Santi del 14 gennaio - Istituto Aveta

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Santi del 14 gennaio

Il mio Santo > Santi di Gennaio

*Beata Alfonsa Clerici - Vergine (14 gennaio)

Lainate, Milano, 14 febbraio 1860 - Vercelli, 14 gennaio 1930
Suor Alfonsa Clerici (1860-1930) era già insegnante quando entrò tra le Suore del Preziosissimo Sangue di Monza. Il suo campo di apostolato fu l’insegnamento e l’educazione dei giovani. Fu anche segretaria e consigliera generale del suo Istituto.
Etimologia: Alfonsa = valorosa e nobile, dal gotico
La nascita e l’infanzia
Alfonsa Clerici nacque il 14 febbraio 1860 a Lainate (Milano), prima dei dieci figli di Angelo Clerici e Maria Romanò. La piccola Alfonsa fu battezzata nella chiesa S. Vittore Martire di Lainate il giorno dopo la nascita, il 15 febbraio 1860, dal parroco don Francesco Spreafico. Era la primogenita di una coppia di «umili, ma onestissimi e religiosi contadini, che guadagnavano il pane quotidiano con la fatica e il frutto del loro lavoro»; erano anche molto religiosi e la chiamata di Dio in casa Clerici si manifestò anche in altri tre suoi fratelli che divennero religiosi: due barnabiti, Prospero e Ildefonso, e la sorella Bonaventura, che diventerà una Suora del Preziosissimo Sangue.  
All'età di otto anni, il 6 ottobre 1868, nella chiesa prepositurale di S. Stefano, in Nerviano, ricevette la Cresima da Sua Eccellenza mons. Luigi Nazari di Calabiana, arcivescovo di Milano; non si conosce, invece, la data della prima Comunione, ma tenuto conto della prassi allora vigente, si può ipotizzare che l'abbia ricevuta tra il 1870 e il 1872.
In questo periodo della sua fanciullezza è da notare la "fuga" da casa, in una sera d'estate, verso il vicino Santuario di Rho, a quattro chilometri da Lainate. Alla contadina che, stupita di vederla per strada a quell'ora del giorno, così piccola e così sola, le chiese dove era diretta, Alfonsa rispose: "Al Santuario, a dire le preghiere".
La prima istruzione la ricevette sicuramente già a casa, dal momento che il padre Angelo Clerici nelle sere d'inverno, insegnava ai contadini e ai figli gli elementi di lingua e di aritmetica.
Quindi frequentò la scuola elementare, in Lainate.
Ultimata la formazione elementare, "considerata la sua spiccata inclinazione allo studio", a quindici anni (nel 1875), su interessamento di una zia materna, signora Giuseppina Romano, "fu iscritta al Collegio delle Suore del Preziosissimo Sangue, a Monza, per conseguire il diploma di Maestra".
Suor Alfonsa rimase in Collegio fino al 1878; tra il 1878 e il 1879, consegui il diploma di Maestra di grado superiore. Dal 1880 al 1883, insegnò nella Classe prima maschile della Scuola Comunale di Lainate.
Durante gli anni di Collegio, la giovane Alfonsa ebbe modo di chiarire a se stessa e alla famiglia la propria vocazione alla vita religiosa. Prima di decidere di andare in convento, parlò anzitutto con la zia Giuseppina, la stessa che l'aveva voluta a Monza a studiare. Suor Alfonsa, quindi, non entrò in convento subito dopo gli studi e durante l'insegnamento a Lainate, per quattro anni, cercò di aiutare la famiglia anche economicamente.
Religiosa preziosina
Il 15 agosto 1883, nonostante le costasse molto lasciare la famiglia, si recò a Monza, lasciando definitivamente Lainate ed entrò tra le suore del Preziosissimo Sangue.
Nell'agosto 1884 vestì l'abito religioso, iniziando il noviziato. Alla professione fu ammessa sottolineando la sua "semplicità, attività e obbedienza". Mons. Gaetano Annoni dopo l'esame canonico trovò la novizia "ferma e risoluta nella vocazione Il 7 settembre 1886 quando conta 26 anni e mezzo, emise i voti temporanei. A suo fratello Prospero, che in quel medesimo anno fece la professione religiosa tra i Barnabiti, scrisse: “Diamoci la mano dunque per salire al Calvario, ed io che ho l'onore di portare il nome di Suora del Preziosissimo Sangue, io sarò contenta ove più vi sarà di sacrificio, sarò contenta di spargere il sangue della volontà, dell'amor proprio”.
Qualche settimana prima anche la sorella Bonaventura, era entrata nella Congregazione delle Suore del Preziosissimo Sangue. Dopo la professione si dedicò all'attività di insegnante nel Collegio di Monza: dal 1887-1889 la vediamo come insegnante, diventando il 18 ottobre 1898 Vice-Direttrice del medesimo e il 22 novembre dello stesso anno, Direttrice.
Il suo compito era seguire le educande nello studio, accompagnarle nelle uscite, preparare le feste, rappresentare l'Istituto nelle circostanze ufficiali. Nel 1906 l'Istituto attraversò un grave periodo di crisi a causa di alcune imprudenze nella gestione economica. Suor Alfonsa mediante le sue doti di saggezza e prudenza, svolse un “ruolo determinante per la soluzione della crisi che sfociò in una vera e propria rifondazione dell'Istituto”, lo riteneva infatti, come ella stessa scrisse al Card. Ferrari, che si trattava di "una Comunità da riordinare, da riformare, ma non da disperdere”.
A Vercelli
Dal 20 novembre 1911 suor Alfonsa fu a Vercelli, ove rimase per diciannove anni, fino alla fine della sua vita. Il “Ritiro della Provvidenza” di Vercelli era stato fondato intorno al 1840 da Salvatore e Paolo Montagnini, sacerdoti vercellesi che alla non comune spiritualità e cultura unirono una significativa sensibilità ai problemi sociali della loro città. Lo scopo dell'Istituto era l'educazione delle giovani, con assoluta preferenza per quelle povere e con precarie situazioni familiari. In qualità di direttrice, fu incaricata della guida dell'Istituto della Provvidenza.
Le Suore del Preziosissimo Sangue erano state chiamate dal Consiglio di Amministrazione per ridare vitalità a una realtà scolastico-assistenziale in difficoltà, a condizione però "di conservare e mantenere tutto il personale già operante nell'Istituto”.
La richiesta delle suore per il «Ritiro» di Vercelli era stata accettata subito, perché l'opera era in sintonia con le  finalità educative della Congregazione, nonostante l'intuizione della «difficile posizione» nella quale le suore si sarebbero trovate.
Questa sobria annotazione nelle Cronache della Congregazione trovò una conferma di gran lunga superiore alle previsioni; le difficoltà erano anzitutto di carattere amministrativo e il problema più delicato era tuttavia il riordinamento interno dell'Istituto: le suore erano state chiamate a Vercelli dall'Arcivescovo, Mons. Teodoro Valfrè di Bonzo, per succedere nella direzione dell'Istituto ad alcune Maestre laiche che, avendo speso in quel servizio tutte le energie giovanili, non erano più in grado di sostenerne da sole la gestione.
A Vercelli, tutta la vita spirituale della Serva di Dio si raccoglie a poco a poco intorno all'obbedienza che la introduce più intimamente nel mistero di Cristo, dalla sua umiliazione nell'Incarnazione, alla sua condivisione con gli uomini, alla sua immolazione per la gloria del Padre e la salvezza del mondo.
Gli anni di Vercelli, che sono poi quelli conclusivi della sua vicenda terrena, sono dominati da una sapiente ed esigente pedagogia divina, alla quale Suor Alfonsa si abbandona con umile docilità, lasciando spazi sempre più ampi all'azione dello Spirito Santo. “La grazia che vi domando oggi, o Santissima Trinità, - pregava Suor Alfonsa la  sera della sua prima giornata a Vercelli - è di essere strumento di Dio nella direzione dell'Istituto, in maniera che le mie parole, le opere, il contegno, i rimproveri, i castighi, le correzioni, siano di edificazione e di sprone per condurre le anime al vostro amore”.
Pur nelle situazioni più difficili, suor Alfonsa non perse mai di vista che la dimensione più importante era l'educazione delle giovani ospiti dell'Istituto. Anche per questo non fece mai rivendicazioni personali, lasciò correre, accettò umiliazioni, contrasti, critiche, accuse e cercò di mirare sempre all'essenziale, al fine per il quale era stata chiamata a Vercelli. Di lei e degli anni trascorsi al “Ritiro” tutte le sue ex alunne conservano un ricordo affettuoso e commosso: “Per le sue figliole era una vera mamma; se sbagliavano, aveva una dolcezza nel riprenderle che non ebbe mai superiora alcuna; se venivano castigate, private della merenda o di altro, essa intercedeva presso le Maestre per ottenere loro il perdono, scusando la vivacità del carattere se il castigo era dovuto a parole o ad atti sgarbati, attribuendo a malessere la svogliatezza rimproverata nel lavoro. Ciascuna aveva la sicurezza di essere la privilegiata della Madre, per i molti riguardi che usava.., scoprendo poi che anche le altre allieve si ritenevano, ciascuna per la sua parte, delle privilegiate.
Quello che edificava maggiormente era la sua grande bontà verso tutte, anche con quelle che le davano dei dispiaceri”.
Suor Alfonsa viveva una preghiera molto intensa e profonda, e, proprio da questa fedeltà traeva la grazia di un quotidiano dimenticarsi e morire in un servizio non solo poco gratificante, ma anche carico di difficoltà e di problemi non facilmente risolvibili.
Nella notte tra il 12 e il 13 gennaio 1930 fu colpita da emorragia cerebrale: la trovarono nella sua stanza, nel suo abituale atteggiamento di preghiera, con la fronte per terra. Morì il giorno dopo il 14 gennaio 1930 verso le ore 13,30. Il 16 gennaio vennero celebrati i solenni funerali nel Duomo di Vercelli, seguiti da una celebrazione nel trigesimo della morte, il 16 febbraio 1930, con la partecipazione delle autorità religiose e civili di Vercelli.
La causa di canonizzazione
La causa della Serva di Dio è stata avviata soltanto 35 anni dopo la sua morte per due motivi: la situazione economica del suo Istituto e il desiderio di dare la precedenza alla causa della Fondatrice, Madre Maria Matilde Bucchi. Le pratiche preliminari all'avvio del processo canonico furono avviate nel 1965. L' 8 maggio di questo stesso anno, i resti mortali della Serva di Dio furono traslati dal cimitero di Vercelli alla cappella del "Ritiro della Provvidenza", a Vercelli.
Il 1° luglio 1965, l'arcivescovo di Vercelli, Mons. Francesco Imberti, promulgò l'editto per la requisizione degli scritti e ne fissò la consegna al 31 dicembre dello stesso anno.
Il 13 gennaio 1966 l'arcivescovo di Vercelli, Mons. Francesco Imberti, apre a Vercelli il Processo Diocesano che viene chiuso il 30 giugno 1969 dall'arcivescovo di Vercelli, mons. Albino Mensa. Nello stesso anno, la Causa passa alla Congregazione per le Cause dei Santi che il 04 gennaio 1974 dà il Nulla osta per il proseguimento della Causa.
Il 12 novembre 1988 la Congregazione della Congregazione delle Cause dei Santi dà voto favorevole sulla validità del Processo Informativo diocesano.
Il 22 giugno 2004 lettura pubblica davanti al Servo di Dio Giovanni Paolo II, nella Sala Clementina in Vaticano, del Decreto super virtutibus.
Dopo il parere favorevole della Consulta medica, del Congresso peculiare dei Teologi sulla guarigione miracolosa del Sig. Frosini attribuita all'intercessione della Serva di Dio suor Alfonsa Clerici, il 13 aprile 2010 la Congregazione dei Cardinale e dei Vescovi riconosce il miracolo attribuito alla Serva di Dio suor Alfonsa Clerici ed il 01 luglio 2010 Il Santo Padre Benedetto XVI promulga il Decreto riguardante il miracolo della Venerabile serva di Dio suor Alfonsa Clerici.
Il 23 ottobre 2011, Suor Alfonsa è stata beatificata nel Duomo di Vercelli. La cerimonia è stata presieduta da Sua Em. za il Cardinal Angelo Amato, Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, in rappresentanza di Papa Benedetto XVI.
I resti mortali della Beata Alfonsa, dopo la Ricognizione canonica, il 2 ottobre 2011 sono stati posti sull’altare della Cappella del Crocifisso nel Duomo di Vercelli, alla venerazione pubblica dei fedeli.
Preghiera per chiedere l'intercessione della Beata Alfonsa Clerici
Dio di misericordia
e Padre di ogni consolazione,  

che nella vita della
Beata Alfonsa Clerici
hai rivelato il tuo amore per i giovani,
per i poveri e per i tribolati,
trasforma anche noi in docili strumenti
della tua bontà
per tutti coloro che incontriamo.
Esaudisci quanti si affidano
alla sua intercessione
e concedi a noi di rinnovarci
nella fede, nella speranza e nell’amore
così che possiamo più efficacemente
testimoniare nella vita
il mistero pasquale di Cristo, tuo Figlio,
che con Te vive e regna
nei secoli dei secoli.
Amen.
Chi ricevesse grazie per intercessione della Beata Alfonsa è pregato di informare la - Postulazione Generale delle Suore del Preziosissimo Sangue - Via Lecco 6  - 20900 Monza (MB).
(Autore: Congregazione Suore del Preziosissimo Sangue – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Alfonsa Clerici, pregate per noi.


*San Dazio - Vescovo di Milano (14 gennaio)

+ 552
Martirologio Romano:
A Milano, deposizione di San Dazio, Vescovo, che nella controversia dei Tre Capitoli difese la posizione del Papa Vigilio, che accompagnò poi a Costantinopoli, dove morì.
Di San  Dazio, ventiseiesimo vescovo di Milano, morto tra febbraio e marzo 552, va ricordata la carità intelligente  e operosa.
Quando nel 535-536 una terribile carestia colpì la regione, ottenne dal prefetto, Cassiodoro, di distribuire alla popolazione  affamata le riserve di grano, custodite a Pavia e Tortona.
È il segno di quanto Dazio fosse stimato, e insistente nel bussare sino a che non si apre la porta del cuore.
Convinto che fosse dovere del vescovo farsi carico anche delle sofferenze del suo popolo, nel 538 si mise in viaggio per Roma, per convincere Belisario ad inviare truppe contro i Goti, che devastavano la diocesi e l’Alta Italia.
Purtroppo, mentre era lontano Milano fu devastata dai Goti e Dazio non poté più tornare tra i suoi. «Troppi muoiono senza battesimo per l’assenza del vescovo», scrissero i presbiteri al vescovo, ma questi era a Costantinopoli, coinvolto nello sforzo di salvare la libertà della Chiesa
dall’invadenza di Giustiniano, che si piccava di imporre per legge le sue teologie.
Ambrogio, invece, insegnava: «Gesù Cristo, nostro Signore, ha ritenuto che gli uomini possano essere obbligati e stimolati a fare il bene, più con la benevolenza che con la paura».  (Autore: Ennio Apeciti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
San Dazio, in precedenza monaco, venne eletto vescovo di Milano nel periodo della Guerra Gotica in corso tra il regno italico dei goti fondato da Teodorico e l’esercito bizantino inviato al fine di riconquistare l’Italia.
Milano tornò in mano a Costantinopoli, ma si trovò straziata dalla fame, che causò anche non pochi casi di antropofagia.
Il vescovo Dazio si schierò in soccorso del popolo bisognoso cercando viveri, facendo aprire i magazzini militari e chiamando in soccorso delle truppe per difendere la città da ulteriori attacchi.
Purtroppo però nel 538 e 539 Milano fu nuovamente invasa dai goti e dai burgundi, che massacrarono migliaia di uomini e prelevarono le donne quale bottino.
Dazio, pastore della Chiesa ambrosiana, si adoperò inoltre per riconciliare il Papa Vigilio e l’imperatore Giustiniano, che soleva intervenire anche in questioni prettamente teologiche.
In particolare prese le difese del pontefice nella disputa sui “Tre Capitoli”. Accompagnò egli stesso il Papa a Costantinopoli, capitale imperiale, ma morì nel 552 nel pieno della missione.
Le sue spoglie mortali furono riportate a Milano e deposte nella chiesa di San Vittore.
Il Martyrologium Romanum commemora in data odierna San Dazio proprio nell’anniversario della sepoltura.  
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - San Dazio, pregate per noi.


*Beato Devasahayam (Lazaro) Pillai - Martire (14 gennaio)

Nattalam, India, 23 aprile 1712 - Aral Kurusady, India, 14 gennaio 1752
Durante la persecuzione contro i cristiani nel regno indiano di Travancore, Devasahayam (Lazaro) Pillai, funzionario del Maraja di Travancore), trovò la morte perché colpevole di aver abiurato l'induismo.
La sua causa di beatificazione è stata introdotta nel 2004.
Papa Benedetto XVI ha riconosciuto il martirio di questo laico indiano, padre di famiglia, in data 28 giugno 2012.
Note: Per approfondire: www.martyrdevasagayam.org
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Devasahayam Pillai, pregate per noi.

 

*Sant'Engelmaro - Martire (14 gennaio)

Era un eremita, molto popolare e molto stimato, che visse nell’XI secolo in un bosco nei pressi di Passau, Passavia in italiano, l’incantevole città bavarese protesa come la prua di una nave sulla confluenza a «V» dell’Inn nel Danubio; proprio nel punto in cui si uniscono i due grandi e solenni fiumi che bagnano sui due fianchi il centro abitato, un terzo fiume, l’Ilz, si getta in quelle acque, contribuendo a rendere il luogo veramente suggestivo.
Passau - nella cui cattedrale gotica si trova uno dei più grandi organi del mondo, ricco di ben 17.000 canne che ogni domenica mattina fanno sentire in un pubblico concerto la maestosità e l’incanto del loro suono - era sede vescovile fin dal 739, e alla sinistra del Danubio, su uno sperone dominante la città, sorge ancora la fortezza d’Oberhaus (XVIII secolo), residenza dei vescovi.
Engelmaro nacque in Baviera in una povera famiglia di contadini.
Incline alla pietà e alla vita solitaria, poté avere come maestro dello spirito un pio eremita armeno, di nome Gregorio, ex-vescovo desideroso di solitudine e di perfezione, il quale si era ritirato nella foresta bavarese per prepararsi alla morte.
Morto Gregorio nel 1093, Engelmaro rimase solo in quell’eremo, nei pressi del piccolo centro di Windberg, conducendo vita di lavoro, austerità e preghiera. Gli abitanti della regione continuarono ad andare a fargli visita, per chiederne consigli e conforto, come facevano quando il vescovo era ancora vivo. Presto il santo eremita fu circondato dalla stima e dall’affetto di tutti; ma la grande
venerazione di cui divenne oggetto e le sue stesse virtù suscitarono l’invidia di un tale che da qualche tempo si era subdolamente associato a lui, facendo credere di voler condurre sotto la sua guida quella dura esistenza, e che nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 1100 lo uccise barbaramente, nascondendone il corpo sotto la neve e abbandonando subito il paese.
Secondo un’altra tradizione quel miserabile uccise Engelmaro per impadronirsi dei tesori che supponeva egli avesse: ma non trovò nulla, poiché il buon eremita distribuiva ai poveri tutte le offerte che riceveva. Sta di fatto che quell’azione orribile fu scoperta soltanto alcuni mesi dopo, quando si sciolsero le nevi e le spoglie dell’eremita riaffiorarono e furono notate da un sacerdote, che provvide a seppellirle. La leggenda racconta che dal corpo del morto si irradiò un fascio di luce.
Nel 1331 i Premonstratensi di Windberg trasportarono i resti di Engelmaro nella loro chiesa, dove la tomba del santo è ancora oggi meta di pellegrinaggio. Ogni anno gli abitanti del villaggio di Saint-Englmar praticano tuttora un’antica usanza, detta «In cerca di Engelmaro», fingendo appunto di andare alla ricerca del corpo del santo nascosto dall’omicida: si nasconde nel bosco un’immagine del santo che, una volta trovata, è riportata in paese con una solenne processione.
(Fonte: Giornale di Brescia)  
Giaculatoria - Sant' Engelmaro, pregate per noi.


*Sant'Eufrasio - Vescovo (14 gennaio)

Martirologio Romano: A Clermont-Ferrand nella regione dell’Aquitania, in Francia, Sant’Eufrasio, vescovo, la cui ospitalità è lodata da San Gregorio di Tours.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant' Eufrasio, pregate per noi.

 

*San Felice da Nola - Confessore e Martire (14 gennaio)

Nola, III sec. – 14 gennaio 313?
La vita del prete Felice ci è narrata da San Paolino di Nola, a cui si deve anche l'importante complesso di basiliche paleocristiane a Cimitile, a sei chilometri dalla località campana. Qui erano state deposte le spoglie di Felice, morto probabilmente dopo il 313.
Nato a Nola nel III secolo da un ricco padre di origini orientali, aveva sofferto le persecuzioni ed era stato imprigionato, torturato e poi liberato miracolosamente da un angelo che lo condusse in un luogo deserto (per questo, pur non essendo stato ucciso è stato venerato come martire).
Grazie alla pace costantiniana Felice era rientrato in diocesi.
Qui, pur essendo stato indicato come successore dal vescovo Massimo, alla morte di questi rifiutò l'elezione e visse in povertà fino alla fine dei suoi giorni. In suo onore si tengono due feste con
processioni dal 5 al 14 gennaio, data della sua memoria liturgica. (Avvenire)
Etimologia: Felice = contento, dal latino
Martirologio Romano: A Nola in Campania, San Felice, sacerdote, che, come riferisce San Paolino, durante l’imperversare delle persecuzioni, patì in carcere atroci torture e, una volta ristabilita la pace, fece ritorno tra i suoi, ritirandosi in povertà fino ad avanzata vecchiaia, invitto confessore della fede. A sei km da Nola, a Cimitile vi è uno dei più importanti complessi paleocristiani del Mezzogiorno d’Italia; fino al II  secolo d.C. esisteva una necropoli pagana, vicino alla quale i primi cristiani della zona, seppellirono i loro morti in un ‘cæmeterium’, termine da cui deriva il toponimo di Cimitile. In seguito i nolani vi deposero le spoglie del prete San Felice, la fama dei miracoli che si verificarono sulla tomba del Santo, fece della località, una meta di pellegrinaggio. Già nel IV secolo, nel recinto erano presenti diverse basiliche, divenute sei nei tempi successivi, esse sono adiacenti fra loro, alcune sovrapposte e sono: San Felice in Pincis, Santo Stefano, San Giovanni, San Paolino, Santissimi Martiri e San Gaulonio, ad esse si aggiunge la parrocchiale del 1789, posta in alto sul sito archeologico e dedicata anch’essa a San Felice in Pincis.
L’origine di questi importanti luoghi di culto e di preghiera, si collega ad un ‘monasterium’ fatto costruire dal vescovo di Nola San Paolino, originario di Bordeaux, il quale stabilendosi nel 394 a Cimitile ne determinò la crescita, infatti presso il ‘monasterium’ si riunirono molti amici del santo vescovo, divenuto poi il Santo patrono di Nola e a cui è dedicata, nel giorno della sua festa il 22 giugno, la grande e celebre Festa dei Gigli di Nola; questi uomini, conducendo una vita di lavoro e di preghiera, anticiparono di un secolo la Regola di San Benedetto.
San Paolino divenuto vescovo di Nola nel 409, lasciò il “monasterium”, ingrandì il cimitero e fece costruire la Basilica Nuova (400-403) inglobata poi nel XVI secolo nella Basilica di S. Giovanni; questa comunicava mediante un passaggio a triplice arcata, con quella di San Felice in Pincis.  
Quest’ultima è senz’altro la più importante delle sette basiliche, edificata nel IV secolo, sui resti della necropoli dei “gentili” di Nola, custodisce il sepolcro del prete martire San Felice, custodito in un’arca formata da una celletta, in cui furono deposti anche i resti di altri due vescovi.
La piccola costruzione divenne un “martyrium” con una apertura che serviva di passaggio ai fedeli che introducevano nella tomba degli unguenti, ritenuti miracolosi e protettivi contro le malattie, dopo il contatto con il corpo del Santo.
Il sepolcro è inserito in un’edicola monumentale, sorretta da colonne e decorata da un mosaico del V secolo, il tutto incastonato nella più ampia Basilica; il sepolcro-altare, inizialmente piccolo e povero, divenne come la sorgente di edifici spaziosi e rimane adesso come una gemma incastonata in cinque basiliche, i cui tetti, visti da lontano danno  l’immagine di una grande città; così  come lo descriveva San Paolino nel carme 18.
Tutto quello che si conosce di San Felice, ci è trasmesso dal santo vescovo Paolino, il quale già devoto del santo, quando arrivò a Nola ed a Cimitile, gli dedicò ben 14 dei suoi carmi, che sono detti ‘natalizi’ (carmina natalizia) perché scritti dal 395 al 409 nella ricorrenza del ‘dies natalis’ della festa del santo, il 14 gennaio.
Il racconto poetico di Paolino è il primo documento storico della vita di San Felice, cioè la prima elaborazione scritta della tradizione orale, da lui appresa in zona.
Felice nacque a Nola nel III secolo da padre siro, trasferitosi dall’Oriente in Italia, molto ricco; aveva un fratello Ermia che scelse la carriera militare, mentre lui si consacrò a Cristo come presbitero. Divenne fedele collaboratore del vescovo di Nola, Massimo, che durante l’ultima persecuzione contro i cristiani, lasciò Nola per rifugiarsi in luogo deserto, lasciando in città il prete Felice che voleva come suo successore.  
Ma Felice fu imprigionato e torturato, poi liberato miracolosamente da un angelo che lo condusse nel luogo deserto, dove il vecchio vescovo Massimo era moribondo, consumato dagli stenti e dalle sofferenze. Lo rifocillò con il succo di uva miracolosa e poi caricatolo sulle spalle, lo riportò a Nola, affidandolo alle cure di una anziana cristiana.
Durante la sospensione della persecuzione, poté riprendere il suo ministero sacerdotale, ma quando la persecuzione riprese, Felice fu di nuovo ricercato, ma egli sfuggì alla cattura rifugiandosi in una cisterna disseccata, dove per sei mesi fu alimentato, senza essere conosciuto, da una pia donna.  
Cessata definitivamente la persecuzione con la pace di Costantino (313), Felice ritorna a Nola,
dove morto il vecchio vescovo Massimo viene candidato a succedergli, ma egli rifiuta a favore del prete Quinto, rinuncia anche ai beni che gli erano stati confiscati e trascorre il resto dei suoi giorni nella povertà e nel lavoro.
Non si consce l’anno della sua morte, alcuni dati dicono sotto Valeriano (258), ma come spiegare che sia lui, che il vescovo Massimo non furono uccisi, è probabile quindi che siano morti dopo la pace di Costantino, quindi dopo il 313.
S. Felice fu comunque sempre venerato come martire, anche se non era stato ucciso, ma certamente aveva tanto  sofferto e solo miracolosamente aveva avuto salva la vita. La sua tomba fu detta “Ara Veritatis”, perché gli si attribuiva particolare efficacia per il trionfo della verità, contro gli spergiuri.  Al Santo patrono di Cimitile, sono dedicate dai fedeli ben due feste con processioni, che iniziate il 5 gennaio, vengono completate il 14 gennaio, giorno della sua festa liturgica; la prima parte dall’antichissimo sepolcro nell’area delle basiliche paleocristiane e finisce nell’ultima in ordine di tempo, cioè nella chiesa parrocchiale di San Felice in Pincis; l’altra percorre il paese di Cimitile.
San Paolino resta il suo più grande cantore, con i “carmina” ne descrive i numerosi miracoli operati, il culto che riceveva, la descrizione particolareggiata dei luoghi, delle primitive basiliche; ma nonostante ciò San Felice, forse per il suo nome, così numeroso nell’agiografia cristiana, fu confuso spesso con altri santi omonimi, che portarono ad un culto fuori della zona nolana, anche a Roma (in Pincis); inoltre la presenza di un presunto protovescovo di Nola (festa il 15 novembre) di nome San Felice, ha complicato l’identificazione. Ma è fuori discussione che il San Felice, prete martire di Nola, è quello celebrato il 14 gennaio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Felice da Nola, pregate per noi.


*San Firmino di Mende - Vescovo (14 gennaio)

sec. V
Martirologio Romano:
Presso Mende in Francia, San Firmino, vescovo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Firmino di Mende, pregate per noi.


*Beato Francisco Martínez Garrido - Sacerdote e Martire (14 gennaio)

Schede dei Gruppi cui appartiene:
a) Beati 115 Martiri spagnoli di Almería Beatificati nel 2017
b) Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)

Siles, Spagna, 28 novembre 1876 – Vélez Rubio, Spagna, 14 gennaio 1938

Francisco Martínez Garrido nacque a Siles, in provincia e diocesi di Jaén, il 28 novembre 1876.
Fu ordinato sacerdote en 1892.
Era parroco della parrocchia di Huéscar, in provincia di Granada e diocesi di Cadice, quando morì in odio alla fede cattolica il 14 gennaio 1938, nel carcere di Vélez Rubio.
Inserito in un gruppo di 115 martiri della diocesi di Almeria, è stato beatificato ad Aguadulce, presso Almería, il 25 marzo 2017.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Francisco Martínez Garrido, pregate per noi.


*San Fulgenzio di Astigi - Vescovo (14 gennaio)

Cartagena (Spagna), sec. VI – Astigi (Écija) 632 ca.
San Fulgenzio nacque a Cartagena nel VI secolo e morì ad Astigi (Spagna) nel 632. La sua fu una famiglia di Santi. Infatti Fulgenzio, conosciuto come vescovo di Astigi, nell'Andalusia, ebbe come fratelli san Leandro vescovo di Siviglia, il grande sant'Isidoro, dottore della Chiesa, e santa Fiorentina, badessa benedettina.
Fu Fulgenzio a chiedere al fratello Isidoro di scrivere una delle sue grandi opere, «De origine officiorum sive de ecclesiasticis».
Non ci sono notizie sicure sulla gioventù di Fulgenzio, ma sembra certo che nel 610, quando aveva circa 50 anni, fosse già vescovo di Astigi (Andalusia). In precedenza sembra fosse Monaco benedettino e probabilmente abate. Nel 610 sottoscrisse il decreto del re Gundemaro (610-614) che costituiva la provincia di Toledo, staccandone il territorio da quello di Cartagena, allora sotto il dominio dei bizantini.
Non si sa molto del suo episcopato, che comunque durò più di venti anni; infatti l'ultima data certa della sua vita è il 619, quando prese parte al II Concilio provinciale di Siviglia, presieduto dal fratello Isidoro. Fulgenzio morì intorno al 632. (Avvenire)
Martirologio Romano: Ad Écija in Andalusia, in Spagna, san Fulgenzio, vescovo, fratello dei santi Leandro, Isidoro e Fiorentina; a lui Isidoro dedicò il trattato sugli uffici ecclesiastici.
La sua fu una famiglia di santi fratelli spagnoli, infatti San Fulgenzio conosciuto come vescovo di Astigi (Écija) nell’Andalusia, ebbe come fratelli San Leandro vescovo di Siviglia († 600), il grande s.
Isidoro vescovo di Siviglia († 636), Dottore della Chiesa e Santa Fiorentina († 610), badessa benedettina.
San  Fulgenzio nacque a Cartagena in Spagna, verso la metà del secolo VI ed aveva come genitori Severiano e Tortora (anche se quest’ultima sembra che fosse una balia, perché non si conosce con certezza il nome della loro madre).
Suo padre, a seguito dell’invasione bizantina di Cartagena, fuggì verso il 554 a Siviglia, portando con sé la moglie ed i figli Leandro, Fulgenzio e Fiorentina, mentre Isidoro nacque nell’esilio sivigliano, tra il 560 e 570. Morti i due genitori, capo della famiglia divenne il fratello maggiore Leandro, che guidò la formazione umana e letteraria di Fulgenzio e di Isidoro, allevato quest’ultimo, essendo il più piccolo, dalla sorella Fiorentina. A questo punto, della famiglia originaria di Fulgenzio, aggiungiamo che Fiorentina ancora giovane, si fece monaca benedettina nel monastero di Écija (Astigi), città di cui sarà vescovo il fratello Fulgenzio; a lei il fratello Leandro, anch’egli monaco benedettino e poi vescovo di Siviglia, dedicò una nota “Regola”, adattamento della Regola benedettina per le religiose e che ebbe una grande diffusione nei monasteri femminili dell’Alto Medioevo.
Per San Fulgenzio non vi sono notizie certe sulla sua gioventù, ma nel 610 egli era già vescovo di Astigi (Écija) quindi sui 50 anni, in precedenza egli deve essere stato monaco benedettino e probabilmente abate; perché sia lui che il fratello più piccolo Isidoro, frequentarono scuole monastiche contemporanee e prestigiose.
Nel 610 con la sua firma, sottoscrisse il decreto del re Gundemaro (610-614) che costituiva la provincia di Toledo, staccandone il territorio da quello di Cartagena, allora sotto il dominio dei bizantini.
Purtroppo al contrario dei suoi grandi fratelli Leandro e Isidoro, di lui non si sa molto del suo episcopato, che comunque durò più di venti anni; infatti l’ultima data certa della sua vita è il 619, quando prese parte al II Concilio provinciale di Siviglia, presieduto dal fratello Isidoro, dove furono trattati per la prima volta in un Concilio spagnolo, problemi relativi alle circoscrizioni ecclesiastiche e alla disciplina sacramentaria, sulla base di argomentazioni tratte dal Diritto Romano.
Fulgenzio morì nel 632 ca. perché nel 633, anno in cui si svolse l’importante IV Concilio di Toledo, sempre sotto la presidenza del fratello Isidoro, giunto ormai agli ultimi anni della sua vita, al Concilio era presente Marziano, suo successore come vescovo di Astigi.
Fu lui a chiedere al fratello Isidoro di scrivere una delle sue grandi opere “De origine officiorum sive de ecclesiasticis ecc.”. Nel Medioevo gli furono attribuite alcune opere letterarie, come anche ci furono descrizioni della sua attività e virtù, confondendolo però con l’altro vescovo San Fulgenzio di Ruspe in Africa (1° gennaio).
Per quanto riguarda le reliquie, esse in seguito si accomunarono con quelle di sua sorella. A causa delle invasioni arabe, nel secolo VIII, i cristiani di Astigi nascosero le loro reliquie; che furono ritrovate nel 1330 ca. nei monti di Guadalupe (Badajoz) e sistemate dai fedeli nella chiesa di Berzocana della diocesi di Plasencia, dove furono conservate con grande venerazione fino al 1592, quando la città di Cartagena chiese al re Filippo II, le reliquie dei due fratelli; il priore del monastero di Guadalupe, dietro ordine del re, prese quattro grandi ossa e le consegnò alla chiesa cattedrale di Cartagena; altre sono al monastero dell’Escoriale e nella cattedrale di Murcia e di Avila.
San Fulgenzio è patrono delle diocesi di Cartagena e di Plasencia e dal 1624 è venerato localmente come Dottore. La sua festa, secondo il “Martyrologium Romanum” ricorre il 14 gennaio.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - San Fulgenzio di Astigi, pregate per noi.


*San Glicerio - Diacono e Martire (14 gennaio)

Martirologio Romano: Ad Antiochia di Siria, oggi in Turchia, San Glicerio, Diacono e Martire.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Glicerio, pregate per noi.


*Beato  Guglielmo de Sanjulia - Mercedario (14 gennaio)

Il Beato Guglielmo de Sanjulia, fu chiamato a far parte dell’Ordine Mercedario dalla stessa Beata Vergine Maria.
Giorno e notte si dilettò con sante meditazioni, portò numerosi infedeli nel gregge del Signore e richiamò dall’ambito dei vizi molte donne perdute.
Infine avendo conosciuto la sua passione, leggendo salmi ed inni spirituali, morì placidamente nel nome della Trinità con queste parole: Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.
Fu sepolto nella chiesa del priorato di Barcellona.
L’Ordine lo festeggia il 14 gennaio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Guglielmo de Sanjulia, pregate per noi.


*Santa Macrina l'Anziana (14 gennaio)

m. 340 c.
Gregorio di Nissa, all'inizio della Vita di sua sorella, Macrina la Giovane, spiega che questo nome le era stato dato in ricordo della loro nonna paterna: "Macrinae virgini nomen erat, sic a parentibus appellatae, quod olim insignis quaedam in nostra familia Macrina fuerat, patris nostri videlicet mater, quae tempore persecutionum pro Christo pugnaverat".

Gregorio di Nazianzo, nella sua orazione funebre per Basilio di Cesarea, fratello di Gregorio di Nissa, fa allusione alla persecuzione di Massimino che aveva costretto gli avi di Basilio a rifugiarsi sulle montagne presso il Ponto Eusino per un periodo di circa sette anni, ed essi sopportarono i rigori delle stagioni con appena di che mangiare.
Dallo stesso Basilio sappiamo che sua nonna Macrina, fedele discepola di San Gregorio il Taumaturgo, vescovo di Neocesarea nel Ponto Eusino, ebbe su di lui una grande influenza negli anni giovanili e che fu la sua principale educatrice (usa il termine nutrix) sul piano spirituale.
Questo è quasi tutto quello che si conosce di Macrina.
Non sembra che sia mai stata onorata di un culto particolare, contrariamente a un buon numero dei suoi discendenti.  
I sinassari bizantini, ad ogni modo, non ne fanno menzione. C. Baronio, pur non citando per lei alcuna fonte agiografica o eortologica, l'ha introdotta nel Martirologio Romano alla data evidentemente arbitraria del 14 gennaio.  
(Autore: Joseph-Marie Sauget - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Macrina l'Anziana, pregate per noi.


*Santi  Monaci del Monte Sinai e d’Egitto - Martiri (14 gennaio)

Molti Santi monaci furono uccisi per la loro forte fede in Cristo presso il Monte Sinai ed in Egitto.
Alcuni loro nomi sono stati tramandati dalla tradizione, ma non sono esplicitamente riportati dal martirologio, che li commemora oggi in gruppo.
Martirologio Romano:
Commemorazione dei santi monaci che a Raíthu e sul monte Sinai furono uccisi per la loro fede in Cristo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Monaci del Monte Sinai e d’Egitto, pregate per noi.


*Santa Nino (Nouné, Nina, Cristiana) - Apostola della Georgia (14 gennaio)

Cappadocia IV sec. - † Georgia, IV secolo
Etimologia:
Cristiana = seguace di Cristo
Martirologio Romano: In Georgia al di là del Mar Nero, Santa Nino: da prigioniera cristiana, per la santità della sua vita ottenne da parte di tutti rispetto e ammirazione tali da attirare alla fede di Cristo la regina stessa, il cui figlio aveva guarito con le sue preghiere, il Re e tutta la sua gente.
Le notizie sono chiare, quello che complica le cose, facendole travisare, è il fatto che santa Nino è il nome russo  di una schiava cristiana di cui diremo; mentre molti credono che sia un nome maschile e riguarda un martire della Cappadocia, che si celebra il 15 dicembre.
Confesso che sono rimasto interdetto, consultando vari testi, perché alcuni menzionano questo martire maschile senza aggiungere altro, alcuni testi invece, citano sia San Nino che Santa Nino, ambedue al 15 dicembre e altri invece la sola Nino sia al 15 dicembre che al 14 gennaio.
Cominciamo con il dire che per il Nino maschile, non essendoci notizie in merito, è da ipotizzare, che faccia parte di un numeroso gruppo di martiri della Cappadocia (regione dell’Asia Minore Centrale, provincia romana dal I secolo), i cui nomi nei secoli siano stati dimenticati e ricordati invece solo con la dicitura di “Martiri in Cappadocia”, periti sotto la persecuzione dell’imperatore Massimiano nel 303, e celebrati dal “Martyrologium
Romanum” ultima edizione aggiornata, al 23 maggio (senza riportare i nomi).
Altra ipotesi plausibile, che si tratta del diminutivo di altri nomi, come Antonino, Giovannino, Saturnino, ecc., anzi un martire Saturnino si celebra proprio il 15 dicembre.
Per quanto riguarda la Nino al femminile, che qualche elenco sbrigativo ha tradotto anche in Nina, il “Martyrologium Romanum”, già sopra citato, la celebra il 14 gennaio e per noi fa testo; anche se in precedenza, ella era ricordata anche il 15 dicembre.
Santa Nino è nominata in una pagina, che lo storico Rufino aggiunse alla “Storia Ecclesiastica”, scritta dal grande vescovo e storico Eusebio di Cesarea e che così si può riassumere; nel IV secolo gli Iberi, (popolo dell’Iberia Caucasica, attuale Georgia), in occasione di un’incursione da loro effettuata nelle varie Province orientali dell’impero romano, portarono con loro dalla Cappadocia, una prigioniera cristiana, che secondo altri documenti storici, bizantini, armeni, georgiani, aveva il nome di Nouné e che ancora successivamente nella letteratura georgiana e russa, si modificò in Nino.
Viveva da  cristiana in castità, umiltà e preghiera e quanti la frequentavano, pagani ed idolatri, l’ammiravano senza comprendere; per spiegarsi le sue doti e virtù dicevano di lei: “È una cristiana” e il nome le rimase, perciò è chiamata anche Santa Cristiana.
Suo malgrado operò alcuni prodigi, come il risuscitare un bambino morto, per cui la sua fama arrivò alla corte della regina degli Iberi, la quale essendo malata, la chiamò e con la sua intercessione riacquistò la salute; si convertì al Cristianesimo e vincendo le resistenze del re suo sposo, lo convinse ad abbracciare la nuova fede. Il Re convertito, ricevé a sua volta dei favori celesti e affidò alla schiava cristiana il progetto della costruzione di una chiesa, utilizzando gli operai più abili; durante la costruzione ancora una volta “l’apostola” operò dei prodigi, che la fecero salire ancora di più nella stima del popolo, al quale predicava incessantemente il cristianesimo. Il Re Bacour o Miriam, non è chiaro, ormai avviata l’evangelizzazione della Georgia, inviò all’imperatore Costantino il Grande (280-337) una delegazione per chiedergli di mandare un vescovo e dei preti. Quando il   vescovo giunse in Georgia, trovò tutto un popolo già convertito, grazie alla ‘cristiana’ Nino, e poté passare subito ad amministrare loro il Battesimo.
Uno dei tanti testi, la considera martirizzata in Georgia nel IV secolo, ma questo non è accertato,  per quanto possibile. Il culto per la santa ‘apostola’ della Georgia, si diffuse in tutto l’Oriente e le varie Chiese, Copta, Armena, Greca, Alessandrina, Georgiana, la ricordavano nei loro menologi e sinassari, in date diverse; la Georgiana al 14 gennaio.
In Occidente la santa è rimasta sconosciuta nei martirologi medioevali.
Il Cardinale Cesare Baronio, (1538-1607) compilatore nel XVI sec. del ‘Martirologio Romano’, introdusse la sua memoria arbitrariamente al 15 dicembre, con la dizione di “Santa Cristiana ancella”.
Come detto all’inizio, la nuova edizione riveduta del 2003, ha riportato la celebrazione all’antica data orientale del 14 gennaio, con il nome giusto di Santa Nino.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - Santa Nino, pregate per noi.


*Beato Oddone (Oddo) di Novara - Monaco (14 gennaio)

Novara, 1100 - Tagliacozzo, 14 gennaio 1198
Prima di giungere a Tagliacozzo (L'Aquila) il certosino Oddone aveva compiuto una lunga peregrinazione.  Su questo periodo però i documenti sono pochi.
Nato a Novara nel 1100, emise la professione religiosa nella vicina certosa di Casotto o forse presso la Grande Chartreuse.
Fu inviato in Jugoslavia a Seitz, dove scrisse dei «Sermones».  Poi fu priore nella nuova fondazione di Gyrio. Verso il 1190, per divergenze sorte tra i monaci, andò a Roma per chiedere giustizia a Papa Clemente III. Visse altri otto anni in una piccola cella a Tagliacozzo. Nel giorno della festa, nel 1784, la cittadina abruzzese scampò miracolosamente a un terremoto.  (Avvenire)
Martirologio Romano: A Tagliacozzo in Abruzzo, Beato Odone di Novara, Sacerdote dell’Ordine dei Certosini.
Del periodo della vita precedente al suo stabilirsi a Tagliacozzo (AQ), cioè intorno al 1190, si hanno notizie  incerte, tanto è vero che sono stati fatti vari tentativi con pubblicazioni specializzate per rimettere ordine nei punti più contrastanti della sua ‘Vita’.  
Nacque a Novara nel 1100, fu professo certosino a Casotto oppure alla Grande Chartreuse, fu inviato alla certosa di Seitz (ora _ice in Jugoslavia) nel periodo della fondazione (1160) dove rimase fino al 1189 scrivendo i Sermones, poi nel 1189 arrivò alla certosa di Gyrio (ora Jurklo_ter presso La_ko in
Jugoslavia) fondata nel 1169, con l’incarico di priore, si ipotizza però che fosse giunto qualche tempo prima, inviato dal Papa dalla certosa di Casotto.
Il suo priorato durò poco, nello stesso anno, al massimo nel 1190, per divergenze amministrative sorte fra i monaci, ripartì per Roma a chiedere giustizia al Papa Clemente III; per queste divergenze ne approfittò il vescovo locale che espulse i monaci in un periodo che comunque durò nove anni.
Da Roma si spostò a Tagliacozzo e da qui in poi le notizie sono tutte documentate; la badessa delle Benedettine del monastero dei SS. Cosma e Damiano, parente del Papa, richiese al pontefice una vera e propria approvazione dell’opera del Beato Oddo.
I documenti descrivono il Beato come un monaco indossante un abito di rozza lana, portava il cilicio, piccolo di statura, pallido e macilento.
Trascorse i quasi dieci anni di permanenza a Tagliacozzo in una piccola cella costruita presso il monastero, impegnandosi nella preghiera, lettura, lavoro, conduzione della chiesa del convento e predicazione efficace.
Molti miracoli accompagnarono la sua attività a Tagliacozzo e proseguirono dopo la morte avvenuta il 14 gennaio 1198.
Pio IX ne approvò il culto e il titolo di Beato il 31 maggio 1859, fu molto onorato nei secoli trascorsi specie da Tagliacozzo che fu l’unica cittadina della regione a scampare al tremendo terremoto del 14 gennaio 1784, giorno della sua festa.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - Beato Oddone di Novara, pregate per noi.

 

*Beato Odorico da Pordenone - Sacerdote (14 gennaio)
Villanova di Pordenone, 1265 – Udine, 14 gennaio 1331
Divenuto Sacerdote nell’Ordine Francescano, congiunse una esemplare austerità di vita con un instancabile zelo per la salvezza delle anime.
Fu uno dei più illustri missionari dell’Ordine: si recò prima in Asia Minore e successivamente tra i Tartari; poi in Cina e in India, convertendo moltissimi alla fede di Cristo; meritò il nome di apostolo dei Cinesi. Tornato in Europa per riferire al Pontefice sulla situazione delle missioni nel lontano Oriente, morì a Udine nel 1331.
Etimologia: Odorico = assai ricco, dal tedesco
Martirologio Romano: A Udine, Beato Odorico Mattiuzzi da Pordenone, Sacerdote dell’Ordine dei Minori: percorse in lungo e in largo predicando il Vangelo le regioni dei Tartari, degli Indi e dei Cinesi da lui attraversate fino alla capitale della Cina Kambalik e molti convertì alla fede di Cristo.
Nel 1318 si imbarca a Venezia per Costantinopoli. Di qui attraversa il Mar Nero e prosegue lentamente per via di  terra raggiungendo il Golfo Persico, dove torna a imbarcarsi verso l’India.
Giunto a Tana, presso Bombay, ritrova e prende con sé i resti di quattro Frati francescani, massacrati nel 1321.
Risalito in nave, è il primo europeo a raggiungere l’Indonesia, e di qui infine arriva in Cina, sbarcando a Canton. Ma la sua meta finale è Khanbaliq, la capitale dell’immenso impero, dove arriva nel 1325, dopo sette anni di viaggio.
Il protagonista di questa avventura è un frate francescano: Odorico, nato a Villanova di Pordenone.
Ha vestito l’abito di San Francesco in età giovanissima, e per qualche tempo ha condotto vita eremitica.
A 25 anni Odorico viene ordinato sacerdote in Udine, ma non ha mai voluto “promozioni”.
Si dedica volentieri all’attività missionaria in alcune regioni mediterranee, finché i superiori lo richiamano  a Udine.
Viene descritto come buon predicatore, ma poco sappiamo dei suoi anni giovanili.
Per i Francescani dell’epoca, la Cina è qualcosa di remotissimo, come d’altronde lo è per tutti gli europei; ma è anche qualcosa di familiare, perché alla fine del Duecento il Francescano Giovanni da Montecorvino vi ha fondato la prima comunità cristiana a Khanbaliq (che poi prenderà il nome di Pechino)  
E per la Cina ecco dunque partire anche frate Odorico.
Un viaggio di anni, per mare e per terra, che si conclude a Khanbaliq, dove egli depone le reliquie dei martiri,  appena arrivato. Per tre anni rimane poi in Cina, dedicandosi a una delle chiese fondate da Giovanni da Montecorvino.
Riparte infine per l’Italia, passando per il Tibet.
E ricompare a Venezia nel 1330. Ha percorso una distanza complessiva che supera la circonferenza dell’intera terra. Ma da questo momento in poi le notizie su di lui si fanno scarse. Impiega un certo tempo a dettare la relazione del suo viaggio, che avrà una fama larghissima.
Però si sa poco di quest’ultimo periodo della sua vita, che sembra trascorrere nell’ombra.
L’unica sua iniziativa di grande importanza non gli riesce più.
Voleva andare dal Papa, che era Giovanni XXII e si trovava ad Avignone: un viaggio ben da poco per uno come lui. Ma il suo fisico è ormai spossato. Non arriverà mai a vedere il Papa, non potrà mai esortarlo a mandare in Cina altri missionari. Il suo viaggio si interrompe a Pisa: non ce la fa più.
Cade ammalato e faticosamente torna ad avviarsi verso il Friuli. Fa una sosta ancora a Padova, ed eccolo infine ricoverato nel convento udinese di San Francesco.
Qui Frate Odorico si spegne, subito venerato come operatore  di miracoli. Ma solo nel 1755 un Pontefice (Benedetto XIV) sanzionerà il culto per lui, col titolo di Beato.
I suoi resti sono stati collocati nella chiesa udinese della Madonna del Carmelo.  
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Odorico da Pordenone, pregate per noi.


*Beato Pietro Donders - Redentorista (14 gennaio)

Tilburg, Olanda, 27 ottobre 1805 - Batavia, Guyana Olandese, 14 gennaio 1887
Martirologio Romano:
A Batavia nel Suriname, Beato Pietro Donders, Sacerdote della Congregazione del Santissimo Redentore, che con carità instancabile si prese cura dei corpi e delle anime dei lebbrosi. Nacque il 27 ottobre 1805 a Tilburg nell’olandese Brabante del Nord, figlio di un tessitore di lana. A 32 anni venne ordinato sacerdote; profondamente colpito dalle parole di San Paolo sul ministero sacerdotale, nel 1842 lasciò l’Olanda per raggiungere la Guyana olandese o Surinam, per lavorare poi tutta la vita nell’attività apostolica a favore degli ultimi, compresi i lebbrosi.
Nel 1865 il Vicariato Apostolico della Guyana Olandese (America del Sud) fu affidato alla Congregazione dei Redentoristi, fondata da Sant' Alfonso Maria de’ Liguori e padre Pietro Donders
chiese di venirne ammesso e il 27 giugno 1867 emise i voti perpetui, ritornando poi tra i suoi amati lebbrosi con cui già lavorava instancabilmente dal 1856. Si occupava altresì anche degli indiani e dei negri; il suo primo biografo lo soprannominò “Nuovo apostolo dei negri, degli indiani e dei lebbrosi”.
Riguardo gli indiani ebbe il più grande successo con la tribù degli Arrovacchi; nel 1873 scriveva lui stesso ai suoi superiori, delle consolazioni ricevute dando la Prima Comunione a molti di loro e che durante la sua visita effettuata nel mese di settembre e durata sei giorni, tutti gli Arrovacchi lasciarono le loro occupazioni per non perdere niente del suo insegnamento e delle sue istruzioni.
Lavorò molto anche per i negri, che si trovavano in schiavitù (fu abolita in Guyana solo nel 1863) dando loro una speciale cura; ma si dedicò anche ai cosiddetti negri “selvatici” quelli cioè che portati dall’Africa come gli altri, erano riusciti a fuggire dai padroni, rifugiandosi negli immensi boschi e che conducevano una vita piena di superstizioni, in completa amoralità e dediti a culti idolatrici, ma i frutti dell’apostolato fra loro furono esigui. Senza trascurare naturalmente i bianchi, infatti dal 1842 a 1856 lavorò anche nella capitale Paramaribo e nel 1883-85 a Coronie sulla costa, padre Pietro Donders si dedicò soprattutto ai lebbrosi della colonia di Batavia, isolati ed emarginati, fedele allo spirito della sua Congregazione che vuole occuparsi preferibilmente delle anime più abbandonate.
Subì anche qualche amarezza a causa di alcuni ingrati lebbrosi, che lo fecero allontanare da Batavia per qualche tempo, ma fu compensato dalla grande festa riservatagli dagli altri per il suo ritorno, il 17 novembre 1885.
La sua vita interiore era intessuta dalla preghiera e dalla penitenza, interrompeva spesso il sonno notturno per dedicare un’ora alla preghiera in ginocchio davanti al tabernacolo; dormiva su un asse di legno  e usava la “disciplina” almeno una volta al giorno.
La sua meravigliosa carità verso il prossimo gli procurò già in vita la fama di santità. Dopo quasi 45 anni vissuti sotto il sole tropicale della Guyana Olandese, morì a Batavia nella colonia dei lebbrosi il 14 gennaio 1887;  la sua tomba si trova attualmente nella cattedrale di Paramaribo.
Il processo per la sua beatificazione iniziò nel 1900 e si è concluso con la solenne celebrazione di beatificazione da parte del Papa Giovanni Paolo II il 23 maggio 1982.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pietro Donders, pregate per noi.


*San Potito - Adolescente Martire (14 gennaio)

Sardica (Romania), II secolo – Italia Meridionale, 160 ca.
Adolescente martire è un santo poco conosciuto, patrono principale della città e diocesi di Tricarico (Matera) e patrono di Ascoli Satriano (Foggia). Ci sono giunte alcune antiche recensioni della «Passio sancti Potiti», la più antica delle quali è del IX secolo, che narra di Potito come un'adolescente tredicenne, nato a Sardica nella Dacia Inferiore (attuale Romania), che era diventata provincia romana nel 107, dopo essere stata conquistata da Traiano. Secondo queste fonti sarebbe stato l'unico figlio di una famiglia ricchissima.
Contro la volontà del padre,convinto pagano, il giovane Potito aveva abbracciato la fede cristiana con rara convinzione.
I documenti antichi gli attribuiscono gesti e miracoli che però non possono essere confermati da fonti storiche. In particolare avrebbe liberato dal diavolo la figlia dell'imperatore Antonino Pio (138-161). Dallo stesso imperatore, però, venne torturato e infine decapitato verso il 160 in odio alla sua fede da cristiano. (Avvenire)
Patronato: Tricarico, Mal di testa
Martirologio Romano: Commemorazione di San Potito, Martire, che, dopo aver patito molte sofferenze a Sardica in Dacia, ora Bulgaria, si tramanda che sia infine morto martire trafitto con la spada. Santo poco conosciuto, ha comunque il privilegio di aver quattro Comuni italiani che portano o hanno portato il suo nome; mentre egli è patrono principale della città e diocesi di Tricarico (Matera) e patrono di Ascoli Satriano (Foggia).
Si parla di San Potito in antiche recensioni della “Passio s. Potiti”, la più antica delle quali è del secolo IX. Il Santo è presentato come un’adolescente tredicenne, nato a Sardica nella Dacia Inferiore (attuale Romania), che era diventata provincia romana nel 107, dopo essere stata conquistata da Traiano; era unico figlio di una famiglia ricchissima.  
Seppur in così giovane età, aveva abbracciata la fede cristiana, resistendo alle minacce ed ingiunzioni paterne a ritornare al culto degli dei.
Per il seguito del racconto si ricalcano le gesta favolose, che venivano nel Medioevo, attribuite spesso ai martiri e che non sono documentabili; guarì dalla lebbra una illustre matrona, resistette a tutte le tentazioni del demonio che gli appariva sotto varie sembianze, liberò dal diavolo la stessa figlia  dell’imperatore Antonino Pio (138-161), dal quale purtroppo perché cristiano, venne torturato e infine decapitato verso il 160.
La più antica memoria del suo culto, viene ricordata nel ‘Liber Pontificalis’ napoletano del IX secolo e nel famoso Calendario marmoreo, tuttora custodito nell’arcivescovado di Napoli e che fu scolpito tra l’847 e l’877, il quale lo riporta al 13 gennaio.
Alcuni studiosi si rifanno alla confusione medioevale di scambiare Sardica con la Sardegna, per affermare che San Potito era stato martirizzato nell’Italia Meridionale, visto la diffusione del culto nelle Puglie che ne fu il centro e poi in seguito in Sardegna.
Contribuì a questa versione, un brano dell’antica ‘passio’ latina citata, che indicava come luogo del martirio, qualche posto tra il confine del Sannio e l’Apulia (regione storica antica dell’Italia Meridionale) presso qualche affluente del fiume Ofanto.
Il culto ebbe inoltre larga diffusione a Napoli, a Capua e Benevento, dove sorgono anche chiese a lui dedicate; già nel 1140 in un documento napoletano, si nominava una chiesa posta in località San Potito.
Le sue reliquie, solo più tardi, furono traslate in Sardegna, che rivendica le origini del giovane Martire; alla storia di San Potito non viene aggiunto niente di più dalla "Vita San Potiti" scritta da Leon Battista Alberti (1404-1472), il quale in mancanza di notizie certe, si adoperò solo di amplificare le lodi, redigendo in una più elegante forma letteraria, le leggende già riportate. Nel ‘Martirologio Romano’ precedenti edizioni, la sua festa era al 13 gennaio, mentre nell’ultima recente edizione del 2003, è riportata al 14 gennaio, giorno in cui è celebrato nella diocesi di Tricarico, di cui è patrono.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - San Potito, pregate per noi.

  

*San Saba - Arcivescovo di Serbia (14 gennaio)
Serbia, 1174 ca. – Turnovo (Bulgaria), 14 gennaio 1235
Emblema:
Bastone pastorale
Saba è senz’altro uno dei più illustri personaggi della vita religiosa, culturale e politica della Serbia medioevale; e oggi si dispone di numerose ed autentiche fonti storiche, che testimoniano la sua grandezza; fra cui in primo piano gli scritti dello stesso San Saba, frutto di una discreta attività letteraria. Esistono una decina di "Vite" o di accenni del Santo in biografie di altri personaggi, scritte in tempi diversi, che comunque vanno dal 1200 al 1350, con forme letterarie più o meno dense di dettagli. Il Santo vescovo fondatore della Chiesa Serba autonoma, nacque verso il 1174-75, terzogenito del principe  Stefano Nemanja e di sua moglie Anna; alla nascita ebbe il nome slavo abbastanza popolare di Rastko (in latino Crescenzo) e da bambino ebbe una buona istruzione.
A circa 17 anni il padre l’incaricò di governare la regione di Hum, ma egli già in quella giovane età manifestò un interessamento verso la vita religiosa, rifuggendo da quella mondana del suo aristocratico ambiente.
Aveva già 17 anni quando il giovane principe, abbandonò la casa natia e senza avvertire i genitori si ritirò sul Monte Athos, il celebre Monte Santo (1935 m.) all’estremità sud-orientale della penisola calcidica, sede di numerosi monasteri e con una popolazione costituita esclusivamente da migliaia di monaci greco-ortodossi. Qui Rastko entrò nel monastero russo di S. Panteleimon, raggiunto in breve da emissari del padre per  cercare di convincerlo a desistere dal suo proposito.
Il giovane rifiutò l’invito e indossò la tonaca monastica prendendo il nome di Saba, in omaggio a San Saba il Grande (434-532) fondatore del monachesimo in Palestina.
Poi il giovane novizio si trasferì nel monastero greco di Vatopedi, sempre sulla penisola atonita, forse il nucleo più importante dell’intero complesso e dove poté istruirsi nella lingua e letteratura greca, patristica e bizantina, religiosa e liturgica.
I suoi genitori proseguendo nei tentativi di riportarlo a casa, gli mandarono nello stesso tempo "molto oro" sia per i propri bisogni, sia da distribuire alla Chiesa del Monte Athos ed ai poveri. Nel
1196, Saba fu raggiunto dal padre il principe Stefano Nemanja, il quale aveva abdicato, scegliendo di farsi anch’egli monaco, prendendo il nome di Simeone.
Lo seguirono sul Monte Athos numerosi nobili serbi, dei quali alcuni divennero monaci e tutta la servitù; fu evidente con l’arrivo dei due principi e di tanti nobili, il benessere che arrivò alla Comunità monastica di tutto il Monte.
Il monaco-principe Saba venne inviato a Costantinopoli, in missione diplomatica presso l’imperatore Alessio III  Angelo (1195-1203) suocero del principe serbo Stefano Re Protocoronato, figlio e successore di Stefano Nemanja.
Grazie alla sua mediazione, i monaci serbi ricevettero dall’imperatore nel giugno 1198, il permesso di occupare il monastero diroccato di Chilandari e dipendente da Vatopedi, per ricostruirlo e occuparlo.
Con questo monastero venne a costituirsi la grande comunità monastica di Chilandari, i cui primi monaci furono fra altri, proprio quei nobili serbi ed i servitori che accompagnarono l’ex principe Stefano Nemanja sul Monte Athos. Saba compose una nuova Regola in lingua serba, che doveva costituire il prototipo del nuovo monastero. Nel 1200 il monaco Simeone ex principe Stefano, morì e Saba suo figlio, secondo alcuni testimoni si prodigò per la sua canonizzazione come santo, componendo una ‘Vita’ e un Ufficio liturgico.  In quegli stessi anni venne ordinato diacono e poi sacerdote e dopo molti anni trascorsi sul Monte Athos, fu nominato archimandrita (abate) dai tre vescovi della regione.  
Il Sacro Monte ebbe sconvolgimenti politici in seguito alla presa di Costantinopoli e alla caduta dell’Impero bizantino (1204) e la vita dei monaci ne risentì ampiamente.
Su richiesta di suo fratello Stefano Prvovencani, Saba abbandonò il Monte Athos nel 1208, ritornando nel monastero di Studenica in Serbia, portando con sé le reliquie del padre e qui diventò egumeno (priore). In seguito fra i due fratelli sorsero delle divergenze, in quanto Saba era tenacemente fedele all’ortodossia bizantina, mentre il fratello principe Stefano, anche per motivi politici, tendeva ad avvicinarsi alla Chiesa di Roma, aveva anche sposata una nobile veneziana (nipote del doge Enrico Dandolo).
A seguito di questo scontro tra fratelli, sia pure ideologico, Saba nel 1216 ritornò sul Monte Athos, dopo aver promosso la costruzione in Serbia, con la collaborazione del fratello, di Zica, città che in seguito accoglierà la sede dell’arcivescovado serbo.
Nel 1219 l’abate Saba si diresse a Nicea in Asia Minore, dove si era stabilita la capitale dell’Impero Bizantino e lì fu consacrato arcivescovo della Serbia, per disposizione dell’imperatore Teodoro I Lascaris (†1222); con questo atto veniva ad istituirsi la Chiesa autonoma serba, distaccandola dalla giurisdizione dell’arcivescovo bulgaro di Ochrida, il cui vescovo Demetrio Comaziano († 1234) elevò formale protesta.
Ripassando per i luoghi del suo monachesimo, Saba arrivò a stabilire la sua residenza di arcivescovo a Zica. Negli anni successivi si dedicò all’organizzazione amministrativa della nuova Chiesa Serba, istituendo sette nuove diocesi, oltre Reska e Prizzen; convocò un Concilio serbo condannando gli eretici seguaci del movimento dualistico dei Progomeli, provenienti dalla Bulgaria.
Con la sua opera mediatrice ci fu un avvicinamento sia di Saba sia del fratello Prvovencani, verso la Santa Sede  di Roma; per questo nel 1220 fu inviato al papa Onorio III il vescovo Metodio, per invocare la sua benedizione e il suo beneplacito all’incoronazione religiosa da parte della Chiesa Serba, del principe-re Stefano.
Così avuto il consenso pontificio, l’arcivescovo Saba di Serbia, davanti ad un Sinodo convocato per lo scopo nel 1221, pose sul capo del fratello la corona di re di Serbia. L’arcivescovo fu incaricato verso il 1230 dal fratello re, di ristabilire i buoni rapporti presso il re d’Ungheria Andrea II (1205-1235) intenzionato ad invadere la Serbia.
Saba nel 1229 partì per Gerusalemme dove visitò i Luoghi Santi, poi raggiunse Nicea dove incontrò l’imperatore bizantino Giovanni III Vatatzes e il patriarca di Nicea Germano II, dai quali ottenne un’ulteriore conferma dell’autonomia della Chiesa Serba.
Ripassò per il Monte Athos, poi fu a Salonicco governata da Teodoro II Comneno e quindi ritornò nel monastero di Studenica e infine a Zica.
Ma dopo la battaglia del 9-22 marzo 1230 presso Filippopoli, fra l’esercito bulgaro del re Giovanni II Asen (1218-1241) e quello serbo di Teodoro II Comneno, amico e parente di Saba, quest’ultimo fu totalmente sconfitto e la Bulgaria prese il potere dominante nella Penisola dei Balcani.
Seguì l’abdicazione del re serbo Radislao che si rititò in un monastero; sul trono salì il fratello Vladislao (1233-1243) il quale sposata una figlia del re bulgaro, rafforzò l’influsso politico e religioso della Bulgaria sulla Serbia. Saba nel 1233 rinunziò alla sua carica, ormai di nuovo sotto la giurisdizione della sede bulgara di Ochride, fece eleggere al suo posto il discepolo Arsenio I (1234-1267) e s’incamminò in un nuovo viaggio in Oriente nell’autunno 1233.
Visitò le città ed i patriarchi di Gerusalemme, Alessandria d’Egitto, Antiochia, Costantinopoli, i monaci ed eremiti della Tebaide, fino ai confini della Libia e del Sinai.
Il lunghissimo e faticoso viaggio aveva senz’altro uno scopo anche diplomatico, suggerito da re bulgaro, affinché i tre grandi patriarchi dell’Oriente, dessero il consenso alla restaurazione del patriarcato bulgaro di Turnovo.
È caratteristica di quell’epoca, l’interessamento del potere reale ed imperiale, nelle problematiche organizzative della Chiesa Orientale. Il patriarcato di Turnovo venne restaurato nel 1235 in un concilio nella città di Lampsaco tenutosi con il consenso del patriarca di Costantinopoli e dell’imperatore Giovanni III Vatatzes; nell’inverno del 1234-35 Saba, viaggiando per via mare, arrivò a Mesembria sul Mar Nero e da lì a Turnovo, che fu capitale della Bulgaria fino al 1393, accolto con cordialità, dal re Giovanni II Asen.
E in questa città Saba si ammalò e morì il 14 gennaio 1235, il suo corpo venne sepolto nella chiesa dei Santi 40 Martiri, vicino alla reggia bulgara. Dopo due anni, su richiesta del clero e del principe serbo, le reliquie furono traslate nel monastero di Mjlesevo in Serbia, dove rimasero fino al 1594, quando il 27 aprile, furono depredate e incendiate dai Turchi.
Non è certa la data della sua canonizzazione, avvenuta poco dopo la sua morte; questo grande personaggio del Medioevo serbo, è certamente uno dei più eminenti, non solo per la sua attività politica e di fondatore dell’autonomia della Chiesa Serba, nella costellazione delle Chiese Ortodosse Orientali; ma anche per la sua attività di scrittore, che per quell’epoca è da considerarsi eccezionale.  
Fu autore della "Vita" di suo padre San Simeone Stefano Nemanja e di molti ‘Tipici’ cioè Regole, per tutti i monasteri, destinati ai monaci serbi di quell’epoca; inoltre insieme ad altri, compilò le norme necessarie per regolare la vita della Chiesa Serba autonoma, allora istituita per sua opera e della quale è unanimemente riconosciuto come il primo arcivescovo e capo.  
È ancora oggi molto venerato in Serbia, oggetto di studi e manifestazioni, non soltanto nel campo religioso e letterario ma anche artistico.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
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