltà e di amore verso il prossimo con la lavanda dei piedi dei Dodici Apostoli.
I Vangeli raccontano gli avvenimenti in modo abbastanza preciso e concorde; nella primavera dell’anno 30, Gesù discese con i suoi discepoli dalla Galilea a Gerusalemme, in occasione della Pasqua ebraica, l’annuale “memoriale” della prodigiosa liberazione del popolo ebreo dall’Egitto.
Qui tenne l’Ultima Cena, dove di fatto fu sostituito il vecchio “memoriale” con il nuovo, da rinnovare nel tempo fino al suo ritorno: “Questo è il mio corpo, che è dato per voi”; “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue che viene versato per voi”; “Fate questo in memoria di me!”.
Nella “redenzione dal peccato” si deve ricercare in buona parte, il senso della ‘Passione’ di Cristo e di questo trattano i racconti evangelici, nel susseguirsi degli avvenimenti che seguirono l’Ultima Cena; è bene ricordare che lo stesso Gesù preannunziò ciò che sarebbe accaduto ai suoi discepoli per ben tre volte, preparandoli al suo destino di sofferenze e di gloria; in particolare la terza volta (Luca 18, 31-33).
Ma il suo sacrificio, è presentato nei Vangeli anche come l’attuazione della parola dei profeti, contenuta nelle Scritture e si delinea una grande verità, consegnandosi mite e benevole nelle mani di uomini che faranno di lui quello che vorranno, l’”Agnello di Dio” ha preso su di sé e ha ‘tolto’ il peccato del mondo (Giovanni 1,29).
Per questo si nota che nel racconto evangelico della Passione, ogni atto è presentato come malvagio, ingiusto e crudele; anche tutti coloro che intervengono nei confronti di Gesù sono cattivi o meglio peccatori, come una sequenza impressionante dei peccati degli uomini contro di Lui.
È necessario che il male ed il peccato si scateni contro Gesù, portandolo fino alla morte e dando la sensazione di aver vinto il Bene; finché con la Sua Resurrezione alla fine si vedrà che la vittoria finale sul male, è la sua.
La ‘Passione’ si svolge con una sequenza di immagini drammatiche, prima di tutto il tradimento di Giuda, che lo vende e lo denuncia con un bacio nel giardino posto al di là del torrente Cedron, dove si era ritirato a pregare con i suoi discepoli, e dove Gesù, aveva avuto la visione angosciante della prossima fine, sudando sangue e al punto di chiedere al Padre di far passare, se era possibile, questo calice amaro di sofferenza, ma nel contempo accettò di fare la Sua volontà.
Segue l’arresto notturno da parte dei soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei; Gesù subisce l’interrogatorio di Anna, ex sommo sacerdote molto potente e suocero del sommo sacerdote in carica Caifa; poi il giudizio del Sinedrio giudaico capeggiato da Caifa, che formula ad ogni costo un’accusa che consenta la sua condanna a morte, che però per la legge vigente a Gerusalemme, non poteva essere attuata dalle autorità ebraiche.
Nel contempo si concreta il triplice rinnegamento del suo primo discepolo Pietro; poi Gesù viene condotto dal governatore romano Ponzio Pilato, accusato di essersi proclamato re dei Giudei, commettendo quindi un delitto di lesa maestà verso l’imperatore romano.
Nel confronto con Pilato, Gesù afferma la sua Regalità; nonostante che non si ravvisa in lui colpa alcuna, l’attaccamento al potere, la colpevole viltà del governatore, non fanno prendere una decisione a Pilato, che secondo il Vangelo di Luca (23,6) non volendo pronunciarsi, lo manda da re Erode, presente in quei giorni a Gerusalemme; il quale dopo un’inutile interrogatorio e istigato dai sommi sacerdoti e scribi, lo schernisce insultandolo, poi rivestito di una splendida veste lo rimanda da Pilato.
Ancora una volta Pilato titubante chiede al popolo che colpa ha quest’uomo, perché lui non ne trova; alle grida di condanna lo fa flagellare, pensando che così si calmassero, ma questi gridarono sempre più forte di crocifiggerlo; allora Pilato secondo le consuetudini locali, potendo liberare un prigioniero in occasione della Pasqua, chiese al popolo se intendevano scegliere fra Gesù e un ribelle prigioniero di nome Barabba, che aveva molti morti sulla coscienza, ma anche in questa scelta il popolo si espresse gridando a favore di Barabba.
Non potendo fare altro, il governatore simbolicamente si lavò le mani e condannò a morte Gesù, tramite la crocifissione, pena capitale praticata in quell’epoca e lo consegnò ai soldati.
I soldati con feroce astuzia, posero sul capo di Gesù, schernendolo, una corona di spine pungenti e caricarono sulle sue spalle, già straziate da una lacerante flagellazione, il “patibulum”, avviandosi verso la collina del Golgota o Calvario, luogo dell’esecuzione.
La “Via Crucis” di Gesù presenta alcuni incontri non tutti riportati concordemente dai quattro evangelisti, come l’incontro con Simone di Cirene, obbligato dai soldati a portare la croce di Gesù o a condividerne il peso; l’incontro con le donne di Gerusalemme alle quali dice con toni apocalittici di piangere su loro stesse; l’incontro con la Veronica, le cadute sull’erta salita.
Arrivati sulla cima del calvario, viene dai soldati spogliato delle sue vesti, che vennero tirate a sorte fra gli stessi soldati, poi crocifisso con chiodi alla croce, tortura orribile e atroce, che conduce Gesù alla morte dopo qualche ora, sempre fra insulti e offese, alla fine invece di spezzargli le gambe per accelerarne la morte per soffocamento, essendo già morto, la lancia di un centurione gli perforerà il costato per accertarsene.
C’è ancora tutta una serie di episodi che si verificano prima e dopo la sua morte, come il suicidio di Giuda, lo scambio di parole con i due ladroni, crocifissi anche loro in quell’occasione, lo squarcio del Velo del Tempio di Gerusalemme, il terremoto, lo sconvolgimento degli elementi atmosferici, la presenza ai piedi della Croce di Maria sua madre, di Maria di Magdala (Maddalena), di Maria di Cleofa, madre di Giacomo il Minore e Giuseppe, di Salome madre dei figli di Zebedeo e da Giovanni il più giovane degli apostoli; l’affidamento reciproco fra Maria e Giovanni; le sue ultime parole prima di morire.
La ‘Passione’ si conclude, dopo la deposizione affrettata per l’approssimarsi della festività del sabato, con la sepoltura del suo corpo mortale in una tomba data da Giuseppe d’Arimatea, anche lui diventato suo discepolo, avvolto in un candido lenzuolo e cosparso degli oli e aromi usuali, poi la tomba scavata nella roccia, venne chiusa da una grossa pietra.
In questo contesto finale s’inserisce l’esistenza e la venerazione per la Sacra Sindone, conservata nel Duomo di Torino, prova tangibile dei patimenti e del metodo crudele subito da Gesù per la crocifissione.
Dato il poco spazio disponibile, si è dovuto necessariamente essere veloci nel descrivere praticamente la ‘Passione di Nostro Signore’, ma questo storico evento lo si può meditare ampliamente, partecipando ai riti della Settimana Santa, che da millenni la Chiesa cattolica e le altre Chiese Cristiane celebrano.
Aggiungiamo solo che Gesù ha voluto con la sofferenza e la sua morte, prendere su di sé le sofferenze e i dolori di ogni genere dell’umanità, quasi un “chiodo scaccia chiodo”; indicando nel contempo che la sofferenza è un male necessario, perché iscritto nella storia di ogni singolo uomo, come lo è la morte del corpo, come conseguenza del peccato, ma essa può essere trasformata in una luce di speranza, di compartecipazione con le sofferenze degli altri nostri fratelli, che condividono con noi, ognuno nella sua breve o lunga vita terrena, il cammino verso la patria celeste.
Questo concetto e valorizzazione del dolore fu nei millenni cristiani, ben compreso ed assimilato da tante anime mistiche, al punto di non desiderare altro che condividere i dolori della ‘Passione’; ottenendo da Cristo di portare nel loro corpo i segni visibili e tormentati di tanto dolore; come pure per tanti ci fu il sacrificio della loro vita, seguendo l’esempio del Redentore, per l’affermazione della loro fede in Lui e nei suoi insegnamenti.
Ecco allora la schiera immensa dei martiri che a partire sin dai primi giorni dopo la morte di Gesù e fino ai nostri giorni, patirono e morirono violentemente, con metodi anche forse più strazianti della crocifissione, come quello di essere dilaniati vivi dalle belve feroci; bruciati vivi sui roghi; fatti a pezzi dai selvaggi nelle Missioni; scorticati vivi, ecc.
Poi riferendoci a quando prima accennato ai segni della ‘Passione’ sul proprio corpo, solo per citarne qualcuno: Le Stimmate di S. Francesco di Assisi, di S. Pio da Pietrelcina, la spina in fronte di S. Rita da Cascia, ecc.
La triste e dolorosa vicenda della ‘Passione’, ha ispirato da sempre la pietà popolare a partecipare ai riti del Venerdì Santo, con manifestazioni di grande suggestione e penitenza, con le processioni dei ‘Misteri’, grandi e piccole raffigurazioni, con statue per lo più di cartapesta, dei vari episodi della ‘Via Crucis’, in particolare l’incontro di Gesù che trasporta la croce con sua madre e le pie donne; oppure con Gesù morto, condotto al sepolcro, seguito dall’effige della Vergine Addolorata.
In tutte le chiese, a partire dal Colosseo con il papa, si svolgono le ‘Vie Crucis’, anche per le strade dei Paesi e nei rioni delle città; in alcuni casi per secolare tradizione esse sono svolte da fedeli con i costumi dell’epoca e giungono fino ad una finta crocifissione; in altri casi da secoli si svolgono cortei penitenziali di Confraternite con persone incappucciate o no, che si flagellano o si pungono con oggetti acuminati e così insanguinati proseguono nella processione penitenziale, come nella celebre penitenza di Guardia Sanframondi.
Ci vorrebbe un libro per descriverle tutte, ma non si può dimenticare di citare i riti barocchi del Venerdì Santo di Siviglia.
Alla ‘Passione’ di Gesù è associata l’immagine della Vergine Addolorata, che i più grandi artisti hanno rappresentato insieme alla Crocifissione, ai piedi della Croce, o con Cristo adagiato fra le sue braccia dopo la deposizione, come la celebre ‘Pietà’ di Michelangelo, il ‘Compianto sul Cristo morto’ di Giotto, la ‘Crocifissione’ di Masaccio, per citarne alcuni.
Il soggetto della ‘Passione’, ha continuato ad essere rappresentato anche con le moderne tecnologie, le quali utilizzando attori capaci, scenografie naturali e drammaticità delle espressioni dolorose; ha portato ad un più vasto pubblico nazionale ed internazionale l’intera vicenda terrena di Gesù.
È il caso soprattutto del cinema, con tanti filmati di indubbio valore emotivo, come “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini; il “Gesù di Nazareth” di Franco Zeffirelli, la serie di quelli storici e colossali, come “Il Re dei re”, “La tunica”, ecc. fino all’ultimo grandioso per la sua drammaticità “La Passione di Cristo” di Mel Gibson.
Inoltre la televisione presente ormai in ogni casa, ha riproposto ad un pubblico ancor più vasto le produzioni televisive ed i tanti films con questo soggetto, che per questioni economiche e per la crisi delle sale cinematografiche, non sarebbero stati più visti.
Il Venerdì Santo è il giorno della Croce, di questo simbolo che è di guida ai cristiani e nel contempo tiene lontani altri da questa religione, che per tanti versi ha al suo centro il dolore e la sofferenza, seppure accettata e trasfigurata; e si sa che a nessuno piace soffrire e tutti vorrebbero tendere alla felicità senza prima soffrire.
A conclusione si riportano i soggetti delle XIV Stazioni della Via Crucis:
I = Il processo e la condanna;
II = Il carico sulle spalle della croce;
III = La prima caduta;
IV = L’incontro con la Madre;
V = L’aiuto del Cireneo;
VI = L’incontro con la Veronica;
VII = Seconda caduta;
VIII = L’incontro con le donne di Gerusalemme;
IX = Terza caduta;
X = Gesù denudato e posto sulla croce;
XI = La crocifissione;
XII = La morte in Croce;
XIII = La deposizione;
XIV = La sepoltura nella tomba.
(Autore: Antonio Borrelli)


*Via Crucis dei ragazzi
I STAZIONE: Gesù accetta l’ingiusta condanna
Ti adoriamo, o Cristo e ti benediciamo. Per la Tua Santa Croce hai redento il mondo.
Disse loro Pilato: “Che farò dunque di Gesù chiamato il Cristo?. Tutti gli risposero: “Sia crocifisso!”… E, dopo aver flagellato Gesù, lo consegnò ai soldati perché fosse crocifisso.  (Matteo 27,22 e 26)
PAUSA…
Signore Gesù, come un malfattore vieni condannato al nostro posto e per noi. Aiutaci a pentirci delle nostre colpe, di cui Tu, innocente, hai voluto caricarTi. Fa’ che sappiamo riconoscerTi In ogni condannato della terra. E se talvolta un ingiusto giudizio Dovesse pesare sulle nostre spalle, aiutaci a portarlo insieme con Te. Amen.
Padre Nostro…

†††

II STAZIONE: Gesù abbraccia la croce
Ti adoriamo, o Cristo e ti benediciamo. Per la Tua Santa Croce hai redento il mondo.
Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la coorte… Dopo averlo schernito, lo condussero fuori per crocifiggerlo. (Marco 15,16 e 20)
PAUSA…
Signore Gesù, nessuno Ti ha costretto a portare la Croce: sei Tu a consegnarTi liberamente  alla morte per amore dei peccatori. Aiutaci a dire anche a noi il nostri sì Davanti alla prova e al dolore, sapendo che non saremo noi A portare la Tua Croce, ma sarà la Tua Croce a portare noi. Amen.
Padre Nostro…

†††

III STAZIONE: Gesù cade la prima volta
Ti adoriamo, o Cristo e ti benediciamo. Per la Tua Santa Croce hai redento il mondo.
Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui: per le sue piaghe noi siamo stati guariti. (Luca 53,5)
PAUSA…
Signore Gesù,  Tu cadi sotto il peso della croce. Come sei umano in questo Tuo dolore! Aiutaci a non vergognarci Dei nostri momenti di stanchezza E a non disperare mai: nell’ora in cui crediamo di non farcela, aiutaci a rialzare la testa e a riprendere il cammino con Te. Amen.
Padre Nostro…

†††

IV STAZIONE: Gesù incontra Sua Madre
Ti adoriamo, o Cristo e ti benediciamo. Per la Tua Santa Croce hai redento il mondo.
Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: “Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima”.
(Luca 2,34 s)
PAUSA…
Maria, Tu stai accanto a Tuo Figlio Lungo la via della Croce. Il Suo amore è il Tuo,  il Tuo dolore è il Suo. Aiutaci ad accompagnare Chi porta la Croce Come Tu hai accompagnato Lui, e accompagna anche noi, Madre del Redentore e Madre nostra amata.  Amen.
Padre Nostro…

†††

V STAZIONE: Il Cireneo soccorre Gesù
Ti adoriamo, o Cristo e ti benediciamo. Per la Tua Santa Croce hai redento il mondo.
Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirène che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù.
(Luca 23,26)

PAUSA…
Donaci, Padre,
di riconoscere
sui passi del nostro cammino,
nell’umile fatica dei giorni,
il volto di Colui che ci chiede aiuto,
e ci aiuta a portare il dolore di tutti,
accompagnaci col Suo amore vittorioso
sulla via del nostro dolore,
per fare di essa la via della vita.
Amen.
Padre Nostro…

†††

VI STAZIONE: La Veronica asciuga il volto di Gesù
Ti adoriamo, o Cristo e ti benediciamo.
Per la Tua Santa Croce hai redento il mondo.
Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia. (Isaia 53,3)
PAUSA…
Aiutaci, Padre,
a credere alla forza dei piccoli gesti,
capaci di consolare il cuore
di chi porta la Croce,
e a riconoscere
nei volti sfigurati dalla sofferenza
il volto dell’Uomo dei dolori,
che redime il nostro dolore
e non cessa di chiederci
il semplice gesto di un atto d’amore.
Amen.
Padre Nostro…

†††

VII STAZIONE: Gesù cade la seconda volta
Ti adoriamo, o Cristo e ti benediciamo.
Per la Tua Santa Croce hai redento il mondo.
Salvami, o Dio: l’acqua mi giunge alla gola. Affondo nel fango e non ho sostegno: sono caduto in acque profonde e l’onda mi travolge.
(Salmo 69,2s)
PAUSA…
Umanissimo Signore,
Dio e fratello della nostra vita,
Tu che cadi ancora sotto il peso della Croce,
aiutaci a soccorrere la debolezza altrui
e ad accettare la nostra,
per offrirla insieme con Te al Padre
e trasformare il dolore in amore,
facendo della fatica dei giorni aurora di vita.
Amen.
Padre Nostro…

†††

VIII STAZIONE: Le donne piangono per Gesù
Ti adoriamo, o Cristo e ti benediciamo.
Per la Tua Santa Croce hai redento il mondo.
Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. (Luca 23,27)
PAUSA…

Come alle donne di Gerusalemme,
dona anche a noi, Signore,
il dono delle lacrime,
che esprimano la profondità dell’amore,
la verità della compassione,
la tenerezza del cuore,
e sappiano comunicare agli altri
la vicinanza dell’anima,
quando più forte e insostenibile
appare il peso della Croce.
Amen.
Padre Nostro…

†††

IX STAZIONE: Gesù cade la terza volta
Ti adoriamo, o Cristo e ti benediciamo.
Per la Tua Santa Croce hai redento il mondo.
Maltrattato si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca. (Isaia 53,7)
PAUSA…
Signore Gesù,
Agnello condotto al macello,
aiutaci a rialzarci con Te dalle nostre cadute,
e a percorrere fino alla fine
la via della Croce della nostra salvezza,
accettando ogni giorno di andare,
liberi e fiduciosi,
dove Tu ci precedi e ci accompagni.
Amen.
Padre Nostro…

†††

X STAZIONE: Gesù è spogliato delle vesti
Ti adoriamo, o Cristo e ti benediciamo.
Per la Tua Santa Croce hai redento il mondo.
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?... Si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte. (Salmo 22,2 e 19)
PAUSA…
Signore Gesù, spogliato perfino
Dell’ultimo segno di possesso, le vesti,
quando ci sembra di non avere più nulla,
aiutaci a riconoscerci ricchi di Te,
compagni della Tua passione nell’esercizio della carità,
signori della nostra vita nel dono della fede,
perché, possedendo Te, possediamo veramente tutti.
Amen.
Padre Nostro…

†††

XI STAZIONE: Gesù è inchiodato alla Croce
Ti adoriamo, o Cristo e ti benediciamo.
Per la Tua Santa Croce hai redento il mondo.
Erano le nove del mattino quando lo crocifissero… Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra (Marco 15,25-27)
PAUSA…
Signore Gesù, le Tue mani,
che hanno comandato al vento e al mare,
trapassate dai chiodi della Croce,
sembrano il segno della Tua sconfitta:
sono invece il sigillo della vittoria dell’amore.
Aiutaci a credere nella potenza della debolezza,
rivelata dal Tuo abbandono sulla Croce:
e fa’ che cerchiamo la nostra vera forza
nel riconoscerci amati e perdonati da Te,
da Te resi capaci di perdono e di amore.
Amen.
Padre Nostro…

†††

XII STAZIONE: Gesù muore
Ti adoriamo, o Cristo e ti benediciamo.
Per la Tua Santa Croce hai redento il mondo.
Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse:”Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.  (Luca 23,44-46)
PAUSA…

Signore Gesù,
che muori abbandonato per amore nostro
e ci dai conforto col Tuo dolore,
aiutaci a starTi accanto nell’ora dell’abbandono,
insieme col Padre e con lo Spirito Santo,
facendo compagnia al Tuo dolore,
per vivere con Te l’offerta che salva il mondo
e dà vita alla vita.
Amen.
Padre Nostro…

†††

XIII STAZIONE: Gesù è deposto dalla Croce
Ti adoriamo, o Cristo e ti benediciamo.
Per la Tua Santa Croce hai redento il mondo.
Giuseppe d’Arimatéa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù… e, comprato un lenzuolo,
lo calò giù dalla croce. (Marco 15,43.46)
PAUSA…
Signore Gesù,
i chiodi che Ti hanno trafitto
sono i nostri peccati,
la paura di credere, di sperare, di amare.
Fa’ che ognuno di essi,
abbandonando la Tua carne,
porti via con sé la colpa da cui nasce
e lasci posto alla fede, alla speranza e all’amore,
che con la Tua morte ci hai ottenuto in dono.
Amen.
Padre Nostro…

†††

XIV STAZIONE: Gesù nel sepolcro
Ti adoriamo, o Cristo e ti benediciamo.
Per la Tua Santa Croce hai redento il mondo.
Nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto. Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino. (Giovanni 19,41s)
PAUSA…

Ora tutto è silenzio
E il mondo intero sta attonito dinanzi alla morte
Del Redentore del mondo.
Resta Maria a credere, a sperare e ad amare.
Ottienici, Madre de Sabato Santo,
di vivere con fede il nostro pellegrinaggio
nel lungo Sabato del tempo,
per preparare con Te la nostra Pasqua
e raggiungere Te e il Figlio Tuo
nella domenica senza tramonto
della vita che non avrà più fine.
Amen.
Padre Nostro…


*I Domenica D’Avvento “Anno A”

1. "Fratelli, è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti".
All’inizio di un nuovo Anno liturgico, l’Apostolo ci invita a prendere coscienza più chiara e più vigile del significato che ha lo scorrere del tempo per noi cristiani. Immediatamente prima, l’apostolo invitava i discepoli del Signore ad essere "consapevoli di quanto sia critico il momento che viviamo".
Critico nel senso che il nuovo Anno liturgico ci viene donato perché possiamo appropriarci sempre più profondamente degli effetti di quell’atto redentivo che Cristo ha compiuto una volta per sempre, e di cui faremo continuamente memoria nel tempo liturgico. I
l tempo ci è donato perché ciascuno di noi entri sempre più profondamente in Cristo con tutto se stesso; assimili tutta la realtà della Redenzione operata da Cristo, per ritrovare se stesso.
É un cammino questo che oggi ricomincia poiché niente nella vita umana e cristiana è acquisito per sempre: "gettiamo via perciò le opere delle tenebre" ci dice l’apostolo "e indossiamo le armi della luce".
Questo rinnovamento continuo della nostra persona, questa "riparazione" in noi della nostra immagine più vera consiste nel "rivestirci del Signore Gesù". "Rivestitevi… del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri". Gesù Cristo è la nostra verità; Gesù Cristo è la perfetta espressione e realizzazione del nostro destino: è Lui la nostra identità. Il tempo ci è donato perché restiamo in Cristo, ci inseriamo sempre più profondamente in Lui.
Noi oggi, primo giorno dell’Anno liturgico, prendiamo coscienza che questa è la nostra vita: questa progressiva identificazione con Cristo. Noi oggi ricominciamo.
2. "In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo".
Il Vangelo parla oggi, come avete sentito, di una "venuta di Cristo". In questa espressione la Chiesa ha colto due significati fondamentali. Essa cioè indica i due momenti in cui la venuta del Signore si realizza: il momento della nostra morte, della fine della nostra vita nel tempo; il momento della fine di tutta la vicenda umana, della storia umana. La preghiera della Chiesa sembra oggi invitarci a meditare sul primo momento, sulla venuta di Cristo che coinciderà, nel momento della nostra morte, col nostro ingresso nella vita eterna.
Esso ci viene presentato come imminente: esso può accadere cioè ogni momento. Questa condizione deve generare in noi una speranza che assume il volto della vigilanza : "vegliate, dunque", ci dice il Signore.
É l’attitudine propria di chi, risvegliato alla luce della fede in Cristo, sa che questi viene verso di lui come il giorno che si avvicina.
Questa attitudine ci impedisce di essere come coloro che si comportano come coloro che ai tempi di Noè "mangiavano, bevevano, prendevano moglie e marito, … e non si accorsero di nulla".
Prima Domenica D’Avvento “Anno B”
Letture e meditazioni   “Anno B”
Letture: Is.  63, 6c-17.19c; 64,1-7; Sal.  79(80); 1Cor 1,3-9; Mc 13, 33-37
Antifona d’Ingresso: - Sal  24, - 3
A te, Signore, elevo l'anima mia, Dio mio, in te confido: che io non sia confuso. Non trionfino su di me i miei nemici. Chiunque spera in te non resti deluso.
Colletta:  O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene, perché egli ci chiami accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Oppure: O Dio, nostro Padre, nella tua fedeltà che mai vien meno ricordati di noi, opera delle tue mani, e donaci l'aiuto della tua grazia, perché attendiamo vigilanti con amore irreprensibile la gloriosa venuta del nostro redentore, Gesù Cristo tuo Figlio. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Liturgia della Parola
Prima Lettura – Is. 63, 6c - 17.19c; 64,1 - 7
Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti. Davanti a te tremavano i popoli, quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, di cui non si udì parlare da tempi lontani. Orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui. Tu vai incontro a quanti praticano la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come una cosa impura e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si riscuoteva per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci hai messo in balìa della nostra iniquità. Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci dà forma, tutti noi siamo opera delle tue mani.
Salmo Responsoriale – Sal. 79 (80)
Fa' splendere il tuo volto e salvaci, Signore.
Tu, pastore d'Israele, ascolta,
assiso sui cherubini rifulgi!
Risveglia la tua potenza

e vieni in nostro soccorso.
Dio degli eserciti, volgiti,
guarda dal cielo e vedi
e visita questa vigna,
proteggi il ceppo che la tua destra ha piantato,
il germoglio che ti sei coltivato.
Sia la tua mano sull'uomo della tua destra,
sul figlio dell'uomo che per te hai reso forte.
Da te più non ci allontaneremo,
ci farai vivere e invocheremo il tuo nome.

Seconda Lettura - 1 Cor 1, 3-9
Fratelli, grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo. Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza. La testimonianza di Cristo si è infatti stabilita tra voi così saldamente, che nessun dono di grazia più vi manca, mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi confermerà sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo: fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!
Canto al Vangelo – Sal  84 (85),8
Alleluia, alleluia.
Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza.
Alleluia.
Il Vangelo - Mc. 13,33-37
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!».
Commento Patristico
Dal "Commento sul profeta Isaia" di Eusebio, vescovo di Cesarea.
(Cap. 40, vv. 3. 9; Pg. 24, 366-367)
«Preparate la via del Signore» (cfr. Ml 3, 1). Preparazione è l'evangelizzazione del mondo, è la grazia confortatrice. Esse comunicano all'umanità al conoscenza della salvezza di Dio. «Sali su un alto monte, tu che rechi liete notizie in Sion; alza la voce con forza, tu che rechi liete notizie in Gerusalemme» (Is  40, 9). Prima si era parlato della voce risuonante nel deserto, ora, con queste espressioni, si fa allusione, in maniera piuttosto pittoresca, agli annunziatori più immediati della venuta di Dio e alla sua venuta stessa.
Infatti prima si parla della profezia di Giovanni Battista e poi degli evangelizzatori. Ma qual è la Sion a cui si riferiscono quelle parole? Certo quella che prima si chiamava Gerusalemme. Anch'essa infatti era un monte, come afferma la Scrittura quando dice: «Il monte Sion, dove hai preso dimora» (Sal 73, 2); e l'Apostolo: «Vi siete accostati al monte di Sion» (Eb 12, 22). Ma in un senso superiore la Sion, che rende nota le venuta di Cristo, è il coro degli apostoli, scelto di mezzo al popolo della circoncisione. Sì, questa, infatti, è la Sion e la Gerusalemme che accolse la salvezza di Dio e che è posta sopra il monte di Dio, è fondata, cioè, sull'unigenito Verbo del Padre. A lei comanda di salire prima su un monte sublime, e di annunziare, poi, la salvezza di Dio.
Di chi è figura, infatti, colui che reca liete notizie se non della schiera degli evangelizzatori? E che cosa significa evangelizzare se non portare a tutti gli uomini, e anzitutto alle città di Giuda, il buon annunzio della venuta di Cristo in terra?
Riflessione
Mentre scrutiamo la notte
Il cammino dell'Avvento, ogni anno, ripropone al cristiano un percorso verso la luce. Vegliare è attendere la luce, la venuta del Signore. È lui che dà senso al nostro cammino, al susseguirsi dei giorni e degli anni, alla ricerca. Non siamo pellegrini del nulla, ma dell'Assoluto.
Come pellegrini:
§  mettiamo nella nostra sacca il sostegno dell'Eucaristia e del sacramento della riconciliazione per poter vivere in comunione con tutti;
§  tendiamo la mano a chi è più stanco, sfiduciato, solo: regalando pace, noi costruiamo l'attesa di un mondo diverso;
§ seminiamo la speranza con piccoli gesti di bontà, perché il mondo sia contagiato dall'amore e sia riscattato dall'indifferenza.
Come "cercatori dell'Assoluto":
§  purifichiamo la nostra immagine di Dio: non è un mago che compie cose strepitose;
§ è una presenza silenziosa dentro la storia e nel cuore di ogni persona;
§ è il Dio che si fa piccolo, che "scende". Da ricco che era si fa uno di noi, compagno di viaggio;
§  è il Dio che si fa prossimo, si nasconde nel volto dello straniero, del povero, della vedova, del bambino;
§  è il Dio che incontriamo nella preghiera, nel silenzio, nella verità di noi stessi, quando abbiamo il coraggio di guardare la nostra povertà, la nostra ricerca di verità...
L'Avvento è il tempo in cui il credente ritrova le motivazioni del suo andare verso la terra promessa, anche attraverso il deserto. Trova le motivazioni per restare fedele, con lo sguardo verso la luce, Gesù, con il cuore e le mani "incarnate" dentro la storia. E una sentinella del mattino, non per slogan, ma perché sa indicare che una luce c'è. Ne sa accendere tante, anche piccole. Ogni giorno. Così anticipa il giorno.
È stato pubblicato da poco un libro dal titolo Stare al mondo in cui viene affrontato il compito di ogni persona nella storia. Tre frasi dicono un poco anche "come" vegliare: «La condizione umana si identifica con lo stare al mondo... Una vita riesce con il "saperci stare". Per vivere bene è allora necessario saper abitare il proprio tempo, che è poi l'unico tempo che ogni uomo ha a sua disposizione».
Il pellegrino, come la sentinella che scruta la notte, pur scommettendo sul futuro, sa abitare il presente come luogo teologico in cui Dio ci viene incontro.   (Sr. Margherita Dal Lago)
Eucaristia
Orazione sulle offerte
Accogli, Signore, il pane e il vino, dono della tua benevolenza, e fa' che l'umile espressione della nostra fede sia per noi pegno di salvezza eterna. Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla Comunione - Sal  84/85,13
Il Signore elargirà il suo bene e la nostra terra produrrà il suo frutto.
Oppure (cfr. Mc 13,33)
State attenti, vigilate, perché non sapete il momento e l'ora, dice il Signore.
Orazione dopo la Comunione
La partecipazione a questo sacramento, che a noi pellegrini sulla terra rivela il senso cristiano della vita, ci sostenga, Signore, nel nostro cammino e ci guidi ai beni eterni. Per Cristo nostro Signore.
Prima Domenica D’Avvento “Anno C”
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*II Domenica d'Avvento (Anno A)

Prima lettura - Dal libro del profeta Isaia (Is. 11,1-10)
1 - In quel giorno, 1un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici.
2 - Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore.
3 -  Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire;
4 -  ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese. La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento; con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio.
5 -  Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia, cintura dei suoi fianchi la fedeltà.
6 - Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà.
7 -  La vacca e l’orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si ciberà di paglia, come il bue.
8 -  Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi.
9 -  Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare.
10 - In quel giorno la radice di Iesse si leverà a vessillo per i popoli, le genti la cercheranno con ansia, la sua dimora sarà gloriosa. Parola di Dio.
Dal Salmo 71
Rit. Vieni, Signore, re di giustizia e di pace
Dio,  dà al re il tuo giudizio,

al figlio del re la tua giustizia;
regga con giustizia il tuo popolo
e i tuoi poveri con rettitudine.
Nei suoi giorni fiorirà la giustizia
e abbonderà la pace,
finché non si spenga la luna.
E dominerà da mare a mare,
dal fiume sino ai confini della terra.
Egli libererà il povero che invoca
e il misero che non trova aiuto,
avrà pietà del debole e del povero
e salverà la vita dei suoi miseri.
Il suo nome duri in eterno,
davanti al sole persiste il suo nome.
In lui saranno benedette
tutte le stirpi della terra
e tutti i popoli lo diranno beato.
Seconda lettura
Dalla lettera di Paolo apostolo ai Romani  (Rm 15,4-9)
Fratelli, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza. E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. Dico infatti che Cristo si è fatto servitore dei circoncisi in favore della veracità di Dio, per compiere le promesse dei padri; le nazioni pagane invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: «Per questo ti celebrerò tra le nazioni pagane, e canterò inni al tuo nome». Parola di Dio.
Alleluia, alleluia   cf. Is 40,5-5
Preparate la via del Signore; raddrizzate i suoi sentieri! Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!                        
Dal Vangelo secondo Matteo   (Mt 3,1-12)
1 In quei giorni A comparve Giovanni il Battista a predicare B nel deserto della Giudea, 2 dicendo: «Convertitevi C, perché il regno dei cieli è vicino D!». 3 Egli è colui che fu annunziato dal profeta Isaia quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri E !». 4 Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi F; il suo cibo erano locuste e miele selvatico. 5 Allora accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano; 6 e, confessando i loro peccati, si facevano battezzare G da lui nel fiume Giordano. 7 Vedendo però molti farisei H e sadducei I venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere L! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente M? 8 Fate dunque frutti degni di conversione N, 9 e non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre. 10 Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. 11 Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco O. 12 Egli ha in mano il ventilabro P, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio,  ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile». Parola del Signore.
Note al testo
La prima lettura presenta l'ultima promessa messianica riferita alla nascita di un bambino, erede del trono di Davide, che instaurerà, con il suo regno, un ordine nuovo, una pace piena. La promessa di Dio si sintetizza nel dono divino per eccellenza che è il dono dello Spirito donato, stabilmente e pienamente, a questo virgulto del tronco di Jesse. Questo Spirito dato al bambino discendente di Davide è lo Spirito datore dei suoi doni. Si ha qui una teologia dei doni dello Spirito Santo che sarà sviluppata ampiamente dai padri della Chiesa. Tale bambino riceve dallo Spirito Santo la pienezza dei carismi, che si traduce in un governo giusto, in una regalità benefica. Il regno di questo bambino non interesserà solo Gerusalemme, ma l'intera umanità e tutta la creazione. Con lui apparirà un mondo radicalmente rinnovato e riconciliato.
Il problema principale posto dal testo del Vangelo è il problema del giudizio e della grazia. In questo contesto la presentazione matteana della predicazione del Battista risulta contraddittoria. Da un lato Giovanni appare come l'inesorabile predicatore del giudizio, dall'altro egli annuncia, al pari di Gesù, il salvifico regno dei cieli. La penitenza sta all'inizio, ma è un dono di Dio tanto quanto l'eredità del regno celeste. Le parole che Giovanni pronuncia acquistano significato solo tramite Gesù. La svolta di cui parla Giovanni avverrà come giudizio, mentre la svolta annunciata da Gesù sarà la salvezza per i popoli.
(A): Con l'indicazione temporale "in quei giorni" si inaugura l'attività del Battista, che a sua volta costituisce solo il preludio dell'attività di Gesù. L'espressione "in quei giorni", in linguaggio veterotestamentario non si usa mai per segnare le date, non si riferisce mai al passato, ma solo al futuro. Detto in altri termini non ha un valore storico, ma escatologico; significa che "gli ultimi tempi sono vicini"; segna l'inizio del tempo finale, dell'era messianica.
(B): Tutto ciò che il Battista compie può essere riassunto nella parola "annunciare". Il luogo dove deve fare la sua comparsa è il deserto, poiché così è stato predetto dal profeta. Qui si manifesta colui che deve venire. Il deserto potrebbe anche voler dire che i criteri consueti hanno perso la loro validità. Non a Gerusalemme, non nel tempio si può vedere Giovanni: si va da lui uscendo dall'abitato.
(C): Si traduce con "conversione, convertirsi" il termine greco 'metànoia' che allude a un cambiamento della mente, a un rivolgimento del pensiero o della prospettiva. L'idea è simile a quella espressa dal termine ebraico shuv "rivolgersi, ritornare". Si deve però osservare che metànoia non traduce shuv, ma traduce sempre l'ebraico nicham che vuol dire "pentirsi". Pentimento e venuta del regno sono strettamente associati. Cosa viene prima? L'approssimarsi del regno di Dio produce il pentimento, o la conversione, ma se non c'è conversione non si può neppure accogliere il regno che viene. Viene prima il regno, proprio perché esso viene da Dio e non dalle capacità umane di realizzarlo. Soggettivamente però occorre predisporsi ad accoglierlo nella propria vita. In fondo la conversione è resa possibile dalla "grazia" del Signore che regna. Il regno dei cieli costituisce il fondamento e il fine della conversione. É il regno che viene dal cielo, non il punto d'arrivo di evoluzioni terrene o il prodotto di sforzi umani.
(D): L'invito alla conversione, che è quel "cambiamento intimo, radicale, interiore di tutto l'uomo per effetto del quale l'uomo comincia a pensare, giudicare, agire mosso solo dalla bontà e santità di Dio, così come si è manifestata in Cristo Gesù" (dal rito della penitenza di Paolo VII), questo invito alla conversione è motivato solo dall'avvento del regno dei cieli. Se non c'è annuncio del regno non ci può essere conversione. Questo vuol dire che ogni rinnovamento, ogni cambiamento passa attraverso un annuncio della venuta del regno di Dio. D'altra parte, la conversione non è mai il fine; il fine è la venuta del regno di Dio. La conversione è la condizione nella quale noi ci poniamo per l'avvento del regno. L'atteggiamento della conversione prevede la centralità del regno di Dio nella nostra vita.
(E): É importante sottolineare la variazione apportata alla finale di questa citazione: invece che "rendete diritti i sentieri del nostro Dio" si dice: "i suoi sentieri". Il Kyrios (il Signore) che è preceduto dal Battista può essere, in questo modo d'intendere, soltanto Gesù.
(F): Il modo di vestire di Giovanni richiama l'austerità del profeta Elia, atteso per preparare Israele alla manifestazione finale del regno di Dio. Tale attesa viene ora compiuta dal ministero di Giovanni Battista.
(G): Il battesimo di Giovanni, da ricevere una volta sola, veniva amministrato nell'acqua corrente del Giordano. La novità era costituita in particolare dal fatto che esso avveniva tramite un'altra persona, contrariamente ai consueti riti di autopurificazione. Questo fatto aveva procurato a Giovanni il nome di Battista. Matteo non attribuisce al battesimo di Giovanni il potere di cancellare i peccati, né è designato come battesimo per la remissione dei peccati. Esso è per lui battesimo di conversione. Solo la morte espiatoria di Gesù ha il potere di rimettere i peccati (Mt 26,28).
(H): Non c'è nessun vangelo più legato al mondo giudaico del vangelo di Matteo, tuttavia non c'è un vangelo più duro di questo nei confronti dei giudei. Uno dei motivi per cui Matteo fa così è il bene della sua comunità. Proprio in questo anno, anche grazie alla lettura di questo vangelo, dobbiamo riprendere il senso del nostro rapporto con il popolo ebraico. Alla fine della sua lettera pastorale, il Card. Martini dice così: "Come vivo il mio rapporto con la fede di Israele, santa radice del mio essere cristiano? Come mi rapporto al popolo dell'alleanza mai revocata: gli Ebrei?". L'attenzione a questo popolo e alle parole così forti che Giovanni usa nei suoi confronti servono a Matteo per dire: attenzione, è successo questo al popolo di Israele, ma può succedere anche alla comunità cristiana. La vicenda di Israele non è una vicenda che non riguarda la chiesa.
(I): Osservanti stretti della legge, questi due gruppi influenti vengono additati come nemici di Gesù. A loro, più che alle folle, sono rivolte le minacce che seguono.
(L): Il serpente istilla nell'uomo pensieri di presunzione di sè, che lo illudono di poter sottrarsi all'ira di Dio. La quale è imminente, sta per venire. Non ci si può sottrarre se non attraverso il pentimento, la metànoia, che deve tradursi in opere corrispondenti.
(M): Qual è il modo più comune per sfuggire all'ira imminente? La falsa sicurezza dell'elezione, il sentirsi al riparo da ogni pericolo in grazia della discendenza abramica o del merito dei Padri. Il Battista ricorda agli ebrei che la figliolanza da Abramo è essa stessa un dono gratuito di Dio e non può trasformarsi in una falsa sicurezza.
(N): La salvezza esige una trasformazione profonda capace di instaurare con Dio, non un rapporto fondato sull'osservanza esteriore della legge, ma su una totale adesione del cuore. I frutti che Dio cerca sono quelli che crescono nel deserto: i frutti di conversione che maturano nelle asperità del cammino. Il nostro buon operare si riconoscerà dai frutti: saranno i nostri fratelli più deboli a giudicarci e certamente Dio stesso. Il fine che deve essere raggiunto è uno solo: la costruzione di un edificio comune, che si potrà attuare se ciascuno prenderà su di sè la debolezza del fratello.
(O): Il battesimo di Giovanni non è il Battesimo cristiano; vuole essere un segno esteriore di adesione al suo messaggio, al suo invito alla conversione. Con il suo battesimo però il Battista annuncia colui che battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Il fuoco è una delle immagini dello Spirito Santo. Nella Bibbia poi è utilizzato come una delle forme privilegiate della manifestazione di Dio: pensiamo a Mosè e alla sua vocazione/incontro con Dio presso il roveto ardente; pensiamo al profeta Elia, rapito verso il cielo su un carro di fuoco. Gesù stesso poi ha dichiarato di essere venuto a portare il fuoco sulla terra, non nel senso della distruzione, ma nel senso di quello Spirito che è Amore e che Gesù, rivelatore del Padre, ha portato. É perciò la fiamma della carità che guida i nostri passi.
(P): Il Messia che ha in mano il ventilabro per pulire la sua aia non può non evocare anche il giorno ultimo, in cui Gesù separerà il grano dalla pula. Come nella prima domenica di Avvento l'accento è posto sulla dimensione del timore, della trepidazione che suscita quel giorno. Siamo invitati a comprendere bene e a vivere questa dimensione del "timor di Dio" (uno dei doni dello Spirito Santo) che non è paura di eventuali castighi, ma tremore di fronte a ciò che è infinitamente superiore a noi, e nello stesso tempo vicino. I frutti di conversione sono suscitati anche da questo senso di timore, che dispone il nostro cuore a riconoscere la costante inadeguatezza del nostro essere e del nostro vivere nei confronti del mistero di  Dio, che ci viene incontro, si rivela e si rende accessibile, spronandoci così a un cammino di conversione nel preparare instancabilmente la via del Signore e nel raddrizzare i suoi sentieri.
Prefazio suggerito: "Tu ci hai nascosto il giorno e l'ora in cui il Cristo tuo Figlio, Signore e giudice della storia, apparirà sulle nubi del cielo rivestito di potenza e splendore. In quel giorno tremendo e glorioso passerà il mondo presente e sorgeranno cieli nuovi e terra nuova. Ora egli viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo, perché lo accogliamo nella fede e testimoniamo nell'amore la beata speranza del suo regno" (prefazio Iª dell'Avvento).
Commento dei Padri della Chiesa
É noto il testo della Genesi là dove Dio parlò anticamente a Mosé, dicendogli:  Togliti i sandali dai piedi. Il luogo in cui tu stai é terra santa! (Es 3.5). In simile modo si  sentì rivolgere la parola anche Giosué, figlio di Nave: Sciogliti  i legacci dei calzari (Gs 5.16). Ma nel nostro caso allorché il Signore gli ordina di slegare i sandali, noi vediamo anticipata la figura della verità che sarebbe venuta. Nella legge infatti era scritto che se uno non volesse sposare la moglie di suo fratello morto, deponesse almeno i calzari in modo che un altro potesse legittimamente succedersi in tale diritto. Il comando preannunciato nella legge sia realizza pienamente in Cristo che é il vero sposo
della Chiesa. Questo perchè quale sposo della Chiesa non poteva trattarsi di Mosé e nemmeno di Giosué il figlio di Nave, dei quali abbiamo discorso sopra; per tale motivo fu loro ingiunto di levarsi i sandali dai piedi: proprio perchè il vero sposo atteso, sposo della Chiesa, era il Cristo; é di tale sposo che Giovanni afferma: chi possiede la sposa é lo sposo. (Cromazio di Aquileia, Commento a Mt 11.4)
Dio può far sorgere figli di Abramo  da queste pietre. Vediamo chi sono in realtà quelli che, allusivamente, Giovanni dice che sarebbero stati le pietre dalle quali Dio era in grado di ricavare figli di Abramo. Non v'é dubbio di sorta che nelle pietre si devono veder raffigurate le genti dalle quali vengono suscitati i figli di Abramo in ragione della fede; dalle genti sono venuti coloro che hanno creduto a Cristo... E' detto a proposito nella Scrittura: Ti ho posto come padre di molte genti (Gen 17.5). Dato che i Giudei erano diventati increduli, il Signore stesso nell'evangelo assicura che le pietre di cui parla avrebbero gridato la loro lode al Signore; proprio di fronte ai Giudei afferma: Se taceranno questi fanciulli, grideranno le pietre (Lc 19.40). Il che dice chiaro che nelle pietre sono da ravvisare le genti; o forse perchè le genti prestavano culto a delle pietre (= le statue); o - infine- perchè avevano indurito i loro cuori, quasi fossero di sasso e inebetiti. Il Signore stesso aveva promesso di rimuovere tali ostacoli; leggiamo nel profeta: Toglierò dal loro petto il cuore di pietra e darò ad essi un cuore di carne; scriverò le mie leggi nei loro cuori e nei loro sentimenti: io le scriverò (Ez 11.19; Ez 36.26; Ger 31.33), il Signore e Salvatore nostro Gesù Cristo cui si indirizza la lode e la gloria per tutti i secoli dei secoli. (Cromazio di Aquileia, Commento a Mt 10.3
(Giovanni) parla di una scure che tagli vigorosamente e, cosa ancor più terribile, é già pronta  a dare il colpo decisivo. Dato che essi erano abituati a non credere affatto a quanto predicevano i profeti e rispondevano loro audacemente: Dov'é il giorno del Signore? Si esegua la decisione del Santo di Israele, affinché si sappia (Is 5.19, in quanto le sciagure preannunziare arrivavano molti anni dopo, Giovanni Battista  toglie loro questa persuasione, mostrando che i mali dei quali  vengono minacciati sono ormai vicini. (...) Tu forse dirai: ma come posso portare frutti in così breve tempo, quando la scure é già posta alla radice  e quando é ormai prossimo il giorno stabilito? Ebbene, tu puoi prevenire questo colpo. Il frutto che si esige da te non é della stessa natura dei frutti che crescono negli alberi; non ha bisogno di lungo tempo per maturare, non é soggetto alle vicissitudini delle stagioni, e neppure ha bisogno di grandi lavori di coltivazione. É sufficiente volerlo, e subito l'albero germoglia e fiorisce Non é poi soltanto la natura della radice, ma é soprattutto la cura del giardiniere che favorisce la crescita e lo sviluppo dei frutti. (Giovanni Crisostomo, Comm. a Mt 11,3-4)
Altri autori cristiani
Guai se il profeta riempie la sua voce in cose che non gli sono state dette dal Signore. Una predica  colma non della Parola di Dio, non del pensiero di Dio sulla giustizia, sulla pace; una predica che non getti la luce del Vangelo sulla discriminazione razziale, nazionale, sociale; (...) una predica che sia la predica dell’uomo, dei pensieri dell’uomo, dei giudizi dell’uomo, delle opinioni personali, è come un battesimo senza lo Spirito Santo...; è come una eucaristia dove non vi sia una presenza reale di Cristo, quindi senza comunione col Signore, senza comunione fraterna. Qualcuno ha detto che la predicazione è Parola di Dio nella bocca dell’uomo. Ma è Parola di Dio, dell’uomo è soltanto la voce. (...) Giovanni Battista dice ancora: «Io non sono degno di legare i lacci del calzare del Cristo». Così anche il predicatore deve dire, io non sono degno di inginocchiarmi e di legare i lacci dei calzari della Parola, affinché corra attraverso la citta e il mondo. (V. Vinay, Comm. Vang. Matteo, pp. 143-4)
Passi paralleli
v.2 (conversione = ravvedimento, cambiamento del cuore)
Ez 33,10-11: Tu, figlio dell’uomo, annunzia agli Israeliti: Voi dite: I nostri delitti e i nostri peccati sono sopra di noi e in essi noi ci consumiamo! In che modo potremo vivere? 11Dì loro: Com’è vero ch’io vivo - oracolo del Signore Dio - io non godo della morte dell’ empio, ma che l’ empio desista dalla sua condotta e viva. Convertitevi dalla vostra condotta perversa! Perché volete perire, o Israeliti?
Gl 2,13: Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio, perchè egli è misericordioso e benigno, tardo all’ira e ricco di benevolenza e si impietosisce riguardo alla sventura.
At 3,19: Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati.
Rm 2,4: O ti prendi gioco della ricchezza della sua bontà, della sua tolleranza e della sua pazienza, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione?
(conversione = cambiamento di direzione, ritorno incondizionato a Dio)
Ger 3,6-7.11-13.19-23: Il Signore mi disse al tempo del re Giosia: “Hai visto ciò che ha fatto Israele, la ribelle? Si è recata su ogni luogo elevato e sotto ogni albero verde per prostituirsi. E io pensavo: Dopo che avrà fatto tutto questo tornerà a me, ma essa non è ritornata.
Allora il Signore mi disse: “Israele ribelle si è dimostrata più giusta della perfida Giuda. Và e grida tali cose verso il settentrione dicendo: Ritorna, Israele ribelle, dice il Signore. Non ti mostrerò la faccia sdegnata, perché io sono pietoso, dice il Signore. Non conserverò l’ira per sempre. Su, riconosci la tua colpa, perché sei stata infedele al Signore tuo Dio; hai profuso l’amore agli stranieri sotto ogni albero verde e non hai ascoltato la mia voce. Oracolo del Signore.
Io pensavo: Come vorrei considerarti tra i miei figli e darti una terra invidiabile, un’eredità che sia l’ornamento più prezioso dei popoli! Io pensavo: Voi mi direte: Padre mio, e non tralascerete di seguirmi. Ma come una donna è infedele al suo amante, così voi, casa di Israele, siete stati infedeli a me”. Oracolo del Signore. Sui colli si ode una voce, pianto e gemiti degli Israeliti, perché hanno reso tortuose le loro vie, si sono dimenticati del Signore loro Dio. “Ritornate, figli traviati, io risanerò le vostre ribellioni”. “Ecco, noi veniamo a te perché tu sei il Signore nostro Dio.
Os 14,2- Torna dunque, Israele, al Signore tuo Dio, poiché hai inciampato nella tua iniquità. Preparate le parole da dire e tornate al Signore; ditegli: “Togli ogni iniquità: accetta ciò che è bene e ti offriremo il frutto delle nostre labbra. Assur non ci salverà, non cavalcheremo più su cavalli, nè chiameremo più dio nostro l’opera delle nostre mani, poichè presso di te l’orfano trova misericordia”. Io li guarirò dalla loro infedeltà, li amerò di vero cuore, poichè la mia ira si è allontanata da loro. Sarò come rugiada per Israele;
esso fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del Libano, si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano. Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, coltiveranno le vigne, famose come il vino del Libano. Efraim, che ha ancora in comune con gl’idoli? Io l’esaudisco e veglio su di lui; io sono come un cipresso sempre verde,grazie a me si trova frutto.
Zc 1,1-6: Fu rivolta questa parola del Signore al profeta Zaccaria: “Il Signore si è molto sdegnato contro i vostri padri. Tu dunque riferirai loro: Così parla il Signore degli eserciti: Convertitevi a me e io mi rivolgerò a voi, dice il Signore degli eserciti. Non siate come i vostri padri, ai quali i profeti di un tempo andavan gridando: Dice il Signore degli eserciti: Tornate indietro dal vostro cammino perverso e dalle vostre opere malvage. Ma essi non vollero ascoltare e non mi prestarono attenzione, dice il Signore. Dove sono i vostri padri? I profeti forse vivranno sempre? Le parole e i decreti che io avevo comunicato ai miei servi, i profeti, non si sono forse adempiuti sui padri vostri? Essi si sono convertiti e hanno detto: Quanto il Signore degli eserciti ci aveva minacciato a causa dei nostri traviamenti e delle nostre colpe, l’ha eseguito sopra di noi”.
v.3 Is 40,1-4 “Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù, è stata scontata la sua iniquità, perché ha ricevuto dalla mano del Signore doppio castigo per tutti i suoi peccati”. Una voce grida:    “Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia colmata,   ogni monte e colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura.
v.4 2 Re 1,8: Risposero: “Era un uomo peloso; una cintura di cuoio gli cingeva i fianchi”. Egli disse: “Quello è Elia il Tisbita!”.
Ez 33,1-5.7-: Mi fu rivolta questa parola del Signore: “Figlio dell’uomo, parla ai figli del tuo popolo e dì loro: Se mando la spada contro un paese e il popolo di quella terra prende un uomo del suo territorio e lo pone quale sentinella, e questa, vedendo sopraggiungere la spada sul paese, suona la tromba e dá l’allarme al popolo: se colui che ben sente il suono della tromba non ci bada e la spada giunge e lo sorprende, egli dovrà a se stesso la propria rovina. Aveva udito il suono della tromba, ma non ci ha badato: sarà responsabile della sua rovina; se ci avesse badato, si sarebbe salvato. O figlio dell’uomo, io ti ho costituito sentinella per gli Israeliti; ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia. Se io dico all’empio: Empio tu morirai, e tu non parli per distoglier l’empio dalla sua condotta, egli, l’empio, morirà per la sua iniquità; ma della sua morte chiederò conto a te. Ma se tu avrai ammonito l’empio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte, egli morirà per la sua iniquità. Tu invece sarai salvo.
v.7 Nm 11,1 Ora il popolo cominciò a lamentarsi malamente agli orecchi del Signore. Li udì il Signore e il suo sdegno si accese e il fuoco del Signore divampò in mezzo a loro e divorò l’estremità dell’accampamento.
Am 5,18: Guai a coloro che attendono il giorno del Signore! Che sarà per voi il giorno del Signore? Sarà tenebre e non luce.
vv.9-10: Gv 8,33-40: Gli risposero: “Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?”. Gesù rispose: “In verità, in verità vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora lo schiavo non resta per sempre nella casa, ma il figlio vi resta sempre; se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero. So che siete discendenza di Abramo. Ma intanto cercate di uccidermi perché la mia parola non trova posto in voi. Io dico quello che ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato dal padre vostro!”. Gli risposero: “Il nostro padre è Abramo”. Rispose Gesù: “Se siete figli di Abramo, fate le opere di Abramo! Ora invece cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio; questo, Abramo non l’ha fatto.
v.12 Is 41,16: Li vaglierai e il vento li porterà via, il turbine li disperderà. Tu, invece, gioirai nel Signore, ti vanterai del Santo di Israele.
Ger 15,7: Io li ho dispersi al vento con la pala nelle città della contrada.
Sap 5,14.23: La speranza dell’empio è come pula portata dal vento, come schiuma leggera sospinta dalla tempesta, come fumo dal vento è dispersa, si dilegua come il ricordo dell’ospite di un sol giorno. Si scatenerà contro di loro un vento impetuoso, li disperderà come un uragano.

Omelia della II Domenica d’Avvento  – “Anno B”

Il tema della prima domenica d’Avvento è stato l’attesa e la speranza; quello della seconda domenica è il profeta.
Il profeta è colui che indica il “regno di Dio”, cioè la realizzazione della salvezza
dell’uomo e ne suggerisce il metodo.
Nell’ Enciclica Spe salvi, di cui abbiamo già parlato domenica scorsa, il Papa afferma che l’età moderna ha visto tanti falsi profeti che hanno indicato il “regno” nel progresso, generato dal crescente dominio della ragione e nella ragione hanno riposto il potere dell’uomo di raggiungere la libertà perfetta: «Il regno della ragione, infatti, è atteso come la nuova condizione dell’umanità diventata totalmente libera».
Alcuni hanno creduto nel ragione scientifica, altri nella ragione rivoluzionaria e quindi in un progetto politico; ma entrambi hanno dimenticato che l’uomo rimane sempre uomo.
Hanno dimenticato l’uomo e hanno dimenticato la sua libertà. «Hanno dimenticato che la libertà rimane sempre libertà, anche per il male». L’uomo, infatti, non è solo il prodotto di condizioni scientifiche economiche e politiche, quindi non è possibile risanarlo solamente dall’esterno, creando condizioni esterne, anche se queste fossero favorevoli. L’uomo è libertà.
Per questo il loro tentativo è fallito e oggi ne vediamo tutte le tristi conseguenze nella desertificazione dell’umano che avanza e ci accerchia. Di questa abbiamo persino paura per noi e per i nostri figli.
Anche i cristiani sono caduti a loro volta nel ricatto di questa impostazione. Pertanto essi – afferma Benedetto XVI – «devono imparare nuovamente in che cosa consista veramente la loro speranza, che cosa abbiano da offrire al mondo e che cosa invece non possano offrire».
I cristiani sono chiamati ad affermare con decisione che non è la scienza o la politica che redime l’uomo, ma che l’uomo viene redento mediante l’amore.
«Quando uno nella sua vita fa l’esperienza di un grande amore, quello è un momento di “redenzione” che dà un senso nuovo alla sua vita. Ma ben presto egli si renderà anche conto che l’amore a lui donato non risolve, da solo, il problema della sua vita. È un amore che resta fragile.
Può essere distrutto dalla morte. L’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: “Né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,38-39). Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora – soltanto allora – l’uomo è “redento”, qualunque cosa gli accada nel caso particolare. È questo che si intende, quando diciamo: Gesù Cristo ci ha “redenti”».
È per questo che il vero profeta, come Giovanni Battista, indica in Cristo, e dove Cristo è presente, il “regno di Dio vicino”.
Non c’è altra speranza per il mondo che questa “vicinanza” del regno, che è la Chiesa e la comunità cristiana: è in essa che impariamo la certezza e la grande direttiva da dare alla nostra umanità.
Profeta è dunque colui la cui vita è talmente “informata” dalla certezza di Cristo che lo rende vicino nell’ambiente in cui vive e si esprime.
La sequela cristiana diceva don Giussani è la “sintesi del lavoro umano”, cioè di
“quell’espressione di sé che afferra la realtà, persone e cose, alla luce dell’ideale (cioè con la forza che viene dalla certezza cristiana), e le manipola».
È questo il grande compito che ci attende ogni giorno per la salvezza nostra, dei nostri figli e di questo mondo.

Seconda Domenica d’Avvento – “Anno C”

Levare il capo vuol dire innalzare le menti alla felicità della patria celeste. Coloro, dunque, che amano Dio, sono invitati a rallegrarsi per la fine del mondo, perché presto incontreranno colui che amano, mentre se ne va ciò che essi non hanno amato. (S. Gregorio Magno, Omelia 1, 3)
Orazioni e antifone  (Antifona d’ingresso Sal 24, 1-3)
A te, Signore, elevo l’anima mia, Dio mio, in te confido: che io non sia confuso. Non trionfino su di me i miei nemici. Chiunque spera in te non resti deluso.
Colletta
O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene, perché egli ci chiami accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli.
Oppure
Padre Santo, che mantieni nei secoli le tue promesse, rialza il capo dell’umanità oppressa da tanti mali e apri i nostri cuori alla speranza, perché sappiamo attendere senza turbamento il ritorno glorioso del Cristo, giudice e salvatore.
Orazione sopra le offerte
Accogli, Signore, il pane e il vino, dono della tua benevolenza, e fa’ che l’umile espressione della nostra fede sia per noi pegno di salvezza eterna.
Antifona di comunione Sal 84, 13
Il Signore elargirà il suo bene e la nostra terra produrrà il suo frutto.
Oppure Cfr. Lc 21, 36
Vegliate e pregate in ogni momento, per esser degni di comparire davanti al Figlio dell’uomo.
Orazione dopo la comunione
La partecipazione a questo sacramento, che a noi pellegrini sulla terra rivela il senso cristiano della vita, ci sostenga, Signore, nel nostro cammino e ci guidi ai beni eterni.
Letture - Prima Lettura Geremia 33, 14-16
Ecco verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa di Israele e alla casa di Giuda. In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio di giustizia; egli eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla. Così sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia.
Salmo Responsoriale Dal Salmo 24
Rit. A te, Signore, innalzo l’anima mia.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua verità e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza.
Buono e retto è il Signore,
la via giusta addita ai peccatori;
guida gli umili secondo giustizia,
insegna ai poveri le sue vie.
Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia
per chi osserva il suo patto e i suoi precetti.
Il Signore si rivela a chi lo teme,
gli fa conoscere la sua alleanza.
Seconda Lettura 1 Tessalonicesi 3, 12-4, 2
Fratelli, il Signore vi faccia crescere e abbondare nell’amore vicendevole e verso tutti, come è il nostro amore verso di voi, per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi. Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù: avete appreso da noi come comportarvi in modo da piacere a Dio, e così già vi comportate; cercate di agire sempre così per distinguervi ancora di più. Voi conoscete infatti quali norme vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù.
Acclamazione al Vangelo Sal 84, 8
Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza.
Vangelo Luca 21, 25-28. 34-36
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande. Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo".
Percorso esegetico
L’avvento luminoso del Regno di Dio
è preceduto dagli sconvolgimenti cosmici,
segno dell’annientamento delle potenze del male
e della fine dei dominatori di questo mondo di tenebra.
Dal Vangelo secondo Matteo, cap. 24, 1-28
Come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. (v. 27)
Dagli Atti degli Apostoli, cap. 2, 14-36
Il sole si muterà in tenebra e la luna in sangue, prima che giunga il giorno del Signore, giorno grande e splendido. (v. 20)
Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi, cap. 15, 20-28
Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. (v. 24)
Dalla lettera di S. Paolo apostolo agli Efesini, cap. 6, 10-20
La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. (v. 12)
Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Colossesi, cap. 2, 9-15
[Dio] avendo privato della loro forza i Principati e le Potestà ne ha fatto pubblico spettacolo dietro al corteo trionfale di Cristo. (v. 15)
Dal libro dell’Apocalisse, cap. 12
Guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo. (v. 12b)
Salmo 75 (74)
Annienterò tutta l’arroganza degli empi, allora si alzerà la potenza dei giusti. (v. 11)
Dal libro del profeta Isaia, cap. 24
In quel giorno il Signore punirà in alto l’esercito di lassù e qui in terra i re della terra. (v. 21)
Dal libro del profeta Isaia, cap. 51, 1-16
I cieli si dissolveranno come fumo, la terra si logorerà come una veste e i suoi abitanti moriranno come larve. Ma la mia salvezza durerà sempre, la mia giustizia non sarà annientata. (v. 6b)
Per coloro che sono generati solo dal sangue e dalla carne,
la mancanza della luce della sapienza divina
rende l’attesa degli eventi futuri
piena di angoscia e di paura.
Dal Vangelo secondo Matteo, cap. 2, 1-18
All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. (v. 3)
Dal Vangelo secondo Luca, cap. 12, 22-32
Non cercate perciò che cosa mangerete e berrete, e non state con l’animo in ansia: di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. (vv. 29-30)
Dalla lettera agli Ebrei, cap. 2, 14-18
[Gesù ha liberato] così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. (v. 15)
Dal libro dei Proverbi, cap. 1, 20-32
Avete trascurato ogni mio consiglio e la mia esortazione non avete accolto; anch’io riderò delle vostre sventure, mi farò beffe quando su di voi verrà la paura. (vv. 25-26)
Dal libro del Qoèlet, cap. 1, 1-18
Molta sapienza, molto affanno; chi accresce il sapere, aumenta il dolore. (v. 18)
Dal libro della Sapienza, cap. 17, 1-18, 4
Il timore ... non è altro che rinuncia agli aiuti della ragione. (v. 11)
Dal libro del Siracide, cap. 40, 1-11
Materia alle loro riflessioni e ansietà per il loro cuore offrono il pensiero di ciò che li attende e il giorno della fine. (v. 2)
Dal libro del profeta Geremia, cap. 17, 5-11
Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, che pone nella carne il suo sostegno e il cui cuore si allontana dal Signore. (v. 5)
Dal libro del profeta Daniele, cap. 5
Il re cambiò di aspetto: spaventosi pensieri lo assalirono. (v. 6a)
Dal libro dell’Esodo, cap. 14, 15-15, 21
Piombano sopra di loro la paura e il terrore, per la potenza del tuo braccio restano immobili come pietra.(v.15, 16)
Per quanti hanno accolto il Verbo di Dio
e da esso sono stati generati,
c’è una speranza piena di pace
e una fiduciosa attesa della liberazione vicina.
Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 1, 1-18
A quanti ... l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. (vv. 12-13)
Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 5, 1-11
Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. (vv. 1-2)
Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 8, 1-17
Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: "Abbà, Padre!". (v. 15)
Dalla seconda lettera di S. Paolo apostolo a Timoteo, cap. 4, 1-8
Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione. (v. 8)
Dalla lettera agli Ebrei, cap. 10, 19-39
Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è fedele colui che ha promesso. (v. 23)
Dalla prima lettera di S. Giovanni apostolo, cap. 4, 7-21
Per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio; perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo. (v. 17)
Salmo 23 (22)
Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. (v. 4)
Salmo 91 (90)
Lo salverò, perché a me si è affidato; lo esalterò, perché ha conosciuto il mio nome. (v. 14)
Dal libro della Sapienza, cap. 3, 1-12
Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità. (v. 4)
Dal libro del profeta Isaia, cap. 26
Signore, noi speriamo in te; al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio. (v. 8b)
Il perdurare della pace anche nel tempo della tribolazione,
deriva dal tenere lo sguardo costantemente rivolto verso l’alto,
alla Gerusalemme celeste, dalla quale Dio ci guarda e benedice.
Dal vangelo secondo Giovanni, cap. 15, 18-16, 33
Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo! (v. 16, 33)
Dal vangelo secondo Matteo, cap. 5, 1-12
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. (vv. 11-12a)
Dagli Atti degli Apostoli, cap. 7, 55-60
[Stefano disse:] "Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio". (v. 56)
Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 8, 28-39
Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. (v. 37)
Dalla seconda lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi, cap. 4, 7-5, 10
Il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. (vv. 17-18a)
Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Colossesi, cap. 3, 1-17
Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio. (v. 1)
Dalla lettera agli Ebrei, cap. 11, 1-12, 2
Per fede [Mosè] lasciò l’Egitto, senza temere l’ira del re; rimase infatti saldo, come se vedesse l’invisibile. (v. 27)
Dalla prima lettera di S. Pietro apostolo, cap. 1, 3-9
Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie prove. (v. 6)
Salmo 27 (26)
Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura? Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore?(v. 1)
Salmo 121 (120)
Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra. (vv. 1-2)
Divenuti per il Battesimo
concittadini dei santi e familiari di Dio,
dobbiamo vegliare sul nostro cuore,
perché non sia appesantito dalle passioni.
Dal Vangelo secondo Marco, cap. 4, 13-20
Altri sono quelli che ricevono il seme tra le spine: sono coloro che hanno ascoltato la parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e l’inganno della ricchezza e tutte le altre bramosie, soffocano la parola e questa rimane senza frutto. (vv. 18-19)
Dal Vangelo secondo Luca, cap. 12, 13-34
Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni. (v. 15)
Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani, cap. 13, 11-14
Questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. (v. 11)
Dalla lettera di S. Paolo apostolo agli Efesini, cap. 5, 1-20
Vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi. (v. 15)
Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Filippesi, cap. 3
Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo. (v. 8)
Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Tessalonicesi, cap. 5, 1-24
Noi invece, che siamo del giorno, dobbiamo essere sobri, rivestiti con la corazza della fede e della carità e avendo come elmo la speranza della salvezza. (v. 8)
Dalla prima lettera di S. Pietro apostolo, cap. 4, 1-11
La fine di tutte le cose è vicina. Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera. (v. 7)
Dalla prima lettera di S. Giovanni apostolo, cap. 2, 12-17
Non amate né il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui. (v. 15)
Salmo 49 (48)
L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono. (v. 21)
Dal libro della Sapienza, cap. 9
I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre riflessioni, perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima e la tenda d’argilla grava la mente dai molti pensieri. (vv. 14-15)
Vera sapienza è mantenere il cuore luminoso nella preghiera
e nella custodia della Parola di Dio,
per essere sempre pronti all’incontro con il Signore.
Dal Vangelo secondo Giovanni, cap. 12, 31-36
Mentre avete la luce credete nella luce, per diventare figli della luce. (v. 36)
Dal Vangelo secondo Matteo, cap. 25, 1-13
Il regno dei cieli è simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. (v. 1)
Dal Vangelo secondo Luca, cap. 12, 35-48
Siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. (v. 36)
Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Filippesi, cap. 2, 1-18
Siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita. (vv. 15-16a)
Dalla lettera di S. Paolo apostolo a Tito, cap. 2
È apparsa la grazia di Dio ... che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. (vv. 11-13)
Dalla seconda lettera di S. Pietro apostolo, cap. 3
Poiché dunque tutte queste cose devono dissolversi così, quali non dovete essere voi, nella santità della condotta e nella pietà, attendendo e affrettando la venuta del giorno di Dio. (vv. 11-12a)
Dal libro dell’Apocalisse, cap. 22, 6-20
Il giusto continui a praticare la giustizia e il santo si santifichi ancora. Ecco, io verrò presto. (vv. 11b-12a)
Salmo 130 (129)
L’anima mia attende il Signore più che le sentinelle l’aurora. (v. 6)
Dal Cantico dei Cantici, cap. 5
Io dormo ma il mio cuore veglia. Un rumore! È il mio diletto che bussa. (v. 2a)
Dal libro del profeta Abacuc, cap. 1, 1-2, 4
È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede. (vv. 2, 3-4)
Commenti patristici
Eusebio di Cesarea
Ci saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle. In tale tempo, infatti, quando avverrà il compimento della vita mortale e passerà la scena di questo mondo, secondo la parola dell’Apostolo, avverrà all’improvviso la nuova era. Al posto di tutti i luminari visibili che fanno luce nel mondo precedente, da allora in avanti risplenderà e apparirà il nostro Salvatore, Capo e Astro, e si stabilirà come Re del nuovo mondo.
Sarà tanto grande la potenza della sua divinità e insuperabile la sua gloria, che il sole presente, la luna e gli altri luminari che sono nel cielo saranno nascosti per la vicinanza con il Luminare più potente e saranno coperti dalla sua gloria. ...
Le potenze dei cieli saranno sconvolte. Quando sopraggiungerà infatti il Figlio di Dio con potenza e molta gloria, quando starà per rendere inoperosa la tirannide empia e superba del figlio della perdizione con la manifestazione della sua presenza, e quando starà per consumarlo con lo spirito della sua bocca, allora le potenze dei cieli saranno sconvolte; quando gli spiriti celesti e divini e gli esseri angelici che sono liturghi di Dio e che scortano il Figlio di Dio si faranno presenti insieme a lui, allora si adempirà la parola: Alzate, o principi, le vostre porte, ed entrerà il re della gloria (Sal 23,7). E dove entrerà se non nel nuovo mondo? ...
Lo stesso Salvatore insegnò a supplicare affinché tale regno giunga rapidamente, ordinando di dire nella preghiera: "Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo, così in terra". Passando così le cose corruttibili e corporee, sopraggiungeranno quelle intellegibili e celesti; quando il regno che non si può scuotere darà inizio al mondo che non passerà più, ed avrà esistenza la nuova terra secondo il profeta che ha detto: Ci sarà un cielo nuovo e una terra nuova, che io farò perché rimanga al mio cospetto, dice il Signore (Is 55, 17). ...
Quando queste cose cominceranno ad accadere, sollevate il capo e levate le vostre teste. Dice queste cose ai discepoli, non come se essi fossero destinati a vivere e rimanere in vita fino alla consumazione del mondo, ma parlando a noi e a loro come facenti parte di un solo corpo, insieme anche a coloro che in seguito crederanno in lui, fino alla fine del tempo, e che a causa sua furono umiliati nella vita presente. Allora certo, ottenendo le promesse nelle quali sperammo, noi, un tempo incurvati, solleveremo la testa, e noi, prima umiliati, alzeremo i nostri capi.
Quella infatti sarà la nostra redenzione attesa con impazienza, quella che anche tutta la creazione attende con impazienza, secondo l’insegnamento apostolico, e che, anche Paolo, aspettando, geme, mentre compie il suo servizio alle parole di salvezza. ...
Opportunamente certo dice: E allora vedranno il Figlio dell’uomo che viene in una nube nella gloria. Mettila a confronto con la profezia di Daniele (cfr. Dn 7, 13), attraverso la quale è contemplato il Figlio dell’uomo e la nube e il regno che gli sarà dato. Allora però un solo profeta portavoce di Dio, per lo spirito divino, contemplava ciò che stava per accadere; ma nel tempo della consumazione del mondo tutti, come dice il Salvatore, lo vedranno venire nella nube con una grande potenza apportatrice della vita e della luce del nuovo mondo, e con molta gloria, la gloria evidentemente della divinità paterna.
E quando accadranno queste cose? Quando saranno compiuti i tempi delle genti. Quando sarà passato il tempo stabilito già definito per le genti, allora ci saranno i segni del compimento del mondo. ...
State attenti a voi stessi che non accada che i vostri cuori siano appesantiti dall’ebbrezza. Ammonisce i discepoli ad essere sempre pronti, preparati per la sua venuta, riguardo alla quale egli stesso, esortando noi tutti, diceva parole di insegnamento; ordina di essere sobri e di vigilare, e di vegliare per tutta la notte della vita mortale, per il fatto che a nessuno è noto il momento della fine.
Ma voi, certo, dice, dovete guardarvi dal peso che viene da quaggiù, affinché possiate essere sobri, perché non sopraggiunga su di voi imprevisto il giorno, riguardo al quale il santo Apostolo ci esorta scrivendo: Fratelli, sappiate con certezza, che il giorno del Signore viene come un ladro nella notte.
E quando diranno: pace e sicurezza, allora improvvisa giungerà su di loro la rovina. Ma voi non siete nelle tenebre, affinché tal giorno vi sorprenda come un ladro. Tutti voi infatti siete figli della luce e figli del giorno (1Ts 5, 2). Dobbiamo dunque vigilare non solo per la venuta senza rumore e inaspettata del padrone, ma anche a causa del ladro che ci insidia. Il ladro è il momento della fine di ciascuno oppure anche l’angelo che deve ricevere l’anima di ciascuno. Infatti la presenza del Signore sopraggiungerà come un laccio su tutti coloro che sono sulla terra: quelli che staranno attenti a se stessi saranno salvati, come gazzelle dalle corde e come un uccello dal laccio; quelli invece appesantiti dall’ubriachezza, sonnecchianti in un torpore mortale, cadranno in un inaspettato pericolo.
Vegliate dunque pregando in ogni tempo. Accordandosi a queste parole l’Apostolo diceva: Perciò prendete l’armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio, e dopo aver compiuto tutto, stare saldi. State dunque saldi, cinti i vostri fianchi nella verità (Ef 6, 13).  (Dai Commentari su Luca, cap. 21 passim)
 S. Agostino
Il mondo passa, come passano i suoi desideri; ma chi avrà fatto la volontà di Dio, resterà in eterno (1 Gv 2, 16) come Dio stesso rimane in eterno. Perché non dovrei amare ciò che Dio ha fatto? Ebbene scegli: vuoi amare le cose temporali ed esser travolto dal tempo insieme con esse? Non preferirai forse odiare il mondo e vivere in eterno con Dio? La corrente delle cose temporali ci trascina dietro di sé: ma il Signore nostro Gesù Cristo nacque come un albero presso le acque di un fiume. Egli assunse la carne, morì, risorse, ascese al cielo.
Volle in questo modo mettere le sue radici presso il fiume delle cose temporali. Tu sei trascinato con violenza dalla forza della corrente? Attaccati al legno. Ti travolge l’amore del mondo? Stringiti a Cristo. Per te egli è comparso nel tempo, proprio perché tu divenissi eterno. Anch’egli si è sottomesso al tempo, ma per restare eterno. Si è inserito nel tempo, ma senza staccarsi dall’eternità. Tu invece sei nato nel tempo, e sei diventato schiavo del tempo a causa del peccato. Tu dunque sei diventato schiavo del tempo a causa del peccato; egli invece si è sottomesso al tempo, per esercitare la misericordia nel perdono dei peccati.
Quale differenza tra il reo e chi è venuto in carcere per visitarlo anche se queste due persone rimangono insieme nel carcere! Uno venne un giorno a visitare l’amico ed ambedue sembravano dei carcerati.
Ma grande è la differenza che passa tra di loro, che rimangono assai diversi. II processo imminente riempie di angoscia il primo, mentre un senso di umanità ha guidato il secondo. Così nella nostra condizione mortale: noi eravamo in carcere a causa di un reato ed egli, mosso da misericordia, è sceso fino a noi; è venuto a trovare, in veste di redentore, chi era prigioniero. Non è venuto come aguzzino. Il Signore ha versato per noi il suo sangue, ci ha redento, ha rinverdito la nostra speranza. Mentre portiamo ancora con noi la carne mortale, possiamo pensare che certamente possederemo l’immortalità futura; mentre ancora siamo sballottati dai flutti del mare, già gettiamo verso terra l’ancora della speranza. Ma non dobbiamo amare il mondo e le cose del mondo. Esse sono: le cupidigie carnali, la cupidigia degli occhi, l’ambizione degli onori mondani. Sono tre realtà di fronte alle quali nessuno dica: non è opera di Dio tutto ciò che è nel mondo? Non sono opera di Dio il cielo, la terra, il mare, il sole, la luna, le stelle, ornamento dei cieli? Ed i pesci non sono l’ornamento del mare?
Così dicasi per la terra degli animali, degli alberi, degli uccelli. Queste realtà sono nel mondo e le ha fatte il Signore. Perché allora non dovrei amare ciò che Dio ha fatto? Lo Spirito del Signore ti aiuti a vedere realmente queste cose buone; ma guai a te se amerai le creature ed abbandonerai il Creatore. Queste cose ti appaiono belle ma quanto più bello sarà l’autore della loro bellezza? Cercate di comprendermi, fratelli carissimi. I paragoni possono servire ad istruirvi, onde Satana non vi tragga in inganno, mettendovi davanti questa obiezione.
Nelle creature di Dio non vi è altro che bene; non per altro egli le avrebbe create che per arrecarvi del bene. Molti si lasciano persuadere a loro perdizione e dimenticano il Creatore e quando delle creature si fa un uso smodato si reca offesa al Creatore. Di costoro dice l’Apostolo: Onorarono e servirono le creature invece del Creatore che è benedetto nei secoli (Rm 1, 25). No! Dio non ti proibisce di amare le sue creature, ma ti proibisce di amarle allo scopo di ottenere da esse la felicità. Non è proibito invece accettare ed ammirare le creature per amare il Creatore. Fratelli, ponete che uno sposo fabbricasse l’anello destinato alla sposa e questa amasse di più l’anello che non il suo sposo che lo costruì; forse che attraverso quel dono non risulterebbe che la sposa ha un cuore adultero anche se essa ama ciò che è dono del suo sposo? Certo essa ama ciò che ha fatto il suo sposo, ma se dicesse: a me basta il suo anello e non mi interessa affatto di vedere lui, che sposa sarebbe mai costei? Chi non detesterebbe la sua insulsaggine? Chi non porrebbe sotto accusa quest’animo da adultera? Invece del marito, tu che sei la sua sposa ami l’oro, ami un anello; se tali sono i tuoi sentimenti da amare un anello invece del tuo sposo e lui non vuoi neppure vederlo, significa che egli ti ha dato questo dono in caparra non per possederti ma per perderti. Lo scopo per cui un fidanzato offre un dono come caparra, è di assicurarsi l’amore della sposa, per mezzo di quel dono. Dio ti ha dunque dato le cose create ma perché tu amassi chi le ha fatte. Egli ti vuole dare assai di più, cioè vuole darti se stesso. Ma se avrai amato le cose, pur fatte da Dio, se avrai trascurato il loro Creatore per amare il mondo, il tuo non può essere giudicato altro che un amore adultero.
(Dai Trattati sulla prima lettera di Giovanni, 2, 10-11)
S. Leone Magno
Dobbiamo attaccarci per sempre ai beni eterni, e usare invece dei beni temporali solamente di passaggio; così a noi, che peregriniamo e ci affrettiamo a tornare in patria, qualsiasi forma di benessere in questo mondo serva come cibo per il viaggio, non come attrattiva di una fissa dimora. Per questo il beato Apostolo ci predica: Il tempo è breve; ormai chi ha moglie, sia come se non l’avesse; e chi piange, come se non piangesse; e chi gode, come se non godesse; e chi compera, come se nulla possedesse; e chi usa di questo mondo, come non ne usasse: passa infatti la figura di questo mondo (1Cor 7, 29 ss).
Ma da ciò che blandisce con la bellezza, l’abbondanza e la varietà non ci si allontana facilmente, se in tale bellezza non si ama il Creatore delle realtà visibili piuttosto che la creatura; egli, dicendo: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, e tutte le tue forze (Mt 22, 37), esige che noi non ci sciogliamo in nulla dal vincolo del suo amore. E unendo a questo precetto quello dell’amore per il prossimo ci propone l’esempio della sua bontà, perché noi amiamo ciò che egli ama e operiamo come egli opera. Infatti, pur essendo noi campi coltivati da Dio, edifici innalzati da Dio (1 Cor 3, 9), e quantunque né chi pianta sia qualcosa, né chi irriga, ma colui che dà la crescita, Dio (1 Cor 3, 7), egli esige in tutto la prestazione del nostro servizio e vuole che noi siamo dispensatori dei suoi doni, perché così chi porta in sé l’immagine di Dio fa la volontà di Dio. Per questo nella preghiera del Signore pronunciamo le parole sacratissime: Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra (Mt 6, 10). Con queste parole, che altro chiediamo se non che Dio assoggetti a sé chi ancora non gli è soggetto, e faccia gli uomini in terra servi della sua volontà come lo sono gli angeli in cielo? Chiedendo ciò, amiamo Dio e amiamo il prossimo: unico è in noi e non distinto l’amore, quando desideriamo che il servo serva e che il Signore regni. (Dal Sermone 90, 1-3)


*III domenica d’Avvento (Anno A) 
Rallegratevi…

Il tema dominante delle letture di oggi e l’invito più pressante che esse ci rivolgono è quello di rallegrarci. Sia nella prima che nella seconda lettura , e già nell’antifona d’ingresso, siamo invitati a rallegrarci.
Ma perché mai dovremmo rallegrarci con tutti i pericoli che ci minacciano, con tutte le insidie che ci sovrastano e con tutte le difficoltà che ci angustiano? La risposta è triplice e si trova nella prima lettura, nella seconda lettura e nel Vangelo.
Prima lettura: “ Gioisci figlia di Sion, esulta Israele e rallegrati con tutto il cuore. Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico e tu non vedrai più la sventura”.
Ecco di che rallegrarci: la nostra condanna è stata revocata: siamo dei graziati. Per grazia siamo salvati.
Il nemico è stato disperso e il Signore ha preso il posto.
É Lui che ora è in mezzo a noi: ecco la fonte della gioia che allontana ogni tristezza e ogni sventura e non è solo in mezzo a noi, ma”ci rinnoverà con il suo amore.” Più di così…
Seconda lettura: “ Rallegratevi nel Signore sempre. Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere suppliche e ringraziamenti e la pace di Dio che supera ogni intelligenza custodirà i vostri cuori”. Ecco il secondo motivo di cui rallegrarci: Non siamo soli, abbiamo un Padre che ascolta le nostre richieste, ci consola, ci perdona e ci dà la sua pace che sorpassa tutte le altre.
Ma la ragione suprema , ineguagliabile e insuperabile,per cui rallegrarci, ci viene dal Vangelo: “ Giovanni rispose a tutti dicendo : “ Io vi battezzo con acqua, ma viene uno che è più forte di me al quale io non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali, che vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. Ecco il motivo massimo per cui rallegrarci: ci è stato dato nientemeno che lo Spirito Santo.
Lo Spirito di Dio è una forza travolgente che può disperdere in un batter d’occhio tutte le tristezze e tutte le angustie che ci opprimono e può renderci in un istante nuovi fiammanti, dentro e fuori.
I Santi che hanno fatto l’esperienza di questo Spirito testimoniano cose grandiose: abbiamo solo da leggere le loro vite.
Quindi questo Spirito non è un mito, una favola, un essere inesistente: quale forza avrebbe dato la forza a milioni di uomini e donne di lasciare tutto e mettersi a servizio dei più poveri come ha fatto una Madre Teresa e migliaia di altri, se non avessero avuto la forza dello Spirito?
Oppure quale energia avrebbe rinnovato totalmente un san Simeone il Nuovo Teologo, il più grande mistico di tutti i tempi, che disse di trovarsi nella pienezza dello Spirito Santo e di sentirsi tutto rinnovato dentro e fuori?
Se avessimo la grazia insigne di avere la pienezza dello Spirito Santo, sparirebbero veramente come neve al sole, tutte le nostre tristezze e butteremmo dietro le spalle tutte le nostre pesantezze e zavorre che ci tirano verso il basso e ci rendono tristi e rabbuiati.
La vera gioia è dunque l’acquisizione dello Spirito Santo.
É questo il dono per eccellenza che dobbiamo chiedere: questo battesimo in Spirito Santo e fuoco, perché allora avremo veramente la pienezza della gioia.
III Domenica di Avvento (Anno B) - Gaudete
Prima Lettura
Gioisco pienamente nel Signore.
Dal libro del profeta Isaìa
61, 1-2.10-11
Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore.
Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli. Poiché, come la terra produce i suoi germogli e come un giardino fa germogliare i suoi semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutte le genti.
Parola di Dio.
Salmo Responsoriale
Da Lc 1, 46-54
R/. La mia anima esulta nel mio Dio.

L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. R/.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono. R/.
Ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia. R/.
Seconda Lettura
Spirito, anima e corpo si conservino irreprensibili per la venuta del Signore.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 5, 16-24
Fratelli, siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male.
Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo!
Parola di Dio.
Canto al Vangelo
Is 61, 1 (cit. in Lc 4, 18)
R/. Alleluia, alleluia.
Lo Spirito del Signore è sopra di me,
mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio.
R/. Alleluia.
Vangelo
In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete.
Dal Vangelo secondo Giovanni 1, 6-8.19-28
Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo».
Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa». Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei.
Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.
Parola del Signore.

Terza Domenica D’Avvento “Anno C”

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*IV Domenica d'Avvento - Anno "A"

Prima lettura Is (11, 1-10)
In quel giorno, un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e
di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore.
Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese.
La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento; con il soffio delle sue labbra ucciderà l'empio.
Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia, cintura dei suoi fianchi la fedeltà.
Il lupo dimorerà insieme con l'agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà.
La vacca e l'orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli. Il leone si ciberà di paglia, come il bue.
Il lattante si trastullerà sulla buca dell'aspide; il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi.
Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il mare.
In quel giorno la radice di Iesse si leverà a vessillo per i popoli, le genti la cercheranno con ansia, la sua dimora sarà gloriosa.
Seconda lettura Rm (15, 4-9)
Fratelli, Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza.
E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo.
Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio.
Dico infatti che Cristo si è fatto servitore dei circoncisi in favore della veracità di Dio, per compiere le promesse dei padri; le nazioni pagane invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: Per questo ti celebrerò tra le nazioni pagane, e canterò inni al tuo nome.
Vangelo Mt (3, 1-12)
In quei giorni comparve Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea, dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!".
Egli è colui che fu annunziato dal profeta Isaia quando disse: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!».
Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico.
Allora accorrevano a lui da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano; e, confessando i loro peccati, si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano.
Vedendo però molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all'ira imminente?
Fate dunque frutti degni di conversione, e non crediate di poter dire fra voi:
Abbiamo Abramo per padre.
Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre. Già la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco.
Io vi battezzo con acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me e io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.
Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile».

IV Domenica d'Avvento - Anno "B"
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IV Domenica d'Avvento - Anno "C"
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*Visitazione della Beata Vergine Maria (31 maggio)

Festa del 'Magnificat', la Visitazione prolunga ed espande la gioia messianica della salvezza. Maria, arca della nuova alleanza, è 'teofora' e viene salutata da Elisabetta come Madre del Signore. La Visitazione è l'incontro fra la giovane madre, Maria, l'ancella del Signore, e l'anziana Elisabetta simbolo degli aspettanti di Israele.
La premura affettuosa di Maria, con il suo cammino frettoloso, esprime insieme al gesto di carità anche l'annunzio che i tempi si sono compiuti. Giovanni che sussulta nel grembo materno inizia già la sua missione di Precursore. Il calendario liturgico tiene conto della narrazione evangelica che colloca la Visitazione entro i tre mesi fra l'Annunciazione e al nascita del Battista. (Mess. Rom.)
Martirologio Romano: Festa della Visitazione della Beata Vergine Maria, quando venne da Elisabetta sua parente, che nella vecchiaia aveva concepito un figlio, e la salutò. Nel gioioso incontro tra le due future madri, il Redentore che veniva santificò il suo precursore già nel grembo e Maria, rispondendo al saluto di Elisabetta ed esultando nello Spirito, magnificò il Signore con il cantico di lode.
Dopo l'annuncio dell'Angelo, Maria si mette in viaggio frettolosamente" dice San Luca) per far visita alla cugina Elisabetta e prestarle servizio. Aggregandosi probabilmente ad una carovana di pellegrini che si recano a Gerusalemme, attraversa la Samaria e raggiunge Ain-Karim, in Giudea, dove abita la famiglia di Zaccaria.
E’ facile immaginare quali sentimenti pervadano il suo animo alla meditazione del mistero annunciatole dall'angelo.
Sono sentimenti di umile riconoscenza verso la grandezza e la bontà di Dio, che Maria esprimerà
alla presenza della cugina con l'inno del Magnificat, l'espressione "dell'amore gioioso che canta e loda l'amato" (S. Bernardino da Siena): "La mia anima esalta il Signore, e trasale di gioia il mio spirito...".
La presenza del Verbo incarnato in Maria è causa di grazia per Elisabetta che, ispirata, avverte i grandi misteri operanti nella giovane cugina, la sua dignità di Madre di Dio, la sua fede nella parola divina e la santificazione del precursore, che esulta di gioia nel seno della madre. Maria rimane presso Elisabetta fino alla nascita di Giovanni Battista, attendendo probabilmente altri otto giorni per il rito dell'imposizione del nome. Accettando questo computo del periodo trascorso presso la cugina Elisabetta, la festa della Visitazione, di origine francescana (i frati minori la celebravano già nel 1263), veniva celebrata il 2 luglio, cioè al termine della visita di Maria.
Sarebbe stato più logico collocarne la memoria dopo il 25 marzo, festa dell'Annunciazione, ma si volle evitare che cadesse nel periodo quaresimale.
La festa venne poi estesa a,tutta la Chiesa latina da Papa Urbano VI per propiziare con la intercessione di Maria la pace e l'unità dei cristiani divisi dal grande scisma di Occidente. Il sinodo di Basilea, nella sessione del 10 luglio 1441, confermò la festività della Visitazione, dapprima non accettata dagli Stati che parteggiavano per l'antipapa.
L'attuale calendario liturgico, non tenendo conto della cronologia suggerita dall'episodio evangelico, ha abbandonato la data tradizionale del 2 luglio (anticamente la Visitazione veniva commemorata anche in altre date) per fissarne la memoria all'ultimo giorno di maggio, quale coronamento del mese che la devozione popolare consacra al culto particolare della Vergine.
"Nell'Incarnazione - commentava San Francesco di Sales - Maria si umilia confessando di essere la serva del Signore... Ma Maria non si indugia ad umiliarsi davanti a Dio perchè sa che carità e umiltà non sono perfette se non passano da Dio al prossimo.
Non è possibile amare Dio che non vediamo, se non amiamo gli uomini che vediamo. Questa parte si compie nella Visitazione".
(Autore: Piero Bargellini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)


 
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