Santi del 6 gennaio - Istituto Aveta

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Santi del 6 gennaio

Il mio Santo > Santi di Gennaio

*Sant'Abo di Tiflis - Martire (6 gennaio)

+ 6 gennaio 786
Il racconto vero e proprio della “passio” è preceduto da due lettere scambiate tra Samiele, katholicòs di Mtzkhétha, e il prete Giovanni Sabanidze circa la necessità di porre per iscritto gli avvenimenti di cui questi sarebbe stato testimone.
La relazione comincia con un prologo parenetico in cui Sant' Abo non viene nominato.
Seguono due parti distinte da due sottotitoli che raccontano l’arrivo del Santo in Kharthli e il martirio. Un lungo elogio sugella il racconto. Secondo i compilatori della “passio” Abo nacque a Bagdad dall’arabo ismaelita Abramo e fu educato nella religione musulmana.
All’età di 17 o 18 anni entrò come esperto di profumeria e di lettere arabe al seguito di Nerses figlio del curopalata Ardanases, etnarca di Kharthli, che caduto in disgrazia del califfo abbasside Abd-Allah al Mansur, (754-775), era stato rinchiuso nelle carceri di Bagdad.

Quando Nerses, liberato dal successore di al-Mansur, Mohammad al-Mahdi (775-785), con l’amnistia del 776, lasciò Bagdad, Abo lo seguì in patria dove arricchì la sua eterogenea cultura con lo studio dell’iberico, della Bibbia e dei primi rudimenti della religione cristiana che, introdotta in Georgia sotto Costantino, era, ormai dai tempi di Giustiniano, religione di stato.
Nonostante la rapida adesione alla verità di fede, tratteneva Abo dal battesimo il timore dei musulmani padroni della Georgia fin dal 650 e nemici del cristianesimo tradizionale, baluardo filo-bizantino del nazionalismo georgiano.
Però Nerses non tardò a perdere il favore del nuovo califfo: lasciò il suo paese per l’Osseth insieme  a trecento profughi e ad Abo, che da questo momento lo avrebbe seguito in ogni peregrinazione.
Nerses guidò il drappello nelle terre settentrionali dove erano le sedi dei figli di Magog, i Khazari, uomini agresti di aspetto terribile e di spietati costumi, bevitori di sangue e disobbedienti di qualunque legge “tranne quella di un Dio creatore”.
I Khazari lo accolsero come nemico dei loro nemici offrendogli vitto e alloggio. Abo confortato dall’umanime consenso trovò finalmente il coraggio di professarsi cristiano, di dedicarsi alle orazioni e ai digiuni, di ricevere il battesimo. Nerses chiese al re dei Khazari di poter proseguire attraverso la sua terra fino a quella degli Abasgi, dove aveva inviato i suoi familiari e i suoi averi fin dal tempo in cui la burocrazia araba incominciava a mostrarglisi ostile.
Intanto Stefano, nipote di Nerses, aveva ottenuto dal califfo Al Mahdi l’etnarcato di Tiflis e, giudicando ormai impossibile il ritorno, Abo decise di rientrare in patria. Invano tutti dissuasero Abo dal gettarsi in mano ai suoi antichi correligionari, che, impossessatisi del potere, avevano imposto la religione musulmana. Abo, divenuto ormai per gli arabi un infedele, seguì Nerses a Tiflis, dove rimase tre anni vivendo della carità e acquistandosi fama di perfetto cristiano.  
Verso la fine del 785 il governo arabo fece arrestare Abo, ma l’etnarca Stefano riuscì a farlo rilasciare. Gli arabi si vendicarono rimuovendo dalle sue funzioni il giudice che si era fatto intimorire dai georgiani.
Ormai la coraggiosa schiettezza con cui professava la nuova la nuova religione consegnò Abo ai musulmani che gli imposero l’abiura.
Il rifiuto provocò la sua condanna a morte, e lo strazio della salma, che fu parte arsa, parte dispersa nelle acque del fiume Mtcwar. Abo fu martirizzato, sotto il califfo Musa al-Hadi (785-786), il 6 gennaio del 786; la festa fu spostata, perchè non coincidesse con l’Epifania.
Secondo la tradizione, una colonna di fuoco indicò ai cristiani il luogo in cui si trovavano, casualmente raccolti nella melma del fondo, i resti del santo. Le reliquie furono recuperate e traslate in Tiflis nella cappella eretta sul  luogo del martirio.
Abo venne canonizzato dopo la morte del katholicòs Samuele III (789-794), il quale aveva dato ordine a Giovanni Sabanidze, testimone del martirio, di lasciarne memoria scritta.
Una leggendario su pergamena, letto da Brosset in Tiflis nel 1847, rivelò il racconto della “passio”, che, pubblicato in numerose opere, non fu, però, oggetto di uno studio critico prima del 1934.
Lo studio, condotto da P. Peeters, chiarì fino a qual punto le convenisse il titolo di documento storico.
La “passio”, redatta nell’VIII secolo, localizza gli avvenimenti nel tempo e nello spazio in modo piuttosto vago, per la mancanza di un sistema cronologico e le numerose reticenze ispirate da trasparenti motivi politici; però la sequenza dei fatti è oltremodo chiara e permette di determinare precisamente il nome e il ruolo delle popolazioni e delle persone che vi sono citate.
La “passio” fu dunque una prudente relazione, redatta in un’epoca molto vicina agli avvenimenti, nei primi anni del califfato di Harun ar-Rasid (786-809) e si svolge in quel periodo della dominazione araba in Georgia caratterizzato dal malcontento dei principi indigeni legati all’impero bizantino da antichi vincoli di fedeltà e sottomessi dai primi califfi abbassidi.
(Autore: Maria Vittoria Brandi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Abo di Tiflis, pregate per noi.


*Sant'Anastasio di Sirmio – Martire

Sant'Anastasio di Sirmio (IV secolo), Martire a Sirmio in Pannonia, celebrato il 6 gennaio
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Anastasio di Sirmio, pregate per noi.


*Beato Andrea Bessette (Alfredo) - Religioso (6 gennaio)
Saint-Gregoire-d’Iberville, Montreal, Canada, 9 agosto 1845 – Montreal, 6 gennaio 1937

Nella solennità dell'Epifania si ricorda anche il Beato canadese Alfredo Bessette. Orfano a nove anni, nel 1854, fu cresciuto da una zia. Lavorò nelle filande ed emigrò negli Usa, improntando la vita alla spiritualità di San Giusppe.  
Tornato in patria, entrò come fratel Andrea nella Congregazione della Santa Croce, nata per far rinascere le scuole cattoliche francesi, abolite un secolo prima dagli inglesi.
Fu per 40 anni portinaio del collegio di Notre-Dame a Montreal, operando guarigioni. Sul monte cittadino edificò una cappella a San Giuseppe, divenuta un importante santuario. Morì 91enne nel 1937 e fu lutto nazionale. (Avvenire)  
Martirologio Romano: A Montréal nel Québec in Canada, Beato Andrea (Alfredo) Bessette, religioso della Congregazione della Santa Croce, che fece edificare in questo luogo un insigne santuario in onore di San Giuseppe.
Il canadese Alfredo Bessette, questo il suo nome di nascita, nacque il 9 agosto 1845 nel villaggio di Saint-Grégoire-d’Iberville, nella diocesi di Montréal, posta nella provincia del Québec.
Era l’ottavo figlio di Isacco Bessette e Clotilde Foisy, a nove anni divenne orfano del padre ed a dodici della madre, mentre lui crebbe con disturbi allo stomaco, che non gli permettevano di cibarsi come gli altri.
Fu preso in casa della zia materna Marie-Rosalie Foisy, coniugata con Timoteo Nadeau; dove le condizioni economiche non erano floride, pertanto sapeva appena leggere e scrivere e dovette lavorare ben presto per guadagnarsi da vivere.
Il suo stato di salute malferma, non gli permise di avere un lavoro stabile, infatti dal 1858 al 1870 cambiò vari   mestieri nella provincia del Québec, con un intervallo dal 1863 al 1867 quando lavorò, sempre saltuariamente negli Stati Uniti, specie nel campo della filatura.  
Alfredo Bessette fu molto devoto di S. Giuseppe, che aveva come lui provato la povertà, il lavoro e l’esilio. Poi ritornò in Canada e qui il suo parroco poté constatare che la sua permanenza negli Stati Uniti, non aveva fatto cambiare la sua inclinazione religiosa e la sua fede; quindi gli consigliò di entrare nella Congregazione della Santa Croce.
Alla fine del 1870 entrò nel Noviziato dei Fratelli della Santa Croce, prendendo il nome di fratel Andrea; questa Congregazione era stata fondata in Francia da padre Basile Moriau, comprendendo padri, fratelli e sorelle ed era arrivata in Canada nel 1847, su invito del vescovo Bourget, per restaurare il sistema scolastico di lingua francese, che più di un secolo prima nel 1759, gli inglesi avevano abolito ma senza mai riuscire ad assimilare la popolazione cattolica e francese.
Il suo parroco inviò un messaggio ai suoi superiori, che diceva: “Vi mando un santo”; il suo noviziato si prolungò più degli altri, per le sue condizioni di salute, venendo poi ammesso alla professione religiosa il 22 agosto 1872.
Gli fu dato il compito di portinaio del Collegio di Notre-Dame di Montréal, dove restò per quarant’anni; soleva dire con quell’umorismo che lo distingueva: “Per 40 anni alla porta, ma non mi hanno mai messo fuori!”.
Pur essendo un giovane portinaio, fu sempre di mente vivace e sensibile, con capacità di giudizio e senso dell’umorismo e divenne ben presto il rifugio dei poveri, dei malati e degli afflitti, i quali si affidavano alle sue preghiere.
Già a 30 anni operò delle guarigioni straordinarie; la stampa il 9 maggio 1878 riportò la notizia di cinque guarigioni, attribuite alle preghiere di qul piccolo frate Andrea. Tutto ciò scatenò l’affluenza di migliaia di ammalati e bisognosi, che l’attorniavano giorno e notte.
A tutti fratel Andrea raccomandò la devozione a s. Giuseppe, la fiducia in Dio; frizionava con l’olio della lampada che ardeva davanti alla statua del santo, le membra dei fedeli, i quali partivano sollevati nell’animo e spesso anche nel corpo.
Nel 1894 fratel Andrea ottenne il permesso dai superiori di erigere una piccola cappella in legno, dedicata a S. Giuseppe, sul fianco del Mont-Royal che sovrasta la città di Montréal e di fronte al Collegio e che venne inaugurata nel 1904.
Anche questa cappella divenne meta di numerosi pellegrinaggi, per cui nell’estate del 1905, i superiori nominarono fratel Andrea, custode della cappella.
I numerosi prodigi di guarigioni e le conversioni degli spiriti si moltiplicarono, meritandogli l’appellativo di “taumaturgo”, inoltre la cappella diventata un Santuario dedicato a S. Giuseppe, ebbe un grande sviluppo, con un fermento religioso di tanti fedeli, attratti dal carisma di fratel Andrea; le autorità ecclesiastiche e civili, non interferirono nella sua opera apostolica.
Nel dicembre 1917 fu inaugurata una cripta e la benedizione della pietra angolare di una chiesa superiore, che dopo molte interruzioni e difficoltà, diventò il più grande santuario in onore di S. Giuseppe, padre putativo di Gesù e uno dei centri religiosi più frequentati del mondo.
Spronò sempre la costruzione del grande Santuario, terminato il 15 maggio 1955, ma non poté vederlo finito perché morì il 6 gennaio 1937, all’età di 91 anni; la sua morte fu un lutto nazionale.
Nel 1951 fu aperta la causa per la sua beatificazione e venne proclamato Beato il 23 maggio 1982 da Papa Giovanni Paolo II.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Andrea Bessette, pregate per noi.

 

*Sant'Andrea Corsini – Vescovo   (6 gennaio)  

Firenze, 1301 - Firenze, 6 gennaio 1373  
Quando il 13 ottobre 1349 Andrea Corsini - già Provinciale dei Carmelitani in Toscana - fu nominato Vescovo di Fiesole da Papa Clemente VI, la fama della sua carità già travalicava il territorio fiorentino, dove era nato nel palazzo di famiglia in via Maggio il 30 novembre 1301, primogenito del nobile Niccolò Corsini e di Gemma Stracciabende.
A 15 anni aveva vestito l'abito religioso nel Convento del Carmine.
Dopo la sua ordinazione sacerdotale, venne mandato a completare gli studi nell' Università di Parigi.
Tornò a Firenze  quando già imperversava l'epidemia della peste, descritta da Boccaccio.
Venne eletto superiore provinciale dell'Ordine nel 1348 e, due anni dopo, essendo morto di peste il vescovo di Fiesole, Andrea fu chiamato a succedergli.  
Per ventiquattro anni resse la diocesi di Fiesole.
Della sua carità beneficiarono i poveri. Della sua opera di pacificatore trassero vantaggio non solo i battaglieri comuni toscani, ma anche la città di Bologna, dove il papa Urbano V lo mandò a mettere pace tra i cittadini, sobillati dai Visconti, e che lo compensarono anche con il carcere.  
Morì il 6 gennaio 1373 e il suo corpo venne seppellito nella fiorentina chiesa del Carmine. Fu canonizzato nel 1629.
Etimologia: Andrea = virile, gagliardo, dal greco
Emblema: Bastone pastorale
É presente nel Martirologio Romano.
A Fiesole in Toscana, Sant’ Andrea Corsini, vescovo, dell’ Ordine dei Carmelitani: insigne per la sua vita austera e per l’assidua meditazione delle sacre Scritture, restaurò i conventi devastati dalla peste e governò con saggezza la sua Chiesa, portando conforto ai poveri e riconciliando i nemici.
Andrea, della nobile famiglia fiorentina dei Corsini, nacque nel 1301, l'anno in cui Dante Alighieri veniva bandito dalla sua città, divisa e turbolenta.  
Sua madre, prima di metterlo al mondo, disse di aver visto in sogno il suo figliolo nelle sembianze di un lupo, trasformato poi in agnello.
In gioventù Andrea pare sia stato davvero "una testa calda", un lupo, o meglio un giovane leone, come si direbbe oggi per definire quel tipo di giovane arrogante, spendaccione e ozioso. Andrea, pur nel frastuono della gaia e rissosa Firenze, udì il soffio dello Spirito, che si tradusse in un irresistibile richiamo alla mistica pace del Carmelo.
A uno zio che tentava di riportarselo a casa, prospettandogli un eccellente matrimonio, rispondeva: "Che ne farei di questi beni, se poi non avessi la pace del cuore?".
Andrea nascondeva sotto il saio un cilicio, ancora conservato, tutto irto di punte di ferro, e andava di porta in porta a chiedere l'elemosina, senza evitare quelle case in cui un tempo si recava a far baldoria con gli amici. Dopo la sua ordinazione sacerdotale, venne mandato a completare gli studi nell'università di Parigi.
Tornò dal soggiorno parigino più irrobustito non solo culturalmente, ma anche nello spirito.
Durante il viaggio di ritorno, narrano i suoi biografi, operò alcune prodigiose guarigioni.
Della sua opera di pacificatone trassero vantaggio non solo i battaglieri comuni toscani, ma anche la città di Bologna, dove il papa Urbano V lo mandò a mettere pace tra i cittadini, sobillati dai Visconti, e che lo compensarono anche con il carcere.
Manifestò singolare zelo nella predicazione, nella preghiera, nell'austerità, nella visita alle parrocchie, nella difesa della libertà della Chiesa contro soprusi e ingerenze, come pure nella carità verso gli umili e i diseredati.
Speciale cura dedicò ai suoi preti, precorrendo i dettami del Concilio di Trento, stabilendo precise norme circa il reclutamento e la preparazione culturale e spirituale dei candidai al presbiterato.
Si dedicò anche con diligenza all'amministrazione dei beni ecclesiastici, disponendo ingenti somme per la costruzione e il restauro di chiese e monasteri e soprattutto della cattedrale e dell'episcopio, da secoli in stato di squallore.
Ebbe difficili incarichi dalla Santa Sede, come quando fu inviato a Bologna nel 1368 per dirimere gravi contese.
Morì  la sera dell'Epifania,   il 6 gennaio, 1373.
I suoi resti, dapprima tumulati nella cattedrale fiesolana, furono trafugati dai Confratelli del Carmine, dove sono tuttora custoditi in una cappella fattagli erigere dalla famiglia Corsini e miracolosamente scampata all'incendio che devastò la chiesa nel 1771.
Papa Clemente XII, suo discendente, gli avrebbe poi dedicato nel 1734 un’ altra splendida cappella in San Giovanni in Laterano a Roma.
Eugenio IV lo proclamò beato, e il fiorentino Urbano VIII lo santificò il 22 aprile 1629. La sua festa è celebrata a Firenze il 7 gennaio, dai Carmelitani il 9 gennaio e dalla Chiesa Universale il 4 febbraio. I fiorentini gli attribuiscono la vittoria nella battaglia di Anghiari del 29 giugno 1440.
Fu canonizzato nel 1629.   (Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Breve storia di casa Corsini
I Corsini sono una antica e storica famiglia di Firenze.  Giunsero a Firenze alla fine del XII secolo, provenienti dalla zona di Poggibonsi e dalla Val di Pesa, situata tra Firenze e Siena.
Si affermarono subito, nel Trecento, come politici, commercianti e uomini di chiesa, mantenendosi fino alla metà del XV secolo in zona d'Oltrarno.  
Diedero alla città 12 priori e 47 gonfalonieri di giustizia.
Matteo (1322-1402) fece fortuna alla corte inglese, commerciando lana, seta e aringhe. Fu amico di Petrarca.
Il cugino Giovanni fu gran siniscalco d'Armenia e governatore di Rodi. Un altro cugino, Filippo (1334-1421), fu maestro di diritto, attivissimo diplomatico e cinque volte gonfaloniere.
Nel 1371  i Corsini ricevettero dall’ Imperatore del Sacro Romano Impero il titolo di Conte Palatino.  
I Corsini, come altre famiglie fiorentine, vissero il tracollo finanziario di Firenze nel 1343. Essi però non ne furono fiaccati, e ripresero instancabilmente la loro attività, aprendosi anzi a carriere e professioni diverse che non il solo commercio.
Andrea, vescovo di Fiesole dal 1349 fino alla morte nel 1373, in odore di santità per una vita condotta in penitenza e meditazione, e per il continuo soccorso ai poveri, fu elevato alla gloria degli altari come Santo nel 1624 - Il fratello Neri è invece Beato.
Alla fine del XV secolo si affievolì l' influenza politica del casato, anche a causa dell'avvento della Signoria dei Medici; questo non diminuì però il peso economico, sociale e religioso della famiglia.
Filippo (1538-1601) e a Bartolomeo (1545-1613) costruirono la loro ricchezza grazie ad una rete di uffici commerciali ben radicata in Europa, e collegata con un rapido servizio postale privato (una lettera di Bartolomeo, da Londra, impiegava circa 55 ore per arrivare a Firenze!).
Inoltre, svilupparono proficue attività bancarie ed armatoriali.  
Un loro parente, il cardinale Ottavio, fece rappresentare nel 1620 nel suo palazzo la favola in musica e l'Aretusa, melodrammi scritti dai musicisti fiorentini Vitali e Peri: per alcuni studiosi si tratta della prima rappresentazione di un'opera lirica nel senso moderno del termine.
In quell'epoca ai Corsini furono concesse le signorie di Sismano, Casigliano e Civitella.
Nel 1644 Urbano VIII concesse a tutti i Corsini il titolo di Marchese.  
Lorenzo Corsini assurse al soglio pontificio con il nome di Clemente XII (1730-1740). Fondò i Musei capitolini, commissionò (tra le altre) la fontana di Trevi, la facciata di San Giovanni in Laterano, con la splendida cappella Corsini dedicata a St. Andrea Corsini, la facciata di Santa Maria Maggiore, il Palazzo della Consulta, oltre ai porti di Anzio, Ravenna (porto Corsini) e Ancona. Fu il primo Pontefice a bandire la massoneria.
Bartolomeo (1683-1752, primo Principe di Sismano e duca di Casigliano) fu comandante della Cavalleria Romana, Presidente del Gabinetto di Re Carlo III a Napoli, Vice-Re di Sicilia e Grande di Spagna.
A Bartolomeo si deve, tra l'altro, il primo atto giuridico di fondazione di una riserva naturale (Il 12 Agosto 1745 Bartolomeo si pronunciò per decreto a favore della conservazione e della tutela del patrimonio naturalistico del Bosco di Carpineto, sopra Mascali, in Sicilia).
Neri (1771-1845) fu un brillante politico, ministro del granducato di Toscana sia durante il periodo Napoleonico che durante la restaurazione, e plenipotenziario degli Asburgo-Lorena (all'epoca granduchi di Toscana) al Congresso di Vienna.
Tommaso (1767-1856) fu diverse volte ambasciatore a Parigi e Vienna, e senatore del granducato di Toscana.
Andrea (1804-1868) fu ministro degli esteri del granducato di Toscana.  
Tommaso (1835-1919), fu deputato del regno dal 1865 al 1882, senatore a vita ed infine sindaco di Firenze. Fondò La Fondiaria Assicurazioni, presiedette la Cassa di Risparmio di Firenze, fu presidente della Società Italiana per le strade ferrate meridionali.
Vendette al Regno d' Italia il Palazzo Corsini alla Lungara nel 1883, donando al regno stesso la Collezione Corsini di Roma (comprendente tra le altre opere di Beato Angelico, Rubens, Murillo, Luca Giordano), e la vastissima Biblioteca Corsiniana - tutt'oggi visitabili a Roma.
Da Don Tommaso, sposato con Anna Barberini, discende l'attuale ramo principesco dei Corsini, tra cui un altro Tommaso (1903-1980), deputato alla Costituente della Repubblica Italiana.
Un ramo cadetto dei Corsini
Andrea Neri (1849-1895), fratello cadetto di Don Tommaso, sposò Beatrice Bastogi, figlia del conte Piero Bastogi  (ministro delle Finanze e deputato nei primi anni dell'Unità d'Italia, fu a capo dello sviluppo delle ferrovie meridionali).
Lorenzo di Andrea (1875-1957), Marchese di Lajatico e Conte palatino, sposò Caterina Ricasoli Firidolfi, nipote di Bettino Ricasoli (il "barone di ferro", Primo Ministro del Regno d'Italia dopo Cavour, diverse volte Ministro della Guerra, a    cui si deve la formula ufficiale e definitiva del Chianti).  
Vanni di Lorenzo (1911-1988), Marchese di Lajatico e Conte palatino, dottore in scienza politiche, sposò la Contessa Olga Vassilievna Olsoufiev (1912 - 1973), figlia del Conte Vassili Alexeevich e della Contessa Olga Pavlovna Shouvalov.  P.O.W. (Prisoner of War) italiano durante la seconda guerra mondiale, evase da un campo di prigionia inglese in Africa insieme a 4 commilitoni, spacciandosi per un comandante inglese, il sottoufficiale J.A. Dickson, incaricato del trasferimento di 4 prigionieri italiani.
Raggiunse la libertà percorrendo 3500 miglia dal Kenia fino al Mozambico.  
Al Venerato Fratello Luciano Giovannetti - Vescovo di Fiesole  per il  VII° Centenario della nascita di Sant’Andrea Corsini
1. Ho appreso con gioia che quest’anno nella Diocesi di Fiesole si celebra il VII° Centenario della nascita di sant’Andrea Corsini, Vescovo dal 1349 al 1374. In tale felice occasione desidero unirmi all’intera Comunità diocesana, che rende grazie al Signore per i benefici di cui l’ha arricchita mediante la testimonianza e l’intercessione di questo insigne Compatrono. Mentre saluto Lei, venerato Fratello, e il popolo cristiano affidato  alle Sue cure pastorali, vorrei cogliere l’occasione per porre in luce alcuni aspetti della poliedrica personalità di un così illustre figlio di codesta Regione.Nel 1349, quando Andrea Corsini, allora Provinciale dell’Ordine dei Carmelitani in Toscana, fu nominato Vescovo di Fiesole, la fama della sua carità e della sua pietà già travalicava il territorio di Firenze, dove era nato il 30 novembre 1301, da una delle più insigne famiglie e dove, a 15 anni, aveva vestito l’abito religioso nel Convento del Carmine. Diventato presbitero, nei numerosi ed importanti incarichi ricoperti si distinse per il fervore con cui viveva l’ideale carmelitano e per l’impegno profuso nella formazione dei Confratelli. L’amore di Dio e del prossimo, da lui costantemente posto al centro della vita, rifulsero di particolare splendore in occasione della terribile peste di Firenze del 1348, quando, insieme con i suoi frati, si pose con eroica dedicazione al servizio degli appestati.
2.  Nella Bolla di nomina alla sede di Fiesole, pubblicata in Avignone il 13 ottobre 1349, il mio venerato predecessore Clemente VI sottolineava «lo zelo per la religione, la cultura e la purezza della vita e dei costumi, l’abilità nel governare le anime» e «la circospezione nel governare le cose temporali e gli altri meriti di molti virtù» dell’Eletto. Questi, per parte sua, confermò subito tali favorevoli apprezzamenti accettando l’incarico con spirito di fede e ponendo la sua missione nelle mani della Madre di Dio, da lui teneramente amata. Gli anni che seguirono recarono nuove prove delle singolari virtù del Presule. Egli scelse di vivere a Fiesole, rinunciando al comodo palazzo fiorentino, sede dei suoi predecessori a partire dal 1225, e manifestò singolare zelo nella predicazione, nell’assiduità alla preghiera, nell’austerità della vita, nella visita alle parrocchie, nell’abolizione degli abusi e nella difesa della libertà della Chiesa contro soprusi e indebite ingerenze, come pure nell’accogliere con carità gli umili e i diseredati che bussavano alla porta della sua casa.
3.  Speciale cura sant’Andrea Corsini dedicò ai suoi preti, ai quali chiedeva di vivere in modo conforme alla santità ed alla responsabilità del loro stato. A tale scopo, fondò una Confraternita intitolata alla santissima Trinità e, anticipando i decreti del Concilio Tridentino, emanò precise norme circa il reclutamento e la preparazione culturale e spirituale dei candidai al presbiterato. Fu chiamato a ricoprire numerosi ed importanti uffici al servizio della Sede Apostolica. In occasione della legazione a Bologna nel 1368, egli ebbe a rivelarsi uomo di pace, capace di comporre le discordie, dirimere le contese e placare le animi esacerbati dall’odio. Doti che gli furono ampiamente riconosciute e fecero di lui un apprezzato servitore della Chiesa, animato da profonda spiritualità.La costante unione con Dio, tratto dominante della sua esistenza, non impedì a sant’Andrea Corsini di dedicarsi con diligenza all’amministrazione dei beni ecclesiastici. Questo gli permise di profondere ingenti somme nella costruzione e nel restauro dei monasteri, chiese e cappelle e soprattutto della cattedrale e dell’episcopio, da secoli in stato di squallore.Il santo Vescovo morì la sera dell’Epifania del 1374. I suoi resti, tumulati nella cattedrale di Fiesole, furono successivamente trasferiti nella Basilica fiorentina del Carmine. Lì la famiglia Corsini fece erigere nel 1386 una splendida cappella, non inferiore a quella che nel 1734 gli sarebbe stata dedicata da Clemente XII, del suo stesso casato, nella Basilica di S. Giovanni in Laterano. La fama di santità che ne circondò la vita, dopo la sua morte si diffuse rapidamente in Italia ed in Europa. Il culto popolare, sviluppatosi sin dai primi anni del 1400, attraverso i conventi carmelitani, ebbe autorevole conferma dal Papa Eugenio IV, il quale lo proclamò beato e dal pontefice fiorentino Urbano VIII, che lo dichiarò Santo il 22 aprile 1629.
4.  A partire da questo 30 novembre 2001 le sue spoglie mortali sosteranno nella Cattedrale di Fiesole per alcuni giorni. Possa questo «pellegrinaggio», con cui si aprono le celebrazioni centenarie della sua nascita, offrire all’intera Comunità diocesana l’opportunità di incontrarsi con questo grande Santo per riscoprire la propria vocazione e annunciare ai fratelli con nuovo ardore la buona notizia che «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16). Sostenuta ed incoraggiata dagli esempi e dagli insegnamenti dell’antico Pastore, codesta Comunità, scorgendo nei segni della santità di sant’Andrea Corsini preziose indicazioni per il presente, è chiamata ad un rinnovato slancio apostolico e a un intenso fervore spirituale, come è stato sottolineato anche nel recente Sinodo Diocesano. Guardando all’ardente zelo che spinse sant’Andrea Corsini a consacrarsi alla crescita umana e spirituale del Popolo di Dio, essa è invitata a ripensare, alla luce della centralità del Mistero eucaristico, l’importanza dei ministeri ordinati per una feconda vita liturgica e un incisivo annuncio della Parola di Dio, come pure a porre in luce altre forme di servizio, che ne esprimano la presenza sul territorio, l’attenzione verso le sfide emergenti e la sollecitudine per i lontani ed i poveri.
5. Seguendo gli esempi dell’antico Pastore, la Diocesi fiesolana continuerà a privilegiare la formazione del Clero e porrà ogni cura perché il Seminario diocesano sia sempre più adeguato alla preparazione dei candidati alSant'Andrea Corsini in estasi, sacerdozio, nel contesto di una ampia articolata pastorale vocazionale, aspetto irrinunciabile di ogni programmazione ecclesiale.Come non vedere, poi, nell’azione paziente e generosa di sant’Andrea Corsini per la ricomposizione delle contese, un incoraggiamento a fare della ricerca della concordia e della giustizia, come della promozione del dialogo tra culture diverse, un distintivo costante della vita cristiana? E che dire della sollecitazione ad amministrare con saggezza i beni terreni, e in particolare quelli della Chiesa, come occasione per sovvenire alle necessità pastorali e per provvedere ai bisogni dei poveri, che accompagneranno per sempre la vita della Comunità dei discepoli del Signore (cfr. Gv 12, 8)?
6.  Tutta la vita di sant’Andrea Corsini testimonia che il mutato rapporto tra Chiesa e società, lungi dall’estraniare il credente dalle vicende del mondo, lo spinge ad un coraggioso annuncio di Gesù Cristo per animare in senso cristiano la convivenza civile. Le celebrazioni giubilari della nascita del figlio della nobile famiglia Corsini, che si fece povero per amore di Cristo e, come Vescovo di Fiesole, si adoperò a plasmare i cuori dei suoi contemporanei agli ideali evangelici, siano stimolo per i fedeli di codesta Diocesi a rendersi strumenti attivi e consapevoli di progresso religioso e civile nella loro Terra.
Con tali auspici, affido a Lei, venerato Fratello, e l’intera Comunità diocesana alla celeste protezione di sant’Andrea Corsini e di cuore imparto a tutti una speciale Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 30 novembre 2001
Joannes Paulus II
Villa Corsini nel XXI secolo
Da Vanni discende l’ attuale proprietario della villa, l'architetto don Giovanni Corsini, Marchese di Lajatico e Conte Palatino (1938), sposato con donna Inès dei Marchesi d'Ormesson, e padre di cinque figli:  Cosimo, Olga, Lorenzo, Eleonora e Tommaso.
A lui e alla sua famiglia si deve il progetto di recupero e restauro della villa iniziato nel 2000.
Villa Corsini a Mezzomonte
Via Imprunetana per Pozzolatico 116, 50023 Impruneta (Firenze).
Avvenimenti storici e artistici
Termina la guerra dei Cent'anni tra Francia e Inghilterra, iniziata nel 1337.
In Inghilterra il conte Riccardo di York è nominato reggente in seguito alla malattia mentale del re Enrico VI, il cui il ristabilirsi segna l'inizio della Guerra delle due rose tra Lancaster e York.
Il 29 maggio i turchi, guidati da Maometto II, conquistano Costantinopoli: è la fine dell'Impero bizantino e l'inizio della turcocrazia nel Mediterraneo.  
A Firenze Paolo Uccello riceve il compenso per un dipinto del Beato Andrea Corsini per la libreria di Santa Maria del Fiore.
A Padova Donatello termina il monumento equestre al Gattamelata, iniziato nel 1447, e a Mantegna viene commissionata la Pala di san Luca per Santa Giustina.
Lo storico Flavio Biondo scrive l'Italia illustrata in cui usa per la prima volta il concetto di "Medio Evo".
Sant' Andrea Corsini - Vescovo (6 gennaio)
Firenze, 1301 - Firenze, 6 gennaio 1373
Andrea della nobile famiglia fiorentina dei Corsini, nacque nel 1301. Vestì l'abito di frate carmelitano. Dopo la sua ordinazione sacerdotale, venne mandato a completare gli studi nell'università di Parigi.
Tornò a Firenze quando già imperversava l'epidemia della peste, descritta da Boccaccio. Venne eletto superiore provinciale dell'Ordine nel 1348 e, due anni dopo, essendo morto di peste il vescovo di Fiesole, Andrea fu chiamato a succedergli. Per ventiquattro anni resse la diocesi di Fiesole.
Della sua carità beneficiarono i poveri. Della sua opera di pacificatore trassero vantaggio non solo i battaglieri comuni toscani, ma anche la città di Bologna, dove il Papa Urbano V lo mandò a mettere pace tra i cittadini, sobillati dai Visconti, e che lo compensarono anche con il carcere. Morì il 6 gennaio 1373 e il suo corpo venne seppellito nella fiorentina chiesa del Carmine. Fu canonizzato nel 1629. (Avvenire)
Etimologia: Andrea = virile, gagliardo, dal greco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Fiesole in Toscana, Sant’Andrea Corsini, vescovo, dell’Ordine dei Carmelitani: insigne per la sua vita austera e per l’assidua meditazione delle sacre Scritture, restaurò i conventi devastati dalla peste e governò con saggezza la sua Chiesa, portando  conforto ai poveri e riconciliando i nemici.
Andrea, della nobile famiglia fiorentina dei Corsini, nacque nel 1301, l'anno in cui Dante Alighieri veniva bandito  dalla sua città, divisa e turbolenta.
Sua madre, prima di metterlo al mondo, disse di aver visto in sogno il suo figliolo nelle sembianze di un lupo, trasformato poi in agnello.
In gioventù Andrea pare sia stato davvero "una testa calda", un lupo, o meglio un giovane leone, come si direbbe oggi per definire quel tipo di giovane arrogante, spendaccione e ozioso. Andrea, pur nel frastuono della gaia e rissosa Firenze, udì il soffio dello Spirito, che si tradusse in un irresistibile richiamo alla mistica pace del Carmelo.
A uno zio che tentava di riportarselo a casa, prospettandogli un eccellente matrimonio, rispondeva: "Che ne farei di questi beni, se poi non avessi la pace del cuore?".
Andrea nascondeva sotto il saio un cilicio, ancora conservato, tutto irto di punte di ferro, e andava di porta in porta a chiedere l'elemosina, senza evitare quelle case in cui un tempo si recava a far baldoria con gli amici.  
Dopo la sua ordinazione sacerdotale, venne mandato a completare gli studi nell'università di Parigi.
Tornò dal soggiorno parigino più irrobustito non solo culturalmente, ma anche nello spirito.
Durante il viaggio di ritorno, narrano i suoi biografi, operò alcune prodigiose guarigioni.
Tornò a Firenze quando già imperversava l'epidemia della peste, descritta dal Boccaccio.
Venne eletto superiore provinciale dell'Ordine nel 1348 e, due anni dopo, essendo morto di peste il vescovo di Fiesole, Andrea fu chiamato a succedergli.
Cercò di sottrarsi all'alto incarico, di cui si reputava indegno, andando a nascondersi in un lontano eremo, ma il suo nascondiglio venne scoperto da un fanciullo.
Andrea interpretò quell'episodio come un invito all'obbedienza e accettò la nomina.
Per ventiquattro anni resse la diocesi di Fiesole, non sempre con la mansuetudine dell'agnello, poiché il suo rigore ascetico e la sua assoluta dedizione al ministero pastorale non erano sempre graditi a coloro che non ponevano eccessivo zelo nel servizio del Signore.
Della sua carità beneficiarono soprattutto i poveri.
Della sua opera di pacificatone trassero vantaggio non solo i battaglieri comuni toscani, ma anche la città di Bologna, dove il Papa Urbano V lo mandò a mettere pace tra i cittadini, sobillati dai Visconti, e che lo compensarono anche con il carcere.
Morì il 6 gennaio 1373 e il suo corpo venne seppellito nella fiorentina chiesa del Carmine.
Fu canonizzato nel 1629.  
(Autore: Piero Bargellini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant' Andrea Corsini, pregate per noi.  


*San Carlo da Sezze - Frate Laico Francescano (6 gennaio)

Sezze (Latina), 19 ottobre 1613 - San Francesco a Ripa, 6 gennaio 1670
Giancarlo Marchionne nacque a Sezze (Latina) nel 1613 da genitori contadini. Fece anche lui il pastore e l'agricoltore.
A 17 anni fece voto di castità in onore della Vergine e poco dopo entrò nell'Ordine dei Frati minori come fra Carlo. Fu in numerosi conventi del Lazio come cuoco, portinaio, questuante e sacrestano. Ma, nonostante gli scarsi studi, aveva doni di scienza straordinari e ciò gli permise di realizzare una vasta produzione di opere ascetico-letterarie.
Fu consigliere di Alessandro VII e Clemente IX. Morì nel 1670 ed è Santo dal 1959. É patrono di Sezze e della diocesi di Latina-Terracina Sezze-Priverno.  (Avvenire)
Etimologia:  Carlo = forte, virile, oppure uomo libero, dal tedesco arcaico
Martirologio Romano: A Roma, San Carlo da Sezze, religioso dell’Ordine dei Frati Minori: costretto fin dalla fanciullezza a procurarsi il vitto quotidiano, esortava i compagni all’imitazione di Cristo e dei Santi; indossato finalmente, come desiderava, l’abito francescano, si dedicò all’adorazione del Santissimo Sacramento.
Nato a Sezze (Latina) il 19 ottobre 1613 da Ruggero Melchiori (o Marchionne) e Antonia Maccione, contadini piissimi e di buona condizione,  Carlo fu battezzato il 22 dello stesso mese, come risulta dall'unico registro contemporaneo esistente tuttora  presso la cattedrale di S. Maria. Per motivi di salute dovette sospendere gli studi elementari: fece il pastore e poi il contadino.
A diciassette anni  emise il voto di perpetua castità in onore della Vergine e quindi, contro il parere dei genitori e dei parenti che lo avrebbero voluto sacerdote, preferì, per spirito di umiltà, rendersi religioso converso. Vestì, pertanto, l'abito dei Frati Minori nel convento di S. Francesco in Nazzano il 18 maggio 1635 e, dopo aver superato molte difficoltà, professò il 18, o il 19 maggio dell'anno seguente.
Risiedette successivamente nei conventi di S. Maria Seconda in Morlupo, di S. Maria delle Grazie in Ponticelli, di S. Francesco in Palestrina, di S. Pietro in Carpineto Romano, di S. Pietro in Montorio e di  S. Francesco a Ripa in Roma.
Tra il 1640 e il 1642 dimorò per breve tempo nei conventi di S. Giovanni Battista al Piglio e in quello di S. Francesco in Castelgandolfo. Nell'ottobre 1648, ascoltando la Messa nella chiesa di San Giuseppe a Capo le Case in Roma, al momento dell'elevazione, ricevette dall'Ostia divina una ferita di amore al petto.
Impiegato negli uffici propri del suo stato, di cuoco, ortolano, portinaio, questuante e sagrestano, Carlo si distinse per l'umiltà, l'ubbidienza, la pietà serafica e l'amore verso il prossimo, riuscendo ad unire alla più intensa vita interiore e contemplativa una instancabile attività caritativa e apostolica che lo condusse a Urbino, a Napoli, a Spoleto e in altre città.
Laici, sacerdoti, religiosi, vescovi, cardinali e pontefici si giovarono dell'opera di Carlo, che aveva avuto da Dio doni straordinari, tra i quali, in particolare, quelli del consiglio e della scienza infusa (riconosciuto, questo prorsus mirabile dal breve stesso della beatificazione).
Ad Alessandro VII, che lo interrogava su Girolama Spada, giustiziata come eretica a Campo de' Fiori il 5 luglio 1659,  Carlo rispose che non si era mai recato a casa della donna, sapendo che in lei non v'era nulla di buono. Clemente IX lo inviò a Montefalco per esaminarvi lo spirito di una monaca, falsamente ritenuta santa.
Carlo predisse il supremo pontificato ai cardinali Fabio Chigi (Alessandro VII), Giulio Rospigliosi (Clemente IX), Emilio Altieri (Clemente X) e Gianfrancesco Albani (Clemente XI).
Dopo la morte, avvenuta il 6 gennaio 1670 a San Francesco a Ripa, comparve sul petto di Carlo un singolare stigma, che fu riconosciuto di origine soprannaturale da un'apposita commissione medica e  fu addotto come uno dei due miracoli richiesti per la beatificazione.
I processi canonici, iniziati poco dopo la morte, subirono notevoli ritardi dovuti a contingenze storiche. Clemente XIV dichiarò l'eroicità delle virtù il 14 giugno 1772; Leone XIII, con breve del 1° ottobre 1881, lo beatificò il 22 gennaio 1882, e Giovanni XXIII lo canonizzò il 12 aprile 1959. La sua festa si celebra il 6 gennaio. Benché a scuola avesse imparato a leggere e a scrivere malamente, Carlo fu autore straordinariamente fecondo.   
(Autore: Severino Gori - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Carlo da Sezze, pregate per noi.

 

*Sant’Erminoldo di Prufening - Abate, (6 gennaio)

+ 1121
Monaco dell’abbazia benedettina di Hirsau, Erminoldo venne nominato abate di Prufening dal vescovo Ottone di Bamberga. Morì nel 1121 a causa delle percosse subìte da un suo confratello, contrario al fatto che Erminoldo avesse vietato allo scomunicato Enrico V l’ingresso nel monastero.
I suoi resti furono riesumati nel 1283.
L’Ordine Benedettino lo festeggia il 6 gennaio.
Affidato fin da 'bambino al monastero di Hirsau, divenne un perfetto discepolo dell'abate Guglielmo,
da cui  mutuò specialmente la sua incondizionata fedeltà alla Chiesa e alla regola monastica.
Per la sua virtù e riconosciuta fedeltà agli ideali di Hirsau, fu scelto nel 1106 dal vescovo Gebhard di Spira, allora anche abate di Hirsau, per restaurare l'abbazia di Lorsch, che però dovette abbandonare dopo un anno, morto ormai il vescovo Gebhard.
Nel 1114 fu nominato dal vescovo Otto di Bamberga priore del monastero di Prufening, da lui fondato nel 1109; nel 1117 ne divenne abate.
Nel governo del monastero Erminoldo diede prova di grande pietà e carità verso i poveri e di incrollabile fermezza anche di fronte ai prìncipi.
Il suo rigore, però, provocò lo scontento di alcuni fra i suoi monaci, da uno dei quali venne una volta duramente colpito alla testa; ne morì pochi giorni dopo, il 6 gennaio 1121, all'ora da lui stesso preannunziata.
Fu sepolto nella chiesa del monastero e presso la sua tomba ottennero la guarigione parecchi ammalati. Un primo accenno di culto si trova nella prima metà del sec. XIII; la venerazione al sepolcro perdurò fino alla secolarizzazione del monastero.
(Autore: Alfonso M. Zimmermann – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant’ Erminoldo di Prufening, pregate per noi.


*Beato Federico Prevosto di St-Vaast d'Arras (6 gennaio)

m. 6 gennaio 1020
Terzo figlio del conte di Verdun, Goffredo il Barbuto, e di Matilde, figlia del duca di Sassonia, Ermanno, Federico, alla morte del fratello maggiore, Adalberone II, vescovo di Verdun, ereditò la contea paterna (997), ma, per spirito evangelico, vi rinunziò e partì per la Terra Santa.
Al ritorno, andò a trovare Riccardo, decano della chiesa metropolitana di Verdun e tutti e due decisero di  abbracciare la vita monastica. Presero l'abito benedettino nel monastero di St-Vanne, in Verdun, diretto dall'abate Finger, irlandese.
Alla morte di questo, Riccardo fu eletto abate (1005) e sotto di lui la casa godé di una prosperità spirituale e temporale notevole.
L'austerità più severa regnava in questo monastero da cui doveva partire la riforma detta di St-Vanne.
Primo a trarre profitto da tale riforma fu il monastero di St-Vaast d'Arras, non senza difficoltà, però, da parte di monaci che non volevano accettare il mutamento del loro modo di vivere.
Riccardo, infatti, non ne poté prendere possesso che nel 1008 con l'aiuto del conte di Fiandra, Baldovino IV.
Una colonia di monaci di St-Vanne, di cui faceva parte Federico, vi si andò ad insediare; Riccardo ne fu abate fino al 1012 e nominò suo prevosto Federico che vi morì il 6 gennaio 1020 in fama di santità.
Il suo corpo fu trasportato a St-Vanne.
La festa viene celebrata il giorno della morte.  
(Autore: Pierre Villette – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Federico Prevosto di St-Vaast d'Arras, pregate per noi.


*San Felice di Nantes - Vescovo (6 gennaio)

Martirologio Romano: A Nantes in Bretagna, memoria di San Felice, vescovo, che nel servizio ai suoi concittadini diede testimonianza del suo zelo, costruendo la chiesa cattedrale ed evangelizzando senza sosta le popolazioni rurali.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Felice di Nantes, pregate per noi.


*San Giovanni de Ribera (6 gennaio)

Siviglia, 27 dicembre 1532 - 6 gennaio 1611
Martirologio Romano: A Valencia in Spagna, San Giovanni de Ribera, vescovo, che svolse anche la funziona di viceré e, devoto della santissima Eucaristia e difensore della verità cattolica, educò il popolo con solidi insegnamenti.
In un periodo confuso e drammatico della storia della Chiesa, come fu quello della Riforma Protestante, lo  Spirito Santo suscitò una straordinaria fioritura di Santi, artefici della rinascita spirituale sancita dal Concilio di Trento: San Giovanni de Ribera fu, per la Spagna, uno di questi.
Nacque a Siviglia il 27 dicembre 1532 da illustre e importante famiglia, il padre Pedro era Duca di Alcalà, Vice Re di Catalogna e, per quattordici anni, Vice Re di Napoli; i Ribera si distinguevano per la generosità verso i poveri.  
Destinato alla carriera ecclesiastica, Giovanni ricevette all’età di dodici anni la tonsura.  
Dopo gli studi umanistici, si iscrisse all’Università di Salamanca e, alla cattedra di illustri prelati, conseguì la laurea in teologia.  
Ordinato sacerdote nel 1557, per cinque anni fu insegnante: era in pieno svolgimento il Concilio di Trento.
Nel 1562, con dispensa papale perché aveva solo trent’anni, grazie alla posizione del padre e su interessamento del Re Filippo II, Papa Pio IV lo nominò Vescovo di Badajoz.
Ebbe iniziò così un’instancabile attività pastorale che durerà tutta la vita. Visitò le varie parrocchie della diocesi e convocò un sinodo, secondo l’energico programma del Concilio.
Le sue attenzioni erano anche rivolte ai poveri, destinando in elemosine parte del proprio patrimonio.
Suoi consiglieri erano S. Giovanni d’Avila e Padre Luigi de Granata.
Tanto zelo spinse S. Pio V, nel concistoro del 30 aprile 1568, a promuovere Giovanni de Ribera Patriarca di  Antiochia e, due mesi dopo, Arcivescovo della grande diocesi di Valencia, dove era
ancora vivo il ricordo di S. Tommaso da Villanova.
Il neo-arcivescovo aveva solo trentasei anni.
Valencia, per un lungo periodo in mano araba, fu riconquistata definitivamente dai cristiani nel XIII secolo.
Era però la roccaforte dei moriscos, i discendenti degli arabi solo nominalmente cristiani.
Questi erano mal visti anche perché, essendo loro vietati gli impieghi pubblici, si erano notevolmente arricchiti con le attività commerciali legate alla scoperta del nuovo mondo.
Giovanni trovò dunque una situazione complessa.
Dopo qualche mese fu sul punto di ritirarsi, ma il Papa lo esortò a continuare: guiderà la diocesi per  quarantadue anni e i frutti saranno grandi, soprattutto dopo la sua morte.
Nessun ambito ecclesiale venne trascurato.
Conobbe personalmente tutti i sacerdoti della diocesi, puntando molto sulla loro elevazione teologica e morale, a quei tempi estremamente necessaria. A tale scopo organizzò sette sinodi e scrisse molte lettere pastorali.
Fece undici volte la visita completa di tutte le parrocchie, di cui duecentonovanta rurali, adattandosi alle situazioni più disagiate.
Fu esigente con se stesso imponendosi, di nascosto, molte discipline.
Il suo collaboratore testimoniò che molte volte non riposava neppure di notte.
Uomo di intensa preghiera, era molto devoto dell’Eucaristia e, in suo onore, costruì una bellissima chiesa-monumento, affiancandovi un seminario.
Aprì un collegio per i nobili, dove studiarono i più importanti uomini del tempo, ma era spesso visto catechizzare i bambini nella pubblica piazza.
Provvide ai poveri ma, vista la sua indole modesta, senza alcuna ostentazione.
Ottimo esegeta e studioso della Sacra Scrittura, meritò da Padre De Granata l’appellativo di “perfetta immagine del predicatore evangelico”. Amante delle arti, commissionò alcuni dipinti a El Greco.
Dal 1602 al 1604 venne nominato Vice Re di Valencia e Capitano Generale della Città per contrastare la piaga del brigantaggio.
In quegli anni si cercava di uniformare la società composta da cristiani, giudei e mussulmani, imponendo a questi ultimi la conversione.
Il De Ribera si adoperò a tale scopo, senza però alcun risultato e Filippo III, nel 1609, ne decretò l’espulsione. Fu un errore anche politico ed economico, da valutare, però, con la mentalità di quei tempi.
San Giovanni favorì costantemente le congregazione religiose, il cui ruolo considerava molto importante: sorsero in diocesi ben trentatre conventi.
Ebbe rapporti con molti Santi suoi contemporanei: S. Carlo Borromeo, S. Francesco Borgia, S. Lorenzo da Brindisi, S. Pasquale Baylon, S. Luigi Bertran, S. Teresa di Gesù, S. Pietro d’Alcantara, S. Salvatore da Horta, S. Alfonso Rodriguez, S. Roberto Bellarmino, B. Gaspare de Bono, B. Nicolas Factor, B. Andrean Hibernon, oltre che S. Pio V e S. Giovanni d’Avila.
Morì il 6 gennaio 1611, all’età di settantanove anni, nel Collegio Corpus Christi, e fu seppellito nell’adiacente chiesa monumentale.  
Immediata fu la fama di santità. Iniziò il processo per la sua glorificazione che lo vide dichiarato Beato nel 1796 e poi canonizzato, dal Beato Giovanni XXIII, il 12 giugno 1960.   
Preghiera
O Signore,
che hai reso mirabile San Giovanni de Ribera,
Vescovo e Confessore,
per il suo zelo pastorale
e per il suo amore al Divin Sacramento del Tuo Corpo
e del Tuo Sangue fa, Te ne preghiamo,
che per sua intercessione siamo sempre partecipi
dei frutti della Tua redenzione.
Tu che vivi e regni con Dio Padre,
nell’unità dello Spirito Santo,
per i secoli dei secoli.
Amen.

(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni de Ribera, pregate per noi.

 

*Santi Giuliano e Basilissa - Martiri in Tebaide (6 gennaio)

Giuliano e sua moglie Basilissa vengono ricordati assieme ad altri compagni martiri ad Antinoe.
Secondo la «Passio» greca che ne racconta la vita, Basilissa in giovane età viene persuasa dalla sposo a vivere in castità il matrimonio, per il quale lo stesso Giuliano aveva ricevuto pressioni da parte dei genitori contro il suo desiderio segreto di conservare la verginità.
Seguendo l'esempio del marito, alla morte dei genitori Basilissa fonda un monastero.
È qui, secondo l'antica agiografia, che si inserisce, nella vita dei due santi sposi, la persecuzione di Diocleziano e  Massimiano, fra il secondo e il terzo secolo.
Basilissa e le sue compagne muoiono insieme piuttosto misteriosamente, mentre Giuliano è denunciato al governatore Marciano e imprigionato.
Morirà anche lui martire assieme a un gruppo di anonimi ai quali va aggiunto di certo il neofita Anastasio, convertito al cristianesimo dallo stesso Giuliano in prigione.
Il santo sposo, sembra assieme a venti soldati e sette fratelli, dopo una lunga serie di tormenti, subirà la decapitazione. (Avvenire)
Martirologio Romano: Ad Antinoe nella Tebaide, in Egitto, Santi Giuliano e Basilissa, martiri.
Significato del Nome:  Giuliano, dal latino significa figlio di Giulio, dedicato a Giove o discendente da Giove, secondo altri deriverebbe dal latino con il significato di crespo, lanuginoso.  Basilissa deriva da Basilia e significa sovrana, regale.
La passio greca di questi santi non è stata ancora pubblicata (ne è stato però annunciato uno studio di F. Halkin); per contro hanno visto la luce numerose edizioni della traduzione, o meglio dell'adattamento latino di questa (in recensioni diverse), che permettono di conoscere la loro storia o almeno ciò che gli antichi agiografi hanno scritto a proposito di questi martiri di Antinoe (la lettura Antiochia è certamente da respingere e la confusione, come si è detto, viene probabilmente da una cattiva interpretazione del nome abbreviato Ant.).
Occorre distinguere due parti in questa passio: dapprima la giovinezza di Giuliano e il suo matrimonio.
Egli riceve un'educazione raffinata e, a dire dell'agiografo, nulla gli sfugge del sapere umano. Verso i diciotto anni i suoi genitori vogliono dargli moglie contro il suo desiderio segreto di conservare la verginità.
Egli accetta a condizione, però, di mantenere il suo proposito e ne persuade Basilissa, sua sposa, che consente a vivere con il marito senza consumare il matrimonio.
Questo episodio ritorna nella Vita di altre coppie di Santi: B. de Gaiffier, ad esempio, ha dimostrato che la Vita di  Alessio dipende abbastanza letteralmente da quella di Giuliano e Basilissa.
Si potrà anche avvicinare a questo genere di testi, che hanno per scopo di celebrare la verginità secondo una tendenza encratista - e talvolta in modo poco ortodosso - la passio di Crisanto e Daria.
Dopo la morte dei loro genitori, Giuliano e Basilissa fondano, lui un monastero di uomini e lei uno di donne.
Occorre notare che questa attività tutta spirituale dei due sposi sarà, ad un certo punto, considerata sotto un aspetto caritativo e creerà quella confusione talvolta riscontrata tra la storia dei nostri due Santi e quella di San Giuliano l'Ospedaliere (v.).
A questo punto si scatena la persecuzione di Diocleziano e Massimiano ed entriamo nella seconda parte del racconto agiografico. Basilissa e le sue compagne muoiono insieme piuttosto misteriosamente, mentre Giuliano è denunciato al governatore Marciano e imprigionato.
Riesce però a convertire Celso, figlio di Marciano, ed in seguito Marcianilla, madre di Celso, che sarà battezzata dal prete Antonino.
Tutto questo gruppo al quale bisogna aggiungere il neofita Anastasio ed un certo numero di compagni anonimi (in particolare venti soldati e sette fratelli), dopo una lunga serie di tormenti, subirà la decapitazione.  
Giuliano e Basilissa, come del resto i loro compagni martiri, sono sconosciuti ai calendari copti ed il Sinassario Alessandrino di Michele, vescovo di Atrib e Malig, li ignora completamente.
Per contro il Martirologio Geronimiano li commemora al 6 gennaio e nei sinassari bizantini si trova la loro memoria sia l'8 gennaio sia il 21 giugno.
Occorre notare che nella notizia di quest'ultimo giorno, il nome di Basilissa è portato dalla madre di Celso.
Lo stesso giorno i sinassari menzionano anche Giuliano di Anazarbo e fanno soffrire anche lui sotto il governatore Marciano. Per quanto riguarda il Martirologio Romano (che fa sua la lettura sbagliata: Antiochia), esso segue Adone che aveva trasferito al 9 gennaio la memoria del nostro gruppo commemorato, invece, in Floro, come nel Martirologio Geronimiano, al 6.
Notiamo infine che nel Calendario marmoreo di Napoli (sec. IX) Giuliano e Basilissa sono iscritti da soli al 7 dello stesso mese.
A Costantinopoli, il 5 luglio si commemorava la dedicazione della chiesa di Giuliano e si celebravano in questo santuario le feste dell'8 gennaio e del 21 giugno oltre che la synaxis dei Santi Angeli 1'8 novembre.
(ndr: Il Nuovo Martyrologium Romanum li pone alla data al 6 gennaio, correggendo l’errore “Antiochia” che diventa “Antinoe in Thebaide”).  
(Autore: Joseph-Marie Sauget – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Giuliano e Basilissa, pregate per noi.


*San Guido (Guy) di Auxerre – Vescovo (6 gennaio)

Auxerre, secolo X - † 6 gennaio 961
Etimologia:
Guido = istruito, dall'antico tedesco. Non risulta che abbia avuto nel tempo una festa liturgica, ma alcuni antichissimi documenti gli danno il titolo di  Santo, inoltre la sua immagine posta nella cappella di S. Sebastiano della cattedrale di Auxerre, reca la dicitura “Beato Guido”.
L’intero capitolo XLV dei “Gesta episcoparum” della diocesi francese di Auxerre, è dedicato a lui, come vescovo che esercitò l’episcopato dal 933 al 961. Guido o Guy in lingua francese, nacque nella regione di Sens, il padre si chiamava Bosone e la madre Abigail; ancora fanciullo, venne affidato alla chiesa cattedrale di Santo Stefano di Auxerre, uniche forme di scuole di rilievo dell’epoca, dove apprese la letteratura e le Sacre Scritture.
E rimanendo nell’ambiente ecclesiastico, ricevé la tonsura dal vescovo Erifrido (888-910). Da adulto scelse definitivamente la vita religiosa e fu cappellano e consigliere di corte del re Raoul (923-936) e della regina Emma; in seguito divenne arcidiacono, per quel tempo carica molto importante. Il 21 aprile 933, quando morì il vescovo in carica Gauderico, gli succedette con il consenso del re, della regina, del clero e del popolo.
Dovette combattere, durante il suo episcopato, affinché i signori feudali non si appropriassero dei beni delle chiese; restaurò gli edifici sacri, soprattutto la cattedrale; fece costruire una cappella in onore dei Santi più venerati nella diocesi di Auxerre; riportò la concordia su questioni pendenti con il suo metropolita, l’arcivescovo di Sens.  
Compose degli inni in onore di San Giuliano martire e infine concesse una reliquia di San Ciro alla cattedrale di Nevers. Si disse di lui che “era un pastore che cercava di rendersi utile, piuttosto che comandare”. Morì compianto da tutti il 6 gennaio 961.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Guido di Auxerre, pregate per noi.


*Beato Macario lo Scozzese - Abate (6 gennaio)

+ Würzburg, Germania, 1153
Martirologio Romano: A Würzburg nella Franconia, in Germania, Beato Macario, abate, che per primo in questa città resse il monastero degli Scozzesi.
Divenuto benedettino ancor giovane, venne in Germania dalla Scozia, insieme con i confratelli Cristiano ed   Eugenio, nel 1138 ca. Secondo lo Zimmermann, fu priore del monastero di S. Giacomo a Regensburg e da qui l'abate Dermizio (Dermitius) lo mandò a Wurzburg con undici monaci.
È attestato che il vescovo Embrico (1125-46) consacrò nel 1139 Macario quale primo abate del monastero scozzese di S. Giacomo, da poco fondato in Wurzburg.  

Le fonti ne esaltano l'erudizione, l'esemplare vita ascetica e riportano miracoli da lui compiuti.
Morì nel 1153: l'anniversario della sua morte dovrebbe essere il 6 gennaio (Zimmermann, Torsy), ma lo si celebra soprattutto il 23 genn. (secondo il Torsy ed altri, anche il 24 genn. e il 19 dicembre) nel vescovado di Wurzburg.
Durante il Medioevo, per un lungo periodo, la tomba del Santo fu dimenticata; ma quando, nel 1614, le reliquie furono scoperte e solennemente deposte in un sacrario, nel 1615, Macario divenne oggetto di grande venerazione popolare: lo si invocava soprattutto nelle malattie febbrili. Si racconta che presso la sua tomba siano avvenute ventotto guarigioni miracolose.
Nel 1731 fu fondata in suo onore una «Confraternita di Macario», arricchita di indulgenze, che ha cessato di esistere dopo la seconda guerra mondiale.
Nel 1823 avvenne la traslazione delle reliquie dal monastero, secolarizzato nel 1803, alla cappella della B. Vergine, distrutta nel 1945, e oggi ricostruita.
Nel Breve apostolico del 1734 alla Confraternita ed in altre testimonianze citate da Stamminger, Macario è detto «Santo».  
(Autore: Konrad Kunze – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Macario lo Scozzese, pregate per noi.


*San Nilammone - Anacoreta (6 gennaio)

Era uno dei Santi anacoreti egiziani del IV-V secolo e conduceva «una vita sconosciuta agli uomini» - come racconta un suo antico biografo - in una cella in cui si era chiuso ostruendo l’entrata con delle pietre, preoccupato solo di «onorare e servire il Signore» attraverso la penitenza e la preghiera.
In quegli anni, precisamente nel 403, San Giovanni Crisostomo, patriarca di Costantinopoli, in un raduno di vescovi conosciuto come il Sinodo della Quercia fu deposto dalla sua carica ed esiliato per le mene del suo avversario Teofilo, arcivescovo di Alessandria, ma l’opinione pubblica era così fortemente a suo favore che venne rapidamente ristabilito dall’imperatore Arcadio alla testa della
sua Chiesa; tuttavia, volendo una riabilitazione completa, ottenne che fosse convocato un concilio: a questa notizia Teofilo, preoccupatissimo, si imbarcò di notte insieme ai vescovi e ad altri personaggi che aveva portato con sé, per tornare al più presto in Egitto.  
Lo storico Sozomeno racconta nella Storia ecclesiastica che a causa di una tempesta la nave di Teofilo finì sulla costa presso una città non lontana da Pelusio, chiamata Geres, il cui vescovo era appena morto.  
A succedergli i fedeli avevano eletto Nilammone, noto per le sue virtù «che lo avevano portato al sommo della pratica di vita monastica». Poiché però il santo eremita si rifiutò di ricevere la consacrazione episcopale, l’arcivescovo Teofilo fu pregato di recarsi da lui per convincerlo a sottomettersi alla volontà popolare e, attraverso questa, a quella della Divina Provvidenza.
Nilammone - il cui eremo era nei pressi della città - dapprima non cedette, ma alla fine propose a Teofilo di  aspettare fino al giorno seguente, in modo che egli avesse il tempo di prepararsi a partire.
L’indomani, come convenuto, l’arcivescovo tornò. Prima di aprire la porta della sua cella Nilammone gli chiese di pregare insieme a lui; e mentre Teofilo era inginocchiato in orazione fuori della cella, l’anacoreta cominciò a fare altrettanto all’interno; ma poco dopo rese pacificamente l’anima a Dio, senza che coloro che erano all’esterno se ne accorgessero; soltanto verso la fine della giornata, essendo rimasti senza risposta i ripetuti appelli, fu deciso di liberare dai massi l’entrata della cella. Con generale sorpresa, Nilammone fu trovato morto.
«Chiuso nella propria cella - osserva il biografo - il sant’uomo aveva pregato anche lui il Signore, chiedendogli di toglierlo da questo mondo prima che gli fosse conferito un onore di cui non si riteneva degno, e la sua preghiera fu esaudita». Sozomeno racconta anche che gli abitanti di Geres fecero all’eremita solenni funerali e costruirono sulla sua tomba una chiesa in cui ogni anno ne celebravano la memoria.
«Quando il solitario ama sinceramente il suo ritiro - commentano le Vies des Saints Pères des deserets d’Orient - Dio preferisce fare dei miracoli piuttosto che permettere che lo si forzi a lasciarlo».
(Fonte: Giornale di Brescia)
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*San Pier Tommaso - Patriarca Latino di Costantinopoli (6 gennaio)

Périgod meridionale, Francia, 1305 circa - Famagosta, Cipro, 1366
Martirologio Romano: A Famagosta nell’isola di Cipro, transito di San Pietro Tommaso, vescovo di Costantinopoli, dell’Ordine dei Carmelitani, che svolse la missione di legato del Romano Pontefice in Oriente.
Nacque nel Périgod meridionale (Francia) nel 1305 circa. A vent'anni entrò nell'Ordine del Carmelo.
Esercitò l'ufficio di Procuratore Generale dell'Ordine presso la Curia papale ad Avignone e quello di predicatore apostolico, fu nominato nel 1354 vescovo di Patti e Lipari.
Svolse le funzioni di legato pontificio presso re e imperatori del tempo per consolidare la pace e promuovere l'unione con le Chiese Orientali.
Fu trasferito ad altre sedi: Corone (Peloponneso) anche con l'incarico di legato pontificio in Oriente (1363) ed infine Costantinopoli (1364) come patriarca latino.
I suoi sforzi per l'unità della Chiesa fanno di questo Santo nel secolo XIV un precursore dell'ecumenismo.
Morì in Famagosta (Cipro) nel 1366.
(Autore: Anthony Cilia – Fonte: www.ocarm.org)
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*Santa Raffaella Maria del Sacro Cuore (Rafaela Porras y Aillón) - Fondatrice (6 gennaio)
Pedro Abad (Cordova), 1 marzo 1850 – Roma, 6 gennaio 1925
Martirologio Romano: Sempre a Roma, Santa Raffaella Maria del Sacro Cuore Porras Ayllón, Vergine, che istituì la Congregazione delle Ancelle del Sacratissimo Cuore di Gesù, e, ritenuta insana di mente, portò santamente a termine la sua vita tra le sofferenze e nella penitenza.
La Spagna è una Nazione che da secoli dà alla Chiesa un’abbondante fioritura di Santi e Beati, frutto di una intensa spiritualità cristiana, che la pone come numero di figure sante, forse al secondo se non al primo posto in Europa culla del cristianesimo.
E fra i suoi degni figli si annovera santa Raffaella Maria del Sacro Cuore, al secolo Rafaela Porras y Aillón, che nacque il 1° marzo 1850 a Pedro Abad (Cordova), decima dei tredici figli di Idelfonso Porras e Rafaela Aillón, appartenenti alla agiata borghesia.
A quattro anni perse il padre, pur avendo la possibilità di frequentare la migliore società di Cordova, Cadice e Madrid, non si lasciò attirare dalla vita mondana e a 15 anni si consacrò a Dio facendo il voto di castità.
A diciannove anni perse anche la madre e vincendo l’ostilità dei fratelli, si dedicò con l’unica sorella della numerosa famiglia Dolores, alla pratica della carità, assistendo gli ammalati e aiutando i poveri.
Avendo avvertita in loro la chiamata allo stato religioso, nel febbraio 1874 le due sorelle lasciarono di nascosto il paese e si ritirarono nel monastero di Santa Croce in Cordova, per poter comprendere nel raccoglimento la strada che il Signore voleva indicare loro.
Ci furono varie consultazioni con la Curia vescovile, la quale alla fine chiamò a Cordova le religiose di
Maria Riparatrice da poco stabilite a Siviglia e provenienti dalla Francia; le due sorelle Porras si accollarono le spese per la fondazione in città.
Rafaela e Dolores vestirono l’abito delle religiose il 4 giugno 1874 iniziando così il Noviziato; a loro si unirono altre ragazze di Cordova formando un bel gruppo di 21 novizie.
Ma un anno dopo, le suore francesi ritornarono a Siviglia conducendo con loro quattro novizie; il vescovo di Cordova allora nominò Rafaela Porras superiora delle 16 novizie rimaste.
Si trovò nei due anni successivi a contrastare la stessa Curia diocesana, che intendeva modificare le ‘Regole’ ignaziane da lei adottate, pertanto si ritirò con le altre novizie a Andújar prima e poi a Madrid, dove il 14 aprile 1877 l’arcivescovo madrileno, cardinale Moreno, approvò il nuovo Istituto delle “Ancelle del Sacro Cuore” nome suggerito da lei e non più legato alle suore di Maria Riparatrice, confermando Rafaela Porras come superiora, la quale prese il nome di suor Raffaella Maria del Sacro Cuore di Gesù.
L’8 giugno 1877 le due sorelle emisero i voti temporanei e mentre Dolores ebbe ampia libertà di gestire l’aspetto economico, suor Raffaella Maria si dedicò alla formazione spirituale delle sue figlie, infondendo lo spirito specifico dell’Istituzione, che è quello di riparazione; attuato con l’adorazione continua del Ss. Sacramento e con l’opera di apostolato: Catechesi, case di esercizi, insegnamento, laboratori, ecc.
Nel 1887 ottenne l’approvazione definitiva della Santa Sede, sia della Congregazione che delle Costituzioni; il 4 novembre 1888 la madre generale Raffaella Maria fece la professione perpetua.
Più passavano gli anni, più evidente era la sua intensa spiritualità e l’appassionato amore per Gesù Cristo, fino a giungere negli ultimi suoi anni, alla santa ossessione della “follia della croce”, considerata un dono dell’amore di  Dio.
Già quattro anni dopo l’approvazione, nel 1892, la Congregazione si era consolidata con nove Case di cui una a Roma; anche a lei come a tante altre fondatrici, toccò la sorte dell’incomprensione delle sue assistenti, che avrebbero dovuto aiutarla nel governo della Congregazione; esse la circondarono di un atmosfera di sfiducia che appannava la sua attività, procurando sofferenza alla sua anima nobile e retta.
Madre Raffaella Maria reagì sacrificandosi e immediatamente diede le sue dimissioni; le fu proposto di passare la carica alla sorella e lei accettò umilmente; così il 3 marzo 1893 divenne una semplice suora, aveva 43 anni, ed era nel pieno vigore fisico e intellettivo, ma la sua santità le fece accettare tutto ciò.
Per giunta non le fu assegnato nessun incarico, nemmeno dei più umili e per altri 32 anni visse in profondissima umiltà, obbedendo alle superiore che si avvicendavano, compreso due che avevano provocato la sua emarginazione, pregando per il bene e la diffusione della sua Congregazione e senza nutrire nessun risentimento per quanto le era capitato.
Per otto anni soffrì dolori atroci per una osteo-sinovite alla gamba, a chi cercava di confortarla diceva: “Prendete tutte le cose come se venissero dalla mano di Dio”; ripeteva spesso che si lasciava volentieri ‘squadrare’ per diventare una solida pietra di sostegno dell’Istituto.
Morì santamente il 6 gennaio 1925, nella Casa di Roma dove aveva trascorso gli ultimi anni e dove è sepolta, per ricevere in cielo la ricompensa ampiamente meritata; la sua santità fu così evidente a tutti, che già dopo undici anni dopo la morte, si aprì il processo informativo sulle sue virtù; il 22 novembre 1939 fu introdotta la causa di beatificazione e il 13 maggio 1949, madre Raffaella Maria Porras y Aillón, riceveva da papa Pio XII il titolo di venerabile.
Lo stesso papa la beatificò il 18 maggio 1952; a seguito di un miracolo attribuito alla sua intercessione, ottenuto dalla spagnola signora Encarnación García Gallardo, Papa Paolo VI la proclamò Santa il 13 gennaio 1977 nella Basilica di S. Pietro in Vaticano. La sua festa religiosa è il 6 gennaio.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Raimondo de Blanes - Protomartire Mercedario (6 gennaio)

+ Granada, Spagna, 6 gennaio 1235  
Il cavaliere laico, San Raimondo de Blanes è il primo martire dell’Ordine Mercedario.
Catturato dai terribili invasori mussulmani, per odio della fede cattolica venne incarcerato, percosso e flagellato ed infine decapitato, nella città di Granada nel giorno dell’Epifania del Signore dell’anno 1235.
L’Ordine lo festeggia il 6 gennaio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beata Rita Amada di Gesù (Rita López de Almeida) - Fondatrice (6 gennaio)

Casalmedinho (Viseu), Portogallo, 5 marzo 1848 – 6 gennaio 1913
É vissuta in un periodo storico particolarmente difficile per il Portogallo.
Aspirò alla santità fin dalla giovinezza e cominciò a svolgere un audace apostolato per riportare sulla retta via persone traviate.
Allo stesso tempo insegnava il catechismo in parrocchia.
Dopo anni di discernimento fondò nella povertà il suo primo collegio per le bambine povere ed abbandonate, lavorando così alla promozione umana e cristiana della donna.
Con le sue collaboratrici dette vita alla Congregazione delle Suore di Gesù Maria Giuseppe.
La Serva di Dio e la sua opera attraversarono difficoltà, umiliazioni e persecuzioni. Per assicurare un futuro al suo Istituto inviò alcune suore in Brasile.
Quarta dei cinque figli di Emanuele López e di Giuseppa di Gesù, Rita López de Almeida, nacque a Casalmedinho (Viseu, Portogallo) il 5 marzo 1848; i genitori ebbero molta cura nell’impartirle una buona educazione e formazione.
Crebbe in un ambiente familiare molto religioso e fin da ragazzina, rivelò una speciale devozione per l’Eucaristia, per la Madonna e per San Giuseppe; nel contempo era molto interessata alle vicende che vedevano protagonista papa Pio IX, costretto a fuggire dallo Stato Pontificio.
Da giovane avvertì sempre più forte la chiamata di Dio ad una vita consacrata, maturata nel contatto con le Suore Benedettine del Convento di Gesù di Viseu; ma le condizioni politiche del Portogallo, che negli anni ’30 dell’Ottocento, era in mano alla Massoneria, non erano favorevoli, in quanto furono requisiti i beni ecclesiastici e chiuse tutte le Case religiose, sia maschili che femminili impedendo l’ammissione di nuove novizie.
Pertanto Rita López de Almeida, con l’aiuto del suo confessore, in attesa di tempi migliori per attuare la sua vocazione, prese a dedicarsi alla formazione delle fanciulle, andando per i villaggi
a pregare con la gente, insegnando a recitare il Rosario, avvicinava le persone che non vivevano cristianamente per riportarle sulla retta via; ricevendo anche minacce di morte.
Sentendosi intimamente ‘consacrata’, rifiutò sempre qualsiasi offerta di matrimonio anche di persone ricche. A 29 anni, riuscì ad entrare in una Congregazione di suore di origine francese e per questo tollerate in Portogallo, ma l’esperienza non diede buon esito, quindi lasciò l’Istituto e d’accordo con il gesuita padre Francesco Pereira, entrò in un collegio, per acquisire esperienza pratica per le relazioni burocratiche con le Autorità.
A 32 anni forte di un bagaglio culturale e pratico, uscì dal collegio e vincendo tutte le difficoltà incontrate, riuscì a fondare nella Parrocchia di Ribafeita il 24 settembre 1880, un collegio e l’Istituto delle “Suore di Gesù, Maria e Giuseppe”, con la finalità dell’educazione delle giovani.
Nonostante le avversità delle autorità civili di Viseu, Lamego e Guarda, tendenti a farle chiudere l’Opera, l’Istituzione si estese in breve tempo in altre diocesi portoghesi.
Madre Rita Amata di Gesù, come poi si chiamò prendendo i voti, aprì il primo Noviziato a Tourais sotto la guida dei Gesuiti; l’approvazione pontificia si ebbe il 10 maggio 1902, da parte di papa Leone XIII.
Non mancarono difficoltà di ordine economico e personale, specie nel 1910 quando con l’inizio della Repubblica si scatenò una dura persecuzione contro la Chiesa Cattolica, con l’abolizione degli Istituti Religiosi,  anche Rita si vide confiscati i beni della Comunità e dovette ritirarsi nel suo paese natale.
Riuscendo a mantenere un contatto con alcune delle suore disperse, riprese a fare vita comune in una umile casa e inviando poi alcune suore in Brasile, le quali l’8 dicembre 1912 aprirono un collegio a Igarapava (Ribeiráo Preto), primo nucleo dell’Istituto di Gesù, Maria e Giuseppe, che con successive partenze negli anni seguenti dal Portogallo, si stabilì con numerosa presenza di religiose e novizie brasiliane, così da trasferire nel 1914 la Casa Generalizia a S. Paolo del Brasile.
Nel 1934 un gruppo di suore sbarcò in Portogallo e vi fondarono una provincia religiosa; oggi l’Istituto è presente anche in Angola, Bolivia, Paraguay e Mozambico.
Ma madre Rita Amata di Gesù non poté vedere tutto questo, dopo aver salvato l’Istituzione, trasferendola in Brasile, appena un mese dopo il 6 gennaio 1913, moriva nel suo paese natio Casalmedinho (Viseu); il funerale fu celebrato dal Vicario Generale della Diocesi, come atto di riconoscenza per il dono che Rita era stata per la Chiesa e il mondo.
La Santa Sede concesse il 2 settembre 1991 il nulla osta per l’inizio della causa di beatificazione, che essendosi conclusa, ha portato alla sua proclamazione come Beata il 28 maggio 2006.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Rita Amata di Gesù, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (6 gennaio)
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Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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