Storia del Santuario dalle origini al 1879 - Istituto Aveta

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Storia del Santuario dalle origini al 1879

Il Santuario > Storia del Santuario

Capo I - (Pompei antica e Pompei nuova)
Libro Primo - Presentazione (pag.9)

Sempre assai vivo è il desiderio degli ammiratori ed amici dell’Opera Pompeiana di conoscere a fondo la storia del Cupola che andò demolita nel 1933 per l'ampliamento del Santuario di Pompei, il più celebre di tutta l’Italia ed uno dei più rinomati del mondo.
Più che una storia, come il titolo farebbe pensare, è una raccolta preziosa di notizie disposte cronologicamente per una storia propriamente detta, come lo stesso Bartolo Longo ebbe ripetutamente ad affermare.

Queste pagine vogliono continuare la missione di bene, era questo il voto del Beato Bartolo Longo – come un caldo invito a venire a Pompei, per vedere e credere, come è accaduto a molti, “ad una Provvidenza Divina che qui regola gli eventi del mondo al tutto straordinario e soprannaturale”.
La Valle Antica di Pompei (Pompei antica e Pompei nuova).
Il viaggiatore, che vuole in poche ore visitare il Santuario, innalzato in onore alla Vergine del Rosario su questo pezzo di cielo lanciato in terra, che chiamarono i poeti la zona perivesuviana, si presenti alla stazione di Napoli e chieda un biglietto di andata e ritorno per “Valle di Pompei”, che è la stazione che segue immediatamente a quella di Pompei. (Attualmente, sia per la ferrovia dello Stato come per quella della Circumvesuviana, vi è la stazione di Pompei Scavi e quella di Pompei, già Valle di Ponmpei, e ancora una terza stazionbe della Circumvesuviana, Villa dei Misteri, sulla linea Napoli-Sorrento, che dista dal Santuario 1200 metri).
Egli è già all’aperta spiaggia marina. Lascia a sinistra le ridenti Portici, Resina, l’antica Herculanum ed Oplonto, già sorelle di lutto a Stabia e a Pompei, sopra delle quali giganteggia sempre il Vesuvio con il suo pennacchio altissimo di fumo.
A destra l’occhio si spazia nell’ampio golfo e si affissa in fondo alle montagne di CastellammLa Via Sacra, che porta alla Piazza del Santuario alla Stazione della Ferrovia dello Stato, come si presentava dopo la prima originaria sistemazione.are; poi, girando lo sguardo alle poetiche rive di Sorrento, che ricorda la gloriosa culla del pio cantore di Goffredo, si arresta alla punta di Minerva, che si perde morendo tra l’azzurro del mare ed un celeste vivo dell’orizzonte.
In questo è già passato oltre, avendo a sinistra Torre del Greco, la città del corallo, riedificata dodici voltedai cittadini ritornati pertinacemente da ogni parte sulle sue rovine coperte di lava del Vesuvio, ostinato nemico di animi più ostinati nell’amore del suolo natio. E poi, più oltre, passa per  Torre Annunziata florida di commercio e d’industrie. Ed eccolo pervenuto alla stazione della vetusta Pompei. Ma egli non è ancor giunto alla Valle del Santuario.
Se non che, per quanto il visitatore abbia l’animo al tutto disposto di andare direttamente a venerare in prima la gran Madre di Dio nel suo Tempio monumentale, nondimeno al sentire la voce del conduttore che grida: Pompei! Involontariamente accosta la faccia allo sportello del vagone; e mille idee confuse ed indistinte di antichità di storia, di paganesimo, di rovine, si affollano ad un’ora medesima alla sua mente.
Pompei, nome storico, affascinante, che attira l’animo e gli studi di tutti gli eruditi della terra. Pompei, la splendida fra le vetuste città che vantarono Capua per metropoli. Seneca e Tacito, Floro e Tito Livio la dissero bella e fiorente per sorriso di cielo, per vivezza di commerci e per importanza di comunicazioni. Adagiata su molli pendici posava il capo sulle falde di un monte di fuoco; il seno aveva rinfrescato dalle fontane fluenti dalle pure acque del Sarno, ed ai suoi piedi distendevansi ridenti i giardini e le fertili praterie irrigate da cotesto storico fiume che era pure navigabile.
Quel monte vomitò la fiamma divoratrice; il lapillo piovve a seppellire ogni grandezza; e la cenere, qual lenzuolo funereo, si distese a ricoprire quella immensa ecatombe!
Il viaggiatore non vede che un ammasso di terra e di lapillo, che seppellì un’intera generazione di viventi. E non accorgendosi che il treno si è avviato, vede sulla pendice correre dietro a sé una fila
di muraglie, di case sfondate e dirute, o passare velocemente colonne o ritte o tronche, o schiantate e giacenti, a volte infrante, e ruderi di  pareti variopinte, e più giù l’anfiteatro, un dì spettacolo di umane carneficine.
Egli inconsciamente aggrotta le ciglia: e senza avvedersene, è divenuto cogitabondo e mesto.
Il pensiero si è riportato alla vita ed alle abitazioni di un popolo che è spento. Immagina di vedere larve romane aggirarsi su per quelle cime. E giù di là da quelle pietre, rimaste in piedi dopo diciotto secoli, la fantasia discende alle vie deserte, tra quell’intreccio di vie strette, lunghe, aduste, melanconiche. E il lastrico di pietre non squadrate, e i marciapiedi acciottolati, e le tracce  dei carri sulle pietre, e le case, e le botteghe, e gli edifici, e i vasti templi, pare che aspettino ancora i loro padroni. Le fontane e le statue, i dipinti e le palestre per la gioventù benestante, le tombe, i mosaici, i portici, i teatri, le basiliche, il foro, le terme, l’anfiteatro, fanno  ricordare tutta la romana grandezza.
Ma quei padroni non torneranno più! Tutta quella pagana grandezza finì. Quella grandezza non oltrepassava la tomba, e nulla sapeva dei futuri destini dell’umana specie. Il Foro, i Bagni pubblici, il Tempio di Apollo, il Pantheon, il Tempio di Augusto, i due Teatri, il vasto Anfiteatro sono muti come scheletri di giganti dissotterati. Silenzio diciotto volte secolare grava sopra di essi!
Non sono passati che cinque minuti e il fischio del treno scuote il passeggero e lo avverte che ha lasciato la stazione della Pompei che è morta, e si appressa alla stazione della Pompei che risorge.
La scena è mutata come per incanto. Una bianca statua sul cielo azzurro e poi una cupola elegante appaiono in distanza. Dopo la cupola brillante di luce e variopinta a scacchi bianchi e neri, (L’Autore allude alla copertura della cupola che andò demolita nel 1933 con l’ampliamento del Santuario.
La copertura della cupola attuale è di lamiere e di rame), si affaccia allo sguardo un immenso edificio che si distende al lato del Santuario, ed è l’Orfanotrofio della Vergine di Pompei, e l’Osservatorio meteorologico, e vulcanologico, (L’Osservatorio Meteorologico-Vilcanologico si trasformava in seguito in Osservatorio Geodinamico e Museo Vesuviano, attualmente annessi all’Ospizio Bartolo Longo. Nell’anno 1930 si ripristinava presso l’Orfanotrofio femminile l’Osservatorio Meteorologico), e poi altri edifici minori davanti, e poi, discendendo con l’occhio più in qua, si para dinanzi una via diritta, un viale ornato di duplice fila di acacie e piante ombrellifere, alla cui estremità si innalza un altro grandioso edificio, l’Ospizio per i Figli dei Carcerati. Poco appresso e propriamente al principio del viale s’erge una colonna di marmo, colonna miliaria, (Nel 1928, l’anno in cui Valle di Pompei divenne Comune autonomo prendendo il classico nome di Pompei, la colonna miliaria trovava posto sulla strada principale ai confini di Pompei – Scafati e la dicitura “Via Sacra” veniva sostituita da quella di “Pompei”), su cui si legge: Via sacra; e finalmente si arriva alla stazione di Valle di Pompei.
Posto appena il piede a terra, il suono solenne di una campana giunge all’orecchio.
Quei lenti rintocchi, risonando per la Valle distendono il fremito delle onde sonore fin dentro le deserte vie della muta città, lasciata indietro. Il cuore del cristiano non può reprimere la veemenza dei suoi palpiti a tali impressioni nuove ed inaspettate.
Al lato di una terra di morte gli si è presentata subito una terra di resurrezione e di vita: all’Anfiteatro sporco di sangue, si contrappone un Tempio vivo di fede e di amore, un Tempio sacro alla Vergine Maria: ad una città sepolta nelle sozzure del Gentilesismo, succede una città piena di vita, che attinge la sua origine dalla Civiltà nuova portata dal Cristianesimo: la Nuova Pompei!
Diciannove secoli passati sul silenzio di quei sepolcri sono rotti dall’eco di quei sacri squilli, e la secolare mestizia di questi luoghi è rallegrata da un canto tenero di fanciulle, delle Orfanelle del Rosario, le quali dal recinto dell’arca santa lodano il Signore.
È la civiltà nuova che apertamente si mostra accanto alla civiltà antica; l’arte nuova accanto all’arte antica; il Cristianesimo sorgente di vita di fronte al Paganesimo già tramontato.
Ma questo contrapposto di vita e di morte sullo stesso suolo si fa più evidente, giunti appena sulla piazza del Santuario, dinanzi alla monumentale facciata, opera d’arte, incomparabile per materia e per lavoro, che il secolo decimonono ha trasmesso ai secoli venturi quale Plebiscito del mondo per la
Pace Universale. Varcata la soglia del Santuario rifulge nel suo apogeo la gloria dell’architettura, della scultura e della pittura moderna, italiana, cristiana!
Quei marmi eletti e di perfetto lavoro, per colore e lucentezza impareggiabili; quelle pitture della cupola e dell’abside e della volta maggiore del Santuario, con gli Angeli che incoronano tutta la parte superiore della chiesa; quelle statue di bronzo e di marmo finemente lavorate; tutta quella ricchezza di argento e di oro che fascia l’ampia mole nei fregi smaglianti; quella luce dorata che irradia il trono; quel magistero di arte tutta cristiana nello splendido stile italiano sono voci che gridano eloquenti al cuore  e alla mente di chi ama ed intende la religione e l’arte: - Qui l’arte nuova vince l’antica; la civiltà nuova si sovrappone alla civiltà antica il Cristianesimo qui trionfa sul Paganesimo!
E pure tutto questo movimento di arte e di vita, di civiltà e di religione non era quarant’anni addietro! Tutto questo, che si presenta allo sguardo del visitatore, come una dolce visione, dopo le idee scure di morte e di rovine, non ha che la vita di trentadue anni, cioè dal 1887! (Dal 1887 al 1919, anno in cui si ristampava l’ottava edizione della Storia del Santuario. Anche nella nona ed ultima edizione curata dall’ Autore nel 1923, il computo degli anni – certo per una svista – rimaneva immutato).                     
E qui il visitatore vorrà sapere, come sia avvenuto un così veloce cambiamento, che sembra esagerazione ai lontani e sogno ai presenti.
Per soddisfare questo suo desiderio è mestiere che io mi faccia alquanto dall’alto; che scopra le prime origini di tale fenomeno.
(Autore: Bartolo Longo)


Capo II (Antica Valle di Pompei)
Libro Primo -1- (La Valle inesplorata) (pag.20)

Prima d’incominciare la mia storica narrazione, è conveniente premettere la notizia del luogo dove si sono svolti gli avvenimenti che formano il soggetto di questa storia.
Se l’edificazione di una città e di un tempio monumentale che, eretto in brevissimo tempo, in una aperta ed abbandonata campagna, attira a sé l’animo di tanta parte del mondo, è un fatto straordinario, importa il sapere qual sia stato nel passato e qual è oggi questo luogo che la Provvidenza ha voluto per teatro dei suoi portenti nel secolo nostro; e che la regina degli Angeli ha scelto per impiantare il Trono delle sue misericordie.
Chi dall’Anfiteatro di Pompei, facendo il suo cammino alla volta di Scafati, volge attorno gliPompei. Ricostruzione del giardino della Casa degli Amorini Dorati in periodo fascista occhi per le
circostanti campagne,gode del panorama di una amenissima valle, la quale, posta a mezzodì del Vesuvio, irrigata a destra e a sinistra da due fiumi, cioè dal Sarno e dal Canale di Sarno, e fertile per varie produzioni annuali, siede ridente parecchie miglia d’intorno alle solitarie rovine di Pompei.
Una lunga catena di monti, che sono una diramazione degli Appennini, le fanno da oriente a mezzodì ampia e spaziosa cinta. Sono appunto le montagne che fan siepe alla Valle del Sarno, si prolungano per Amalfi, e sempre compiendo la circolare corona, sovrastano Castellammare di Stabia dal ridosso meridionale, e vanno con lungo sperone a tuffarsi nel mare alla punta di Sorrento o della Campanella.
Incoronata dai suoi monti, bruni la più parte per rigogliosa vegetazione di ulivi e di castagni, quasi folte chiome, lussureggianti di vita per amene borgate che accolgono sulle loro vette o alle pendici, e ricche di acqua salutare dalle copiosi sorgenti; e là, più da lungi, biancheggianti al sole meridiano per le nevi cadute o per i candidi scheggiati massi; questa Valle si stende orgogliosa tra due monti più vicini che le danno nome e rinomanza storica: il vesuvio, cioè a settentrione, che le sta superbo sul capo a guisa di signore, dal suo cratere minaccioso, vestito di ruvida scoria; ed il Gauro a mezzodì, che dalle sue tre vette brune, ammantato di selve fruttifere e di ulivi, la guarda a mezzodì geloso a guisa di sentinella o di protettore.
Disseminata oggi di fattorie, casolari e casini, che si vanno giorno per giorno raggruppando intorno al grandioso Santuario del Rosario, questa contrada, al cominciare dal secolo passato, non contava che poche anime; ed oggi grazie al movimento di arte e di vita, di cui l’origine è il Tempio e le Opere di Beneficenza da noi istituite, raccoglie più che quattromila abitanti. (Nell’ultimo censimento avvenuto nell’anno 1936 Pompei contava 11.112 abitanti: oggi raggiunge la cifra di circa 15.000).
Questa Valle è oggi divenuta famosa, non per le antichità della distrutta città pagana, né per il numero di curiosi visitatori delle cose antiche, sì bene per le meraviglie che qui opera la SS. Vergine per mezzo del suo novello Tempio dedicato al Rosario; e per il concorso di innumerevoli illustri visitatori che da ogni città, da ogni nazione  qui traggono a venerare Colei che siede regina di grazie e di misericordie.
Ma che cosa era un giorno questa Valle che oggi attira tanti affetti e il cuore di milioni di fedeli lontanissimi da Pompei? Qual nome aveva essa nell’antichità? Che cosa rappresentava essa al tempo degli dèi falsi e bugiardi?
Per tanto volgere di secoli, dall’anno settantanove dalla nascita di Cristo, epoca della distruzione di Pompei, fino ad oggi, questa che noi chiamiamo Valle di Pompei, è stata ignota, e, diremo, inesplorata. La notizia di essa non entrava neppure negli studi dei dotti.
Se anche oggi qualcuno dei lettori interrogasse gli eruditi:
- Che cosa fu della campagna, posta ad oriente ed a mezzodì dell’antica Pompei, dopo il settantanove?
Dove andarono i dispersi Pompeiani dopo il giorno dell’eccidio fatale della loro diletta città?
– È una storia oscura, risponderebbero.
In verità, persona al mondo non avrebbe potuto mai immaginare che questa Valle, ignota, oscura, non studiata, avesse avuto veramente questa denominazione anche sin dalla più remota antichità, e che il nome a cui s’intitola oggi, Valle di Pompei, le fosse dovuto propriamente per rigore storico.
Chi mai avrebbe creduto che questo luogo abbandonato, prescelto da Maria come centro dei suoi portenti in pieno secolo decimo nono, avesse potuto avere tanta importanza storica, quanta ne ebbe non solo al tempo in cui l’antica Pompei era nel suo massimo splendore, ma ancora nei tempi di mezzo, dall’undicesimo al diciannovesimo secolo?
Noi, dunque, siamo stati doppiamente avventurati: abbiamo dato inizio, con il nuovo Santuario in onore della regina del Rosario, ad una nuova città in Italia, che senz’altro sarà la Nuova Pompei; e per giunta abbiamo trovato la chiave che ci apre la via di conoscere l’importanza storica di questa Valle prediletta da Maria.
Il modo, onde pervenimmo a scoperta così rilevante, fu semplicissimo.
Era l’anno 1887. Facevamo gli apparecchi per il gran trionfo della Vergine benedetta in questa Valle per il giorno memorando 8 di maggio. In quel giorno sarebbe entrata la prima volta nel Tempio la nostra prodigiosa Immagine del Rosario, dopo che sarebbe stata incoronata nella pubblica piazza: ed in quel giorno avrebbe preso possesso del suo Trono in Pompei, collocata sul primo e maggiore Altare del Santuario.
Per tale faustissimo avvenimento non solo impiantammo sul terreno di nostra proprietà una piccola stazione ferroviaria che intitolammo “stazione di Valle di Pompei”, che servisse per accogliere i visitatori del Santuario; ma aprimmo ancora attraverso i campi della famiglia De Fusco una via che dalla stazione portasse al Santuario, e però la chiamammo “Via Sacra”. Oltre a ciò facemmo anche a nostre spese spianare un campo per aprirvi una grande piazza, in fondo della quale incominciammo a cavar le fondamenta di una casa operaia moderna. Quando ecco, nel cavar le fondamenta, apparvero dei ruderi: procedendo con cautela, apparvero delle stanze antiche, e via via dei monumenti dell’epoca di Pompei. Questi, studiati dal chiaro archeologo Ludovico Pepe, furono cagione che egli dettasse la storia di questa Valle dal primo secolo dell’era volgare fino al presente, corredata e sostenuta da incontrastabili documenti, frugati nelle vecchie pergamene degli archivi diocesani, notarili e delle biblioteche. Noi, dunque, seguendo le rivelazioni fatteci dallo stessi monumenti da noi scoperti, e le studiose e dotte ricerche compiute luminosamente dal chiarissimo Pepe, sia lieti di porgere al lettore della Storia del Santuario di Pompei uno stretto riepilogo di diciotto secoli di storia di questo luogo, sino ad oggi abbandonato e da tutti messo in oblio, ma prescelto dalla Provvidenza a gloria della vergine celeste del Rosario, a risorgimento morale e civile di questo popolo pompeiano, e ad incremento della Fede e della Carità che si andavano spegnendo nel mondo.
2 -  La Valle antica nel Primo Secolo (pag.24)
Che cosa era la Valle di Pompei ai tempi in cui fioriva la pagana città di Pompei? Ciò che oggi chiamiamo “Valle di Pompei” era, nei tempi della vetusta città, chiamato “Campo Pompeiano”.Era intersecato da vie, che da Pompei menavano a Stabia, a Nocera, ed altri luoghi importanti della Valle del Sarno Era ancora attraversata da vie che correvano da questa campagna alla suddetta
città. Per il che insieme all’agricoltura potevano qui prosperare le industrie cittadine, Ville rustiche, opifici e magazzini popolavano la contrada, lussureggiante per vegetazione. Ma quale fu lo stato di questa Valle dopo l’eruzione?
Quando, seppellite sotto la cenere ed il lapillo la città e i dintorni, tutto rimase muto e squallido, un raggio di vitalità apparve nel punto più vicino all’Anfiteatro, nel luogo degli nostri scavi, che trovansi al lato occidentale della gran piazza della Nuova Pompei, da noi aperta. POMPEI SCAVI (NA) | Veduta di Porta Nocera | | Autore: ALFONSO CAROTENUTO
Qui, al di sopra dei monumenti antichi, noi trovammo le tombe di quelli che dopo l’eruzione vi dovettero abitare: trovammo le tombe scavate nella cenere, soprapposte al lapillo eruttato nell’anno 79. E son tombe povere, apparecchiate alla meglio, come fatte da chi si contenta di tutto. Sono tombe pagane. In esse si sono rinvenuti gli unguentarii, le lucerne ai piedi del cadavere, le quali cose tutte noi conserviamo. Le costruzioni, che noi trovammo addossate alle antiche, sono le opere dei superstiti, dei nuovi abitatori della Valle.
Indizio più evidente di questa importante scoperta fu una moneta di rame dell’ Imperatore Diocleziano, da noi trovata in una stanza di fabbrica addossata ad antiche pareti, che rimandavano ad un’epoca molto anteriore alla eruzione. Diocleziano visse al terzo secolo; dunque gli abitanti di questa casa dovettero dimorarvi almeno fino al quarto secolo; poichè del quarto secolo si trovano pure dei monumenti che dicono evidentemente questa Valle era stata abitata. Troviamo ancora questa Valle nel nono secolo menzionata con il nome di Campo Pompeiano, presso il cronista Martino Monaco, il quale nella “Storia della traslazione del corpo di San Bartolomeo da Lipari a Benevento, narra (presso i Borgia) che Sicardo, principe di Benevento, per timore che i Saraceni  tentassero qualche sbarco, si era accampato con l’esercito (anno 838) in “Pompio Campo, qui a Pompeia, urbe Campaniae, nunc deserta, nomen accepit”. Il Campo Pompeiano dunque fu chiamato nel nono secolo col nome della distrutta città di Pompei nella Campania. Ad ogni modo o Valle o Campo, non ha altro aggiunto che da “Pompeia”.  
E forse di qua il vecchio parroco di Valle, D. Giovanni Cirillo, morto nell’anno 1887, tolse la scritta che incise nel suo sigillo parrocchiale col motto: “Parrocchia del Santissimo Salvatore dell’antica terra DI VALLE A POMPEIA, siccome narreremo.
3 - La Valle sacra – I primi cristiani pompeiani (pag.26)
Ancora, potrebbe sorgere qui la curiosità di sapere se tra i primi abitatori di Valle di Pompei vi siano stati dei convertiti alla fede cristiana.
Rendiamo pago tal desiderio, rispondendo che nell’antica e vasta  città distrutta non si è trovata orma pur lieve di Cristianesimo; e che perciò la Valle di Pompei, abitata dai profughi pompeiani idolatri, rimase per più tempo nell’oscurità del Paganesimo. Il raggio della civiltà nuova, che con il Cristianesimo era penetrato in Napoli ed in Roma, e quasi in tutta l’Italia, irrorata dal sangue dei Martiri, e fin dal sangue del Capo degli Apostoli, tardò di molto ad illuminare le menti dei discendenti di quella città, tanto famosa per le sue mollezze e voluttà gentilesche, sulle cui rovine porta ancora impressi i segni della dissolutezza e della depravazione.
Al quarto secolo dobbiamo noi rimontare per trovare le prime vestigie di Cristianesimo in Pompei. (L’affermazione dell’autore conserva oggi ancora tutto il suo valore scientifico. Quantunque, infatti, qualche dotto affermi che nella città di Pompei e nel suo suburbio vi sia stato un nucleo considerevole di primitivi cristiani anteriormente alla catastrofica eruzione pliniana del 79, tuttavia la maggior parte degli studiosi propende per la sentenza dell’Autore, non avendo, a loro giudizio, sufficiente consistenza critica i vari argomenti adottati a sostegno della tesi suaccennata).
È vero che negli scavi di Pompei si è rinvenuta una lucerna con il segno della croce: ma il Padre Garrucci nelle “Questioni Pompeiane”, riconobbe quella lucerna con il segno della croce avere il carattere del quarto secolo; cioè di quegli stessi abitatori che il Fiorelli e tutti gli altri cultori di Archeologia riconoscono del terzo e quarto secolo. Essi abitatori andavano a frugare dentro l’antica Pompei, facendo fori o cunicoli dalla parte superiore delle case, e così vi penetravano dentro e vi toglievano le cose più preziose. Taluno però di costoro, dopo penetrato nei cunicoli, vi restava dentro chiuso e soffocato dalla caduta dei lapilli e delle macerie superiori. E così spiegasi come negli scavi di Pompei si è trovata la lucerna cristiana del quarto secolo.
Neanche noi abbiamo ritrovato nel vasto edifizio da noi scoperto, nella fullonica, vestigio alcuno di Cristianesimo.
Ma certamente quegli stessi Cristiani del quarto secolo, che abitarono questa Valle nel punto da noi scoperto, furono i progenitori di quei Pompeiani che fabbricarono la Chiesa del SS. Salvatore sul fiume Sarno, ad un chilometro di distanza dalla dissepolta “Fullonica”. Quella chiesa  troviamo per la prima volta menzionata dagli scrittori,  propriamente nell’anno 1093.
Quindi, si può con sicurezza asserire che dopo la distruzione di Pompei, un casale venne fabbricato nella Valle sottostante, lungo il fiume Sarno, che a quei tempi era navigabile; il quale casale, dal luogo dove sorse (cioè nella parte più bassa lungo il fiume) si disse Valle. E qui si fabbricò una chiesa in onore del SS. Salvatore. Intorno a quella si aggrupparono gli sparsi abitatori di tutta la Valle, e formarono così una nuova città.  
Secondo i principii della filosofia della storia posti dal Vico, del corso e ricorso delle generazioni e delle epoche diverse, facciam notare al lettore, che come allora s’incominciò la “città di Valle” con edificare una chiesa intorno alla quale si aggrupparono i primi abitatori; così nel nostro secolo intorno alla “chiesa del Rosario” si vanno raccogliendo gli abitatori sparsi della moderna Valle per formare la nuova città.Scavi di Pompei dall'alto
E se di grande importanza, anche civilmente considerato, è oggi il santuario che sorge tra noi, di non minore considerazione fu “la chiesa dei novelli cristiani Pompeiani”.
Argomentasi difatti dal precitato Pepe, che nel 1093 l’antica Chiesa di Valle divenne abbazia, essendo stata donata dal Vescovo di Nola. Sassone, ad Ugone abate dei monaci benedettini di Aversa. Nel 1215 la troviamo nominata nella bolla “In eminenti Apostolicae Sedis” del Sommo Pontefice Innocenzo III. Da quella bolla rivelasi che la circoscrizione dell’Abbazia di Valle si distendeva dal mare al Vesuvio, e sino al Sarno ad oriente. (Questa bolla, data dal Laterano il 18 marzo 1215, anno XIX del pontificato d’Innocenzo III, descrive i confini della diocesi di Nola, tenendo presenti quei già determinati da Alessandro III “1159-1181”, e da celestino III “1191-1198”).
Fu nel 1337 che questa ricchissima chiesa abbaziale di Valle, in Campo Pompeiano, diventò povera e non dotata, quando gli stessi benedettini di Aversa cedettero in permutazione a Bernardo Caracciolo la Chiesa e il Casale di Valle e i beni  propri della chiesa che da quel giorno costituirono il feudo della nobile famiglia Caracciolo di Napoli.
Il Caracciolo si godette i beni, e la chiesa perciò divenne poverissima. Onde i cittadini della Università di Valle, nel secolo XVI, pensarono  di dotarla. Ma da quell’anno rientrò nella giurisdizione del Vescovo di Nola. Da questo fatto di aver dotato la Parrocchia  procedette il diritto agli antichi cittadini di Valle, sin dal 1511, del “patronato”, cioè di presentare al Vescovo di Nola, la nomina del parroco.
Perciò anche oggi la “Parrocchia del Santissimo Salvatore in Valle di Pompei” è una delle solo diciotto parrocchie d’Italia, presso cui è in vigore l’esercizio del diritto di eleggere il proprio parroco a “voce di popolo”! Che Valle singolare è mai questa!
Se non che il Pepe ha le sue buone ragioni per dubitare che sia autentica la bolla di Giulio II, del 1517, con la quale viene accordato per la prima volta codesto diritto popolare di elezione al popolo di Valle. Sospetta che sia apocrifa, dacchè non si è potuto ancora trovare a Roma negli archivi la predetta bolla vaticana, e non si trova pure nei bollari a stampa. Oltre di che, la trova come identica ad un’altra bolla mandata ai cittadini di Bologna. Ma questa cura di rintracciare il vero in ordine a cotal fatto assai importante, noi commettiamo all’autorità diocesana, che è la vigile custode dei diritti ecclesiastici.
4 -  La Valle di Pompei teatro di guerra nel Medio Evo (pag.30)
La terra di Valle è menzionata nel Medio Evo non solo per la sua Chiesa, conforme abbiam visto ma anche per il castello, per il feudo, per il casale con il suo Municipio o l’Università e con i suoi sindaci.
Dai documenti rinvenuti nel Grande Archivio di Napoli, nella Biblioteca Nazionale sempre di Napoli, e nell’importante Archivio della Curia Vescovile di Nola, ove si conservano ancora gli attestati dei parroci nelle sante visite di quel tempo, si fa chiaro che Castello di Valle era assai abitato, ed era munito di un Castello posto innanzi al castello di Scafati. E nella occasione  della storica “congiura dei Baroni”, promossa dal principe di Taranto contro Ferdinando I d’Aragona, questa Valle ebbe un’importanza storica.
Poco lungi di qua, presso la città di Sarno, Ferdinando I venne a battaglia con l’esercito Angioino, forte delle milizie dei baroni congiurati. A Ferdinando toccò la celebre disfatta di Sarno.

Il giorno seguente, come è noto dalla storia, l’esercito Angioino passò a Castellammare di Stabia e attraversò la nostra terra di Valle.
Frattanto avvenne, che, nell’anno 1459, Luigi Caracciolo, il gran feudatario della nostra Valle, parteggiasse anch’egli per i baroni della celebre congiura. Ma Ferdinando protetto dal Papa Pio II, Piccolomini, e coadiuvato dal valoroso condottiero Antonio Piccolomini, nipote del Papa, disfece l’esercito dei baroni; prese il ribelle Luigi Caracciolo, gli perdonò la vita, ma gli tolse il feudo di Valle, che donò al suo fedelissimo Nicola Taraldo.
Nel 1515 il feudo di Valle dai Taraldo fu venduto a Giacomo de’ Bucchis, dal quale passò ad Alfonso Piccolomini discendente del guerriero Antonio.
Nel 1593 Alfonso Piccolomini comprò tutto il feudo di Valle, cioè il Castello, le case, il palazzo della Università, gli uomini, i vassalli, e tutti i diritti feudatari; onde più tardi ebbe il titolo di Principe di Valle.
Per cosifatte nobili sorti la nostra Valle fu nel 1647 elevata a Principato. (I Piccolomini l’hanno tenuta sino ai principi del nostro secolo, cioè fino al 1813, nel quale anno la nobile famiglia si estinse, e poi passò ai De Fusco).
5 –  Distruzione dell’antico casale di Valle nel decimosettimo secolo (pag.31)
Ma quando, e come venne distrutta l’antica “Terra di Valle?”
Il Principe di Valle, Alfonso Piccolomoni, per trarre l’acqua del Sarno a muovere i propri mulini che erano a Scafati e a Torre, fece costruire delle enormi palizzate e dighe lunghissime, che in breve produssero lo straripamento del fiume. Onde non solo venne impedita la navigazione, ma impaludandosi le acque straripate, e divenute stagnanti con esalazioni pestifere, l’aria divenne micidiale e tutte le popolazioni del Sarno, di Nocera, diScafati, di Striano, di S. Pietro, di S. Valentino, di Angri ed altri luoghi. Una enorme palizzata, la più micidiale, una diga di palmi 950, era presso la chiesa del SS. Salvatore; e, dal luogo dove era, veniva detta del Salvatore.
Quindi, gli abitatori andarono da quel giorno decrescendo, parte per mortalità, e parte per l’emigrare che facevano. Invano litigarono ed ottennero favorevoli sentenze i poveri Comuni danneggiati, perché i Principi di Valle, con l’ordinario sopruso baronale, si facevano superiori alla legge.
Con tale decrescenza di cittadini si andava sempre più assottigliando il numero dei fuochi nella Università di Valle, fino a che  la terribile e famosa peste del 1656 non mietè le ultime vittime, lasciando intatte solo tre famiglie che sopravvivono ancora.
Ma il completo abbandono del Casale di Valle è da porre nel 1659. Dopo tre anni, cioè nel 1662, l’antica Parrocchia fu ridotta a beneficio semplice per decreto del Vescovo di Nola nell’atto  di S. Visita di quell’anno. Ma quel Vescovo Monsignor Conzaga, forse perché così ispirato dal cielo, oppose a quel decreto di Santa Visita il seguente memoriale:
“Che ove i cittadini di Valle, in futuro, pervenissero al numero di QUINDICI, dovesse reintegrarsi questa Chiesa con la cura delle anime”.
Quella clausola, che sembra di lieve momento, racchiudeva il germe del risorgimento di una spenta città, la moderna “Valle di Pompei”.
(Autore: Bartolo Longo)


Capo III (La Valle smembrata)

Libro Primo (pag.33)
Gli abitatori dunque, che non furono spenti dal miasma deleterio o dalla peste, ne andarono lontani. Molte famiglie si dispersero nella moderna campagna di Valle, e fabbricarono nuove case lontane dal fiume, lungo le vie di Ottaiano e di Napoli, traendo vantaggio del materiale delle costruzioni demolite nell’antico casale.
Altre famiglie andarono ad avere convivenza con le popolazioni delle terre vicine, cioè di Torre Annunziata e di Boscoreale (città poste nella provincia di Napoli) e di Scafati, che fa parte della provincia di Salerno.
È questa la ragione, per cui si trova parte della terra di Valle aggregata a Scafati, e parte a Torre Annunziata, e parte a Boscoreale; e, per la giurisdizione ecclesiastica, ad una terza provincia, qual è Terra di Lavoro, dove trovasi il Vescovado di Nola. Ma ciò avvenne soltanto dopo la distruzione della Università e della Parrocchia di Valle.
Difatti, dall’undicesimo al sedicesimo secolo, in cui troviamo tante volte nominata la Terra di Valle, in tutti i documenti non vediamo ricordato mai il Casale, se non con il semplice nome di Valle, senz’altra aggiunta.
E la ragione storica è evidentissima. Innanzi di Torre Annunziata e di Boscoreale, prima ancora che Scafati fosse, Valle era casale a sé, autonomo con il suo Feudo, con il suo Castello, con il suo Municipio o Università, con i suoi sindaci, con i suoi parroci.
Il casale di Valle era popolato, dice lo storico Giustiniani, ed aveva entità tutta propria. Il territorio, entro cui la Chiesa aveva giurisdizione spirituale, era vasto quanto quello in cui hanno giurisdizione le parrocchie di Torre Annunziata e di Boscoreale sorte da non molto tempo.
È chiaro, dunque, che nella seconda metà del secolo decimo settimo, quando l’aria malsana apportò la distruzione del casale, parte di quella landa venne compresa nella provincia di Salerno, e parte rimase come era nella provincia di Napoli.
Ma nel 1740, poi che venne distrutto il fabbricato dell’antica Parrocchia del SS. Salvatore di Valle presso il fiume, i pochi abitatori della Nuova Valle con il parroco e con il Vescovo di Nola che ne ottenne conveniente decreto dalla Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, ricostruirono la nuova Parrocchia del SS. Salvatore della Terra della Valle, nel tenimento di Boscoreale in Provincia di Napoli nel luogo detto Fossa di Valle, oggi appartenente a Torre Annunziata. E da quell’anno possiamo determinare l’inizio di un’altra epoca, che è quella della moderna Valle di Pompei.
2 – Il nome della moderna Valle (pag.34)
Posta in chiaro la distinzione e la indipendenza del feudo di Valle da quello dei vicini comuni nonché l’autonomia della Parrocchia di Valle, la quale viene ricostruita in territorio della provincia di Napoli passiamo ora a provare quanto naturalmente e convenevolmente noi abbiamo apposito il titolo di Pompei alla Valle circostante alle antiche rovine.
Trovasi, per la testimonianza del citato cronista Martino Monaco nel nono secolo, che nei tempi più vicini alla distruzione di Pompei, quando ancora durava nella memoria degli uomini il nome e la notizia del posto dell’antica città, la Valle, che si distendeva ai piedi di quella era additata con il nome di Campo Pompeiano. E non poteva essere altrimenti. Era il nome celebre di Pompei che imponeva l’aggiunto di Pompeiano al campo sottoposto, e non vi era altro luogo abitato che avesse potuto usurparne il nome.
Poi, tra il nono e il decimo secolo, dalla memoria degli uomini sparì affatto la notizia del sito della città di Pompei. E quando nell’undicesimo secolo qui sorse una chiesa dedicata al Salvatore, e intorno alla chiesa un Casale, questo appellarono Valle, dalla valle in cui era sorto, presso il fiume Sarno, e fu la denominazione surrogata a quella di Pompei e di Campo Pompeiano.
Si voleva un aggiunto alla parola Valle? Per quel tempo non richiedevasi, perché il Casale di Valle era per sé importante ed autonomo: né ancora vi erano né Scafati, né Torre Annunziata, né Boscoreale. Ma se avessero voluto dare alla Valle una nota distinta, l’avrebbero certamente continuata a chiamare Valle di Pompei; qualora avessero saputo delle antiche rovine che erano quasi sotto i loro piedi.
«È evidente (conclude qui il sopracitato Pepe) che ove fosse stato noto il sito di Pompei, il Casale sottoposto e confinante all’antica celebrata città, sarebbe stato detto senza dubbio Valle di Pompei, così come Campo Pompeiano abbiamo veduto essere stata detta la stessa Valle nell’883».
Ma la vera e distinta nota della Valle viene a noi offerta e dalla storia e dalla chiesa parrocchiale qui eretta, ed ai documenti pubblici che la raffermano.
E di vero: tolta la cura delle anime, l’antica chiesa del salvatore a Valle che era posta presso il moderno Real Polverificio, oggi Istituto sperimentale per la coltivazione dei tabacchi, rimase in piedi fino al 1740. In quell’anno venne demolita e riedificata un chilometro lontano, rimpetto all’antica taverna del Principe di Valle, ora podere del Conte De Fusco, nel luogo detto “Fossa di Valle”, in provincia di Napoli. Questo luogo segna il confine fra le due provincie, poiché la “Taverna di Valle” del Conte De Fusco è compresa nel territorio di Scafati, in provincia di Salerno; e la Parrocchia del SS. Salvatore di Valle, di ricontro, nel territorio di Torre Annunziata, in provincia di Napoli.
Per tali ragionevoli motivi il primo Parroco di questa moderna Valle, D. Giovanni Cirillo, che era istruito alle antiche origini della sua Parrocchia, ed aveva letto importanti documenti ed iscrizioni antiche, riteneva, come si disse innanzi, ed usava sempre in tutti gli atti e sulle carte e sui registri parrocchiali un sigillo in cui aveva fatto incidere: Parrocchia del SS. Salvatore della antica terra di Valle a Pompei. E di queste carte, con questo motto, ne è piena la Valle, perché tutti i presenti cittadini ne conservano, quali come atti di nascita ed attestati di battesimo, e quali come fedi di matrimonio e di morte e simiglianti.
Oggi, dopo due secoli dalla distruzione del Casale e della Parrocchia di Valle, rinascono e Parrocchia e Casale. La Parrocchia, che riviveva sin dal 1840, riprendeva, insieme con il suo antico titolo di Parrocchia del SS. Salvatore di Valle, anche una parte del suo territorio, che era diviso ai tre Comuni di due provincie. Il Casale di Valle che incominciava a risorgere l’8 maggio del 1887, nel giorno dell’incoronazione della Vergine del Rosario, con il suo Santuario mondiale, con le sue officine di arti, con i suoi Istituti di beneficenza, con i suoi asili d’infanzia, con il suo Orfanotrofio femminile, con il suo Ospizio Educativo per i Figli dei Carcerati, con le poste, con i telegrafi, con la stazione propria dei Reali Carabinieri, con le scuole, con le case operaie, con la propria stazione ferroviaria che s’intitola di Valle di Pompei, con le sue Sezioni per lo Stato Civile, non doveva riprendere anch’esso in questo luogo storico l’antica denominazione?
Questa parrocchia che si ripristina, questo Comune che rinasce, come dovevamo chiamarlo la prima volta che scrivevamo la Storia di questo Santuario? Come lo chiamerebbe il lettore?
Per distinguerlo da altri luoghi e città d’Italia che hanno il nome di Valle, gli demmo un aggiunto tutto storico. Si trova posto nel mezzo del cammino fra Scafati e Torre Annunziata, dappresso alle celebri rovine di Pompei, non ignote, ma da oltre un secolo riconosciute, scoperte. Chi sarà quel cittadino o quella autorità politica o ecclesiastica che non si sentirà naturalmente indotto ad opporre l’aggiunto di Pompei alla voce Valle? Questo era l’antico Campo Pompeiano; questa deve essere la Valle di Pompei. E se Pompei le è d’accanto, e se noi abbiamo scoperti quei monumenti a Pompei, tombe, vie, officine antiche presso il Santuario, che sarebbe colui che saprebbe nominare questa Valle altrimenti che !Valle di Pompei”?
E così la nominammo noi fin dal primo giorno che ponemmo piede.
Ormai la denominazione di Valle di Pompei è già stabilita. Il Parroco Giovanni Cirillo, morto nel 1887 fu il primo che chiamò la sua Parrocchia Valle di Pompei. Poi così la intitolammo noi nel fondare il celebre Santuario del Rosario, intorno a cui una nuova generazione si raggruppa. Poi cos’ l’ha chiamata il Regio Governo e l’Amministrazione delle Poste e dei Telegrafi; così la Società delle Strade Ferrate; la Direzione Generale degli Scavi del Regno e l’Accademia dei Licei; il Catasto fondiario di Scafati; i Notai di Napoli, di Castellammare, di Boscoreale e di Scafati nei loro pubblici atti; poi il Vescovo di Nola nel domandare alla Santa Sede i privilegi per il nuovo Santuario; poi il Sommo Pontefice Leone XIII nei suoi Brevi e nei suoi Rescritti a pro del Santuario del SS. Rosario; quindi tutti i dotti componenti la Società Meteorologica Italiana ed estera nel distinguere dagli altri l’Osservatorio meteorico-geodinamico vulcanologico di Valle di Pompei; e finalmente tutto il mondo che tra la meraviglia e la fede guarda questo luogo, e non con altro nome se non “Valle di Pompei”.
3 – La Parrocchia e la Taverna di Valle (pag.38)
Condotti a questo punto dalle nostre storiche indagini, dobbiamo per poco fermarci ancora qui, alla Parrocchia di Valle ed alla Taverna così detta di Valle, perché sopra questa poca terra si svolgono tutti gli straordinari avvenimenti che stiamo per narrare.
Distrutto l’antico casale, e demolita nel 1740 l’antica chiesa del Salvatore di Valle presso il fiume, col materiale della distrutta chiesa e col denaro di una campana dell’antico campanile di Valle, venduta in Boscoreale per ducati centocinquanta, fu fabbricata una nuova chiesa parrocchiale ad un chilometro di distanza, e propriamente nel luogo detto “Fossa di Valle”, di contro alla notissima “Taverna di Valle” di proprietà del Conte De Fusco.
Poi sul principio di questo secolo, cioè nel 1840, essendo gli abitatori di questa Valle giunti al numero di oltre trecento, convenne a Mons. Pasca, allora vescovo di Nola, di porre ad effetto il nominato memoriale di Monsignor Conzaga del 1662, il quale, ricordiamolo al lettore, diceva: “Che ove i cittadini di Valle, in futuro, pervenissero al numero di quindici, dovesse reintegrarsi questa Chiesa con la cura delle anime”. E Mons. Pasca, udito che qualcuno in questa Valle si moriva abbandonato e senza Sacramenti, ottenne, con decreto del re Ferdinando II, quell’anno medesimo 1840, la reintegrazione di questa Parrocchia con cura di anime.
Di fatto due anni dopo, nel 1842, venne nominato a “voce di popolo”, secondo l’avito diritto, il Parroco in persona del sacerdote Giovanni Cirillo di Boscoreale con centosessantuno voti.
Quest’uomo, che è stato il primo parroco della moderna Valle, entra come protagonista in questo racconto.
Passiamo ora a dare un rapido sguardo alla Taverna di Valle, che è stata causa occasionale degli avvenimenti che in questo Santuario si van man mano svolgendo.
Un umile ricovero per i viandanti era la Taverna di Valle, posta sulla via provinciale che da Napoli mena a Salerno, e nel punto in cui s’incrociano le due vie Napoli-Salerno e Vallo-Ottaiano, sull’estremo confine della Provincia di Salerno e rimpetto la nuova Parrocchia del SS. Salvatore di Valle.
Questa Taverna è per la prima volta menzionata nell’anno 1695. (Grande Archivio, Processo N. 1051 Piccolomini e Vallo Patrimonio).
Con istrumento del 19 febbraio 1815, per Notar Tommaso Marra di Napoli, la Taverna detta di Valle fu ceduta ed assegnata al Principe di Valle, Francesco Pignatelli.
Nel 23 novembre 1815 il Principe Pignatelli la vendette al Sig. Gabriele Prete a sua volta la vendé al Conte Francesco De Fusco di Lettere con istrumento del notaio Luigi Mazzola di Napoli.
Il Conte De Fusco nel 1844 fabbricò un secondo appartamento sulle cinque stanze esistenti, ed aggiunse a quel terreno la limitrofa masseria di moggia cinquantaquattro, comprandola da Don Diego Genoino di Napoli, Conte Palatino.
Il figlio, erede del Conte Francesco De Fusco, a nome Albezio, acquistati altri terreni attigui, morendo nel 1864, lasciava erede la moglie Contessa Marianna De Fusco nata Farnararo di Monopoli in provincia di Bari. E costei è oggi la nostra compagna e la coadiutrice ad un tempo nell’Opera che la Provvidenza ci ha affidata.
Premessi questi rapidi accenni, che compendiano diciotto secoli di Storia di questa Valle fino a pochi anni or sono ignorata ed inesplorata, ed oggi famosa per i prodigi della celeste Regina delle Vittorie; accingiamoci a narrare le origini di questo augusto Santuario, che è divenuto in così breve tempo la “Metropoli del Rosario del Mondo”.
4 – La Valle scelta da Maria per diffondere le sue grazie (pag.41)
La moderna Valle, dunque, ha per centro la Parrocchia del SS. Salvatore di Valle e la menzionata Taverna di Valle. Su questa piccola terra, ripetiamo, si svolgono gli straordinari avvenimenti: onde fermiamo l’attenzione del lettore.
Non è così facile descrivere l’abbandono in cui vivevano i poveri abitatori di questa Valle negli anni addietro; pur tuttavia tentiamo di farlo.
Ci si permetta perciò di citare alcuni fatti particolari, che varranno a dimostrare al vivo lo stato in cui si trovavano questi poveri contadini.
Conoscemmo nel 1874 un povero vecchio, il quale non più atto al lavoro per lunga età andava la notte rintanandosi in qualche forno, o rannicchiavasi in qualche mangiatoia che per buona ventura avesse potuto trovare. E per riscaldare le membra irrigidite dal rigore notturno ponevasi a giacere su qualche mucchio di legname stallico. Finalmente, una notte si ricoverò in un pagliaio, a cui non si sa come si appiccò il fuoco, ed il povero vecchio fu trovato il mattino seguente arso dalle fiamme tra un mucchio di paglia fumante. Nessuno prese indagini di quell’infelice poiché in quel tempo non vi erano neppure Carabinieri in Pompei.
Ancora, visitammo una povera vecchia di Pompei, dell’età presso ad ottant’anni, e la vedemmo giacersi abbandonata su di un povero letto senza assistenza dei suoi parenti, perché anch’essi avevano da zappare per vivere e per alimentare i propri animali. Alla parete dove era poggiato il capezzale del suo letto non si vedeva alcuna immagine, neppure quella dell’amico dei poveri e dei tribolati, il Crocifisso! Sovente nel recarle qualche ristoro di cibo, ci studiavamo di confortarla, ma il più delle volte non capivamo le sue parole stranamente brontolate, ed ella non interpretava le nostre, perché di pronuncia a lei estranea. Così la poverina languendo si avvicinava al sepolcro; finché un giorno la trovammo morta. Né alcuno ebbe memoria di quella povera donna!
Di più, nel medesimo tugurio sotto cui stavano insieme la vacca, l’asino ed il maiale, non poche famiglie passavano la vita, giacendo sullo stesso sudicio strame a dormire il padre, la madre e i figliuoli e le figliuole alla rinfusa. Né sorgeva pure in tanta miseria il pensiero di poter ricorrere a qualche autorità, a qualche Congregazione di Carità, giacché di autorità ivi non era neppur l’idea ed il concetto, e molto meno di beneficenza pubblica del Comune.
Ma a qual Comune, a quale beneficenza sarebbe stato agevole rivolgersi? Se questa Valle era, ed è ancora dopo tanto volgere di avvenimenti meravigliosi e grandi, smembrata in tanti comuni e tante province, e questi contadini ogni anno col mutar di casa o di podere mutano e patria e cielo e comune e provincia e sindaco e pretore e tribunali? Ma, perché questi infelici vivono cos’ derelitti?
Per lungo studio che abbiamo speso sopra questi fatti, a noi pare aver trovato la ragione di tanto abbandono.
La ragione sta nella irregolare circoscrizione territoriale. Infatti questa poca terra di Valle fa parte di tre municipi; cioè di quello di Scafati, di quello di Torre Annunziata e di quello di Boscoreale; e si appartiene a tre province: vale a dire, per il civile, a quella di Napoli e a quella di Salerno, e per la parte ecclesiastica a Nola, che sta nella provincia di Caserta. Quindi essendo essa il limite estremo di tre comuni e di tre province, era naturale una certa dimenticanza da parte dei comuni e delle province. (Con il divenire nel 1928 Valle di Pompei comune autonomo, tutto il suo territorio di 12 Km,² passava sotto la provincia di Napoli, e nel 1935, ad opera di S. Ecc. Mons. Rossi, quasi tutto il territorio del Comune passava sotto la giurisdizione spirituale della Prelatura Nillius di Pompei).
Anche oggi che scriviamo, in pieno anno 1919, (la data rimase tale anche nella successiva ultima edizione del 1923 curata dall’Autore) sono tali e tanti gli inconvenienti per siffatta irregolare suddivisione, che i poveri abitatori ne risentono grave danno.
Così, per citarne qualcuno, non solo l’acqua del fiume Sarno per la irrigazione dei fondi, ma tutta la piena delle acque piovane e della melma che scende dal Vesuvio e da Boscoreale passano lungo la via comunale, senza alcun riparo; e quel che è più indecente, dinanzi alla Chiesa parrocchiale! E questa via, che è il transito unico per le derrate di Valle che si vendono al mercato di Castellammare, appartiene a tre comuni diversi, Boscoreale, Scafati e Torre Annunziata!
Da ciò avviene sovente che la via, impraticabile per la piena delle acque, produce fossi e avvallamenti, onde traballano i carri e le vettovaglie e talvolta ribaltano con danno e pericolo continuo anche della vita di questi poveri contadini. E molte volte il SS. Viatico non può essere apprestato ai moribondi, perché la via dovrebbe passarsi a guado come un torrente…
Oltre di che, il diritto e la giustizia civile e la pubblica sicurezza soffrono non pochi ostacoli nella loro attuazione.
Questi poveri contadini se mutano il fitto d’un podere, a un metro o a due di lontananza, non sanno a qual Ricevitore, a qual Pretore, a qual Ufficio Pubblico rivolgersi per i contatti, per le citazioni, per i congedi; perché alla distanza di due o tre metri mutano Municipio e Provincia. Sicchè ieri dovettero per una causa, per un congedo, per un affitto ricorrere al Pretore di Torre Annunziata; al Tribunale di Napoli, oggi che han tolto a pigione una casuccia dirimpetto o allato all’antica abitazione, debbono ricorrere al tribunale di Salerno, alla Pretura di Angri, al Municipio di Scafati!
Somigliantemente per i soprusi e per le contravvenzioni e per i furti che possono accadere lungo il corso pubblico e nella Stazione ferroviaria e nella piazza del Santuario, i carabinieri di Pompei, che erano fino a ieri più vicini alla Stazione di Valle di Pompei ed alle case operaie ed alla Via Sacra ed all’albergo Sole, non potevano accedervi. Per qualunque atto bisognava ricorrere al Procuratore del re di Salerno, alla Pretura di Angri, ai Carabinieri di Scafati. Ma questi, essendo più lontani dal centro di questa Valle, non si vedevano quasi mai comparire qui. E se pure vi si trovavano, non potevano esercitare la vigilanza né sul Santuario, né sugli asili, sull’Orfanotrofio, sugli operai della legatoria, della tipografia, né ai casini dei signori villeggianti, e via via, perché questi edifici sono al lato destro della via provinciale, che appartiene alla provincia di Napoli.
Quindi un forestiero che soffriva una indegna soverchieria da un cocchiere o da un furfante in mezzo alla provinciale, o presso la Chiesa, o presso la Ferrovia,, o nella piazza della Nuova Pompei, o presso la Parrocchia, non sapeva proprio a chi rivolgersi per avere giustizia o per essere soccorso. Si rivolgevano a noi. Manco male che avevamo ottenuto, e che tuttora abbiamo, sì dal Prefetto di Salerno come dal Prefetto di Napoli, la licenza di avere due guardie particolari con l’ufficio della Sicurezza Pubblica per tutelare tanto il Santuario, quanto i visitatori che pervengono alla nostra Stazione di Valle di Pompei.
Ora, ci affrettiamo ad aggiungere che non si avranno più a deplorare simili inconvenienti, grazie alla nuova Caserma dei Reali Carabinieri inauguratasi il giorno 19 marzo dell’anno 1895; e della nuovissima Caserma delle Guardie di Città, che ottenemmo dal Prefetto di Napoli, Comm. Cavasola, nell’anno 1900.
Non basta. Quando gli abitatori di questa Valle volevano contrarre matrimonio, o avevano bisogno di una fede di povertà o di una fede ecclesiastica, dovevano ricorrere ad una terza provincia, in Terra di Lavoro, a Nola! E quante volte ciò non potevano eseguire! Ed in fatto: nei primi anni, parecchi contadini per schivare il fastidio della lunga via e le spese per gli atti di Stato Civile nel loro matrimonio, andavano soltanto alla loro Parrocchia a contrarre il matrimonio religioso, senza darsi pensiero al mondo delle future conseguenze civili. (Vedi Statistica del Municipio di Scafati, presentata alla Prefettura di Salerno, Anno II, 1873, pag. 50).
Di più: noi fummo testimoni di un arresto fatto dai Carabinieri ad un giovane ventenne come renitente di leva di Boscoreale, mentre in realtà non era tale: egli non era stato mai segnato negli atti di nascita dello Stato Civile, perché i suoi genitori, che erano due antichi nostri coloni, non avevano mai curato di contrarre il matrimonio civile.
Per tali ragioni il Pretore di Angri si vide nella necessità di nominare una commissione che curasse di sposare civilmente gli abitatori di questa Valle, che erano sposati soltanto innanzi al Parroco: e, per sollecitarli anche a sposare civilmente, rinfrancavali delle spese degli atti civili.
I fatti fin qui addotti sono bastevoli a rintracciare il vero motivo, onde questa povera gente viveva sino ad ieri totalmente sconfortata. Ma oggi le loro condizioni sono ben differenti: poiché fin dal 1897 fu istituita una Sezione Municipale per la frazione di Valle che fa parte del Comune di Scafati, con assessore delegato in persona del Conte Francesco De Fusco; e nel 1900 è pure sorta la Sezione Municipale per la parte che appartiene a Torre Annunziata, e le funzioni di sindaco sono affidate all’egregio Cavaliere Vincenzo De Fusco, fratello del Conte.
5 – Le streghe nella Valle (pag.47)
E qual’era la Religione di questi, diremmo nomadi abitatori della moderna Valle?
Insieme con la Religione era frammista la più grossa superstizione; i pregiudizi e le false credenze tenevano luogo delle massime evangeliche. Ricorrevano senza ritegno alcuno alle stregonerie che essi chiamavano fatture, e si andava appresso agli stregoni o ai fattucchieri che le compiono.
Un giorno (nel 1878) io medesimo volli vedere un vitello che si cresceva da un nostro colono.
-Voglio vedere il giovenco, - gli dissi.
Quegli guardò attorno, e poi con un tono irrisoluto, o barbugliando le parole: - Signore, non posso trarlo fuori dalla stalla. – E perché? – Per i mali occhi!... Se io lo cavo fuori, e gli altri coloni lo veggono, e dicono: che bel giovenco!... io sono rovinato! – Ma via, fammelo vedere, - soggiunsi io sorridendo. – Allora io debbo fare la contro-iettatura.
E così dicendo, prese un pugno di terra, lo gettò prima sulla groppa del vitello e poi sul collo: quindi prese l’anello del fuso della sua vecchia madre e la ciambella d’osso dei bambini lattanti, e ne infilò le corna nella bestia. E con queste superstiziose precauzioni potei vedere il vitello.
Furono inutili tutti i miei sforzi a togliergli dalla testa questi pregiudizi. Se qualcuno soffriva di dolori, o si fratturava le braccia, ecco chiamar la donna “mediatrice”, la quale gli faceva sopra il braccio o del ventre alcuni segni di croce mentre borbottava misteriose parole. Sicché senza le parole della pitonessa, non cessavano i dolori, né guarivano le infermità.
Di medici e di medicine non faceva punto bisogno. Ad ogni grave infermità si chiamava il Parroco, quel vecchio che fu il primo Parroco, il quale per tutti i mali aveva una panacea generale, comune, infallibile: quattro, otto, dodici sanguisughe, ed il male o il malanno dovevano finite per forza.
I mali leggeri si curavano con l’andare a piedi fino a Torre Annunziata, e là in riva al mare farsi una solenne bevuta d’acqua marina.
Voleva qualcuno vendicarsi di un torto ricevuto, di un fitto di un podere tolto altrui? – Si andava a Cava dei Tirreni a ritrovare una donna che faceva pubblica professione di “maliarda”. Cinque lire in mano ad essa, e la malìa era adempiuta contro il nemico.
“Signore, - mi disse un giorno uno dei nostri capi fittaiuoli, che vive ancora: - Io sono stato presso a morire per un male misterioso al capo. Era una fattura fattami da un altro colono che voleva subentrare nel fitto del fondo da me tenuto. E riusciva all’intento: io a poco a poco lentamente mi consumavo la vita. Ma, andando a Cava dei Tirreni, e avendo pagato lire cinque alla strega, mi assicurò che volando per aria aveva già trovato il soggetto della fattura; e me la consegnò. Era un gomitolo tutto trapuntato di spilli! Quel gomitolo rappresentava il mio capo, quegli spilli i dolori acerbi che mi davano la morte!...
Si credeva che i fanciulli rachitici diventassero tali per maleficio delle streghe. Ancora si ricorreva ad esse se avveniva qualche furto, per conoscere il ladro.
Ed oggi tuttavia si crede, che chi nasce la notte di Natale dovrà diventare o strega o licantropo, cioè lupo mannaro.
Non aggiungo altri fatti, come potrei, per non apparir menzognero, giusta la sentenza del divino Poeta:
“Sempre a quel ver che ha faccia di menzogna, Dee l’uom chiudere le labbra quanto puote, però che senza colpa fa vergogna”.
6 – La Valle e i masnadieri (pag.49)
Venne a compiere tanto squallore l’epoca del brigantaggio.
È ancora fresca la memoria di una banda capitanata dal famigerato Pilone, il temuto masnadiero, il
quale scorazzava fin dal 1862 per le campagne di Pompei, allontanando non solo tutti i possidenti, ma anche i viandanti che erano costretti di passarvi. E quelli che dovevano passare per necessità, vi passavano di mal cuore e circospetti e con l’animo trepidante. Nel Periodico “Il Rosario e la Nuova Pompei” pubblicammo nel quaderno di febbraio del 1888 la relazione fatta dal Maggiore del 64° Fanteria Brigata Cuneo, Conte Ghirelli, allora Comandante, che aveva scaglionato le sue truppe in Pompei per reprimere il brigantaggio capitanato da Pilone.
Pilone era così coraggioso ed audace, che arrischiavasi di andare anche per le vie di Napoli in pieno giorno: onde una volta, mentre passava per la Via Foria, presso l’Orto Botanico, fu riconosciuto da alcune Guardie di Pubblica Sicurezza; e dopo fiera colluttazione venne ad essere ucciso.
Aggiungi, peggiore del brigandaggio, la infestazione dei malandrini e dei ladroni di strada, che si ponevano in agguato nei ripostigli dell’Anfiteatro e nel luogo detto “Lapillo”, ove erano dei fossati per i lapilli cavati, presso la Provinciale, poco distante dalla Parrocchia di Valle.
Si ricordano ancora il ricatto del Marchese Avitabile, Direttore Generale del Banco di Napoli, e la rapina fatta al procaccio governativo assaltato in pieno giorno, e l’assassinio dell’infelice giovane Tortora, carrettiere, il cui nome avremo occasione di ripetere nel corso di questa storia.
Seguì l’epoca della repressione del brigantaggio e della fucilazione delle persone sospette, che pose queste campagne in maggior terrore. Nessuno attraversava questa Valle senza paura: ed il viandante da lontano la guardava come luogo da temere e da fuggire.
Negli “Annali del regno di Napoli” alla parola Valle di Pompei si legge l’aggiunto: “luogo pericolosissimo per infami ladroni”.
La moderna Valle di Pompei, dunque, solitaria, triste, temuta, fuggita da gente civile, ben poteva chiamarsi, come noi l’abbiamo definita innanzi, “La Valle sconsolata”.
(Autore: Bartolo Longo)


 
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