Storia del Santuario dalle origini al 1879 - Istituto Aveta

Vai ai contenuti

Menu principale:

Storia del Santuario dalle origini al 1879

Il Santuario > Storia del Santuario

*Capo I - Il disegno del Santuario

Libro Quinto - "I fondamenti del Tempio" - Il Maggio del 1876
1. Il disegno del Santuario (pag.164)
La prima pietra dell’edificio, che un giorno sarebbe diventato Casa del Signore nella campagna di Pompei, era solennemente posta sotto terra, come a base di novella Arca noetica, la quale, senza che noi ne avessimo pure un lontano presentimento, era destinata a riconciliare con Dio le colpevoli generazioni dell’ultima parte del secolo decimonono, non che quelle del secolo ventesimo.
A noi, nella foga dei desideri ond’eravamo accesi e trascinati, pareva di avere felicemente superato le maggiori difficoltà che sin dalla prima ora si erano presentate, ed essere pervenuti a quel giorno sospirato, di gettare le basi di un tempio di Dio vero sulla terra dei falsi dèi!
Ma poi che le feste furono passate e la freddezza del consiglio ebbe preso luogo, cominciammo a intravedere le difficoltà, che mai innanzi non avevamo trovate tante.
Ed in prima: - quanto sarebbe per essere ampia questa nuova chiesa? – quanto lunga? – quanti altari, quante cappelle?
La prudenza evangelica consigliava di non porre mano a cosa superiore alle nostre forze, e un avviso del santo Vescovo di Nola era a quella conforme. – Non spendete più di quanto possedete, - ci aveva egli suggerito.
Ma d’altra parte risuonava ancora nei nostri occhi un’altra sentenza, frutto della lunga esperienza di quel saggio Prelato: - Quando si ha da fare dalle fondamenta una chiesa non si deve guardare al numero presente degli abitatori di un luogo, ma sì al numero ascendente di venti anni appresso. – Perciò la preveggenza consiglierebbe si facesse una chiesa ampia si da contenere un duemila persone, tenuto conto dell’aumento di dieci volte in più della popolazione presente.
Come conciliare le due opposte sentenze?
Il medesimo Monsignor Formisano aveva trovato questa semplice soluzione. – Fate le fondazioni non tutte d’un tratto, ma a spizzico, secondo che vi basterà il denaro. Poi innalzerete due mura su quei pezzi di fondazioni, quindi un arco, una volta. Tra quelle due pareti laterali eleverete una terza temporanea di fronte, che li chiuda; ed ecco bella e fatta una chiesuola. L’anno vegnente demolirete le pareti di mezzo, e continuerete le fondamenta, e poi due altre mura su, con archi e volta, ed avete sbandito il dubbio della lunghezza, così di anno in anno, sfondando ed erigendo, voi allungherete la chiesa, finché avrete voglia e denaro.
A noi, stranieri affatto all’architettura, parve quello un saggio consiglio, tanto più che metteva in salvo la prudenza e favoriva l’antiveggenza del futuro accrescimento di popolazione.
Ma ad ogni modo sorgeva un’altra incognita.
Le fondamenta avrebbero a costruirsi tutte d’un getto, a tela, come dicono, per essere più solide, ovvero ad archi e pilastri per essere più economiche?
È dato pure che si avesse a considerare l’economia, di quale larghezza sarebbero per essere questi archi e questi pilastri?
Ancora, edificando un Tempio per duemila contadini a venire, quale forma era da prescegliere più acconcia a contenere popolo villereccio? Era conveniente costruirlo a colonne, oppure a pilastri? – ad una navata, ovvero a tre? – a croce latina, o a croce greca? – con vòlta di fabbrica, oppure con solaio a tetto ed a legname? Tutto questo per me, era n problema di difficile soluzione.
A dir corto, vi era bisogno di un disegno architettonico, secondo il quale cominciare le nostre operazioni.
Ma, invitare un architetto! Ohibò: la Marchesa Filiasi e Monsignor Formisano ci avevano messo nell’animo un gran timore di chiamare architetti per una chiesa rustica di poveri contadini, quando, a pagar diritti e spese e viaggi di architetto, vi avrebbe voluto la metà delle offerte raggranellate con tanto stento. Le spese per un architetto era meglio adoperarle in fabbrica, per accelerare il compimento della chiesa. Anche questo era entrato nella mente mia a modo di convincimento.
Ma intanto un disegno era indispensabile. Come fare?
Ossequiosi sempre alle parole dell’antico Pastore, ci conformammo al tutto ai suoi consigli. Deliberammo di fabbricare a pezzi: a questo modo avremmo schivato la prima morsa che ci stringeva, cioè di dovere definire di presente la lunghezza dell’edificio. Ma, e la larghezza di esso? Non poteva farsi di meno di determinare sin dal principio la larghezza per poter incominciare i cavamenti laterali.
Non ismarrii. In cima a tutti i miei disegni era quello di innalzare un Tempio al Dio vero in questa desolata piaggia, e fare da un popolo nascente invocare a propria tutela, la regina delle vittorie con preziosa Corona del suo Rosario. Qualunque disegno o genere di chiesa mi avrebbe menato a questo risultato: era quindi inutile darsi pensiero di ciò. Quattro mura imbiancate di calce, una volta semplice, anch’essa bianca, ecco tutto il bisognevole: ed il popolo entrerebbe senza disagio ad adorare e lodare il Signore.
Oltre di me, a me passava per la mente un altro pensiero. Avevo visto presso Scafati una chiesa spaziosa abbastanza, capace di contenere oltre a mille persone, dedicata alla Madonna così detta dei "Muroli", ad unica navata, a croce latina, tinta a calce, la quale tinta le dava un’aria allegra e pura. Ed oh, come mi sarei reputato felice, se avessi avuto una chiesa somigliante nella mia Valle! Tosto cercai di informarmi; e mi si disse che quei cittadini vi avevano durato attorno non meno di trent’anni a costruirla, e vi avevano speso non meno di trentamila lire!...
Trent’anni di fatiche! Trentamila lire di contanti!
Vi era ragione da sgomentare ai primi passi. E, che avrebbe raccolta questa somma in Valle di Pompei tra poveri contadini? E poi, chi mi assicurava la vita dopo tanti anni, essendo io tanto infermiccio?
– Non siate egoisti, - aveva più volte ripetuto il nostro Vescovo: - non vogliate pensare per voi, ma per i posteri. Voi incominciate, gli altri finiranno.
Queste parole risuonavano sempre nell’animo nostro. Noi dovevamo incominciare, senza pure pensare di vederne il compimento. Dunque, fiducia nell’aiuto della Provvidenza e avanti! Noi cominceremo, gli altri finiranno. La chiesa della Madonna dei Muroli attira i nostri sguardi? E la chiesa dei Muroli sia il modello, a cui si conformerà, benché più poveramente, la futura chiesa di Pompei.
Fermato questo divisamento, non sapendo far di meglio, invitammo il nostro capo muratore di Scafati, Pasquale Vitiello, a recarsi con noi a quella chiesa. Ed un bel giorno, andammo con lui e con un Sacerdote amico e con la Contessa. E, messici dall’un dei lati della predetta chiesa, prendemmo con una cordicella le dimensioni quanto a lunghezza ed a larghezza.
Quindi accortomi che il prete mio amico aveva una propensione naturale all’arte del disegno, lo sollecitai di fare una pianta, un disegno topografico di una chiesa che fosse al tutto simile a quella di Scafati. Ed egli fu presto a contentarmi; e tracciò su di un foglio di carta un edificio, che voleva dire chiesa, foggiata ad unica nave con quattro cappelle.
A dir vero quel disegno doveva essere qualche cosa di grottesco, perché mostratolo appena a qualche perito dell’arte, destò l’ilarità come di uno scherzo puerile. Ma a noi, cui bolliva il sangue nelle vene, ed a cui crucciava ogni ora d’indugio, quello schizzo parve più che sufficiente per dare inizio al lavoro.
Il medesimo D. Gennaro mi propose, per ottenere maggiore economia, di dare le costruzioni non a cottimo, si bene, come qui si usa, in economia, cioè pagare i lavoranti a giornate; ed egli, insieme con suo padre, che vedemmo presente alla funzione della prima pietra e che aveva fatto voto di sovrintendere gratuitamente alle costruzioni, vi avrebbe diligentemente sovrastato i lavoratori, curandone il modo di pagamento.
Venne infine tra noi risoluto, che i fondamenti, per risparmio, sarebbero fatti ad archi e pilastri.
2. Le prime pietre portate sulle spalle (pag.169)
Per menare innanzi l’Opera con poco danaro ed insieme con grande alacrità il vecchio Parroco Cirillo, che presentammo ai lettori per primo Parroco di Pompei, propose di invitare nella prossima domenica tutti i coloni e i vetturali della Valle a offrire ciascuno, chi l’opera sua in giorno di festa, e chi un carro di pietre, o n carretto di terra vulcanica detta "pozzolana", o un po’ di calce ed altro materiale da servire alla costruzione.
Era stata, a cinquecento metri da quel luogo, e propriamente sull’angolo occidentale del fondo De Fusco, aperta una piccola cava di pietre vulcaniche da un custode degli Scavi di Pompei, chiamato Pietro Paolo Vitiello, il quale a proprie spese e per fabbricare una sua casa aveva fatto lui stesso una provvigione di quei sassi. E allorché fu spettatore della commuovente funzione della prima pietra del Tempio, dispose in cuor suo di offrire per l’opera santa dodici metri cubi di pietre vulcaniche, ed aspettava i carretti che le trasportassero.
Venuta la domenica, seguente il dì 8 di maggio, la quale cadde in quell’anno ai 14 del mese, essendo radunato tutto il nascente popolo pompeiano, quel Curato si levò su a predicare loro, dicendo tra le altre cose: - Che Dio si era mosso a pietà di essi, disponendo che si edificasse una chiesa ove potessero tutti raccogliersi insieme, e udire la Messa e farsi buoni Cristiani; e che gran merito era all’uomo l’innalzare una chiesa a Dio. Quindi doversi ognuno ritenere onorato assai di porre con le sue mani una pietra alla edificazione della Casa ove era per abitare il Signore. E poiché il Custode della vecchia Pompei aveva offerto delle pietre, aggiunse, che sarebbe stata opera meritoria, di pietà e di penitenza, il trasportarle sulle proprie spalle, quasi a dichiarazione di servitù verso il Signore del Cielo e della terra.
La parola del Sacerdote non cadde su terreno sterile. Ogni persona che qui era, maschi e femmine, grandi e piccoli, seguitarono i desideri  e gli esempi del proprio pastore.
Mosse in capo a tutti il vecchio Curato, e dietro di lui seguivano, a modo di processione, i due fratelli sacerdoti Federico, e poi la Contessa con i suoi quattro figli, e tutti i servi della casa e tutti i coloni, e poi i fanciulli e fanciulle e il popolo Pompeiano frammisto. Ed era un tenero spettacolo a vedere tante persone di ogni età tornarsi, per la via provinciale che da Napoli va a Salerno, tutte curve sotto il peso di sassi che si portavano addosso con una fede umile e sincera, ma ad un tempo forte e sprezzatrice di ogni umano rispetto.
Anche io, del numero degli avventurati, portai sulle spalle il mio sasso; e forse quella nobilissima umiliazione mi ha fruttato la sorte di vedere, in capo a venticinque anni, compiuta la Chiesa del Signore!
La Contessa pure, e la sua figliuola Giovannina trasportarono un sasso; e quest’ultima, dodici anni dopo di quel giorno, scampava la morte per quella chiesa a cui aveva portato sulle braccia una pietra!
Anche il primogenito; il Conte Francesco De Fusco, ebbe quest’onore; e chi lo avrebbe detto? Dopo quindici anni anch’egli per quella chiesa sarebbe tornato da morte a vita! Oh, come largamente ricompensa Iddio anche quaggiù chi a Lui serve; ed oh, di quale speciale predilezione guarda il Signore tutti quelli che concorron L'Architetto Antonio Ruao ad innalzargli templi ed altari sulla terra, nei quali Egli si possa comunicare con le sue creature!
Ciascuno di noi in quel momento era compreso da una fede inesprimibile: il nostro pensiero non antivedeva certo i futuri destini di questa chiesuola che allora si faceva per i contadini. No: il pensiero dominante era: "fare adorare Dio in questo luogo dove non era convenevolmente adorato, e rendergli gli atti di lode, di adorazione e di amore, che ogni creatura deve al suo Creatore e Signore.
Oh come ci sentiamo oggi felici tutti noi che ricordiamo l’atto di umiltà e di penitenza che avemmo la ventura di compiere in quel giorno di misericordia! Ripensare che noi, con le proprie mani abbiamo messo un sasso alle fondamenta di un tempio del Signore!... e di quale tempio? Di quello che al quindicesimo anno dalla sua origine sarebbe stato qui consacrato e dedicato alla Regina del Santissimo Rosario; e tre anni dopo era posto sotto l’immediata giurisdizione del Capo di tutta la cristianità, e però dichiarato "Santuario Pontificio", e poco dopo, nel 1901, "Basilica" pari a quelle dell’alma Roma.
Se in quella domenica, 14 di maggio 1876, qualche incredulo ci avesse visto sulla via provinciale Napoli-Salerno, curvi sotto il peso di un sasso, trafelati e molli di sudore, sotto i raggi di un vivido sole, fermarci di quando in quando a riprendere lena, posando la grossa pietra sul parapetto della via, e indi a poco riabbracciare il peso e compiere frettolosamente il cammino, come se un padrone ci sollecitasse alla schiena; quell’incredulo ci avrebbe riso indubbiamente in faccia. Noi, quel giorno, compresi da unico sentimento, dalla fede, certo non gli avremmo data risposta. Ma oggi, dopo quarantatré anni da quel giorno, dopo tanti manifesti segnali di misericordia dati al mondo da Maria da questo tempio, oggi avremmo lanciata quella pietra sulla sponda della via, e saremmo corsi a lui, e lo avremmo abbracciato, e con dolce violenza di affetto lo avremmo trascinato qui ai piedi di nostra Madre, a vedere i prodigi del Signore sulla terra che fu dei Gentili. Lo sguardo sereno e dolce della nostra Regina non lo avrebbe fatto tornare indietro senza una benedizione. E la benedizione di Maria è sempre apportatrice di fede e di pace, anche quando sembri recarvi un martirio. Oh, beato colui che ama ed onora così dolce Regina.
3 – Falsi principii e lamentevoli conseguenze (pag.172)
Così fu fatto il mucchio delle prime pietre da gettare per i fondamenti della chiesa di Pompei. E dopo il dono del pio custode degli Scavi, l’esempio venne imitato da carrettieri, da proprietari di pietre, e da venditori di calce, si che nulla ormai mancava che si desse inizio a cavar le fosse e riempirle. E senz’altro, il lunedì seguente fu messo mano ad aprir le viscere di questa terra che è figlia di varie eruzioni vulcaniche. E qui pare utile dire qualche cosa intorno alla natura del predetto terreno, affinché  il lettore comprenda più chiaramente il fatto che saremo per narrare.
Il suolo, in questo punto della Valle, è fatto a strati; ma un metro appena profondo, ed in alcuni luoghi anche meno. La terra, formata di cenere vomitata fuori dal Vesuvio nelle eruzioni posteriori all’anno 79 dopo Cristo, è stata resa fertilissima, nei secoli a noi vicini, dall’industria ostinata di poveri coloni, per mezzo di ripetuti concimi e delle frequenti irrigazioni del Canale Sarno, onde questo terreno, caldo per sua nativa origine e rinfrescato da copiose acque, che tutto in seno assorbisce in poco d’ora, rende al paziente coltivatore quattro raccolte l’anno.
Codesto strato fertilissimo e sovrapposto a uno strato di terreno sodo, massiccio, che qui chiamano tuono,, e i naturalisti tasso: anch’esso è formato di cenere e di ferro impastati ad acqua bollente piovuta dal Vesuvio nella famosa eruzione del 79.
Su questo tuono, o pancone, costumano i Pompeiani odierni mettere le basi delle loro case.
Sottoposto a questo primo tasso giace sepolto un monte di lapilli, piccole pietruzze bianche spumose, leggerissime che a pesarle non non varrebbero un grammo, e pure furono bastevoli a seppellire una intera vasta città! Tanto che fu grande la copia che il Cielo irato fece piovere dall’ignivomo monte sulla lussureggiante città dalle mollezze gentilesche.
Questo monte di lapilli è alto tre o quattro metri, frammezzato anch’esso di quando in quando da qualche strato di tasso, o tuono, dello spessore di mezzo metro, formato da altra cenere piovuta frammista ai lapilli in quei giorni di pioggia ferale.
Il gran cumulo di lapilli riposa qui sulla terra coltivata dagli antichi Pompeiani, terra rossiccia, fertile, sulla quale ho trovato sparse varie cose, come monete, scheletri di uccelli, ed anche uno scheletro di uno schiavo, a giudicarne dalle catene che aveva ribadite agli stinchi. Dallo stato in cui si trova questa terra antica messa a cultura, si rileva il modo onde gli antichi Pompeiani la zappavano, dividendo cioè il terreno a larghe nappe o strisce, divise da canaletti e rigagnoli, non altrimenti che si osserva oggi nette paludi prossime alla città di Napoli.
Sotto i lapilli, e talvolta in mezzo ad essi, serpeggiano delle vene di acqua, la quale in taluni punti è fresca e potabile, in altri è veramente acqua minerale, in cui abbonda principalmente il ferro e la magnesia.
Premesse queste nozioni non affatto inutili, veniamo alla nostra storia.
Giuseppe Federico, uomo intraprendente ed esperto negli affari, aveva osservato che i maestri muratori di Scafati erano più cari di quelli di Boscotrecase; per la qual cosa venne chiamato per la costruzione dei primi pilastri sotterra un capo muratore di Bosco, a nome Luigi Cirillo.
Ma costui, non ponendo mente al peso che sarebbe gravato su quei pilastri, li fondò non più che a due metri e mezzo di profondità, cioè sopra il secondo tasso, il quale, come innanzi abbiamo veduto, non ha altro solido fondamento che un secondo strato di lapilli.
L’animo nostro, come avviene in chi non è perito in un affare che ha tra le mani, era sempre incerto e titubante se si facesse bene.
Ci sentivamo costretti a consultare un architetto.
Per buona ventura la Contessa conosceva in Napoli un vecchio ingegnere, il Signor Francesco Aratore, un sant’uomo, architetto della nuova casa della madre Caterina Volpicelli, fatta da questa edificare per le Ancelle del Sacro Cuore. Informatici del suo indirizzo, andammo una sera da lui.
Come quel saggio uomo seppe delle vie che tenevamo nella costruzione, si meravigliò molto che noi procedevamo senza il consiglio e la direzione di un uomo dell’arte.
Lo pregammo che si degnasse di venire almeno un giorno a dare uno sguardo alle fondamenta di fresco aperti. Ma egli si scusò allegando la sua infermità e vecchiaia, profferendosi di mandare in vece sua un suo giovane assistente.
Di fatto, due giorni dopo, questi fu a Pompei sul luogo degli intrapresi cavamenti.
È superfluo il dire che egli disapprovò al tutto quel modo e quella misura tenuta.  
– I pilastri di fondazione, - egli osservò, - bisogna poggiarli sull’acqua per essere saldi e immobili. Era mestieri quindi tornare a rifare i pilastri e allargare i muri sotterranei almeno sino a metri 2,70; e girare le volte sotto terra affinché fossero incrollabili.
Ancora, per una chiesa da servire per duemila persone quei pilastri erano deboli e gli archi molto superficiali. Insomma era stato se non danaro sprecato, almeno tempo perduto.
Il cuor nostro sentì allora un’acuta punta.
Come avviene in chi non è esperto in certi negozii, se si trova arruffato in essi, non trova via di acquietarsi finché non apra l’animo suo a persona che goda tutta la sua fiducia; noi ricercavamo nella mente nostra chi potesse essere la persona fidata.
Il buon Vescovo di Nola era tale per noi; e a lui subito mandammo il prete D. Gennaro a narrare per ordine quanto avevamo fatto, veduto e udito.
Il povero Vescovo in sulle prime allibì anche egli; e non sapendo a qual partito appigliarsi, ricorse a un prudente e bello ritrovato.
– Sospendete tutto, - egli rispose, - finché non vi manderò io mastro Salvatore. Egli deciderà il da farsi. E poi verrò io di persona.
4. Sulla breccia (pag.176)
Chi era questo mastro Salvatore?
Salvatore Taddeo era un muratore di Nola, più sui settanta che sui sessanta, uomo assai probo e perito nell’arte sua, onde di lui si era valso Mons. Formisano per compiere alcuni restauri del Seminario; e lo aveva in grande amore, stima e fiducia per modo che in ogni costruzione quel santo Prelato non sapeva dar cominciamento, od uscirne, senza ricorrere all’autorevole consiglio dell’antico e fidato suo fabbro. Ma dall’altra parte il Taddeo per la grande venerazione che aveva per il Vescovo di Nola non sapeva scostarsi un’acca dalle parole che questi proferiva.
Nel giorno adunque ordinato, convenimmo insieme sugli orli delle vaste fosse cavate, la Contessa ed io , la famiglia del federico padre e figli, e il capo muratore di Boscotrecase Luigi Cirillo, e mastro Salvatore Taddeo come l’oracolo in capo.
Il lettore avrà giusto di udire i discorsi fatti sulla breccia, per riposarsi anch’egli in questo punto, e per trarre, da ogni benché lieve fatto, un novello argomento del come il Santuario di Pompei sia proceduto sempre sopra gli umani accorgimenti; che se fosse stata opera di uomo, esso a quest0ora sarebbe ancora alle fondamenta.
– Che ne dite , mastro Salvatore: queste fondamenta così poste, sono ben fatte? – domandai io.
– Eh, si che son buone!  
- Ma il giovane dell’architetto Aratore ha osservato che son superficiali, e quindi è necessità rifarle.
– E… già, sono veramente superficiali!
– Ma pensate voi, che rifacendo gli archi più profondi, e fabbricando sotto ai pilastri siamo sicuri di andar bene?
– E si! Che si va bene. – Ma il timore del nostri Vescovo è ben fondato? Il Vesuvio con qualche scossa potrà far crollare l’edificio posto su queste basi?  
– E si! Che vi è timore che cada tutto a causa del Vesuvio.
– Ma allora è da preferirsi il sistema di fare i fondamenta a tela, come voi dite, cioè tutti d’un getto? E così non temeremo punto scossa del Vesuvio?  
– E si! Allora non vi sarebbe timore.
– Ma noi non sappiamo regolarci di quale lunghezza e larghezza fare i muri di tela: poiché Sua Eccellenza ha detto: «Fate la fabbrica a pezzi: oggi due mura, l’anno venturo proseguite e allungate le mura, e così anno per anno, secondo che la Provvidenza manderà il danaro: voi allargherete la chiesa secondo fa bisogno». Voi che ne dite? – Eh si! Sta bene.
Ci volle non poco a contenermi e a non farmi scappar via un residuo di pazienza che mi ero sforzato di contenere in fondo al cuore.
Per non recar dispiacere al vecchio fabbro con qualche parola meno che moderata, mutai la cosa in gioco: e cantarellando e ammiccando gli altri miei compagni, me ne andai da quel luogo, e me ne partii per Napoli chiudendo in cuore un vivissimo rammarico.

5 – Come il professore dell’Università di Napoli, Ingegnere Antonio Cua, si offre a dirigere gratuitamente i lavori del Tempio (pag.178)
Mentre che io mi vedeva in tanto ginepraio, la Provvidenza, che invisibilmente guidava la file dell’opera sua, mi trasse d’impaccio in modo cui meno pensavo.
Mi recai a casa di un intimo e cordiale mio amico, il cav. Tarquinio Fuortes, Professore di matematica al Collegio militare della Nunziatella, giovane allora, ma di fine gusto artistico e di severa critica, e, sopra di queste cose, di animo nobilmente sincero, onde io lo aveva, siccome l’ho tuttora, in grande stima ed affetto.
È superfluo il dire che egli con tutta la sua famiglia era stato un uno dei primi Associati alla futura chiesa di Pompei. Abitava in Via Settembrini n. 44.  
Quel mattino che andai da lui, lo trovai circondato dai suoi di famiglia, che facevano liete accoglienze ad alcune signore e ad un signore, grave di aspetto e di età, a me affatto sconosciuti.
A me non pareva di meglio che trovar persone nuove in casa di amici per fare novelli associati. E quindi senza molti preamboli e senza aspettare che fossi a quei signori presentato, occupato l’animo di un unico pensiero, entrai a discorrere dei fatti occorsimi a Pompei.
Quello sconosciuto, poi che mi ebbe udito alquanto nella mia fervorosa concione:  
- Chi è l’architetto, - interruppe, - che dirige i vostri lavori?
– Eh, - risposi io con un risolino, scuotendo il capo: - noi non abbiamo architetti.
– Come! – osservò meravigliato quel signore: - per una chiesa che costruite di pianta, non avete un architetto che vi guidi? Avete almeno un disegno sul quale regolarvi?
– Oh, questo sì, - risposi io.
– E chi ve l’ha fatto?
– Noi stessi… cioè un giovane prete mio amico di Pompei, il quale l’ha ritratto da una chiesa ivi presso.
– Vorrei vedere questo disegno, - soggiunse l’incognito con una certa aria di superiorità, come di un maestro verso il discepolo che è trovato in fallo. Ed io, che sempre avevo il disegno addosso pronto ad ogni occasione a mostrarlo per suscitar voglia, misi le mani in petto, e ne trassi quel foglio istoriato che i lettori sanno.
Come ebbe quel signore veduta quella sconciatura dell’arte architettonica, non seppe ritenere un sorriso di compassione.
– Ma perché, - soggiunse, - in un’opera di arte non valersi dell’uomo dell’arte?
- Perché il compenso e le spese di un architetto assorbirebbero metà delle somme che raccogliamo con stenti e disagi.
– Oh, questo è esagerato! – ripigliò l’altro facendosi serio nel viso. – Oltre di ciò vi potrebbero essere anche degli architetti che si offrissero gratuitamente.
– E questo non l’accetterei, - interruppi io. – Il Vescovo di Nola e la Marchesa Filiasi, nonché il Padre Ludovico da Casoria si sono trovati impigliati in tanti intrighi, perché avevano architetti gratuiti…
- Bisogna distinguere, - osservò l’altro: - non tutti gli uomini sono uguali, né tutti i casi sono i medesimi. Date a me quel disegno, ed io ve lo rifarò secondo l’arte, senza discostarmi punto da quel che avete piantato.
Io, che era imbevuto di pregiudizi contrari agli architetti, per effetto  d’ignoranza e d’imperizia in queste cose, e non conoscevo quell’incognito, non fui meno sconcertato alla esibizione fattami, di rifare artisticamente e gratuitamente il disegno.
– Mi volesse costui fare un tiro, - pensai maliziosamente tra me medesimo, - dicendo offrirsi gratuito e poi richiedermi la ricompensa?
– E guardai con significazione negli occhi del mio amico Tarquinio. Costui mi lesse nell’animo, e con volto ilare e sorridente per quietarmi,
- Bartolo, - esclamò: - questo signore è il Cav. Antonio Cua, illustre professore di matematica nella regia Università di Napoli, ed è uno degli uomini più buoni di questo mondo.
Egli si offre gratuitamente, e vivi tranquillo che avrai un bel disegno.
Questa fu per me una rivelazione. Aprendo e piegando un po’ la testa, dissi sommessamente: - Capperi! La Provvidenza mi ha fatto imbattere in un ingegnere, ch’è professore anziano dell’Università!
Mi parve allora che il Cielo mi avesse dato un segno visibile della sua protezione. Quella inaspettata provvidenza era stata un gran sollievo per me. Stupefatto dapprima. – Ecco un filo, - pensava, - un filo che Dio mi mette nelle mani; e senza che io sognassi neppure di cercarlo!
Così ruminando balbettai alcune parole di ringraziamento. Poi fattomi tutto fuoco, cominciai a enumerare tutti i meriti che l’uomo acquista nel costruire un Tempio al Signore, e quanti prodigi la Vergine di Pompei aveva operati in poco tempo a tutti quei che avevano concorso all’opera sua di carità e salvezza.
Quel nobile intelletto, cui rispondeva un cuore anch’esso più nobile, animandosi viemaggiormente a più sublime slancio, - Perocché fate una chiesa a poveri contadini ed a furia di soldi elemosinati, - esclamò – io non solo vi darò il disegno gratis, ma ancora verrò ad assistere senza ricompensa di sorta alla costruzione, e ci rimetterò le spese dei viaggi ogni volta che occorrerà di recarmi a Pompei.
Io non toccava terra con i piedi, ero fuori di me per l’allegrezza. Scrissi incontanente a Valle:
“Mio caro D. Gennaro,
“Sospendete tutti i lavori! Il Signore mi ha steso la sua mano per aiutarmi. Mi ha fatto trovare un Ingegnere, un gran Professore dell’Università, che si è offerto a dirigere senza alcuna ricompensa le fabbriche. E quel che è più meraviglioso, non vuol essere ristorato neppure delle spese di viaggio.
“Il Signore dunque ci aiuta sensibilmente. Facciamoci animo. Io verrò nella ventura settimana, poiché in questi giorni sarà annunziata la nostra opera sul pergamo di alcune chiese di Napoli, dove concorre gran folla di signori. Addio.
Napoli, 20 Maggio 1876.  Vostro Bartolo Longo
6 -  Fiori del maggio 1876 a Montesanto e in S.Domenico Soriano (pag.182)
“Nessuno, che non l’abbia visto con i suoi occhi, potrà mai formarsi una giusta idea dell’inusata pompa, onde le province del mezzodì festeggiano il Mese di Maria, e, sopra tutte, la città di Napoli.
“All’occhio di chi mira le cose del Cielo con il cuore agghiacciato dall’egoismo e vorrebbe trattarle con il compasso in mano, quelle forse appaiono superflue, eccessive; ma per quei popoli nati e cresciuti ai più dolci e vivaci sorrisi di cielo, di terra e di mare, è imperioso bisogno che la pietà si manifesti essa pure con atti di allegria e di tripudio.
Essi non possono contentarsi di alcune preci in un tempio e di una predica; hanno mestiere di luce, di fiori, di canti, di suoni, di spari, di tramestìo; e più ci è di sfarzo, e meglio credono di diventar cari alla Madonna.
È forse un errore o abuso di devozione?
Quando veramente errore e abuso vi sia, la Chiesa non manca d’intervenire con la sua sapienza a temperare le cose in modo che ne sia esclusa l’offesa del Signore e il danno delle anime; ma quando non c’è il danno di veruno e c’è invece il gusto di tutti, è sempre meglio che il popolo si slanci in entusiasmo per la Regina del Cielo, che per gli idoli e per gli interessi mondani”.
Queste parole scriveva il Professore Giuseppe De Bonis nelle sue “Spine e Rose Pompeiane” nell’anno 1887; e le abbiam tolte di peso come molto acconce al fatto nostro.
Noi sapevamo quanta folla di eletta gente traesse, segnatamente in alcune chiese di Napoli, a celebrare il mese di Maria; e però ci avvisavamo che se giungessimo ad invocare l’aiuto del buon popolo napoletano, proclive di naturale a pietà e a larghezza, massime in quell’ora che ascolta commosso una predica sulla Madonna, certamente gran frutto di elemosine avremmo fatto per la nuova chiesa di Pompei.
E siccome il mio nome era ignoto ai più, e la mia persona non poteva presentarsi nella medesima ora in più chiese e in più case, determinai di porre a stampa un programma in fogli volanti. In esso con parole di accesissimo zelo mi studiai di eccitare l’animo infiammabile dei napoletani a concorrere all’erezione di “una chiesa al veri Dio sulla terra della morte e delle rovine pagane”.
Napoleone III, - io andavo ripetendo tra me a me, osava affermare che con sessantamila francesi avrebbe espugnato qualunque piazzaforte d’Europa; ed io con sessantamila programmi, se arriverò a collocarli bene, avrò fatto la chiesa di Pompei. Bisogna dunque assaltare il buon cuore napoletano con un “esercito” di carte stampate. Ma come presentarmi ai Parroci e Rettori per indurli a promettere che si predicasse dal pergamo l’Opera di Pompei affatto nuova e da nessuna persona autorevole di Napoli raccomandato, siccome nuova ed ignota era ad essi la mia persona?
La Provvidenza che tutto disponeva alla riuscita dell’impresa già mi aveva aperta una via. La Signora Anna Maria Lucarelli, quella medesima gentildonna che, prima abbiamo notato, ed era stata  la prima privilegiata dalla Vergine del Rosario di Pompei, era ben nota nel mondo dell’arte quale pittrice, letterata, poetessa e cultrice della musica. Il suo portamento maestoso, il parlare sodo ed insieme ricco e molto vivace davano alle sue parole un’aria di gravità, che riusciva molto insinuante e persuasiva. Oltre di che usava ella un argomento che era insuperabile: ovunque andasse, menava seco, segnale visibile del prodigio della Madonna, Clorinda, la sua nipote salvata. E tanto bastava a muovere i cuori, anche più inflessibili, a piegarsi in nostro favore.
Esposi dunque a lei il disegno di presentarci tutti insieme con la fanciulla per le principali chiese ove fosse concorso il signore, e muovere in prima il cuore dei rettori e poi quello dei fedeli ad offrire qualche tenue obolo “per la chiesa dei poveri contadini”.
La Signora Lucarelli, che oltre all’essere di specchiata pietà, aveva a sciogliere il suo voto di far predicare per tutte le chiese la grazia ottenuta, non si fece pregare la seconda volta. E la prima chiesa, ove dirigemmo i nostri passi, fu quella della Parrocchia di Montesanto.
Predicava ivi in quell’anno il mese di Maria uno dei più grandi apostoli di Napoli che io abbia conosciuti, e che ora tutti piangiamo: voglio dire l’insigne oratore Padre Carlo Rossi gesuita leccese. Alle prediche di lui, piene della più sana dottrina della chiesa, illustrata principalmente dalla dottrina di S. Tommaso e di S. Agostino ed applicata alla vita pratica, tante anime hanno attinto i principii morali che guidano sicuramente il vivere sociale; ed io singolarmente a lui debbo buona parte della mia ascetica istruzione.
Quel Rev.do Padre mi conosceva bene, e della Contessa De Fusco e della Signora Lucarelli egli aveva grande stima: onde fu ben lieto e contento di accettare l’incarico di annunziare dal pergamo l’impresa di Pompei, non che la prima grazia conceduta dalla Vergine del Rosario per occasione di questo Tempio. Ottenuto che ebbe la licenza del Curato di Montesanto, il giorno di domenica, quando suole più gente convenire in chiesa, e fu il 21 maggio 1876, il Reverendo P. Rossi fece l’annunzio desiderato.
Quando fu al momento della perorazione, ecco uscire di mezzo alla folla la fanciulla Clorinda biancovestita, con un vassoio in cui i fedeli gettavano i loro soldi, ed io al lato con una parte dei miei sessantamila programmi a diffonderli a larga mano.
La raccolta in verità non fu pingue: trecentoquaranta soldi, diciassette lire! Ma per me fu più che sufficiente, mirando io principalmente allo spaccio dei manifesti: ero convinto che, scritti quelli con tinte di fuoco, penetrando nelle case ove albergassero Cattolici, non vi sarebbe più persona che non ne fosse scossa ed allacciata. Tanto era in me la certezza del buon esito, sapendo bene la potenza che esercita la stampa in mezzo alla civile società.
Confortato da tale successo, proposi alla Signora Lucarelli di andare insieme, senza indugio, alla chiesa parrocchiale di S. Domenico Soriano, alla quale usavano moltissime persone nobili e facoltose per celebrare con gran pompa il mese di Maggio, attratte dalla parola affettuosa, insinuante ed efficace di un altro ammirando gesuita che fu Padre Giuseppe Altavilla.
Questo buon Padre ci presentò al molto reverendo Parroco, che era allora D. Vincenzo Maria Sarnelli, sacerdote privilegiato di santità di vita, di dottrina ed operosità apostolica, onde un anno dopo fu meritatamente dal Papa Pio IX preconizzato Vescovo di Castellammare di Stabia. Questo santo Prelato della chiesa di Gesù Cristo divenne gran devoto dell’Opera del Santuario di Pompei, mi onorò della sua benevolenza, e pochi mesi prima di morire fu innalzato alla dignità di Arcivescovo di Napoli.
Senza dubbio, la prima volta che io gli fui presentato nella chiesa di S. Domenico Soriano, mi lasciai andare al mio naturale vivace e reciso, schivo di cerimonie e di reticenze, come colui che aveva tutta l’intenzione di operare diritto per la gloria di Dio; e tenni con il reverendo uomo modi troppo caldi e risoluti. Onde per quel primo incontro dovette egli avere di me una poco favorevole impressione: e fu forse per missione di Dio per abbassare me e, per altre vie, elevare l’opera sua, come vedremo. La conseguenza fu che il Rev. Parroco, per varie ragioni che si degnò di accennare, non acconsentì interamente a quanto io domandavo, cioè: che si annunziasse dal pergamo l’Opera di Pompei in un giorno di festa, quando maggiore è il concorso del popolo; e che in giorno di festa si domandasse l’elemosina per il Tempio di Pompei; e che la fanciulla Clorinda Lucarelli andasse per il devoto uditorio a raccogliere le offerte, e che in quel tempo io spargessi i miei programmi.
Nulla di questo mi permise; ma solo concesse che il predicatore annunziasse dal pergamo il fatto nostro in giorno di lavoro. E senz’altro assegnò la giornata del prossimo mercoledì.
Domandai se potessi, almeno nel momento dell’annunzio, distribuire i miei programmi in chiesa; neanche questo fu permesso. Soltanto mi fu dato, che nella sacrestia avessi potuto porgere i programmi e prender nota di qualche associato che ivi si fosse spontaneamente presentato. – Meglio poco che nulla, - dissi tra me, e mi rassegnai.

CONTINUA................

(Autore: Bartolo Longo)


 
Torna ai contenuti | Torna al menu