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Santi del 17 gennaio

Il mio Santo > Santi di Gennaio

*Sant'Antonio Abate - Patrono degli eremiti, monaci, canestrai, cavalieri, macellai, guardiani dei porci, salumieri, tessitori, pasticcieri (17 gennaio)
Coma, Egitto, 250 ca. – Tebaide (Alto Egitto), 17 gennaio 356
Antonio Abate è uno dei più illustri eremiti della storia della Chiesa.  
Nato a Coma, nel cuore dell'Egitto, intorno al 250, a vent'anni abbandonò ogni cosa per vivere dapprima in una plaga deserta e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse vita anacoretica per più di 80 anni: morì, infatti, ultracentenario nel 356.
Già in vita accorrevano da lui, attratti dalla fama di santità, pellegrini e bisognosi di tutto l'Oriente.  
Anche Costantino e i suoi figli ne cercarono il consiglio. La sua vicenda è raccontata da un discepolo, sant'Atanasio, che contribuì a farne conoscere l'esempio in tutta la Chiesa.
Per due volte lasciò il suo romitaggio.
La prima per confortare i cristiani di Alessandria perseguitati da Massimino Daia. La seconda, su invito di Atanasio, per esortarli alla fedeltà verso il Conciliio di Nicea. Nell'iconografia è raffigurato circondato da donne procaci (simbolo delle tentazioni) o animali domestici (come il maiale), di cui è popolare protettore. (Avvenire)
Patronato: Eremiti, Monaci, Canestrai
Etimologia: Antonio = nato prima, o che fa fronte ai suoi avversari, dal greco
Emblema: Bastone pastorale, Maiale, Campana, Croc
Martirologio Romano: Memoria di Sant’Antonio, Abate, che, rimasto orfano, facendo suoi i precetti evangelici distribuì tutti i suoi beni ai poveri e si ritirò nel deserto della Tebaide in Egitto, dove intraprese la vita ascetica; si adoperò pure per fortificare la Chiesa, sostenendo i confessori della fede durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano, e appoggiò Sant’Atanasio nella lotta contro gli ariani. Tanti furono i suoi discepoli da essere chiamato padre dei monaci.
Dopo la pace costantiniana, il martirio cruento dei cristiani diventò molto raro; a questa forma eroica di santità  dei primi tempi del cristianesimo, subentrò un cammino di santità professato da una nuovo stuolo di cristiani, desiderosi di una spiritualità più profonda, di appartenere solo a Dio e quindi di vivere soli nella contemplazione dei misteri divini.
Questo fu il grande movimento spirituale del ‘Monachesimo’, che avrà nei secoli successivi varie trasformazioni e modi di essere; dall’eremitaggio alla vita comunitaria; espandendosi dall’Oriente all’Occidente e diventando la grande pianta spirituale su cui si è poggiata la Chiesa, insieme alla gerarchia apostolica.
Anche se probabilmente fu il primo a instaurare una vita eremitica e ascetica nel deserto della Tebaide, Sant' Antonio ne fu senz’altro l’esempio più stimolante e noto, ed è considerato il caposcuola del Monachesimo.
Conoscitore profondo dell’esperienza spirituale di Antonio, fu Sant' Atanasio (295-373) vescovo di Alessandria, suo amico e discepolo, il quale ne scrisse una bella e veritiera biografia.
Antonio nacque verso il 250 da una agiata famiglia di agricoltori nel villaggio di Coma, attuale Qumans in Egitto e verso i 18-20 anni rimase orfano dei genitori, con un ricco patrimonio da amministrare e con una sorella minore da educare.
Attratto dall’ammaestramento evangelico “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi ”, e sull’esempio di alcuni anacoreti che vivevano nei dintorni dei villaggi egiziani, in preghiera, povertà e castità, Antonio volle scegliere questa strada e venduto i suoi beni, affidata la sorella a una comunità di vergini, si dedicò alla vita ascetica davanti alla sua casa e poi al di fuori del paese.
Alla ricerca di uno stile di vita penitente e senza distrazione, chiese a Dio di essere illuminato e così vide poco lontano un anacoreta come lui, che seduto lavorava intrecciando una corda, poi smetteva si alzava e pregava, poi di nuovo a lavorare e di nuovo a pregare; era un angelo di Dio che gli indicava la strada del lavoro e della preghiera, che sarà due secoli dopo, la regola benedettina “Ora et labora” del Monachesimo Occidentale.
Parte del suo lavoro gli serviva per procurarsi il cibo e parte la distribuiva ai poveri; dice Sant’ Atanasio, che pregava continuamente ed era così attento alla lettura delle Scritture, che ricordava tutto e la sua memoria sostituiva i libri.
Dopo qualche anno di questa edificante esperienza, in piena gioventù cominciarono per lui durissime prove, pensieri osceni lo tormentavano, dubbi l’assalivano sulla opportunità di una vita così solitaria, non seguita dalla massa degli uomini né dagli ecclesiastici, l’istinto della carne e l’attaccamento ai beni materiali che erano sopiti in quegli anni, ritornavano prepotenti e incontrollabili.
Chiese aiuto ad altri asceti, che gli dissero di non spaventarsi, ma di andare avanti con fiducia, perché Dio era con lui e gli consigliarono di sbarazzarsi di tutti i legami e cose, per ritirarsi in un luogo più solitario.
Così ricoperto appena da un rude panno, si rifugiò in un’antica tomba scavata nella roccia di una collina, intorno al villaggio di Coma, un amico gli portava ogni tanto un po’ di pane, per il resto si doveva arrangiare con frutti di bosco e le erbe dei campi.
In questo luogo, alle prime tentazioni subentrarono terrificanti visioni e frastuoni, in più attraversò un periodo di terribile oscurità spirituale, ma tutto superò perseverando nella fede in Dio, compiendo giorno per giorno la sua volontà, come gli avevano insegnato i suoi maestri.
Quando alla fine Cristo gli si rivelò illuminandolo, egli chiese: “Dov’eri? Perché non sei apparso fin da principio per far cessare le mie sofferenze?”. Si sentì rispondere: “Antonio, io ero qui con te e assistevo alla tua lotta…”.
Scoperto dai suoi concittadini, che come tutti i cristiani di quei tempi, affluivano presso gli anacoreti per riceverne consiglio, aiuto, consolazione, ma nello stesso tempo turbavano la loro solitudine e raccoglimento, allora Antonio si spostò più lontano verso il Mar Rosso.
Sulle montagne del Pispir c’era una fortezza abbandonata, infestata dai serpenti, ma con una fonte sorgiva e qui nel 285 Antonio si trasferì, rimanendovi per 20 anni.
Due volte all’anno gli calavano dall’alto del pane; seguì in questa nuova solitudine l’esempio di Gesù, che guidato dallo Spirito si ritirò nel deserto “per essere tentato dal demonio”; era comune convinzione che solo la solitudine, permettesse alla creatura umana di purificarsi da tutte le cattive tendenze, personificate nella figura biblica del demonio e diventare così uomo nuovo.
Certamente solo persone psichicamente sane potevano affrontare un’ascesi così austera come quella degli anacoreti; non tutti ci riuscivano e alcuni finivano per andare fuori di testa, scambiando le proprie fantasie per illuminazioni divine o tentazioni diaboliche.
Non era il caso di Antonio; attaccato dal demonio che lo svegliava con le tentazioni nel cuore della notte, dandogli consigli apparentemente di maggiore perfezione, spingendolo verso l’esaurimento fisico e psichico e per disgustarlo della vita solitaria; invece resistendo e   acquistando con l’aiuto di Dio, il “discernimento degli spiriti”, Antonio poté riconoscere le apparizioni false, compreso quelle che simulavano le presenze angeliche.
E venne il tempo in cui molte persone che volevano dedicarsi alla vita eremitica, giunsero al fortino abbattendolo e Antonio uscì come ispirato dal soffio divino; cominciò a consolare gli afflitti ottenendo dal Signore guarigioni, liberando gli ossessi e istruendo i nuovi discepoli.
Si formarono due gruppi di monaci che diedero origine a due monasteri, uno ad oriente del Nilo e l’altro sulla riva sinistra del fiume, ogni monaco aveva la sua grotta solitaria, ubbidendo però ad un fratello più esperto nella vita spirituale; a tutti Antonio dava i suoi consigli nel cammino verso la perfezione dello spirito uniti a Dio.
Nel 307 venne a visitarlo il monaco eremita sant’ Ilarione (292-372), che fondò a Gaza in Palestina il primo monastero, scambiandosi le loro esperienze sulla vita eremitica; nel 311 Antonio non esitò a lasciare il suo eremo e si recò ad Alessandria, dove imperversava la persecuzione contro i cristiani, ordinata dall’imperatore romano Massimino Daia († 313), per sostenere e confortare i fratelli nella fede e desideroso lui stesso del martirio.
Forse perché incuteva rispetto e timore reverenziale anche ai Romani, fu risparmiato; le sue uscite dall’eremo si moltiplicarono per servire la comunità cristiana, sostenne con la sua influente presenza l’amico vescovo di Alessandria, Sant’ Atanasio che combatteva l’eresia ariana, scrisse in sua difesa anche una lettera a Costantino imperatore, che non fu tenuta di gran conto, ma fu importante fra il popolo cristiano.
Tornata la pace nell’impero e per sfuggire ai troppi curiosi che si recavano nel fortilizio del Mar Rosso, decise di ritirarsi in un luogo più isolato e andò nel deserto della Tebaide, dove prese a coltivare un piccolo orto per il suo sostentamento e di quanti, discepoli e visitatori, si recavano da lui per aiuto e ricerca di perfezione.
Visse nella Tebaide fino al termine della sua lunghissima vita, poté seppellire il corpo dell’eremita San Paolo di  Tebe con l’aiuto di un leone, per questo è considerato patrono dei seppellitori.
Negli ultimi anni accolse presso di sé due monaci che l’accudirono nell’estrema vecchiaia; morì a 106 anni, il 17 gennaio del 356 e fu seppellito in un luogo segreto.
La sua presenza aveva attirato anche qui tante persone desiderose di vita spirituale e tanti scelsero di essere monaci; così fra i monti della Tebaide (Alto Egitto) sorsero monasteri e il
deserto si popolò di monaci; primi di quella moltitudine di uomini consacrati che in Oriente e in Occidente, intrapresero quel cammino da lui iniziato, ampliandolo e adattandolo alle esigenze dei tempi.
I suoi discepoli tramandarono alla Chiesa la sua sapienza, raccolta in 120 detti e in 20 lettere; nella Lettera 8, Sant’ Antonio scrisse ai suoi “Chiedete con cuore sincero quel grande Spirito di fuoco che io stesso ho ricevuto, ed esso vi sarà dato”.
Nel 561 fu scoperto il suo sepolcro e le reliquie cominciarono un lungo viaggiare nel tempo, da Alessandria a Costantinopoli, fino in Francia nell’XI secolo a Motte-Saint-Didier, dove fu costruita una chiesa in suo onore.
In questa chiesa a venerarne le reliquie, affluivano folle di malati, soprattutto di ergotismo canceroso, causato dall’avvelenamento di un fungo presente nella segala, usata  per fare il pane.
Il morbo era conosciuto sin dall’antichità come ‘ignis sacer’ per il bruciore che provocava; per ospitare tutti gli ammalati che giungevano, si costruì un ospedale e una Confraternita di religiosi, l’antico Ordine  ospedaliero degli ‘Antoniani’; il villaggio prese il nome di Saint-Antoine di Viennois.
Il Papa accordò loro il privilegio di allevare maiali per uso proprio e a spese della comunità, per cui i porcellini potevano circolare liberamente fra cortili e strade, nessuno li toccava se portavano una campanella di  riconoscimento.
Il loro grasso veniva usato per curare l’ergotismo, che venne chiamato “il male di Sant’ Antonio” e poi “fuoco di Sant’ Antonio” (herpes zoster); per questo nella religiosità popolare, il maiale cominciò ad essere associato al grande eremita egiziano, poi fu considerato il santo patrono dei maiali e per estensione di tutti gli animali domestici e della stalla.
Nella sua iconografia compare oltre al maialino con la campanella, anche il bastone degli eremiti a forma di T, la ‘tau’ ultima lettera dell’alfabeto ebraico e quindi allusione alle cose ultime e al destino.
Nel giorno della sua festa liturgica, si benedicono le stalle e si portano a benedire gli animali domestici; in alcuni paesi di origine celtica, Sant’ Antonio assunse le funzioni della divinità della rinascita e della luce, LUG, il garante di nuova vita, a cui erano consacrati cinghiali e maiali, così Sant’ Antonio venne rappresentato in varie opere d’arte con ai piedi un cinghiale.
Patrono di tutti gli addetti alla lavorazione del maiale, vivo o macellato; è anche il patrono di quanti lavorano con il fuoco, come i pompieri, perché guariva da quel fuoco metaforico che era l’herpes zoster, ma anche in base alla leggenda popolare che narra che Sant' Antonio si recò all’inferno, per contendere l’anima di alcuni morti al diavolo e mentre il suo maialino sgaiattolato dentro, creava scompiglio fra i demoni, lui accese col fuoco infernale il suo bastone a ‘tau’ e lo portò fuori insieme al maialino recuperato e lo donò all’umanità, accendendo una catasta di legna.
Per millenni e ancora oggi, si usa nei paesi accendere il giorno 17 gennaio, i cosiddetti “focarazzi” o “ceppi” o “falò di Sant' Antonio”, che avevano una funzione purificatrice e fecondatrice, come tutti i fuochi che segnavano il passaggio dall’inverno alla imminente primavera.
Le ceneri poi raccolte nei bracieri casalinghi di una volta, servivano a riscaldare la casa e con apposita campana fatta con listelli di legni per asciugare i panni umidi.
È invocato contro tutte le malattie della pelle e contro gli incendi.
Veneratissimo lungo i secoli, il suo nome è fra i più diffusi del cattolicesimo, anche se poi nella devozione onomastica è stato soppiantato dal XIII sec. dal grande omonimo Santo taumaturgo di Padova. Nell’Italia Meridionale per distinguerlo è chiamato “Sant’Antuono”.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Antonio Abate, pregate per noi.


*Beato Enrico da Comentina - Patriarca di Costantinopoli, Martire (17 gennaio)

+ Smirne, Turchia, 17 gennaio 1345
La famiglia Comentina (o dei Comentini) nei secoli XII-XIV possedeva ad Asti varie case ed un palazzo, di cui esiste ancora la torre, oggi detta di San Bernardino, in stile gotico con merlatura ghibellina a coda di rondine, forse la più alta torre del Piemonte.

Enrico dapprima fu presso la corte papale di Avignone – residenza dei Papi dal 1309 al 1376 - con l’incarico di “Uditore” pontificio, poi ebbe l’incarico di Legato papale in Asia Minore e Patriarca di Costantinopoli.
Fu decapitato a Smirne dai Turchi il 17 gennaio 1345, mentre celebrava la santa messa.
Il suo corpo fu traslato ad Asti nel 1392.
Oggi riposa nella cattedrale, sotto l’altare del Santissimo Sacramento, dove fu traslato dalla chiesa di San Francesco nel 1801. Viene esposto alla pubblica venerazione nei tempi di calamità atmosferica (siccità o inondazioni), perché secondo la tradizione (che ha recepito elementi leggendari), l’urna con il suo corpo sarebbe stata salvata dalle acque in burrasca nel trasporto dall’Oriente nella città di Asti.
Per questo è popolarmente invocato come il “Santo dell’acqua”.   
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Enrico da Comentina, pregate per noi.


*Beata Eufemia Domitilla - Domenicana (17 gennaio)
+ 17 gennaio 1359
Figlia del duca Przemislao di Ratibor (Slesia), entrò nel convento domenicano di questa città divenendone priora.
Morì il 17 gennaio 1359 in fama di santità.
Dal popolo è venerata come Beata.  
Il suo corpo, dal 1821, è nella chiesa parrocchiale di Liebfrauen.
(Autore: Ferdinand Baumann -   Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Eufemia Domitilla, pregate per noi.


*Beato Gamelberto (17 gennaio)
Martirologio Romano: Nella Baviera, Beato Gamelberto, Sacerdote, che, per fondare il monastero di Metten, consegnò i propri beni a Utto, da lui stesso immerso nel sacro fonte battesimale.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Gamelberto, pregate per noi.


*San Giuliano Saba - Eremita (17 gennaio)

+ 377
Martirologio Romano:
Nell’Osroene, nelle terre oggi divise tra Siria e Turchia, commemorazione di San Giuliano, asceta, soprannominato Saba, cioè vecchio; benché avesse rigettato il clamore cittadino, lasciò tuttavia per qualche tempo l’amata solitudine, allo scopo di confondere ad Antiochia i seguaci dell’eresia ariana.
La figura di San Giuliano Saba si colloca nel complesso periodo della disputa ariana sorta in Oriente.
Eremita famoso per il suo grande ascetismo, gli ariani di Antiochia sostenettero che Giuliano aveva abbracciato la loro causa e nel 372 venne allora convocato dagli ortodossi per difendersi dall’accusa rivoltagli.
La sua difesa si rivelò estremamente efficace, la sua presenza ed il suo prodigioso operato ebbero effetti assai incoraggianti per i fedeli antiocheni.
Appena conclusasi la sua missione, non essendo amante del frastuono della città, tornò a ritirarsi nella sua grotta nei pressi dell’Eufrate, in Mesopotamia.
Morì nel 377.  
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giuliano Saba, pregate per noi.

 

*San Jenaro (Gennaro) Sanchez Delgadillo - Martire Messicano (17 gennaio)

Schede dei gruppi a cui appartiene: “Santi Martiri Messicani” (Cristoforo Magallanes Jara e 24 compagni) “Martiri Messicani”
Nacque a Zapopan, Jalisco (arcidiocesi di Guadalajara) il 19 settembre 1876. Fu vicario di Tamazulita, della parrocchia di Tecolotlán, Jalisco (diocesi di Autlán): il suo parroco elogiava la sua obbedienza e i fedeli ammiravano la sua rettitudine, il suo fervore, la sua eloquenza nella predicazione, ed accettavano con piacere l'immagine del padre Jenaro quando chiedeva una buona preparazione per poter ricevere i sacramenti.
I soldati ed alcuni coloni lo individuarono mentre insieme ad alcuni fedeli suoi amici andava per i campi. Vennero tutti lasciati liberi mentre il Padre Jenaro venne condotto su un colle vicino a Tecolotlán e su un albero prepararono la forca.
Padre Jenaro posto di fronte del plotone, con eroica serenità proferì le seguenti parole: "Paesani, mi impiccheranno; Io li perdono, che anche mio Padre Iddio li perdoni e che sempre viva Cristo
Re!".
I carnefici tirarono la corda cosi forte che la testa del martire batté violentemente su un ramo dell'albero. Dopo poco morì in quella stessa notte del 17 gennaio 1927.
L'astio dei soldati continuò e tornati all'alba fecero scendere il cadavere, gli spararono sulla spalla e una pugnalata quasi attraversò il corpo ormai inerte.  (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella città di Tocolatlán in Messico, San Gennaro Sánchez Delgadillo, sacerdote e martire durante la persecuzione messicana.
Nacque a Zapopan, Jalisco (Arcidiocesi di Guadalajara) il 19 settembre 1876. Vicario di  Tamazulita, della parrocchia di Tecolotlán, Jalisco (Diocesi di Autlán). Il suo parroco elogiava la sua obbedienza.
I fedeli ammiravano la sua rettitudine, il suo fervore, la sua eloquenza nella predicazione, ed accettavano con piacere l'immagine del padre Jenaro quando chiedeva una buona preparazione per poter ricevere i sacramenti.
I soldati ed alcuni coloni lo individuarono mentre insieme ad alcuni fedeli suoi amici andava per i campi.
Vennero tutti lasciati liberi mentre il Padre Jenaro venne condotto su un colle vicino a Tecolotlán e su un albero prepararono la forca.
Padre Jenaro posto di fronte del plotone, con eroica serenità proferì le seguenti parole: "Paesani, mi impiccheranno; io li perdono, che anche mio Padre Iddio li perdoni e che sempre viva Cristo Re!".
I carnefici tirarono la corda cosi forte che la testa del martire batté violentemente su un ramo dell'albero.
Dopo poco morì in quella stessa notte del 17 gennaio 1927.
L'astio dei soldati continuò e tornati all'alba fecero scendere il cadavere, gli spararono sulla spalla e una pugnalata quasi attraversò il corpo ormai inerte del testimone di Cristo.
(Autore: Mons. Oscar Sánchez Barba, Postulatore – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Jenaro Sanchez Delgadillo, pregate per noi.

 

*San Marcello - Vescovo di Die (17 gennaio)

m. 510
Martirologio Romano:
A Die nella Gallia lugdunense, nell’odierna Francia, San Marcello, vescovo, che, difensore della città, fu mandato in esilio dal re ariano Eurico per aver mantenuto la fede cattolica.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Marcello, pregate per noi.


*Santa Neosnadia - Vergine (17 gennaio)

sec. V
Nata nei pressi di Loudun, nella diocesi di poitiers, forse a Monterre-Silly, Neosnadia non ha lasciato della sua vita, conclusasi nel sec. V, altra traccia che la reputazione di una grande virtù e di una grande umiltà.
Ella è oggetto di un culto locale e popolare nella regione di poitiers, dove numerose cappelle e una parrocchia le sono dedicate.  
Un recente Proprio della diocesi ne fa memoria al 17 gennaio.
(Autore: Renè Wasselynck – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Neosnadia, pregate per noi.


*Santa Roselina di Villeneuve - Vergine e Monaca Certosina (17 gennaio)

m. 1329
Roselina condivide con Santa Rosa da Viterbo non solo il nome, ma anche un prodigio... floreale. Si narra, infatti, che, mentre portava del pane a un povero, il padre (un barone provenzale) le avesse chiesto cosa nascondesse. Ella rispose che erano fiori.
Quando aprì il grembiule, essi effettivamente apparvero. Divenuta monaca certosina a Bertaud, fu poi priora della certosa di Celle-Robaud presso il Fréjus.
Il fratello Hélion di Villeneuve ne fu benefattore e fece costruire una chiesa consacrata dal vescovo di Digne, Elzeario. In essa Roselina fu sepolta nel 1329 e presso la sua tomba si verificarono numerosi prodigi. È patrona della cittadina francese di Draguignan. (Avvenire)
Patronato: Draguignan
Martirologio Romano: Presso Fréjus nella Provenza in Francia, Santa Roselina, priora di Celle-Roubaud dell’Ordine certosino, che rifulse per l’abnegazione, il digiuno dal cibo e dal sonno e l’austerità di vita.
Roselina, nacque nella nobilissima famiglia provenzale di Villeneuve, figlia del barone Arnaldo des Arcs e di Sibilla  di Sabran, i quali le dettero una educazione cristiana.
La santità si può rendere evidente in una persona, in tutte le età, è la Provvidenza che dispone e con Roselina fu  davvero precoce, biografi amanti del meraviglioso, raccontano che mentre portava del cibo preso di nascosto per un povero, fu sorpresa da suo padre, che le chiese cosa portasse così accortamente, ella rispose che erano fiori e aprendo il grembiule, mostrò effettivamente un fascio di rose.
È singolare che questa specie di prodigio con le rose, viene narrato anche nella vita di Santa Rosa da Viterbo e che le protagoniste si chiamano Rosa e Roselina.
Si consacrò a Dio nella certosa di Bertaud nella diocesi di Gap in Francia e qualche anno dopo venne scelta come priora nella certosa di Celle-Roubad nel Fréjus; il fratello Hélion de Villeneuve fu un grande benefattore di questa certosa, facendo costruire a sue spese una chiesa consacrata dal vescovo di Digne, Elzeario.
Roselina morì il 17 gennaio 1329 e sepolta nel cimitero della certosa pur avendo fama di santità; il fratello Hélion dopo qualche giorno fece trasferire il corpo nella chiesa, dove si verificarono numerosi miracoli sulla sua tomba.  
Nel 1607 fu effettuata una traslazione e le reliquie furono sistemate in una tomba di marmo bianco, in una cappella a lei dedicata. È patrona della città francese di Draguignan, la sua festa si celebra il 17 gennaio nelle diocesi di Gap e Fréjus.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Roselina di Villeneuve, pregate per noi.


*Santi Speusippo, Elasippo, Melesippo e Leonilla - Martiri (17 gennaio)
Martirologio Romano: In Cappadocia, nell’odierna Turchia, Santi Martiri Speusippo, Elasippo, Melasippo, fratelli, e la loro nonna Leonilla.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Speusippo, Elasippo, Melesippo e Leonilla, pregate per noi.


*San Sulpizio il Pio - Vescovo di Bourges (17 gennaio)

+ Bourges, Francia, 647
Martirologio Romano:
 A Bourges nella regione dell’Aquitania, in Francia, San Sulpicio, detto il Pio, Vescovo, che, dalla corte regia elevato all’episcopato, nulla ebbe più caro che prendersi cura dei poveri.  
San Sulpizio II, detto “il Pio”, fu vescovo di Bourges, nella Francia centro-settentrionale. La sua “Vita”, scritta  poco dopo la sua morte, narra una versione abbastanza classica della sua gioventù, cioè il passaggio da una vita agiata alla rinuncia ai suoi beni ed alla completa dedizione ai poveri,
seguita inoltre d auna condotta molto austera: rigidi digiuni, preghiere notturne, recita quotidiana dell’intero salterio.
Non ci è dato conoscere la data della sua elezione a vescovo, collocabile comunque prima del 627, poiché in tale anno partecipò al concilio di Clichy e consacrò San Desiderio a vescovo di Cahors.
I due intrattenevano una regolare corrispondenza epistolare.
Fu un pastore amatissimo dal popolo, che egli difendeva dalla tirannia di Lullo, ministro del re Dagoberto.
I re merovingi in questo periodo erano infatti tutt’altro che sostenitori della Chiesa, ma Sulpizio, organizzando un digiuno di tre giorni riuscì a convincere il nuovo sovrano, Clodoveo II, a trattare il suo popolo con maggior riguardo.
Qualche anno prima di morire, ormai stremato dalle fatiche, chiese al re di essere sostituito nel ministero episcopale, così da potersi dedicare interamente alla cura dei poveri.
Morì nel 647 ed al suo funerale si manifestarono straordinarie scene di lutto, tanto che il clero faticò a concludere la celebrazione delle esequie. Alla sua memoria è dedicato il celebre seminario parigino di Saint-Sulpice.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Sulpizio il Pio, pregate per noi.  


*Beato Teresio Olivelli - Laico e Martire (17 gennaio)
Bellagio, Como, 7 gennaio 1916 – Hersbruck, Germania, 17 gennaio 1945

Teresio Olivelli, nato a Bellagio in provincia di Como, si trasferì a dieci anni a Mortara e proseguì gli studi a Vigevano e nell’università di Pavia. Nel 1941 si arruolò tra gli Alpini e prese parte alla campagna di Russia, dedicandosi eroicamente all’assistenza spirituale ai moribondi. Tornato in Italia, prese definitivamente le distanze dal regime fascista, che aveva vanamente cercato di riformare dall’interno. Tra prigionie, fughe ed evasioni, cercò di avviare un progetto di ricostruzione del Paese dopo la guerra, come testimonia la nascita del giornale «Il Ribelle» nel 1944. Fu definitivamente imprigionato e inviato a Gries, poi a Flossenburg in Baviera e infine a Hersbruck dove assistette, tra gli altri, Odoardo Focherini (Beato dal 2013). Ormai consumato dagli stenti, morì il 17 gennaio 1945, in seguito alle percosse ricevute al posto di un giovane prigioniero ucraino, che aveva riparato col suo corpo. La sua causa di beatificazione si è svolta nella fase diocesana presso la Curia vescovile di Vigevano su un duplice binario, ovvero sia per l’indagine sulle virtù eroiche, sia per quella sul martirio. Inizialmente, il 14 dicembre 2015, è stato autorizzato il decreto con cui veniva dichiarato Venerabile. A seguito della presentazione di ulteriori prove per accertare la sua morte in odio alla fede, il 16 giugno 2017 Papa Francesco ha dato il proprio assenso alla promulgazione del decreto con cui Teresio Olivelli poteva essere dichiarato martire. La beatificazione è stata fissata al 3 febbraio 2018, presso il Palasport di Vigevano.
Teresio Olivelli nasce il 7 gennaio 1916 a Bellagio (Como) e dopo il ginnasio a Mortara (PV) e il liceo a Vigevano, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza dell'Università di Pavia, come alunno del collegio Ghislieri.
Gli splendidi voti che contrappuntano il suo percorso scolastico testimoniano l’intelligenza e la serietà di questo ragazzo, che gioca la sua partita di cristiano su più fronti. È membro attivo della Fuci, partecipa a ritiri, conferenze e attività, distinguendosi per la sua fede e la sua carità. Nell’Azione Cattolica e nella San Vincenzo, ad esempio, dove in particolar modo si modella in lui lo stile del «farsi tutto a tutti" che finirà per contraddistinguere tutta la sua vita.
Laureato in giurisprudenza nel 1938, dall’anno successivo diventa assistente della cattedra di Diritto amministrativo all’Università di Torino. Nel 1939 vince anche i Littoriali di Trieste, una gara di abilità oratoria e di preparazione culturale, in cui discute una tesi sulla pari dignità della persona umana, a prescindere dalla razza. A seguito di questa nomina, scrive articoli giuridici e sociali su temi dell’epoca, nel giornale universitario «Libro e Moschetto» e sulla rivista «Civiltà Fascista» e tiene conferenze in tutta Italia. Si sforza di cogliere nel fascismo elementi compatibili con il Vangelo. Ciò si mostrerà una illusione, ma è da apprezzare il suo impegno di presenza cristiana nella società e nella cultura del tempo. È chiamato a Roma presso l’Istituto Nazionale di Cultura Fascista e membro e primo segretario all’Ufficio Studi e Legislazione presso Palazzo Littorio, dove opera per effettivamente per circa otto mesi.
Tutto questo fervore di attività culturale e politica non riesce a spegnere il suo impegno caritativo e di condivisione: durante il suo soggiorno torinese, ad esempio, lo vedono impegnato a fianco della gioventù sbandata e accanto ai poveri del Cottolengo.
Nel febbraio 1941 si arruola volontario e in seguito parte per la Russia: ufficiale degli alpini, ma con uno stile tutto suo di cameratismo e di servizio, che lo porta durante la disastrosa ritirata a rallentare la sua marcia per soccorrere i feriti e gli assiderati, anche a rischio della sua stessa vita.
Sua specialità è l’assistenza spirituale ai moribondi e, come già sulle rive del Don commentava il vangelo ai soldati, così ora, nella steppa, consola ed assiste nei momenti estremi i soldati che il freddo e la malattia decimano sotto la tormenta di neve.
Il suo rientro fortunoso in Italia segna la rottura definitiva con l’ideologia fascista, di cui ha conosciuto le aberrazioni e le conseguenze nefaste: abbandona ogni forma di collaborazione, anche culturale, con il regime e il 9 settembre 1943 è fatto prigioniero dai tedeschi. Rinchiuso prima a Innsbruck e poi in altri campi, il 20 ottobre riesce ad evadere e ritornare in Italia, dopo una lunga fuga solitaria.
Partecipa alle attività della Resistenza cattolica, senza però partecipare attivamente ad operazioni belliche.  La sua è una rivolta morale, per promuovere la quale nel febbraio del 1944 fonda il giornale «Il Ribelle», attraverso il quale diffonde un umanesimo cristiano, contrario all’ideologia nazista. Mediante alcuni scritti, elabora programmi di ricostruzione della società dopo la tragedia del fascismo e della guerra.
Il 27 aprile del 1944, Teresio Olivelli è arrestato a Milano in quanto esponente di spicco delle associazioni cattoliche milanesi, ritenute ostili ai nazifascisti e collaboratrici dei partigiani. A San Vittore comincia il calvario delle torture, che continuano nel campo di Fossoli. L'11 luglio 1944 il suo nome viene inserito in una lista di 70 prigionieri da fucilare, ma riesce a sottrarvisi, nascondendosi nel campo. Nuovamente catturato, è quindi trasferito nel campo di Gries (Bolzano): sulla sua casacca ora, oltre al triangolo rosso dei "politici", c'è anche il disco rosso cerchiato di bianco dei prigionieri che hanno tentato la fuga e che devono subire un trattamento particolare.
È trasferito a Flossenburg, in Baviera e infine a Hersbruck, dove si prende cura dei compagni, tentando di alleggerirne le sofferenze, di curarne le ferite, di aiutarli a sopravvivere privandosi delle proprie scarse razioni alimentari. Svolge un invidiabile ruolo di "supplenza sacerdotale", al punto che molti sopravvissuti hanno riconosciuto di aver avuto salva la vita unicamente grazie al conforto e al sostegno da lui ricevuti.
Ormai deperito e reso l’ombra di se stesso, nei giorni di Natale assiste sul letto di morte Odoardo Focherini (oggi Beato). Muore alcuni giorni dopo, il 17 gennaio 1945, in seguito alle percosse ricevute da un kapò, mentre cerca di fare scudo con il proprio corpo ad un giovane prigioniero ucraino brutalmente pestato.
Il suo corpo è bruciato nel forno crematorio di Hersbruck, ma la Chiesa di Vigevano ne ha promosso la causa di beatificazione, già conclusasi a livello diocesano nel 1989. Dopo un percorso che aveva visto percorrere inizialmente la via del riconoscimento delle virtù eroiche, autorizzate col decreto del 14 dicembre 2015, Teresio è stato infine riconosciuto martire con un nuovo decreto che, il 16 giugno 2017, ha aperto la via alla sua beatificazione.
(Autore: Gianpiero Pettiti)
I martiri sotto il nazismo

Alla grande strage programmata dai tedeschi di Hitler contro il popolo ebraico va unito il sacrificio di tante figure di sacerdoti, religiosi e laici, che spesero la loro vita nell’aiuto concreto ai perseguitati di quel triste periodo della storia d’Europa.
Alcuni sono già stati elevati agli onori degli altari, ma tanti altri sono avviati al riconoscimento ufficiale del loro martirio e della loro santità nello stesso contesto storico. È il caso, ad esempio, di Teresio Olivelli.
Infanzia e adolescenza
Teresio nacque a Bellagio, in provincia e diocesi di Como, il 7 gennaio 1916, figlio di Domenico Olivelli e Clelia Invernizzi. Trascorse la sua fanciullezza tra Carugo Brianza e Zeme Lomellina (Pavia), ricevendo un’educazione profondamente cristiana dai genitori e dallo zio don Rocco Invernizzi.
A 10 anni, nel 1926, la famiglia si trasferì a Mortara in provincia di Pavia, dove Teresio frequentò il ginnasio, appassionandosi al latino. La sua adolescenza lo rivelò pieno di vitalità e capace di non aver paura di niente e di nessuno.
Professava con ardore l’amore per Gesù, infischiandosene di chi lo derideva. La sua fede era cristallina: ogni settimana si accostava al sacramento della Confessione e riceveva quotidianamente la Comunione nella parrocchia di San Lorenzo. Meditava ogni giorno la Parola di Dio sui Vangeli e sul testo dell’Imitazione di Cristo.
Giovane liceale a Vigevano
Al liceo di Vigevano (Pavia) si distinse tra i coetanei per intelligenza e maturità. Sedicenne, s’impegnò nell’Azione Cattolica, colloquiando fraternamente con tutti: partecipò a molte conferenze su temi religiosi e sociali e ne organizzò lui stesso. Quando, nel 1931, vennero chiusi con forza i circoli dell’Azione Cattolica, il giovane Teresio si infiammò tutto contro il regime fascista, affermando: «O Mussolini cambia rotta o la cambiamo noi!».
Facendo riferimento agli apostoli Giacomo e Giovanni, chiamati da Gesù "figli del tuono" per il loro carattere zelante ed impetuoso, affermava spesso che, essendo lui nato e battezzato nella parrocchia di San Giacomo, doveva diventare anch’egli "figlio del tuono".
All’università di Pavia
A 18 anni era un giovane sicuro di sé, alto e slanciato, dalla fede salda, in altre parole un cattolico
convinto e credibile. S’iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pavia, alloggiando al Collegio Universitario Ghislieri (fondato da san Pio V): lo frequentò dal 1934 al 1938, anno in cui si laureò con il massimo dei voti.
In quegli anni a Pavia, Teresio si conquistò l’affetto dei professori e dei compagni di studi, per la sua generosità e lo spirito di sacrificio, per la devozione con cui pregava durante la Messa e con cui si poneva in adorazione davanti all’Eucaristia. Lui, così allegro e colto, s’immergeva in lunghe e intense preghiere con il Rosario in mano, isolandosi da tutti: si meritò così, tra l’ammirato e lo scherzoso, il soprannome di "Padre Oliva" da parte dei compagni del collegio.
Come socio della Fuci, s’impegnò a portare i valori evangelici nei diversi ambienti sociali, specialmente nel mondo universitario.
La sua reazione alla guerra civile spagnola
Nel 1936 scoppiò la guerra civile in Spagna: la Chiesa subì una delle più feroci persecuzioni dell’epoca moderna, con migliaia di sacerdoti, religiosi e laici cattolici, uccisi dalle milizie rivoluzionarie comuniste e anarchiche.
Teresio, ormai ventenne, si propose subito come volontario per combattere i senza-Dio. Allo zio sacerdote don Rocco, scrisse: «La gioventù o è eroica o è miserabile. L’uomo all’idea non può dare mezze misure di sé stesso, dà tutto. Quando poi Cristo è l’Ideale che ci sospinge, credo che il dovere si attui nell’amore totalitario a Lui e debba essere consumato sino all’ultima stilla. O la fede è vissuta come conquista oppure è anemia di invertebrati. Nella cattolica Spagna, si combatte il Divino in noi, per vincere l’anti-Cristo, negazione dell’uomo e del Cristo. L’avvenire non appartiene ai molli. La vita è perfetta quando è perfetto amore».
I suoi familiari gl’impedirono di partire, ma da quel momento Teresio, pur continuando gli studi, si votò alla preghiera e all’offerta di sé, affinché Cristo trionfasse non solo in Spagna ma anche in Russia in preda al bolscevismo ateo.
Assistente universitario a Torino
Quasi subito dopo la laurea, ebbe l’incarico di assistente alla Cattedra di Diritto Amministrativo nell’Università di Torino. Durante la sua permanenza in quella città, s’impegnò anche a portare sulla retta strada giovani sbandati e si occupò dei poveri del Cottolengo. Fu per lui un periodo di intenso lavoro, di studi e di ricerca su temi giuridici e sociali.
I rapporti col fascismo
Partecipò alla vita culturale ispirata dal regime imperante, ma del fascismo non accettò mai la violenza, la sopraffazione, il culto della razza: il suo ideale era lo stare dentro alla società e alle istituzioni dell’epoca, per cristianizzarle.
Era il momento in cui gran parte del mondo cattolico credeva che fosse possibile applicare i principi cristiani al fascismo. Teresio, quindi, operò con lo scopo ambizioso di staccare il più possibile il regime dal nazionalsocialismo tedesco.
Vinse i «Littorali della Cultura» di Trieste (gare di abilità oratoria e di preparazione culturale), sostenendo la tesi che fonda la pari dignità della persona umana, a prescindere dalla razza. Scrisse poi articoli giuridici e sociali nel giornale universitario «Libro e Moschetto» e sulla rivista «Civiltà Fascista». Infine fu nominato Littore e segretario dell’Istituto di Cultura Fascista e membro e primo segretario all’Ufficio Studi e Legislazione presso Palazzo Littorio.
A Berlino
Nel 1939 e nel 1941, per motivi di studio, soggiornò a Berlino. In quel periodo venne in contatto con la cultura e la politica di mezza Europa, a Praga, Berlino, Vienna e poi a Roma presso l’Istituto Nazionale di Cultura.
Grazie alla sua intelligenza, scoprì ben presto la realtà che lo circondava e l’odio delle opposte ideologie, che sviluppava violenza in ogni senso. Apprese con angoscia le notizie di occupazione di varie nazioni da parte dei nazisti: era ormai scoppiata la seconda guerra mondiale.
In guerra tra gli Alpini
A giugno 1940, anche l’Italia entrò in guerra al fianco dell’alleato tedesco. Teresio intanto era stato chiamato al servizio militare: rifiutò l’esonero per stare accanto ai soldati. Nel 1940 fu nominato ufficiale degli Alpini e chiese di andare volontario nella guerra di Russia.
Il 10 settembre si trovò in prima linea: pur trovandosi a capo della 31ª Batteria, condivise senza privilegi i pericoli e le sofferenze dei suoi soldati. Forniva loro aiuti di ogni genere: in breve, appariva per loro come un fratello maggiore più che un superiore di grado.
Nella ritirata di Russia
Nel Natale del 1942, durante il tremendo inverno russo sulle rive del Don, leggeva e commentava il Vangelo ai soldati. Gli riuscì finalmente di confessarsi e fare la Comunione, partecipando alla Messa da campo.
Durante la disastrosa ritirata delle truppe italiane dell’VIII Armata, male equipaggiate per quel gelo e attaccate dai russi, il sottotenente Olivelli si prodigò per i feriti e congelati: confortò i disperati e assistette i moribondi, rivelando le sue virtù umane e cristiane. Spesso si attardava nella marcia per soccorrere i caduti, incurante del grave pericolo. Percorse in queste condizioni spaventose duemila chilometri a piedi.
Il ritorno in Italia
Teresio ritornò in Italia con i superstiti nel marzo del 1943, profondamente segnato nel suo spirito e sempre più desideroso di donare tutto sé stesso agli altri, specie se sofferenti. La sua prima occupazione fu informare le famiglie sulla sorte dei soldati, per lettera o personalmente, interessandosi anche dei prigionieri.
Qualche mese dopo, a soli 27 anni, vinse il concorso di Rettore al collegio Ghislieri di Pavia. La carica durò pochi mesi, perché a luglio 1943 fu richiamato di nuovo sotto le armi nel 2° Reggimento Artiglieria Alpina, di stanza a Vipiteno.
La cattura e la fuga
Di lì a poco, dopo l’armistizio dell’8 settembre, l’Italia si trovò invasa dai tedeschi. Teresio, che amava profondamente la sua patria, rifiutò di consegnarsi alle truppe di Hitler, per non rendersi complice della loro occupazione. Di conseguenza, il 9 settembre 1943, fu catturato e rinchiuso in un campo di prigionia a Innsbruck. Indomito, tentò la fuga prima da Hall, la seconda volta da Regensburg, ma senza esito. Solo al terzo tentativo, nella notte fra il 20 e il 21 ottobre, riuscì a scappare dal campo di Markt Pongau.
Dopo una lunga ed estenuante marcia raggiunse l’Italia, trovando rifugio presso la famiglia Ariis di Udine. Recuperò la salute, ma ormai era un clandestino. Si mise dunque in contatto con la Resistenza cattolica del Bresciano: col nome di battaglia di Agostino Gracchi, ricevette l’incarico di mantenere i collegamenti fra i partigiani di Cremona e Brescia.
La fondazione de «Il Ribelle»
Convinto che la ricostruzione dell’Italia non sarebbe stata possibile senza il completo recupero dei valori cristiani, si preoccupò di diffondere la necessità della ribellione delle coscienze e delle menti più che delle armi.
Per questo scopo fondò, all’inizio del 1944, «Il Ribelle», foglio clandestino di collegamento tra i partigiani d’ispirazione cattolica, il cui primo numero uscì il 5 marzo. Sul giornale pubblicò l’articolo «Ribelli», manifesto della rivolta morale contro il fascismo e il suo tempo, e una preghiera, comunemente detta «Preghiera del Ribelle», considerata la più alta testimonianza spirituale di tutta la Resistenza in ambito cattolico (riportata a fine scheda).
Il nuovo arresto e la deportazione
Il 27 aprile 1944 fu arrestato a Milano dalla polizia fascista e rinchiuso nel carcere di San Vittore, dove subì percosse e torture fino all’8 giugno, quando fu inviato nel campo di concentramento di Fossoli vicino Modena, da dove cercò di fuggire, scampando fortunosamente alla fucilazione.
Nell’agosto 1944 fu deportato nel lager di Gries (Bolzano) e sulla sua casacca venne applicato, oltre al triangolo rosso dei prigionieri politici, anche il disco rosso cerchiato di bianco dei prigionieri fuggitivi, che bisognava sorvegliare di più.
Anche a Gries tentò la fuga, rifugiandosi in un magazzino, dove restò nascosto per circa un mese. Scoperto, fu selvaggiamente percosso e nel settembre 1944 trasferito a Flossenburg in Baviera.
Carità e "supplenza sacerdotale"
Le condizioni di vita divennero insopportabili, ma Teresio non si arrese: la sua fede e la sua carità si contrapposero all’odio e alla violenza degli aguzzini. Affrontava le SS parlando perfettamente il tedesco, per far risparmiare agli altri le punizioni, a volte subendole lui al loro posto. Di sera organizzava la recita del Rosario e, più in generale, svolse un ruolo di "supplenza sacerdotale", ossia di assistenza religiosa.
Dopo 40 giorni dall’arrivo, fu mandato insieme ad altri nel campo satellite di Hersbruck. I prigionieri superstiti lo ricordarono in seguito per la sua serenità e coraggio, per la solidarietà verso i detenuti più esposti: si ridusse allo stremo delle forze, per le tante percosse e torture subite.
Assistette il suo amico Odoardo Focherini, originario di Carpi, internato per la sua opera di soccorso agli ebrei e costretto al ricovero in infermeria per una grave ferita alla gamba. Fece in tempo a raccogliere le sue ultime parole, prima che lui morisse il 27 dicembre 1944; è Beato dal 2013.
La morte
Ai primi di gennaio 1945, mentre Teresio faceva da scudo con il suo corpo emaciato e piagato ad un giovane ucraino percosso ingiustamente, il capoblocco irritato gli sferrò un violento calcio al ventre,
cui seguirono venticinque bastonate.
Ricoverato nell’infermeria del campo di Hersbruck, rimase lucido e orante fino all’ultimo. Morì il 17 gennaio 1945, a 29 anni, dopo aver donato gli ultimi indumenti integri a un amico.
L’inizio della causa di beatificazione
Ai riconoscimenti civili, come la Medaglia d’oro al valor militare, conferita il 25 aprile 1953, si è sempre accompagnata una diffusa fama di santità circa la figura di Teresio Olivelli. Dopo le fasi preliminari di raccolta di documenti e ricerca dei testimoni sopravvissuti, è stata istruita l’inchiesta diocesana.
Dopo aver ottenuto l’autorizzazione al trasferimento del processo dalla diocesi di Bamberga (nel cui territorio si trova Hersbruck) a quella di Vigevano (in cui Teresio aveva passato due terzi della sua vita), si poté procedere con l’avvio del processo diocesano. La prima sessione si svolse il 29 marzo 1987, mentre l’ultima fu celebrata il 16 settembre 1989.
Una causa "a doppio binario"
La "Positio" fu completata nel 2007, ma l’allora postulatore presentò un duplice apparato probatorio o "Informatio": uno mirato a dimostrare le virtù eroiche, l’altro a comprovare la morte in odio alla fede. La Congregazione delle Cause dei Santi notificò quindi che si doveva proseguire sulla strada delle virtù, in quanto più ricca di elementi probatori.
Nel 2011, dopo alcune modifiche tecnico-redazionali, venne data alle stampe la "Positio", che il 24 maggio 2011 il Congresso peculiare dei periti storici approvò all’unanimità.
Il 14 settembre 2012, il postulatore domandò di cambiare l’indirizzo della causa: in conseguenza di ciò, il 21 luglio 2013 venne presentata una suppletiva "Positio super martyrio".
Il 17 dicembre 2013 i Consultori teologi discussero entrambe le vie e affermarono che, non essendo sufficientemente dimostrabile che i persecutori avessero agito in odio alla fede, bisognasse proseguire per verificare l’eroicità delle virtù. Tuttavia, la postulazione dovette produrre alcuni Chiarimenti circa alcuni aspetti apparentemente controversi della vita di Olivelli.
Nel dicembre 2014, la causa fu nuovamente esaminata dai consultori teologi, in questo caso positivamente. Un anno dopo, il 1° dicembre 2015, la Sessione Ordinaria dei Cardinali e Vescovi membri della Congregazione delle Cause dei Santi si pronunciò favorevolmente circa l’esercizio, in grado eroico, delle virtù cristiane da parte del Servo di Dio.
Infine, il 14 dicembre 2015, papa Francesco autorizzò la Congregazione a promulgare il decreto con cui Teresio Olivelli veniva dichiarato Venerabile.
Alla fine, riconosciuto martire
La strada del riconoscimento del martirio è stata però ripresa nel 2016, con un attento lavoro da parte della postulazione, per rispondere puntualmente ai rilievi espressi dai consultori teologi e precisare le circostanze martiriali.
Un nuovo Congresso dei Consultori Teologi, il 7 marzo 2017, ha quindi esaminato le nuove prove, pronunciandosi positivamente. Anche i Cardinali e Vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi, il 6 giugno seguente, si sono dichiarati favorevoli al riconoscimento della morte in odio alla fede di Olivelli.
Il 16 giugno 2017, dunque, papa Francesco ha dato il suo assenso alla promulgazione del decreto con cui, ufficialmente e definitivamente, Teresio Olivelli poteva essere dichiarato martire. La beatificazione è stata fissata al 3 febbraio 2018, presso il Palasport di Vigevano.
Signore facci liberi (Preghiera del ribelle)
SIGNORE che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce segno di contraddizione, che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dei dominanti, la sordità inerte della massa, a noi oppressi da un giogo oneroso e crudele che in noi e prima di noi, ha calpestato Te fonte di libere vite, dà la forza della ribellione.
DIO, che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi: alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre forze, vestici della Tua armatura. Noi Ti preghiamo Signore.
TU che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato, crocifisso, nell’ora delle tenebre ci sostenti la Tua vittoria: sii nell’indigenza viatico, nel pericolo sostegno, conforto nell’amarezza. Quanto più s’addensa e incupisce l’avversario, facci limpidi e diritti.
NELLA tortura serra le nostre labbra. Spezzaci, non lasciarci piegare.
SE cadremo fa che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente e a quello dei nostri Morti a crescere al mondo giustizia e carità.
TU che dicesti: "Io sono la risurrezione e la vita" rendi nel dolore all’Italia una vita generosa e severa. Liberaci dalla tentazione degli affetti: veglia Tu sulle nostre famiglie.
SUI monti ventosi e nelle catacombe delle città, dal fondo delle prigioni,
noi Ti preghiamo: sia in noi la pace che Tu solo sai dare.
DIO della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore.

(Autore: Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Teresio Olivelli, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (17 gennaio)
*
San Gennaro Sànchez Delgadillo
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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