Storia del Santuario dalle origini al 1879 - Istituto Aveta

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Storia del Santuario dalle origini al 1879

Il Santuario > Storia del Santuario

Libro Settimo

Storia del Santuario - Libro Primo
Capo I - (Pompei antica e Pompei nuova) - Presentazione

Sempre assai vivo è il desiderio degli ammiratori ed amici dell’Opera Pompeiana di conoscere a fondo la storia delCupola che andò demolita nel 1933 x l'ampliamento del Santuario di Pompei, il più celebre di tutta l’Italia ed uno dei più rinomati del mondo.
Più che una storia, come il titolo farebbe pensare, è una raccolta preziosa di notizie disposte cronologicamente per una storia propriamente detta, come lo stesso Bartolo Longo ebbe ripetutamente ad affermare.

Queste pagine vogliono continuare la missione di bene, era questo il voto del Beato Bartolo Longo – come un caldo invito a venire a Pompei, per vedere e credere, come è accaduto a molti, “ad una Provvidenza Divina che qui regola gli eventi del mondo al tutto straordinario e soprannaturale”.
La Valle Antica di Pompei (Pompei antica e Pompei nuova)
Il viaggiatore, che vuole in poche ore visitare il Santuario, innalzato in onore alla Vergine del Rosario su questo pezzo di cielo lanciato in terra, coe chiamarono i poeti la zona perivesuviana, si presenti alla stazione di Napoli e chieda un biglietto di andata e ritorno per “Valle di Pompei”, che è la stazione che segue immediatamente a quella di Pompei. (Attualmente, sia per la ferrovia dello Stato come per quella della Circumvesuviana, vi è la stazione di Pompei Scavi e quella di Pompei, già Valle di Ponmpei, e ancora una terza stazionbe della Circumvesuviana, Villa dei Misteri, sulla linea Napoli-Sorrento, che dista dal Santuario 1200 metri).
Egli è già all’aperta spiaggia marina. Lascia a sinistra le ridenti Portici, Resina, l’antica Herculanum ed Oplonto, già sorelle di lutto a Stabia e a Pompei, sopra delle quali giganteggia sempre il Vesuvio con il suo pennacchio altissimo di fumo.
A destra l’occhio si spazia nell’ampio golfo e si affissa in fondo alle montagne di CastellammLa Via Sacra, che porta alla Piazza del Santuario alla Stazione della Ferrovia dello Stato, come si presentava dopo la prima originaria sistemazione.are; poi, girando lo sguardo alle poetiche rive di Sorrento, che ricorda la gloriosa culla del pio cantore di Goffredo, si arresta alla punta di Minerva, che si perde morendo tra l’azzurro del mare ed un celeste vivo dell’orizzonte.
In questo è già passato oltre, avendo a sinistra Torre del Greco, la città del corallo, riedificata dodici voltedai cittadini ritornati pertinacemente da ogni parte sulle sue rovine coperte di lava del Vesuvio, ostinato nemico di animi più ostinati nell’amore del suolo natio. E poi, più oltre, passa per  Torre Annunziata florida di commercio e d’industrie. Ed eccolo pervenuto alla stazione della vetusta Pompei. Ma egli non è ancor giunto alla Valle del Santuario.
Se non che, per quanto il visitatore abbia l’animo al tutto disposto di andare direttamente a venerare in prima la gran Madre di Dio nel suo Tempio monumentale, nondimeno al sentire la voce del conduttore che grida: Pompei! Involontariamente accosta la faccia allo sportello del vagone; e mille idee confuse ed indistinte di antichità di storia, di paganesimo, di rovine, si affollano ad un’ora medesima alla sua mente.
Pompei, nome storico, affascinante, che attira l’animo e gli studi di tutti gli eruditi della terra. Pompei, la splendida fra le vetuste città che vantarono Capua per metropoli. Seneca e Tacito, Floro e Tito Livio la dissero bella e fiorente per sorriso di cielo, per vivezza di commerci e per importanza di comunicazioni. Adagiata su molli pendici posava il capo sulle falde di un monte di fuoco; il seno aveva rinfrescato dalle fontane fluenti dalle pure acque del Sarno, ed ai suoi piedi distendevansi ridenti i giardini e le fertili praterie irrigate da cotesto storico fiume che era pure navigabile.
Quel monte vomitò la fiamma divoratrice; il lapillo piovve a seppellire ogni grandezza; e la cenere, qual lenzuolo funereo, si distese a ricoprire quella immensa ecatombe!
Il viaggiatore non vede che un ammasso di terra e di lapillo, che seppellì un’intera generazione di viventi. E non accorgendosi che il treno si è avviato, vede sulla pendice correre dietro a sé una fila
di muraglie, di case sfondate e dirute, o passare velocemente colonne o ritte o tronche, o schiantate e giacenti, a volte infrante, e ruderi di  pareti variopinte, e più giù l’anfiteatro, un dì spettacolo di umane carneficine.
Egli inconsciamente aggrotta le ciglia: e senza avvedersene, è divenuto cogitabondo e mesto.
Il pensiero si è riportato alla vita ed alle abitazioni di un popolo che è spento. Immagina di vedere larve romane aggirarsi su per quelle cime. E giù di là da quelle pietre, rimaste in piedi dopo diciotto secoli, la fantasia discende alle vie deserte, tra quell’intreccio di vie strette, lunghe, aduste, melanconiche. E il lastrico di pietre non squadrate, e i marciapiedi acciottolati, e le tracce  dei carri sulle pietre, e le case, e le botteghe, e gli edifici, e i vasti templi, pare che aspettino ancora i loro padroni. Le fontane e le statue, i dipinti e le palestre per la gioventù benestante, le tombe, i mosaici, i portici, i teatri, le basiliche, il foro, le terme, l’anfiteatro, fanno  ricordare tutta la romana grandezza.
Ma quei padroni non torneranno più! Tutta quella pagana grandezza finì. Quella grandezza non oltrepassava la tomba, e nulla sapeva dei futuri destini dell’umana specie. Il Foro, i Bagni pubblici, il Tempio di Apollo, il Pantheon, il Tempio di Augusto, i due Teatri, il vasto Anfiteatro sono muti come scheletri di giganti dissotterati. Silenzio diciotto volte secolare grava sopra di essi!
Non sono passati che cinque minuti e il fischio del treno scuote il passeggero e lo avverte che ha lasciato la stazione della Pompei che è morta, e si appressa alla stazione della Pompei che risorge.
La scena è mutata come per incanto. Una bianca statua sul cielo azzurro e poi una cupola elegante appaiono in distanza. Dopo la cupola brillante di luce e variopinta a scacchi bianchi e neri, (L’Autore allude alla copertura della cupola che andò demolita nel 1933 con l’ampliamento del Santuario. La copertura della cupola attuale è di lamiere e di rame), si affaccia allo sguardo un immenso edificio che si distende al lato del Santuario, ed è l’Orfanotrofio della Vergine di Pompei, e l’Osservatorio meteorologico, e vulcanologico, (L’Osservatorio Meteorologico-Vilcanologico si trasformava in seguito in Osservatorio Geodinamico e Museo Vesuviano, attualmente annessi all’Ospizio Bartolo Longo. Nell’anno 1930 si ripristinava presso l’Orfanotrofio femminile l’Osservatorio Meteorologico), e poi altri edifici minori davanti, e poi, discendendo con l’occhio più in qua, si para dinanzi una via diritta, un viale ornato di duplice fila di acacie e piante ombrellifere, alla cui estremità si innalza un altro grandioso edificio, l’Ospizio per i Figli dei Carcerati. Poco appresso e propriamente al principio del viale s’erge una colonna di marmo, colonna miliaria, (Nel 1928, l’anno in cui Valle di Pompei divenne Comune autonomo prendendo il classico nome di Pompei, la colonna miliaria trovava posto sulla strada principale ai confini di Pompei – Scafati e la dicitura “Via Sacra” veniva sostituita da quella di “Pompei”), su cui si legge: Via sacra; e finalmente si arriva alla stazione di Valle di Pompei.
Posto appena il piede a terra, il suono solenne di una campana giunge all’orecchio.
Quei lenti rintocchi, risonando per la Valle distendono il fremito delle onde sonore fin dentro le deserte vie della muta città, lasciata indietro. Il cuore del cristiano non può reprimere la veemenza dei suoi palpiti a tali impressioni nuove ed inaspettate.
Al lato di una terra di morte gli si è presentata subito una terra di resurrezione e di vita: all’Anfiteatro sporco di sangue, si contrappone un Tempio vivo di fede e di amore, un Tempio sacro alla Vergine Maria: ad una città sepolta nelle sozzure del Gentilesismo, succede una città piena di vita, che attinge la sua origine dalla Civiltà nuova portata dal Cristianesimo: la Nuova Pompei!
Diciannove secoli passati sul silenzio di quei sepolcri sono rotti dall’eco di quei sacri squilli, e la secolare mestizia di questi luoghi è rallegrata da un canto tenero di fanciulle, delle Orfanelle del Rosario, le quali dal recinto dell’arca santa lodano il Signore.
È la civiltà nuova che apertamente si mostra accanto alla civiltà antica; l’arte nuova accanto all’arte antica; il Cristianesimo sorgente di vita di fronte al Paganesimo già tramontato.
Ma questo contrapposto di vita e di morte sullo stesso suolo si fa più evidente, giunti appena sulla piazza del Santuario, dinanzi alla monumentale facciata, opera d’arte, incomparabile per materia e per lavoro, che il secolo decimonono ha trasmesso ai secoli venturi quale Plebiscito del mondo per la
Pace Universale. Varcata la soglia del Santuario rifulge nel suo apogeo la gloria dell’architettura, della scultura e della pittura moderna, italiana, cristiana!
Quei marmi eletti e di perfetto lavoro, per colore e lucentezza impareggiabili; quelle pitture della cupola e dell’abside e della volta maggiore del Santuario, con gli Angeli che incoronano tutta la parte superiore della chiesa; quelle statue di bronzo e di marmo finemente lavorate; tutta quella ricchezza di argento e di oro che fascia l’ampia mole nei fregi smaglianti; quella luce dorata che irradia il trono; quel magistero di arte tutta cristiana nello splendido stile italiano sono voci che gridano eloquenti al cuore  e alla mente di chi ama ed intende la religione e l’arte: - Qui l’arte nuova vince l’antica; la civiltà nuova si sovrappone alla civiltà antica il Cristianesimo qui trionfa sul Paganesimo!
E pure tutto questo movimento di arte e di vita, di civiltà e di religione non era quarant’anni addietro! Tutto questo, che si presenta allo sguardo del visitatore, come una dolce visione, dopo le idee scure di morte e di rovine, non ha che la vita di trentadue anni, cioè dal 1887! (Dal 1887 al 1919, anno in cui si ristampava l’ottava edizione della Storia del Santuario. Anche nella nona ed ultima edizione curata dall’ Autore nel 1923, il computo degli anni – certo per una svista – rimaneva immutato).                     
E qui il visitatore vorrà sapere, come sia avvenuto un così veloce cambiamento, che sembra esagerazione ai lontani e sogno ai presenti.
Per soddisfare questo suo desiderio è mestiere che io mi faccia alquanto dall’alto; che scopra le prime origini di tale fenomeno.    
(Autore: Bartolo Longo)


Capitolo II (L’antica Valle di Pompei)
1 -  
(La Valle inesplorata)

Prima d’incominciare la mia storica narrazione, è conveniente premettere la notizia del luogo dove si sono svolti gli avvenimenti che formano il soggetto di questa storia.
Se l’edificazione di una città e di un tempio monumentale che, eretto in brevissimo tempo, in una aperta ed abbandonata campagna, attira a sé l’animo di tanta parte del mondo, è un fatto straordinario, importa il sapere qual sia stato nel passato e qual è oggi questo luogo che la Provvidenza ha voluto per teatro dei suoi portenti nel secolo nostro; e che la regina degli Angeli ha scelto per impiantare il Trono delle sue misericordie.
Chi dall’Anfiteatro di Pompei, facendo il suo cammino alla volta di Scafati, volge attorno gliPompei. Ricostruzione del giardino della Casa degli Amorini Dorati in periodo fascista occhi per le
circostanti campagne,gode del panorama di una amenissima valle, la quale, posta a mezzodì del Vesuvio, irrigata a destra e a sinistra da due fiumi, cioè dal Sarno e dal Canale di Sarno, e fertile per varie produzioni annuali, siede ridente parecchie miglia d’intorno alle solitarie rovine di Pompei.
Una lunga catena di monti, che sono una diramazione degli Appennini, le fanno da oriente a mezzodì ampia e spaziosa cinta. Sono appunto le montagne che fan siepe alla Valle del Sarno, si prolungano per Amalfi, e sempre compiendo la circolare corona, sovrastano Castellammare di Stabia dal ridosso meridionale, e vanno con lungo sperone a tuffarsi nel mare alla punta di Sorrento o della Campanella.
Incoronata dai suoi monti, bruni la più parte per rigogliosa vegetazione di ulivi e di castagni, quasi folte chiome, lussureggianti di vita per amene borgate che accolgono sulle loro vette o alle pendici, e ricche di acqua salutare dalle copiosi sorgenti; e là, più da lungi, biancheggianti al sole meridiano per le nevi cadute o per i candidi scheggiati massi; questa Valle si stende orgogliosa tra due monti più vicini che le danno nome e rinomanza storica: il vesuvio, cioè a settentrione, che le sta superbo sul capo a guisa di signore, dal suo cratere minaccioso, vestito di ruvida scoria; ed il Gauro a mezzodì, che dalle sue tre vette brune, ammantato di selve fruttifere e di ulivi, la guarda a mezzodì geloso a guisa di sentinella o di protettore.
Disseminata oggi di fattorie, casolari e casini, che si vanno giorno per giorno raggruppando intorno al grandioso Santuario del Rosario, questa contrada, al cominciare dal secolo passato, non contava che poche anime; ed oggi grazie al movimento di arte e di vita, di cui l’origine è il Tempio e le Opere di Beneficenza da noi istituite, raccoglie più che quattromila abitanti. (Nell’ultimo censimento avvenuto nell’anno 1936 Pompei contava 11.112 abitanti: oggi raggiunge la cifra di circa 15.000).
Questa Valle è oggi divenuta famosa, non per le antichità della distrutta città pagana, né per il numero di curiosi visitatori delle cose antiche, sì bene per le meraviglie che qui opera la SS. Vergine per mezzo del suo novello Tempio dedicato al Rosario; e per il concorso di innumerevoli illustri visitatori che da ogni città, da ogni nazione  qui traggono a venerare Colei che siede regina di grazie e di misericordie.
Ma che cosa era un giorno questa Valle che oggi attira tanti affetti e il cuore di milioni di fedeli lontanissimi da Pompei? Qual nome aveva essa nell’antichità? Che cosa rappresentava essa al tempo degli dèi falsi e bugiardi?
Per tanto volgere di secoli, dall’anno settantanove dalla nascita di Cristo, epoca della distruzione di Pompei, fino ad oggi, questa che noi chiamiamo Valle di Pompei, è stata ignota, e, diremo, inesplorata. La notizia di essa non entrava neppure negli studi dei dotti.
Se anche oggi qualcuno dei lettori interrogasse gli eruditi:
- Che cosa fu della campagna, posta ad oriente ed a mezzodì dell’antica Pompei, dopo il settantanove?
Dove andarono i dispersi Pompeiani dopo il giorno dell’eccidio fatale della loro diletta città?
– È una storia oscura, risponderebbero.
In verità, persona al mondo non avrebbe potuto mai immaginare che questa Valle, ignota, oscura, non studiata, avesse avuto veramente questa denominazione anche sin dalla più remota antichità, e che il nome a cui s’intitola oggi, Valle di Pompei, le fosse dovuto propriamente per rigore storico.
Chi mai avrebbe creduto che questo luogo abbandonato, prescelto da Maria come centro dei suoi portenti in pieno secolo decimo nono, avesse potuto avere tanta importanza storica, quanta ne ebbe non solo al tempo in cui l’antica Pompei era nel suo massimo splendore, ma ancora nei tempi di mezzo, dall’undicesimo al diciannovesimo secolo?
Noi, dunque, siamo stati doppiamente avventurati: abbiamo dato inizio, con il nuovo Santuario in onore della regina del Rosario, ad una nuova città in Italia, che senz’altro sarà la Nuova Pompei; e per giunta abbiamo trovato la chiave che ci apre la via di conoscere l’importanza storica di questa Valle prediletta da Maria.
Il modo, onde pervenimmo a scoperta così rilevante, fu semplicissimo.
Era l’anno 1887. Facevamo gli apparecchi per il gran trionfo della Vergine benedetta in questa Valle per il giorno memorando 8 di maggio. In quel giorno sarebbe entrata la prima volta nel Tempio la nostra prodigiosa Immagine del Rosario, dopo che sarebbe stata incoronata nella pubblica piazza: ed in quel giorno avrebbe preso possesso del suo Trono in Pompei, collocata sul primo e maggiore Altare del Santuario.
Per tale faustissimo avvenimento non solo impiantammo sul terreno di nostra proprietà una piccola stazione ferroviaria che intitolammo “stazione di Valle di Pompei”, che servisse per accogliere i visitatori del Santuario; ma aprimmo ancora attraverso i campi della famiglia De Fusco una via che dalla stazione portasse al Santuario, e però la chiamammo “Via Sacra”. Oltre a ciò facemmo anche a nostre spese spianare un campo per aprirvi una grande piazza, in fondo della quale incominciammo a cavar le fondamenta di una casa operaia moderna. Quando ecco, nel cavar le fondamenta, apparvero dei ruderi: procedendo con cautela, apparvero delle stanze antiche, e via via dei monumenti dell’epoca di Pompei. Questi, studiati dal chiaro archeologo Ludovico Pepe, furono cagione che egli dettasse la storia di questa Valle dal primo secolo dell’era volgare fino al presente, corredata e sostenuta da incontrastabili documenti, frugati nelle vecchie pergamene degli archivi diocesani, notarili e delle biblioteche. Noi, dunque, seguendo le rivelazioni fatteci dallo stessi monumenti da noi scoperti, e le studiose e dotte ricerche compiute luminosamente dal chiarissimo Pepe, sia lieti di porgere al lettore della Storia del Santuario di Pompei uno stretto riepilogo di diciotto secoli di storia di questo luogo, sino ad oggi abbandonato e da tutti messo in oblio, ma prescelto dalla Provvidenza a gloria della vergine celeste del Rosario, a risorgimento morale e civile di questo popolo pompeiano, e ad incremento della Fede e della Carità che si andavano spegnendo nel mondo.
2 -  La Valle antica nel Primo Secolo
Che cosa era la Valle di Pompei ai tempi in cui fioriva la pagana città di Pompei? Ciò che oggi chiamiamo “Valle di Pompei” era, nei tempi della vetusta città, chiamato “Campo Pompeiano”.Era intersecato da vie, che da Pompei menavano a Stabia, a Nocera, ed altri luoghi importanti della Valle del Sarno Era ancora attraversata da vie che correvano da questa campagna alla suddetta
città. Per il che insieme all’agricoltura potevano qui prosperare le industrie cittadine, Ville rustiche, opifici e magazzini popolavano la contrada, lussureggiante per vegetazione. Ma quale fu lo stato di questa Valle dopo l’eruzione?
Quando, seppellite sotto la cenere ed il lapillo la città e i dintorni, tutto rimase muto e squallido, un raggio di vitalità apparve nel punto più vicino all’Anfiteatro, nel luogo degli nostri scavi, che trovansi al lato occidentale della gran piazza della Nuova Pompei, da noi aperta. POMPEI SCAVI (NA) | Veduta di Porta Nocera | | Autore: ALFONSO CAROTENUTO
Qui, al di sopra dei monumenti antichi, noi trovammo le tombe di quelli che dopo l’eruzione vi dovettero abitare: trovammo le tombe scavate nella cenere, soprapposte al lapillo eruttato nell’anno 79. E son tombe povere, apparecchiate alla meglio, come fatte da chi si contenta di tutto. Sono tombe pagane. In esse si sono rinvenuti gli unguentarii, le lucerne ai piedi del cadavere, le quali cose tutte noi conserviamo. Le costruzioni, che noi trovammo addossate alle antiche, sono le opere dei superstiti, dei nuovi abitatori della Valle.
Indizio più evidente di questa importante scoperta fu una moneta di rame dell’ Imperatore Diocleziano, da noi trovata in una stanza di fabbrica addossata ad antiche pareti, che rimandavano ad un’epoca molto anteriore alla eruzione. Diocleziano visse al terzo secolo; dunque gli abitanti di questa casa dovettero dimorarvi almeno fino al quarto secolo; poichè del quarto secolo si trovano pure dei monumenti che dicono evidentemente questa Valle era stata abitata. Troviamo ancora questa Valle nel nono secolo menzionata con il nome di Campo Pompeiano, presso il cronista Martino Monaco, il quale nella “Storia della traslazione del corpo di San Bartolomeo da Lipari a Benevento, narra (presso i Borgia) che Sicardo, principe di Benevento, per timore che i Saraceni  tentassero qualche sbarco, si era accampato con l’esercito (anno 838) in “Pompio Campo, qui a Pompeia, urbe Campaniae, nunc deserta, nomen accepit”. Il Campo Pompeiano dunque fu chiamato nel nono secolo col nome della distrutta città di Pompei nella Campania. Ad ogni modo o Valle o Campo, non ha altro aggiunto che da “Pompeia”.  
E forse di qua il vecchio parroco di Valle, D. Giovanni Cirillo, morto nell’anno 1887, tolse la scritta che incise nel suo sigillo parrocchiale col motto: “Parrocchia del Santissimo Salvatore dell’antica terra DI VALLE A POMPEIA, siccome narreremo.
3 - La Valle sacra – I primi cristiani pompeiani
Ancora, potrebbe sorgere qui la curiosità di sapere se tra i primi abitatori di Valle di Pompei vi siano stati dei convertiti alla fede cristiana.
Rendiamo pago tal desiderio, rispondendo che nell’antica e vasta  città distrutta non si è trovata orma pur lieve di Cristianesimo; e che perciò la Valle di Pompei, abitata dai profughi pompeiani idolatri, rimase per più tempo nell’oscurità del Paganesimo. Il raggio della civiltà nuova, che con il Cristianesimo era penetrato in Napoli ed in Roma, e quasi in tutta l’Italia, irrorata dal sangue dei Martiri, e fin dal sangue del Capo degli Apostoli, tardò di molto ad illuminare le menti dei discendenti di quella città, tanto famosa per le sue mollezze e voluttà gentilesche, sulle cui rovine porta ancora impressi i segni della dissolutezza e della depravazione.
Al quarto secolo dobbiamo noi rimontare per trovare le prime vestigie di Cristianesimo in Pompei. (L’affermazione dell’autore conserva oggi ancora tutto il suo valore scientifico. Quantunque, infatti, qualche dotto affermi che nella città di Pompei e nel suo suburbio vi sia stato un nucleo considerevole di primitivi cristiani anteriormente alla catastrofica eruzione pliniana del 79, tuttavia la maggior parte degli studiosi propende per la sentenza dell’Autore, non avendo, a loro giudizio, sufficiente consistenza critica i vari argomenti adottati a sostegno della tesi suaccennata).
È vero che negli scavi di Pompei si è rinvenuta una lucerna con il segno della croce: ma il Padre Garrucci nelle “Questioni Pompeiane”, riconobbe quella lucerna con il segno della croce avere il carattere del quarto secolo; cioè di quegli stessi abitatori che il Fiorelli e tutti gli altri cultori di Archeologia riconoscono del terzo e quarto secolo. Essi abitatori andavano a frugare dentro l’antica Pompei, facendo fori o cunicoli dalla parte superiore delle case, e così vi penetravano dentro e vi toglievano le cose più preziose. Taluno però di costoro, dopo penetrato nei cunicoli, vi restava dentro chiuso e soffocato dalla caduta dei lapilli e delle macerie superiori. E così spiegasi come negli scavi di Pompei si è trovata la lucerna cristiana del quarto secolo.
Neanche noi abbiamo ritrovato nel vasto edifizio da noi scoperto, nella fullonica, vestigio alcuno di Cristianesimo.
Ma certamente quegli stessi Cristiani del quarto secolo, che abitarono questa Valle nel punto da noi scoperto, furono i progenitori di quei Pompeiani che fabbricarono la Chiesa del SS. Salvatore sul fiume Sarno, ad un chilometro di distanza dalla dissepolta “Fullonica”. Quella chiesa  troviamo per la prima volta menzionata dagli scrittori,  propriamente nell’anno 1093.
Quindi, si può con sicurezza asserire che dopo la distruzione di Pompei, un casale venne fabbricato nella Valle sottostante, lungo il fiume Sarno, che a quei tempi era navigabile; il quale casale, dal luogo dove sorse (cioè nella parte più bassa lungo il fiume) si disse Valle. E qui si fabbricò una chiesa in onore del SS. Salvatore. Intorno a quella si aggrupparono gli sparsi abitatori di tutta la Valle, e formarono così una nuova città.  
Secondo i principii della filosofia della storia posti dal Vico, del corso e ricorso delle generazioni e delle epoche diverse, facciam notare al lettore, che come allora s’incominciò la “città di Valle” con edificare una chiesa intorno alla quale si aggrupparono i primi abitatori; così nel nostro secolo intorno alla “chiesa del Rosario” si vanno raccogliendo gli abitatori sparsi della moderna Valle per formare la nuova città.Scavi di Pompei dall'alto
E se di grande importanza, anche civilmente considerato, è oggi il santuario che sorge tra noi, di non minore considerazione fu “la chiesa dei novelli cristiani Pompeiani”.
Argomentasi difatti dal precitato Pepe, che nel 1093 l’antica Chiesa di Valle divenne abbazia, essendo stata donata dal Vescovo di Nola. Sassone, ad Ugone abate dei monaci benedettini di Aversa. Nel 1215 la troviamo nominata nella bolla “In eminenti Apostolicae Sedis” del Sommo Pontefice Innocenzo III. Da quella bolla rivelasi che la circoscrizione dell’Abbazia di Valle si distendeva dal mare al Vesuvio, e sino al Sarno ad oriente. (Questa bolla, data dal Laterano il 18 marzo 1215, anno XIX del pontificato d’Innocenzo III, descrive i confini della diocesi di Nola, tenendo presenti quei già determinati da Alessandro III “1159-1181”, e da celestino III “1191-1198”).
Fu nel 1337 che questa ricchissima chiesa abbaziale di Valle, in Campo Pompeiano, diventò povera e non dotata, quando gli stessi benedettini di Aversa cedettero in permutazione a Bernardo Caracciolo la Chiesa e il Casale di Valle e i beni  propri della chiesa che da quel giorno costituirono il feudo della nobile famiglia Caracciolo di Napoli.
Il Caracciolo si godette i beni, e la chiesa perciò divenne poverissima. Onde i cittadini della Università di Valle, nel secolo XVI, pensarono  di dotarla. Ma da quell’anno rientrò nella giurisdizione del Vescovo di Nola. Da questo fatto di aver dotato la Parrocchia  procedette il diritto agli antichi cittadini di Valle, sin dal 1511, del “patronato”, cioè di presentare al Vescovo di Nola, la nomina del parroco.
Perciò anche oggi la “Parrocchia del Santissimo Salvatore in Valle di Pompei” è una delle solo diciotto parrocchie d’Italia, presso cui è in vigore l’esercizio del diritto di eleggere il proprio parroco a “voce di popolo”! Che Valle singolare è mai questa!
Se non che il Pepe ha le sue buone ragioni per dubitare che sia autentica la bolla di Giulio II, del 1517, con la quale viene accordato per la prima volta codesto diritto popolare di elezione al popolo di Valle. Sospetta che sia apocrifa, dacchè non si è potuto ancora trovare a Roma negli archivi la predetta bolla vaticana, e non si trova pure nei bollari a stampa. Oltre di che, la trova come identica ad un’altra bolla mandata ai cittadini di Bologna. Ma questa cura di rintracciare il vero in ordine a cotal fatto assai importante, noi commettiamo all’autorità diocesana, che è la vigile custode dei diritti ecclesiastici.
4 -  La Valle di Pompei teatro di guerra nel Medio Evo
La terra di Valle è menzionata nel Medio Evo non solo per la sua Chiesa, conforme abbiam visto ma anche per il castello, per il feudo, per il casale con il suo Municipio o l’Università e con i suoi sindaci.
Dai documenti rinvenuti nel Grande Archivio di Napoli, nella Biblioteca Nazionale sempre di Napoli, e nell’importante Archivio della Curia Vescovile di Nola, ove si conservano ancora gli attestati dei parroci nelle sante visite di quel tempo, si fa chiaro che Castello di Valle era assai abitato, ed era munito di un Castello posto innanzi al castello di Scafati. E nella occasione  della storica “congiura dei Baroni”, promossa dal principe di Taranto contro Ferdinando I d’Aragona, questa Valle ebbe un’importanza storica.
Poco lungi di qua, presso la città di Sarno, Ferdinando I venne a battaglia con l’esercito Angioino, forte delle milizie dei baroni congiurati. A Ferdinando toccò la celebre disfatta di Sarno.

Il giorno seguente, come è noto dalla storia, l’esercito Angioino passò a Castellammare di Stabia e attraversò la nostra terra di Valle.
Frattanto avvenne, che, nell’anno 1459, Luigi Caracciolo, il gran feudatario della nostra Valle, parteggiasse anch’egli per i baroni della celebre congiura. Ma Ferdinando protetto dal Papa Pio II, Piccolomini, e coadiuvato dal valoroso condottiero Antonio Piccolomini, nipote del Papa, disfece l’esercito dei baroni; prese il ribelle Luigi Caracciolo, gli perdonò la vita, ma gli tolse il feudo di Valle, che donò al suo fedelissimo Nicola Taraldo.
Nel 1515 il feudo di Valle dai Taraldo fu venduto a Giacomo de’ Bucchis, dal quale passò ad Alfonso Piccolomini discendente del guerriero Antonio.
Nel 1593 Alfonso Piccolomini comprò tutto il feudo di Valle, cioè il Castello, le case, il palazzo della Università, gli uomini, i vassalli, e tutti i diritti feudatari; onde più tardi ebbe il titolo di Principe di Valle.
Per cosifatte nobili sorti la nostra Valle fu nel 1647 elevata a Principato. (I Piccolomini l’hanno tenuta sino ai principi del nostro secolo, cioè fino al 1813, nel quale anno la nobile famiglia si estinse, e poi passò ai De Fusco).
5 –  Distruzione dell’antico casale di Valle nel decimosettimo secolo
Ma quando, e come venne distrutta l’antica “Terra di Valle?”
Il Principe di Valle, Alfonso Piccolomoni, per trarre l’acqua del Sarno a muovere i propri mulini che erano a Scafati e a Torre, fece costruire delle enormi palizzate e dighe lunghissime, che in breve produssero lo straripamento del fiume. Onde non solo venne impedita la navigazione, ma impaludandosi le acque straripate, e divenute stagnanti con esalazioni pestifere, l’aria divenne micidiale e tutte le popolazioni del Sarno, di Nocera, diScafati, di Striano, di S. Pietro, di S. Valentino, di Angri ed altri luoghi. Una enorme palizzata, la più micidiale, una diga di palmi 950, era presso la chiesa del SS. Salvatore; e, dal luogo dove era, veniva detta del Salvatore.
Quindi, gli abitatori andarono da quel giorno decrescendo, parte per mortalità, e parte per l’emigrare che facevano. Invano litigarono ed ottennero favorevoli sentenze i poveri Comuni danneggiati, perché i Principi di Valle, con l’ordinario sopruso baronale, si facevano superiori alla legge.
Con tale decrescenza di cittadini si andava sempre più assottigliando il numero dei fuochi nella Università di Valle, fino a che  la terribile e famosa peste del 1656 non mietè le ultime vittime, lasciando intatte solo tre famiglie che sopravvivono ancora.
Ma il completo abbandono del Casale di Valle è da porre nel 1659. Dopo tre anni, cioè nel 1662, l’antica Parrocchia fu ridotta a beneficio semplice per decreto del Vescovo di Nola nell’atto  di S. Visita di quell’anno. Ma quel Vescovo Monsignor Conzaga, forse perché così ispirato dal cielo, oppose a quel decreto di Santa Visita il seguente memoriale:
“Che ove i cittadini di Valle, in futuro, pervenissero al numero di QUINDICI, dovesse reintegrarsi questa Chiesa con la cura delle anime”.
Quella clausola, che sembra di lieve momento, racchiudeva il germe del risorgimento di una spenta città, la moderna “Valle di Pompei”.    
(Autore: Bartolo Longo)


Capitolo III
1 - (La Valle smembrata)
Gli abitatori dunque, che non furono spenti dal miasma deleterio o dalla peste, ne andarono lontani. Molte famiglie si dispersero nella moderna campagna di Valle, e fabbricarono nuove case lontane dal fiume, lungo le vie di Ottaiano e di Napoli, traendo vantaggio del materiale delle costruzioni demolite nell’antico casale.
Altre famiglie andarono ad avere convivenza con le popolazioni delle terre vicine, cioè di Torre Annunziata e di Boscoreale (città poste nella provincia di Napoli) e di Scafati, che fa parte della provincia di Salerno.
È questa la ragione, per cui si trova parte della terra di Valle aggregata a Scafati, e parte a Torre Annunziata, e parte a Boscoreale; e, per la giurisdizione ecclesiastica, ad una terza provincia, qual è Terra di Lavoro, dove trovasi il Vescovado di Nola. Ma ciò avvenne soltanto dopo la distruzione della Università e della Parrocchia di Valle.
Difatti, dall’undicesimo al sedicesimo secolo, in cui troviamo tante volte nominata la Terra di Valle, in tutti i documenti non vediamo ricordato mai il Casale, se non con il semplice nome di Valle, senz’altra aggiunta.
E la ragione storica è evidentissima. Innanzi di Torre Annunziata e di Boscoreale, prima ancora che Scafati fosse, Valle era casale a sé, autonomo con il suo Feudo, con il suo Castello, con il suo Municipio o Università, con i suoi sindaci, con i suoi parroci.
Il casale di Valle era popolato, dice lo storico Giustiniani, ed aveva entità tutta propria. Il territorio, entro cui la Chiesa aveva giurisdizione spirituale, era vasto quanto quello in cui hanno giurisdizione le parrocchie di Torre Annunziata e di Boscoreale sorte da non molto tempo.
È chiaro, dunque, che nella seconda metà del secolo decimo settimo, quando l’aria malsana apportò la distruzione del casale, parte di quella landa venne compresa nella provincia di Salerno, e parte rimase come era nella provincia di Napoli.
Ma nel 1740, poi che venne distrutto il fabbricato dell’antica Parrocchia del SS. Salvatore di Valle presso il fiume, i pochi abitatori della Nuova Valle con il parroco e con il Vescovo di Nola che ne ottenne conveniente decreto dalla Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, ricostruirono la nuova Parrocchia del SS. Salvatore della Terra della Valle, nel tenimento di Boscoreale in Provincia di Napoli nel luogo detto Fossa di Valle, oggi appartenente a Torre Annunziata. E da quell’anno possiamo determinare l’inizio di un’altra epoca, che è quella della moderna Valle di Pompei.
2 – Il nome della moderna Valle
Posta in chiaro la distinzione e la indipendenza del feudo di Valle da quello dei vicini comuni nonché l’autonomia della Parrocchia di Valle, la quale viene ricostruita in territorio della provincia di Napoli passiamo ora a provare quanto naturalmente e convenevolmente noi abbiamo apposito il titolo di Pompei alla Valle circostante alle antiche rovine.
Trovasi, per la testimonianza del citato cronista Martino Monaco nel nono secolo, che nei tempi più vicini alla distruzione di Pompei, quando ancora durava nella memoria degli uomini il nome e la notizia del posto dell’antica città, la Valle, che si distendeva ai piedi di quella era additata con il nome di Campo Pompeiano. E non poteva essere altrimenti. Era il nome celebre di Pompei che imponeva l’aggiunto di Pompeiano al campo sottoposto, e non vi era altro luogo abitato che avesse potuto usurparne il nome.
Poi, tra il nono e il decimo secolo, dalla memoria degli uomini sparì affatto la notizia del sito della città di Pompei. E quando nell’undicesimo secolo qui sorse una chiesa dedicata al Salvatore, e intorno alla chiesa un Casale, questo appellarono Valle, dalla valle in cui era sorto, presso il fiume Sarno, e fu la denominazione surrogata a quella di Pompei e di Campo Pompeiano.
Si voleva un aggiunto alla parola Valle? Per quel tempo non richiedevasi, perché il Casale di Valle era per sé importante ed autonomo: né ancora vi erano né Scafati, né Torre Annunziata, né Boscoreale. Ma se avessero voluto dare alla Valle una nota distinta, l’avrebbero certamente continuata a chiamare Valle di Pompei; qualora avessero saputo delle antiche rovine che erano quasi sotto i loro piedi.
«È evidente (conclude qui il sopracitato Pepe) che ove fosse stato noto il sito di Pompei, il Casale sottoposto e confinante all’antica celebrata città, sarebbe stato detto senza dubbio Valle di Pompei, così come Campo Pompeiano abbiamo veduto essere stata detta la stessa Valle nell’883».
Ma la vera e distinta nota della Valle viene a noi offerta e dalla storia e dalla chiesa parrocchiale qui eretta, ed ai documenti pubblici che la raffermano.
E di vero: tolta la cura delle anime, l’antica chiesa del salvatore a Valle che era posta presso il moderno Real Polverificio, oggi Istituto sperimentale per la coltivazione dei tabacchi, rimase in piedi fino al 1740. In quell’anno venne demolita e riedificata un chilometro lontano, rimpetto all’antica taverna del Principe di Valle, ora podere del Conte De Fusco, nel luogo detto “Fossa di Valle”, in provincia di Napoli. Questo luogo segna il confine fra le due provincie, poiché la “Taverna di Valle” del Conte De Fusco è compresa nel territorio di Scafati, in provincia di Salerno; e la Parrocchia del SS. Salvatore di Valle, di ricontro, nel territorio di Torre Annunziata, in provincia di Napoli.
Per tali ragionevoli motivi il primo Parroco di questa moderna Valle, D. Giovanni Cirillo, che era istruito alle antiche origini della sua Parrocchia, ed aveva letto importanti documenti ed iscrizioni antiche, riteneva, come si disse innanzi, ed usava sempre in tutti gli atti e sulle carte e sui registri parrocchiali un sigillo in cui aveva fatto incidere: Parrocchia del SS. Salvatore della antica terra di Valle a Pompei. E di queste carte, con questo motto, ne è piena la Valle, perché tutti i presenti cittadini ne conservano, quali come atti di nascita ed attestati di battesimo, e quali come fedi di matrimonio e di morte e simiglianti.
Oggi, dopo due secoli dalla distruzione del Casale e della Parrocchia di Valle, rinascono e Parrocchia e Casale. La Parrocchia, che riviveva sin dal 1840, riprendeva, insieme con il suo antico titolo di Parrocchia del SS. Salvatore di Valle, anche una parte del suo territorio, che era diviso ai tre Comuni di due provincie. Il Casale di Valle che incominciava a risorgere l’8 maggio del 1887, nel giorno dell’incoronazione della Vergine del Rosario, con il suo Santuario mondiale, con le sue officine di arti, con i suoi Istituti di beneficenza, con i suoi asili d’infanzia, con il suo Orfanotrofio femminile, con il suo Ospizio Educativo per i Figli dei Carcerati, con le poste, con i telegrafi, con la stazione propria dei Reali Carabinieri, con le scuole, con le case operaie, con la propria stazione ferroviaria che s’intitola di Valle di Pompei, con le sue Sezioni per lo Stato Civile, non doveva riprendere anch’esso in questo luogo storico l’antica denominazione?
Questa parrocchia che si ripristina, questo Comune che rinasce, come dovevamo chiamarlo la prima volta che scrivevamo la Storia di questo Santuario? Come lo chiamerebbe il lettore?
Per distinguerlo da altri luoghi e città d’Italia che hanno il nome di Valle, gli demmo un aggiunto tutto storico. Si trova posto nel mezzo del cammino fra Scafati e Torre Annunziata, dappresso alle celebri rovine di Pompei, non ignote, ma da oltre un secolo riconosciute, scoperte. Chi sarà quel cittadino o quella autorità politica o ecclesiastica che non si sentirà naturalmente indotto ad opporre l’aggiunto di Pompei alla voce Valle? Questo era l’antico Campo Pompeiano; questa deve essere la Valle di Pompei. E se Pompei le è d’accanto, e se noi abbiamo scoperti quei monumenti a Pompei, tombe, vie, officine antiche presso il Santuario, che sarebbe colui che saprebbe nominare questa Valle altrimenti che !Valle di Pompei”?
E così la nominammo noi fin dal primo giorno che ponemmo piede.
Ormai la denominazione di Valle di Pompei è già stabilita. Il Parroco Giovanni Cirillo, morto nel 1887 fu il primo che chiamò la sua Parrocchia Valle di Pompei. Poi così la intitolammo noi nel fondare il celebre Santuario del Rosario, intorno a cui una nuova generazione si raggruppa. Poi cos’ l’ha chiamata il Regio Governo e l’Amministrazione delle Poste e dei Telegrafi; così la Società delle Strade Ferrate; la Direzione Generale degli Scavi del Regno e l’Accademia dei Licei; il Catasto fondiario di Scafati; i Notai di Napoli, di Castellammare, di Boscoreale e di Scafati nei loro pubblici atti; poi il Vescovo di Nola nel domandare alla Santa Sede i privilegi per il nuovo Santuario; poi il Sommo Pontefice Leone XIII nei suoi Brevi e nei suoi Rescritti a pro del Santuario del SS. Rosario; quindi tutti i dotti componenti la Società Meteorologica Italiana ed estera nel distinguere dagli altri l’Osservatorio meteorico-geodinamico vulcanologico di Valle di Pompei; e finalmente tutto il mondo che tra la meraviglia e la fede guarda questo luogo, e non con altro nome se non “Valle di Pompei”.
3 – La Parrocchia e la Taverna di Valle
Condotti a questo punto dalle nostre storiche indagini, dobbiamo per poco fermarci ancora qui, alla Parrocchia di Valle ed alla Taverna così detta di Valle, perché sopra questa poca terra si svolgono tutti gli straordinari avvenimenti che stiamo per narrare.
Distrutto l’antico casale, e demolita nel 1740 l’antica chiesa del Salvatore di Valle presso il fiume, col materiale della distrutta chiesa e col denaro di una campana dell’antico campanile di Valle, venduta in Boscoreale per ducati centocinquanta, fu fabbricata una nuova chiesa parrocchiale ad un chilometro di distanza, e propriamente nel luogo detto “Fossa di Valle”, di contro alla notissima “Taverna di Valle” di proprietà del Conte De Fusco.
Poi sul principio di questo secolo, cioè nel 1840, essendo gli abitatori di questa Valle giunti al numero di oltre trecento, convenne a Mons. Pasca, allora vescovo di Nola, di porre ad effetto il nominato memoriale di Monsignor Conzaga del 1662, il quale, ricordiamolo al lettore, diceva: “Che ove i cittadini di Valle, in futuro, pervenissero al numero di quindici, dovesse reintegrarsi questa Chiesa con la cura delle anime”. E Mons. Pasca, udito che qualcuno in questa Valle si moriva abbandonato e senza Sacramenti, ottenne, con decreto del re Ferdinando II, quell’anno medesimo 1840, la reintegrazione di questa Parrocchia con cura di anime.
Di fatto due anni dopo, nel 1842, venne nominato a “voce di popolo”, secondo l’avito diritto, il Parroco in persona del sacerdote Giovanni Cirillo di Boscoreale con centosessantuno voti.
Quest’uomo, che è stato il primo parroco della moderna Valle, entra come protagonista in questo racconto.
Passiamo ora a dare un rapido sguardo alla Taverna di Valle, che è stata causa occasionale degli avvenimenti che in questo Santuario si van man mano svolgendo.
Un umile ricovero per i viandanti era la Taverna di Valle, posta sulla via provinciale che da Napoli mena a Salerno, e nel punto in cui s’incrociano le due vie Napoli-Salerno e Vallo-Ottaiano, sull’estremo confine della Provincia di Salerno e rimpetto la nuova Parrocchia del SS. Salvatore di Valle.
Questa Taverna è per la prima volta menzionata nell’anno 1695. (Grande Archivio, Processo N. 1051 Piccolomini e Vallo Patrimonio).
Con istrumento del 19 febbraio 1815, per Notar Tommaso Marra di Napoli, la Taverna detta di Valle fu ceduta ed assegnata al Principe di Valle, Francesco Pignatelli.
Nel 23 novembre 1815 il Principe Pignatelli la vendette al Sig. Gabriele Prete a sua volta la vendé al Conte Francesco De Fusco di Lettere con istrumento del notaio Luigi Mazzola di Napoli.
Il Conte De Fusco nel 1844 fabbricò un secondo appartamento sulle cinque stanze esistenti, ed aggiunse a quel terreno la limitrofa masseria di moggia cinquantaquattro, comprandola da Don Diego Genoino di Napoli, Conte Palatino.
Il figlio, erede del Conte Francesco De Fusco, a nome Albezio, acquistati altri terreni attigui, morendo nel 1864, lasciava erede la moglie Contessa Marianna De Fusco nata Farnararo di Monopoli in provincia di Bari. E costei è oggi la nostra compagna e la coadiutrice ad un tempo nell’Opera che la Provvidenza ci ha affidata.
Premessi questi rapidi accenni, che compendiano diciotto secoli di Storia di questa Valle fino a pochi anni or sono ignorata ed inesplorata, ed oggi famosa per i prodigi della celeste Regina delle Vittorie; accingiamoci a narrare le origini di questo augusto Santuario, che è divenuto in così breve tempo la “Metropoli del Rosario del Mondo”.
4 – La Valle scelta da Maria per diffondere le sue grazie
La moderna Valle, dunque, ha per centro la Parrocchia del SS. Salvatore di Valle e la menzionata Taverna di Valle. Su questa piccola terra, ripetiamo, si svolgono gli straordinari avvenimenti: onde fermiamo l’attenzione del lettore.
Non è così facile descrivere l’abbandono in cui vivevano i poveri abitatori di questa Valle negli anni addietro; pur tuttavia tentiamo di farlo.
Ci si permetta perciò di citare alcuni fatti particolari, che varranno a dimostrare al vivo lo stato in cui si trovavano questi poveri contadini.
Conoscemmo nel 1874 un povero vecchio, il quale non più atto al lavoro per lunga età andava la notte rintanandosi in qualche forno, o rannicchiavasi in qualche mangiatoia che per buona ventura avesse potuto trovare. E per riscaldare le membra irrigidite dal rigore notturno ponevasi a giacere su qualche mucchio di legname stallico. Finalmente, una notte si ricoverò in un pagliaio, a cui non si sa come si appiccò il fuoco, ed il povero vecchio fu trovato il mattino seguente arso dalle fiamme tra un mucchio di paglia fumante. Nessuno prese indagini di quell’infelice poiché in quel tempo non vi erano neppure Carabinieri in Pompei.
Ancora, visitammo una povera vecchia di Pompei, dell’età presso ad ottant’anni, e la vedemmo giacersi abbandonata su di un povero letto senza assistenza dei suoi parenti, perché anch’essi avevano da zappare per vivere e per alimentare i propri animali. Alla parete dove era poggiato il capezzale del suo letto non si vedeva alcuna immagine, neppure quella dell’amico dei poveri e dei tribolati, il Crocifisso! Sovente nel recarle qualche ristoro di cibo, ci studiavamo di confortarla, ma il più delle volte non capivamo le sue parole stranamente brontolate, ed ella non interpretava le nostre, perché di pronuncia a lei estranea. Così la poverina languendo si avvicinava al sepolcro; finché un giorno la trovammo morta. Né alcuno ebbe memoria di quella povera donna!
Di più, nel medesimo tugurio sotto cui stavano insieme la vacca, l’asino ed il maiale, non poche famiglie passavano la vita, giacendo sullo stesso sudicio strame a dormire il padre, la madre e i figliuoli e le figliuole alla rinfusa. Né sorgeva pure in tanta miseria il pensiero di poter ricorrere a qualche autorità, a qualche Congregazione di Carità, giacché di autorità ivi non era neppur l’idea ed il concetto, e molto meno di beneficenza pubblica del Comune.
Ma a qual Comune, a quale beneficenza sarebbe stato agevole rivolgersi? Se questa Valle era, ed è ancora dopo tanto volgere di avvenimenti meravigliosi e grandi, smembrata in tanti comuni e tante province, e questi contadini ogni anno col mutar di casa o di podere mutano e patria e cielo e comune e provincia e sindaco e pretore e tribunali? Ma, perché questi infelici vivono cos’ derelitti?
Per lungo studio che abbiamo speso sopra questi fatti, a noi pare aver trovato la ragione di tanto abbandono.
La ragione sta nella irregolare circoscrizione territoriale. Infatti questa poca terra di Valle fa parte di tre municipi; cioè di quello di Scafati, di quello di Torre Annunziata e di quello di Boscoreale; e si appartiene a tre province: vale a dire, per il civile, a quella di Napoli e a quella di Salerno, e per la parte ecclesiastica a Nola, che sta nella provincia di Caserta. Quindi essendo essa il limite estremo di tre comuni e di tre province, era naturale una certa dimenticanza da parte dei comuni e delle province. (Con il divenire nel 1928 Valle di Pompei comune autonomo, tutto il suo territorio di 12 Km,² passava sotto la provincia di Napoli, e nel 1935, ad opera di S. Ecc. Mons. Rossi, quasi tutto il territorio del Comune passava sotto la giurisdizione spirituale della Prelatura Nillius di Pompei).
Anche oggi che scriviamo, in pieno anno 1919, (la data rimase tale anche nella successiva ultima edizione del 1923 curata dall’Autore) sono tali e tanti gli inconvenienti per siffatta irregolare suddivisione, che i poveri abitatori ne risentono grave danno.
Così, per citarne qualcuno, non solo l’acqua del fiume Sarno per la irrigazione dei fondi, ma tutta la piena delle acque piovane e della melma che scende dal Vesuvio e da Boscoreale passano lungo la via comunale, senza alcun riparo; e quel che è più indecente, dinanzi alla Chiesa parrocchiale! E questa via, che è il transito unico per le derrate di Valle che si vendono al mercato di Castellammare, appartiene a tre comuni diversi, Boscoreale, Scafati e Torre Annunziata!
Da ciò avviene sovente che la via, impraticabile per la piena delle acque, produce fossi e avvallamenti, onde traballano i carri e le vettovaglie e talvolta ribaltano con danno e pericolo continuo anche della vita di questi poveri contadini. E molte volte il SS. Viatico non può essere apprestato ai moribondi, perché la via dovrebbe passarsi a guado come un torrente…
Oltre di che, il diritto e la giustizia civile e la pubblica sicurezza soffrono non pochi ostacoli nella loro attuazione.
Questi poveri contadini se mutano il fitto d’un podere, a un metro o a due di lontananza, non sanno a qual Ricevitore, a qual Pretore, a qual Ufficio Pubblico rivolgersi per i contatti, per le citazioni, per i congedi; perché alla distanza di due o tre metri mutano Municipio e Provincia. Sicchè ieri dovettero per una causa, per un congedo, per un affitto ricorrere al Pretore di Torre Annunziata; al Tribunale di Napoli, oggi che han tolto a pigione una casuccia dirimpetto o allato all’antica abitazione, debbono ricorrere al tribunale di Salerno, alla Pretura di Angri, al Municipio di Scafati!
Somigliantemente per i soprusi e per le contravvenzioni e per i furti che possono accadere lungo il corso pubblico e nella Stazione ferroviaria e nella piazza del Santuario, i carabinieri di Pompei, che erano fino a ieri più vicini alla Stazione di Valle di Pompei ed alle case operaie ed alla Via Sacra ed all’albergo Sole, non potevano accedervi. Per qualunque atto bisognava ricorrere al Procuratore del re di Salerno, alla Pretura di Angri, ai Carabinieri di Scafati. Ma questi, essendo più lontani dal centro di questa Valle, non si vedevano quasi mai comparire qui. E se pure vi si trovavano, non potevano esercitare la vigilanza né sul Santuario, né sugli asili, sull’Orfanotrofio, sugli operai della legatoria, della tipografia, né ai casini dei signori villeggianti, e via via, perché questi edifici sono al lato destro della via provinciale, che appartiene alla provincia di Napoli.
Quindi un forestiero che soffriva una indegna soverchieria da un cocchiere o da un furfante in mezzo alla provinciale, o presso la Chiesa, o presso la Ferrovia,, o nella piazza della Nuova Pompei, o presso la Parrocchia, non sapeva proprio a chi rivolgersi per avere giustizia o per essere soccorso. Si rivolgevano a noi. Manco male che avevamo ottenuto, e che tuttora abbiamo, sì dal Prefetto di Salerno come dal Prefetto di Napoli, la licenza di avere due guardie particolari con l’ufficio della Sicurezza Pubblica per tutelare tanto il Santuario, quanto i visitatori che pervengono alla nostra Stazione di Valle di Pompei.
Ora, ci affrettiamo ad aggiungere che non si avranno più a deplorare simili inconvenienti, grazie alla nuova Caserma dei Reali Carabinieri inauguratasi il giorno 19 marzo dell’anno 1895; e della nuovissima Caserma delle Guardie di Città, che ottenemmo dal Prefetto di Napoli, Comm. Cavasola, nell’anno 1900.
Non basta. Quando gli abitatori di questa Valle volevano contrarre matrimonio, o avevano bisogno di una fede di povertà o di una fede ecclesiastica, dovevano ricorrere ad una terza provincia, in Terra di Lavoro, a Nola! E quante volte ciò non potevano eseguire! Ed in fatto: nei primi anni, parecchi contadini per schivare il fastidio della lunga via e le spese per gli atti di Stato Civile nel loro matrimonio, andavano soltanto alla loro Parrocchia a contrarre il matrimonio religioso, senza darsi pensiero al mondo delle future conseguenze civili. (Vedi Statistica del Municipio di Scafati, presentata alla Prefettura di Salerno, Anno II, 1873, pag. 50).
Di più: noi fummo testimoni di un arresto fatto dai Carabinieri ad un giovane ventenne come renitente di leva di Boscoreale, mentre in realtà non era tale: egli non era stato mai segnato negli atti di nascita dello Stato Civile, perché i suoi genitori, che erano due antichi nostri coloni, non avevano mai curato di contrarre il matrimonio civile.
Per tali ragioni il Pretore di Angri si vide nella necessità di nominare una commissione che curasse di sposare civilmente gli abitatori di questa Valle, che erano sposati soltanto innanzi al Parroco: e, per sollecitarli anche a sposare civilmente, rinfrancavali delle spese degli atti civili.
I fatti fin qui addotti sono bastevoli a rintracciare il vero motivo, onde questa povera gente viveva sino ad ieri totalmente sconfortata. Ma oggi le loro condizioni sono ben differenti: poiché fin dal 1897 fu istituita una Sezione Municipale per la frazione di Valle che fa parte del Comune di Scafati, con assessore delegato in persona del Conte Francesco De Fusco; e nel 1900 è pure sorta la Sezione Municipale per la parte che appartiene a Torre Annunziata, e le funzioni di sindaco sono affidate all’egregio Cavaliere Vincenzo De Fusco, fratello del Conte.
5 – Le streghe nella Valle
E qual’era la Religione di questi, diremmo nomadi abitatori della moderna Valle?
Insieme con la Religione era frammista la più grossa superstizione; i pregiudizi e le false credenze tenevano luogo delle massime evangeliche. Ricorrevano senza ritegno alcuno alle stregonerie che essi chiamavano fatture, e si andava appresso agli stregoni o ai fattucchieri che le compiono.
Un giorno (nel 1878) io medesimo volli vedere un vitello che si cresceva da un nostro colono.
-Voglio vedere il giovenco, - gli dissi.
Quegli guardò attorno, e poi con un tono irrisoluto, o barbugliando le parole: - Signore, non posso trarlo fuori dalla stalla. – E perché? – Per i mali occhi!... Se io lo cavo fuori, e gli altri coloni lo veggono, e dicono: che bel giovenco!... io sono rovinato! – Ma via, fammelo vedere, - soggiunsi io sorridendo. – Allora io debbo fare la contro-iettatura.
E così dicendo, prese un pugno di terra, lo gettò prima sulla groppa del vitello e poi sul collo: quindi prese l’anello del fuso della sua vecchia madre e la ciambella d’osso dei bambini lattanti, e ne infilò le corna nella bestia. E con queste superstiziose precauzioni potei vedere il vitello.
Furono inutili tutti i miei sforzi a togliergli dalla testa questi pregiudizi. Se qualcuno soffriva di dolori, o si fratturava le braccia, ecco chiamar la donna “mediatrice”, la quale gli faceva sopra il braccio o del ventre alcuni segni di croce mentre borbottava misteriose parole. Sicché senza le parole della pitonessa, non cessavano i dolori, né guarivano le infermità.
Di medici e di medicine non faceva punto bisogno. Ad ogni grave infermità si chiamava il Parroco, quel vecchio che fu il primo Parroco, il quale per tutti i mali aveva una panacea generale, comune, infallibile: quattro, otto, dodici sanguisughe, ed il male o il malanno dovevano finite per forza.
I mali leggeri si curavano con l’andare a piedi fino a Torre Annunziata, e là in riva al mare farsi una solenne bevuta d’acqua marina.
Voleva qualcuno vendicarsi di un torto ricevuto, di un fitto di un podere tolto altrui? – Si andava a Cava dei Tirreni a ritrovare una donna che faceva pubblica professione di “maliarda”. Cinque lire in mano ad essa, e la malìa era adempiuta contro il nemico.
“Signore, - mi disse un giorno uno dei nostri capi fittaiuoli, che vive ancora: - Io sono stato presso a morire per un male misterioso al capo. Era una fattura fattami da un altro colono che voleva subentrare nel fitto del fondo da me tenuto. E riusciva all’intento: io a poco a poco lentamente mi consumavo la vita. Ma, andando a Cava dei Tirreni, e avendo pagato lire cinque alla strega, mi assicurò che volando per aria aveva già trovato il soggetto della fattura; e me la consegnò. Era un gomitolo tutto trapuntato di spilli! Quel gomitolo rappresentava il mio capo, quegli spilli i dolori acerbi che mi davano la morte!...
Si credeva che i fanciulli rachitici diventassero tali per maleficio delle streghe. Ancora si ricorreva ad esse se avveniva qualche furto, per conoscere il ladro.
Ed oggi tuttavia si crede, che chi nasce la notte di Natale dovrà diventare o strega o licantropo, cioè lupo mannaro.
Non aggiungo altri fatti, come potrei, per non apparir menzognero, giusta la sentenza del divino Poeta:
“Sempre a quel ver che ha faccia di menzogna, Dee l’uom chiudere le labbra quanto puote, però che senza colpa fa vergogna”.
6 – La Valle e i masnadieri
Venne a compiere tanto squallore l’epoca del brigantaggio.
È ancora fresca la memoria di una banda capitanata dal famigerato Pilone, il temuto masnadiero, il
quale scorazzava fin dal 1862 per le campagne di Pompei, allontanando non solo tutti i possidenti, ma anche i viandanti che erano costretti di passarvi. E quelli che dovevano passare per necessità, vi passavano di mal cuore e circospetti e con l’animo trepidante. Nel Periodico “Il Rosario e la Nuova Pompei” pubblicammo nel quaderno di febbraio del 1888 la relazione fatta dal Maggiore del 64° Fanteria Brigata Cuneo, Conte Ghirelli, allora Comandante, che aveva scaglionato le sue truppe in Pompei per reprimere il brigantaggio capitanato da Pilone.
Pilone era così coraggioso ed audace, che arrischiavasi di andare anche per le vie di Napoli in pieno giorno: onde una volta, mentre passava per la Via Foria, presso l’Orto Botanico, fu riconosciuto da alcune Guardie di Pubblica Sicurezza; e dopo fiera colluttazione venne ad essere ucciso.
Aggiungi, peggiore del brigandaggio, la infestazione dei malandrini e dei ladroni di strada, che si ponevano in agguato nei ripostigli dell’Anfiteatro e nel luogo detto “Lapillo”, ove erano dei fossati per i lapilli cavati, presso la Provinciale, poco distante dalla Parrocchia di Valle.
Si ricordano ancora il ricatto del Marchese Avitabile, Direttore Generale del Banco di Napoli, e la rapina fatta al procaccio governativo assaltato in pieno giorno, e l’assassinio dell’infelice giovane Tortora, carrettiere, il cui nome avremo occasione di ripetere nel corso di questa storia.
Seguì l’epoca della repressione del brigantaggio e della fucilazione delle persone sospette, che pose queste campagne in maggior terrore. Nessuno attraversava questa Valle senza paura: ed il viandante da lontano la guardava come luogo da temere e da fuggire.
Negli “Annali del regno di Napoli” alla parola Valle di Pompei si legge l’aggiunto: “luogo pericolosissimo per infami ladroni”.
La moderna Valle di Pompei, dunque, solitaria, triste, temuta, fuggita da gente civile, ben poteva chiamarsi, come noi l’abbiamo definita innanzi, “La Valle sconsolata”.
(Autore: Bartolo Longo)


Storia del Santuario - Libro Secondo
Libro Secondo "La Nuova Valle di Pompei"
Capo I - Il primo giorno
Tale era la Valle di Pompei all’epoca in cui comincia la nostra storia.

Pensare che allora la locomotiva potesse discendere fino a questa triste Valle; pensare ad un ufficio postale, ad un telegrafo, ad una frequentissima stazione ferroviaria qui, sarebbe stata una follia!
Chi avesse detto o soltanto pensato pochi anni or sono: - Questa Valle fra qualche lustro sarà il teatro di grandi portenti nell’epoca nostra!
Questa Valle sarà scelta dalla regina del Cielo per mostrare i suoi prodigi al secolo decimonono! A questa Valle dopo poco tempo, accorreranno le genti da ogni parte del globo a piegare il ginocchio innanzi ad un’ara che sorgerà nel mezzo di essa! – Chi fosse stato ardito di far queste predizioni, avrebbe avuto meritatamente il titolo di folle. E pure tutto ciò è avvenuto.
Ricordo con precisione il giorno che posi il piede in questo piano luttuoso. Erano i primi di ottobre del 1872.
Qui mi recavo per rinnovare i fitti della grande masseria della famosa “Taverna di Valle”; giacché mia moglie, la Contessa de Fusco, non veniva quasi mai a vedere i suoi fondi. A quell’epoca non vi era neanche una stazione di Reali Carabinieri in Pompei. Si andava quindi sempre in pericolo di essere ricattati.
Come fui giunto alla stazione di Pompei, ecco presentarsi due dei nostri principali coloni, armati di fucile, per farmi scorta.
Mi è dolce oggi, dopo tanti straordinari avvenimenti, il ricordare gli umili principii che furono origine di tante cose grandi. E non è forse dolce cosa riandare alle origini delle opere di Dio? E il leggere care memorie e ciò che sovente può recar gusto insieme ed utilità alle anime nostre?
Ricordo, dunque, il primo dialogo che ebbi con quei fittaioli, divenuti in quel primo giorno mia salvaguardia.
Messici in cammino a piedi per la via Provinciale alla volta della Taverna di Valle ad un punto della strada, con aria indifferente mi rivolsi ad essi. E il dialogo che riporto, fatto tra mille interpunzioni, perché poco ci intendevamo, mi chiarì a prima giunta dello stato della terra, e dei suoi abitatori.
“Che c’è? Non si va sicuri neppure per questa via Provinciale? – Oh, quando venite con noi, - rispose l’uno con cera di bravura, - non avete a temere di nulla. – Ma che? Vi sono dei briganti? – Ohibò, briganti!... la campagna si è L'antica Chiesa Parrocchiale di Valle di Pompeisciolta dopo l’assenza di Pilone… - Assenza?... cioè morto, - risposi io. – Morto Pilone! – disse costui, facendo una smorfia. – Pilone non si lasciava trovare più… dicono che è morto: ma invece si è rifugiato dentro le montagne di Amalfi e di Agerola.
Io lo guardai meravigliato, compassionando la credulità di quella gente. - Ma se anche Pilone si è allontanato, se non è più qui; e perché armarci? – Eh, - ripetè colui con ironico sogghigno: - per i malandrini! – Malandrini! – ripresi io inarcando le ciglia. – Ladri sulla via principale? E i Carabinieri? – Non c’è caserma di Carabinieri. – E toccando con la destra il fucile che portava sulla spalla sinistra, continuò: - Noi stessi dobbiamo guardarci.
E in questo dire la nostra brigata giungeva allegramente a quel punto presso l’Anfiteatro, ove la via è incassata tra grossi cumuli di lapillo, e di macerie. – Eccoci al “passo di Valle”, - disse l’altro colono. – Qui bisogna stare sempre all’erta perché in questo luogo avvengono spesso furti e grassazioni. E qui si fece a contare quante persone egli conosceva, che erano state spogliate ed assalite in piena luce.
Ma quando fummo presso la Taverna della Valle, cioè alla vecchia parrocchia del SS. Salvatore: - Ecco, - mi disse, accennando con il dito ad una casa poco lontana, dietro la chiesuola, - là, la truppa una notte fece gran fuoco contro alcuni briganti che vi si erano rifugiati. Era una nottata d’inferno: diluviava e soffiava un vento impetuoso. Oh, quanto sangue vi fu sparso!
Questo breve racconto di una tragedia avvenuta ai giorni nostri presso l’Anfiteatro di Pompei, in vista di quell’Anfiteatro, che mi rammentava altro sangue umano sparso in altri tempi per diletto di cuori feroci, mi inondò di mestizia, e mi troncò quella serena gioia onde l’animo mio si era allietato nel discendere alla stazione di Pompei.  
(Autore: Bartolo Longo)


Capo II "L’unica Chiesa"
Eravamo giunti. I primi onori e la prima accoglienza ci furono tosto fatti dal padre di tutti quei contadini, cioè il Parroco, un vecchio asciutto, arzillo e rubizzo, con la sua brava sottana e corta zimarra che aveva sfidato parecchi lustri.
Or questo Parroco fu il primo con cui potei scambiare una parola in lingua intelligibile, poiché gli abitatori di questa contrada parlano il dialetto largo napoletano, ed io con la stretta pronunzia leccese, sicchè non ci intendevamo a vicenda.
Da lui seppi la prima volta l’antico nome di questa Valle, che s’intitolava “Valle Pompeja”, conforme egli stesso aveva argomentato dai fatti da noi innanzi esposti. Con lui discendemmo a visitare la sua chiesuola parrocchiale.
Quale spettacolo! Quella esile chiesetta, fabbricata col prezzo di una campana venduta, poiché gli abitanti erano pervenuti al numero di quindici, era così angusta e povera e mal tenuta, che lo zelante Vescovo di Nola, Monsignor Formisano, in sul cominciare del suo governo episcopale nella diocesi di Nola, obbligò il Parroco a vendere una parte dei poderi appartenenti alla Parrocchia per allungarla.
Ciò nonostante era sempre angusta ed

insufficiente per la popolazione che andava ogni giorno crescendo; e laddove nel 1840 noveravansi appena trecento anime in tutta la moderna Valle, dopo trent’anni sommavano già il numero di oltre a milleduecento.
E la Chiesa parrocchiale conteneva appena cento persone Stivate.
Oltre di ciò non vi era né sacrestia, né sacrestano per la nettezza della Casa di Dio; eppure una cameretta per il Parroco, il quale abitava in una sua masseria, lontana due chilometri dalla Chiesa. E poiché questa era stata malfatta e mal tenuta, si fendè nella volta con il pericolo di crollamento.
Onde nel 1880 veniva diroccata per ragione di sicurezza pubblica con ordine del Sindaco di Torre Annunziata, che allora era il Cav. Ciro Ilardi.
Non vi era in questa chiesa che un solo altare, il maggiore, quello indispensabile per conservare il SS. Sacramento, ed era composto di vecchi assi. Perciò non deve recar meraviglia che topi, lucertole e scarafaggi vi avessero la loro pacifica dimora.
In verità, Mons. Giuseppe Formisano, nel suo paterno zelo, da più anni aveva tentato erigervi una chiesa: ma solo non poteva, sopraccarico come era della cura di settecento chiese fra cui ottantacinque parrocchie poverissime la più parte, e alcune in costruzione.
A più chiese aveva egli dato mano nella vastissima sua Diocesi, che annovera duecentomila anime disperse per valli e per monti in quattro provincie diverse. Aspettava che il Cielo arridesse alle sue lunghe preghiere.
Gli abitanti di questa contrada, tranne poche famiglie, sono addetti alla gleba, per lo più poveri: così scriveva il Parroco alla Curia di Nola.
Aggiungi, non vi erano scuole che dileguassero le tenebre dei rozzi intelletti; non vi era un tempio che potesse tutti adunarli e illuminarli con i principi salutari di nostra religione; neppure un altare consacrato a Maria, alla Madre di Dio, alla Consolatrice degli afflitti, che raccogliesse i sospiri di quegli infelici, e li confortasse all’ombra del suo materno celestiale manto.
Tale era lo stato ed il culto miserando dell’unica chiesa qui allora esistente.
Ma per quanto si sforzasse di provvedere a tanti bisogni lo zelante Vescovo, pure non poteva impedire che molti in questa Valle, per l’angustia della chiesa, non udissero la Messa le domeniche, né mai ascoltassero la parola di Dio; e quindi la più parte giaceva nella massima ignoranza dei principii di religione.
Ma quel che più stringeva il cuore per il dolore e per la compassione insieme, si era il vedere nelle domeniche e negli altri giorni festivi la pubblica inosservanza della legge di Dio sul terzo precetto del Decalogo.
Giovani e giovanette passare le ore intere o a lavorare come negli altri giorni, o stare in ozio, occasione d’ogni vizio; i fanciulli, la parte più gelosa dell’umana famiglia, dai quali usciranno un giorno il cittadino onesto o il ladro, abbandonati a se stessi, venir su negli anni come bruti.
Ma come si trovò in Pompei quella Immagine del Rosario, che oggi scuote il mondo con i suoi portenti, e per il quale è sorto un Tempio di tanto lusso e magnificenza? E perché e come mi sono trovato io, straniero, a queste contrade, in mezzo a tanti fatti straordinari che la Provvidenza ha disposti?
Lo dirò apertamente, sperando che farò bene ai miei prossimi.
(Autore: Bartolo Longo)


Capo III "La risposta"
Lettore mio, ti sei mai trovato con l’animo involto in un nuvolo di pensieri neri, tristi, che apportano noia, abbattimento, desolazione? Tu allora puoi comprendermi.
Uscito appena dalla selva oscura degli orrori, in cui mi ero smarrito come cultore del Magnetismo e dello Spiritismo, l’animo mio non trovava più pace.
A trentatré anni, lotte incessanti, aspre, implacabili con Satana, che suscitava furiose tempeste, mi avevano atterrato e costretto a mordere quel fango, dal quale la superba cervice soleva orgogliosamente insorgere contro Dio. E Dio a tal punto mi aspettava, affinché dove abbondava la iniquità ivi sovrabbondasse la misericordia. Un abisso chiamava un altro abisso.
Iddio è paziente e longamine, perché è forte: essendo onnipotente non si adira, né si vendica, perché tutto a lui è sottoposto. È dolce, di sua natura buono, giusto nel punire. Aspetta l’uomo a penitenza: ma poi lo condanna, se ostinato.
O grande Iddio! Chi ti mosse allora ad aspettarmi, si lungo tempo lontano da te, se non la bontà tua essenziale, poiché tutte le tue vie si riducono alla Misericordia ed alla Verità.
Alle mie ribellioni tu opponesti una infinita pazienza: ai miei allontanamenti, una dolcissima benignità: alle offese contro di te rivolte, i sospiri del tuo Cuore compassionevole, vivo, generoso e paterno. Alle mie infelici cadute finalmente stendesti la mano del soccorso. Tu vedesti la mia umiliazione e le mie pene, ed allora ebbe trionfo la tua misericordia: giacché, nelle umiliazioni tu ergi le montagne della tua grazia.
Ed il primo frutto di tua grazia fu l’ispirarmi un desiderio ardente, irrefrenabile, insaziabile di te, verità, luce, cibo, pace dell’uomo, tua creatura.
L’anima mia, dunque, cercava violentemente Iddio. Dio solo poteva, come unico centro, fissar l’intelletto fluttuante in un pelago di errori: Dio solo poteva saziare le inquiete voglie di un cuore dilacerato da tante e focosissime passioni.
Un giorno, correva l’ottobre del 1872, la procella dell’animo mi bruciava il cuore più che ogni altra volta, e m’infondeva una tristezza cupa e poco men che disperata.
Uscii dal casino De Fusco, e mi posi con passo frettoloso a camminar per la valle senza saper dove. E così andando, pervenni al luogo più selvaggio di queste contrade, che i contadini chiamavano Arpaja, quasi abitacolo delle Arpie.
Tutto era avvolto in quiete profonda. Volsi gli occhi in giro: nessun’ombra di anima viva. Allora mi arrestai di botto. Mi sentivo scoppiare il cuore. In cotanta tenebre d’animo una voce amica pareva mi sussurrasse all’orecchio quelle parole, che io stesso avevo letto, e che di frequente mi ripeteva il santo amico dell’anima mia, ora defunto: - Se cerchi salvezza, propaga il Rosario.
È promessa di Maria. – Chi propaga il Rosario è salvo! – Questo pensiero fu come un baleno che rompe il buio di una notte tempestosa. Satana, che mi teneva avvinto come sua preda, intravide la sua sconfitta e più mi costringeva alle sue spire infernali. Era l’ultima lotta, disperata lotta.
Con l’audacia della disperazione, sollevai la faccia e le mani al Cielo, e rivolto alla Vergine celeste: - Se è vero – gridai, - che Tu hai promesso a San Domenico, che chi propaga il Rosario si salva; io mi salverò, perché non uscirò da questa terra di Pompei senza aver qui propagato il tuo Rosario.
Nessuno rispose: silenzio di tomba mi avvolgeva dintorno. Ma da una calma che repentinamente successe alla tempesta dell’animo mio, inferii che forse quel grido di ambascia sarebbe un giorno esaudito.Un lontano eco di campana giunse ai miei orecchi, e mi scosse: suonava l’Angelus del mezzodì.
Mi prostrai e articolai la preghiera che in quell’ora un mondo di fedeli volge a Maria. Quando mi levai in piedi, mi accorsi che sulle guance era corsa una lacrima. La risposta del cielo non fu tarda. Queste pagine, o lettore, te la spiegheranno tra poco. Leggi e giudica.
(Autore: Bartolo Longo)


Capo IV "Il primo tentativo"
Io, dunque, determinai con animo risoluto di promuovere con tutti i miei sforzi la devozione del Rosario in questa Valle desolata, dove, per arcane disposizioni di Provvidenza, già mi trovavo. Ma come fare? Come pervenire ad insegnare il Rosario a gente che viveva dispersa in casupole e masserie, senza avere neanche un luogo dove potessi raccoglierla almeno qualche ora la domenica?
Non c’era altra via che l’andare attorno per le abitazioni, e distribuire in dono corone e medaglie. Queste, infatti, date senza denaro, venivan prese volentieri, ed anche con ardente brama, perché, essendo di metallo sembravano di qualche valore.
Ma a che pro, se pochi sapevano a mala pena dire l’Ave Maria.
Nondimeno, trattando con questa gente mi avvidi, che avevano un culto innato ed una pietà profonda verso i morti.
Si lamentavano, infatti, che i cadaveri dei loro trapassati fossero, come spoglie bestie, portati al camposanto, senza che una fratellanza pia, siccome vedevano fare nelle vicine città, rivolgesse le preci di requie a quelle anime, e senza un ricordo anniversario che perpetuasse ai nipoti la memoria dei loro avi.
Mi parve questo un sentimento dal quale io potevo trarre del bene.
- Ecco l’istinto della immortalità dell’anima, - meditai in cuor mio. La pietà verso i defunti, la memoria imperitura che si vuol serbare di essi, le preci ed i suffragi, sono chiare manifestazioni, che in fondo all’anima dell’uomo, anche ignorante, Iddio ha scolpito il domma dell’immortalità dell’anima.
Presi speranza allora, che questo popolo disperso per la campagna, più agevolmente si sarebbe lasciato condurre a radunarsi per uno scopo che meglio gli andava a sangue.
Divisai quindi, per venirne a capo, che il primo passo per cattivarmi gli animi dovesse essere la “fondazione di una Confraternita del Rosario”, la quale intendesse dare pietoso accompagnamento ai morti e, per mezzo della recita del Rosario, a suffragare le anime. Ma l’ostacolo perenne si era il luogo dove radunare la Confraternita.
Era una bellissima giornata sul finire di ottobre, la quale invitava a uscire a diporto; ed io non avendo con chi conversare, andai a caccia.
Sotto quei lunghi filari di pioppi che costeggiano il fiume Sarno dalla parte del Regio Polverificio di Scafati, m’imbattei in un giovane cacciatore, alto, con gli occhiali d’oro e affabile. Fui oltremodo lieto quando seppi da lui medesimo che era un prete.
Egli era proprio della Valle, ed aveva nome Gennaro Federico. E seguitando insieme il cammino più oltre, a quattr’occhi gli manifestai la mia intenzione di volere formare una “Società del Rosario” fra i contadini, acciocchè si affratellassero insieme, e imparassero a dire la Corona, e prestassero assistenza e medicine ai fratelli infermi, e porgessero maritaggi alle donzelle povere, e dessero sepoltura ai morti fratelli.
- È molto difficile, - mi rispose: - questi contadini hanno perduto la fiducia in simili cose.
Con tutto ciò non mi scoraggiai: ma volli interrogarlo degli usi e dei costumi degli abitanti.
In fatto, assai appresi da lui dei costumi di questa terra; e, tra l’altro, la consuetudine delle feste popolari, e dei baccani e dei giochi e segnatamente delle “Arriffe”, a cui solevano accorrere tutte le donne del contado per la brama di guadagnare qualche anello d’oro, o qualche paio di orecchini.
- Eccolo, dunque, il mio primo espediente, - pensai tra me: - aprire una gran tombola, e distribuire per premi corone, medaglie, immagini, e quadretti della Vergine del Rosario. Così, nel giro di pochi anni, ogni persona sarà munita di una Corona ed ogni casa decorata dell’immagine del Rosario.
Disposi in cuor mio di fare il lotto insieme con una festa in onore della vergine del Rosario nel venturo mese di ottobre. A questo modo per mezzo delle funzioni, del panegirico, degli spari artificiali, dei giochi popolari e delle arriffe clamorose, rimarrebbe impresso nella loro mente, insieme con la festa, almeno il “nome” del Rosario, il titolo di Vergine del Rosario..
E determinai, che nell’ottobre del seguente anno 1873 avrei fatta la prima festa del Rosario in Valle di Pompei, e mi ci sarei apparecchiato un anno innanzi.
1. La prima festa del Rosario in Valle di Pompei nel 1873.
E così fu fatto.
Tornato in Napoli, mi posi a chiedere ad alcune pie donne di mia conoscenza medaglie, corone, abitini, ed immagini di qualunque Santo. E ne ottenni dalla Baronessa di Castro de Rosa, dalla signorina Caterina Volpicelli, (oggi Beata), dalla duchessa di Traetto e dalla signora Raffaella Piria. Altre ne comprai io, e con questo grosso fardello feci ritorno nell’ottobre del 1873 alla mia “nuova terra”.
Ma vi aggiunsi due altre cose. Mi era avveduto che l’immagine del Crocifisso non si vedeva che in qualche rara capanna; perché era consuetudine di questa gente comprare il Crocifisso solo quando si andasse a nozze. Oltre di questo caso, nessuno aveva neppure una rozza Croce sospesa al muro. Comprai dunque parecchie centinaia di crocifissi per capoletto. Oltre a questo, stabilii tra me stesso che quella festa non dovesse andar come va perduto il fumo degli spari dei mortaletti e di altri fuochi artificiali.
Parte principale della festa sarebbe per essere un gran lotto di un soldo per ciascuna polizzina. I primi cinque premi sarebbero gli oggetti di oro napoletano, cioè di grossa vista e di poco valore: un anello, un paio di orecchini, uno spillo aperto, e somiglianti. Altri ottocento premi sarebbero di crocifissi, corone e quadretti della Vergine del Rosario.
Ordinai per la festa dei fuochi artificiali e giuochi e la banda musicale di Pagani. Quando alle sacre funzioni, una Messa sarebbe cantata dal Parroco di Valle, che era D. Giovanni Cirillo, ora defunto, ed un forbito discorso sul Rosario sarebbe recitato dal mio amico e confessore, che fu il P. Alberto Radente, domenicano, da ma a bella posta ed a mie spese invitato.
Non avendo una immagine acconcia a far venerare, tolsi dal mio capoletto una litografia della Vergine del Rosario, che avevo comprata in Napoli e la esposi alla pubblica venerazione. E con questo apparato aspettai l’alba della “terza domenica di ottobre”.
Ma la contraddizione cominciò dal primo giorno che volli qui fare onorare la Madonna del Rosario.
Il mattino della festa, acqua a torrenti ed un uragano con fulmini e tuoni impedì non solo alla gente di accorrere alla piccola chiesuola parrocchiale,, ma anche la banda musicale di potere accostarsi a Valle di Pompei; e tenne il Parroco, i preti invitati, gli amici e noi imprigionati nella parrocchia, senza poter mettere capo fuori a causa del tempo dirotto. – Cominciamo male, - dicevo io tra me e me un poco amareggiato; - la Madonna pare non gradisca il fatto mio.
Ma poi mi sollevavo a questo pensiero: - da parte mia io non debbo fare altro che pregare il Rosario.
Se non che il mio sconforto si accrebbe quando, assistendo al forbito discorso che recitò il predetto mio confessore, con meraviglia mi avvidi che le sue parole erano assai poco comprese dalla gente qui raccolta, perché questi contadini non erano abituati ad ascoltare altri che non il proprio Parroco e nel proprio dialetto.
Parve dunque a me fiato sprecato e spese perdute.
2. Ottobre del 1874. La seconda festa del Rosario in Valle di Pompei
Pensai per il nuovo anno di premunirmi contro le avversità del tempo, lasciando per ogni famiglia un ricordo sensibile e devoto della festa del Rosario, cioè una bella corona ed un quadretto della Vergine.
E venuto l’ottobre del 1874, ordinai un altro grande lotto.
Era usanza in questi luoghi, allorquando avevasi ad invitare il popolo di mandare attorno per il contado un bando, il quale non si faceva da altri che da una donna ben nota per la sua voce forte e sonora.
Otto giorni prima mandai in giro per le contrade questa donna per pubblicare il bando della “festa del Rosario in Valle”; e per tre giorni continui io stesso di persona andai attorno per queste campagne per casolari e masserie, chiedendo un’offerta qualsiasi in derrate, cioè granturco e cotone, per festeggiare la Vergine del Rosario: Invitavo casa per casa gli abitanti a venire alla Parrocchia ed a godere in mezzo alla via provinciale dei grandi spettacoli, massime di una grandiosa tombola.
Dalla vendita del granturco e del cotone intendevo trarre due vantaggi: il primo di accrescere la sommetta che avevo disposto a spendere del mio; ed il secondo, il più importante, e che riuscì a meraviglia, fu quello di sollecitare questi villici a intervenire come “interessati” nella festa. Ed infatti non vi fu neppure uno che non venisse a goderla.
La festa riuscì alquanto splendida, si che questi villici si rassicurarono che io spendevo due volte tanto del mio proprio denaro.
Neppure in quell’ anno avevo un’immagine acconcia “del Rosario” da esporre alla pubblica venerazione. Per questa seconda festa del Rosario in Valle di Pompei esposi nella cadente chiesuola parrocchiale, sotto un baldacchino, un’altra litografia della Vergine che aveva attorno impressi in piccoli riquadri i quindici misteri. L’avevo comprata a Napoli dal cartolaio Altavilla; e la lasciai in chiesa, in memoria della festa, a quel reverendo Parroco.
Intanto, per non sgarrarla un’altra volta, pensai che nessuno meglio del parroco poteva predicare a questa gente per venire compreso. E però lo invitai a fare tre prediche al popolo per “spiegare il Rosario”, sperando che la parola del proprio pastore avesse a produrre un frutto più ubertoso di quello dell’anno precedente.
Ma neanche allora ottenni l’intento; perché il buon Parroco invece di predicare il ”Rosario”, predicò sulla “Salve Regina”.
Non pertanto, la festa, la clamorosa “arriffa”, i fuochi artificiali, lo sparo delle bombe e dei petardi, il suono fragoroso della grancassa della banda musicale, e i sollazzi pubblici, la corsa degli asini, la corsa nei sacchi, tutto riuscì di piena soddisfazione al mio novello popolo. Il quale, fatto come ogni altro popolino, si mostrava di prima diffidente e ritenuto con me; ma, dopo le feste di due anni, per le quali si fu rassicurato che io spendeva del mio a suo vantaggio, finì con l’essermi amico ed affezionato confidente.
Ma la festa, la predica, il lotto era come una fiumana che passava, senza rendere ubertoso il terreno.
Il Rosario non si era punto imparato da questa gente, e tanto meno compreso..
Fui sconfortato, ma non stanco. Io mi ero proposto non altro che la “propagazione del Rosario”: il frutto delle mie fatiche non aspettava qui.
Sparse le corone e le medaglie tra la povera gente, ed acquistata la fiducia di questa, volli discutere ponderatamente con sacerdoti provetti e dotti, del modo come rendere stabile la devozione del Rosario qui iniziata con buoni auspici.
Non altro espediente seppero suggerirmi, se non fondare “una Confraternita”, che sopperisse a tutti i bisogni di questo popolo nascente.
Ma questo era difficile. Come pervenire a tanto? Come radunare in santa “società” tutta questa gente dispersa per vaste contrade? Come indurla ad amore e fratellanza insieme, se vivevano disgregati e diffidenti l’uno dell’altro?
Dopo lungo discutere, forse per divina ispirazione, si venne in questa determinazione: cominciare dal far venire una sacra Missione, la quale, scuotendo le anime con la meditazione delle verità eterne, suscitasse in quei cuori incolti la speranza del perdono con la devozione a Maria, e segnatamente al suo Rosario.
Un giorno scesi alla stazione di Portici, e m’imbattei in un sacerdote, che mi parve dotto e zelante insieme, e interrogatolo, e saputo che egli era un missionario dei Sacri Cuori, fondazione del Ven. Errico di Secondigliano, gli aprii l’animo mio, siccome da più tempo il Signore mi ponesse il pensiero di far venire una Missione a Pompei. Quel degno sacerdote era della famiglia Genovese di Pagani, fratello di quella Filomena Genovese, terziaria francescana e domenicana, morta in concetto di santità.
Mi incoraggiò assai, e mi profferse; e da quel giorno tenni con lui stretta amicizia. E con l’animo fisso in questo pensiero, andavo studiando i modi per mettere ad attuazione quel disegno, che per me allora era arditissimo, essendo io ignaro delle cose della Chiesa, e secolare forestiero in questi luoghi, non conosciuto né dal Vescovo di Nola, né dal vescovo di Castellammare, e neppure dal Cardinale di Napoli, che era allora Sisto Riario Sforza, né da alcun Prelato delle circostanti diocesi.
Ma questo mio divisamento fu per allora attraversato dalla invidia di quel maligno, «Che pria volse le spalle al suo Fattore».
(Autore: Bartolo Longo)


L’0ra della misericordia
Passato del tempo, senza mai smettere il mio proposito di ritentar la prova, mi rivolsi a nome della Contessa De Fusco alle pie signorine Raffaele Piria e Caterina Volpicelli, le quali già in questo mezzo avevano fatto rizzare un altarino di marmo qui nella decadente parrocchia, e demolito il vecchio altare di assi tarlate.
Venne anche qui a porgere conforto al mio divisamento il sacerdote D. Luigi Caruso, allora vicesegretario del Clero di Napoli, e poi canonico di quella Metropolitana; il quale, essendo amico del Vescovo di Castellammare di Stabia, che era Mons. Pedagna, a lui si rivolse per scelta di qualche santo sacerdote da far la Missione a Pompei.
Ma ciò non pertanto, dovettero trascorrere tre lunghi anni prima che potessi ottenere tre sacerdoti per la missione in questa plaga sconsolata; perché come ho detto, secolare io e forestiero in questi luoghi, non solo ignoravo il modo come si dovesse chiedere la missione ed a chi, massime volendola per mia privata devozione; ma non conoscevo neppure di nome il Vescovo di Nola, né altri vescovi delle vicine diocesi.
Ma quando il giorno della esecuzione dei divini consigli è giunto, non vi è ostacolo che possa opporsi alla volontà di Dio.
Venne l’ottobre del 1875.
Per accrescere sensibilmente la devozione alla vergine sotto il titolo a Lei più caro, portai da Napoli una statuina della vergine del Rosario, e la portai a Valle sulle mie braccia accompagnato dal degno sacerdote napoletano D. Carlo dei Baroni Pellegrino Schipani; e la collocai sotto un baldacchino della vecchia parrocchia.
Intanto andai io stesso attorno per gli abituri e casolari, per raccogliere i contadini alla festa, ed animarli a formare la Confraternita di Maria.
E la festa in onore del Rosario riuscì più gloriosa, per gli spari, per i giochi, per la grande “arriffa”, e per un solenne Vespro e Messa, cantati dal Parroco e dai preti di questa contrada.
Disposte così le cose, curai, innanzi tutto, di ripulire e racconciare la informe chiesuola per darle un aspetto venerabile, gettandovi dei colori per contrapporli alle enormi macchie prodotte dall’umido e dalle screpolature, e rinzaffandovi del calcestruzzo per distruggere le sedi pacifiche dei topi, delle lucertole, dei ragni e di altri animali.
Ed a far ciò, invitai un giovane di Pompei, Pasquale Matrone, figliolo del più vecchio nostro colono: a lui consegnai cinque chilogrammi di terra gialla, dieci chilogrammi di terra rossa, molta calce, biacca e nerofumo in quantità. È con questa enorme provvisione di colori, con un grosso pennello da imbianchino fu dipinta (ognuno immagini come) la vecchia chiesuola parrocchiale.
Ma già l’ora della misericordia per questo popolo era suonata. Il Vescovo di Nola, per mia inaspettata e buona ventura, quando le mie speranze erano quasi venute meno, diede la facoltà a tre santi sacerdoti per intraprendere la sacra Missione. E il giorno dei Morti, “2 Novembre del 1875”, - era di martedì – mi recai io stesso a Castellammare di Stabia a rilevare i tre avventurati Ministri, che erano predestinati primi a spargere la luce su questo popolo che giaceva nelle tenebre. I loro nomi sono scolpiti non solo nella nostra memoria, ma, che è maggior cosa, nel cuore materno di Maria.
Essi furono: il Rev.mo Canonico Santarpia di Lettere, il Canonico Don Giuseppe Rossi di Castellammare di Stabia, ed il sacerdote Don Michele Gentile, Missionario Apostolico, di Gragnano.
Con la Contessa De Fusco e con i suoi figliuoli facemmo un pregio di ospitarli nel nostro casino, l’antica Taverna di Valle, e servirli di persona; ed essi non disdegnarono prendere soggiorno in una delle stanze allora di fresco costruite.
Commovente spettacolo! Traevano a udire la parola di Dio vecchi e fanciulli, uomini e donne, non solo di questa, ma anche dalle vicine contrade; e, non entrando nella piccola chiesa, vedevansi stivati in mezzo della via provinciale, esposti a tutte le intemperie delle serate di novembre.
Udivi la sera, dopo la predica, per queste campagne, innanzi mute e solitarie, risuonare il dolce saluto a Maria, mentre gli abitanti, tornando a casa in vari capannelli, cantando il Rosario, si disperdevano per le vicine terre.
L’effetto mostrò la potenza del Rosario e il gradimento della celeste Regina! Tutti si riconciliarono con Dio, composero le liti, si rappacificarono insieme, e chiesero l’aggregazione alla Confraternita di Maria.
Era il giorno di domenica, 14 novembre 1875, quando venne a Pompei lo zelantissimo Vescovo di Nola, Monsignor Giuseppe Formisano, per somministrare il Sacramento della Cresima, come suol farsi, al termine degli esercizi spirituali. Fu quella la prima volta che io ebbi la ventura di conoscere da vicino quel venerando presule. Ed allora gli manifestai il desiderio, che da tre anni mi stava vivo in cuore, di erigere, cioè, in questa terra di Pompei, a mie spese, un altare alla Madre di Dio sotto il titolo del SS. Rosario per tenere sempre desto così bella devozione, tanto utile alle anime, tanto approvata dalla Chiesa e tanto benedetta da Maria.
Udito ciò quel santo Vescovo, ed informato dai tre mentovati Missionari dello stato lacrimevole di questa nascente popolazione, tocco il cuore da indescrivibile pietà, quasi con lacrime agli occhi, a me rivolto ed alla Contessa De Fusco, pronunziò queste memorande parole che furono “l’origine della grande Opera di Dio” in questo luogo: - Io credo mio dovere di erigere una chiesa che raccolga al culto divino tutta questa povera gente; e da più anni avevo posto ogni opera a trovare qui almeno una persona che mi porgesse aiuto, essendo questo il più lontano della Diocesi.
Ma ora che voi volete fare un altare al Rosario, io propongo invece che facciamo non un altare, ma una chiesa. Procurate degli Associati per un soldo al mese; e così voi raccoglierete delle somme da parte vostra, ed io dalla mia corrisponderò con un sussidio di lire cinquecento.
Questa proposta fatta a me, che dopo tre anni di sforzi non ero riuscito a rizzare un semplice altare o una confraternita tra questa gente poverissima, mi sembrò così strana e così eccedente le mie forze, che a prima giunta non feci buon viso. Anzi voltomi al Canonico D. Giuseppe Rossi: - Temo, - dissi, - che questo sia un astuto ritrovato del demonio, il quale per distogliere di fare il bene, propone l’ottimo; e sotto il pretesto di fare una chiesa, per la cui edificazione si richiedono chissà quanti anni, viene ad impedire l’attuazione della Confraternita del Rosario, la quale è già quasi disposta ed ordinata.
Ma quel degno ministro del Signore mi rispose: - Consiglio dei Superiori è voce di Dio. La vostra volontà è accetta a Dio; ma eseguire i consigli dei Superiori.
Ancora un’altra volta quel pio Vescovo di Nola, ritornato in Valle di Pompei due giorni dopo, e venuto sul nostro casino, ripeté il suo santo consiglio.

Erano le 10 del mattino del 15 novembre 1875.
Il Pastore della Chiesa di Nola, affacciato alla finestra della stanza di mezzo che guardava la vecchia chiesa parrocchiale del SS. Salvatore, accennando con la mano al campo contiguo alla Parrocchia, in tono profetico esclamò: - Quello è il luogo, dove deve essere edificato un Tempio in Pompei.
Quel Vescovo fu veramente profeta. Ma egli non sapeva quel che dicesse.
In capo a 15 anni (1891) quel Tempio non ancora compiuto, era salito a fama mondiale e riceveva la solenne consacrazione per mano di un Delegato del Papa, l’Em.mo Cardinale Monaco La Valletta!
E in capo a diciotto anni (1894) quella chiesa iniziata per poveri contadini, riceveva la sanzione della sua universalità e della maggiore grandezza con il venire dichiarata dal Pontefice Leone XIII, Chiesa Pontificia, Santuario del mondo, di dominio della Sede di Pietro in perpetuo!
E al venticinquesimo anno (1901) dalla prima pietra di sua fondazione, il Santuario di Pompei, celebrando il suo “Primo Giubileo”, sarebbe stato compiuto e dichiarato “Basilica Pontificia” pari a quelle dell’alma Roma!...
Chi lo avrebbe pensato?
La Contessa in verità rifiutò il carico, allegando il dolore di un figlio morto da poco ed il pensiero della famiglia. Ma io, che miravo sempre al fine della lotta con Satana, senza guardare alle conseguenze della futura impresa, a lei rivolto proseguii: - Voi promettete al Vescovo di consentire, ed io farò per voi e per me. Ponete a mia discrezione la vostra firma, e mettete me in relazione con i vostri conoscenti, e la Madonna penserà al resto.
Se non che, il savio Prelato, Uomo di Dio, abbastanza istruito delle opposizioni che suol mettere il mondo e il demonio alle cose del Signore, massime alla edificazione dei tempii, rivolto a noi, aggiunse: - Voi volete fare una chiesa? Ma siete voi disposti ad essere chiamati ladri, briganti, e trascinati per le vie di Napoli quasi facinorosi e malfattori? Se siete a ciò disposti, voi compirete l’opera di Dio, perché Dio benedirà le vostre intenzioni, le vostre fatiche; altrimenti non concluderete nulla.
Queste parole autorevoli dell’Unto del Signore, del capo di questa Diocesi, ci suonano tuttavia nell’animo, e ci porgono coraggio nelle contraddizioni. Ed Egli, per nostro conforto, a noi le ripeteva ogni volta che veniva a visitarci in Pompei. Imperocchè vediamo l’Opera di Pompei, trionfare sempre meravigliosamente a dispetto dell’inferno, essendo Opera di Dio, e non dell’uomo.
Sì, lo confessiamo: non sarebbe mai stata in noi tanta presunzione, da cominciare la edificazione di un grande Santuario, in un’aperta e povera desolata campagna, senza la parola di autorità e di conforto di quel Santo Vescovo, che fin dal principio, quasi profeta, ci disponeva alle future contraddizioni, e senza il più saldo appoggio di Maria che rincalza e ci sostiene con gli incessanti suoi prodigi.
In tal modo, confortato da tanta autorità, mi misi all’opera. Prima di ogni altra cosa, valendomi del nome e delle relazioni della Contessa, scrissi immediatamente varie lettere a molte delle sue amiche, piissime dame napoletane, richiedendo il loro concorso di “un soldo al mese, per fabbricare un tempio cattolico al vero Dio sulla terra dei falsi dei”.
Ecco, come da un assedio di Satana alla povera creatura, il Signore fa discendere un rivo delle sue grazie per far mostra della sua potenza e della sua paterna pietà, che forma suo diletto il sollevare dal fango il misero, e togliere dal letamaio il reietto.
Ma oramai è tempo di dire come venne trovata questa “Immagine del Rosario”, divenuta oggi di fama universale per i suoi prodigi, ed in qual modo fu portata alla Valle sconsolata di Pompei.
(Autore: Bartolo Longo)

Storia del Santuario - Libro Terzo
Capo I
Il primo ingresso della Immagine in Pompei

I tre missionari, e segnatamente il reverendo P. Michele Gentile, cui aspettava di predicare il Rosario, avevano inculcato al popolo di recitare ogni giorno questa preghiera, tanto cara alla Vergine.
Sul finire della sacra Missione, dunque, io cominciavo a vedere compiute le mie speranze, e ne rendevo somme grazie a Dio.
Ma per istabilire a consuetudine di questo popolo la recita in comune della Corona, e per fare guadagnare le sante Indulgenze della Confraternita del Rosario, mi parve indispensabile porre in venerazione un quadro qualsiasi della Madonna del Rosario, innanzi al quale quella gente potesse ogni sera radunarsi per la recita della Corona.
Un quadro che rappresentasse il Rosario qui non vi era, tranne quello litografico, che come innanzi ho riferito, avevo io donato al vecchio Parroco.
Ma per essere un quadro esposto alla pubblica venerazione, e per potersi guadagnare le Indulgenze, conforme è ordinato nella liturgia ecclesiastica, esso deve essere dipinto ad olio.
Oltre di che, non voleva la missione fosse finita senza che prima non venisse esposta la devota effige, affinchè i tre Sacerdoti avessero lasciato al popolo, come ricordo della Missione, che dovesse ogni sera raccogliersi dinanzi a quella sacra Immagine e in comune recitare la Corona. Poiché questa era l’ultima meta che io vacheggiavo nel mio pensiero.
La Missione terminava la domenica, 14 novembre.
Era, dunque,  
Era, dunque, necessario che io corressi a Napoli, per provvedermi di urgenza di una Immagine del Rosario dipinta a olio.
E mi recai a Napoli il mattino di sabato, giorno indimenticabile, “13 novembre” di quello stesso anno ricordevole, 1875.
Cominciai a pensare e discorrere con me stesso, a chi rivolgermi per acquistare il quadro che mi bisognava.
E ricordai che, passando per Via Toledo, presso la piazza dello Spirito Santo, avevo spesse volte gettato lo sguardo dentro la bottega nella quale erano esposti vari quadri e ritratti d’olio, e tra gli altri mi pareva d’aver veduto una Vergine del Rosario. Il pittore era a me ignoto, anche di nome: ma per l’aggiunto che gli si apponeva, forse dalla sua città nativa di Foggia, era comunemente chiamato il Foggiano.
Colà, dunque, determinai di andare. Se non che mi prese un certo timore di trovarmi in impaccio, non essendo stato mai buono a litigare i prezzi e discendere a patti come si usa a Napoli. – Oh, se io potessi condurre meco il P. Radente? Sapevo che il buon Padre da dieci anni, da che furono espulsi i Frati da S. Domenico Maggiore, conviveva con due suoi confratelli, in un casetta tolta a pigione: sapeva pure che egli era uso celebrare la Messa tutte le mattine nella Chiesa del Rosario a Porta Medina. – Sta bene, - dissi in cuor mio: mi avvierò per Toledo: se vuole Iddio, incontrerò il mio amico: altrimenti farò da me.
Ma la Provvidenza, che con mano invisibile guidava le file di un avvenimento che sarebbe stato indi a poco straordinario, volle che, giunto al Largo dello Spirito Santo, poco lungi dallo studio del pittore, m’imbattessi nel venerando Frate.
Codesto santo Frate fu l’uomo a me mandato da Dio nel mezzo della mia vita burrascosa. Altrove dirò, per gratitudine, qualche cosa su di lui e delle virtù sue; e come fu da me conosciuto.
Oggi dico solo che c’incontrammo nell’esilio di questa vita nel 1865; e nell’anno 1885 ci separammo quaggiù. Ma nell’epoca di mezzo e precisamente nel 1875, accadde quel che ora dirò.
L’intimità, della quale mi onorava il Padre Radente, mi fece correre con il pensiero a lui, nel dover comprare un quadro, al quale, come ho detto, io non sapevo apporre il giusto prezzo. – Oh, Padre! – gridai tosto che l’ebbi veduto – per buona ventura v’incontro.
E gli esposi tutto per ordine quanto era accaduto in quei giorni a Pompei, e della venuta del Vescovo di Nola, e del disegno di edificare una Chiesa, e di stabilirvi una Confraternita del Rosario, e finalmente del quadro che io volevo comprare. – Lo studio del Foggiano è qui vicino: - osservò il Frate: - andiamo.
E vi entrammo insieme.
Era in quella stanza terrena una tela della Vergine del Rosario, ma senza misteri attorno e di piccola misura: non raggiungeva forse un metro. – Quanto costa quel quadro? – Quattrocento lire. – È troppo veramente! – esclamò il Padre.
Io forse mi sarei piegato a comprarlo; ma il Padre, ammiccandomi: - Usciamo fuori.
E quando fummo sulla via: - Perché spendere quattrocento lire, - soggiunsemi, - per un piccolo quadro, quando tu ora hai l’intenzione di sostenere le spese di una nuova chiesa? Sai che mi è passato per la mente, ora che eravamo là nella bottega del Foggiano?  Porta Medina
Io diedi da più anni a Suor Maria Concetta De Litala, nel Conservatorio del Rosario a Porta Medina, un vecchio quadro del Rosario, che comprai da un rivendugliolo in mezzo alla via della Sapienza. Tu va a vederlo. Se ti piace, e ti pare che possa servirti, logoro com’è, chiedilo a lei, perché ella di certo te lo darà. È vero che è un quadro di nessun valore: lo comprai per otto carlini (3,40): ma tanto basterà per la recita del Rosario ai contadini di Pompei.
Difilato corro al Conservatorio di Porta Medina. – Desidero parlare a Suor Maria Concetta De Litala,, - gridai io di fuori della grata del parlatorio.
Pochi istanti e vidi scendere la suora, che da più tempo conosceva. – Il P. Maestro Radente mi manda a voi, affinché, se vi piace, mi diate quel vecchio quadro della Madonna del Rosario che egli vi diede. Sappiate che a Pompei i poveri contadini non dicono il Rosario perché non hanno l’immagine; e questa sera debbo portarla, affinché i Missionari la mostrino al popolo, che la Missione è finita.
Quella fervorosa terziaria, che era veramente una santa donna, oggi passata al gaudio di eterna vita, - Sono contenta, - ripeté: sono assai contenta che quell’abbandonato quadro debba servire per si bella occasione. Vado subito a prenderlo.
Pochi minuti dopo vedo discendere la buona Suora con il quadro.
Ohimè! Provai una stretta al cuore al primo vederlo. Era non solo una vecchia e logora tela, ma il viso della Madonna, meglio che di una vergine benigna, tutta santità e grazia, pareva piuttosto quello di un donnone ruvido e rozzo. – Chi mai dipinse questo quadro? Misericordia! – non potei trattenermi dall’esclamare con un’aria tra lo spavento e lo sconforto. In cuor mio sentivo che i poveri pompeiani assai malagevolmente si sarebbero disposti a devozione rimirando quella brutta immagine.
Oltre alla deformità e spiacevolezza del viso, mancava pure sul capo della Vergine un palmo di tela; tutto il manto era screpolato e roso dal tempo e bucherellato dalla tignola, e per le screpolature erano distaccati e caduti qua e là brani d colore.
Nulla è a dire della bruttezza degli altri personaggi. S. Domenico a destra sembrava non già un Santo, ma un idiota da trivio; ed a sinistra era una S. Rosa, con una faccia grossa, ruvida e volgare come una contadina, incoronata di rose.
Anche il concetto storico era sbagliato in quel dipinto. La Regina del Rosario vi era rappresentata seduta e senza diadema in capo: ed in luogo di porgere il Rosario a S. Domenico, come è di storia, lo dava a S. Rosa: e per contrario il Bambino è quegli che consegnava la corona al Patriarca Gusmano.
Stetti in forse se lasciarlo stare, oppure portarlo così in quella distretta. Mi crucciava il pensiero che la Missione era sul finire, e quella sera stessa avevo promesso ai tre Missionari ed al popolo il quadro del Rosario.
E tutti sapevano che ero venuto a bella posta in Napoli per acquistarlo, e lo aspettavano al mio ritorno. Come comportarmi? – Non ci fate troppe riflessioni, - disse con dolce accento di rimprovero la pia suora. – Portatevi il quadro ora stesso: sarà sempre buono a fare che innanzi ad esso si reciti un’Ave Maria.
Costretto dalla necessità, ma non certo di buon animo, acconsentii. Ma come portarmelo? Ecco un altro intoppo. La grandezza di esso, largo un metro ed alto un metro e quaranta centimetri, eccedeva lo spazio concessomi dalle vetture della ferrovia.  
Né io potevo metter tempo in mezzo ad ordinare scatole per mandarlo altrimenti, avendo già deliberato, come ho detto, di portarlo allora con me. – Ma via, portatelo con voi, - soggiungeva santamente insistendo la suora; che fa che andate in piedi nel vagone? Portate la Madonna!...
Ma questa proposta, che per attuarsi esigeva che io andassi sul treno in “quarta classe”, ritto in piedi, e tenendo il quadro, non mi andava a sangue.
Sopraggiunse la Contessa, mia moglie, in portineria; e la buona suora, accesa in volto, quasi donna ispirata: - Voi dovete portarlo con voi questo quadro, - le disse: - ed in questo momento.
E la Contessa, per tenerla contenta, si fece dare il quadro, ravvolto alla meglio in un lenzuolo. E così in carrozza lo portammo a casa nostra, che allora era in via Salvator Rosa N. 290. Ma il difficile era farlo pervenire la sera stessa a Valle di Pompei.
Pensando a ciò, mi venne in mente che in quel giorno il carrettiere di Pompei, a nome Angelo Tortora, (unico che faceva i viaggi da Napoli a Valle) doveva tornare colà con il suo carico. Egli soleva vuotare del letame le stalle dei signori di Napoli e venderlo per la campagna.
Mandai per lui.
Angelo Tortora a quell’ora aveva già riempito il suo carretto, ed era sulle mosse di partire per Pompei. Avuta la mia imbasciata, corse di tutta fretta a casa nostra. – Angelo, - gli dissi: - tu mi farai il piacere di portare oggi stesso alla Parrocchia di Valle questo quadro, perché domani, domenica, i Padri Missionari debbono esporlo in chiesa ed introdurre nel popolo per la recita del Rosario ogni sera. Subito che sarai giunto a Valle di Pompei, lo consegnerai ad uno dei tre Missionari.
Angelo Tortora è proprio quello che ebbe parte nelle mie fatiche dei primi anni. Era uno dei capi di tutti i coloni della Valle, e dei più ricchi. Grande nella persona, tarchiate le membra e le spalle quadrate, di voce forte e sonora, era uso di parlare sempre alto, come parlasse ai sordi.
Di lui mi ero valso più volte per farmi accompagnare, allorchè andavo attorno per la campagna in accatto di granturco e di cotone per le mie feste del Rosario e per le clamorose arriffe. Egli montato su di un pancone in mezzo della via provinciale, rimpetto alla Parrocchia, sotto il casino De Fusco (l’antica Taverna), con la sua voce sonora, sorteggiava la famosa lotteria, e nella sua ruvida impostatura chiamava a nome tutti i vincitori degli anelli, dei crocifissi e dei quadretti, che distingueva uno per uno in mezzo ad una folla stivata per la via.
Era dunque colui il mio uomo, e non se lo fece dire due volte. – Sta bene, - mi rispose. – E preso il quadro, andò via.
E così, mentre l’Immagine era in cammino per la strada provinciale alla volta di Pompei sul carretto di Angelo Tortora, io correvo alla stazione ferroviaria per precedere il suo arrivo.
Ma qua fu il rincrescimento che provammo, quando giunti la sera a Valle di Pompei, sapemmo che il Tortora aveva portato il quadro, non altrimenti che alloggiandolo al di sopra del letame, di cui aveva già caricato il suo carro! Egli volenteroso di  servirmi, non aveva saputo fare altrimenti. Pure quando lo chiamai per pagarlo, il brav’uomo non volle la vettura, dicendo bastargli aver condotto una Immagine della Madonna.
Poveretto! Non avrebbe mai creduto che il suo nome sarebbe apparso in questa storia, che durerà quanto il  Santuario della Vergine di Pompei. Speriamo che oggi in cielo la Vergine Beata lo rimuneri di quel che operò per il suo tempio.
Or chi avrebbe creduto possibile che quella vecchia tela, pagata poco più di tre lire, e che faceva allora il suo ingresso in Pompei sopra un carro di letame, era nei disegni della Provvidenza ordinata ad istrumento di salvezza di innumerevoli anime?
E che sarebbe diventata così preziosa, da essere incoronata di fulgissimi brillanti e di rare gemme? E poco appresso sarebbe sollevata sopra un ricchissimo trono in un tempio monumentale eretto apposta per essa? E che avrebbe chiamato ai suoi piedi non solo i poveri contadini di Pompei a recitare il Rosario, ma una folla di adoratori e di pellegrini di tutte le nazioni, divenendo ad un ora centro di religione, di civiltà, di gloria?
E che avrebbe attirato l’attenzione e l’affetto del sommo Capo di tutta la cristianità da sospingerlo a dichiarare suo il Santuario di Pompei, rendendolo Pontificio sotto l’immediata giurisdizione del successore di Pietro?
Oh, se l’avessimo potuto vaticinar noi!... se l’avessero saputo quanti sono oggi figli prediletti della Regina di Pompei che corrono ad offrirle insieme con le suppliche l’obolo della gratitudine, da Malta, da Madrid, da Liverpool, da Coblenza, da Bruxelles, da Varsavia, da Vienna, da Blois, dalla Svizzera, dall’Africa, dall’Oceania, per nulla dire dell’Italia nostra a nessuna seconda in onorarla! Oh! Se avessimo potuto indovinare quel sublime arcano! Saremmo corsi a toglierla da quel sudiciume: e recatala sulle nostre braccia, avremmo voluto portarla a questa Valle abbandonata fra una pioggia di fiori e tra gli osanna di mille voci esclamanti: - Benedetta Colei che è mandata dalla Misericordia del Signore!                                                               
(Autore: Bartolo Longo)


 

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