Storia del Santuario dalle origini al 1879 - Istituto Aveta

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Storia del Santuario dalle origini al 1879

Il Santuario > Storia del Santuario

*Capo I – L’Anno 1878 – Anno III° della costruzione del Tempio Pompeiano
Libro Settimo - Capo I - pag. 283
Derisioni, sarcasmi, minacce
Passate le feste di ottobre, conforme usavamo, sospendemmo tutti i lavori di costruzione, e con la Contessa tornammo a Napoli per riprendere il giro per le case dei signori e delle signore già associati l’anno innanzi, e per nuove famiglie che andavano in fama di pie e caritatevoli. Ma avemmo a provare, non senza acute punte di dolore, tutti i tristi effetti dei fatti svolti in quell’anno 1877, che ormai volgeva al suo termine.
Sotto un cielo coperto di nubi e assai sconfortante cominciò dunque per noi il 1878, l’anno terzo della costruzione del Tempio Pompeiano.
Al mattino ci dividevamo le vie di Napoli per andare in cerca di elemosine. La Contessa si avviava per alcune strade a visitare nuove case e nuove Signore della nobiltà; ed io, per altre vie, a rivedere vecchi associati e procurarne dei nuovi.
La fedelissima dama accompagnatrice della Contessa era la signorina Ernestina Freda, anima purissima, di elette virtù e di pietà insigne. Tra i primi nostri collaboratori ci è grato oggi segnare questo nome alla memoria e alla riconoscenza di tutti gli amici e divoti dell’Opera di Pompei.
Ernestina Freda, figlia di un alto magistrato, era aggregata come noi al Terz’Ordine di S. Domenico, ed era assai benemerita in Napoli per le opere pie che alimentava col suo zelo, specialmente tra il popolo del Vomero, nella chiesa domenicana di S. Maria della Libera.
E fu una vera provvidenza di Dio per la Contessa, una tale compagna scelta dalla Madonna in questo arduo apostolato. Di grande spirito, di animo forte e di costante volontà nel bene, la signorina Freda era di valido sostegno e di conforto alla Contessa, ad affrontare l’incontro di persone non ancora conosciute, in case non ancora schiuse alla nostra Opera Pompeiana. E con lei la Contessa divideva pure il rossore e l’amarezza di qualche dura ripulsa o di qualche poco garbato rifiuto.
Quante volte accadeva che, andando a picchiare l’uscio dei grandi e dei ricchi, si sentisse rispondere: - Il Signore è impedito, non può dare udienza. – La Signora sta ora in sessione. – La Signora ha dolor di capo, non può dare udienza. – Oggi la Signora non riceve alcuno!...
Sotto forma di simili garbati modi, così fatte reticenti risposte equivalevano ad un commiato bello e buono e non davano più animo al ritorno.
Dal canto mio, sapeva bene che parecchi mi avevano in conto di ciarliere, altri di fantastico, ed altri di strano e di esaltato. Ed altri, meno divoti, minacciarono finanche di farmi arrestare dalla Questura di Napoli, ai termini del Codice Penale, come girovago, ozioso e vagabondo, o come un attaccone speculatore.
Ma io che avevo fisso nell’orecchio il suono della voce del Vescovo di Nola che ripeteva alla Contessa: - chi vuol edificare una Chiesa ai tempi nostri, deve essere reputato pazzo, incolpato come ladro, e trascinato per le vie di Napoli come un malfattore – tirava dritto, confidando nella Provvidenza e nell’aiuto celeste della gran Madre di Dio.
Soprattutto alla mia mente la edificazione di un Tempio a Pompei, intrapresa con segni sì chiari del favore divino, era fin dalla prima ora apparsa come una fonte di salvezza, in cui l’anima mia avrebbe avuto da Dio la grazia di purificarsi; e tutto dominato da questo ideale, non mi abbattevano le difficoltà, le contrarietà e fin le minacce.
Ed oggi, oh come benedico Iddio di tanta sua misericordia fatta a me poverello!
Queste cose che ora dico di me, se vivessimo in tempi di fede universale, dovrebbero tenersi occulte per amore di umiltà: ma ho creduto bene esporle oggi che sventuratamente trionfa da una parte la sfrontata avversione alla Chiesa, dall’altra la pusillanimità nel fare il bene. Sì: tutti questi ricordi nell’ora medesima che sono per me un’occasione di benedire sempre il Signore, possono servire d’incoraggiamento e di conforto a molti buoni chiamati ad opere somiglianti.
Ma, ci affrettiamo a soggiungere, la divina Madre ci guardava dall’alto e non lasciava di proteggerci in maniera da non farci perdere di animo. Di fatto se da una parte eravamo più o meno urbanamente scacciati, da un’altra ci si aprivano le porte di persone ricche di censo e di fede, le quali ci facevano accoglienze come a persone mandate dalla Madonna; e ci rinfrancavano con maniere gentili e con larghe sovvenzioni.
Ed ecco che, dopo un anno oscuro e desolante, che fu il 1877, l’anno 1878 comincia a consolare4 il nostro spirito con raggi di superna luce, che sostengono e infiammano la nostra speranza e la nostra fede.

(Autore: Bartolo Longo)


*Capo II - Un raggio di conforto celeste.
Libro Settimo - pag. 286
Il Cav. Michele Laghezza

Entrava il febbraio di quell’anno 1878, e la piissima famiglia dei Signori Laghezza in Napoli, veniva visitata da un grave dolore. I lettori già la ricordano come una delle prime famiglie devote della Vergine di Pompei, assai zelante nel raccogliere offerte per la costruzione di questo Tempio.
Il vecchio e venerando capo di quella esemplare casa, il Cav. Michele Laghezza, nella sua grave età di ottantacinque anni, veniva violentemente attaccato da bronchite acuta.
Il fiero morbo in quell’inverno mieteva moltissime vittime nella popolosa città, non risparmiando né a gagliarda di gioventù, né a robustezza di complessione.
Sopraffatte le deboli forze del buon Cavaliere da incalzanti e alte febbri, perduta ogni speranza nelle forze naturali, la pia consorte e le affettuose figliuole, in profonda desolazione, si rivolgono all’unica speranza celeste, alla Vergine di Pompei con tutto lo slancio della loro devozione e della loro fede. Fanno voto di donare per la fabbrica della nuova Chiesa lire cento come offerta straordinaria, se avranno la completa guarigione dell’amato infermo.
Andammo a far visita alla tribolata famiglia nostra amica, in via Santa Teresa al Museo N. 75.
Come ci videro, furono sollecite a confidarci le loro ansie e le loro supreme speranze riposte nel patrocinio della nostra Regina, non che le loro promesse. Di presente ci diedero dei ceri da fare ardere innanzi all’Immagine in Pompei.
Esse erano assuefatte ai colpi meravigliosi del soprannaturale, perché in loro casa, come narrammo, abitava quella Signora Giovannina Muti, che nel giorno 8 giugno 1876, moribonda, ebbe l’apparizione della Vergine del Rosario di Pompei, - fu quella la prima apparizione – e fu guarita.
Giunto a Pompei, fu subito incominciare un triduo di preghiere col Rosario, per impetrare la grazia che tanto si sospirava. Ritorno quindi in Napoli, e defilato alla casa del Cav. Laghezza.
Ed ecco presentarsi ilare e festiva la sua buona consorte, Signora Carolina Aversa Spinelli. – La Madonna ci ha fatto la grazia! – esclama al primo vedermi – Mio marito sta bene! Ma per l’ardore delle febbri sofferte e la violenza del male superato, egli ha perduto la vigoria delle gambe.
Accorrono le figliuole: - Noi non daremo – soggiungono premurose – le lire cento alla fabbrica, se prima non avremo veduto un’altra volta camminare nostro padre per le camere come prima.
- Oh, sta a vedere (dissi in cuor mio) che queste buone donne vogliono dalla Vergine ringiovanito il vecchio!
Poi, chinando il capo in atto di ossequio, prometto disporre altre preghiere. E volo a Pompei.
Quivi raduno donne devote e contadini come più posso, e dico a quel Rettore del Rosario D. Gennaro Federico: - Le vostre preghiere sono state esaudite: il Cav. Laghezza è scampato da morte. Ma le sue figliuole vogliono dalla Madonna far ringiovanire il padre. Facciamo dunque un altro triduo, perché lo meritano.
E la nostra gloriosa Signora, che fin d’allora voleva mostrare quanto si compiacesse di chi a Lei faceva ricorso con la Corona del Rosario, e quanto gradisse il contributo dei suoi devoti all’edificazione della sua nuova Chiesa in Pompei, esaudì con materna e regale clemenza le preci di questi contadini e i desideri di questa esemplare famiglia.
Il vecchio Cavaliere fi visto, risanato, passeggiar novellamente per le sue camere; e la sua degna consorte per gratitudine, in luogo di cento lire, volle donare per la fabbrica, tra lacrime di commozione, lire duecento.
E sano e lieto, il venerando Cav. Laghezza attestava e predicava a tutti che lo visitavano, i prodigi e la misericordia della Vergine di Pompei.
(Autore: Bartolo Longo)


*Capo III - La prima Immagine della Vergine di Pompei in Napoli e nel mondo
Libro Settimo - pag. 288

Pertanto la Sig.na Freda, assai esperta nei movimenti religiosi, non che parecchi amici nostri e sacerdoti venerandi, ci facevano notare un vuoto, una lacuna da colmare nella nostra propaganda per la nascente Chiesa e per il culto della Madonna di Pompei.
Ci veniva fatto giustamente osservare: - Voi venite a Napoli per la raccolta delle offerte a distanza di un anno: ma, nella vostra assenza, chi si ricorderà più di voi e della vostra Chiesa, e della vostra Madonna? Se gli iscritti han bisogno di rivolgersi al Cielo per impetrare grazie urgenti, e vogliono fare un voto, una promessa, come si possono ricordare della Vergine di Pompei, se non hanno un segno, una memoria, un libro, o almeno un’immagine? Si rivolgeranno alla gran Madre di Dio onorata sotto altri titoli, le cui figure hanno già in casa, come alla Madonna di Lourdes, alla Madonna, alla Madonna di Loreto, di Montevergine, della Salette, e simili, ma non alla Madonna del Rosario di Pompei.
Anche alla nostra mente si faceva chiara questa necessità, di lasciare nelle famiglie dove andavamo un ricordo di questa nuova divozione, quand’altro non fosse, una figura popolare della nostra Vergine, giacchè alle feste di Ottobre pochi signori napoletani potevano venire allora a Pompei, essendo mese di villeggiatura. Né in quei tempi era stata stampata una preghiera particolare alla Vergine di Pompei, non c’era un giornale o un apposito Bollettino che parlasse delle grazie della Madonna di Pompei, né era pubblicato alcun libro, tranne quello dei Quindici Sabati, dato alla luce da un anno soltanto come ho sopra narrato, a spese e devozione della Marchesa Filiasi di Somma.
Fu dunque giudicato necessario lasciare4 nelle case, ove riscuotevamo le offerte, un segno sensibile della devozione alla nostra Madonna, in cui onore volevamo costruire qui una chiesa.
Tentammo, in sulle prime, di fare una fotografia della tela che avevamo a Pompei. Anzi, un signore napoletano, il Cav. Narici, beneficato dalla Vergine, volle provvedere, per sua devozione, a questo bisogno, e ne diede incarico al fotografo Russo. Ma la vecchia tela venerata in Pompei, non ancora ritoccata dell’insigne pittore Maldarelli, era tuttora bruttissima, screpolata, goffa, senza corona, e con la testa che toccava quasi la cornice, col mento in su e con gli occhi che parevano due palle; e la fotografia, tuttocchè ben fatta, ne mise in rilievo tutta la sconvenienza, e riuscì un mostro. Non era da esporsi punto alla pubblica venerazione.
Ci vedevamo spesso in quei giorni col libraio Festa in Napoli, e con cui mi consigliai sul da fare per avere una effigie qualsiasi della Madonna di Pompei. – Lasciate fare a me -  mi rispose: - mi metterò io in giro pei nostri fotografi. Qui a S. Biagio dei Librai, vi è Scafa, Altavilla, ed altri; e cercheremo di ottenere una immagine del Rosario, che vi potrà servire allo scopo.
E così diede la commissione a un litografo, dei più noti e popolari in Napoli, al Dolfino, per avere questa figura.
Il Dolfino non aveva mai veduto l’Immagine del Rosario venerata a Valle di Pompei, e fece a modo suo: disegnò una figura della Madonna, ritraendola nella sua fantasia e foggiandola con tutte le modeste risorse dell’arte sua.
E questa fu la prima Immagine della Vergine di Pompei, che innanzi tutto apparve in Napoli e poi subito nel mondo, distribuita da noi stessi a forestieri, a missionari, a nuovi devoti, nelle nostre peregrinazioni di accattoni per la Madonna. Ma era una effigie assai povera, disegnata in nero su carta bianca ordinaria, buona pel popolo rozzo e ignorante: la vergine senza corona, siccome era nell’originale, con una faccia volgare, coi capelli lunghi e inanellati, sopra un Trono che molti scambiavano per un tamburo!...
Tuttavia la Regina dei Cieli non guardava alla poca arte del litografo, ma alla molta devozione e al cuore fervente dei fedeli, e al decreto divino che in Pompei si dovesse erigere una Chiesa dedicata a Lei sotto il titolo del Rosario. Di fatto, anche venerata in quella non pregevole effigie, Ella si degnava largire le sue grazie e le sue benedizioni nelle famiglie che la mettevano in onore!
Cito un fatto. La nobile Baronessa Compagna, figlia della Principessa di Tricase e consorte del Barone Francesco Compagna, gentiluomo di Camera di Sua Maestà la regina Margherita, venerando una di quelle prime immagini che lasciammo in sua casa, ebbe grazia segnalatissima dalla Vergine di Pompei; tanto che a quella stessa volgare figura volle apporre una ricca cornice, collocandola in sua casa su di un altare di argento, fatto appositamente costruire, in ringraziamento alla celeste Madre. Né questa figura volle di poi cambiare con altre ben fatte e degne riproduzioni fotografiche ritraenti la Immagine della Madonna di Pompei abbellita e rifatta dal magistrale pennello del Maldarelli.
(Autore: Bartolo Longo)


*Capo IV - Il mese di Maggio - Spunta l'alba dei trionfi
Libro Settimo - pag. 291

Nel descrivere le feste di maggio del precedente anno 1877, facemmo notare al lettore un fatto al tutto nuovo e inesplicabile. Precisamente in quel giorno 8 Maggio, in cui cadeva il primo anniversario della posa della prima pietra della Chiesa di Pompei, cominciò a deviare l’onda di devoto entusiasmo dalla Madonna di Pompei, avviandosi invece tutta a una cappelletta delle campagne vicine di Boscoreale dedicata alla Madonna dei Flagelli.
Ma un fatto anche più strano avemmo poi a notare nel giorno anniversario – 8 Maggio -  di quest’anno 1878; e fu questo: - la prima contrarietà all’edificazione del Santuario di Pompei, nel suo periodo violento, non durò che un solo anno: cominciò l’8 Maggio 1877 e finì l’8 Maggio 1878.
Infatti, allora il medesimo Vescovo di Nola, monsignor Formisano, dopo molti disgusti avuti, per gravissime ragioni, estranee alla nostra storia, si vide costretto a chiudere quella chiesetta della Madonna dei Flagelli. E temendo che il suo decreto non fosse eseguito o che ne venissero più gravi disordini, domandò l’intervento delle Autorità civili; quindi, per mezzo del Prefetto di Napoli, del Sottoprefetto di Castellammare, del Procuratore del re e dei RR. Carabinieri, la chiesetta fu chiusa.
Ora possono i lettori intendere quella esclamazione in cui uscimmo nel narrare gli avvenimenti del passato anno: - Oh il mio caro e sempre venerato Vescovo Mons. Formisano! Non poteva egli mai prevedere quali amarezze per tale fatto avrebbe provato non più tardi di un anno da quel giorno!
Inesplicabile! ... da questo momento cominciò come l’alba di un giorno chiaro e sereno, che non tardò a portare i frutti ubertosi di più numerose grazie e nuovo slancio di fede e di devozione al Rosario di Maria. Onde l’anno 1878 può definirsi l’alba dei trionfi sulle prime contrarietà al nascente Tempio Pompeiano, che, intrapreso pel bisogno di poveri contadini, sarebbe poi diventato Santuario Pontificio e mondiale.
Da quell’ora l’amatissimo Vescovo Monsignor Formisano ritorna a volgere tutto l’animo suo all’incipiente Tempio di Pompei. Scrive una Notificazione, che fu la prima Lettera Pastorale per la nuova Chiesa Pompeiana: in essa ci difende contro quelli che ci accusavano d’inventare miracoli per far danari, eccita con la sua autorevole parola i fedeli a concorrere alla nascente Chiesa, che egli dichiara Opera di Dio, e manifesta la piena sua fiducia nei fondatori di essa.
Con quella Pastorale Mons. Formisano si dichiarò pubblicamente nostro difensore e nostro mallevadore presso tutti.
Anzi, ammirando l’intervento della SS. Vergine del Rosario, che appariva evidente dalla connessione di nuove grazie e di nuovi prodigi concessi a quei fedeli che a Lei ricorrevano con promessa di concorrere in qualsiasi offerta alla costruzione della nuova Chiesa, egli stesso, il pio Vescovo, si rende collettore per la edificazione del nostro tempio.
A distanza di tanti anni ci pare ancora di vederlo quel santo Prelato qui a Valle di Pompei, dove veniva così spesso per inanimarci di persona e con la sua efficace parola a proseguire quella che egli proclamava Opera di Dio. Ci pare ancora di sentire l’eco della sua voce, l’accento, l’accento pacato e dolce delle sue parole.
Dall’aspetto venerando che incuteva rispetto, sorridente, come padre in mezzo al suo popolo, attorniato da gran numero di gente semplice, di contadini di questa Valle, egli, con forma piena e popolare, faceva la propaganda per l’Opera della Madonna di Pompei.
Ci sono impresse nella memoria le seguenti parole scritte alla buona, ma piene di sapienza, della sua Lettera Pastorale – Notificazione al Clero e al popolo della Diocesi di Nola.
"Ma sono poi veri questi miracoli? – domandano alcuni – Sono poi vere le tante grazie che fa questa Madonna del Rosario di Pompei?
"Figlioli miei amatissimi, io so questo di certo: che la gente, che dice di aver avuto le grazie da questa Immagine del Rosario, manda del denaro, e non poco, in suo onore per la costruzione della Chiesa.
E non si può credere che vi sia gente così sciocca che paga per attestare ciò che non è vero. Tanto più che non è una o due o tre persone, ma sono innumerevoli, e da ogni parte d’Italia, e sono persone di ogni ceto, di ogni condizione, poveri, ricchi, ed uomini di nobiltà e di sapere. Ed a me stesso sono venute persone rispettabili ed autorevoli attestando di aver avuto grazie dalla Vergine di Pompei, e mi hanno consegnato grosse somme.
"Che cosa dobbiamo dunque concludere? Questo: che la Madonna veramente fa grazie e miracoli a chi la invoca Vergine del Rosario e col Rosario la onora; che la Madonna vuole quivi, a Valle di Pompei, essere venerata con particolare devozione; e fa grazie e miracoli specialmente a chi concorre alla costruzione di questa nuova Chiesa a Lei consacrata. Ecco la conclusione vera e logica".
E questo suo argomento – esposto in forma facile – era accessibile alle menti di tutti, e signori e ricchi e popolani e contadini, e veniva accolto con pieno assenso, come una verità indiscutibile, che non poteva e non doveva ammettere un’ombra di dubbio.
Il buon Vescovo di Nola fece stampare migliaia di copie della sua Lettera pastorale.
Di essa ci serviamo noi in Napoli, nel nostro giro, distribuendola alle famiglie signorili e cattoliche, come un’autorevole salvaguardia del nostro decoro e come solenne confermazione della santità dalla nostra intrapresa per l’edificazione di un Tempio a Pompei.
(Autore: Bartolo Longo)


*Capo V - La propaganda dei "Quindici Sabati" in Italia e all'Estero
Libro Settimo - pag. 295

"La seconda edizione del nostro libro. La pia Pratica iniziata solennemente nella Chiesa dei Professori di Belle Arti a Napoli"
Ma non è solo la parola autorevole del Vescovo, che conforta e sostiene il nostro lavoro in questo anno, anche la SS. Vergine dal cielo apre il suo manto per farne discendere novelle grazie su coloro che la invocano e la onorano con la pia pratica dei Quindici Sabati del SS. Rosario.
E così in quest’anno, 1878 la devozione alla Madonna di Pompei acquista innumerevoli zelatori in altre città d’Italia e anche presso nazioni straniere per il santo esercizio dei Quindici Sabati.
Esso viene introdotto in Italia e all’Estero, e lo notammo, segnatamente per lo zelo di una delle Suore di Carità fondate dalla Venerabile Capitanio, di Suor Giuseppina Brambilla, Superiora
dell’Ospedale Maggiore di Milano, che, per mezzo dei Missionari di S. Calogero, nell’Africa, nell’Asia, e soprattutto nelle Indie, diffondeva il nostro libro e propagava insieme la devozione alla Vergine di Pompei.
E tanto crebbe quella devota pratica così accetta alla madonna, che, essendo del tutto esaurite le copie della prima edizione del nostro libro nel breve corso di sei mesi, dovemmo affrettarci in quell’anno medesimo (1878) a darne fuori la seconda edizione con l’aggiunta di nuovi capitoli sulla Storia del Rosario e sui primi miracoli della Vergine di Pompei. E vide la luce quella seconda edizione del 24 maggio, in quella giornata sempre memorabile nella Storia del Santuario di Pompei, che ricorda il primo annunzio dato pubblicamente della nostra Opera dall’illustre Gesuita P. Altavilla, dal pergamo della Chiesa Parrocchiale di San Domenico Soriano in Napoli. Abbiamo sott’occhi una copia di questa Seconda edizione dei Quindici Sabati, pubblicata dalla medesima Tipografia di Andrea e Salvatore Festa in Napoli – Maggio 1878.
A leggerne la Prefazione, oggi, dopo quarantatrè anni, oh quali scintille dell’antica fiamma si ridestano vive e dolci nell’animo nostro! È una Prefazione scritta non nella freddezza dello storico, ma in uno stile saturo di sacro entusiasmo riboccante di fervido sentimento di fede, e rispecchia fedelmente lo stato dell’animo mio in quei tempi.
Preso da uno slancio di ammirazione e di riconoscenza verso quella suora, vera apostola del Rosario, che da Milano faceva continue richieste del mio libro, in quella prefazione non mi potrei trattenere dal rivolgere alla città di Sant’Ambrogio un’apostrofe calorosa, che mi sorgeva dal fondo del cuore.
Tanto per l’integrità della Storia e la varietà della narrazione, non vogliamo privarne il lettore dal leggere i primi periodi: - Non sono ancora nove mesi da che vide la luce per la prima volta questa Operetta; e credevamo sinceramente, che, per tanti travolgimenti d’idee e di cose signoreggianti d’Italia, un novello libro di pietà, come il presente, fosse per occupare per lunghe stagioni un polveroso palchetto di scaffale.
"Ma qual fu la meraviglia nostra e dei librai, quando ci avvedemmo, che, decorsi appena sei mesi, di duemila esemplari non avevamo più uno da porgere alle continue domande che ci venivano da varie città del Piemonte e di Lombardia, e sopra tutto da Milano?
"O veramente nobile e grande città di Milano! Quante volte non avendo noi onde soddisfare alle tue richieste, abbiam teso le mani verso l’Immagine di Maria per abbracciare con ardenza di affetto tutti quei tuoi figlioli, che sì focosamente amano il Rosario do Lei! Dentro di t, è vero, s’annida l’idra Protestantica, che spande i suoi aliti venefici (insinuati nelle stampe empie e ipocrite) per le pure e cattoliche nostre contrade: ma è altresì verissimo, che nel tuo seno racchiudi siffatti amanti di Maria, che fan giusto contrappeso nelle bilance della divina giustizia.
"Ed ecco che per te, e per tutti coloro che son presi d’amore per questa dolcissima calamita dei cuori, ci accingiamo a questa novella edizione.
"A condur la quale ci confermeremo al tutto ai desideri ed alle osservazioni che han degnato rivolgerci amici prediletti e sacerdoti venerandi e gentildonne piissime, delle quali è gran copia, per divina misericordia, nel nostro bel paese".
Ancora, in quest’anno 1878...


(Autore: Bartolo Longo)


*Capo VI - Raffaele Scala - Come per vie inaspettate perviene il primo Altare di marmo

Libro Settimo - pag. 300
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Continua da pag, 300


(Autore: Bartolo Longo)


*Capo VII - Lady Erbert - La prima Signora straniera che viene a Valle di Pompei
Libro Settimo - pag. 300

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Continua da pag, 300


(Autore: Bartolo Longo)


*Capo VIII - Sulla riva fiorita di Posillipo
Libro Settimo - pag. 309

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Continua da pag, 309


(Autore: Bartolo Longo)


*Capo IX - Sulla collina fiorita di Posillipo - La sera del 18 di agosto 1878
Libro Settimo - pag. 329

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Continua da pag, 329


(Autore: Bartolo Longo)


*Capo X - Come venne introdotta la devozione alla  Vergine di Pompei a Lecce
Libro Settimo - pag. 348

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Continua da pag, 348


(Autore: Bartolo Longo)


*Capo XI - La festa di ottobre del 1878 nel recinto del sorgente Santuario
Libro Settimo - pag. 372

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Continua da pag, 372


(Autore: Bartolo Longo)


*Capo XII - Al chiudersi dell'anno 1878
Libro Settimo - pag. 381

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Continua da pag, 381


(Autore: Bartolo Longo)


*Capo XIII - Il Prof. Vincenzo Pepe
Libro Settimo - pag. 389

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Continua da pag, 389


(Autore: Bartolo Longo)


*Capo XIV - Uno dei nostri primi collaboratori del Periodico
Libro Settimo - pag. 418

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Continua da pag, 418


(Autore: Bartolo Longo)


 
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