Santi del 16 gennaio - Istituto Aveta

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Santi del 16 gennaio

Il mio Santo > Santi di Gennaio

*Sant'Accursio con: Ottone, Pietro,  Berardo e Adiuto (16 Gennaio)

Venerati come Santi dalla Chiesa cattolica, sono protomartiri dell'Ordine francescano, uccisi in Marocco il 16 gennaio  1220.
Biografia  
Berardo suddiacono, Pietro, Ottone sacerdoti e Adiuto e Accursio frati laici, provenienti da varie città d'Italia, tra i primi ad abbracciare la vita minoritica, furono i primi missionari inviati da San Francesco nelle terre dei Saraceni.
Da prima si portarono a Siviglia, in Spagna, dove iniziarono a predicare la fede di Cristo nelle moschee. Vennero malmenati, fatti prigionieri e condotti  davanti
al Sultano Miramolino, in seguito trasferiti in Marocco con l'ordine di non predicare più in nome di Cristo. Nonostante questo divieto continuarono a predicare il Vangelo, per questo furono di nuovo imprigionati e dopo essere stati sottoposti più volte alla fustigazione, decapitati il 16 gennaio 1220. San Francesco all'annuncio dell'uccisione dei suoi frati esclamò: "Ora posso dire con sicurezza di avere cinque Frati minori". Le salme vennero trasferite a  Coimbra, in Portogallo. Sant'Antonio di Padova ne fu testimone e avendo apprezzato molto il loro gesto eroico si convinse ad entrare nell'ordine dei Francescani.  Vennero canonizzati nel 1481 da Papa Sisto IV, anch'egli francescano, il 7 agosto 1481 (Bolla:  Cum alias).  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Accursio, pregate per noi.


*Sant'Adiuto - Protomartire dell'Ordine Francescano (16 Gennaio)

Sant'Adiuto con: Ottone, Pietro, Berardo e Accursio, venerati come Santi dalla Chiesa cattolica, sono protomartiri dell'Ordine francescano, uccisi in Marocco il 16 gennaio  1220.
Biografia
Berardo suddiacono, Pietro, Ottone sacerdoti e Adiuto e Accursio frati laici, provenienti da varie
città d'Italia, tra i primi ad abbracciare la vita minoritica, furono i primi missionari inviati da San Francesco nelle terre dei Saraceni.
Da prima si portarono a Siviglia, in Spagna, dove iniziarono a predicare la fede di Cristo nelle moschee.
Vennero malmenati, fatti prigionieri e condotti davanti al Sultano Miramolino, in seguito trasferiti in Marocco con l'ordine di non predicare più in nome di Cristo.
Nonostante questo divieto continuarono a predicare il Vangelo, per questo furono di nuovo imprigionati e dopo essere stati sottoposti più volte alla fustigazione, decapitati il 16 gennaio 1220.
San Francesco all'annuncio dell'uccisione dei suoi frati esclamò: "Ora posso dire con sicurezza di avere cinque Frati minori".  
Le salme vennero trasferite a  Coimbra, in Portogallo.
Sant'Antonio di Padova ne fu testimone e avendo apprezzato molto il loro gesto eroico si convinse ad entrare nell'ordine dei Francescani.
Vennero canonizzati nel 1481 da Papa Sisto IV, anch'egli francescano, il 7 agosto 1481 (Bolla:  Cum alias).
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Adiuto, pregate per noi.


*San Berardo di Calvi - Protomartire dell'Ordine Francescano (16 Gennaio)

Santi Berardo, Pietro, Otone, Accursio e Adiuto - Protomartiri dell’Ordine dei Frati  Minori (16 gennaio)  m. Marrakech (Marocco), 16 gennaio 1220
Berardo,  Pietro, Otone, Accursio e Adiuto furono i primi missionari inviati da San Francesco nelle terre dei Saraceni.  
Giunti nella Spagna, sprezzanti del pericolo, cominciarono a predicare la fede di Cristo nelle Moschee.
Condotti dinanzi al Sultano e imprigionati, e poi trasferiti nel Marocco con l’ordine di non predicare più il nome di Cristo, continuarono con estremo coraggio ad annunciare il Vangelo.
Per questo furono crudelmente torturati e, infine, decapitati il 16 gennaio 1220 per ordine del principe dei Mori. All’annuncio del glorioso martirio, San Francesco esclamò: “Ora posso dire con sicurezza di avere cinque Frati Minori”.
Furono canonizzati dal papa francescano Sisto IV nel 1481.
Martirologio Romano: Presso la città di Marrakesch in Mauritania nell’odierno Marocco, passione dei Santi Martiri Berardo, Ottone, Pietro, sacerdoti, Accorsio e Adiuto, religiosi, dell’Ordine dei Minori: mandati da san Francesco ad annunciare il Vangelo di Cristo ai musulmani, catturati a Siviglia e condotti a Marrakesch, per ordine del capo dei Mori furono trafitti con la spada.
La Chiesa universale venera il diacono Santo Stefano quale primo martire della cristianità, ma anche le Chiese  locali, nonché le congregazioni religiose, hanno da sempre prestato da sempre particolare venerazione ai loro protomartiri.
In data odierna è l’Ordine dei Frati Minori a festeggiare quei confratelli che per primi hanno versato il loro sangue a perenne testimonianza della loro fede cristiana: Berardo, Otone, Pietro, Accursio e Adiuto, questi i loro nomi, furono i primi missionari inviati da San Francesco nelle terre dei Saraceni.
Sei anni dopo la sua conversione, fondato l’Ordine dei Frati Minori, San Francesco si sentì acceso dal desiderio di martirio e decise di recarsi in Siria per predicare la fede e la penitenza agli infedeli. La nave su cui viaggiava finì però a causa del vento sulle rive della Dalmazia ed egli fu costretto a ritornare ad Assisi.
Il desiderio di ottenere la corona del martirio continuò comunque a pervadere il cuore di Francesco e pensò allora di mettersi in viaggio verso il Marocco per predicare il Vangelo di Cristo al Miramolino, capo dei musulmani, ed ai suoi sudditi. Giuntò in Spagna, fu però costretto nuovamente a fare ritorno alla Porziuncola da un’improvvisa malattia.
Nonostante i due insuccessi subiti, organizzò l’Ordine in province e provvide a mandare missionari in tutte le principali nazioni europee. Nella Pentecoste del 1219 diede inoltre licenza al sacerdote Otone, al suddiacono Berardo ed ai conversi Vitale, Pietro, Accursio, Adiuto, di recarsi a predicare il Vangelo ai saraceni marocchini, mentre egli optò per aggregarsi ai crociati diretti in
Palestina, al fine di visitare i luoghi santi e convertire gli infedeli indigeni.``Ricevuta la benedizione del fondatore, i sei missionari raggiunsero a piedi la Spagna. Giunti nel regno di Aragona, Vitale, capo della spedizione, si ammalò, ma ciò non impedì agli altri cinque confratelli di proseguire il loro cammino sotto la guida di Berardo. A Coimbra, in Portogallo, la regina Orraca, moglie di Alfonso II, li ricevette in udienza. Si riposarono alcuni giorni nel convento di Alemquer, beneficiando dell’aiuto dell’infanta  Sancha, sorella del re, che fornì loro degli abiti civili per facilitare la loro opera di apostolato tra i mussulmani. Così abbigliati, si imbarcarono alla volta della sontuosa città di Siviglia, a quel tempo capitale dei re mori.
Non propriamente prudenti, si precipitarono frettolosamente alla principale moschea ed ivi si misero a predicare il Vangelo contro l’islamismo. Furono naturalmente presi per folli e malmenati, ma essi non si scomposero e, recatisi al palazzo del re, chiesero di potergli parlare. Miramolino li ascoltò di malavoglia e, non appena udì qualificare Maometto quale falso profeta, andò su tutte le furie ed ordinò di rinchiuderli in un’oscura prigione. Suo figlio gli fece notare che farli decapitare subito sarebbe stata una sentenza troppo rigirosa, quanto sommaria, ed era dunque preferibile osservare perlomeno qualche formalità. Dopo alcuni giorni il sovrano li fece chiamare davanti al suo tribunale e, avendo saputo che desideravano trasferirsi in Africa, anziché rimandarli in Italia li accontentò imbarcandoli su un vascello pronto a salpare per il Marocco. Compagno di viaggio dei cinque missionari fu l’infante portoghese Don Pietro Fernando, fratello del re, assai desideroso di ammirare la corte di Miramolino. Sin dal loro arrivo nel paese africano, Berardo, conoscitore la lingua locale, prese subito a predicare la fede cristiana dinnanzi al re ed a criticare Maometto ed il Corano, libro sacro dei musulmani.
Miramolino li fece allora cacciare dalla città, ordinando inoltre che fossero rimandati nelle terre cristiane. Ma i frati, non appena furono liberati, rientrarono prontamente in città e ripresero a predicare sulla pubblica piazza. Il re infuriato li fece allora gettare in una fossa per farveli perire di fame e di stenti, ma essi, dopo tre settimane di digiuno, ne furono estratti in migliori condizioni rispetto a quando vi erano stati rinchiusi. Lo stesso Miramolino ne restò alquanto meravigliato. Ciò nonostante dispose per una seconda volta che fossero fatti ripartire per la Spagna, ma nuovamente essi riuscirono a fuggire e tornarono a predicare, finché l’infante di Portogallo non li bloccò nella sua residenza sotto sorveglianza, temendo che il loro eccessivo zelo potesse pregiudicare anche i cristiani componenti il suo seguito.
Un giorno Miramolino, per sedare alcuni ribelli, fu costretto a marciare con il suo esercito, richiedendo anche l’aiuto del principe portoghese. Quest’ultimo vi erano però anche i cinque francescani ed un giorno, in cui venne a mancare l’acqua all’esercito, Berardo prese una vanga e scavò una fossa, facendone scaturire un’abbondante sorgente di acqua fresca con innegabile grande meraviglia da parte dei mori.  
Continuando però a predicare malgrado la proibizione   del re, furono nuovamente fatti arrestare, sottoposti a flagellazione e gettati in prigione. Furono poi allora consegnati alla plebe, perché facesse vendicasse le ingiurie da loro proferite contro Maometto: furono così flagellati ai crocicchi delle strade e trascinati sopra pezzi di vetro e cocci di vasi rotti.   
Sulle loro piaghe vennero versati sale e aceto misti ad olio bollente, ma essi sopportarono tutti questi dolori con tale fortezza d’animo tanto da sembrare impassibili. Miramolino non poté che rimanere ammirato per tanta pazienza e rassegnazione e cercò dunque di convincerli ad abbracciare l’Islam promettendo loro ricchezze, onori e piaceri. I cinque frati però respinsero anche le cinque giovani loro offerte in mogli e perseverarono imperterriti nell’esaltare la religione cristiana.
A tal punto il Miramolino non resistette più a cotante avversioni e, preso dalla collera, impugnò la sua scimitarra e decapitò i cinque intrepidi confessori della fede: era il 16 gennaio 1220, presso Marrakech.
In tale istante le loro anime, mentre spiccavano il volo per il cielo, apparvero all’infanta Sancha, la loro benefattrice, che in quel momento era raccolta in preghiera nella sua stanza.
I corpi e le teste dei martiri furono subito fuori del recinto del palazzo reale. Il popolo se ne impadronì, tra urla e oltraggi di ogni genere li trascinò per le vie della città ed infine li espose sopra un letamaio, in preda ai cani ed agli uccelli. Un provvidenziale temporale mise però in fuga gli animali e permise così ai cristiani di recuperare i resti dei frati e trasportarli nella residenza dell’infante.  
Questi fece costruire due casse d’argento di differente grandezza. Nella più piccola vi depose le teste, mentre nella più grande i corpi martiri.
Tornando in Portogallo, portò infine con sé le preziose reliquie, che destinò alla chiesa di Santa Croce di Coimbra, ove sono ancora oggi sono oggetto di venerazione.
Tale esperienza fece maturare in Sant’Antonio da Lisbona (da noi conosciuto come Antonio di Padova) l’idea di passare dall’Ordine dei Canonici Regolari ai Frati Minori.
Appresa la notizia del martirio dei cinque suoi figli, San Francesco esclamò: “Ora posso dire che ho veramente cinque Frati Minori”.  
Furono canonizzati dal pontefice francescano Sisto IV nel 1481 ed il Martyrologium Romanum li commemora al 16 gennaio, anniversario del loro glorioso martirio.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Berardo, pregate per noi.  


*San Dana (Danatte) – Martire (16 gennaio)
IX secolo
Vissuto nel IX secolo, originario di Valona (Albania) , San Dana approdò nel Capo di Leuca insieme con
alcuni suoi connazionali.
Prestò servizio, come diacono, nel Santuario di Santa Maria di Leuca.
In seguito a una incursione di Mori, nell'approssimarsi delle navi saracene, il giovane diacono prese con sé la pisside con l'Eucaristia e fuggì verso Montesardo, luogo sicuro e difeso.
Ma lungo il percorso a 5 miglia da Leuca, in località "La Mora" fu raggiunto e ucciso in odio alla fede cristiana.
Ebbe il tempo di consumare le Sacre Particole per non esporle alla profanazione.
Sul Luogo del martirio sorge una stele marmorea, che dista circa 200 metri dal paesino che porta il suo nome.
La festa si celebra il 16 gennaio.
Martirologio Romano: A Valona nell’Illirico, nell’odierna Albania, San Danacte, Martire.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Fursa (Furseo) – Abate (16 gennaio)

m. Mezerolles, Francia, 648/650 circa
Nacque forse sulla costa occidentale irlandese, nei pressi di Lough Corrib, nella contea di Galway, o forse sull'isoletta di Inchiquin.
Rispetto ai numerosi altri primi santi irlandesi dei quali ben poco è stato tramandato, possediamo invece parecchi elementi della vita di Fursa, soprattutto grazie alla «Storia Ecclesiastica» scritta da San Beda il Venerabile entro un secolo dalla sua morte, basandosi su racconti di testimoni oculari.
Secondo Beda, Fursa fondò un monastero a Rathmat, nome fittizio forse inventato da una leggenda successiva.
Trascorso un periodo come predicatore itinerante, con i confratelli San Foillan e Sant'Ultan si trasferì in Inghilterra.
Qui il re dell'Est Anglia Sigeberto II, venerato come martire, lo ricevette cortesemente e gli affidò l'antica  fortezza di Cnobheresburg perché la trasformasse in un monastero.
Il Santo sovrano morì poi in battaglia il 27 settembre 637 e negli anni successivi Fursa si recò in Gallia, ove fu ricevuto con tutti gli onori dal re Clodoveo II.  
Fondò poi un monastero a Lagny-sur-Marne, su un terreno donatogli dal governatore della Nesturia Ercinoaldo.  
Il Santo abate morì tra il 648 ed il 650 presso Mezerolles, nella regione della Somme, durante un viaggio. (Avv.)  
Martirologio Romano: A Mézières presso il fiume Authie in Francia, San Fúrseo, abate dapprima in Irlanda, poi in Inghilterra, quindi in Francia, dove fondò il monastero di Lagny.
San Fursa nacque con ogni probabilità sulla costa occidentale irlandese, nei pressi di Lough Corrib, nella contea di  Galway, o forse sull’isoletta di Inchiquin.
Rispetto ai numerosi altri primi santi irlandesi dei quali ben poco è stato tramandato, possediamo invece parecchi elementi della vita di Fursa, il cui nome si presenta talvolta nelle varianti di
Fursay, Fursae o Fursu, al quale viene dato un grande risalto nella celebre Storia Ecclesiastica scritta da San Beda il Venerabile entro un secolo dalla sua morte, basandosi perciò in gran parte su racconti di testimoni oculari.
Non riuscendo però forse a trovare grandi informazioni sulla prima parte della sua vita, lo storico seguì il classico schema del pellegrinaggio, a cui si avviò abbandonando la sua vita agiata.
Il viaggio intrapreso, che lo portò in un primo momento a lasciare la patria per ricevere una migliore formazione, lo ricondusse poi in patria, ove fondò un monastero a Rathmat, nome fittizio forse inventato da una leggenda successiva.
Trascorso un periodo come predicatore itinerante, con i confratelli San Foillan (31 ottobre) e Sant’Ultan (2 maggio) si trasferì in Inghilterra e più precisamente nell’Anglia orientale.
San Beda narrò nelle sue cronache: “Vive ancora un fratello molto anziano nel nostro monastero, il quale è solito raccontare che un uomo pio e veritiero gli aveva detto di aver visto Fursa in persona nella terra degli angli orientali e di aver udito quelle visioni proprio  dalla sua bocca.
Le visioni riguardavano la lotta tra bene e male ed includevano una delle prime testimonianze raccolte su visioni della vita dell’aldilà, in cui Fursa vide il paradiso e l’inferno, angeli e demoni, e quattro grandi fuochi pronti a bruciare chi si era macchiato di diversi tipi di peccato, tutti riuniti insieme per mettere alla prova ogni uomo secondo i meriti delle sue opere”.
Il re dell’Est Anglia San Sigeberto II (27 settembre), venerato come martire, lo ricevette cortesemente ed affidò a lui ed ai suoi compagni l’antica fortezza di Cnobheresburg perché la trasformassero in un monastero.
Il Santo sovrano morì poi in battaglia il 27 settembre 637 e negli anni successivi Fursa si recò in Gallia, ove fu ricevuto con tutti gli onori dal re Clodoveo II.  
Fondò poi un monastero a Lagny-sur-Marne, su un terreno donatogli dal governatore della Nesturia Ercinoaldo.
Il santo abate morì tra il 648 ed il 650 presso Mezerolles, nella regione della Somme, durante un viaggio.
In seguito le sue reliquie vennero traslate in Piccardia nel monastero irlandese di Péronne, per poi essere riposte nel 654 in un “sacrario a forma di cassetta”, ritenuto opera del fabbro Sant’Eligio.
Nel 1056 i suoi poveri resti furono nuovamente spostati e gran parte di essi furono preservati sino alla Rivoluzione francese.
Il reliquiario contenebte la sua testa sopravvisse addirittura ai bombardamenti della guerra franco-prussiana del   1870.
Il Martyrologium Romanum ricorda San Fursa al 16 gennaio, quale abate prima in Irlanda, poi in Inghilterra ed infine in Francia.  
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Fursa, pregate per noi.

 

*San Giacomo di Tarantasia - Protovescovo di Moûtiers (16 gennaio)
m. Arles, Francia, 16 gennaio 429
San Giacomo è considerato l’evangelizzatore della Tarantasia, subregione della Savoia, e primo vescovo di Moûtiers, cittadina capoluogo di questa grande vallata.
Proveniva dalla Siria ed aveva prestato servizio nell’esercito persiano. Sant’Onorato lo condusse con sé nella Gallie ed infine con lui nacque al Cielo il 16 gennaio 429. Il Martyrologium Romanum li commemora infatti entrambi proprio in tale anniversario.
Emblema: Bastone pastorale, Mitra  
Martirologio Romano: A Moûtiers, nell’odierna Savoia, in Francia, San Giacomo, Vescovo, discepolo di Sant’Onorato di Lérins.
Il San Giacomo venerato in data odierna fu spesso confuso dalla pietà popolare con l’omonimo apostolo detto “il Maggiore”, in quanto entrambi venerati su una delle molteplici strade che conducevano dall’Europa centrale verso il grande santuario di Santiago de Compostela sull’Atlantico. Nella Francia medioevale parecchi santi di nome Giacomo erano venerati in svariati luoghi.
Sovente l’oggetto della venerazione era una reliquia, ma talvolta ci si trovava di fronte anche ad interi corpi, come per esempio a Toulouse, Angers e Grenoble.
Agli occhi degli ignari fedeli non vi era che un San Giacomo, cioè il celebre apostolo di Compostela, e nessuno era solito preoccuparsi se in realtà ci si trovasse dinnanzi ad altri personaggi. I vari corpi interi sepolti in qualche chiesa non erano sempre percepiti come dei concorrenti del santuario spagnolo, ma tutti invece contribuivano a diffondere tale leggenda.

Occorre dunque innanzitutto ripercossero la vita del santo oggi in questione, per rimettere in ordine in cotanta confusione. Notizie in merito ci sono pervenute da un testo del XII secolo, ritrovato cinque secoli dopo negli archivi dell’arcivescovado. Di questo documento oggi scomparso, si conservano però ancora quattro copie parziali o dei riassunti: tra di essi ve ne è uno ad Aosta risalente al XIV secolo.
Giacomo, di origini siriane, prestava servizio nell’armata del re di Persia e si convertì grazie all’esempio dei numerosi cristiani che morivano vittime di persecuzioni.
Non appena ricevuto il battesimo, incontrò il celebre Sant’Onorato, fondatore del monastero di Lérins e venerato anch’egli oggi, e suo fratello San Venanzio. Quando quest’ultimo morì presso Méthone, Onorato fece ritorno in Gallia portando con sè Giacomo, che divenne monaco a Lérins.
Quando Onorato divenne vescovo di Arles, si preoccupò non solo di evangelizzare la Provenza, ma anche alcune  zone circostanti, tra le quali la Tarentaise (nome italianizzato in Tarantasia), subregione della Savoia: dopo avergli conferito gli ordini maggiori, inviò dunque Giacomo quale primo missionario nel 420 circa.
Giunto nella grande vallata, fu ben accolto dalla popolazione locale ed intraprese la costruzione di una chiesa dedicata a Santo Stefano. Tre anni dopo, però, la Tarantasia fu invasa dai burgundi e San Giacomo ed i suoi compagni furono costretti a tornare sui loro passi. Sant’Onorato gli conferì la consacrazione episcopale e nel 426 circa il novello Vescovo, tornato nella sua terra di missione, stabilì la sua sede presso Moûtiers, cittadina capoluogo. Durante il suo episcopato, San Giacomo si rivelò anche potente taumaturgo ed eccessivo sarebbe dilungarsi sui numerosi prodigi che le leggende gli attribuirono.
Dopo soli tre anni lasciò il governo della diocesi, designando un certo San Marcello quale suo successore.
Quest’ultimo a dir la verità non è però incluso negli “Acta sanctorum”. San Giacomo aveva ormai avvertito l’ormai prossima fine della sua vita terrena e preferì far ritorno ad Arles dal suo maestro Sant’Onorato. Morirono entrambi il 16 gennaio 429 e ciò giustifica anche il fatto che il Martyrologium Romanum li ricordi insieme in tale anniversario. Di San Giacomo non resta che qualche reliquia.
Nel XVI secolo monsignor Jean-Philippe Grolle fece redigere un Breviario ed un Messale riportanti testi liturgici propri per la festa del santo protovescovo, nonché alcuni cenni storici sulla sua vita.
L’antica diocesi alpina giunse nel corso dei secoli ad essere sede metropolitana, avendo come suffraganee le Chiese di Sain-Jeanne-de-Maurienne, Sion nel Vallese svizzero ed Aosta sul versante italiano, dalle quali era in realtà separata da aspre catene montuose.  
L’avvento dell’impero napoleonico e la conseguente riforma della suddivisione ecclesiastica del territorio francese segnarono però la fine di questa gloriosa Chiesa locale, che fu accorpata all’Arcidiocesi di Chambery, comprendente l’intero Dipartimento della Savoia.
Fortunatamente neppure gli sconvolgimenti che attraversarono la Francia tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo sono riusciti a cancellare la memoria di San Giacomo, nonché di molti altri santi che contribuirono secoli or sono all’evangelizzazione delle Gallie.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - San Giacomo di Tarantasia, pregate per noi.


*Santa Giovanna da Bagno di Romagna - Monaca Camaldolese (16 gennaio)

m. Bagno di Romagna, Forlì, 16 gennaio 1105
Patronato:
Bagno di Romagna (FC)
Etimologia: Giovanna = il Signore è benefico, dono del Signore, dall'ebraico
Emblema: Giglio
Martirologio Romano: A Bagno di Romagna, Santa Giovanna, Vergine, che, accolta nell’Ordine Camaldolese, rifulse in sommo grado per obbedienza e umiltà.
Circa Santa Giovanna da Bagno di Romagna, festeggiata in data odierna, sono disponibili veramente assai poche  notizie storiche.
Giovanna visse nel XI secolo e, consacrata a Dio sin da fanciulla, cammino a grandi passi sulla via della santità e conservò intatto il giglio della verginità.  Fu compagna di Sant’Agnese da Bagno di Romagna (29 gennaio) nel convento camaldolese di Santa Lucia, presso Bagno di Romagna, in provincia di Forlì.
Quando la santa monaca Giovanna vi morì nel 1105, le campane non esitarono a suonare spontaneamente a festa. Venerata in tutta la diocesi di Borgo San Sepolcro e patrona del suo paese, il culto fu ufficialmente confermato dalla Santa Sede il 15 aprile 1823, insieme con Sant’Agnese.
Il Martyrologium Romanum la ricorda al 16 gennaio, “splendido esempio di obbedienza e di umiltà”, mentre il Menologio Camaldolese ha optato per una data differente, il 13 febbraio.
Le due sante camaldolesi sono anche raffigurate in un affresco nella Chiesa di Camaldoli.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beata Giovanna Maria Condesa Lluch (16 gennaio)

Valencia, Spagna, 30 marzo 1862 - 16 gennaio 1916
Nata a Valencia nel 1862 in una famiglia agiata, fin da giovanissima prese anche lei a cuore la condizione delle donne operaie, che vedeva dalla sua carrozza.  
A ventidue anni, superate le resistenze del vescovo che la riteneva troppo giovane per questo compito, aprì una casa di accoglienza per le giovani operaie.  
Fu l'embrione di quella che sarebbe diventata la congregazione delle Operaie dell'Immacolata Concezione.
Morì il 16 gennaio 1916.
Martirologio Romano: A Valencia in Spagna, Beata Giovanna Maria Condesa Lluch, Vergine, che con sollecito spirito di carità e di sacrificio si dedicò ad assistere in umile laboriosità i poveri, i fanciulli e le giovani operaie, per la cui tutela e istruzione fondò la Congregazione delle Ancelle dell’Immacolata Concezione Protettrici delle Operaie.
Giovanna Maria Condesa Lluch nacque a Valencia (Spagna) il 30 marzo 1862, in una famiglia cristiana di buona posizione socio-economica.
Fu battezzata il 31 marzo 1862 nella chiesa di Santo Stefano, nella quale furono battezzati anche San Vincenzo Ferrer e San Luigi Bertrán. Ricevette una
accurata formazione umana e cristiana, che contrastava con la mentalità razionalista che si apriva lentamente nella società valenciana del momento e che dette luogo ad una ondata di scristianizzazione.
Nel periodo dell'adolescenza e della gioventù, rafforzò la sua vita come cristiana, nutrendosi delle devozioni religiose proprie del momento storico in cui visse, specialmente della devozione a Gesù Sacramentato, all'Immacolata Concezione, a San Giuseppe e a Santa Teresa che la portarono, a loro volta, ad acquisire progressivamente una maggiore sensibilità ed impegno verso i più bisognosi.
Molto presto scoprì il dono dell'amore di Dio che stava sfociando abbondantemente nel suo cuore (cfr. Rm 5, 5) e fece propria la missione di accogliere questo dono nella sua vita allo scopo di essere «Santuario di Dio, dimora dello Spirito» (cfr. 1 Cor 3, 16).
La sua intensa vita di preghiera, la sua costante relazione con Dio, furono la forza che resero possibile che in ella maturassero i frutti propri di colui che vive secondo lo Spirito: la gioia,  l'umiltà, la costanza, il dominio di se stesso, la pace, la bontà, la dedizione, la laboriosità, la solidarietà ... la fede, la speranza e l'amore. Per tutto questo, coloro che la conobbero ce la presentano come una donna che «Riuscì a vivere l'ordinario in modo straordinario».
Aveva appena 18 anni, quando scoprì che la volontà di Dio sulla sua vita era quella di darsi tutta ed abbandonarsi del tutto alla causa del Regno, per mezzo dell'evangelizzazione e del servizio alla donna operaia, interessandosi alle condizioni di vita e lavorative di queste giovani: una realtà di sofferenza che osservava dalla carrozza che la conduceva da Valencia alla spiaggia di Nazaret, dove la famiglia aveva una casa per riposo e sollievo.
Nel 1884, dopo vari anni di difficoltà ed ostacoli posti, specialmente, dall'allora Arcivescovo di Valencia, il Cardinale Antolín Monescillo, che la reputava troppo giovane per portare a compimento la proposta che gli fece di fondare una Congregazione Religiosa, ottenne da questo il permesso necessario per aprire una casa che accogliesse, formasse e ridesse dignità alle operaie che, dato il crescente processo di industrializzazione del secolo XIX, si spostavano dai paesi alla città per lavorare nelle fabbriche, dove erano considerate meri strumenti di lavoro; «Grande è la tua fede e la tua costanza.
Vai ed apri un asilo per queste operaie per le quali con tanta sollecitudine ti interessi e per le quali il tuo cuore sente tanto affetto».
Alcuni mesi dopo, in questa stessa casa si inaugurò una scuola per le figlie delle operaie; altre giovani si unirono al suo progetto condividendo gli stessi ideali. Da questo momento cominciò a prendere forma nella sua vita quello che sperimentò come volontà di Dio: «Io e tutto il mio per le operaie».
Non si trattava di una frase fatta, era lo spazio che rendeva possibile la chiamata di Dio e la risposta di una persona, Giovanna Maria Condesa Lluch.
Convinta che la sua opera fosse frutto dello Spirito e desiderosa che divenisse una realtà ecclesiale, continuò ad insistere per ottenere il permesso di potersi organizzare come Congregazione Religiosa e così seguire Cristo, dando la vita per Lui nel servizio alle operaie, un impegno che le richiese l'esclusività e, da qui, la sua scelta di vivere in castità, in obbedienza ed in povertà in modo radicale.
Purificata nella prova e mantenendo uno spirito sereno, fermo e fiducioso: «Signore, mantienimi ferma accanto alla tua Croce», facendo della fede la sua luce, della speranza la sua forza e dell'amore la sua anima, ottenne l'approvazione diocesana dell'Istituto nel 1892, che crebbe in membri e si estese in diverse zone industriali; nel 1895 emise la Professione temporanea insieme alle prime suore e nel 1911 la Professione perpetua.
Durante tutti questi anni la sua vita, vissuta sull'esempio della Vergine Immacolata, fu una donazione incondizionata alla volontà di Dio, facendo sue le parole di Maria all'annuncio dell'Angelo: «Eccomi sono l'ancella del Signore, si faccia di me secondo la tua parola» (Lc 1, 38), parole che si trasformarono in chiave di spiritualità e in stile di vita, fino al punto di definirsi come «ancella della Ancella del Signore» e di dare nome e significato alla Congregazione da lei fondata.
Il 16 gennaio 1916, Madre Giovanna Maria Condesa Lluch passò a contemplare il volto di Dio per tutta l'eternità, raggiungendo quell'anelito di santità manifestato tante volte alle suore con queste parole: «Essere santa nel cielo, senza alzare polvere sulla terra».
Espressione che denota come la sua vita sia trascorsa secondo lo Spirito di Cristo Gesù, coniugando la più sublime delle esperienze, l'intimità con Dio, con l'impegno che le giovani operaie raggiungessero anche questa sublime vocazione, essere immagine e somiglianza del Creatore, e che pose come manifesto il suo essere «Donna biblica, piena di coraggio nelle scelte ed evangelica nelle opere», così come fu definita da uno dei Consultori Teologi che ne studiò le virtù.
L'Istituto, nutrito dalla ferma volontà della sua Fondatrice, il 14 aprile 1937 ottenne l'approvazione temporanea pontificia da parte di Sua Santità Pio XI ed il 27 gennaio 1947 l'approvazione definitiva da parte di Sua Santità Pio XII. L'apertura diocesana del Processo di Canonizzazione di Madre Giovanna Maria avvenne a Valencia nel 1953.  
Furono approvate le sue virtù eroiche nel 1997 ed il 5 luglio 2002, alla presenza di Sua Santità Giovanni Paolo II, fu promulgato il Decreto di approvazione di un miracolo attribuito alla sua intercessione. Papa Giovanni Paolo II l'ha proclamata Beata il 23 marzo 2003.  
(Fonte: Santa Sede - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Giovanna Maria Condesa Lluch , pregate per noi.


*Beato Giuseppe Tovini - Laico Cattolico, Terziario Francescano (16 gennaio)

Cividate Camuno, Brescia, 14 marzo 1841 - Brescia, 16 gennaio 1897
"Le nostre Indie sono le nostre scuole". Voleva diventare missionario il Beato bresciano Giuseppe Tovini. E nei suoi 55 anni di vita (nacque a Cividate Camuno nel 1841 e morì a Brescia nel 1897) fu un apostolo nei campi più diversi del sociale: la scuola, appunto, e poi l'avvocatura, il giornalismo, le banche, la politica, le ferrovie, le società operaie, l'università.
Dopo gli studi, lavorò presso l'avvocato bresciano Corbolani. Ne sposò la figlia Emilia, con cui ebbe 10 bambini.
Innumerevoli le cariche che ricoprì e le istituzioni cui diede vita: sindaco, consigliere provinciale e comunale, presidente del Comitato diocesano dell'Opera dei congressi; fondatore di casse rurali, della Banca San Paolo di Brescia, del Banco Ambrosiano di Milano, del quotidiano «Il Cittadino di Brescia» e della rivista «Scuola italiana moderna», di varie altre opere pedagogiche e dell'«Unione Leone XIII», che sfocerà nella Fuci.
Attività che traevano linfa da un'intensa vita spirituale di stile francescano (era terziario). (Avvenire)
Martirologio Romano: A Brescia, Beato Giuseppe Antonio Tovini, che, maestro, aprì molte scuole cristiane e fece costruire opere pubbliche, dando sempre, in ogni sua attività, testimonianza di preghiera e di virtù.
Ecco un laico impegnato nell’apostolato, partecipe dei fermenti politici, religiosi, culturali del suo tempo, in una Brescia in continua evoluzione storica.
Giuseppe Tovini nacque a Cividate Camuno, nella provincia bresciana il 14 marzo 1841, primo di sette fratelli; ebbe sin dall’infanzia un’educazione particolarmente austera, secondo le tradizioni
religiose e morali del luogo, influenzate da un sottile giansenismo, diffuso un po’ dovunque in Val Camonica e nel suo paese.
A ciò si aggiunse la ferrea disciplina delle scuole elementari frequentate a Cividate e poi a Breno. Nel 1852 a 11 anni, entra nel Collegio municipale di Lovere dove rimane per sei anni, ma le condizioni economiche della famiglia, non gli permettono più di restare a continuare gli studi intrapresi; interviene in aiuto uno zio sacerdote che gli fa ottenere un posto gratuito presso il Collegio per giovani poveri, fondato a Verona dal Servo di Dio don Nicola Mazza.
Nel luglio 1859 gli muore il padre e lui si trova a 18 anni con cinque fratelli minori da mantenere, con una situazione economica disastrosa. Abbandona così l’idea di farsi missionario, dopo lunga e sofferta meditazione sul proprio stato; per tutti era chiaro, data la sua vita di giovane integerrimo e religioso, che si sarebbe fatto sacerdote, quindi fu grande meraviglia quando Giuseppe Tovini, conseguita la licenza liceale nel 1860, si scrive come privatista alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova, per gli anni 1860-64.
Un sacerdote lo aiuta a rimanere ospite del collegio “Mazza”, trovandogli un lavoro presso lo studio di un avvocato; il piccolo stipendio viene arrotondato dando lezioni private. Il 7 agosto 1865, si laurea brillantemente, ma la gioia è offuscata dalla perdita della mamma, avvenuta cinque mesi prima; la laurea fu presa all’Università di Pavia, dove si era trasferito un anno prima, sembra per avere un titolo valevole nel territorio del Regno d’Italia.
Si mette a lavorare presso gli studi di un avvocato e di un notaio di Lovere, mentre ha anche il compito di vicerettore e professore nel Collegio municipale locale, questo incarico durerà due anni, con la soddisfazione di tutti; si distingue perché è il solo a recitare le preghiere prima e dopo le lezioni e far la Comunione ogni domenica.
Nel 1867 si trasferisce a Brescia, dove divenuto avvocato, entra nello studio dell’avv. Corbolani in via Palazzo Vecchio, e qui poi prende la decisione definitiva della sua vita, scegliendo il matrimonio.
Il 6 gennaio 1875 si unisce in matrimonio con Emilia Corbolani, figlia del titolare dello studio dove lavora. Dalla loro unione nascono ben 10 figli, di cui uno diverrà sacerdote e due religiose; si dimostra padre affettuoso e premuroso, educatore attento ad inculcare nei figli i principi della morale cattolica, inflessibile nel reprimere le deviazioni.
Dal 1871 al 1874 viene eletto sindaco di Cividate, che poi gli dedicherà un monumento nella piazza, promuove varie iniziative per attuare opere pubbliche, sgrava il Comune dai molti debiti; fonda nel 1872 la Banca di Vallecamonica in Breno, di cui stende lo Statuto; inizia gli studi per un collegamento ferroviario che va da Brescia ad Edolo, per risollevare l’economia della Valle, opera che sarà realizzata dopo la sua scomparsa.
Sempre seguito e consigliato da dotti e santi sacerdoti, partecipa alla Fondazione del quotidiano “Il Cittadino di Brescia” pubblicato dal 13 aprile 1878, di cui diventa amministratore; sempre dal 1878 diviene Presidente del Comitato diocesano dell’Opera dei Congressi e da lì in poi, il suo ruolo nelle attività e iniziative istituite dalla diocesi, diviene di primaria importanza; percorre tutta la Provincia per promuovere ben 145 comitati parrocchiali.
Si candida come cattolico alle elezioni amministrative, venendo eletto come consigliere provinciale e poi dal 1882 consigliere comunale di Brescia, incarico che terrà fino alla morte. Per brevità di spazio si omette di descrivere tutte le innumerevoli iniziative ed istituzioni da lui ispirate, promosse, fondate in Brescia e Lombardia, come pure a livello nazionale, nel campo della scuola, della stampa, istituti di credito, opere pie, assistenziali, caritative, sociali.
La preoccupazione di una sempre più profonda presenza della Chiesa nel mondo del lavoro, lo induce a partire dal 1881, a fondare le ‘Società Operaie Cattoliche’ che cominciando da Lovere si estenderanno in tutta la Lombardia, tanto che nel 1887 queste fiorenti Società possono celebrare il loro primo congresso.  
Nel 1885 propone la fondazione dell’ “Unione diocesana delle società agricole e delle Casse Rurali”; nel 1888 fonda a Brescia la ‘Banca S. Paolo’ e nel 1896 a Milano il ‘Banco Ambrosiano’.
Nel 1882 fonda l’asilo “Giardino d’Infanzia di S. Giuseppe” e il collegio “Ven. A. Luzzago”; il Patronato degli Studenti nel 1889; l’Opera per la conservazione della fede nelle scuole d’Italia, nel 1890.
Nel 1892 promuove l’erezione di Circoli universitari cattolici, collabora alla fondazione della “Unione Leone XIII” di studenti bresciani, da cui nascerà la FUCI. Nel 1893 fonda la rivista pedagogica e didattica “Scuola Italiana Moderna”, primo periodico cattolico a diffusione nazionale per i maestri.  
L’educazione cristiana, l’azione pedagogica, la scuola, costituiscono la sua opera preminente, per questa si sente  apostolo e missionario, dice: “ le nostre Indie sono le nostre scuole”.
Il dinamismo di Giuseppe Tovini si rivela veramente sorprendente, se si considera la sua gracile costituzione fisica   e le cagionevoli condizioni di salute, che a partire dal 1891, andranno man mano peggiorando. Egli oltre ciò che è stato detto, fu soprattutto uomo di Dio, la sua pietà, il suo ritmo di vita devoto, il suo fervore eucaristico, la devozione alla Madonna, lo spirito e la visione francescana da terziario della vita, il profondo ‘senso della Chiesa’, non sono divisi dall’esercizio eroico delle virtù teologali e cardinali. L’avvocato bresciano, dopo aver percorso il suo cammino terreno di apostolo laico, muore a soli 55 anni il 16 gennaio 1897.  
La sua salma il 10 settembre 1922 fu solennemente traslata dal cimitero alla chiesa di S. Luca in Brescia, dove riposa tuttora. L’8 maggio 1948 si aprirono i processi per la sua beatificazione, conclusasi con la solenne cerimonia della proclamazione, celebrata da Papa Giovanni Paolo II a Brescia, il 20 settembre 1998.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giuseppe Tovini, pregate per noi.


*Beato Giuseppe Vaz – Missionario (16 gennaio)
Benaulim, Goa, India, 21 aprile 1651 - Kandy, Ceylon, 16 gennaio 1711
Joseph Vaz è stato il primo indiano a essere elevato alla gloria degli altari. Nacque nello stato di Goa sulla costa del Malabar nel 1651, quando la zona era dominio portoghese.
Divenne sacerdote nel 1676 all'interno della Congregazione di san Filippo Neri (Oratoriani).
Andò poi missionario a Ceylon (oggi Sri Lanka), dove gli olandesi della Compagnia delle Indie avevano espulso i missionari e minacciato di morte qualsiasi prete fosse stato sorpreso sull'isola.
Portò perciò clandestinamente il suo aiuto ai cattolici del luogo e arrivò sino alla capitale Colombo. Tradusse il Vangelo nelle lingue tamil e cingalese. Morì a Kandy nel 1711.  É Beato dal 1995. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Kandy nello Sri Lanka, nell’Oceano Indiano, Beato Giuseppe Vaz, Sacerdote della Congregazione dell’Oratorio: percorrendo con mirabile ardore faticosi sentieri tra i campi confermò instancabilmente nella fede i cattolici dispersi e nascosti, predicando con zelo il Vangelo della salvezza.
Il primo indiano  ad essere innalzato alla gloria degli altari; José Vaz nacque a Benaulim (Goa) allora possedimento portoghese dell’India sulla costa del Malabar, il 21 aprile 1651.
A Goa compì gli studi universitari e poi si diede allo stato ecclesiastico ricevendo l’ordinazione sacerdotale nel 1676.
Il patriarca di Goa lo mandò nel Kanara a svolgere il suo apostolato, rimase nella zona per alcuni anni, distinguendosi come pastore zelante.
Costituì una comunità di sacerdoti sotto la Regola di San Filippo Neri (oratoriani) stabilendosi a Velha Goa, ma poi si  allontanò per andare missionario a Ceylon (attuale Sri Lanka) da dove erano stati espulsi tutti i missionari cattolici ad opera degli accesi calvinisti olandesi della Compagnia delle Indie, che fra l’altro avevano minacciato di morte tutti i preti che avessero sorpreso.

Conscio del pericolo che correva, José Vaz sbarcò clandestinamente a Jaffna nel 1686 e sia pur con difficoltà, cercò di rimettersi in contatto con i fedeli cattolici singalesi che tenevano nascosta la loro fede, celebrando per loro la Messa di notte.
Dalla costa si spinse successivamente, fino alla capitale Colombo e penetrando all’interno, fermandosi nel regno di Kandy, rimasto indipendente dall’occupazione portoghese e olandese, dove fu anche arrestato perché straniero, ma in seguito ad un fatto portentoso, suscitato da lui stesso, fu liberato con la facoltà di girare libero per il regno, dove poté così esercitare il suo fruttuoso apostolato.
Nel 1696 fu raggiunto da un gruppo di confratelli oratoriani e quindi costituì una missione per tutta l’isola che ebbe un grande sviluppo, al punto che all’inizio del XVIII secolo si contavano a Ceylon, circa centomila cattolici praticanti; rifiutò la carica di vicario apostolico per l’isola per rimanere umile missionario, tradusse il  catechismo e le preghiere nelle due lingue locali, il tamil e il singalese, adattando la tematica missionaria agli usi e civiltà locali.
Stremato nelle forze, José Vaz si addormentò nel Signore il 16 gennaio 1711 a Kandy, divenuta la base di ogni attività missionaria a Ceylon.
É stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 21 gennaio 1995 a Colombo nello Sri Lanka.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Leobazio – Abate (16 gennaio)

Martirologio Romano: Nei dintorni di Tours nella Gallia lugdunense, nell’odierna Francia, commemorazione di San Leobazio, abate, che, posto dal suo maestro Sant’Orso a capo del monastero di Sénevière da poco fondato, perseverò in somma santità fino ad avanzata vecchiaia.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Marcellino I – 30° Papa - Patrono degli stallieri (16 gennaio)

m. 16 gennaio 309
(Papa dal 27/05/308 al 16/01/309)
Non si sa molto su di lui perché le fonti sono incerte e a lungo è stato confuso con San  Marcellino, Papa morto martire verso il 304.
Sembra che suo merito sia stato aver ristrutturato le parrocchie devastate dalla persecuzione di Diocleziano e aver mostrato rigore nei “lapsi” che pretendevano di essere  ammessi ai sacramenti senza aver compiuto la prescritta penitenza.
Etimologia: Marcello, diminutivo di Marco = nato in marzo, sacro a Marte, dal latino
Martirologio Romano: A Roma nel cimitero di Priscilla sulla Via Salaria Nuova, deposizione di San Marcellino I, Papa, che, come attesta San Damaso, vero pastore, fieramente osteggiato dagli apostati che rifiutavano la penitenza da lui stabilita e disonorevolmente denunciato presso il tiranno, morì esule scacciato dalla patria.
San Marcello è anche un problema. Anzi, un groviglio di problemi, perché sulla sua figura fanno confusione anche  i documenti antichi: Martirologio Romano e Geronimiano, Catalogo Liberiano, Liber pontificalis...
E i dati contrastanti si possono capire: quelli di Marcello I erano tempi di sconvolgimento per la vita di tutta la Chiesa, in Roma e altrove, a causa della persecuzione che va sotto il nome dell’imperatore Diocleziano, ma che è stata voluta dal suo “vice”, e poi successore, Galerio (morto nel 311).
Secondo il grande storico tedesco Theodor Mommsen e altri studiosi, addirittura Marcello non sarebbe stato vero Pontefice, bensì un semplice prete romano, che per qualche tempo può aver funzionato da reggente della Chiesa, dopo la morte di papa Marcellino nel 304.
Ma il pontificato di Marcello I, dopo alcuni anni oscuri, è bene attestato dalle fonti antiche.
E di lui si sottolinea il comportamento nel dopo-persecuzione, verso i cosiddetti lapsi (ossia “caduti”, “scivolati”), come si chiamavano i cristiani che per paura avevano rinnegato la fede.
Altrove (in Africa, per esempio) molti vogliono escluderli per sempre dalla Chiesa.
Marcello non è così severo: li accoglierà, sì, ma soltanto dopo un periodo di penitenza.
A questo proposito si cita l’elogio di Marcello dettato da papa Damaso I (366-384): "Manifestò ai lapsi l’obbligo di espiare il loro delitto con lacrime di penitenza: da quei miserabili fu considerato come un terribile nemico...
Per il delitto di uno, che anche durante la pace rinnegò Cristo, Marcello è stato deportato, vittima della crudeltà di un tiranno".  
Il Martirologio Romano, infatti, dice che fu perseguitato e costretto a fare lo stalliere  nelle scuderie della posta imperiale, mentre secondo il Liber pontificalis lo mandarono in esilio.
Ma queste narrazioni non sono considerate attendibili. Nelle fonti antiche troviamo anche differenti date del pontificato e della morte.
Seguendo il Martirologio Romano, oggi la Chiesa commemora Marcello I il 16 gennaio.
Sappiamo infine con certezza che egli è stato sepolto nel cimitero detto di Balbina, lungo la Via Ardeatina, a Roma.  
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Melas - Vescovo di Rhinocolura (16 gennaio)

Martirologio Romano: A Rinocorura in Egitto, San Melas, vescovo, che, dopo aver patito l’esilio per la retta fede sotto l’imperatore ariano Valente, riposò in pace.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Onorato di Arles – Vescovo (16 gennaio)

Trèves, Francia, 370 circa - Arles, Francia, 16 gennaio 429
Martirologio Romano:
Ad Arles nella Provenza in Francia, Sant’Onorato, Vescovo, che fondò il celebre monastero sull’isola di Lérins e accettò il governo della Chiesa di Arles.
Le origini di Sant’Onorato affondano in una famiglia consolare romana, poi stabilitasi nelle Gallie. Ricevuta una solida educazione pagana, si convertì comunque al cristianesimo con suo fratello maggiore Venanzio. I due subirono l’influenza di San Caprasio, eremita presso l’isola di Lérins, al largo della Costa Azzurra, dirimpetto all’odierna Cannes, e tentarono di emulare il suo stile di vita, ma furono ostacolati dal padre con ogni mezzo.
Ai santi fratelli non rimase allora che abbandonare la terra natia e, preso con sé Caprasio, salparono per la  Grecia alla ricerca di un deserto adatto lalla vita ascetica. L’ardua impresa si rivelò disastrosa: Venanziò morì ben presto e gli altri due, ammalatisi, furono costretti a tornare sui loro passi. Giunti finalmente in Gallia, si ritirarono a vita eremitica tra le colline sopra Fréjus, nell’entroterra provenzale. Grazie ad alcuni discepoli di San Martino di Tours, Onorato venne a conoscenza della Regola di San Pacomio, fondatore in Oriente del monachesimo cenobitico.
Verso l’anno 405 tornò allora sulla costa, sempre in compagnia di Caprasio, scelse l’isola più distante dalla terraferma tra quelle dell’arcipelago di Lérins, e vi fondò una comunità che nel giro di soli vent’anni si sviluppò sino a divenire il grande e celebre monastero di Lérins. L’isola assunse poi in
suo onore il nome di Saint-Honorat. La nuova comunità si basò fortemente sulla regola pacomiana: alcuni monaci preferirono la vita comunitaria, mentre altri optarono per divenire anacoreti, vivendo in celle disposte attorno agli edifici principali. Ebbe così inizio la seconda e più importante fase del monachesimo in terra gallica. Presto Onorato ricevette l’ordinazione presbiterale e rimase quale padre spirituale presso il monastero da lui fondato, sino a quando nel 426 ricevette la nomina a vescovo di Arles.
Nella sua nuova sede decise di portare con sé alcuni discepoli tra i quali Ilario, suo parente e monaco a Lérins, venerato come santo al 5 maggio. Onorato morì dopo soli tre anni di episcopato il 16 gennaio 429, stremato dalla fatica del ministero pastorale. Con lui in quel giorno spirò anche un suo discepolo, San Giacomo, che lui aveva inviato quale apostolo della Tarantasia, grande vallata della Savoia. Entrambi sono infatti commemorati ancora oggi in tale anniversario dal Martyrologium Romanum.
Sant’Ilario gli succedette quale vescovo in Arles e ne scrisse un panegirico originale nel suo genere, perché inaugurò uno stile agiografico incentrato più sulle virtù personali e sulla morte del personaggio in questione, che sugli aspetti miracolosi e fantastici della sua esistenza. Un passo significativo di tale panegirico afferma: “Se si volesse rappresentare la carità con una figura umana, bisognerebbe dipingere il ritraotto di Onorato”. Le reliquie del santo vescovo vennero traslate a Lérins 1391, ma sotto l’altar maggiore di una chiesa di Arles che porta il suo nome è ancora visibile la sua tomba rimasta ormai vuota.
Il monastero fondato dal santo nell’arcipelago mediterraneo iniziò a costituire un modello per altri numerosi nuovi centri di spiritualità che iniziarono a sorgere in Francia ed in Europa, che non esitarono ad ispirarsi alla Regola di
Sant’Onorato, ma è ancora oggi più che mai famoso ed attivo.
Attuali risultano ancora gli elogi formulati nel V secolo dal santo vescovo Eucherio di Lione alla grande abazzia di Lérins: “J’aime et honore entre tous les lieux ma chère Lérins, qui reçoit dans son sein plein de miséricorde ceux qui viennent au sortir des naufrages de ce monde.  Elle introduit affectueusement sous ses ombrages tous ceux qu’a dévoré l’ardente chaleur du siècle, pour qu’ils puissent reprendre haleine, en cet abri intime. Elle abonde en eaux vives, en ombrages verdoyants, en fleurs parfumées… elle s’offre à ceux qui l’habitent comme un vrai paradis.
Oh qu’elle est agréable, pour ceux qui ont soif de Dieu, cette solitude! Qu’elles sont douces, à ceux qui cherchent le Christ, ces vastes étendues où tout plonge dans le silence!  Alors l’âme joyeuse monte doucement vers son Dieu”. (Traduzione: “Io amo ed onoro fra tutti i luoghi la mia cara Lérins, che riceve nel pieno della sua misericordia coloro che vi si recano per uscire dai naufragi di questo mondo.
Essa accoglie affettuosamente sotto la sua ombra tutti coloro l’ardente calore del secolo ha divorato, perché essi possano trovare respiro in questo intimo rifugio. Essa abbonda in acque vive, in ombre verdeggianti, in fiori profumati… e si offre a coloro che la abitano come un vero paradiso. Oh com’è piacevole per chi la abita questa solitudine! Come sono dolci per chi cerca il Cristo queste vaste distese ove tutto si immerge nel silenzio! Allora l’anima gioiosa s’innalza dolcemente verso Dio”.  
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Onorato di Fondi - Abate (16 gennaio)

Sec. VI
Fu protagonista del monachesimo pre-benedettino. Nativo del Sannio (l’odierno territorio beneventano) venne a Fondi (LT) dove riunì intorno a sé, nella valle dei Martiri, altri monaci desiderosi di vivere una vita ispirata ai consigli del Vangelo.
Formò una comunità monastica dedita alla preghiera, al lavoro, allo studio, al recupero e alla custodia del patrimonio culturale greco - latino.
Fondò il monastero di San Magno e si dedicò alla bonifica del territorio, alla promozione sociale, favorendo l’agricoltura, l’artigianato, le arti, gli studi.
Come Abate, dovette interessarsi anche della comunità cittadina data la latitanza delle autorità municipali.
Di fatto fu la guida civica dei fondani, altre ad essere la guida spirituale e morale della popolazione del comprensorio.
Fu impegnato nel restaurare la pace tra le famiglie, la pace tra le opposte fazioni gotiche e bizantine, e nell’aiutare i bisognosi.
Si distinse per la sua fede profonda, per il suo spirito di carità, per il suo rigore ascetico e per lo zelo pastorale nel difendere e propagandare il cristianesimo.

L'unica fonte di notizie circa questo santo sono i Dialoghi di Gregorio Magno.
Figlio di un fittavolo del senatore Venanzio, Onorato nacque in un paesello sui monti del Sannio e, fin dalla più tenera età, si distinse, in vista dei beni celesti, per il distacco dai beni terreni. L'astinenza dalle carni fu la sua mortificazione ordinaria.
Un giorno i genitori imbandirono un lauto banchetto; rifiutandosi Onorato di mangiare carne per non recedere dal suo proposito di astinenza, i genitori presero a deriderlo, obiettando l'impossibilità di procurargli del pesce su quei monti. Il Signore però volle premiare la virtù del suo servo fedele, facendo sì che dalla fonte da cui un servitore era andato ad attingere acqua per il banchetto, uscisse un grosso pesce sufficiente a nutrire Onorato per un giorno alla vista di tale prodigio i genitori cessarono di deriderlo.
Crescendo la fama delle sue virtù, il padrone gli diede la libertà ed egli, abbandonati i genitori, raggiunse Fondi e  costruì un monastero, raccogliendo sotto il suo governo fino a duecento monaci. Secondo il Moricca il trasferimento di Onorato a Fondi dovette avvenire verso la metà del sec. V.
Del lungo periodo del governo del santo a Fondi, Gregorio non ricorda che un prodigio, l'arresto di un enorme macigno, con un semplice segno di croce e con l'invocazione del nome di Cristo. Senza il suo prodigioso intervento, il monastero sarebbe stato distrutto ed i confratelli sarebbero tutti periti.
Il macigno si ammira tuttora sospeso, senza sostegno, sicché pare sia sempre per precipitare in fondo alla valle.
L'anno della morte di Onorato è ignoto; il Mabillon la mette al 522, altri al 530 o 550. II Moricca, dice «non molto dopo il principio del sec. VI».  
Da Gregorio sappiamo che Libertino, secondo successore di Onorato, risuscitò un fanciullo, ponendogli sul petto una scarpa del santo abate che portava sempre con sé come reliquia.
Il monastero, verso la fine del sec. VI, adottò la regola benedettina. Abbandonato, verso la metà del sec. IX, forse a causa delle invasioni dei Saraceni, fu ripristinato al principio del sec. X.
Secondo l'antica Legenda in gotico, che si conserva nell'archivio della chiesa ex-cattedrale di San Pietro in Fondi, il corpo di Onorato, con quelli di San Paterno e di San Libertino, rimase sepolto per molto tempo nel monastero da lui edificato.
Nel 1215, secondo la testimonianza degli storici locali, sviluppatasi una pestilenza, i corpi di quei tre santi furono trasportati nella cattedrale di Fondi ed il morbo cessò.
Di Onorato, a quanto ancora assicurano gli storici locali, si conserva a Fondi solo il capo, rinchiuso nella testa del busto in argento del santo, essendo stato trasportato il corpo a Montecassino.
Onorato è patrono principale di Fondi, dove la sua festa si celebra solennemente il 10 ottobre con grande concorso di cittadini dei vicini comuni, richiamati anche dalla fiera di bestiame che si svolge nell'occasione. Nel Martirologio Romano è iscritto al 16 gennaio; in alcuni monasteri benedettini è festeggiato il 30 aprile, in Francia e nei Paesi Bassi il 17 dicembre.
Preghiera
O Dio,
che hai chiamato Sant’Onorato a illuminare la comunità cristiana
con la parola e a formarla con la testimonianza della vita,
fa che custodiamo la fede che ci ha insegnato
e seguiamo la via che Egli ha tracciato con l’esempio.
Amen.

(Autore: Innocenzo Parisella – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santi Ottone, Berardo, Pietro, Accursio e Adiuto (16 Gennaio)

Protomartiri dell’Ordine dei Frati Minori (16 gennaio) m. Marrakech (Marocco),16 gennaio 1220
Otone,  Berardo,  Pietro, Accursio e Adiuto furono i primi missionari inviati da San Francesco nelle terre dei Saraceni.
Giunti nella Spagna, sprezzanti del pericolo, cominciarono a predicare la fede di Cristo nelle Moschee.
Condotti dinanzi al Sultano e imprigionati, e poi trasferiti nel Marocco con l’ordine di non predicare più il nome di Cristo, continuarono con estremo coraggio ad annunciare il Vangelo.
Per questo furono crudelmente torturati e, infine, decapitati il 16 gennaio 1220 per ordine del principe dei Mori. All’annuncio del glorioso martirio, San Francesco esclamò: “Ora posso dire con sicurezza di avere cinque Frati Minori”.
Furono canonizzati dal papa francescano Sisto IV nel 1481.
Martirologio Romano: Presso la città di Marrakesch in Mauritania nell’odierno Marocco, passione dei santi martiri Berardo, Ottone, Pietro, sacerdoti, Accorsio e Adiuto, religiosi, dell’Ordine dei Minori: mandati da san Francesco ad annunciare il Vangelo di Cristo ai musulmani, catturati a Siviglia e condotti a Marrakesch, per ordine del capo dei Mori furono trafitti con la spada.
La Chiesa universale venera il diacono Santo Stefano quale primo martire della cristianità, ma anche le Chiese  locali, nonché le congregazioni religiose, hanno da sempre prestato da sempre particolare venerazione ai loro protomartiri. In data odierna è l’Ordine dei Frati Minori a
festeggiare quei confratelli che per primi hanno versato il loro sangue a perenne testimonianza della loro fede cristiana: Berardo, Otone, Pietro, Accursio e Adiuto, questi i loro nomi, furono i primi missionari inviati da San Francesco nelle terre dei Saraceni.
Sei anni dopo la sua conversione, fondato l’Ordine dei Frati Minori, San Francesco si sentì acceso dal desiderio di martirio e decise di recarsi in Siria per predicare la fede e la penitenza agli infedeli.
La nave su cui viaggiava finì però a causa del vento sulle rive della Dalmazia ed egli fu costretto a ritornare ad Assisi.
Il desiderio di ottenere la corona del martirio continuò comunque a pervadere il cuore di Francesco e pensò allora di mettersi in viaggio verso il Marocco per predicare il Vangelo di Cristo al Miramolino, capo dei musulmani, ed ai suoi sudditi. Giuntò in Spagna, fu però costretto nuovamente a fare ritorno alla Porziuncola da un’improvvisa malattia.
Nonostante i due insuccessi subiti, organizzò l’Ordine in province e provvide a mandare missionari in tutte le principali nazioni europee. Nella Pentecoste del 1219 diede inoltre licenza al sacerdote Otone, al suddiacono  Berardo ed ai conversi Vitale, Pietro, Accursio, Adiuto, di recarsi a predicare il Vangelo ai saraceni marocchini, mentre egli optò per aggregarsi ai crociati diretti in Palestina, al fine di visitare i luoghi santi e convertire gli infedeli indigeni. "Ricevuta la benedizione del fondatore, i sei missionari raggiunsero a piedi la Spagna. Giunti nel regno di Aragona, Vitale, capo della spedizione, si ammalò, ma ciò non impedì agli altri cinque confratelli di proseguire il loro cammino sotto la guida di Berardo. A Coimbra, in Portogallo, la regina Orraca, moglie di Alfonso II, li ricevette in udienza.
Si riposarono alcuni giorni nel convento di Alemquer, beneficiando dell’aiuto dell’infanta  Sancha, sorella del re, che fornì loro degli abiti civili per facilitare la loro opera di apostolato tra i mussulmani. Così abbigliati, si imbarcarono alla volta della sontuosa città di Siviglia, a quel tempo capitale dei re mori.
Non propriamente prudenti, si precipitarono frettolosamente alla principale moschea ed ivi si misero a predicare il Vangelo contro l’islamismo. Furono naturalmente presi per folli e malmenati, ma essi non si scomposero e, recatisi al palazzo del re, chiesero di potergli parlare. Miramolino li ascoltò di malavoglia e, non appena udì qualificare Maometto quale falso profeta, andò su tutte le furie ed ordinò di rinchiuderli in un’oscura prigione. Suo figlio gli fece notare che farli decapitare subito sarebbe stata una sentenza troppo rigirosa, quanto sommaria, ed era dunque preferibile osservare perlomeno qualche formalità. Dopo alcuni giorni il sovrano li fece chiamare davanti al suo tribunale e, avendo saputo che desideravano trasferirsi in Africa, anziché rimandarli in Italia li accontentò imbarcandoli su un vascello pronto a salpare per il Marocco. Compagno di viaggio dei cinque missionari fu l’infante portoghese Don Pietro Fernando, fratello del re, assai desideroso di ammirare la corte di Miramolino.
Sin dal loro arrivo nel paese africano, Berardo, conoscitore la lingua locale, prese subito a predicare la fede cristiana dinnanzi al re ed a criticare Maometto ed il Corano, libro sacro dei musulmani.
Miramolino li fece allora cacciare dalla città, ordinando inoltre che fossero rimandati nelle terre cristiane. Ma i frati, non appena furono liberati, rientrarono prontamente in città e ripresero a predicare sulla pubblica piazza. Il re infuriato li fece allora gettare in una fossa per farveli perire di fame e di stenti, ma essi, dopo tre settimane di digiuno, ne furono estratti in migliori condizioni rispetto a quando vi erano stati rinchiusi.
Lo stesso Miramolino ne restò alquanto  meravigliato. Ciò nonostante dispose per una seconda volta che fossero fatti ripartire per la Spagna, ma nuovamente essi riuscirono a fuggire e tornarono a predicare, finché l’infante di Portogallo non li bloccò nella sua residenza sotto sorveglianza, temendo che il loro eccessivo zelo potesse pregiudicare anche i cristiani componenti il suo seguito.
Un giorno Miramolino, per sedare alcuni ribelli, fu costretto a marciare con il suo esercito, richiedendo anche l’aiuto del principe portoghese. Quest’ultimo vi erano però anche i cinque francescani ed un giorno, in cui venne a mancare l’acqua all’esercito, Berardo prese una vanga e scavò una fossa, facendone scaturire un’abbondante sorgente di acqua fresca con innegabile grande meraviglia da parte dei mori.
Continuando però a predicare malgrado la proibizione del re, furono nuovamente fatti arrestare, sottoposti a flagellazione e gettati in prigione. Furono poi allora consegnati alla plebe, perché facesse vendicasse le ingiurie da loro proferite contro Maometto:   furono così flagellati ai crocicchi delle strade e trascinati sopra pezzi di vetro e cocci di vasi rotti. Sulle loro piaghe vennero versati sale e aceto misti ad olio bollente, ma essi sopportarono tutti questi dolori con tale fortezza d’animo tanto da sembrare impassibili. Miramolino non poté che rimanere ammirato per tanta pazienza e rassegnazione e cercò dunque di convincerli ad abbracciare l’Islam promettendo loro ricchezze, onori e piaceri. I cinque frati però respinsero anche le cinque giovani loro offerte in mogli e perseverarono imperterriti nell’esaltare la religione cristiana.
A tal punto il Miramolino non resistette più a cotante avversioni e, preso dalla collera, impugnò la sua scimitarra e decapitò i cinque intrepidi confessori della fede: era il 16 gennaio 1220, presso Marrakech. In tale istante le loro anime, mentre spiccavano il volo per il cielo, apparvero all’infanta Sancha, la loro benefattrice, che in quel momento era raccolta in preghiera nella sua stanza.
I corpi e le teste dei martiri furono subito fuori del recinto del palazzo reale. Il popolo se ne impadronì, tra urla e oltraggi di ogni genere li trascinò per le vie della città ed infine li espose sopra un letamaio, in preda ai cani ed agli uccelli. Un provvidenziale temporale mise però in fuga gli animali e permise così ai cristiani di recuperare i resti dei frati e trasportarli nella residenza dell’infante.  
Questi fece costruire due casse d’argento di differente grandezza. Nella più piccola vi depose le teste, mentre nella più grande i corpi martiri. Tornando in Portogallo, portò infine con sé le preziose reliquie, che destinò alla chiesa di Santa Croce di Coimbra, ove sono ancora oggi sono oggetto di venerazione.
Tale esperienza fece maturare in Sant’Antonio da Lisbona (da noi conosciuto come Antonio di Padova) l’idea di passare dall’Ordine dei Canonici Regolari ai Frati Minori.
Appresa la notizia del martirio dei cinque suoi figli, San Francesco esclamò: “Ora posso dire che ho veramente cinque Frati Minori”.  
Furono canonizzati dal pontefice francescano Sisto IV nel 1481 ed il Martyrologium Romanum li commemora al 16 gennaio, anniversario del loro glorioso martirio.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Otone, pregate per noi.

 

*Santi Pietro, Otone, Berardo, Accursio e Adiuto

Protomartiri dell’Ordine dei Frati Minori  (16 gennaio)   m. Marrakech (Marocco), 16 gennaio 1220
Pietro, Otone,  Berardo,  Accursio e Adiuto furono i primi missionari inviati da San Francesco nelle terre dei Saraceni.
Giunti nella Spagna, sprezzanti del pericolo, cominciarono a predicare la fede di Cristo nelle Moschee.
Condotti dinanzi al Sultano e imprigionati, e poi trasferiti nel Marocco con l’ordine di non predicare più il nome di Cristo, continuarono con estremo coraggio ad annunciare il Vangelo.
Per questo furono crudelmente torturati e, infine, decapitati il 16 gennaio 1220 per ordine del principe dei Mori. All’annuncio del glorioso martirio, San Francesco esclamò: “Ora posso dire con sicurezza di avere cinque Frati Minori”.
Furono canonizzati dal Papa francescano Sisto IV nel 1481.
Martirologio Romano: Presso la città di Marrakesch in Mauritania nell’odierno Marocco, passione dei Santi Martiri Berardo, Ottone, Pietro, sacerdoti, Accorsio e Adiuto, religiosi, dell’Ordine dei Minori: mandati da san Francesco ad annunciare il Vangelo di Cristo ai musulmani, catturati a Siviglia e condotti a Marrakesch, per ordine del capo dei Mori furono trafitti con la spada.
La Chiesa universale venera il diacono Santo Stefano quale primo martire della cristianità, ma anche le Chiese  locali, nonché le congregazioni religiose, hanno da sempre prestato da sempre particolare venerazione ai loro protomartiri. In data odierna è l’Ordine dei Frati Minori a festeggiare quei confratelli che per primi hanno versato il loro sangue a perenne testimonianza della loro fede cristiana: Berardo, Otone, Pietro, Accursio e Adiuto, questi i loro nomi, furono i primi missionari inviati da San Francesco nelle terre dei Saraceni.
Sei anni dopo la sua conversione, fondato l’Ordine dei Frati Minori, San Francesco si sentì acceso dal desiderio di martirio e decise di recarsi in Siria per predicare la fede e la penitenza agli infedeli. La nave su cui viaggiava finì però a causa del vento sulle rive della Dalmazia ed egli fu
costretto a ritornare ad Assisi. Il desiderio di ottenere la corona del martirio continuò comunque a pervadere il cuore di Francesco e pensò allora di mettersi in viaggio verso il Marocco per predicare il Vangelo di Cristo al Miramolino, capo dei musulmani, ed ai suoi sudditi.
Giuntò in Spagna, fu però costretto nuovamente a fare ritorno alla Porziuncola da un’improvvisa malattia.
Nonostante i due insuccessi subiti, organizzò l’Ordine in province e provvide a mandare missionari in tutte le principali nazioni europee. Nella Pentecoste del 1219 diede inoltre licenza al sacerdote Otone, al suddiacono Berardo ed ai conversi Vitale, Pietro, Accursio, Adiuto, di recarsi a predicare il Vangelo ai saraceni marocchini, mentre egli optò per aggregarsi ai crociati diretti in Palestina, al fine di visitare i luoghi santi e convertire gli infedeli indigeni. "Ricevuta la benedizione del fondatore, i sei missionari raggiunsero a piedi la Spagna.
Giunti nel regno di Aragona, Vitale, capo della spedizione, si ammalò, ma ciò non impedì agli altri cinque confratelli di proseguire il loro cammino sotto la guida di Berardo. A Coimbra, in Portogallo, la regina Orraca, moglie di Alfonso II, li ricevette in udienza. Si riposarono alcuni giorni nel convento di Alemquer, beneficiando dell’aiuto dell’infanta  Sancha, sorella del re, che fornì loro degli abiti civili per facilitare la loro opera di apostolato tra i mussulmani. Così abbigliati, si imbarcarono alla volta della sontuosa città di Siviglia, a quel tempo capitale dei re mori.
Non propriamente prudenti, si precipitarono frettolosamente alla principale moschea ed ivi si misero a predicare il Vangelo contro l’islamismo. Furono naturalmente presi per folli e malmenati, ma essi non si scomposero e, recatisi al palazzo del re, chiesero di potergli parlare. Miramolino li ascoltò di malavoglia e, non appena udì qualificare Maometto quale falso profeta, andò su tutte le furie ed ordinò di rinchiuderli in un’oscura prigione.
Suo figlio gli fece notare che farli decapitare subito sarebbe stata una sentenza troppo rigirosa, quanto sommaria, ed era dunque preferibile osservare perlomeno qualche formalità.
Dopo alcuni giorni il sovrano li fece chiamare davanti al suo tribunale e, avendo saputo che desideravano trasferirsi in Africa, anziché rimandarli in Italia li accontentò imbarcandoli su un vascello pronto a salpare per il Marocco. Compagno di viaggio dei cinque missionari fu l’infante portoghese Don Pietro Fernando, fratello del re, assai desideroso di ammirare la corte di Miramolino.
Sin dal loro arrivo nel paese africano, Berardo, conoscitore la lingua locale, prese subito a predicare la fede cristiana dinnanzi al re ed a criticare Maometto ed il Corano, libro sacro dei musulmani.
Miramolino li fece allora cacciare dalla città, ordinando inoltre che fossero rimandati nelle terre cristiane. Ma i frati, non appena furono liberati, rientrarono prontamente in città e ripresero a predicare sulla pubblica piazza. Il re infuriato li fece allora gettare in una fossa per farveli perire di fame e di stenti, ma essi, dopo tre settimane di digiuno, ne furono estratti in migliori condizioni rispetto a quando vi erano stati rinchiusi.
Lo stesso Miramolino ne restò alquanto meravigliato. Ciò nonostante dispose per una seconda volta che fossero fatti ripartire per la Spagna, ma nuovamente essi riuscirono a fuggire e tornarono a predicare, finché l’infante di Portogallo non li bloccò nella sua residenza sotto sorveglianza, temendo che il loro eccessivo zelo potesse pregiudicare anche i cristiani componenti il suo seguito.
Un giorno Miramolino, per sedare alcuni ribelli, fu costretto a marciare con il suo esercito, richiedendo anche l’aiuto del principe portoghese.
Quest’ultimo vi erano però anche i cinque francescani ed un giorno, in cui venne a mancare l’acqua all’esercito, Berardo prese una vanga e scavò una fossa, facendone scaturire un’abbondante sorgente di acqua fresca con innegabile grande meraviglia da parte dei mori.  
Continuando però a predicare malgrado la proibizione   del re, furono nuovamente fatti arrestare, sottoposti a flagellazione e gettati in prigione. Furono poi allora consegnati alla plebe, perché facesse vendicasse le ingiurie da loro proferite contro Maometto:   furono così flagellati ai crocicchi delle strade e trascinati sopra pezzi di vetro e cocci di vasi rotti.
Sulle loro piaghe vennero versati sale e aceto misti ad olio bollente, ma essi sopportarono tutti questi dolori con tale fortezza d’animo tanto da sembrare impassibili.
Miramolino non poté che rimanere ammirato per tanta pazienza e rassegnazione e cercò dunque di convincerli ad abbracciare l’Islam promettendo loro ricchezze, onori e piaceri.
I cinque frati però respinsero anche le cinque giovani loro offerte in mogli e perseverarono imperterriti nell’esaltare la religione cristiana.
A tal punto il Miramolino non resistette più a cotante avversioni e, preso dalla collera, impugnò la sua scimitarra e decapitò i cinque intrepidi confessori della fede: era il 16 gennaio 1220, presso Marrakech.
In tale istante le loro anime, mentre spiccavano il volo per il cielo, apparvero all’infanta Sancha, la loro benefattrice, che in quel momento era raccolta in preghiera nella sua stanza.
I corpi e le teste dei martiri furono subito fuori del recinto del palazzo reale. Il popolo se ne impadronì, tra urla e oltraggi di ogni genere li trascinò per le vie della città ed infine li espose sopra un letamaio, in preda ai cani ed agli uccelli. Un provvidenziale temporale mise però in fuga gli animali e permise così ai cristiani di recuperare i resti dei frati e trasportarli nella residenza dell’infante.  
Questi fece costruire due casse d’argento di differente grandezza. Nella più piccola vi depose le teste, mentre nella più grande i corpi martiri. Tornando in Portogallo, portò infine con sé le preziose reliquie, che destinò alla chiesa di Santa Croce di Coimbra, ove sono ancora oggi sono oggetto di venerazione.
Tale esperienza fece maturare in Sant’Antonio da Lisbona (da noi conosciuto come Antonio di Padova) l’idea di passare dall’Ordine dei Canonici Regolari ai Frati Minori.
Appresa la notizia del martirio dei cinque suoi figli, San Francesco esclamò: “Ora posso dire che ho veramente cinque Frati Minori”.  
Furono canonizzati dal pontefice francescano Sisto IV nel 1481 ed il Martyrologium Romanum li commemora al 16 gennaio, anniversario del loro glorioso martirio.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pietro, pregate per noi.

  

*Santa Priscilla di Roma – Matrona (16 gennaio)
I sec. ?
Il nome di questa santa presenta un complesso problema agiografico – archeologico; essa fu inserita come matrona romana, nel ‘Martirologio Romano’ nel secolo XVI; è diventata controversa la sua identificazione. Potrebbe essere la moglie del martire Aquila che porta il suo stesso nome Priscilla e che a sua volta è detta anche Prisca, ricordata negli Atti degli Apostoli e nella lettera di San Paolo.
Oppure può essere identificata con l’omonima fondatrice del cimitero sulla nuova via Salaria (Catacombe di Priscilla).
In ogni modo non vi sono notizie di un culto, prima dell’inserimento nel ‘Martirologio Romano’ al 16 gennaio, da parte del grande Cesare Baronio.
Etimologia: Priscilla = (come Prisco) primitivo, di un'altra età, dal latino
La tradizione agiografica accolta nel Martirologio Romano ricorda al 16 gennaio una santa Priscilla che sarebbe stata moglie di Manlio Acilio Glabrione e madre del senatore Pudente, e che avrebbe ospitato san Pietro nella propria villa a Roma situata nei pressi del cimitero di Priscilla sulla via Salaria: il nome e la data compaiono in manoscritti tardi del Martirologio Geronimiano, sulla base dei quali sono confluiti nel Romano.
L'identificazione resta delle più problematiche, fondandosi sulla evidente contaminazione di diverse leggende romane e di dati di natura archeologica ed epigrafica: il celebre cimitero sulla via Salaria, luogo della deposizione di martiri e di papi del IV sec. (Marcellino, Marcello, Silvestro, Liberio, secondo la Depositio episcoporum e il Liber pontificalis), è verosimilmente all'origine dello statuto di santità attribuito all'eponima fondatrice, forse membro della gens Acylia (una Priscilla di rango senatorio, sorella di Manius Acilius Vero, è ricordata in un'epigrafe nell'ipogeo degli Acilii Glabrioni situato nelI’area), oppure - come ritenuto da qualche studioso - una liberta.
Secondo lo stesso meccanismo, com'è noto, divennero spesso oggetto di culto e di elaborazione agiografica gli eponimi di tituli basilicali romani, considerati come santi locali oppure identificati
con martiri forestieri.
Si pensi al caso di sant’Anastasia, oppure a quello - assai significativo in rapporto al problema dell'identificazione di Santa Priscilla - di una martire Prisca venerata a Roma nel VII sec., commemorata il 18 gennaio e sepolta - secondo gli itinerari coevi - nello stesso cimitero: è però da ritenere che si trattasse della fondatrice di un titulus sull'Aventino, menzionato in un'epigrafe del V secolo e negli atti del sinodo del 499; più tardi, al sinodo del 595, la chiesa viene ormai chiamata titulus sanctee Priscae, e nel sec. VIII la fondatrice viene identificata con la Prisca (o Priscilla) moglie di Aquila, di cui parlano san Paolo (Rm 16,3; 1Cor 16,19) e gli Atti degli Apostoli (18,2 e 18), si che il titulus - denominato Aquile et Prisce nel Liber pontificalis, II, 20, 24 e 42-43 - viene messo in relazione con le memorie apostoliche e con la stessa attività di Pietro e di Paolo a Roma.  
La vicinanza delle date di commemorazione (16 e 18 gennaio), la somiglianza dei nomi e la costante rappresentata dal cimitero sulla Salaria deporrebbero a favore dell'ipotesi di una confusione o di una sovrapposizione tra le due sante: ad entrambe tradizioni tarde tendono infatti ad attribuire l’identità prestigiosa - accreditata dalla fonte neotestamentaria - dell'ospite di san Paolo a Corinto, attiva con il marito Aquila nella prima catechesi cristiana.
Aquila e Prisca (o Priscilla) vi erano giunti da Roma in seguito all'espulsione dei Giudei locali decretata nel 49 dall'imperatore Claudio; nella capitale d'Acaia offrirono ospitalità a Paolo, e più tardi si misero in viaggio con lui, stabilendosi a Efeso; al tempo dell'Epistola ai Romani (58) si trovavano a Roma, come prova l'affettuoso e grato saluto loro rivolto dall'Apostolo (16,3-5); una notizia più tarda, nella Seconda Lettera a Timoteo (4,19), ne riferisce il ritorno a Efeso: I’attribuzione ai due coniugi della qualità di "apostoli e martiri", presente nel Sinassario Costantinopolitano alla data del 13 febbraio, non ha fondamento, e sembra un'amplificazione dell'allusione di san Paolo ai rischi che costoro avrebbero corso per la sua salvezza (Rm 16,3).
L'origine romana della coppia, la grafia greca del nome Aquila (Acylas), che rimanderebbe alla gens Acylia collegata con il cimitero sulla Salaria, e la presenza epigraficamente attestata nello stesso luogo di una Priscilla (nonché quella di una martire Prisca ricordata negli Itinerari del VII sec.), hanno certamente contribuito ad accreditare l'identificazione e a provocare la confusione di personaggi e di tempi.
Va aggiunto inoltre che a comporre la leggenda che metteva in relazione Priscilla (o Prisca) con l’attività di Pietro a Roma concorse la contaminazione con il ciclo agiografico relativo alle sante Pudenziana e Prassede, figlie del senatore Pudente (secondo la tradizione <>) e nipoti di una Priscilla, tutti sepolti nel cimitero sulla via Salaria.
Una Priscilla matrona romana compare inoltre nella Vita di San Marcello di Anastasio Bibliotecario (sec. IX), come colei alla quale il papa si sarebbe rivolto per la costruzione del cimitero poi ricordato sotto il suo nome: la notizia e la conseguente identificazione con la fondatrice sono evidentemente frutto della fantasia dell'agiografo.  
È in ogni caso interessante notare che il 16 gennaio, ricorrenza di santa Priscilla, è anche la data tradizionale della depositio nel cimitero sulla Salaria di papa Marcello (Lib. pont., I, 164): segno ancora una volta dell'originario legame tra il cimitero di Priscilla e il moltiplicarsi delle leggende agiografiche sulla fondatrice, incrementate dalla fame dei personaggi ivi deposti.  
(Autore: M.Forlin Patrucco-Fonte:Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Priscilla, pregate per noi.


*San Tiziano di Oderzo – Vescovo (16 gennaio)
Eraclea, VI secolo - Oderzo (TV), 16 gennaio 632
Martirologio Romano:
A Oderzo in Veneto, San Tiziano, Vescovo.
È un Santo vescovo nato e vissuto nella zona del Veneto comprendente Vittorio Veneto e buona parte della provincia di Treviso.
Tiziano nacque nella seconda metà del sec. VI da una nobile famiglia di Eraclea nel Veneto, antica città che fino al 1950 si chiamava Grisolera.
Ebbe come maestro San Floriano vescovo di Opitergium, Comune veneto, attuale Oderzo e da lui fu ordinato diacono e sacerdote e poi economo di quella diocesi.
Primeggiò nell’amore verso i poveri, che invitava a casa sua e nutriva con i propri mezzi; la sua fama si estese in tutta la regione.
San Floriano lasciò poi la diocesi per diventare missionario nelle terre inospitali e al suo posto, il clero e il popolo   elesse Tiziano vescovo di Oderzo, sebbene questi avesse tentato di far ritornare Floriano in sede.
Resse la diocesi di Oderzo in modo eccellente, ammaestrò con la parola e l’esempio, visse molto santamente, divenne famoso per la sua appropriata predicazione, nel fuggire l’eresia ariana allora dilagante fra i Longobardi invasori, non accettando lo scisma istriano detto dei “Tre Capitoli”.
(Scisma provocato dal rifiuto dei vescovi di Aquileia e di Milano, di riconoscere l’accettazione fatta nel 555 da Papa Pelagio I della condanna emanata dall’imperatore Giustiniano nel 544, degli
scritti detti Tre Capitoli, di Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Ciro e Iba di Edessa, favorevoli all’eresia nestoriana).
Pieno di meriti e santità, Tiziano morì ad Oderzo (Opitergium) il 16 gennaio 632 e fu sepolto  nella chiesa cattedrale della sua città dove, dice la tradizione, avvennero molti miracoli.
Da questo punto la venerazione per il santo vescovo, per eventi esterni prese a diffondersi in altri luoghi della regione.
I suoi concittadini e parenti di Eraclea, un giorno che erano venuti a visitare il sepolcro, di notte trafugarono il suo corpo dalla tomba per trasportarlo nella loro patria.
Ma il mattino seguente gli opitergini, cioè gli abitanti di Opitergium (Oderzo), accortisi del furto, inseguirono armati i rapitori per farglielo restituire.
Raggiunti si stava per ingaggiare una battaglia quando comparve un vecchio, che consigliò alle parti di avere concordia e li persuase a lasciare il corpo del Vescovo Tiziano in una barca, facendola andare da sola sul fiume Livenza, così che il volere di  Dio indicasse il luogo dove fermarsi definitivamente; il corpo approdò in un posto chiamato Settimo.
Deposto sulla riva, gli Opitergini tentarono ancora di riprenderlo, ponendolo su un carro che i buoi non furono capaci di smuovere; riapparve il vecchio che consigliò di pregare per comprendere il volere divino.
Dopo tre giorni di digiuno e per divina rivelazione, fu imposto ad una buona vedova del luogo di attaccare al carro la sua mucca e il vitello, misero sopra il corpo e lasciarono liberi gli animali di condurlo dove volevano.
I bovini si fermarono nella città di Céneda (Comune del Veneto, dal 1866 fuso insieme a Serravalle nell’unica città di Vittorio Veneto).
All’arrivo del carro, una donna posseduta dal demonio ne venne liberata prodigiosamente, gli abitanti di Céneda accolsero degnamente il sacro corpo in un luogo dove, dopo la distruzione di Opitergium nel 665 da parte di Grimoaldo Re dei Longobardi, fu istituito l’Episcopio della città; tutto ciò sembra sia avvenuto verso la metà del VII secolo.
Eraclea detta anche Cittanova, era posta in una piccola isola chiamata Melidissa, in una laguna ora interrata detta Laguna   Eracleana o anche Opitergina posta fra i fiumi Piave e Livenza; ora Eraclea è totalmente scomparsa.
Opitergium oggi Oderzo, era una città posta sulla via Postumia poco distante dalla  laguna omonima, in quel tempo era sede vescovile la cui diocesi comprendeva anche Eraclea.
Bisogna aggiungere che generalmente gli studiosi ritengono che la traslazione del corpo di San Tiziano da Oderzo a Céneda, sia avvenuta ad opera dei Longobardi della regione o del duca longobardo di Céneda, i quali intesero trasferire così anche la sede del vescovo, avendo intenzione di distruggere Opitergium come poi avvenne nel 665.
Per quanto riguarda il culto di San Tiziano, esso è comprovato sin dall’VIII secolo ed è menzionato nei vari Martirologi come quello di Usuardo dell’875 e il Romano a partire dal 1584, più alcuni importanti documenti storici del 743, 794, 962.
San Tiziano è il patrono della città e diocesi di Céneda, ora diocesi di Vittorio Veneto, considerato l’apostolo della zona nel VII secolo, viene celebrato il 16 gennaio.
Le reliquie sono venerate nella cripta della cattedrale di Céneda, poste in una bellissima urna di bronzo di stile neobizantino in forma di sarcofago.
Svariate opere d’arte lo raffigurano nelle cattedrali di Céneda e di Oderzo e in altre chiese venete, una decina di parrocchie sono dedicate al suo nome.
Lo stesso Tiziano Vecellio lo ha raffigurato in due dipinti a Pieve di Cadore e a Lentinai di Belluno.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Tiziano di Oderzo, pregate per noi.

 

*San Triviero (Troverio) – Sacerdote (16 gennaio)
m. 16 gennaio 550 circa
Martirologio Romano:
Nel villaggio di Dombes nel territorio di Lione, in Francia, San Triviero, Sacerdote, Monaco e infine Eremita.
San Troverio nacque in Nesturia da una famiglia romana che aveva abitato nel paese di Cahors. Sin dalla giovane età manifestò il suo gusto per la vita contemplativa e cercò asilo in un monasterò presso Thérouanne.
All’età di quarant’anni ricevette l’ordinazione presbiterale.
Furono affidati alle sue cure due prigionieri di guerra , che il re d’Austrasia aveva abbandonato all’abate del monastero: dopo ben tre anni insieme, Troverio poté riaccompagnarli al loro paese, le Dombes, ove loro vollero ricompensarlo cedendogli tutti i loro possedimenti.
Il Santo però non accettò che un’umile capanna sita in un giardino, per poter intraprendere la vita eremitica. La sua nuova vita fu scandita dalla preghiera, dal canto degli inni e dei salmi, i giovani, gli anziani e le macerazioni.
Troverio morì il 16 gennaio di un anno imprecisato, verso il 550. Secondo l’uso comune del tempo, il suo corpo fu sepolto nel luogo stesso che lui aveva utilizzato quale oratorio.
Settant’anni dopo, visti i numerosi miracoli verificatisi sulla sua tomba, il corpo fu allora esumato e trovato incorrotto.
Il vescovo secondino di Lione lo fece dunque trasportare nella sua diocesi, a Neuville-les-Dames, dove fu erettauna chiesa in suo onore, che divenne meta di incessanti pellegrinaggi.
Le notizie circa la vita del santo riportate degli «Acta sanctorum » sono in realtà banali e non di carattere storico.
Il Martyrologium Romanum lo ricorda nell’anniversario della nascita al Cielo, quale Sacerdote, Monaco ed Eremita nei pressi di Lione.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Triviero, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (16 gennaio)
*Beato Marcello Spinola y Maestre (ricordato il 19 gennaio)
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (16 gennaio)
*Beato Luigi Antonio Rosa Ormières
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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