Storia del Santuario dalle origini al 1879 - Istituto Aveta

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Storia del Santuario dalle origini al 1879

Il Santuario > Storia del Santuario

Capo I - (In Napoli) "Le prime grazie"
Libro Quarto (pag. 107)
Per riprendere il filo storico degli avvenimenti straordinari, che renderanno sempre memorabile il 1876 come primo anno della fondazione del Santuario di Pompei, dobbiamo ritornare ai primi mesi di quell’anno medesimo.
Mentre che in Valle nella prima metà del febbraio del 1876 davamo opera a fondare la Società del SS. Rosario tra poveri contadini, ed erigere temporaneamente un altare alla Vergine per l’acquisto delle Indulgenze, in Napoli era accaduto un fatto così meraviglioso, che per la sua novità andò nel corso di pochi giorni per le bocche di molti, e giunse perfino agli orecchi dell’E.mo Cardinale, che era allora Sisto Riario Sforza.
Il rapido passare di bocca in bocca dell’evento fu cagione che in breve tempo si facesse largo la novella, che presso le rovine di Pompei si aveva in animo d’innalzare un Tempio al vero Dio.
Il fatto era veramente da stupire: trattavasi nientedimeno di un prodigio, e si notava con precisione il luogo ove dicevasi essere avvenuto: nel palazzo segnato con il numero 62 in via Tribunali.
Ma il più strano era che il soprannaturale fosse intervenuto in quella casa dal giorno in cui fu fatta una certa promessa di concorrere ad una non so qual chiesa, che forse sarebbe eretta in Pompei chi sa dopo quanti anni!
Chi lo attestava era non solamente una famiglia probatissima in Napoli, quella dei Signori Lucarelli, ma anche altre famiglie che abitavano nel medesimo palazzo, e principalmente la Signora Anna Maria Lucarelli, donna di esimie virtù, letterata ed artista, modello di anime cristianamente civili.
Così fatto avvenimento, che siamo per narrare, fu il primo evidente segnale del Cielo, con il quale mostrò assai di buon’ora a tutti i fedeli Napoletani quanto la Vergine Celeste gradisse la costruzione di una chiesa a lei dedicata sulla terra posseduta lungamente da Satana. Fu la prima grazia che la Regina delle Vittorie largiva ai devoti del suo futuro tempio.
Nel porla sotto gli occhi del lettore non ci dilungheremo punto dall’attestato scritto dalla mentovata Signora Anna Maria Lucarelli, ed annunziato sui pergami di quella grande città.
Clorinda Lucarelli di Napoli, gentile fanciulla sui dodici anni, orfana di ambo i genitori, era dall’Agosto del 1874 fortemente travagliata da orribili convulsioni epilettiche. Nonostante i rimedi dell’arte salutare, per nulla trascurati, il male imperversò tanto da recare a tutti di casa afflizione e sconforto.
L’amatissima zia di costei, Signora Anna Maria Lucarelli, che teneva luogo di tenera madre alla vessata orfanella, volle consultare un altro dei primari Professori della città, l’illustre Comm. Antonio Cardarelli. Questi raffermò l’opinione di altri medici insigni, cioè quelle convulsioni di natura epilettica. Prescrisse non pertanto una cura; e, dolente, pronunziò l’acerba sentenza di non poterle dare sicura speranza di guarigione.
A tale triste annunzio ella tace, si scolora e piega rassegnata la fronte.
Ma il primo di Maggio dell’anno 1875, la devota Signora volle condurre la fanciulla alla chiesa di San Nicola Tolentino, dove si venera la prodigiosa immagine della SS. Immacolata di Lourdes, affinché la Madre di Dio la salvasse dall’insidioso morbo di che era afflitta. Le fa bere di quell’acqua miracolosa, l’ascrive al pio monte della SS. Vergine, e focosamente prega per la bramata guarigione. Quindi torna a casa con l’animo ripieno di fiducia e di speranza.
Ma il Signore nei suoi altissimi fini riserbava ad altro tempo e a ben diverso consiglio la manifestazione della onnipotenza di sua Madre.
Clorinda andò sempre peggiorando. Le convulsioni l’assalivano con maggior frequenza ed intensità; si succedevano ogni tre o quattro giorni, e non di rado quotidianamente e con replicati assalti.
Si tentò il mutamento di aria. Con tutto ciò per ben sei mesi l’inferma perdurò cos’ com’era senza che l’aria della campagna e le medicine adoperate valessero al più lieve miglioramento. Anzi la fanciulla, annoiata dall’uso inutile dei medicinali, senza altri saputa, sul finire di Novembre del 1875 lasciò ogni cura.
L’affettuosa zia stanca così ed oltremodo sconfortata ed isvigorita in nuove speranze, dopo tanti voti pronunziati, faceva un ultimo e ardito disegno, quello di mandare la piccola e amata inferma, insieme con una Figlia della Carità, in Francia, a bagnarsi nelle acque prodigiose del Santuario di Lourdes, fidando così di rivederla sanata. Ma, come allontanare dal suo fianco la poverina che richiedeva continua assistenza?
Imperocché non solo di giorno, ma anche di notte, tornavano gli assalti improvvisi del fiero male, che sovente la stramazzavano al suolo con cadute mortali, spesso sanguinose, sempre con la bava alla bocca e fiero dibattere della gentile persona, e con pericolo continuo della vita.
Correva il giorno della Purificazione del 1876. Nelle ore dopo mezzogiorno Clorinda sfuggì un tratto al vigile occhio della zia. Questa, quasi presaga di maggiore sventura, trepidante andò in traccia di
lei; e. orribile a pensarlo! La trovò, presso il pozzo, con il capo pendente entro la secchia piena d’acqua; in preda a violento accesso convulsivo con il pericolo di affogarsi, e, peggio, di precipitare nel pozzo.
Il giorno seguente, 3 di febbraio, la povera fanciulla fu cruciata quanto mai non era stata innanzi. Dal mattino alla sera le convulsioni furono così violente e replicate, che la resero come insensata, incapace di conoscere le persone di famiglia.
Era la buona zia in uno stato di desolazione impossibile a descrivere, quando in quel giorno medesimo, 3 di febbraio, capitò in quella casa la Contessa De Fusco, la quale per via di discorso entrò a parlare di una chiesa che sorgerebbe in Valle di Pompei, da dedicarsi alla Vergine del Rosario: E la venne informando di alcuni fatti ben singolari con i quali il Signore iniziava questa opera santa.
Le narrò come fra pochi giorni si sarebbe eretta altresì in Pompei la Fratellanza del Rosario, e come verrebbe esposta la prima volta una immagine del Rosario su di un Altare per attirare l’animo dei poveri contadini all’amore della celeste Corona; e le spiegò l’abbandono e l’ignoranza in cui erano quei poveri agricoltori.
A quel racconto l’afflitta Anna Maria Lucarelli, scossa allora da una fede e da una speranza che da tempo più non sentiva somigliante, scrisse il suo nome nel libretto che la Contessa le porgeva, e – Contessa, - sclamò: - se la Vergine del Rosario, di cui sono devotissima, mi farà la grazia di guarire questa mia nipote, io sono qui per Lei. Andrò io stessa per le case di Napoli a questuare per la novella chiesa di Pompei. Ecco ora la mia offerta, non di un soldo, ma di dieci soldi al mese; e pago l’intera annata di Lire sei come caparra della offerta che io farò ricevendo la grazia.
E la Regina delle Rose celesti, che vedeva maturo il tempo per le novelli manifestazioni della sua potenza al mondo, o forse, come nelle nozze di Cana, aveva con le sue valide preci impetrato dal suo Figliuolo l’anticipazione dell’ora dei suoi prodigi sulla terra dei morti Pagani, guardò dal Cielo quella pia con l’occhio di Madre. E dal giorno in cui la sua Immagine venne esposta alla venerazione del popolo Pompeiano, da quel memorabile giorno, 13 Febbraio 1876, che in Pompei venne eretta la Confraternita del Rosario, Clorinda fu del tutto risanata.
Questa narrazione è tolta dall’attestato che scrisse di proprio pugno la stessa ragguardevole Signora Anna Maria Lucarelli con data del 3 Aprile 1876, e fu letta dal Padre Carlo Rossi della Compagnia di Gesù nel mese di Maggio di quell’anno, 1876 nella Parrocchia di Montesanto, e dal Padre Giuseppe Altavilla della medesima Compagnia nella Parrocchia di S. Domenico Soriano il 24 Maggio di quello stesso anno; e annunziata dal Padre Gabriele De Felice, Teatini, nella chiesa di S. Paolo Maggiore in Napoli; e finalmente venne pubblicata dal Periodico “I GIGLI A MARIA”, Quaderno IX, 15 Giugno 1876.
Due valorosi Professori, Signori Marzio Castronuovo e Salvatore Farina, i quali assistettero la Clorinda, furono pronti a testificare lo stato grave della giovanetta, l’inutilità delle medicine da essi apprestate ed il rapido insperato passaggio alla guarigione. Questa non trovò veruno appoggio sui rimedi suggeriti dalla Scienza, anzi opponendosi a tutte le vedute della Scienza medesima, sforza per logica deduzione l’intelletto dei medici ad ammettere in essa un intervento soprannaturale. E questo solo si voleva dalla Scienza, e si ottenne, come chiaro appare dai certificati che trascriviamo.
1° «Attesto io qui sottoscritto, Dottore in medicina e chirurgia, qualmente la fanciulla signorina Clorinda Lucarelli fin dal mese di Agosto 1874 cominciò a soffrire non dubbii parossismi di epilessia centrale, i quali si son ripetuti a più o meno brevi periodi fino al giorno 3 febbraio dell’anno 1876, dalla quale epoca, fino al sottosegnato giorno, non più si sono presentati. Non si può intanto omettere di notar che la diagnosi della sunnominata malattia non fu soltanto da me dichiarata, ma fu benanche stabilita in consulto con il signor Comm. Professore Antonio de Martino, e confermata dal signor Professore Cardarelli, con i quali fu firmato e prescritto il più energico trattamento curativo farmaceutico di conserva al trattamento igienico, come aria campestre, vittitazione scelta, ecc.; ma ad onta di tutti siffatti potenti mezzi medicinali, i menzionati parosismi epilettici avvenivano frequenti ed intensi lungo il tempo soprassegnato, e specialmente negli ultimi mesi nella loro predetta ripetizione. – Per la verità rilascio il presente».
Napoli, 18 maggio 1876
Marzio Castronuovo
2° «Si certifica da me sottoscritto Professore curante, che la signorina Clorinda Lucarelli fu Professore Domenico, di circa anni dodici, era stata da più anni affetta da convulsioni epilettiche, le quali senza assegnabile cagione e ad onta delle più svariate cure proseguivano a molestarla più volte, così di giorno come di notte, fino a circa quattro mesi or sono. Quando improvvisamente, senza adoperare umani rimedi di sorta, è passata dallo stato estremamente convulsivo allo stato di perfetta sanità, quale gode tuttavia con ammirazione di tutti.
Tanto da me si certifica sul proprio onore e sulla propria coscienza, pronto a confermarlo con giuramento».
Napoli, a’ 4 giugno 1876 - Salvatore Prof. Farina
(Autore: Bartolo Longo)


*Capo II - (La nobiltà napoletana)
Libro Quarto (pag.114)
In quei giorni avvenne che la Contessa De Fusco per le vie di Napoli incontrò la SignoSua Eminenza il Cardinale Riario Sforzara Lucarelli, che accompagnava le due sue nipoti Laura e Clorinda, e questa perfettamente sana.
La zia della fanciulla al primo vederla, lacrimante per  consolazione, narrò all’attonita Contessa l’inaspettato prodigio, ed, - Eccomi, - ripeté inebriata di gioia: - io per due anni sono andata in giro per le chiese di Napoli ad impetrar preghiere pubbliche per il risanamento della mia Clorinda. Ora
ritornerò per le medesime chiese acciocché si facciano ringraziamenti al Signore per l’ottenuta grazia e si attribuisca alla intercessione della Vergine del Rosario che vuole in Pompei una chiesa. In questo momento vo a narrare l’accaduto a   Sua Eminenza il Cardinale Riario Sforza, a cui tante volte sono ricorsa piangendo a raccontare il triste mio caso.
Quale festa facemmo noi quando, tornati a casa, sapemmo dalla Contessa la fausta notizia, può il lettore da sé immaginare.
Ma poi che andò giù il primo impeto di gioia, il ripensare all’accaduto produsse nell’animo nostro un effetto così gagliardo, che ci fece attoniti e stupefatti. – Ma sarebbe egli possibile? La Madonna gradire tanto quest’Opera così meschinamente incominciata!... E poi, fare un prodigio! E perché?... per una rustica chiesa a poveri contadini!... Dunque pare che gradisca il buon volere. Se è così la cosa, l’opera andrà bene innanzi. Forse la Madonna vuole che incominciamo subito questa chiesa? E subito la incominceremo.
Tutte queste considerazioni mentre da un lato spiravano all’animo un raggio di conforto, dall’altro ci confondevano, perché, pur volendo far molto in poco tempo, non sapevamo il modo come si potesse andare innanzi alacremente. – Una sola via sarebbe più sicura e corta, - dicevamo tra noi. – Se l’aristocrazia napoletana, che è ricca assai e devota, ponesse affetto a questa novella Opera, oh sì la cosa andrebbe fatta da sé!
Ma come penetrare in quelle case dove non entrano che i solo titolati, presentati da altri titolati?
È vero che già avevamo associate le Signore Fonton, la nobile e pia Duchessa di Casamassima, la Duchessa di Messanella, la Signorina Francesca De Dominicis, l’amica della Signora Irbicella, la Duchessa di Montagnareale, la Signorina Raffaella Piria, la Duchessa di Capracotta, ed altre della pia unione di Caterina Volpicelli; ma la nobiltà napoletana è così numerosa ed estesa!...
Animati nondimeno da quella forza interna che procede dalla fede nel soprannaturale, ci ponemmo in cammino per le vie di Napoli, con il proposito di trovare persone che si associassero per un soldo al mese all’Opera che il Cielo con i miracoli già mostrava apertamente di gradire.
La pia Duchessa Mirelli veniva allora dalla santa adunanza della Volpicelli. La Contessa, come l’ebbe veduta la invitò subito a rendersi Zelatrice della novella Opera di Pompei, e la pregò di indicarle famiglie di altri Signori, cui poter domandare l’offerta di un soldo al mese. – Volete voi avere molti buoni indirizzi di persone nobili e ricche napoletane? – rispose la Duchessa Mirelli: - Rivolgetevi alla Marchesa Filiasi di Somma che voi già conoscete. Sua madre la Principessa del Colle, è quella che ha propagato in Napoli i “Quindici Sabati del Rosario”. Quella Marchesa è davvero una donna santa, ricca, imparentata con l’alto ceto napoletano; e per giunta, è inchinevole a costruire chiese. Da quella in fuori, non saprei indicarvi altri che vi fosse angelo e guida.
Questo consiglio ci parve raggio di sole che dilegua il buio; e senz’altro ci dirigemmo al palazzo della Marchesa Filiasi.
Torna dolce, dopo quarantacinque anni ricordare le parole di un dialogo che ebbe luogo in quel giorno, donde procedé un gran fatto: cioè che l’aristocrazia napoletana fosse, tra tutte le condizioni sociali, la prima a promuovere e a sostenere l’Opera che Dio voleva nella terra di Pompei.
La piissima dama, adunque, ci accolse con una gentile e benevole familiarità, come ci conoscesse da tempo. Ma quando udì il nostro disegno, fu franca a dire la sua opinione. – Voi avete tolto sopra di voi un’impresa assai malagevole, - osservò. – Sono tante le Opere in Napoli!... e bellissime Opere, le quali si sostengono a stento, perché tutte si poggiano sulle stesse persone. Or come volete voi alle tante aggiungere un’altra, nientedimeno di edificare una chiesa!... in una campagna!... lontana dalla città di Napoli!... Debbo dirvi francamente che con difficoltà ci riuscirete. Dopo aver io speso oltre
a cinquanta mila lire per fabbricare una chiesa in Foggia, essa è rimasta ancora sospesa. E poi, io so l’indole dei meridionali:  prendono le nuove opere con molto fervore, e poi si stancano per la molteplicità di esse e per l’avvenimento di novelle imprese. Voi forse da principio farete qualcosa, ma poi tutto si raffredderà. – Marchesa, - rispondemmo noi, - queste medesime difficoltà abbiamo esposte al nostro santo Vescovo di Nola. Ma sapete che ci ha risposto? “Voi siete egoisti: pensate soltanto a voi e al tempo vostro. Le chiese non si fanno in una generazione. San Pietro in Roma e S. Pietro in Pietroburgo furono compiute dopo tre secoli. Voi avete il merito d’incominciare; gli altri, dopo cinquant’anni e più, avranno il merito di finire”.
La Marchesa era veramente buona, sollevò le spalle, e soggiunse: - Per tenervi contenti, ed acciocché anch’io abbia il merito, vi do la mia firma. Però voi non concluderete nulla con un soldo al mese; almeno le signore dovrebbero associarsi per dieci soldi al mese. Io per dare l’esempio mi sottoscrivo per mezza lira.
Quindi fece iscrivere la Marchesina sua nuora, il proprio figliuolo, Marchese Luigi Filiasi, la sua governante tedesca ed altre persone di famiglia.
Prima di separarci, essa si voltò a noi: - Però, un consiglio vi do. In questa Opera che si fa a soldi, e durerà chi sa quanti anni, non chiamate nessun architetto, altrimenti la spesa del solo architetto assorbirà metà del capitale. Lo  Padre Ludovico da Casoriaso per prova. Dopo aver io speso per il convento e per la chiesa del  P. Ludovico da Casoria sul Tondo di Capodimonte molte migliaia di lire, tutto è sospeso, e, che è peggio, il povero P. Ludovico è in causa con l’architetto, che pretende i suoi diritti. – Marchesa mia, e chi vorrà chiamare architetti? – risposi io sorridendo. – E poi, essendo una chiesa per contadini, in una campagna abbandonata, non vi è bisogno di architetti: faremo tutto da noi. Ho pensato: con il mio muratore andremo in una città vicina a vedere qualche chiesa, piglieremo con lo spago le misure, e così getteremo le fondamenta.
Detto ciò, essa consegnò a noi molti biglietti da visita, indicandoci i nomi e gli indirizzi di molti suoi nobili parenti ed amici, a cui poterci presentare in suo nome. E ci fece accompagnare dal proprio cameriere per essere introdotti nella casa del Conte di Gigliano, della Marchesa di Rende, del Duca di Bivona, della Principessa di Torella, della Duchessa di Angri, ove nominammo zelatrice Miss Iosephine Anastasio, della Duchessa di Eboli, della Duchessa di Gallo, della Marchesa Ruffo, della Marchesa Calenda, della Marchesa di Guidomandri e di altre.
E così, per mezzo di queste nobili dame fummo introdotti in altre illustri famiglie; siccome per mezzo dell’ottimo Duca di Capracotta, con cui stringemmo fraterna amicizia, avemmo la ventura di conoscere le pie e nobili persone del Duca di Paganica, del Conte de la Tour, della Contessa Mayo, della Marchesa Piscitelli, del Duca di S. Vito, della Marchesa di Salandra, della Contessa di Balsorano, della Marchesa d’Ayla Valva, la cui nipote Signorina Maria d’Ayala prese il dolce carico di zelatrice della Madonna di Pompei.
Nello stesso tempo, per altre vie al tutto provvidenziali, avemmo la ventura di iscrivere alla incipiente chiesa di Pompei la Duchessa di Laurenzana, la Contessa Gaetani di Laurenzana, la Marchesa Bonelli, la Marchesa di Sant’Eramo, la Principessa Pignone del Carretto, e quella signorina inglese Miss Mackleod, istitutrice della Signorina Amelia Colonna figliuola del Principe Colonna di Strigliano, che ora è la Duchessa Torlonia di Roma.
Per esattezza storica, però, ho da confessare che non tutta l’aristocrazia napoletana ci aprì le porte e ci fece oneste e liete accoglienze: anzi talvolta, dopo essere tornati due o tre volte a
scendere e salire le marmoree scale, ci convenne sopportare qualche amara disillusione. Nondimeno, io sento il dovere di ringraziare in generale il patriziato napoletano, perché sovrabbondò di fiducia e di carità in un’Opera che allora era affatto oscura, promossa da uomini oscuri, e di oscuri ed incerti risultati.
Ed ecco come, certo per consiglio divino, la nobiltà napoletana venne eletta dalla Regina del Cielo a concorrere ai ptimordi del Santuario di Pompei.
Non spetta a noi scrutare le vie della Provvidenza: ma rifulge oggi, dopo quarantacinque anni, al nostro intelletto un fatto, che costituisce una nota tutta propria di questo Santuario. Forse da codesto ordinamento divino procedè, che fin dal cominciamento delle feste annuali nella Valle di Pompei, non intervenendo il popolino napoletano, il quale è buono assai e di gran cuore e generoso, ma per sua indole chiassoso e festaiuolo, si serbasse sempre, anche in tutte le feste più solenni, quel contegno nobile e grave che si addice al culto divino; e che siffatto religioso contegno, aborrente dal chiasso e dalle rumorose feste,  passasse poi, per forza di esempio, di abitudine e di educazione a questo popolo ed agli altri circostanti. Onde avviene che, nonostante l’affollarsi di tanta gente, si osserva sempre in questo Santuario un religioso silenzio, il silenzio della adorazione e della intima preghiera del cuore.
(Autore: Bartolo Longo)


*Capo III - (Le prime punture)
Libro Quarto (pag.120)

Un nostro pregevole amico, Professor Giuseppe Bonis, Arciprete di Vallecorsa, ha scritto a modo di romanzo le prime avventure che ci occorsero nell’incominciare quest’Opera di Dio in Pompei; e intitolò quel libro “SPINE E ROSE POMPEIANE”. Con siffatto titolo egli alludeva ad una massima, che costantemente si svolge nell’opera santa ed incivilitrice di Maria in questa Valle: cioè a dire, “non vi è trionfo senza lotta, come non vi è rosa senza le sue spine”. Questo medesimo principio ci sarà presente nel tessere la storia del Santuario, nella quale troverà la  sua costante affermazione. Già nella introduzione chiaramente lo significammo pronunziando questa verità:
“Non vi è trionfo del Santuario di Pompei senza avversità, né gloria che non sia stata preceduta da umiliazione. Le nostre grandi consolazioni sono state precedute costantemente da grandi amarezze; ma in tutte le ardue prove siamo stati sorretti ed avvalorati dalla benigna mano della Signora di questa valle, che s’intitola Regina delle Vittorie”.
Ciò premesso, facciamoci incontro alle prime amarezze.
Vennero i primi di Marzo di quell’anno 1876. Io, che avevo scorto nel corso di un sol mese suscitarsi la buona  voglia e l’adesione in parecchie nobili famiglie di Napoli, e la Madonna dal Cielo concorre sensibilmente ad affermare i nostri primi passi con una grazia segnalatissima già divulgata in quella
città; ero impaziente di cominciare la edificazione di questa chiesa, verso la quale mi sentivo incitato da interno stimolo, che non mi dava più né tregua né quiete. – Quando io avrò cominciato ad innalzare le mura del Tempio di Pompei, - pensavo in cuor mio, - non vi sarà persona che si asterrà dal porgermi la mano.
Veramente allora, nell’ardenza del desiderio, nessun ostacolo mi pareva insormontabile; e nella ignoranza in cui ero di imprese di simil genere, credevo certamente che il demonio, il quale suole mettere in campo tutte le sue mali arti per opporsi alle opere di Dio, non avrebbe potuto vincere l’ardore dell’animo e la fermezza dei miei propositi. Ma assai presto, anzi fin dal cominciare, ebbi ad avvedermi, per tristi prove, quale energia spiegasse Satana per impedire che fosse elevato il Tempio al suo nemico, Gesù Cristo; e qual potere esercitasse sulla terra di Pompei, dove da secoli aveva avuto pacifica ed incontrastata signoria.
Vedremo quali fastidi e quali contrarietà facesse sorgere il demonio fin dal principio, e quali amarezze ci procurasse da sconfortarci sin dal cominciamento dell’impresa.
(Molti, forse anche quelli che si dicono Cattolici, che ascoltano la Messa, e che attendono ad altre pratiche esteriori di culto, faranno in meraviglie al leggere come io così apertamente attribuisca al demonio una parte  attiva e diretta nelle operazioni dell'uomo. Pur nondimeno debbono sapere la Bibbia, la Teologia e la Storia Ecclesiastica  ci ammaestrano assai chiaramente come gli Angeli rei distornino l’uomo dal bene operare; e come gli Spiriti nefarii, per opporsi alle buone intraprese degli uomini che si fan guidare docilmente dalle ispirazioni dei Santi Angeli, si raccolgano insieme, e facciano dei disegni orribili, mettendo a calcolo il tempo, l’indole e le tendenze naturali della persona che vogliono oppugnare, la condizione, l’età, e così gli tendono insidie e gli apparecchiano agguati molto prima di dargli un assalto violento per vincerlo e sottoporlo al loro dominio.
A taluni, i quali, per sistema di vita o di studi, non ammettono così facilmente l’intervento del soprannaturale nella vita umana, sembrerà fantastica e sogno di mente leggere la nostra teoria. Ma a questi naturalisti, che non credono al soprannaturale né al fuori Naturale, qual sarebbe l’intervento degli Angeli buoni o rei, e che deridono la scienza mistica come roba del medio evo, e le visioni e le apparizioni degli Angeli buoni o rei tengono in conto di fantasie o effetto di isterismo, dànno credito, per spiegare i fatti preterumani, ad alcune teorie scientifiche, o psichiatriche arbitrarle: voglio dire del Magnetismo, del Sonnambulismo lucido, dell’ipnotismo, dell’opera dei Mediums. E ci muove veramente a pietà il vedere uomini di prestante ingegno e di forti studi arrovellarsi, far dei congressi, far pubblicità sui giornali, sforzandosi di dimostrare come l’ipnotismo sia una scienza. Ma ciò ci serbiamo di chiarire luminosamente in altro opuscolo, se il Signore ci concederà altro tempo di vita.
E potremo allora con più agio rispondere a parecchi Associati al nostro giornale, che ci domandano sovente se l’Ipnosi, e lo Spiritismo siano un progresso delle scienze naturali e dello spirito umano, ed in tale ipotesi, se, per il benessere sociale ed individuale, sia lecito tentarne gli esperimenti, e seguirne i principi).  
Si sa che per costruire un edificio, conviene prima gettarne le basi; e le basi non si gettano sBartolo Longo con il nipotino.enza avere il terreno necessario. Si dovette dunque cominciare dal procurare il suolo su cui edificare.
Il lettore ricorderà che il Novembre del 1875 Monsignor Vescovo di Nola, affacciato alla finestra del casino De Fusco, protendendo fuori il braccio aveva additato, quasi ispirato, il luogo dove avesse a sorgere il nuovo tempio, nel centro cioè  della Valle, a lato della vecchia Parrocchia del SS. Salvatore, in provincia di Napoli.
I primi passi adunque furono rivolti alla ricerca del proprietario del terreno contiguo alla Parrocchia.
Saputo che questo apparteneva ad un Signore di Boscoreale, mandammo colà a farne la richiesta per mezzo del nominato Sac. D. Gennaro Federico. Ma per quanto andare e venire si facesse, non fu possibile di accordarci intorno al prezzo, parendo a noi troppo esorbitante la richiesta.
La sera, raccolti nel casino di Valle con la Contessa e con altri amici, discorrevamo di queste cose con non poca preoccupazione, ed eravamo in gran dubbio di quel che dovessimo fare: se consentire all’esorbitante richiesta, o rivolgerci al altri proprietari per altro terreno.
Se non che, il mattino seguente, ecco presentarsi a noi pallido in volto, il Sac. Gennaro Federico. – Una larva, - egli dice, - un orribile visione questa mattina sull’alba, mi ha parlato e mi ha detto in tono di rimprovero: “Con quale coraggio sprecate voi così il denaro che è sangue dei poveri? Lasciate quel proprietario, e andate da quel pio Signore (e additava il fondo ad oriente del casino De Fusco). Costui vi darà gratuitamente il suolo per edificare la chiesa”.
(Anche taluni cattolici all’udire solamente il nome di visioni o di larve fanno il viso dell’arme. San Tommaso e Dante scrivono. Che in sul mattino. Allorché la nostra fantasia è tranquilla, sogliono gli Angeli buoni o i cattivi imprimere più chiaramente le loro spezie. Oltreché tutti i Maestri di Mistica, tra cui S. Giovanni della Croce, S. Caterina da Siena, S. Teresa, S. Lorenzo Giustiniani, S. Caterina da Genova, il gesuita francese B. Surin, e molti altri vogliono che in simili casi non si accetti né si disprezzi a prima giunta, né si rigetti così per sistema; ma si esamini per distinguere se è cosa naturale, o è intervento diabolico o divino. Sappiamo dalla Genesi e dal Libro del Re delle apparizioni di fantasmi e di larve  diaboliche, che hanno parlato agli uomini, a cominciare dal primo uomo, che ebbe colloquio con Satana mostratosi sotto forma di serpe. Né ciò è da meravigliare. La storia dei Padri nel Deserto dimostra che i demoni sogliono con i loro prestigi e terrori opporsi alle operazioni suggerite dagli Angeli. Ed apprendiamo dal Libro di Tobia, che un demonio infestava la giovane Sara, e l’Arcangelo S. Raffaele la liberò da quel nefando spirito, rilegandolo nel deserto. Ancora, sappiamo dall’Antico e dal Nuovo Testamento, che non dalla Storia della Chiesa, che gli Angeli buoni hanno prestato agli uomini opere servili. Così mangiarono con Abramo, lottarono con Giobbe, trattarono con Gedeone, servirono al figlio di Tobia, ministrarono e servirono a Cristo nel deserto, sciolsero i vincoli e le porte a S. Pietro e lo guidarono per via, ararono per Sant’Isidoro, lavorarono per Sant’Omobono; sostennero la B. Maria d’Oigne: servirono a Santa Coletta inferma, e servirono per trent’anni a S. Luduina e ad altri “Vedi Epitome Historiae Angelorum del Padre Bonifazio Costantino d. C.”)
Noi qui non entriamo a discutere su questa visione; la raccontiamo per esattezza storica poiché veramente fu cagione a noi di spreco di tempo, di vigoria e di danaro. Il certo è che la condizione in cui eravamo, ci stringeva a tentar nuove pratiche con altri proprietari.
Tra le perplessità adunque ed una vaga speranza di ottenere gratuitamente il tanto bramato suolo, corremmo in cerca del pio signore di Boscoreale.
Quel signore era veramente un uomo pio e gentile; ci accolse con tutti i tratti di una sincera cordialità. Ci rispose che il terreno non era di sua proprietà, si bene di sua moglie allora assente; però ci fece ben sperare.
Allegri e contenti volammo a Valle di Pompei a farne partecipi la Contessa e i principali abitatori della valle. Il Bartolo Longo con un gruppo dei suoi figli nel giorno della loro Prima Comunione.suolo edificatorio era dunque certo, e forse liberamente donato. Non più il tempio sarebbe per sorgere rimpetto al casino De Fusco in provincia di Napoli; sì bene al lato orientale, in provincia di Salerno. Poco importava a noi se in questa o in quella provincia purché, avessimo alla fine veduto poveri coloni raccolti per la prima volta in un sacro recinto spazioso a sentire parlare di Dio, a godere delle sacre funzioni della Chiesa Cattolica.

Quel giorno fu una vera festa in Valle.
Se non che passarono parecchi giorni, e la risposta della signora proprietaria non veniva. Venne finalmente: la signora, tuttoché con ben garbo, ci significò di non voler acconsentire!
Fummo sconcertati: non sapevamo a chi rivolgerci, quando la Contessa entrò in mezzo a fare una proposta. – La terra ad occidente del mio casino. – ella disse, - è vero che è in comunione con i miei figli minori De Fusco; ma io vi ho sempre una parte la quale volentieri cedo per l’edificazione di una chiesa.
Parve allora trovata la soluzione; la chiesa tanto desiderata non sarebbe dunque più sorta né rimpetto alla parrocchia del Salvatore, come aveva consigliato il santo Vescovo di Nola, né alla parte orientale conforme aveva divisato il Rev. Federico; ma al lato di occidente, in una grande area con l’ingresso sulla via provinciale Napoli-Salerno.
E senz’altro, trasportati da indicibile allegrezza, scendemmo tutti sul luogo proposto; e sollecitamente cominciammo a piantare picchetti, disegnando una vasta chiesa con ampia sacrestia, con abitazione del rettore, e con mille altri finimenti. – Scriviamo al Vescovo – disse la Contessa. – Ogni intoppo è stato rimosso, ogni opposizione è vinta.
Tosto si scrisse, ed il Vescovo non fu tardo a rispondere. Ma il suo avviso fu contrario. – Come farete voi una chiesa, - osservò quel prudente Prelato, - su di un terreno indiviso, che si appartiene ai figli minori? Costoro giunti a maggiore età avrebbero il diritto di rivendicare il proprio e prendersi la terra con tutta la chiesa edificatavi su.
Il savio accorgimento del Vescovo ci distolse anche da quest’ultimo ritrovato, e la nostra mente ricadde, per tante opposizioni, nel buio più fitto.
(Autore: Bartolo Longo)


*Capo IV - (Latiano a Pompei)
Libro Quarto (pag. 126)

Non bastarono quelle prime contrarietà. Mentre che io era in preda di un amaro sconforto, ecco il dodici di questo stesso mese di Marzo tre telegrammi spiccarsi a me da Latiano mia patria, in Terra di Otranto, i quali mi chiamavano colà immediatamente, perché la buona mia madre era stata colta da sì violento attacco al cervello, che non dava più speranza di vita.
Altre volte era ella stata sorpresa da forme celebrali gravissime per palpitazione al cuore, che le avevano minacciato i giorni: ma quest’ultimo colpo era venuto per toglierle la vita.
Fu una punta acuta al mio cuore il saperla in istato da non potersi provvedere dei santi Sacramenti e di firmare il suo testamento, da cui dipendeva la pace e l’accordo di due famiglie.
Gli amici e medici di Napoli, udendo l’indole della malattia, la davano per spacciata.
Corsi io allora alla mia chiesetta del Terzo Ordine, al Rosario di Porta Medina; ed a quell’altare della vergine, dove cinque anni innanzi avevo indossato il bianco scapolare del Terzo Ordine, supplicai la Madre delle Misericordie, che scampasse anche questa volta la mia famiglia da tanto infortunio. Ella dal cielo leggeva l’interno dell’animo mio disposto a non lasciar mai più la santa Opera della sua chiesa in Pompei.
Il mattino seguente andai a Pompei pel Sacerdote Federico ad informarlo della mia sciagura, e a differire qualsiasi pratica per l’acquisto del suolo della chiesa insino al mio ritorno da Latiano.
Se non che anche a Pompei mi aspettava un’altra scena di dolore.
Entrai nella casa dei Federico, per poca luce quasi oscura, e vidi raccolti tutti di quella numerosa famiglia, le lacrime agli occhi, nel silenzio della costernazione.
Giuseppe Federico, il padre di famiglia, a sessantasette anni, oppresso dalla febbre ardentissima, perduta la forza di parlare, smarrito l’intendere, gli occhi quasi impietriti, era presso a morte per pleuro-peripneumonia, onde non era più in stato né di ricevere i Sacramenti, né di firmare il suo testamento.
Il medico curante, dato termine a tutti i ritrovati della scienza medica, aveva con l’animo dolente già avvertito la famiglia del caso disperato dell’infermo.
A quella vista io, stupefatto dalla somiglianza dei due casi, rammentai per giunta che in quel giorno 13 di Marzo appunto si compiva il mese da che avevamo posto in onore a Pompei l’Immagine del Rosario, e vi avevamo fondata la Società del Santissimo Rosario. – È strano! – balbettai a mezza voce. – Non uno, ma due moribondi! E poi in un medesimo giorno sono presso a morire la madre mia e il padre dell’unico mio compagno in Pompei nell’opera della nuova chiesa. Ma è possibile che la vergine del Rosario sia larga di sue grazie agli altri e le neghi a chi ha zelo per l’Opera sua?
Aggiunsi brevi parole di speranza e di conforto a quella famiglia, e non fui tardo a rivelarle l’identica sciagura avvenuta alla mia casa in Latiano. L’altro figliuolo, anch’esso Sacerdote, Romualdo Federico, tosto fa pronunziare dal padre moribondo un voto per la fabbrica della nuova chiesa. E quegli fece la promessa non solo di offrire Lire quattrocentoventicinque, ma di assistere gratuitamente all’opera della edificazione.
Ciò fatto partii immantinente. Giunsi in Latiano la sera del d’ seguente. Trovai ancor viva mia madre, ma giacente senza lingua e senza moto. Nondimeno non perdei affatto la speranza. Innanzitutto la
sollecitai che ripetesse insieme con me l’Ave Maria, e si sforzasse di articolare in maniera possibile le dolci parole. Ed oh meraviglia! Secondo che procedeva innanzi a balbettarle, la lingua si snodava.
In capo a cinque giorni, e precisamente il diciannove, sacro al Patriarca S. Giuseppe, mia madre aveva già firmato il suo testamento, erasi cibata della santa Comunione, e lieta sedeva a mensa con tutti i suoi figliuoli, i quali ivi erano convenuti da vari paesi per piangerla estinta.
Lo stesso era avvenuto a Pompei in casa Federico. La sera stessa che di là ero partito, quando tutto faceva prognosticare il massimo rincrudimento del morbo nella persona di Giuseppe Federico, il morbo era sparito; cessò la febbre, riapparve la vita e l’infermo il dì appresso recitò con i suoi figliuoli il Rosario di Maria.  
Nello stesso giorno 19 di Marzo anche la famiglia Federico festeggiava in Pompei il risanamento del padre.
(Questi due fatti omogenei e contemporanei vennero attestati, ciascuno per la sua parte, e firmati dai seguenti testimoni: Sac. Romualdo Federico – Sac. Gennaro Federico – Giuseppina, Angiola, Pasquale, Rosa Federico – Lucia de Vivo – Carlo Izzo – Michele Pastore – Giovanni Cirillo, Parroco -  Sac. Antonio di Palma – Avv. Bartolo Longo).  
(Autore: Bartolo Longo)


*Capo V - (In Francavilla Fontana)
Libro Quarto (pag.129)

“Le Puglie! Chi è che non ami quella generosa regione, culla di un popolo così fervido e pur così savio, quel suolo feracissimo di pingui oliveti, e di elette uve e biade, onde fu soprannominato la “coppa  d’oro” del reame napolitano? Io imparai sin da fanciullo ad amare quella cara provincia, cui Regaldi appella nei suoi carmi “Bersabea d’Italia”. (De Bonis: Spine e Rose Pompeiane. Valle di Pompei 1887”).
Le Puglie mi diedero le prime aure della vita materiale e morale. Nacqui in provincia di Lecce, a Latiano, paesello di settemila abitanti; tutto circondato da giardini e da vigneti, posto in amena pianura sotto un cielo ardente, e poco lungi da Brindisi. Mio padre commise la mia educazione, fanciullo a sei anni, ai Reverendi Padri delle Scuole Pie, i quali a quel tempo avevano un fiorito
Collegio in Francavilla Fontana.
Francavilla era una grossa città di oltre ventiquattromila abitanti, dalle sue larghe strade, dai suoi numerosi edifici e chiese e conventi e ospedali e collegio di nobili giovanetti. Sin dal tempo che colà dimorai era una delle più colte città del leccese.
E sì per lungo tempo di dieci anni che fui in collegio colà, e per la vita intellettuale e morale che ivi attinsi, ben posso dire che Francavilla è stata la mia seconda patria. – Giacché io mi trovo nelle Puglie, - pensai, allora che vidi risorta mia madre, - sarà bene adoperarmi che la mia dimora non sia infeconda per il tempio di Pompei.
E sì determinai di fare una corsa ai paesi vicini per divulgare le glorie del Rosario e cercare offerte e sottoscrizioni per il nuovo Tempio.
La prima città delle Puglie, cui rivolsi i miei passi, fu la mia seconda patria, Francavilla.
Ricordo con precisione il giorno: era il 24 di Marzo di quell’anno memorabile 1876, vigilia di quella grande festa in cui tutto l’Orbe festeggia Maria divenuta Madre di Dio, l’Annunziata.
Erano diciotto anni che io mancavo da Francavilla. Vi avevo invero parecchi antichi amici e compagni di collegio fra quei nobili Signori, ma temevo forte nell’animo mio, che una nuova generazione, cresciuta durante la mia lunga assenza nell’ambiente moderno di gare cittadine e di scemamento di fede religiosa, non mi avesse fatto trovare colà le più fredde accoglienze alla proposta della costruzione di una nuova chiesa a farsi duecento miglia lontano.
Reputai prudente dirigermi innanzi tutto ad una delle più nobili e ricche famiglie del patriziato di Francavilla, al Comm. Luigi Foresio; il cui figliuolo Giovanni era stato mio compagno di collegio.
Le festive accoglienze che mi furono fatte valsero a confortarmi non poco. Quindi esposi loro la ragione della mia andata colà, e domandai un elenco delle famiglie cui potermi rivolgere per associarle alla mia malagevole intrapresa senza tema di un umiliante rifiuto. – Per buona sorte, - soggiunse il Comm. Foresio, - dimora qui Monsignor Margarita il nostro vescovo di Oria. Egli è ricchissimo, milionario; e poco fa ha dato lire centocinquanta ai Passionisti di Manduria per edificare colà dalle fondamenta una chiesa ed un convento.
Mi si allargò il cuore a questa lieta nuova e la mente venne rischiarata da certa speranza al pensiero, che se per una città già esistono tante chiese, qual è Manduria, il Vescovo della mia diocesi ha largito lire centocinquantamila; come accoglierà me, che sono nativo della sua diocesi, e che intendo a edificare una chiesa in un luogo dove Dio si è poco conosciuto ed amato?
Fu dunque risoluto che la prima visita doveva io farla al mio proprio Vescovo. Mi recai al palazzo ove dimorava, e mi feci annunziare. – Chi debbo annunziare? – interrogò un cameriere. – L’Avv. Bartolo Longo di Latiano.
Dopo alcuni minuti apparve la veneranda figura di un vecchio, alto, magro, il quale squadrandomi in volto, si ferma ad una certa distanza. Il mio aspetto forse non gli garbò; nella mia faccia pallida, nel parlare concitato, credette forse di scoprire la figura di una persona dubbia. Venerabile vecchio! Nella sua lunga vita aveva dovuto sperimentare più volte a suo danno la umana malvagità e non è a stupire se gli acciacchi e ottanta inverni lo avessero reso guardingo. Per giunta egli era infermo dell’udito. – Che desiderate? Chi siete? – disse con certo riguardo. – Sono l’Avvocato Bartolo Longo di Latiano. – risposi io ad alta voce per farmi udire: - dimoro da molti anni in Napoli; la Provvidenza
mi ha lanciato a Pompei. Il Vescovo di Nola mi ha incoraggiato ad erigere colà un tempio per quei poveri contadini che ne mancano. Prima di tutto sono venuto a Vostra Eccellenza, come mio Pastore, per domandarle un sussidio a pro di un’Opera così santa.
Io, naturalmente, dovendo parlar forte per farmi udire e anche per un certo ritegno di cercar denaro, dovetti infiammarmi il viso.
Bastarono queste poche parole, perché quel santo uomo si raffermasse nell’idea preconcetta che io ero andato per fargli un raggiro; tanto più che io, oltre all’essermi presentato senza essere da lui conosciuto, fui sollecito e reciso nella mia domanda. Quindi per darmi una risposta da confondermi e farmi cadere l’animo dall’osare più innanzi, risposemi con significato: - Avete detto il Vescovo di Nola? Lo conosco. È Monsignor Formisano. Egli è ricco; egli solo può fare una chiesa. Andate da lui. – Mi ascolti, Eccellenza… - Andate! – rinforzò la voce.
Con il capo chino, scoraggiato, confuso, brontolai una riverenza, tolsi il cappello e rifeci le scale. – Ho incominciato bene! – pensai – Se il Vescovo mi ha trattato da ladro, agli altri non rimarrà che farmi arrestare e consegnarmi ai carabinieri.
Stetti un momento fra due, se avessi a tornare direttamente a Latiano, oppure fermarmi quel giorno e il seguente a Francavilla e tentare di rifarmi presso quei cittadini ridestando le antiche conoscenze e le prime amicizie. Nonostante che mi sentissi scoraggiato, mi appigliai a questo secondo partito, per non lasciare che andasse perduto affatto quel viaggio e quel soggiorno in patria.
Mi recai novellamente al Comm. Foresio, e gli narrai quanto mi era accaduto. – Qui vi è certo un equivoco, - egli esclamò – Il nostro Vescovo non era un uomo da accogliervi in si fatta maniera. Fategli parlare dal sindaco vostro parente, ed egli si ricrederà.
Seguii il consiglio, ed il Sindaco, Cav. Giovanni Galante, mi portò in risposto l’offerta di lire venti da parte del fratello del Vescovo, con l’aggiunta di mille scuse. (Per rendere il dovuto omaggio alla famiglia di quel venerando Vescovo, dal quale io non era allora conosciuto, noto che la sua nipote, la egregia Signora Margarita Carissimo, fece erigere pochi anni dopo a sue spese in Francavilla Fontana una cappella in onore della Vergine di Pompei. Mirabili disposizioni di Provvidenza)!
Intanto tra per questo andare e per un certo scoramento sopravvenutomi dal primo fatto, tutto quel giorno passò senz’altra notevole avventura. Quel fatto mi fece capire che non dovevo andare solo per le famiglie, ma accompagnato da una persona ben nota nel paese. Ci voleva dunque qualche amico che ben conoscesse me e che avesse la speditezza e l’ardire di presentarmi presso tutte le famiglie dei Signori senza il pericolo di un brutto effetto. Fui in gran pensiero tutta la sera e tutta la notte.
Due ore innanzi giorno io ero in piedi. Ospitavo nella casa del Sindaco Cav. Galante, la quale è poco lungi dal Tempio maggiore di Francavilla.
Il rombo festivo delle grandi campane di quella chiesa annunziavano l’Angelus del mattino, in quel giorno anniversario in cui l’Arcangelo Gabriele scese alla purissima Vergine di Nazaret, e le annunziò il sublime mistero dell’Incarnazione.
Era ancora buio. A quelle sonore ondulazioni l’animo mio si aprì ad una nuova letizia e alla preghiera. Mi prostrai, salutai la Vergine, e le mostrai che anche io avevo bisogno in quel giorno di un angelo in forma umana che mi fosse compagno nell’annunziare ai buoni Francavillesi l’Opera del suo Tempio di Pompei.
E quel Tempio, io non sapevo allora, era esso stesso veramente un mistero! Mistero di amore, mistero di misericordia di Maria al secolo nostro che più ha luce e più si oscura. Un giorno, non più
tardi di sette anni da quel dì, il Tempio di Pompei avrebbe apportato a quella città di Francavilla immensi tesori di grazie e di benefici spirituali come a suo tempo si dirà.
Uscii per ascoltare la Messa mattutina innanzi all’alba. Mi trovai involto in una folla enorme che stivava non solo il cappellone della Madonna della Fontana, dove si celebrava la Messa mattinale, ma tutta la navata destra. Nella Messa pregai la Vergine che mi facesse incontrare in un compagno che mi fosse opportuno. Nella mia mente si fece allora presente un antico amico a nome Luigi Salerno, maestro municipale, conosciuto quindi in città, e spregiudicato e pio insieme. – ma dove e come trovarlo a quest’ora? – pensavo tra me. – E chi sa se trovasi pure in Francavilla!
Ed ecco che varcata la soglia della chiesa, sospinto e trascinato dalla folla, udii chiamarmi per nome. Mi volsi: ed oh, contento! Riconobbi appunto quel Luigi Salerno, a cui avevo pensato nella Messa. – Come ti trovi qua? – fu la domanda che scambievolmente ci ripetemmo in due. Ed egli mi rivelò che giammai era solito di uscire a quell’ora di casa ed ascoltare quella Messa al buio, ma quel mattini vi ci era stato sospinto senza sapere perché.
Trattolo solo a solo gli dissi, come accade tra persone schiette, senza preamboli: - Mi accade di qua sin qua. Tu puoi aiutarmi. – Di gran cuore, sono pronto a servirti. Non ti abbandonerò un minuto.
L’amico tenne la parola, e con lui io mi feci a scorrere la città entrando nelle più agiate famiglie, commuovendole alla narrazione delle miserie di Valle di Pompei, nonché animandole a gustare le sublimi bellezze del Rosario di Maria.
È giusto che io confessi ciò a gloria della città di Francavilla. Gente di ogni colore depose nelle mie mani l’obolo della carità, e fra tutti ricordo taluni che si professavano scredenti ed atei. Possa quella loro generosità essere il primo anello di ravvicinamento alla Verità, e presagio di quella pace che solo si trova nell’amore di Dio e nell’amore di Colei che gli è Madre. E la Vergine del Rosario non dimenticherà mai quei buoni e cari Francavillesi, che furono i primi nelle tre Puglie a concorrere all’Opera santa di Pompei.
In due giorni avevo raccolto in Francavilla Fontana un gruzzoletto di quattrocentonovanta lire. A quei primi tempi, in sì breve spazio, era una somma favolosa.
(Autore: Bartolo Longo)


*Capo VI - (Inaspettato soccorso dal Cielo)
Libro Quarto "Prodigiosa guarigione della Signora Vastarella” (pag.135)

Percorsa ancora con buon successo la città di Mesagne, non che la mia piccola Latiano, e quChiesa di Santa Teresa a Chiaja altro paese delle Puglie, ritornai a Valle di Pompei.
Qui giunto il Sacerdote Gennaro Federico mi venne incontro con le braccia aperte, giubilante. – Non conviene ora più indugiare, - io dissi.
- È suprema necessità riuscire all’acquisto del terreno, per incominciare quanto prima i lavori del tempio.
È necessario ripigliare la pratica con il primo proprietario del terreno, di quel terreno che il Vescovo ci additò la prima volta, e che è posto al lato della parrocchia del Salvatore in tenimento della provincia di Napoli.
– Ma il proprietario è duro: per trecento passi esige non meno di millesettecento lire!
E che ci rimane allora in cassa per incominciare le fondamenta del tempio? – Ricorriamo per consiglio al santo nostro Vescovo: la voce di Dio ci parlerà per bocca del Superiore.
Cominciava la primavera dell’anno 1876. Ai freddi e piovosi giorni di Marzo succedeva un brillante sole che innanzi tempo dischiudeva gli umili fiori del prato e del trifoglio, che come onda verde copre la fertile campagna della Valle di Pompei.
Era il mattino del 3 Aprile. La Contessa ed io eravamo in Napoli, ed uscivamo dalla piccola chiesa del Rosario a Porta Medina confortati dal Pane degli Angeli per riprendere con attività il giro per le più pietose famiglie di quella città. Io presi la volta di Toledo: la Contessa, accompagnata dalla signorina Ernestina Freda, in una vettura da nolo era diretta per la via di Chiaia; quando, per non so quali contese con il cocchiere, mutò indirizzo, e prese per la via di Capodimonte.
Giunte le due doChiesa di Santa Maria di Piedigrotta alla prima piazza, dopo l’erta della via, si fermarono presso il palazzo Mautone a Santa Teresa N. 81.
Aveva saputo che vi dimorava una signora molto pia ed elemosiniera; ma soltanto il casato Vastarella era loro noto. A costei pensavano di rivolgersi per domandarle l’associazione alla chiesa di Pompei. Quel Palazzo aveva varie scale.
– Dove sta la Signora Vastarella? – domandarono rivolte al portinaio.
Il portinaio con una gravità spagnola, senza punto muoversi, con un cenno della mano additò la scala a sinistra.
Le due signore cominciarono a salire, ma non trovarono mai sugli usci di scala il nome di Vastarella. Proseguirono e giunte all’uscio del secondo appartamento, lessero la scritta: Miccio. L’uscio però era aperto: confusione di gente che entrava ed usciva tra sbigottita e addolorata.
- Di grazia, mi sa dire dove abita abita la signorina Vastarella? – domandarono le due Signore ad una dama che entrava.
– Ella non abita qui; ma alla scala di rimpetto. – Ed il portinaio ci ha dirette per questa scala!... E la dama: - Ah si ha ragione. La signorina Vastarella oggi si trova qui, perché la sua figliola è presso a morte.
A tale nuova inaspettata la Contessa e la signorina Freda erano per volgere indietro i passi. Era troppo evidente che sarebbero state tacciate d’importunità e di indiscrezione se avessero parlato di disegni di Op Chiesa di Santa Maria La Nova ere future ad una madre che piangeva la figlia che era per morire.
Per ventura in quel punto uscì fuori una Signorina.
Aveva anch’ella il volto acceso e molle di pianto. Era un’altra figliuola della Signora Vastarella, di nome Annina.
Quando sentì il nome della Contessa, a lei ben nota qual zelatrice del Cuore di Gesù, reputando che quelle venissero per le iscrizioni alla confraternita del Divin Cuore, le invitò ad entrare; poiché era parso a lei che quelle due Signore fossero state mandate dalla Madonna per lenire con le parole di fede il dolore acerbo di sua madre. Ed entrarono tutte e tre per le stanze interne, ove aveva luogo un fatto di raccapriccio.
Una giovane madre a ventidue anni, in preda ad orribili convulsioni, nero il volto, con il rantolo della morte, perduto il sentimento e la favella, stranamente si contorceva e si dibatteva forte, e rattrappavasi tutta, da non lasciare ormai più speranza né per sé, né per il nascituro.
Aveva quella giovane il nome di Concetta Vastarella, figlia di Giovanni e della Signora Luisa Passaro, ed era sposa del Signor Vincenzo Miccio. I medici, tra cui l’egregio Cav. Novi e l’illustre Professore Cantani, l’avevano spedita.
I genitori di lei, il marito e tutti di famiglia si erano votati a Dio e alla Vergine Santissima con molte preghiere e promesse per ottenere la guarigione.
Era presso il mezzodì, e lo stato dell’inferma volgeva pietosamente a mal termine, tanto che il dottor Novi aveva dato la sua sentenza: - un altro accesso di convulsione l’avrebbe finita.
Si pensò prudentChiesa di San Francesco d'Assisi - Vomero (foto: aprile 2007)emente di allontanare da quella camera il padre di lei, più che afflitto, costernato; e di chiamare il confessore per quanto potesse far bene a quell’anima nelle condizioni in cui si trovava.
In quel punto era entrata la Contessa De Fusco nella casa dei signori Miccio. Senza guardare punto l’inferma, ella volle essere presentata all’addolorata madre.Su di un canapè era seduta la signora Vastarella immersa in profonda mestizia, in un profluvio di lacrime.
Come quella santa donna vide la Contessa e la compagna di lei, esclamò piangendo: - Mi son votata al Cuore di Gesù, ed anche all’Immacolata di Lourdes, ma tutto invano!...
La Contessa allora con bel garbo dichiarò che ella venerava queste devozioni come portentose, ma essa non veniva a ciò, si invece per una nuova chiesa della Vergine del Rosario da costruirsi a Valle di Pompei.
E si pose a narrare in breve tutto quello che di straordinario era accaduto sino a quel giorno. Ma nel raccontare avvenne che, mirando la desolazione di quella famiglia, i pianti degli amici, e la madre, fuori di sé per il dolore; e considerando d’altra parte per quale strano avvenimento ella si trovasse in quella casa, dove non era conosciuta, né conosceva persona, e dove non era diretta quella mattina, perché era aspettata alla via Chiaia; sentì un’interna ma chiara ispirazione, che tutto quell’accaduto non era opera del caso. E però sull’istante, senza neppure visitare l’inferma, con grande fede dinanzi a tutti disse queste parole:  
- Io mi riprometto che la Vergine del Rosario, per la cui chiesa vo girando e trovami in questa casa, vi farà la grazia, siccome ad altre due famiglie ha fatto.
Allora un Signore, che era forse il medico:
- Ma queste parole sono molto ardite: l’inferma è già presso a morire, e il caso è assai disperato.
– Appunto perché disperato, - rispose la Contessa – si può vedere la potenza della Madonna.
Gl’invitò quindi a fare qualche tenua promessa per la nuova chiesa di Valle di Pompei, e a recitare le quindici poste del santo Rosario concludendo: - Abbiate fede. – Ahi! – rispose con accento di sconforto la madre della moribonda: - in questo momento sono avvilita, non ho più fede: tutta la notte ho invocato il Cuore di Gesù, gli ho fatto delle promesse, senza nulla vedere! Ho fatto voto all’Addolorata, protettrice prodigiosa della mia famiglia; invano! Ora sono stordita; fate voi quelle promesse che volete. – E bene, - riprese la Contessa: - se voi avete la grazia, promettete di narrarla a tutti e di lasciarne un attestato.  
– Non solo la scriveremo, - interruppe rincuorata la pia madre, ma verremo a Valle di Pompei a narrarla a tutti il giorno che il Vescovo porrà la prima pietra della nuova chiesa.
Subito dunque si corse all’inferma. Aveva le labbra fatte nere, stretti i denti, dilatate le pupille, orribili le contorsioni del corpo, con vescica di neve sul capo, priva di cognizione e di sensazione. La Contessa e la signorina Freda ne uscirono meste e silenziose.
La Contessa tornò a casa, tutta concitata e sotto la forte impressione del caso avvenuto. Fu presa a narrare a tutti di famiglia lo strano avvenimento occorsole in quel mattino, di andare a Capodimonte quando invece aveva data posta a Chiaia, di scambiare l’abitazione della Signora Vastarella con quella dei Signori Miccio; d’incontrarsi in una casa di pianto, di vedere con i propri occhi una giovane madre in uno stato raccapricciante, di farsi uscire di bocca una promessa, come certa di un miracolo della Vergine per amore della sua nuova chiesa di Pompei. Il dubbio, la speranza, il timore di incerto risultato si comunicarono anche agli animi nostri. Come fare a sapere se veramente la Madonna si era piaciuta di guardare con occhio favorevole il forte ardimento e la troppa confidenza della Contessa sino a promettere un prodigio?
– Il male della Signora Miccio, - noi discorrevamo, - corre velocemente. Lo stato in cui la Contessa ha lasciato l’inferma è dei più estremi: quindi non può passare questa giornata senza che si avveri o la morte di essa o la grazia della madonna.
– Che sarebbe per l’Opera di Pompei, se veramente avvenisse quest’altro prodigio in Napoli?...
Le campane del vicino Monastero di Sante Monica suonavano i vespri.
La nostra abitazione in quell’anno era in Via Salvator Rosa, al largo di S. Efrem Nuovo, al Palazzo del Signor Passaro, segnato con il N° 290. Quella casa è rimasta nella nostra memoria di grata ricorsanza, perché ivi ebbe culla l’Opera santa della Nuova Pompei; ed in quella casa avemmo la prima notizia, che la Vergine del Rosario aveva fatto un miracolo in Napoli per amore del suo nuovo Tempio da costruirsi a Pompei. Ricorda ancora precisamente che la prima notizia del primo miracolo ci venne racata a quella casa personalmente da una piissima dama, dalla Duchessa Albertini Sozi- Carafa.
– A quest’ora, - esclamò la Contessa, - la Signora Miccio o è morta o ha avuto la grazia. Vogliamo uscire da questa incertezza.
E chiamato a sé l’antico e fedele servo, Domenico Ostuni: - Va al Palazzo Mautone a S. teresa, - gli ordinò: - non  entrare: guarda prima se il portone è a metà chiuso: è quello il segno che la Signora è morta. E, senza andar dentro a far motto a chicchessia, fa subito ritorno. Se poi vedi che il
portone è spalancato, entra e domanda al portiere: - Come sta la Signora Concetta Miccio-Vastarella?
Il fedele servo osservò il comando  della padrona.
Aspettammo una buona mezz’ora: fu una mezza ora di palpiti e di agitazione per noi.
Eravamo sulla terrazzina quando vedemmo spuntare Domenico dalla svolta della via. Il cuore ci batteva forte. Ed ecco, passati alquanti minuti Domenico, affannato per l’erta scala, annunziò: - Ho trovato il portone aperto, e il portinaio mi ha detto che la Signora Concetta Vastarella sta bene…
Nessuno sa dire l’esultanza, il giubilo onde fummo presi, le lacrime di gioia, le grida di festa che mettemmo a si fatto annunzio. Eravamo fuori di noi. Si uscì di casa, si andò dagli amici, dai parenti a raccontare il fatto strano, mirabile, prodigioso. La madonna concorreva dal cielo a sostenere la fede imprudente ed anche i passi avventati che noi davamo per l’Opera sua.
Ecco intanto che la Contessa e la Signora Freda avevano lasciato la casa del Miccio, quivi stesso le due Signorine Elisa Scotti e Giulia Torino avevano cominciato a recitare il Rosario delle quindici poste; e due esseri ad un tempo si ebbero vita! Da quel momento cessarono gli attacchi convulsi; e nonostante le più tristi previsioni di un certissimo ritorno, quelli più non tornarono, anzi cominciò istantaneamente sensibile e rapida la miglioria.
Il 15 di quel mese, giorno di Sabato Santo, la Signora Concetta Vastarella, perfettamente sana, usciva di casa per far le visite pasquali, come è usanza, ai suoi congiunti. E per prima visitò la propria madre, che al vederla non rifiniva di piangere per consolazione.
Tutti ad una sola voce dichiararono quella guarigione effetto di straordinaria grazia ottenuta dalla Vergine per promessa fatta alla nuova chiesa del Rosario di Pompei.
Ma non fu una grazia sola: furono due un’ora medesima.
La Vergine del Rosario, che sì di buon’ora voleva in Napoli far chiara mostra del come Ella gradisse un Tempio in onore del suo Rosario in Pompei, prima ancora che si sapesse il luogo su cui sarebbe per edificarsi, e forse ancora per dare a noi conforto e vigore di animo nel proseguire l’ardua impresa, salvò due vite insieme; quella della madre e quella della figlio.
(Questo bel documento della misericordia della Santissima Vergine venne annunziato dal pergamo dal chiaro oratore P. M. Raffaele Cocoz dei Predicatori, tanto nella chiesa della Sapienza quanto in quella del Rosario a Porta Medina in quel medesimo anno 1876. E l’attestato dei fatti con le firme dei testimoni fu pubblicato dal periodico “I Gigli a Maria” quaderno 15 Giugno 1876.
Testimoni firmati: - Giovanni Vastarella – Luca Passaro – Vincenzo Miccio – Avv. Vincenzo Vastarella – Michele Cammarota Vastarella – Clorinda Longhi – Luigi Provino – Filippo Cammarota – Emilio Passaro – Cristina Matarese – Annina Vastarella – Gennaro Passaro – Elisabetta Scotti – Giulia Torino – Gaetano Passaro.
Vi è l’attestato firmato dal medico Prof. Cav. Raffaele Novi).
Poco tempo dopo venne di persona il Signor Giovanni Vastarella a felicitarsi dell’accaduto; e la Contessa tornò a quella famiglia ridivenuta lieta e devota all’opera del Tempio che era per sorgere in Pompei. E di quei giorni,Chiesa di San Ferdinando, a piazza Trieste e Trento innanzi pure che terminasse la predicazione quaresimale, il medesimo Sig. Vastarella fece predicare il prodigio nella chiesa parrocchiale di Montesanto: e compreso da grato animo, si offrì in mio aiuto per l’opera del Tempio, in tutto quello che potesse giovarmi in quella impresa.
Insieme con la sua famiglia e con la sua figliola risorta a vita mi seguì nella mia cara chiesetta del Rosario a porta Medina, ed a quell’altare ove io mi ero dichiarato figliolo del Terzo Ordine di S. Domenico, tutti di sua famiglia tolsero la stessa Regola, e diventammo doppiamente fratelli.
Così la clemente Regina delle celesti rose addolciva le prime fatiche e le prime contrarietà dei suoi servi con gli inneffabili conforti dei suoi portenti.
Dopo vent’un anni da quell’avvenimento, abbiamo visto tornare ai piedi di questa taumaturga regina nella valle di sua dedizione tutta la famiglia dei Signori Miccio e Vastarella, compresa la Signora Concetta, la quale ricorda sempre con sentimento di viva gratitudine, la via e la sanità ricevuta dalla Vergine di Pompei.
(Autore: Bartolo Longo)


*Capo VII - (Il giorno segnato da Dio)
Libro Quarto (pag.144)

L’avvenimento straordinario seguito in casa Miccio Vastarella corse rapidamente di bocca in bocca per tutto il rione di S. Teresa e di Capodimonte e nel quartiere di Montesanto: esso destò grande impressione. La Vergine si valse di questo mezzo per disporre i cuori dei buoni Napoletani a non essere ostili alla pia impresa.
Nell’animo della Contessa e nel mio era accesa come una febbre: non si pensava tutto il giorno che alla chiesa di PoSanta Maria delle Grazie a Caponapoli via Bosco di Capodimontempei; non si parlava che dei modi onde presto cominciare a tirare innanzi con la medesima alacrità con cui si era cominciato.  
– La Madonna, - noi dicevamo, - vuole la sua chiesa e fa miracoli; quindi nessuna potenza umana o diabolica potrà  impedirla.
Ma come innalzare le mura benedette senza il suolo su cui edificare? Eccoci sempre di contro all’eterno nostro ostacolo. Ritornammo a richiedere consiglio al nostro Superiore Ecclesiastico, il Vescovo di Nola, affinché nel nome di Dio ci indicasse la via da tenere.
Il santo Prelato nell’udire così nuovi portenti e così insoliti modi con cui la bontà divina manifestava apertamente la sua volontà per la edificazione della nuova chiesa, non seppe contenere le lacrime. Breve fu la sua risposta e precisa così che sgroppò mirabilmente ogni nodo.
– Dopo le molte pratiche infruttuose, - egli osservò, - per ottenere una diminuzione sul prezzo, altro non rimane che condiscendere alle pretensioni del venditore. Il mio consiglio è che compriate il terreno a qualunque costo, e sia quello a fianco alla parrocchia del Santissimo Salvatore in tenimento alla provincia di Napoli.Chiesa di Santa Teresa - Caprarola
Il Pastore aveva parlato: non vi era più da tentennare, da discutere.
Riprendemmo le proposte per l’acquisto del terreno. Piegammo a tutte le pretensioni del colono, del fittuario e di altri, stabilimmo il giorno per redigere l’istrumento con il notaio.
Quel giorno, prefisso da Dio ad aprire le serie di tanti portenti, dovette essere nel Cielo un giorno di festa. Noi nulla in quel tempo potevamo conoscere di quanto dovesse in appresso accadere, né mente umana poteva slanciarsi alla grandezza dei fatti che stavano per avvenire.
È il solito modo dell’operare divino: Iddio opera sempre all’impensata, quando l’uomo meno l’aspetta. Anche la sua misericordia colpisce l’uomo quando meno se l’aspetta. Ciascuno di noi se rientra in se medesimo e interroga la sua memoria e la sua coscienza, può essere testimone di ciò.
Dio venne tra le sue creature e giunse inosservato e silenzioso. Nessuno poteva credere che tra una povera famiglia di Nazaret venuta a porre il suo nome sul registro romano, si nascondeva il Redentore dell’umana famiglia, ce in quella notte sarebbe apparso nel mondo.
Un altro modo dell’operare divino è il silenzio: Iddio opera nel silenzio. Nel silenzio avviene la Generazione eterna del Verbo. Nel silenzio Iddio discese nel seno di una sua creatura, e fu Dio-Uomo; e nel silenzio opera il più grande miracolo della grazia, quando muta il cuore dell’uomo traviato in cuore di un santo; e nel silenzio Gesù operò il più gComune di Capodimonterande prodigio, argomento della sua Divinità, cioè la sua Risurrezione…
Quindi anche le più grandi opere cui l’uomo possa dar mano, sono concepite nel silenzio. Il rumore è proprio dell’uomo, il quale si aiuta con lo strepito della voce, della gesticolazione, dei suoi sforzi, contrassegni della sua impotenza. Ondechè quanto l’uomo più si ritira nel silenzio, più si avvicina a Dio, più trova Dio.
Chi avesse veduta in una piccola camera poche persone dinanzi ad un notaio sottoscrivere un atto di compra di dodici aree di terreno, non avrebbe potuto antivedere che quell’atto apriva un’era novella di misericordia sulla terra abbandonata di Pompei.
Se non che, osserva il Faber, i grandi avvenimenti divini quando sono prossimi a succedere occupano
l’animo dell’uomo sì che senza ch’egli si avvegga, diviene profeta. E l’animo nostro da un gaudio nuovo ond’era inondato, e da una certa insaziabile sete di veder presto elevato il Tempio del Signore, presentì confusamente che qualche cosa di grande e d’insolito stava per succedere.
Doveva essere anche per noi una giornata di festa e ricordevole, e tale fu. Il giorno 30 aprile 1876, sacro alla mia cara Santa Caterina da Siena, fu firmato l’istrumento di acquisto del suolo per edificare la Casa del vero Dio sulla terra di Pompei. La mia dolce Sorella e Maestra celeste non si ritenne quella nota d’affetto: non più tardo di tre anni dopo io mi riebbi, per sua intercessione, la vita, come dirò in questa storia.
(Autore: Bartolo Longo)


*Capo VIII - (L'Arcangelo del Gauro)
Libro Quarto (pag.147)

L’atto del Notaio non era ancora firmato, quando io proposi al Vescovo di Nola di stabilire il giorno della solenne funzione della consacrazione e della posa della prima pietra del Tempio di Pompei.
– Bisognerà scegliere una giornata di festa, - propose il venerando Prelato – affinché siano presenti alla solenne  cerimonia almeno i contadini della Valle: e sarà la prima Domenica del prossimo Maggio, che cade ai sette del mese.

– No, se lo permettete, - risposi io, - per me sceglierei il giorno 8 di maggio tuttochè cadrà in Lunedì, perché quel giorno è sacro all’Arcangelo San Michele. E come quel celeste Principe scacciò dal Cielo Lucifero, angelo ribelle, così, son certo, scaccerà da Valle di Pompei Satana, che qui ha avuto per tanti secoli la sua signoria.
Ma una cosiffatta scelta della giornata che io mi sentivo nell’animo di fare per la prima e solenne funzione, precorritrice di tanta altre, nel dì dell’apparizione dell’Arcangelo di Dio, non originava in me soltanto da particolare devozione che ho in questo nobilissimo Spirito del Cielo, ma da una più alta ragione.
Chi sta in questa Valle e guarda alla parte del mezzodì naturalmente posa l’occhio su quei monti di rimpetto, i quali formano una immensa barriera al mezzodì di Castellammare, di Gragnano, di Lettere.
Ma un monte sopra tutti gli altri attira lo sguardo, e perché più degli altri maestoso, quasi cavaliere che domina la valle, e perché la sua cima divisa in tre punte, presentando la forma delle prime tre dita della nostra mano. E la terza vetta, che è la più alta, si slancia al cielo e sporge anch’essa in altre tre punte.
Il nome di questo monte comprende esso stesso un mistero. Fu anticamente chiamato il “Gauro” quasi, come lo spiegano i connaturali, “Gaudio”, allegrezza, o meglio, come vogliono alcuni storici, “Aureo”, monte di oro. I fedeli lo mutarono in quello di “Monte Sant’Angelo”, dal seguente avvenimento cui la Chiesa celebra nell’ufficio della festa di San Catello il 19 Gennaio.
Era il secolo settimo della Chiesa. A Vescovo di Castellammare era un Santo, San Catello, che ora veneriamo sugli Altari quale Protettore di Castellammare di Stabia. Quel Vescovo usava sovente di notte raccogliersi negli antri di quel monte con l’Abate di Sorrento, che era allora Sant’Antonino dell’Ordine di S. Benedetto, a pregare insieme.
Una notte, mentre che là pregavano, apparve l’Arcangelo San Michele al Vescovo dMonte Sant'Angeloi Castellammare, e gli impose di edificare un tempio in suo onore sulla cima di quel monte, nel luogo che gli avrebbe indicato  per l’apparizione di una fiamma.
E la fiamma apparve sulla più alta punta delle tre vette del Gauro.
Dopo innumere difficoltà ed avversità che ebbe a sostenere, e ingiurie fattegli e false accuse in Roma ond’ebbe a soffrire anche il carcere, il Santo Vescovo di Castellammare compì l’Opera
imposta dal Cielo. (Vedi lelezioni dell’Ufficio di S. Catello nel giorno della sua festa, 19 Gennaio).
E apparve tosto sulla punta più alta una fresca fonte di acqua cristallina e salubre che servì in prima per i lavori di edificazione, e poi valse a dissetare i numerosi pellegrinaggi di fedeli che ogni anno nel mese di Settembre lassù accorrevano a venerare l’Arcangelo San Michele al luogo della sua apparizione, nel Tempio eretto da San Catello. Quel Tempio e l’accorrere dei fedeli perdurò sino al 1860, quando i briganti se ne servirono per il loro asilo; e i nostri soldati, per snidare i briganti, abbatterono l’antico monumento.
Il Vescovo di Castellammare salvò la preziosa statua di marmo in quel tempio, rappresentante l’Arcangelo S. Michele, che San Catello dodici secoli innanzi aveva portato da Roma ed ivi aveva collocata. E l’Ecc.mo Mons. Sarnelli, fatto Vescovo di Castellammare, pose così insigne reliquia storica in grande venerazione in un Cappellone riccamente costituito nel nuovo Duomo di quella città.
Quando io, venendo la prima volta in Valle di Pompei, seppi da un sacerdote così bella storia dell’apparizione di San Michele sul Gauro a noi di rincontro, intravidi ben presto che il più grande Principe del Cielo aveva già un disegno divino da compiere su questa Valle. Ma ignoravo allora quale fosse cotal disegno: solo mi parve evidente che l’Arcangelo San Michele era il naturale protettore di questo luogo, cui aveva onorato di sua apparizione e dei segnali del suo patrocinio.
Quindi, pieno l’animo di tali sentimenti, non mi ritenni di fare la mia proposta al Vescovo di Nola, la quale innanzi ho riferito.
– San Michele Arcangelo, - soggiunsi io al degnissimo Prelato, - fu l’Angelo Custode della Vergine Santissima in vita, San Michele è il Patrono di tutti i tempi del vero Dio, e San Michele sarà il Custode e Protettore del Tempio di Pompei.
Il santo Vescovo di Nola, per tenermi contento, acconsentì alla proposta.
I miei presentimenti non andarono falliti. Il fortissimo e bellissimo Principe, benigno sempre con noi, ci ha fatto   provare spesse volte il beneficio della sua protezione. Innumerevoli sono stati i trionfi riportati per San Michele in questo luogo sopra i nemici visibili e invisibili di noi e di questo Santuario.  
Quella apparizione del Secolo Settimo indicò l’apparecchio del regno di Maria in questa Valle, abbandonata, ignota, che era stata un giorno sotto l’impero del demonio e della colpa.
Il portentoso Arcangelo venne a scacciare Satana dalla terra dei Gentili, sulla quale doveva sorgere una novella era di grazie, un nuovo Sole di misericordia.
Comunque sia la cosa, egli è certo, che noi, ispirati alla lettura di codesta apparizione, proponemmo al Santo Vescovo di Nola nel 30 Aprile 1876, che il giorno da consacrarsi la prima pietra di fondamento a questo Santuario di Maria, dovesse essere il giorno 8 di Maggio, perché sacro alla gloria di quell’Angelo, che fu il Custode di Maria sulla terra, ed è il difensore di tutti i Santuari di
Maria nel mondo; e che, apparso su questa Valle, dovrebbe esserne di ragione il singolare Pretettore.
E da allora, nel volgere incessante degli anni, sempre, in quel dì 8 di Maggio, abbiamo invocato con fede il primo Angelo del Cielo a festeggiare insieme con noi la comune Regina.
Ed in ciascun anno noi ricordiamo due solenni epifanie: il maggior Principe del Cielo, che ha nome meraviglioso, si manifestava alla terra, scegliendo a spettacolo dei suoi prodigi la vetta di un monte; la più grande Regina che mai abbia avuta e cielo e terra, si manifestava anch’essa ai gementi figliuoli di Eva, scegliendo a centro dei suoi portenti l’umile Valle di una sepolta città pagana. Se non chè la Madonna che voleva ancor più raffermare l’animo nostro nella fede del suo patrocinio e nella fiducia in lei, acciocchè le future battaglie, che dovevamo sostenere non ci avessero abbattuto o fatto retrocedere dalla iniziata impresa, volle largire una quinta grazia, prima ancora che noi avessimo posto la prima pietra di fondazione della Chiesa.
(Autore: Bartolo Longo)


*Capo IX - (Quinto segnale del Cielo innanzi di porsi la prima pietra del Santuario)

Libro Quarto (pag.152)

Il Sac. Antonio Varone, di anni cinquantasei, domiciliato in Napoli al Vico Paradiso alla Salute N. 65, nella metà di Aprile di quell’anno medesimo 1876, venne assalito da tifo maligno associato a resipola con cancrena interna ed esterna: la quale, distendendosi dalle ginocchia in giù sino all’estremità dei piedi e covrendo deformemente le mani, la faccia e tutta la bocca con la lingua, era cosa orribile a vedere.
Onde egli andando di male in peggio, ai 23 di Aprile sfidato dai medici, e stremato, prese gli ultimi Sacramenti.

Il medico curante, Dott. Vincenzo Marsilia, continuamente traevagli dalla bocca degli strati di cancrena, e lo stesso in sua assenza facevano gli altri amici assistenti.
Tenuto un consulto con i Professori Raffaele Valieri e Clemente del Gaudio, dichiararono: “Niuna speranza rimanere più nell’arte umana: da quella inevitabile morte poterlo sottrarre solamente la mano divina”.
Erano testimoni parecchi signori, che si trovarono presenti al consulto.
Di che tutti del vicinato e del quartiere della Salute si davano gran dolore, pensando all’imminente perdita di  questo Sacerdote amato da quanti lo conoscevano, ed ansiosi, d’ora in ora dai balconi e per le vie, domandavano notizie al medico curante.
Quando il Sacerdote Don Federico Caprioli, udendo le tante grazie miracolose ottenute in Napoli mercè le offerte alla nuova chiesa del Rosario di Pompei, sperò; e quel giorno medesimo che era una Domenica, pregò la Contessa che si recasse a casa del moribondo e ne raccogliesse un voto per conseguire la disperata guarigione.
La Contessa entra in quella casa, e trova gente afflitta e piangente cui ella non conosce: erano i Signori Vincenzo Barone, Errico Sorrentino, Vincenzo Marzano, il Sac. Vincenzo Varriale, il Sac. Raffaele Guglielmi, il Sac. Pasquale Baroni, Giuseppe Lebano, ed altri molti, che a momenti aspettavano la morte ormai inevitabile del loro amico.
Ella si appressa alla sponda del letto per interrogare il moribondo il quale, la faccia gonfia e mostruosa tra rossa e livida, la bocca aperta, turgide e nere le labbra, il petto ansante, pareva dare gli ultimi aneliti. A vista si orrenda, un certo terrore e ribrezzo si impossessa di lei: pure si fa animo e gli dice:  - Padre! La Vergine del Rosario di Pompei sta operando prodigi per la sua nuova chiesa. Promettete voi di narrare a tutti, e di lasciare un attestato, se ricevete il miracolo della guarigione.
A tali detti cominciò il moribondo a piangere, e stentatamente rispose: - Adempirò tutto quello che voi promettete in nome mio.
E giunse le mani in atto di preghiera, mentre gli astanti, inginocchiati recitavano un’Ave Maria alla Vergine del Rosario di Pompei. Tutti piangevano, e la Contessa soggiunse: - Abbiate fede, che la Madonna vi farà la grazia.
La sera di quella stessa Domenica, ecco, cominciò la miglioria e lo staccarsi della cancrena, il ricoprirsi il corpo, la faccia, la bocca di nuova pelle, e sino di nuove unghie le mani.
Risanato, pensandosi essere stato un mero sogno tutto l’accaduto, anche la visita di una Signora che gli avesse parlato di una chiesa da edificarsi a Pompei; senz’altro credè soddisfare alla sua devozione con l’andare a celebrare la Messa di ringraziamento nella chiesa di S. Nicola da Tolentino ove veneravasi la Vergine di Lourde, ragionando così in cuor suo: - Val tutt’uno, o Lourdes o Pompei, una è la Madonna. Ed io mi rinfranco dall’andare sino a Pompei.
Ma la Signora del mondo, la quale per fini altissimi ha scelto questo luogo per essere particolarmente onorata in preferenza di tanti altri, e qui vuole che vengano i figli suoi a pregarla ed a lodarla, permise quanto ora diremo.
Era il giorno 12 di Giugno, e noi, insieme con la Contessa, informati della guarigione del Sacerdote Varone, andammo per lui ad averne l’attestato promesso e le oblazioni che avesse potuto raccogliere dai fedeli.
Ma con somma meraviglia apprendemmo in prima, e poi vedemmo con i nostri occhi, nuovamente a letto quel Sacerdote, aggravato da febbre gagliarda in preda di acuti dolori.
Domandammo addolorati e stupiti la cagione di questa nuova infermità, e non si seppe risponderci.
Lo interrogammo che cosa avesse fatto per la chiesa di Pompei; e saputo che per nulla vi si era adoperato, non tardammo a ricordargli le promesse fatte, e lo sollecitammo ad osservarle, per recuperare la perduta sanità.
Allora quegli, scusandosi con noi, promise nuovamente non solo di predicare da per tutto il miracolo; ma, risanato che si fosse questa seconda volta, di venire a Pompei, e di attestarlo al Vescovo e a tutte le genti.
E la notte, quando si aspettava l’aggravarsi del male, restò invece al tutto libero e sano per modo, che al mattino si levò di letto e uscì di casa a celebrare la Messa.
Il giorno della festa del Rosario, il Sacerdote Antonio Varone venne a Valle di Pompei, celebrò la santa Messa, e nel compiere il Sacrificio tra un profluvio di lagrime narrò a tutti il prodigioso
avvenimento.
(Questo fatto venne attestato con firme dei signori Sac. Antonio Varone – Sac. Federico Caprioli – Contessa Marianna de Fusco – Vincenzo Marzano – Francesco Anselmi – Sacerdote Gennaro Gattone – Gaetano Nigro – Sacerdote Pasquale Barone – Padre Basilio da Napoli – Amato Nigro – Vincenzo Barone – Errico Sorrentino – Vincenzo Sorrentino – Luigi Vecchine – Giuseppina Salvati – Sacerdote Vincenzo Varriale – Giuseppe Lebano – Gennaro Pellizzone – Sac. Raffaele Guglielmi – Avv. Bartolo Longo – Vi sono gli attestati del Dott. Vincenzo Marsilia e del Professor Raffaele Valieri).
(Autore: Bartolo Longo)


*Capo X - (La prima pietra del Santuario)

Libro Quarto - Gli 8 Maggio 1876 (pag.155)
E giunse il giorno sospirato tanto e tanto osteggiato, il giorno sacro al Principe degli Angeli, 8 di Maggio; e cadde quell’anno in Lunedì, come abbiamo detto.
Sul suolo di fresco comprato, coperto di erbe e smosso da solchi, piantammo una tenda; e sotto di essa, sopra due botti distesa un’assita coperta di drappi e di pannolini formammo una mensa ed un altare.
Un Crocifisso e sei candelieri, ecco il superbo apparato che doveva servire da primordio alla fondazione del Tempio di Pompei, e che stava per diventare in pochi anni un monumentale, mondiale, Pontificio!...
In fondo alla tenda, sulla parte alta dell’altare, in campo dorato era sospesa la vecchia Immagine del Rosario, non ritoccata ancora dal Maldarelli, ma aggiustata alla meglio dal primo pittore che fu il signor Galella.
Il Vescovo di Nola Monsignor Formisano, nella cui diocesi è posta Pompei, accompagnato dal suo Vicario, da Canonici e dal Curato di Nola, e con altri Sacerdoti di vari paesi, veniva in forma solenne a questa Valle per la commovente funzione di porre la prima pietra del Tempio del Signore.
Era una giornata incantevole, il cielo sereno senza una nube: all’aperta campagna, fragrante dei fiorellini del prato e della sfarzosa verzura, difronte al Vesuvio, che innalzava maestoso il suo pennacchio di fumo, e pressi l’Anfiteatro, che a quel tempo non era stato ancora cinto del terrapieno che lo nasconde oggi alla vista del viandante, si compivano sotto di quella umile tenda i più belli e teneri riti della Chiesa Cattolica per i quali questa terra diseredata si sarebbe mutata presto in “Abitazione santa di Dio”, e questa deserta gleba in “Santuario”, in “Strada del Cielo”.
Spettatori di così grande funzione non erano altri, che poveri contadini di questa contrada, e un drappello di presso a trecento dame e generosi Signori napoletani, tra cui parecchi avevano ricevuto grazie.
Si notava tra questi la famiglia dei Signori Miccio e Vastarella con la Signora Concetta, risorta a vita per la Madonna di Pompei. Vi era ancora la famiglia della Signora Anna Maria Lucarelli di Napoli, che attestava la “prima grazia” piovuta dal Cielo per la santissima Vergine del Rosario invocata sotto il nuovissimo titolo di Pompei. Vi era Giuseppe Federico prima menzionato, e tutti i suoi figlioli che adempivano la promessa fatta. Ernestina Freda, la Duchessa di Messanella, la Marchesa Ruffo con la sua famiglia ed i Signori Murena e Lavorgna di Napoli facevano a noi corona.
Oh, quanto torna caro alla memoria quel memorabile “8 Maggio 1876” e quelli che ebbero la ventura di venire qui!
Chi può pensare quanto grande gloria sia a Dio e agli uomini l’edificare un Tempio sull’antica terra di Pompei dedicato alla Vergine Maria? Ma chi poteva allora valutare adeguatamente gli immensi vantaggi che sarebbero stati per derivarne a questi abitatori e a tutto il mondo nel corso di pochi anni dalla nuova chiesa di Valle di Pompei?
Un gran cumulo di meriti, senza alcun dubbio, coronerà nell’altra vita tutte le anime generose di quei fedeli, che con esemplare carità vi hanno speso il loro obolo.
Meraviglioso riscontro di fatti umani! Agli stolti e agli increduli, che non possono conoscere i fini e le ragioni ultime di taluni fatti, apparirà semplice caso; ma al credente, al lume della filosofia della storia, sarà manifesta la legge perenne di ordine e di Provvidenza divina, sotto di cui ammirabilmente si svolgono gli umani avvenimenti! In quello stesso giorno ed a quella medesima ora per impensata avventura, una grande nave da guerra, il Duilio, è varata nelle acque di Castellammare di Stabia.
E qui a quattro miglia, nella Valle di Pompei, ad un’altra mistica Nave si dà solenne inizio, sotto il più glorioso e trionfante titolo, di “Regina del SS. Rosario”.
Colà ad un’opera di fortezza e di gloria terrena assiste un Principe del mondo: (V’intervenne il Re Vittorio Emanuele II) qui ad un’opera di amore e di gloria tutta divina interviene nella sua umiltà e maestà insieme un Pastore di Santa chiesa, il santo Vescovo di Nola: il quale, investito dell’autorità che gli viene da Cristo, tramuta il freddo marmo in cosa sacra, e con essa pone mano all’edificio, che unisce in santo vincolo di affetti Cielo e terra, Dio e gli uomini, il tempo e l’eternità.
Ancora, quel formidabile naviglio, rivestito di ferro, è fatto strumento di “morte”. Questa santa “Nave”, opera di amore e di pace, cagionerà la vita eterna a tanti peccatori, che qui verranno ristorati nel lavacro della Penitenza; a tante afflitte madri e vedove spose, che qui impetreranno la pace sempiterna alle anime dei loro cari estinti; a tanti egri e languenti ed afflitti e moribondi, che qui troveranno il farmaco salutare alle loro piaghe, il ristoro alle loro ambascie, il sollievo alle amarezze ed il ritorno della vita in quello che sta per spegnersi.
In Castellammare, innumerevole gente di ogni parte, gran moto, ressa, confusione per mare e per terra, decorazioni e bandiere, applausi festanti e concerti musicali, fiori e lumi, abiti sfoggiati e sfarzi di bellezza fugace. A Valle di Pompei poveri contadini e donne semplici, torme di fanciulli vispi e gai, e vecchi di lunghissima età
(In Valle di Pompei accade il fenomeno delle longevità. Era presente in quel giorno un vecchio che contava 107 anni: si chiamava Giuseppe Zeppetella, e sua moglie ne contava 105. Poco dopo morì il marito, e quindici giorni dopo la moglie. Nel 1890 è venuto a farci gli auguri un vecchio contadino a nome Catello, che portava bene sugli omeri il peso di 106 anni. Ed il custode della nostra Via Sacra, Angelo Solimene, uno dei bisavoli della presente generazione di Valle, che con la sua zappa aveva cura di rifare i guasti che le vetture ed i cavalli fanno alla della via, raggiunse pure la bella età di 92 anni. Nel corso di 19 anni, da che lavoravamo in questo luogo, non era morto nessuno di quanti incominciarono con noi la chiesa, tranne il vecchio Parroco Cirillo, che fu il Primo Parroco della moderna Valle, e contava 79 anni: e la sera innanzi era venuto a dare la benedizione serotina in parrocchia. Giuseppe Federico, che ne noverava 75, ed Angelo Tortora, il Capopopolo, il carrettiere che portò sul suo carretto carici di letame l’Immagine del Rosario, anche a 75 anni, e Ferdinando Vitiello di anni 89!), dai cui volti traluce la gioia pura dell’anima, ed una pietà affettuosa e tranquilla. Non altri suoni che gli allegri rintocchi di due campanelle, che a quando a quando fanno echeggiare per le circostanti valli l’annunzio di una festa religiosa.
Non grida di entusiasmo o chiasso di sorta, ma silenzio mesto e soave della verdeggiante campagna, interrotto soltanto dalle placide e fervorose preghiere di un manipolo di fedeli: i quali commossi fino alle lacrime uniscono le loro voci ai cantici eterni degli Angeli, che di certo glorificavano Dio in questo luogo, designato a suo Santuario, a sua dimora, a trono delle sue misericordie.
L’orazione dotta, santa, ispirata, che recitò con tutto il fervore quel chiarissimo oratore, che fu il canonico Curato di Marigliano, Don Paolino Autiello, rapì così forte gli animi di tutti che, inteneriti, largirono di presente per il nuovo edificio più di lire 500. Un signore donò una croce d’oro, ed una povera giovanetta, non avendo altro a dare, si tolse gli orecchini, e li depose per “fabbricare la casa della Madonna”!
Erano le undici del mattino, e il vescovo benediceva la prima Pietra. L’aria sempre quieta, non si muoveva alito di vento, e tutti si raccoglievano in religioso silenzio.
Quando nell’incidere che quegli fece con la punta del coltello il santo segno della Croce su quel marmo, di repente si udì uno stormire di rami, un mormorio di vento che agitando le fronde per terra, e mano a mano facendosi più gagliardo, sino alla forma di un turbine, involge tutti in denso polverio. Pareva che tutta la natura sentisse la potenza della Croce di Cristo.
Pochi istanti dopo tutti noi, che eravamo prostrati sulle zolle, seguivamo il santo vescovo di Nola, che, circondato dai sacri Leviti si avviava a porre nel cavo la prima pietra del santuario di Maria, intonando le Litanie dei Santi.
Ed ecco, in quel momento udirsi il rombo dei cannoni, che salutando in Castellammare un Re terreno,
ed echeggiando per la Valle di Pompei, parevano anch’essi mandar la loro cupa voce a venerare il compimento di sì celeste cerimonia, e salutare nel loro linguaggio quella “Pietra angolare”, su cui si doveva edificare la casa di Dio.
Così fu piantata su questa infeconda e reietta gleba la Croce, vessillo di benedizione, di civiltà e di redenzione.
Nel fosso scavato per il primo pilastro fondamentale del Tempio, che è il primo dell’arco maggiore a sinistra, sotto la prima pietra dell’edificio divino, noi ponemmo alcune monete d’oro, di argento e di bronzo in riconoscimento del supremo dominio che ha il Signore del cielo e della terra sopra di noi e sopra i nostri bene.
Nel medesimo cassetto di rame che conteneva le monete, ponemmo in un tubo di vetro una pergamena su cui erano scritti il nostro nome e quello della Contessa e di altri che si prestavano in quei primi tempi valido aiuto.
Era una espressione di filiale abbandono sotto il patrocinio della Madre di Dio. Era un segnale di fede in Gesù Cristo nostro Re, Signore, Redentore e Giudice, sotto la cui egida noi combattiamo viatori, e nel cui Nome onnipotente saremo coronati vincitori.
Oggi, chiunque entra nel santuario di Pompei volgendo l’occhio a sinistra dove finisce la grande navata, ai piedi del pilastro che sorregge la cupola, legge questa iscrizione che rammenta quel giorno e quella cerimonia solenne, e addita il luogo dove fu gettata quella prima pietra che è base angolare del Tempio.
IL DÍ OTTAVO DI MAGGIO MDCCCLXXVI
DA GIUSEPPE FORMISANO VESCOVO DI NOLA
ASSISTENDO I CONIUGI FONDATORI
AVV. BARTOLO LONGO CONTESSA MARIANNA DE FUSCO
E UNO STUOLO DI CITTADINI E PATRIZI DI NAPOLI
QUI FU COLLOCATA LA PRIMA PIETRA DEL SANTUARIO
IN UTILITÁ DEI POVERI PAESANI
PER INCESSANTI GRAZIE E PRODIGI
SORTO DI POI ALLA PRESENTE SPLENDIDEZZA
Poco lungi dall’Anfiteatro di Pompei, di quella città un dì si lieta per gentileschi piaceri ed insozzata del culto agli idoli e al demonio, ed ora fatta muta e deserta per sterminio e rovine, si levò alla fine, nel giorno sacro al “principe degli Angeli” silenziosa ma sublime la croce di Cristo – Dio, apportatrice mai sempre di vita e di civiltà verace ao popoli.
Qui lo stanco passeggero e l’affannato contadino riposeranno all’ombra dell’altare dedicato alla vergine Madre: la quale, stringendo al seno il Salvatore bambino con la destra e con il Rosario nella mano sinistra, addita loro “l’antico rimedio ad ogni male, la distruzione dell’eresia, l’Aiuto dei Cristiani”.
Ella, da questo trono di misericordia, mostrando la sua insegna di amore e di dolore insieme, cioè il Rosario e la croce, si volge ai mortali e dice: - O voi tutti che siete travagliati ed oppressi dal dolore, prendete il farmaco delle vostre ferite. Ecco la mia corona di Rose celesti; cingetene il vostro cuore: offritela ai miei piedi ogni giorno, ed io vi scamperò da morte.
La vostra vita sulla terra è un pellegrinaggio, è un esilio; siete polvere: ma le mie Rose sono immarcescibili e feconde di vita. Ed io, che sono la madre dei peccatori, verrò a coronarvi nel giorno di vostra agonia.
Ora quella tremenda nave del Duilio è già avviata al suo destino: questa mistica nave è anch’essa avviata al suo compimento, ed ha bisogno di chi la compia.
Per quella, opera al tutto materiale e peritura, esposta a mille eventi, si sono spesi milioni di lire; per questa, opera al tutto celeste e spirituale, è però oltremodo superiore e benefica, non si è richiesto che il soccorso di “un soldo al mese”! Ma la vergine Maria è onnipotente! Si sono spese già per il suo Tempio, cinque milioni di lire, oltre la facciata monumentale, che è costata circa due milioni!...
Maria, che a quei tempi vuol salvare le anime con quello stesso Rosario con il quale salvò la civile società del secolo XIII, e che Ella stessa mostrava di recitare là sulla montagna di Lourdes; la dolce e pietosa nostra Madre vuole questo Tempio intitolato a Lei ed al pegno del suo amore per gli uomini, il Rosario. Ed i fatti straordinari, compiutisi nel corso di quarantacinque anni, e le grazie che Ella concede ai fedeli di ogni ceto e di ogni paese, solo che concorrono alla erezione del Tempio a Lei così caro, ne danno ampia sicurezza e ne dilatano il cuore alle più dolci speranze.
(Autore: Bartolo Longo)


 
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