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Santi del 18 gennaio

Il mio Santo > Santi di Gennaio

*Beato Andrea Grego da Peschiera (18 gennaio)

Peschiera, 1400 - Morbegno, 1485  Ricorrenza liturgica 19 gennaio
Fu discepolo di Sant’ Antonino nel convento di San Marco a Firenze. Terminato il periodo di formazione, venne inviato a predicare nella Valtellina.  
Qui prodigò a favore della povera popolazione ogni sua energia e 45 anni di durissimo ministero gli valsero l'appellativo di apostolo della Valtellina.  
Il segreto del suo successo era dovuto all'esercizio eroico della penitenza, dell'umiltà e dell'obbedienza. Ripeteva spesso: "Un religioso obbediente è un religioso santo".
Martirologio Romano: A Morbegno sulle Alpi in Lombardia, Beato Andrea da Peschiera Grego, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che a lungo percorse a piedi tutta la regione, vivendo sobriamente tra i poveri e conciliandosi fraternamente gli animi di tutti.
Il Beato Andrea da Peschiera fu il vero Frate Predicatore, potente in opere e in parole, tutto consacrato al bene delle anime, infaticabile nell’evangelizzare intere popolazioni. Prese l’Abito Domenicano nel convento di Brescia, da quello passò in S. Marco di Firenze per compiervi gli studi.  
In questo venerabile cenobio fioriva in pieno, per opera del Beato Antonio Della Chiesa, la riforma voluta dal Beato Raimondo Da Capua, e così Andrea si formò non solo ai forti studi, ma anche alle solide virtù. Inviato nella Valtellina a difendervi la fede, minacciata dall’eresia, per 45 anni ne fu la
vigile sentinella perlustrando instancabile quelle valli alpine, povero e penitente, come il suo gran Padre Domenico, compiendovi prodigi di zelo. Predicò con ardore la divina parola, confermandovi innumerevoli anime nella fede e richiamandole da tutte le vie del male.
Creò nuove parrocchie, fondò monasteri, eresse, nel 1475, il celebre convento di Morbegno, che non solo contribuì al rifiorimento della vita regolare nell’Ordine, ma fu un vero baluardo contro l’eresia, vera casa della santa predicazione di cui egli fu l’anima senza voler tuttavia accettare mai nessun grado di superiorità.
L’unico ufficio cui ambì, e che sempre esercitò con santa gioia, fu quello di Questuante, fedele, anche in questo, imitatore del suo glorioso Patriarca. In questa vita di penitenza, di preghiera, d’incredibili fatiche perseverò fino alla più tarda vecchiaia. Il suo corpo è ancor oggi molto venerato nella chiesa parrocchiale di Morbegno, paese dove trovò la morte il 18 gennaio 1485 nel convento da lui fondato. Papa Pio VIII il 26 settembre 1820 ha confermato il culto. (Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Secondo fonti storiche Andrea fu discepolo di S. Antonino nel convento di San Marco a Firenze.
Terminato il periodo di apprendistato, venne mandato con lo scopo della predicazione in Valtellina. In questo luogo si prodigò in soccorso della povera gente con ogni sua energia e 45 anni di estenuante ed efficace ministero gli valsero l'appellativo di Apostolo della Valtellina.
Il suo carisma era dovuto innanzitutto all'esercizio della penitenza, dell'umiltà e dell'obbedienza, mai venuta meno. Si dice affermasse frequentemente: "Un religioso obbediente è un religioso santo".
Il Beato Andrea da Peschiera fu vero esempio di Frate Predicatore, efficace in opere e in parole, dedicò la sua vita al bene delle anime, instancabile nell’ evangelizzare interi borghi. Assunse l’Abito Domenicano presso il convento domenicano di Brescia e da quello si trasferì in quello di San Marco in Firenze dove completò la sua formazione.  
Mandato nella ValtFacciata della chiesa di S. Giovanni Battista a Morbegnoellina la cui fede vacillava, minacciata dall’ eresia, per 45 anni ne fu la valida sentinella percorrendo le amene valli alpine, penitente e senza beni terreni, predicò con fervore la Vera Parola convertendo efficacemente migliaia di persone.
Secondo la tradizione istallò nuove parrocchie e creò monasteri, eresse, nel 1475 (in realtà il convento esisteva già ma lui lo consolidò) il celebre convento di San Pietro Martire di Morbegno, che fu un vero baluardo contro l’ eresia.
In questa vita di sacrificio, di orazione, d’instancabili sforzi fisici, intellettuali e spirituali continuò fino alla veneranda età. Il suo corpo  è ancor oggi molto venerato nella splendida Collegiata barocca di Morbegno, città dove trovò la morte il 19 gennaio 1485 nel convento di San Pietro Martire.
Fu tumulato prima presso la chiesa dei domenicani di Morbegno dedicata ai SS. Antonio Abate e Marta poi dopo le soppressioni napoleoniche le sacre reliquie furono traslate solennemente nella Cappella di San Giuseppe nell'Insigne Collegiata di San Giovanni Battista sempre a Morbegno.
Papa Pio VIII il 26 settembre 1820 ha confermato il suo culto; nel 1933 fu creata per ospitare le spoglie terrene una splendida urna in stile barocco e negli anni sessanta la maschera in cera che ne ricopre tuttora il volto. Nello scorso decennio la Collegiata morbegnese ha donato alla parrocchia di Peschiera un insigne reliquia del Beato contenuta in un prezioso reliquiario settecentesco.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Andrea Grego, pregate per noi.


*Beata Beatrice II d'Este - Monaca

Ferrara, 1230 - 18 gennaio 1262
Martirologio Romano:
A Ferrara, Beata Beatrice d’Este, monaca, che, alla morte del marito, avendo rinunciato al regno di questo mondo, si consacrò a Dio in un monastero da lei stessa fondato sotto la regola di san Benedetto.
Le poche notizie biografiche ci sono pervenute dall'atto di monacazione, dal testamento del padre, dalla breve  biografia di un monaco padovano, quasi contemporaneo, da un cenno nella Chronica
parva ferrariensis e dalla biografia di una monaca ferrarese (Monastero di Sant' Antonio Abate, Catasto dei privilegi del sec. XVI ed altra copia del sec. XV in Bibl. Ariostea, fondo Antonelli, n. 503).
I Bollandisti si limitano a riportare passi di vari autori (Padovano, Signa, martirologi benedettini) ed un miracolo del 1628.
Figlia di Azzo IX (VII), marchese d'Este e signore di Ferrara, e di Giovanna di Puglia, Beatrice nacque in Ferrara intorno al 1230.
Educata agli esempi della zia Beatrice, monaca a Gemmola (Padova), e della nonna Leonora di Savoia, fu data in sposa (1249) a Galeazzo, figlio di Manfredi e podestà di Vicenza.
Nel raggiungerlo a Milano, ebbe la dolorosa notizia della sua morte in battaglia contro Federico II.
Ritornata a Ferrara, si ritirò a vita monastica nell'isoletta di S. Lazzaro, ad ovest della città, con alcune damigelle di corte, ricevendo l'abito di San Benedetto.  
Cresciuto il numero delle religiose, ottenne dal papa Innocenzo IV di trasferirsi nel monastero di Santo Stefano della Rotta (1257), presso il quale sorse la chiesa di Sant' Antonio abate, costruita nel 1267.
Beatrice emise i voti nelle mani del vescovo Giovanni, abbracciando la regola di San Benedetto il 25 marzo 1254.  
Vissuta santamente, morì il 18 gennaio 1262, e non, come ritenne il Muratori, nel 1270.  
Fu sepolta in un'ala del gran chiostro trasformata in cappella, e il suo sepolcro fu meta di pellegrinaggi.  
Clemente XIV ne approvò il culto il 23 luglio 1774 e Pio VI concesse la Messa e l'Ufficio proprio nel 1775, fissandone la celebrazione al 19 gennaio, poiché il 18 ricorreva la festa, ora soppressa, della Cattedra di San Pietro in Roma.
Dal suo sepolcro marmoreo, in certi periodi dell'anno, trasuda miracolosamente un liquido e dalle sue ossa si sprigiona un delicato profumo.
Le molte grazie ottenute in occasione di calamità pubbliche rendono il luogo oggetto di grande venerazione.
(Autore: Dante Balboni – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Beatrice II d'Este, pregate per noi.


*Santi Cosconio, Zenone e Melanippo - Martiri   (18 gennaio)

Martirologio Romano: A Nicea in Bitinia, nell’odierna Turchia, Santi Cosconio, Zenone e Melanippo, martiri.
Il Bolland (Acta SS. Ianuarii, I, Venezia 1734, p. 997) recensisce al 15 gennaio questi martiri come appartenenti alla Chiesa egiziana.
In realtà si tratta di tre martiri di epoca assai antica o almeno anteriore a Diocleziano.  
Il Martirologio Siriaco del sec. IV ha, infatti, al 19 gennaio in Nicea (memoria) di Cosconio, Zenone, Melanippo (Meliufos) tra i martiri antichi; e al 23 febbraio: in Asia, tra i martiri antichi, Policarpo vescovo e Arato, e Cosconio, Melanippo (Melanuhfôs) e Zenone; e ancora al 2 settembre: in Nicomedia (= Nicea) Afitarqin e Cosconio, Zenone e Melanippo.
La memoria è passata nel Martirologio Geronimiano che li recensisce giustamente al 19 gennaio e ne anticipa il ricordo al 18 e al 15 dello stesso mese: «Niceae Cosconi Zenonis Melanippi».
Da quest'ultima nota, funestata dai soliti errori di trascrizione e dell'inserzione topografica «in Aegypto» (da riferirsi ad altri nomi), è nata la recensione bollandista.  
(Autore: Giovanni Lucchesi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Cosconio, Zenone e Melanippo, pregate per noi.

 

*Beata Cristina Ciccarelli da L'Aquila (18 gennaio)

Colle di Lucoli (L'Aquila), 24 febbraio 1480 - 18 gennaio 1543
Nacque a Colle di Lucoli (L'Aquila) nel 1480 e fino a 25 anni trascorse la vita in famiglia esercitandosi nella preghiera e nella penitenza.
Entrata nel monastero agostiniano di Santa Lucia a L’Aquila, mutò il nome di Mattia in Cristina e coltivò fedelmente l'osservanza regolare, l'amore ai poveri e la pazienza nelle sue lunghe infermità. Contro la sua volontà fu eletta per diverse volte Abbadessa del suo monastero.
Morì il 18 gennaio 1543.
Il suo culto fu confermato da Gregorio XVI nel 1841.  
Martirologio Romano: A L’Aquila, Beata Cristina (Mattia) Ciccarelli, vergine dell’Ordine di Sant’Agostino.
Al secolo Mattia Ciccarelli, nacque da Domenico e Maria di Pericolo a Colle di Lucoli (L'Aquila), il 24 febbraio 1480, ultima di sei figli.
Sin dalla più tenera età mostrò di possedere le virtù dell'obbedienza, dell'umiltà e della modestia, congiunte con l'amore per la preghiera che praticava per buona parte del giorno ritirata nell'angolo più riposto della sua casa e devotamente raccolta davanti a un'immagine della Madonna della Pietà.
Alle preghiere univa costantemente mortificazioni e rigorosi digiuni, macerando così il suo corpo per cancellarne la bellezza, al fine di impedire di essere ammirata.
A undici anni conobbe il Beato Vincenzo da L'Aquila, che divenne il suo direttore spirituale e a cui ben presto confidò il suo intimo desiderio di consacrarsi interamente al Signore, abbracciando la vita religiosa.
Nel giugno 1505 entrò, infatti, nel monastero di S. Lucia delle Agostiniane osservanti in L'Aquila, dove prese il velo assumendo il nome di Cristina.
La grande pietà, la sottomissione più completa e l'assoluta umiltà di cui dava quotidianamente luminose prove, le meritarono in breve la venerazione di tutte le consorelle le quali, dopo non molti anni, la scelsero come loro badessa, carica cui fu eletta più volte, suo malgrado.  
Divenuta celebre per la sua santità, per le visioni avute e per i miracoli operati, Cristina era visitata continuamente da una gran folla di persone, dalle più modeste alle più importanti.
Tra le varie estasi
di cui il Signore volle degnarla, due restano veramente mirabili: quella avuta nella ricorrenza della festa del Corpus Domini, allorché fu trovata sollevata da terra per più di cinque palmi, mentre sul petto le risplendeva l'Ostia santa rinchiusa in una pisside d'oro (per questo la Beata viene comunemente così raffigurata); e quella avuta in un venerdì santo e prolungatasi fino al giorno successivo, durante la quale provò, a suo dire, gran parte dei dolori della passione di nostro Signore. Cagionevole di salute e afflitta da più mali, Cristina morì il 18 gennaio 1543.
Soppresso il monastero agostiniano di S. Lucia il 12 ottobre 1908, le spoglie mortali della Beata furono trasferite nel monastero di S. Amico. Il culto, che già subito dopo la sua morte cominciò ad esserle prestato, fu solennemente confermato da Gregorio XVI nel 1841. La sua memoria liturgica ricorre il 18 gennaio.
(Autore: P. Bruno Silvestrini O.S.A. – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nel nostro pellegrinare nella famiglia della santità agostiniana, incontriamo la Beata Cristina, una monaca di molti secoli fa che visse in raffinata virtù e nel tempo in cui fatti mistici e rapimenti d’estasi caratterizzavano la santità dell’epoca.
La prima biografia sulla sua vicenda terrena venne scritta da un nobile aquilano, Giampietro Interverj, intorno al 1595, 52 anni dopo la morte di Cristina. Ma quest’opera manoscritta divenne irreperibile. Ne comparve un’altra a Colonia, in Germania, stampata in latino e firmata da Cornelius Curtius, un dotto agostiniano belga, storico dell’ordine a cui apparteneva.
Il suo nome, al secolo,  era Mattia e nacque nel 1480 (probabilmente il 24 febbraio, giorno dedicato a San Mattia) a Colle di Lucoli, presso l’Aquila, in Abruzzo. Non attratta dai normali giochi di quell’età (noci, bambole…),  spesso si soffermava sulle immagini sacre: «Se ne vedeva qualcuna in mano ad altri, eccola subito a salutarla col sorriso degli occhi; se la teneva tra le sue mani, la ricopriva di baci incessanti», sta scritto sulla biografia di Cornelius Curtius.
Trascorreva il tempo a pregare in casa, in una stanza appartata, dove il padre aveva posto un’immagine della Vergine Maria con il Cristo. Molto bella d’aspetto, non vantava tale sua dote, respingendo ogni eleganza nel vestire.
La bellezza sembrava a lei un ostacolo per il suo avvicinamento a Dio: non voleva insomma piacere agli altri per piacere soltanto al Signore, perciò brigò tanto per diventare più brutta:  non si lavava, digiunava e lavorava come le serve, ma con risultati negativi, perciò chiese l’intercessione della Madonna «ed allora una bruttezza repentina sfigurò Mattia, al punto che l’avresti detta tratta fuori dal sepolcro, pallida come un cadavere».
I suoi genitori presero a seguirla come una guida. Mattia li teneva distanti da ogni ansietà per i beni temporali e li indirizzava alla solerzia dell’operare per il regno dei cieli. Padre e madre consideravano così le raccomandazioni della figlia delle vere e proprie fondamenta per la loro vita. Apprendevano una vita migliore «fino a scorgere in lei una madre». Non lasciarono più allontanarsi poveri e monaci dalla propria casa a mani vuote.
Un giorno Mattia minaccia un ragazzo abituato a bestemmiare e ad offendere soprattutto sant’Antonio: «Bada che se non smetterai di bestemmiare il santo Abate, ecco io vedo un nero demonio assalirti alle spalle, pronto a soffocarti in gola una tale bestemmia!». Così avvenne. Il giovane, in groppa ad un asino lento nel camminare, proruppe in una bestemmia contro Sant’Antonio: scaraventato a terra si fratturò il cranio e «col collo spezzato, trova all’improvviso una morte spaventosa».
Sorte simile accadde ad un suo cognato che non osservava il precetto festivo per dedicarsi «col fare proprio dei ricchi insolenti» alla caccia. Era solita anche predire le disgrazie, come avvenne per l’omicidio di cinque uomini ed una donna, fatto che avvenne addirittura quindici anni dopo la sua scomparsa.
Esperienze mistiche e soprannaturali erano per lei quasi pane quotidiano: «…avvertita da una voce angelica di spingere lo sguardo da una finestra di casa che si apriva sull’aia, volse gli occhi da per tutto e in ogni senso a indagare in lontananza, quindi diresse lo sguardo verso il convento detto di San Giuliano, dove era infermo Fra’ Vincenzo, uomo di grande santità e meritatamente assai noto.  
Vide allora una scala che si prolungava dal cielo fino a terra e discendere per essa, ordinatamente a due a due, degli angeli, in lunga processione, recando ciascuno un cero acceso, e inoltrarsi in direzione di San Giuliano.
Chiudeva la processione il Re degli angeli, Cristo, nella maestà di Pontefice, sfolgorante d’immenso splendore» e recò sulle braccia «sollevate l’anima di Fra’ Vincenzo», il quale realmente era perito in quel momento.
Attraverso la sua guida spirituale, padre Girolamo da Tussio, decide di abbandonare per sempre il mondo e di ritirarsi a vita monastica. Ha 25 anni e il suo cuore è ormai totalmente rapito dalle dimensioni trascendenti.
Nel 1505 prende perciò il nome di Cristina per essere più in affinità con il suo Sposo e riceve l’abito monacale dell’ordine di Sant’Agostino.
«Parca di cibo, a ricordo del Cristo sofferente, trascorreva il venerdì nutrendosi tutt’al più di solo pane ed acqua; nei venerdì di Quaresima restava affatto digiuna. Limitava moltissimo il sonno, trascorrendo la maggior parte della notte nella preghiera e nelle penitenze».
Divenne Badessa per volere delle consorelle e svolse con atteggiamento materno tale missione. Preveniva le figlie nei servizi più umili e salvò nell’anima e nella salute molte persone.
Devota di san Marco recitava in suo onore ogni giorno il santo rosario e una volta le apparve San Martino di Tours e le domandò: «Perché onori di tanto affetto san Marco e non fai lo stesso verso di me?», da allora la Beata Cristina prese a pregarlo e ad affidarsi al Santo.
Spesso veniva presa dall’estasi e aveva una tale comunione con il mondo ultraterreno che per lei non fu affatto difficile distaccasi dalla terra.
Avvenne il 18 gennaio del 1543 all’età di 63 anni.
I fanciulli dettero notizia, per le vie, della morte di suor Cristina e il Prefetto provinciale fu costretto a concedere l’esposizione in pubblico della salma.
Inizia allora un lungo elenco di miracoli e grazie post mortem: cura una piaga di un legnaiolo, guarisce da due ferite mortali un ufficiale giudiziario, rende la vista ad un cieco, raddrizza uno storpio, guarisce un domenicano alla gamba e all’omero, risana un femore ad un francescano e libera una monaca da una terribile emicrania.
Conclude Cornelius Curtius: «Aggiungerei altri casi, se non fossero tali da poter arrecare noia al lettore, per la somiglianza che hanno tra loro.
Sono sufficientemente valide queste testimonianze, che dimostrano che Cristina vive tra i celesti vita immortale, non immemore dei mortali».
(Autore: Cristina Siccardi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Cristina Ciccarelli da L'Aquila, pregate per noi.


*San Deicolo - Abate (18 gennaio)

+ 625 circa
Martirologio Romano:
Nel monastero di Lure in Burgundia, nell’odierna Francia, San Deícolo, abate: di origine irlandese e discepolo di San Colombano, si tramanda che abbia fondato quel cenobio.
San Deicolo era originario dell’Irlanda, verde isola che ha donato alla Chiesa non pochi fiori di santità.
Insieme  con il celebre San Colombano partì per la Gallia, ove fondò la grande abbazia di Luxeuil nei Vosgi.
Quando nel 610 Colombano fu esiliato in Italia, Deicolo fondò l’abbazia di Lure, nel territorio della diocesi di Besancon, divenendone il primo abate e trascorrendovi gli ultimi anni di vita, sino alla morte avvenuta verso l’anno 625.
Deicolo era noto per essere sempre di buon umore e per i numerosi miracoli compiuti in vita ed in morte, attribuitigli da una biografia risalente al X secolo, scritta da un monaco di Lure.
È particolarmente invocato contro le convulsioni.
In francese il suo nomu è Desle, nome di battesimo assai diffuso ancora oggi nella Franca Contea.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Deicolo, pregate per noi.

 

*Beato Facio (Fazio) di Cremona (18 gennaio)

Martirologio Romano: A Cremona, Beato Facio, che, orefice, da Verona sua patria, venne in questa città per dedicarsi interamente a opere di penitenza, pellegrinaggi e al conforto dei malati.
Nello straordinario gioiello monumentale che è la cattedrale di Cremona, a poca distanza dall’urna che custodisce le spoglie di Sant’Omobono, patrono dei sarti, è sepolto un altro laico santo, autentico modello di come possono essere vissuti quotidianamente gli insegnamenti evangelici.
Facio, detto anche Fazio, nacque a Verona nel 1200 in una famiglia molto religiosa. Fu affidato, ancor giovane, a un maestro orafo affinché nella sua bottega apprendesse la professione. Le grandi doti lavorative, il buon carattere e la giovane età lo resero, a soli ventisei anni, famoso in tutta la città.
Giunsero però le invidie degli altri orafi e le angherie furono tali che Facio decise di trasferirsi a Cremona.
Tornò nella sua città dopo qualche tempo, con il proposito anche di riconciliarsi con i propri nemici, ma il clima non era cambiato e anzi alcuni gli procurarono ingiustamente il carcere.
In occasione di una guerra, su richiesta dei cremonesi che lo consideravano ormai loro concittadino, venne liberato e fece quindi ritorno nella città lombarda.
In un clima finalmente sereno, l’arte orafa cedette il posto all’apostolato.
Il cuore generoso lo portava ad aiutare quanti erano nel bisogno e fondò a tale scopo la Confraternita laicale dello Spirito Santo, aprendo nella sua casa un ricovero che col tempo diverrà
l’Ospedale Maggiore della città.
Il vescovo, stimandolo anch’egli moltissimo, lo elesse visitatore generale dei monasteri della diocesi, fatto eccezionale per un non consacrato.
Ricoprì la carica col massimo impegno fino alla morte. Nel 1240 il Beato fondò un ospedale a Soncino, al cui fianco venne aperta la chiesa dello Spirito Santo, in seguito dedicata al suo nome (oggi ha il titolo di Sant’Antonio Abate). Morì, acclamato da tutti santo, il 18 gennaio 1272. Nel necrologio del capitolo della cattedrale, in cui Facio è detto “frater”, vi è una relazione sulla sua morte molto dettagliata.
Pochi anni dopo un prete di nome Giovanni scrisse una vita in latino, apportando in appendice una lunga lista di miracoli, con molti testimoni, che il popolo di Cremona otteneva grazie alla sua intercessione. La prima biografia a stampa venne scritta nel 1606 da Leonardo Gregorio.
Il Beato Papa Pio IX ne confermò il culto nel 1873. Le reliquie, più volte oggetto di ricognizione, dapprima venerate nella chiesa a lui dedicata, sono oggi nella cripta della cattedrale nel cui tesoro sono conservati alcuni preziosi manufatti della sua attività di orafo.  
(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Facio di Cremona, pregate per noi.


*Beate Felicita Pricet, Monica Pichery, Carla Lucas e Vittoria Gusteau – Martiri (18 gennaio)

Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Beati Martiri di Angers” Martiri della Rivoluzione Francese

+ Avrillé, Francia, 18 gennaio 1794

Fèlicité Pricet, Monique Pichery, Charlotte Lucas e Victoire Gusteau, laiche francesi, subirono il martirio durante la Rivoluzione Francese e vennero beatificati il 19 febbraio 1984 da Papa Giovanni Paolo II insieme con altri martiri della diocesi di Angers.
Martirologio Romano: Ad Avrillé presso Angers in Francia, Beate Felicita Pricet, Monica Pichery, Carlotta Lucas e Vittoria Gusteau, martiri, che, mentre infuriava la rivoluzione francese, furono fucilate in odio alla fede cristiana.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beate Felicita Pricet, Monica Pichery, Carla Lucas e Vittoria Gusteau, pregate per noi.


*Beato Giovanni de Laers - Mercedario (18 gennaio)

Fu uno dei primi, il Beato Giovanni de Laers, a ricevere l’abito Mercedario assieme a San Pietro Nolasco e fu un suo luogotenente che agiva nell’episcopato di Maiorca, e qui ricevette alcune cose in dono.
Non mancò di essere presente alla morte del maestro Fondatore, e fu famoso per i miracoli fra i quali spesso comandare le impetuose onde marine salvando molti naviganti.
Colmo di meriti morì a Barcellona.
L’Ordine lo festeggia il 18 gennaio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni de Laers, pregate per noi.


*Santa Margherita d'Ungheria - Principessa e Religiosa Domenicana (18 gennaio)

Buda (Ungheria), 1242 - Isola Margherita (Budapest), 18 Gennaio 1270
Nacque nel 1242 da Bela IV re d'Ungheria e dalla regina Maria di origine bizantina, probabilmente nel  castello di Turòc.
Nel 1252 fu condotta al monastero delle Domenicane di Santa Maria nell'Isola delle Lepri sul Danubio presso Buda, fondato da suo padre.
Qui fa la sua professione religiosa nel 1254 e prende il velo nel 1261. Margherita si faceva leggere le Sacre Scritture e si affidava alla guida spirituale del suo confessore, il domenicano Marcello, già Provinciale d'Ungheria. È stata una delle più grandi mistiche medievali d'Ungheria.
Grazie alla sua ascesi ebbe il dono delle visioni.
Morì il 18 gennaio 1270 nel suo convento dell'Isola delle Lepri, presso Budapest. La sua tomba divenne presto meta di pellegrinaggi.
Il processo canonico per dichiararla santa è incominciato nel 1271, sotto Gregorio X. La canonizzazione è avvenuta nel 1943, con Pio XII. Un iter complessivo di 672 anni. (Avv.)
Etimologia: Margherita = perla, dal greco e latino
Martirologio Romano: Presso Buda in Ungheria, Santa Margherita, Vergine: figlia del re Bela IV, promessa in voto a Dio dai suoi genitori per la liberazione della patria dai Tartari e affidata in tenera età alle monache dell’Ordine dei Predicatori, ancora dodicenne si consacrò così totalmente a Dio nella professione religiosa, da desiderare ardentemente di assimilarsi a Cristo crocifisso.
Nacque nel 1242 da Bela IV re d’Ungheria e dalla regina Maria di origine bizantina, probabilmente nel castello di Turòc.
Nel 1252 fu condotta al monastero delle Domenicane di Santa Maria nell’Isola delle Lepri sul Danubio presso Buda, fondato da suo padre.
Qui fa la sua professione religiosa nel 1254 e prende il velo nel 1261. Pregava continuamente sempre con le stesse preghiere, riservando particolare devozione alla Passione di Cristo e
all’Eucaristia.
Non aveva una grande cultura appena un po’ sopra il livello del saper leggere e scrivere.
Margherita si faceva leggere le Sacre Scritture e si affidava alla guida spirituale del suo confessore, il domenicano Marcello, già Provinciale d’Ungheria.
Aveva uno smisurato amore per la povertà, il quale unito alla sua vita ascetica la portò ad elevarsi in un grado di vicinanza a Dio da meritare il dono delle visioni.
É stata una delle più grandi mistiche medioevali d’Ungheria. Morì il 18 gennaio 1270 nel suo convento dell’Isola delle Lepri, presso Budapest, la sua tomba divenne meta di pellegrinaggi, mentre avveniva uno dei miracoli attribuitegli, i presenti erano più di tremila.
Un anno dopo la sua morte, il fratello Stefano V re d’Ungheria chiese al Papa Gregorio X un’inchiesta sulla santità della sorella, cosa che avvenne, ma i testi di questo primo processo non sono conservati.
Un secondo processo fu indetto da papa Innocenzo V nel 1276 ma anche questi atti sono scomparsi, ne rimase una copia nel convento domenicano in Ungheria.
Nel frattempo in patria, Margherita era già venerata come una Santa. Nel 1600 si ritornò a sollecitare Roma per la dichiarazione ufficiale ma bisogna arrivare al 1729 dopo una ricognizione delle reliquie che esce fuori insieme ad esse la copia conservata dalle suore del 1276, fonte principale per la vita della santa, essendo irreperibili tutti i documenti ufficiali precedenti.
Nel frattempo le reliquie erano state trasferite a causa dell’invasione turca, dal convento di Isola delle Lepri a quello delle Clarisse di Presburgo nel 1618.
Pur tardando il riconoscimento ufficiale, il culto per Santa Margherita fu esteso all’Ordine Domenicano e alla Diocesi di Transilvania nel 1804. Durante l’800 la festa si estese a tutte le
Diocesi ungheresi, poi dietro le richieste di alcuni cardinali e dell’Ordine Domenicano fu concessa la canonizzazione equipollente da papa Pio XII nel 1943.
La sua immagine è frequentissima nell’iconografia italiana e ungherese.  (Autore:   Antonio Borrelli)
Il processo canonico per dichiararla santa è incominciato nel 1271, sotto Gregorio X. La canonizzazione è avvenuta nel 1943, con Pio XII.
Un iter complessivo di 672 anni. Lei è figlia di re Béla IV d’Ungheria. E prima che venga al mondo, sul suo Paese piomba l’invasione mongola comandata da Batu, nipote di Gengis Khan: dopo aver devastato e saccheggiato i territori russi, ucraini e polacchi, dilaga in Ungheria, e in una battaglia campale disperde le truppe comandate da Béla IV, con ungari, croati, tedeschi e templari francesi.
La famiglia reale d’Ungheria si rifugia in Dalmazia.
La regina sta per partorire, e già si decide che, se nascerà una bambina, l’accoglierà un convento.
È un voto, per la salvezza dell’Ungheria. Così, sui tre-quattro anni, eccola già accolta nel convento domenicano di Santa Caterina, a Veszprém; e intanto nasce per lei un’altra casa di suore presso Buda, su un’isoletta del Danubio che si chiamerà poi Isola Margherita.
Niente vocazione, dunque: hanno fatto tutto i genitori. I quali poi, nel 1260, vogliono farla maritare al re Ottocaro II di Boemia, col quale l’Ungheria ha fatto pace dopo una guerra sfortunata. Lei, al momento, ha diciotto anni, e dice di no.
Ottocaro sposerà una sua sorella.
Poi Margherita fa di più: se finora era nel convento una sorta di illustre ospite, ora si fa domenicana. La vocazione è arrivata adesso, come lei dice al suo confessore, il domenicano frate Marcello. Dopo di lei arrivano in convento altre figlie dell’aristocrazia ungherese. Forse anche loro “chiamate”.
Oppure forse spinte dall’ambizione di andare a star bene accanto alla figlia del re, mettendo insieme una piccola corte.
Non così la pensa Margherita. Certo, tiene presenti anche le vicende di fuori. Anzi, nel 1265 si impegna per mettere fine a una guerra di famiglia. Suo fratello Stefano V (tre anni più di lei) si è ribellato al padre Béla IV, che pure lo aveva associato al trono; e gli fa addirittura la guerra. Margherita a questo punto interviene e riconcilia padre e fratello. Ma come religiosa non si fa sconti: lì non è più la figlia del re.
I suoi connotati di religiosa si trovano nelle deposizioni di un centinaio di testimoni, che nel 1276 (sei anni dopo la morte) depongono davanti a due delegati pontifici giunti da Roma per indagare sulla sua fama di santità. E qui troviamo una donna che vive la Regola, e vi aggiunge pure del suo, dedicandosi a una continua opera di imitazione di Gesù nella sofferenza fisica e nell’umiliazione.
Si fa leggere molto spesso il racconto della Passione, e lo ascolta in piedi. Si priva di cibo e di riposo per il desiderio di vicinanza al Signore sofferente. Cerca persino di cancellare dal viso ogni traccia di bellezza. E dal suo convento sul Danubio si ritrova in sintonia con lo spirito dei movimenti di disciplinati e penitenti, che si diffondono in Europa.
Dopo la morte, ecco le voci dei miracoli presso la sua tomba, nel coro del convento (abbandonato e poi distrutto nel XVII secolo). Comincia l’inchiesta per la canonizzazione, e sarà molto lunga, ma il suo nome gira per l’Europa.
Nel 1425, in Francia, Giovanna d’Arco si sente chiamata, da “voci” misteriose, a rafforzare la propria fede e a liberare la Francia. Al processo che finirà col supplizio, Giovanna darà alle “voci” un nome: «Michele arcangelo, Caterina da Siena e Margherita d’Ungheria».  
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Margherita d'Ungheria, pregate per noi.


*Beata Maria Teresa Fasce - Agostiniana (18 gennaio)
Torriglia, Genova, 1881 - Cascia, 18 gennaio 1947
Nata nel 1881 a Torriglia, nell'entroterra genovese da una famiglia borghese molto religiosa, nonostante la contrarietà della famiglia, nel 1906 entra nel monastero agostiniano di Santa Rita a Cascia di cui sarà abbadessa dal 1920 fino alla morte, nel 1947.
Diventa propagatrice della devozione a Santa Rita anche grazie al periodico «Dalle Api alle rose»; realizza l'«alveare di santa Rita» per accogliere le «apette», le piccole orfane.
Riesce a realizzare un santuario che non vedrà ultimato e che sarà consacrato quattro mesi dopo la sua morte.
La sua esistenza è contrassegnata da gravi malattia a partire da un tumore al seno col quale convive per 27 anni. Non a caso oggi viene invocata dalle fedeli colpite da questa malattia. Scomparsa il 18 gennaio 1947, Giovanni Paolo II l'ha proclamata beata il 12 ottobre 1997. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Cascia in Umbria, Beata Maria Teresa (Maria Giovanna) Fasce, badessa del monastero dell’Ordine di Sant’Agostino, che con ogni cura unì l’ascesi e la contemplazione alle opere di carità verso i pellegrini e i bisognosi.
Nasce nel 1881 a Torriglia, nell’entroterra genovese, in una famiglia borghese, dove si respira una religiosità intensa, tanto che ben tre figlie avvertono in modo chiaro e distinto la vocazione alla vita
consacrata.
Ma per quell’incoerenza illogica di troppe famiglie cristiane, ogni vocazione trova una ferma opposizione. Riesce a spuntarla solo lei, forse più cocciuta, certamente con una vocazione così salda da superare tutti gli ostacoli.
Perché a lei non va bene un monastero qualsiasi , ma solo uno agostiniano; e non in una città qualunque, ma unicamente a Cascia.
La famiglia, già contraria alla vocazione di per sé, tanto più ostacola la sua idea del monastero di Cascia, oscura cittadina che nessuno conosce e molto distante da Genova.
Certamente più distante di Savona dove pure c’è un monastero agostiniano in cui la famiglia si adatterebbe a vederla entrare, ma di cui lei non vuole sapere. Il suo non è però un capriccio infantile, ma l’espressione della sua tenera devozione a Santa Rita, la quattrocentesca monaca agostiniana che Leone XIII ha proclamato Santa nel 1900 e che appunto nel monastero di Cascia è vissuta ed è morta.
Quando la famiglia si è convinta a lasciarla partire, a complicare ulteriormente la tormentata storia della sua vocazione arriva il netto rifiuto del monastero, le cui monache proprio non riescono a capire come quella “signorina in cappellino” avrebbe potuto adattarsi alla povertà del monastero dell’insignificante paesino di Cascia. Ancora una volta vince lei e nel 1906 entra nel monastero che ha sognato.
Qui però non trova una situazione rosea, perché sette giovani monache provenienti da Macerata vi hanno portato un clima di aridità spirituale che la fa soffrire e la manda in crisi. Così nel 1910 si prende una pausa di riflessione e rientra in famiglia, ma torna a Cascia l’anno dopo, ben decisa, con la sua presenza e la sua opera, a risanare quel rilassato ambiente spirituale.
Viene eletta Abbadessa nel 1920 e tale resterà per 27 anni, cioè fino alla morte. Con fermezza, amorevolezza e tanta umiltà riesce nel suo intento, ridonando al monastero il suo giusto equilibrio spirituale e caritativo.
Innamorata di Santa Rita, allora conosciuta solo in Umbria o poco più, si fa propagatrice della sua devozione nel mondo, anche grazie al periodico “Dalle api alle rose” che fonda nel 1923; promuove pellegrinaggi che a quell’epoca per Cascia rappresentavano un evento eccezionale; realizza l’”Alveare di S. Rita” per accogliere le “Apette”, cioè le piccole orfane; pensa di costruire un santuario, in grado di accogliere i tanti pellegrini che lei già intravede.
Ci riesce a prezzo di sacrifici immensi, incomprensioni, amarezze, cause giudiziarie, ostacoli della Soprintendenza, e che non avrà la soddisfazione di vedere ultimato, perché sarà consacrato quattro mesi dopo la sua morte.
Sul suo fisico si accumulano malanni a non finire: il diabete si assomma all’asma, a problemi di cuore e di circolazione al punto da impedirle di camminare ed inoltre convive per 27 anni con un tumore al seno (non per nulla adesso viene invocata da chi è assalito dal male del secolo). Si spegne nella mattinata del 18 gennaio di 60 anni fa, circondata da una fama di santità che Giovanni Paolo II ha sancito il 12 ottobre 1997 con la solenne beatificazione di Madre Maria Teresa Fasce.  
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Teresa Fasce, pregate per noi.


*Santa Prisca - Martire (18 gennaio)

sec. III
Subì il martirio sotto Claudio II, nel III secolo, venne sepolta sulla Via Ostiense e traslata sull’Aventino.
É probabile che sia stata la fondatrice di un’antica chiesa sull’Aventino.
Tutto ciò che si racconta su di lei, sono leggende, e le informazioni che si hanno sono contraddittorio e ci rimandano a tre persone diverse.
Etimologia: Prisca = primitiva, di un'altra età, dal latino
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Roma, commemorazione di Santa Prisca, nel cui nome è dedicata a Dio una basilica sull’Aventino.
É difficile stabilire la vera identità di questa martire romana, nonostante i numerosi documenti antichi, poiché le varie notizie che la riguardano si riferiscono probabilmente a tre persone diverse.
La celebrazione odierna vuole comunque onorare la fondatrice della chiesa titolare sull'Aventino, alla quale si riferisce l'epigrafe funeraria del V secolo, conservata nel chiostro di S. Paolo fuori le mura.
L'antica chiesa, cara a chi ama riscoprire gli angoli intatti dell'antica Roma, nell'ombra discreta e riposante delle sue navate, sorge sulle fondamenta di una grande casa romana del II secolo, come
hanno provato recenti scavi archeologici.
Ma gli Acta S. Priscae, che ne fissano il martirio sotto Claudio II (268-270) e la sepoltura sulla via Ostiense, donde poi il suo corpo sarebbe stato portato sull'Aventino, non hanno maggiori titoli di credibilità della suggestiva leggenda, che colloca S. Prisca nell'epoca in cui S. Pietro svolse il suo lavoro missionario a Roma.
Secondo questa leggenda, la santa sarebbe stata battezzata all'età di tredici anni dallo stesso Principe degli apostoli e avrebbe coronato il suo amore a Cristo con la palma del martirio, stabilendo al tempo stesso un primato, suggerito anche dal nome romano, che significa "prima": ella sarebbe stata infatti la prima donna in Occidente a testimoniare col martirio la sua fede in Cristo.
La protomartire romana sarebbe stata decapitata durante la persecuzione di Claudio, verso la metà del primo secolo.
Il corpo della giovinetta venne sepolto, sempre secondo questa tradizione, nelle catacombe di Priscilla, le più antiche di Roma.
Nel secolo VIII si cominciò ad identificare la martire romana con Prisca, moglie di Aquila, di cui parla S. Paolo: "Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Gesù Cristo, i quali hanno esposto la loro testa per salvarmi la vita. Ad essi devo rendere grazie non solo io, ma anche tutte le chiese dei gentili" (Rm 16,3).
Si cominciò così a parlare del "titulus Aquilae et Priscae" modificando il primitivo titolo di cui si ha notizia già nel sinodo romano del 499.
Il titolo cardinalizio con cui si è voluto onorare la chiesa di S. Prisca, una Santa oggi quasi dimenticata dai calendari, sta a testimoniare la devozione che fin dai primi secoli di vita cristiana riscuoteva questa "primizia" dell'umile pescatore di Galilea.
La chiesa di S. Prisca, sorta sul luogo di una casa romana che secondo la leggenda avrebbe ospitato S. Pietro, conserva nella cripta un capitello cavo, usato dallo stesso apostolo, per battezzare i catecumeni.
(Autore: Piero Bargellini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Prisca, pregate per noi.


*Beata Regina Protmann – Fondatrice (18 gennaio)
Braunsberg – Ermeland (Polonia), 1552 - † 18 gennaio 1613
La Beata Regina Protmann nacque nel 1552 a Braniewo (Braunsberg) nella regione polacca settentrionale della Warmia (Ermland), geograficamente vicina e storicamente legata alla Germania, in cui infuriava a quel tempo la Riforma protestante.
A 19 anni lasciò la ricca casa paterna per iniziare con due compagne una vita comunitaria ispirata a Santa Caterina di Alessandria e dedita all'assistenza verso malati e poveri, nonché all'educazione
delle giovani.
Era il primo nucleo delle Suore di Santa Caterina vergine e martire.
Oggi sono presenti con 120 comunità in diverse nazioni del mondo, tra le quali il Brasile, dove è avvenuto il miracolo che ha portato, nel 1999, alla beatificazione della fondatrice, morta nel 1613. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Braunsberg in Prussia, Beata Regina Protmann, vergine, che, presa d’amore per i poveri, si adoperò molto al servizio dei bisognosi e fondò la Congregazione delle Suore di Santa Caterina.
Una magnifica figura di donna, religiosa, fondatrice polacca, del XVI-XVII secolo, che sale agli onori degli altari come Beata.
Regina Protmann visse nel periodo dei grandi conflitti spirituali, scaturiti dalla Riforma Protestante e dalla Controriforma in Germania, nacque a Braunsberg – Ermeland (Polonia) nel 1552 e nella sua città natia fu spettatrice dell’aspra lotta religiosa in atto, che le lascerà una impronta forte nella sua vita.  
A 19 anni lasciò gli agi della casa paterna per ritirarsi insieme a tre compagne, in una casetta vecchia e cadente, per iniziare una vita di comunità, dedicata a Dio, nella povertà assoluta ed al servizio del prossimo.
Per aiutare i bisognosi svolgeva i lavori più umili e pesanti, visitava gli ammalati, cui portava il conforto della fede, si occupava dell’educazione dei bambini, in particolare delle ragazze.
Fu sempre sollecita e sensibile di fronte a tutte le esigenze ed i bisogni del prossimo; con devozione e fervore si dedicò anche alla cura dell’altare e della chiesa del suo paese.
Nel 1583, il vescovo Martino Kromer confermò le norme di vita, da lei dettate, per la piccola Comunità e nel 1602 approvò la Regola riveduta, della Congregazione delle “Suore di S. Caterina vergine e martire”; ed ebbe l’approvazione pontificia, a Vilnius dal Nunzio Apostolico Rangoni.  
Ben presto la Comunità si ingrandì aprendo altre Case a Wormditt, Heilsberg e Röbel. Attualmente conta 120 Comunità sparse in tutto il mondo, dalla Polonia al Togo in Africa, Brasile, Germania, Lituania, ecc.  
Dopo aver effettuato un disagiato viaggio in inverno, Regina Protmann ritornò ammalata al suo primo convento a Braunsberg, dove dopo una lunga e sofferta malattia, morì il 18 gennaio 1613.
Solo nel 1957, più di tre secoli dopo la morte, si iniziò il processo per la sua beatificazione.
Il 13 giugno 1999 Papa Giovanni Paolo II l’ha beatificata a Varsavia, durante il suo settimo pellegrinaggio apostolico in Polonia.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Regina Protmann, pregate per noi.


*Santi Successo, Paolo e Lucio - Vescovi e Martiri (18 gennaio)

Martirologio Romano: A Cartagine, nell’odierna Tunisia, Santi martiri Successo, Paolo e Lucio, vescovi, che parteciparono al Concilio tenutosi in questa città e subirono il martirio sotto l’imperatore Decio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Successo, Paolo e Lucio, pregate per noi.


*San Volusiano di Tours - Vescovo (18 gennaio)

+ 496
Martirologio Romano:
A Foix nella Gallia narbonense, nell’odierna Francia, transito di San Volusiano, vescovo di Tours, che, catturato dai Goti, in esilio rese lo spirito a Dio.
San Volusiano fu vescovo di Tours, nell’odierna Francia centrale, dal 488 al 496, quando morì, all’epoca della  conversione del re merovingio Clodoveo, fattore che avrebbe dato un grande impulso al cristianesimo nelle Gallie.
San Gregorio di Tours, vissuto un secolo dopo, scrivendo a proposito del santo predecessore riferì che Volusiano era stato attaccato dai Goti e questi alla fine riuscirono addirittura a scacciarlo dalla sua sede, costringendolo  così all’esilio in terra spagnola.
Racconti successivi riferirono invece che il vescovo venne decapitato per mano degli invasori ed il suo martirio sarebbe dunque stato all’origine del suo culto.
A quel tempo vi erano ancora dei vescovi latini coniugati ed anche Volusiano era sposato: aveva una moglie talmente bisbetica che, con il suo caratteraccio, terrorizzava tutti i suoi conoscenti.
Prova di ciò sta nella risposta che Ruricio, vescovo di Limoges, diede a Volusiano quando questi gli scrisse esponendogli il suo timore verso i goti: “timere hostem non debet extraneum qui consuevit sustinere domesticum”, cioè che chiunque ha già un nemico terribile in casa sua non ha nulla da temere da quelli esterni.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Volusiano di Tours, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (18 gennaio)
*Cirillo e Maria
*Santa liberata  - Vergine

*Servi di Dio Aristide e Adele Calvani

Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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