Santi del 20 gennaio - Istituto Aveta

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Santi del 20 gennaio

Il mio Santo > Santi di Gennaio

*Beato Angelo (Francesco) Paoli - Sacerdote Carmelitano (20 gennaio)

Casola in Lunigiana, Massa Carrara, 1 settembre 1642 - Roma, 20 gennaio 1720
Francesco Paoli nacque il 1° settembre 1642 ad Argigliano di Casola, un borgo della Lunigiana. Primogenito di tre fratelli e tre sorelle, fin da giovane si distinse per religiosità e attenzione ai poveri, amava molto le funzioni e la  liturgia.
Dopo aver ricevuto un po’ di istruzione dallo zio materno, vicario parrocchiale di Minacciano, non aveva ancora compiuto diciotto anni che si presentò al Vescovo di Luni-Sarzana per chiedere gli ordini minori e la tonsura che ricevette nella locale cattedrale.
Il 27 novembre 1660 Francesco e il fratello Tommaso si presentarono al convento di Cerignano per essere ammessi nell’Ordine Carmelitano.
Quindi il padre li accompagnò a Siena, all’antichissimo convento di San Nicola, dove iniziarono il noviziato. Francesco, divenuto frate Angelo, l’anno successivo emise i voti solenni e partì per il
convento di Santa Maria del Carmine di Pisa dove per cinque anni studiò filosofia.
Era ancora giovane, ma la sua indole caritatevole iniziò ad emergere e diversi notabili della città portavano a lui le elemosine da distribuire ai poveri. Dopo gli studi teologici, il 7 gennaio 1667, festa di Sant’Andrea Corsini, nella Basilica fiorentina di Santa Maria del Carmine, celebrò finalmente la prima Messa. Rimase a Firenze come organista e sacrista fino al 1674, quando dovette tornare in famiglia, ad Argigliano, per motivi di salute.
Il 15 agosto di quell’anno fu protagonista di un “miracolo”. La distribuzione del pane ai poveri non aveva mai fine e ancora oggi, in ricordo, annualmente, il 20 gennaio, l’illustre cittadino e il fatto prodigioso vengono ricordati. Angelo, quel giorno, volle sfuggire alla notorietà e si ritirò sulle montagne dell’alta Garfagnana per fare vita eremitica insieme ai pastori.
Ogni giorno, all’alba, saliva al santuario di s. Pellegrino per celebrare la messa. Soggiornò quindi a Pistoia ma, invece di curarsi, si dedicò nuovamente ai poveri.
Trascorso un anno, ristabilitosi in salute, fece ritorno a Firenze con il delicato compito di maestro dei novizi. Tra dicembre 1676 e ottobre 1677 fu parroco a Corniola di Empoli, dove c’era una comunità carmelitana, ma sovente andava a piedi a visitare i malati dell’ospedale di Pistoia.
Fu nuovamente a Siena tra il 1677 e il 1680 e anche nella città di Santa Caterina si dedicò ad opere di carità. Erano anni difficili, a causa di una carestia, e il frate carmelitano, con il permesso dei superiori, organizzò nell’orto del convento una mensa alla quale accorrevano poveri provenienti anche dalle campagne. Nel 1680 fu inviato a Montecatini con il compito di insegnare grammatica ai novizi, ma puntualmente anche lì si diede da fare per i bisognosi.
Nel 1682 fu destinato a Cerignano; partì di notte, come era solito fare per non ricevere ringraziamenti. Fu sacrista, organista e lettore ma, soprattutto, per indole innata, si dedicò alle persone in difficoltà.
Per trovare un po’ di quiete e pregare solitario si recava in una grotta vicina. Passarono cinque anni, poi giunse l’ordine del Padre Generale di andare a Roma. Padre Angelo prese solo il breviario, la cappa bianca e una bisaccia con un po’ di pane, e si mise in viaggio nel buio della notte. Passò da Argigliano per salutare l’anziano padre e i fratelli, mentre a Siena si accomiatò dal fratello padre Tommaso.
Fece il suo ingresso nella città eterna il 12 marzo 1687, dopo un viaggio lungo e avventuroso. Nel convento dei Ss. Silvestro e Martino ai Monti fu accolto con gioia, la sua fama l’aveva preceduto. Un giorno del mese di luglio, dopo aver fatto la Scala Santa, decise di visitare l’ospedale del Laterano. Quanta miseria umana e spirituale vide in quelle corsie. Tornato dal superiore chiese, nelle ore libere dagli incarichi che ricopriva, di dedicarsi ai malati. Gli fu accordato, a patto che non trascurasse la formazione dei novizi che era sotto la sua responsabilità.
Nei trentatre anni romani il Beato Angelo divenne il “padre dei poveri”, il suo apostolato raggiunse livelli altissimi.
Alla sua mensa venivano sfamati fino a trecento poveri al giorno. Si preoccupò inoltre dei malati che venivano dimessi dall’ospedale ma non erano abili a lavorare e aprì un convalescenziario. Organizzò, per quei tempi, servizi innovativi ed efficienti. Il suo apostolato fu anche per le carceri di Via Giulia e le famiglie dei detenuti.
Nel 1689 gli fu affidata l’assistenza spirituale del conservatorio della Beatissima Vergine, presso l’Arco di San Vito, fondato dalla nobildonna Livia Viperteschi per l’educazione delle fanciulle. La sua fama era tale che veniva chiamato anche fuori Roma per risolvere liti mentre dai certosini di Trisulti andava a parlare con i giovani che avevano dubbi sulla vocazione. Strinse vincoli di amicizia e collaborazione con nobili ed ecclesiastici, tra cui il cardinale teatino San Giuseppe Maria Tomasi.
Il Colosseo, santuario dei martiri dei primi tempi, per incuria era quasi pericolante e rifugio per gente di malaffare. Padre Angelo si rivolse a Clemente XI, con cui era in amicizia, e ricevette i fondi per alcuni lavori e per chiudere gli ingressi con le cancellate.
Innalzò quindi tre croci davanti alle quali ancora oggi si celebra la Via Crucis. Anche sul Monte Testaccio fece mettere tre croci come aveva pure fatto sulle Alpi Apuane, in Lunigiana, sua terra di origine. La sua devozione per la croce era forte, per tutta la vita la tradusse in carità dedicandosi al prossimo, coinvolgendo altre persone che su suo esempio compresero il valore del Vangelo vissuto. Diceva: “chi cerca Iddio deve andarlo a trovare tra i poveri”.
Dal 1713 al 1716 fu delegato da Clemente XI alla consegna delle reliquie nelle diocesi, compito importante, solitamente affidato ad un vescovo. Per due volte rinunziò alla dignità cardinalizia propostagli da Innocenzo XII e Clemente XI.
La mattina del 14 gennaio 1720, mentre suonava l’organo, fu assalito da febbre e portato in cella. L’ultima malattia durò pochi giorni. Alle ore 6.45 del 20 gennaio spirava venerato come un santo, all’età di 78 anni. Al suo funerale accorse tutta Roma, cardinali, nobili e una moltitudine di popolo. Il corpo venne portato in processione, la gente per strada espose gli arazzi delle occasioni solenni.
Papa Clemente XI sulla tomba in S. Martino fece scrivere il “venerabile” “padre dei poveri”. Molti miracoli gli furono attribuiti in vita e dopo la morte. Nel 1781 papa Pio VI riconobbe le sue virtù eroiche, oggi, riconosciuto il miracolo, è assunto alla gloria dei Beati.
Nel 1999 Giovanni Paolo II, per il 7° centenario della presenza dei Carmelitani nella Basilica di S. Martino ai Monti, disse: "Come non far memoria di quell’umile frate, il Ven. Angelo Paoli, "Padre dei Poveri" e "Apostolo di Roma," che possiamo definire il fondatore “ante litteram” della "caritas" nel rione Monti? Egli, per primo, collocò la croce nel Colosseo, dandovi inizio al pio esercizio della Via Crucis."  
(Autore: Daniele Bolognini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Angelo Paoli, pregate per noi.

 

*Sant’Ascla - Martire (20 gennaio)

Ad Antinoe, in Tebaide, ricordo di Sant'Ascla, Martire, il quale di fronte al governatore non fu intimidito delle minacce, poiché temeva maggiormente il disprezzare Cristo, e dopo diverse torture fu gettato in un fiume.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant’ Ascla, pregate per noi.


*Beato Basilio Antonio Maria Moreau - Sacerdote e fondatore (20 gennaio)

Laigné-en-Belin, Francia, 11 febbraio 1799 - Le Mans, Francia, 20 gennaio 1873
Basile- Antoine-Marie Moreau nacque l’11 febbraio 1799 a Laigné-en-Belin (Francia) e morì il 27 gennaio 1873 a Le Mans (Francia). Sacerdote diocesano, fondò la Congregazione della Santa Croce.
La sua causa di canonizzazione, introdotta il 12 maggio 1955, ha portato al riconoscimento delle sue virtù eroiche il 12 aprile 2003 ed al riconoscimento di un miracolo avvenuto per sua intercessione il 28 aprile 2006.
É stato  beatificato il 15 settembre 2007.
La Chiesa cattolica venera ben cinque Santi e Beati di cognome Moreau: Santa Maria di San Giusto (Anne-Francoise Moreau) missionaria francese martire in Cina, Beato Joseph Moreau martire
durante la Rivoluzione francese, Beato Luigi Zeffirino Moreau vescovo in Canada ed infina, ultimo ad essere elevato alla gloria degli altari, Basile-Antoine-Marie Moreau.
Quest’ultimo, oggetto della presente scheda agiografica, fu una grande figura della storia religiosa francese del XIX secolo, ingiustamente caduto nell’oblio.
Basile- Antoine-Marie Moreau nacque l’11 febbraio 1799 a Laigné-en-Belin, nei pressi di Le Mans in Francia, e nel 1821 fu ordinato sacerdote diocesano. Eccellente predicatore, uomo di azione e di preghiera, fondò  due società strettamente collegate: i Sacerdoti di Santa Croce e le Suore di Santa Croce.  
Ben presto i suoi figli e le sue figlie spirituali si sparsero nel vecchio e nel nuovo mondo ed in tal modo il Moreau poté contribuire all’introduzione ed al progresso della Chiesa cattolica negli Stati Uniti, alla fondazione delle prime scuole cristiane in Algeria, sotto il laborioso episcopato di mons.
Dupuch, a quella del primo orfanotrofio rurale di Roma per volontò del beato pontefice Pio IX. Non poche dure lotte accompagnarono come è facile immaginare cotante realizzazioni.
Pieno di meriti materiali e spirituali, Basile- Antoine-Marie Moreau si spense a Le Mans il 20 gennaio 1873.
La sua causa di canonizzazione, introdotta il 12 maggio 1955, ha portato al decreto sulle sue virtù eroiche il 12 aprile 2003 ed al riconoscimento di un miracolo avvenuto per sua intercessione il 28 aprile 2006.   
É stato infine beatificato il 15 settembre 2007 sotto il pontificato di Benedetto XVI.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Basilio Antonio Maria Moreau, pregate per noi.


*Beato Benedetto Ricasoli da Coltibuono - Eremita (20 gennaio)
+ 1107
Il Beato Benedetto Ricasoli fu Monaco ed Eremita vallombrosano della Badia di Coltibuono.  
Martirologio Romano:
A Coltibuono in Toscana, Beato Benedetto Ricásoli, eremita della Congregazione di Vallombrosa.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Benedetto Ricasoli da Coltibuono, pregate per noi.


*Beato Bernardo di Poncelli - Mercedario (20 gennaio)

Commendatore dei Mercedari di Tolosa (Francia), il Beato Bernardo di Poncelli, si distinse per la sua santità.
Nel 1333, innanzi a lui Santa Natalia fece la professione solenne, il Beato le consigliò di ricevere l’abito di terziaria per non lasciare soli i genitori e fu per lei grande guida verso la perfezione.
Pieno di meriti, spirò santamente nella città di Tolosa.
L’Ordine lo festeggia il 20 gennaio.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Bernardo di Poncelli, pregate per noi.

 

*Beato Cipriano Michele Iwene Tansi - Religioso (20 gennaio)   

Primo Beato della Nigeria, è stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 22 marzo 1998 ad Onitsha. Nacque nel 1903 ad Igboezunu nel Sud della Nigeria nella tribù degli Igbo, protagonisti negli anni 1967-70 della guerra civile del Biafra.
Iwene (questo il suo primo nome) fu mandato a scuola dai missionari, che erano in Nigeria dal 1890.
A nove anni venne battezzato col nome di Michele. Vincendo l'opposizione dei genitori nel 1925 entrò in seminario a Igbarian, diventando sacerdote nel 1937 nella cattedrale di Onitsha. Nominato parroco a Dunukofia, si impegnò in una vasta opera di evangelizzazione permettendo a molti di superare superstizioni e ingiustizie vissute nel nome della religione tradizionale.
Dal 1945 al 1949 fu parroco ad Aguleri.
Seguendo il desiderio del vescovo di avere in diocesi un'esperienza monastica, padre Tansi si recò in Inghilterra, entrando nel 1950 nell'abbazia trappista di Mount St. Bernard.
Nel 1952 fu ammesso al noviziato, diventando fra' Cipriano ed emettendo nel 1956 i voti perpetui.
Nel 1964, al momento di recarsi in Camerun per guidare la nuova comunità monastica, fu colpito da un aneurisma aortico che il 20 gennaio lo portò al decesso nell'ospedale di Leicester. (Avv.)
Martirologio Romano: Nel monastero di Mount Saint Bernard presso Leicester in Inghilterra, Beato Cipriano (Michele) Iwene Tansi, Sacerdote dell’Ordine Cistercense: nato nella regione di Onitsha in Nigeria, ancora fanciullo professò, contro la volontà della famiglia, la fede cristiana e, ordinato sacerdote, con grande zelo si dedicò alla cura pastorale, finché fattosi monaco meritò di coronare la sua santa vita con una morte santa.
Primo Beato della Nigeria, è stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 22 marzo 1998 ad Onitsha – Nigeria.
Ha la caratteristica di aver avuto nella sua vita ben tre nomi, Iwene alla sua nascita, Michele quando divenne cristiano e Cipriano come frate trappista.
Nacque nel 1903 ad Igboezunu ai margini della foresta, vicino all’antichissima città di Aguleri, nel Sud della Nigeria; era della nota e gloriosa tribù degli Igbo, che fu protagonista negli anni 1967-70 della sanguinosa guerra civile del Biafra.
Il Vangelo era arrivato nella sua zona nel 1890, portato dai primi missionari cattolici alsaziani, sostituiti poi dagli irlandesi della Congregazione dello Spirito Santo; i genitori di Iwene, contadini, erano praticanti della religione tradizionale degli Igbo e secondo le loro aspirazioni, desideravano per il figlio una istruzione e quindi a sei anni lo mandarono dai missionari, che avevano in quel tempo l’iniziativa dell’educazione scolastica, in un villaggio cristiano Nduka, dove visse ospite di una zia.
Suo insegnante nella scuola della missione, fu il cugino cristiano Robert Orekie; a nove anni nel 1912, venne  battezzato con il nome di Michele, l’anno successivo insieme al cugino si trasferì ad Onitsha, iscrivendosi alla Scuola Primaria gestita dal sistema dell’allora possedimento britannico della Nigeria, che frequentò per sei anni con serietà e impegno agli studi, fino a conseguire nel 1919 il diploma d’insegnante.
Restò come professore nella stessa scuola fino al 1924, quando rientrato ad Aguleri divenne direttore della School St. Joseph; nel contempo in lui maturava la vocazione sacerdotale e quindi vincendo l’opposizione dei genitori, a 22 anni, nel 1925 entrò nel seminario di San Paolo a Igbarian.
Dopo aver percorso con profitto tutto il piano di studi necessari, il 19 dicembre 1937, fu ordinato sacerdote nella cattedrale di Onitsha, primo sacerdote della zona di Anguleri e secondo come clero indigeno della Diocesi.
Nel 1939 fu nominato parroco di Dunukofia, vastissima zona i cui abitanti erano in massima parte legati alla religione tradizionale, non molto favorevoli ad accogliere il messaggio evangelico.
Padre Michele Iwene Tansi non disperò e intraprese una coraggiosa opera di conversione dei fedeli sia in campo dottrinale, sia in campo di revisione dei costumi locali alquanto maschilisti; combatté il
concubinato prematrimoniale con l’istituzione di centri per la preparazione al matrimonio; sfatò il mito di una ‘foresta maledetta’; istituì l’Associazione della ‘Legione di Maria’ con risultati sorprendenti.
Esercitò il ministero come parroco in quella zona per sei anni percorrendo il vasto territorio a piedi o in bicicletta; dal 1945 al 1949 passò alla parrocchia di Akpu ad Aguleri, con lo stesso impegno e zelo pastorale.
Tra il 1949 e il 1950 il vescovo mons. Heerey, espresse il desiderio che uno dei suoi sacerdoti indigeni abbracciasse l’esperienza monastica, per poter portare in seguito, nella diocesi, il seme della vita contemplativa. Padre Tansi che già in cuor suo aspirava a questa forma di vita spirituale, vide nella richiesta del vescovo, come una risposta dall’alto alle sue aspirazioni, quindi si propose per questa esperienza, affiancato dal suo vice parroco Marco Ulogu.
Furono presi contatti con l’abbazia trappista di Mount St. Bernard, nella contea di Leichester in Inghilterra e fu deciso che Padre Tansi sarebbe entrato come oblato.
Durante il pellegrinaggio parrocchiale fatto a Roma durante l’Anno Santo 1950, padre Tansi invece di ritornare in Nigeria, proseguì per l’abbazia trappista, dove giunse il 2 luglio 1950.
Qui avvenne la metamorfosi spirituale del religioso nigeriano, da pioniere ed organizzatore della giovane Chiesa nigeriana, divenne un monaco umile e docile, impegnato a realizzare l’’ora et labora’ nell’austera e silenziosa vita quotidiana trappista. Dopo circa tre anni trascorsi come oblato, il 7 dicembre 1952, fu ammesso al noviziato, assumendo il nome di fra’ Cipriano e l’8 dicembre 1956, emise i voti perpetui.
Per altri sette anni visse la rigorosa vita di trappista in piena umiltà, ubbidienza e nascondimento, nella preghiera, nel silenzio, nella separazione dal mondo, impegnato nelle più umili mansioni, tutto secondo l’austera regola della Congregazione dei Certosini Riformati, noti appunto con il nome di trappisti, nome scaturito dall’abbazia di Notre-Dame-de-la-Trappe, in Francia da dove iniziò la Riforma nel 1664.
Nel 1963 sembrò che i tempi fossero maturi per fondare in terra nigeriana quella comunità contemplativa desiderata dal vescovo nel 1950. Ma le vicissitudini politiche nigeriane, che sfoceranno nella guerra civile del Biafra, sconsigliarono i superiori, che optarono per il confinante Camerum; per padre Cipriano Tansi, che era stato nominato maestro dei novizi della nascente comunità, fu un colpo non facile da assorbire, visto il forte legame per la sua terra e il motivo iniziale della sua scelta, ma la sua grande formazione spirituale fece sì che accettasse anche questo come volontà di Dio.
Ma mentre si preparava a questo nuovo impegno, nel gennaio 1964 frate Cipriano ebbe improvvisi e grandi disturbi ad una gamba che si gonfiò enormemente. Venne ricoverato d’urgenza nell’Ospedale di Leichester, dove gli fu diagnosticato un’aneurisma aortico; il monaco che l’accompagnava, ritornò al monastero con l’intento di ritornare il mattino seguente, ma durante la notte il male peggiorò e il mattino del 20 gennaio 1964, morì completamente solo, in un’anonima stanza di un ospedale straniero, senza aver potuto più rivedere la sua terra, da quando era partito nel 1950.
La salma fu riportata al monastero e il 22 furono celebrati i funerali con la presenza di altri sacerdoti nigeriani residenti a Londra. Il centro monastico in Camerum, si aprì dopo la sua morte e quando nel 1986 a 22 anni dalla sua dipartita, si aprì nella cattedrale di Omitsha il processo per la beatificazione, in Nigeria funzionavano due Comunità trappiste una maschile e l’altra femminile e una di benedettine.
Nel 1988 il corpo fu esumato e traslato con l’aereo in Nigeria; nella cattedrale di Onitsha fu tenuto il solenne rito funebre durante il quale avvenne un miracolo, riconosciuto tale come di ‘prima categoria’ su una ragazza di 17 anni affetta da grave tumore inoperabile, che il vescovo aveva concesso di accostarsi a toccare il feretro, e che dopo il rito le scomparve completamente. In suo nome è sorta in Nigeria la Pia Associazione ‘Fr. Tansi Solidarity Prayer Movement’, composta da 40.000 iscritti che indossando un abito particolare, si riuniscono nelle parrocchie a pregare e cantare lodi nello spirito trappista.
Nel 1998 la Nigeria ha avuto il suo primo Beato nella persona di Padre Cyprian Michael Iwene Tansi, che dal sacerdozio attivo e superimpegnato è passato con estrema naturalezza ed eccezionale efficacia al silenzio ed alla vita contemplativa della Trappa.
Nasce nel 1903 ai margini della foresta, nella Nigeria meridionale, in una famiglia pagana, da una tribù che sessant’anni dopo sarà protagonista della tristemente famosa e sanguinosa  guerra civile del Biafra. I genitori, anche se ferventi praticanti della religione locale, non trovano affatto disdicevole mandare il loro figlio di sei anni a studiare in una scuola gestita dai missionari cattolici.
Iwene, insieme alle prime nozioni, può così frequentare regolarmente il catechismo e tre anni dopo viene battezzato con il nuovo nome di Michael. L’intelligenza viva di cui è dotato gli permette di concludere brillantemente anche gli studi superiori, diplomarsi insegnante e diventare addirittura direttore della scuola cattolica della sua città, mentre sempre più prepotente sente nascere in lui la vocazione sacerdotale.
Scontata la ferma opposizione dei genitori e dell’intero clan, che tuttavia non gli impedisce a 22 anni di entrare in seminario e a 34 anni di essere ordinato sacerdote: è il secondo sacerdote indigeno della diocesi ed il primo in assoluto della sua zona natale. Dopo due anni di esperienza pastorale gli affidano una zona vastissima che percorre in lungo e in largo con la sua bicicletta e con una vecchia motocicletta che lo lascia spesso a piedi.
Ora quella sua enorme parrocchia è suddivisa in ben 14 parrocchie e testimonia l’immensa mole di lavoro svolto da quel sacerdote che si spende per la sua gente con un’inesauribile generosità, con una catechesi semplice e profonda, con una preghiera prolungata davanti all’eucaristia. Vuole affrancare la donna nigeriana dalla condizione subalterna rispetto all’uomo, organizza incontri prematrimoniali, coltiva le vocazioni sacerdotali che fioriscono numerosissime durante il suo ministero, dedica molto tempo all’istruzione dei ragazzi, senza dimenticare, da buon giocatore di calcio qual era stato da giovane, di inserire l’attività sportiva nel suo progetto di educazione della gioventù.
Sulla soglia dei 50 anni accetta l’invito del vescovo a fare un’esperienza monastica, per poter poi trapiantare in Nigeria il seme della vita contemplativa.
Quanti gli costi separarsi dalla sua gente e dalla sua comunità lo dimostra il fatto che parte alla chetichella, durante il pellegrinaggio a Roma per l’Anno Santo, prendendo la direzione dell’Inghilterra anziché quella del ritorno in Africa.
Nell’abbazia inglese gli danno il nuovo nome di Padre Cyprian e lui si lascia immergere nel clima contemplativo dei monaci, passando con naturalezza dal vorticoso lavoro missionario al silenzio della Trappa.
Così per 14 anni, edificando tutti con la sua preghiera e la sua penitenza, fino a quando, quasi alla vigilia del suo ritorno in Nigeria, il 20 gennaio 1964 muore improvvisamente nella solitudine di un ospedale inglese, dove è stato ricoverato per aneurisma aortico.
Dopo 24 anni la sua salma rientra in Nigeria e durante le solenni esequie una ragazza, toccando la sua bara, guarisce in modo istantaneo e definitivo da un tumore che l’aveva portata in fin di vita: la firma di Dio su una straordinaria testimonianza di vita sacerdotale intensamente e profondamente donata.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Cipriano Michele Iwene Tansi, pregate per noi.


*Sant’Enrico di Uppsala - Vescovo e Martire (20 gennaio)

Inghilterra - XII secolo - Finlandia
Martirologio Romano: In Finlandia, Sant’Enrico, Vescovo e Martire, che, nato in Inghilterra, ebbe l’incarico di reggere la Chiesa di Uppsala, adoperandosi con grande zelo nell’evangelizzazione dei Finni; fu, infine, crudelmente trucidato da un omicida, che egli aveva cercato di correggere secondo la disciplina ecclesiastica.
Sant’Enrico visse nel XII secolo e divenne apostolo della Finlandia. Originario dell’Inghilterra, operò in Svezia lottando contro il paganesimo anche se purtroppo non sappiamo di preciso quando giunse in  Scandinavia.
Verso la metà del XII secolo compare quale vescovo di Uppsala, ove secondo la tradizione locale avrebbe inaugurato la nuova cattedrale edificata da Sant’Erick IX, re di Svezia.
In seguito accompagnò il sovrano in una crociata volta alla cristianizzazione della Finlandia e si fermò nella regione per continuare l’opera intrapresa. Vinti i capi locali, li battezzò forzatamente alla fonte di Kuppis, nei pressi di Abo. Poche notizie sono comunque state tramandate circa la sua
attività missionaria: secondo la tradizione sarebbe giunto sino al villaggio di Ylistaro, nella contrada di Kumo, ove ancora oggi sopravvivono le rovine della casa in cui il santo vescovo avrebbe predicato.
Enrico trovò la morte nel primo inverno dal suo arrivo in Finlandia per mano di un indigeno di nome Lalli, cui egli aveva imposto penitenza per un precedente omicidio.
L’omicidio avvenne nella palude di Kjulo e secondo le leggende Lalli avrebbe anche staccato il pollice del vescovo al quale era infilato l’anello pastorale sulla cui pietra era inciso il suo sigillo.
In primavera il dito con l’anello ancora infilato fu rinvenuto su un pezzo di ghiaccio galleggiante ed un cieco riacquistò immediatamente la vista stropicciandosi gli occhi con la reliquia.
Il capitolo del duomo di Abo, in Finlandia, assunse e conserva ancora oggi quale suo sigillo particolare l’immagine del dito con l’anello.
Enrico avrebbe predetto per tempo la sua morte e diede disposizione ai suoi compagni che il suo cadavere fosse attaccato ad un paio di buoi e ove questi lo avrebbero casualmente trascinato fosse sepolto e venisse eretta una chiesa.
Così avvenne presso Nouis, ma in seguito i suoi resti furono racchiusi in un prezioso reliquiario e traslati nel nuovo duomo di Abo.
Durante l’occupazione russa della Finlandia, lo zar Pietro I nel 1720 fece spedire in Russia il reliquiario e da allora scomparve. La sua tomba originaria nella chiesa di Nouis continuò comunque ad essere considerata un luogo sacro, tanto che dopo secoli vi fu eretto un monumento recante l’immagine del santo ed alcune scene della sua vita.
Ufficialmente pare che Enrico di Uppsala non sia mai stato canonizzato, ma abitualmente al suo nome da tempo immemorabile venne anteposto l’attributo di “santo”.
Invocato quale particolare protettore della Finlandia, gli furono dedicate le feste del 20 gennaio e del 18 giugno ed in molte chiese finlandesi e svedesi era posta la sua effige.
Oggi la cristianità Finlandia è difisa fra cattolicesimo, luteranesimo ed ortodossia, ma ormai da tempo è iniziata una consuetudine secondo cui ogni anno il 20 gennaio, festa che cade provvidenzialmente durante la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, una delegazione ecumenica dalla Finlandia si reca in visita dal Vescovo di Roma.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant’ Enrico di Uppsala, pregate per noi.


*Sant'Eusebio - Eremita (20 gennaio)

Nome frequente nel calendario dei Santi e dei Beati, quello di Eusebio: se ne contano ben 43, oltre a sette nella versione femminile Eusebia.
L’Eusebio che la Chiesa ricorda alla data odierna apparteneva a una nobile e ricca famiglia ungherese e dopo l’ordinazione sacerdotale fu nominato canonico del capitolo metropolitano di Strigonia, nome latino medievale dell’odierna Esztergom, città che sorge sulla destra del Danubio in un pittoresco luogo addossato al massiccio montuoso di Pilis, di fronte alla confluenza del fiume Hron che scende dai Carpazi occidentali.  
Esztergom è sede arcivescovile del primate d’Ungheria; Santo Stefano, primo re cristiano di quel paese, vi fece erigere una basilica di cui rimangono alcune vestigia; quella nuova, costruita nel XIX secolo, è la più grande chiesa ungherese.
Nel 1246 il canonico Eusebio rinunciò alla carica - importante e redditizia a quei tempi - e si ritirò sulle montagne di Pilis, dedicandosi alla vita eremitica. La fama della sua santità si diffuse e presto
attorno a lui si riunirono gli altri eremiti della regione. Così nel 1250 Eusebio fece costruire per loro, attingendo a quanto restava del suo patrimonio, un monastero e una chiesa dedicata alla Santa Croce.
Dodici anni dopo partì per Roma per incontrare il Papa Urbano IV e chiedergli la costituzione di un Ordine religioso che raccogliesse i suoi eremiti.
Ottenuto il permesso, ne scelse il nome: Ordo sancti Paoli primi eremitae, dal nome dello straordinario santo che per primo nel III secolo scelse la vita eremitica ritirandosi nel deserto della Tebaide, dove trascorse ben novant’anni e dove, ormai ultracentenario, ricevette la visita di Sant’Antonio abate prima di morire, sembra nel 341; lo stesso Antonio, recatosi una seconda volta a trovarlo, lo trovò morto e lo seppellì. I seguaci di Eusebio vennero però chiamati anche Eremiti della Santa Croce, dalla chiesa  da lui fatta costruire.
L’Ordine - il primo fondato da un ungherese - si sviluppò assai e quando Eusebio morì, nel 1270, contava già numerose case. MOLACCA - Irlandese, nato da vecchi e poveri genitori, fu battezzato da san Cuimin Foda, capo della scuola monastica di Clonfert e fondatore e abate del monastero di Kilcummin dove difese strenuamente il computo romano della data della Pasqua contro i suoi confratelli celti.
Molacca, fattosi monaco ancora giovinetto, costruì un monastero, che poi abbandonò per recarsi nell’Irlanda settentrionale, quindi in Scozia e nel Galles, presso San David di  Menevia, da cui ricevette in dono una campana.
Tornò poi in Irlanda e morì nella seconda metà del VII secolo nel monastero da lui fondato. Gli si attribuisce la resurrezione della moglie di Cathal, re del Munster.
Le vicende di questo santo sono assai incerte; tuttavia i molti luoghi che ancora portano il suo nome attestano che si trattò di una figura di qualche rilievo.
(Fonte: Giornale di Brescia)
Giaculatoria - Sant'Eusebio, pregate per noi.


*Santa Eustochia (Smeralda) Calafato di Messina (20 gennaio)

Annunziata, 25 marzo 1434 - Montevergine, 20 gennaio 1491

Di famiglia agiata, figlia di un ricco mercante nacque il giovedì santo del 1434 nel villaggio di Annunziata. Venne  battezzata Smeralda. Entrò tra le clarisse a 15 anni prendendo il nome di suor Eustochia.
La sua scelta religiosa fu contrastata dalla famiglia tanto che i fratelli minacciarono di dar fuoco al convento che doveva ospitarla. Tuttavia le insistenze della giovane convinsero le consorelle ad accoglierla.
Fu sempre animata da un profondo amore alla povertà. Nel convento di San Maria di Basicò, sceltasi per cella un sottoscala, visse penitente, dormendo sulla nuda terra e portando il cilicio. In seguito maturò il desiderio di fondare un nuovo monastero. Così nel 1464 nacque il monastero di Montevergine che alla morte di Eustochia, il 20 gennaio 1491 contava 50 suore. È stata canonizzata da Giovanni Paolo II l'11 giugno 1988. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Messina, Santa Eustochio Calafato, vergine, badessa dell’Ordine di Santa Chiara, che si dedicò con grande ardore a ripristinare l’antica disciplina della vita religiosa e a promuovere la sequela di Cristo sul modello di San Francesco.
Smeralda di nome e di fatto: doveva essere bellissima la figlia di Bernardo Cofino, se molti sostengono che servì da modella al suo coetaneo Antonello da Messina per dipingere la celebre “Annunziata”.
Ma forse è solo una leggenda, che tuttavia nulla toglie alla sua celebrata bellezza di cui anche oggi ci si può rendere conto: perché, dopo più di 500 anni, il suo corpo è ancora miracolosamente incorrotto, ha passato indenne anche il terremoto del 1908 ed è conservato in una teca di vetro in posizione eretta. La “santa in piedi” (come la chiamava Giovanni Paolo II°) nasce a Messina. il 25 marzo 1434. Suo papà, soprannominato Calafato (destinato a diventare il cognome di tutta la famiglia) è un commerciante che esercita anche via mare il trasporto conto terzi, la mamma è un’autentica cristiana che si è lasciata conquistare dallo spirito francescano, si è iscritta al Terz’Ordine e riesce a trasmettere un grande amore per Chiara e Francesco soprattutto alla figlia Smeralda. Che a 11 anni, a sua insaputa, si ritrova fidanzata con un maturo vedovo trentacinquenne e subisce questo legame per due anni, fino a quando cioè il “fidanzato” muore improvvisamente, facendola meditare sulla brevità della vita e sulla necessità di usare bene il tempo. Non ha neppure 14 anni, ma decide di entrare in convento per dedicarsi completamente a Dio. Netto il rifiuto di
papà, al quale non mancano certo altre richieste di matrimonio, anche ghiotte, per quella figlia tanto bella: lei rifiuta ogni proposta, scalpita, litiga con papà e cerca addirittura di scappare da casa. La strada per il convento sembra spianarsi il giorno in cui papà muore in Sardegna, durante uno dei suoi frequenti viaggi commerciali, ma adesso sono le monache a non volerla: hanno paura di vedersi incendiare il convento, come i fratelli di Smeralda hanno minacciato di fare.
Riesce comunque a realizzare il suo sogno e ad entrare dalle Clarisse ancor prima di compiere 16 anni, ma quello che a lei sembrava essere il paradiso in terra si rivela completamente diverso da come lo aveva immaginato. La vita spirituale si è rilassata; dispense e favoritismi hanno ammorbidito la penitenza per venire incontro alle esigenze delle ragazze di buona famiglia che non hanno voluto rinunciare completamente ai loro agi e alle loro comodità; la badessa, troppo invischiata nelle cose temporali, ha perso di vista lo spirito di povertà che dovrebbe essere proprio delle figlie di Santa Chiara.  Smeralda, che insieme al velo ha preso il nome di suor Eustochia, si oppone a questo stile di vita e invoca un ritorno alla Regola originaria, dando lei per prima l’esempio di una vita austera, penitente, intessuta di preghiera e di servizio alle sorelle anziane o ammalate. Inevitabile lo scontro con la badessa e lo strappo doloroso, ma necessario: esce dal convento per fondarne un altro, che più fedelmente segua la Prima Regola di Santa Chiara. Ci riesce a fatica nel 1464, seguita da sua mamma, da una sua sorella e da poche fedelissime, incontrando incomprensioni anche dai Frati Minori Osservanti, che per otto mesi lasciano il nuovo convento senza assistenza religiosa.  
Quando si stabilisce a Montevergine, il suo monastero si consolida, si ingrandisce e lei lo guida con la saggezza e la spiritualità proprie dei Santi.
Si spegne a 51 anni, il 20 gennaio 1485 e la firma di Dio sulla sua vita santa sono i miracoli che accompagnano questa suora in vita e in morte, rendendola veneratissima. Nel 1782 Pio VI ne approva il culto “ab immemorabili” e finalmente Giovanni Paolo II°, nel 1988, proclama Eustochia Calafato santa, proprio come già da 5 secoli era ritenuta dai messinesi e dalle Clarisse. (Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Sulla vita della Calafato, clarissa, abbiamo due antichi mss.: il primo è nella Biblioteca comunale di Perugia e una sua copia, debitamente collazionata, il 28 febbraio 1781 fu inviata dall'arcivescovo di Messina alla S. Congregazione dei Riti per il processo di beatificazione della serva di Dio (copia pubblicata dal Macrì nel 1903).
L'origine di questo ms. si fa risalire a un tempo di poco successivo alla morte della beata, quando suor Jacopa Pollicino, figlia del barone di Tortorici, su richiesta di suor Cecilia, badessa del monastero di S. Lucia di Foligno (con cui le Clarisse messinesi erano in corrispondenza), scrisse la Vita della Calafato, facendosi aiutare da altre suore che erano vissute con la beata. Suor Cecilia, trasferendosi in seguito a Perugia, portò seco il ms., lo ritoccò e gli diede un miglior ordine, togliendo espressioni prettamente siciliane e arricchendolo di colorito toscano.
Il secondo ms. fu ritrovato da Michele Catalano nella Biblioteca Civica Ariostea di Ferrara e da lui pubblicato nel 1942.
Composto nel 1493, due anni dopo la morte della Calafato, riproduce con la più grande fedeltà l'originale, seguendolo anche nelle espressioni siciliane: questo testo "oltre alla notevolissima importanza mistica e al valore agiografico e storico, ha valore non piccolo nella storia della nostra lingua" (Catalano).
Figlia di Bernardo, ricco mercante messinese, e di Macalda Romano Colonna, la Calafato nacque il giovedì santo 1434 nel villaggio detto Annunziata, presso Messina. Chiamata al battesimo Smeralda, crebbe in un'atmosfera di pietà: infatti, la madre, indotta dal b. Matteo di Agrigento, si era affiliata al Terz'Ordine di S. Francesco e viveva una per fetta vita cristiana. La figlia cominciò presto a seguire le sue orme. Una visione del crocifisso, avuta in una chiesa, la decise a darsi completamente al Signore e, respingendo i numerosi pretendenti, domandò di entrare fra le Clarisse di S. Maria di Basicò.
Le suore, però, intimorite dai fratelli della Calafato, che avevano minacciato di dar fuoco al convento se vi fosse entrata Smeralda, si rifiutarono di accoglierla, ma le insistenze della beata ebbero infine ragione dell'opposizione dei fratelli ed ella, vestendo l'abito religioso, ricevette il nome di Eustochia. Una sua preghiera al Crocifisso mostra da quale desiderio di soffrire fosse animata: "O dolcissimo mio Signore, vorría morire per lo tuo santo amore, così come Tu moristi per me! Forami il cuore con la lancia e con i chiodi de la tua amarissima Passione; le piaghe che tu avesti nel tuo santo corpo, che io le abbia nel cuore.
Ti domando piaghe, perché mi è grande vergogna e mancamento vedere Te, Signore mio, piagato, che io non sia piagata con Te".
La Calafato, sceltasi per cella un sottoscala, visse penitente, dormendo poco e sulla nuda terra e affliggendo le sue carni col cilicio e la flagellazione.
Nel convento di S. Maria di Basicò, uno dei più importanti della Sicilia di allora, asilo delle nobili fanciulle messinesi e perciò oggetto dei privilegi dei re, la beata non trovò però il suo ideale di rinunzia, poiché la vita regolare era mitigata da dispense che dispiacevano al suo spirito, nutrito dalle laudi di Jacopone da Todi: progettò quindi una riforma. Callisto III, col decreto del 18 ottobre 1457, accolse le richieste della Calafato che, aiutata anche finanziariamente dalla madre e dalla sorella, si trasferì nel nuovo convento di S. Maria Accomandata.
Nonostante l'opposizione di superiori e consorelle, che non vedevano di buon occhio la riforma, Eustochia vi entrò con la madre, la sorella e Jacopa Pollicino.
Nemmeno i Frati Minori Osservanti vollero andare a celebrare la Messa nella nuova fondazione e, abbandonata da tutti, la Calafato si rivolse a Roma, ottenendo un nuovo Breve pontificio, in seguito al quale l'arcivescovo di Messina impose ai Frati Osservanti, sotto pena di scomunica, di assumere la cura spirituale delle suore riformate.
Il nuovo convento vide rifiorire i primi tempi del movimento francescano, sotto la ferma guida della fondatrice, che insegnava con la parola e con l'esempio l'ideale del Poverello e l'amore del Crocifisso, insieme con l'adorazione eucaristica, nella quale passava notti intere. Le vocazioni affluirono numerose, tanto che l'edificio divenne troppo angusto per la fiorente comunità; per munificenza di Bartolomeo Ansalone, nel 1463, le Clarisse Riformate poterono trasferirsi a Montevergine, in un nuovo monastero che esiste tuttora. Ivi, per esortare le consorelle alla virtù e all'amore del Crocifisso, la Calafato scrisse un libro sulla Passione.
Il 20 gennaio 1491 suor Eustochia morì lasciando la sua ultima raccomandazione: "Prendete, figlie mie, il Crocifisso per  Padre, ed Egli vi ammaestrerà in ogni cosa".
Durante la vita, ed ancor più dopo la morte, si attribuirono alla Calafato vari miracoli. I messinesi la venerarono come protettrice della loro città, specialmente contro i terremoti; il 2 luglio 1777 il senato della città promise di recarsi ogni anno a Montevergine il 20 gennaio e il 22 agosto; nel 1782, infine, la Calafato fu beatificata da Pio VI.
L'arcivescovo di Messina, nel 1690, scriveva alla S. Congregazione dei Riti: "Il suo corpo, da me diligentemente  veduto e osservato, è integro, intatto e incorrotto ed è tale che si può mettere in piedi, poggiando sulle piante di essi. Il naso è bellissimo, la bocca socchiusa, i denti bianchi e forti, gli occhi non sembra affatto che siano corrotti, perché sono alquanto prominenti e duri, anzi nell'occhio sinistro si vede quasi la pupilla trasparente. Inalterate le unghie delle mani e dei piedi.
Il capo conserva dei capelli e, quello che reca maggiore meraviglia, si è che due dita della mano destra sono distese in atto di benedire, mentre le altre sono contratte verso la palma della mano [accenno ad una benedizione che la beata avrebbe dato con quella mano, dopo la sua morte, ad una suora. Le braccia si piegano sia sollevandole che abbassandole. Tutto il corpo è ricoperto dalla pelle, ma la carne sotto di essa, si rileva al tatto disseccata>>. Ancora oggi si può vedere intatto il corpo della Beata ed in piedi nell'abside della Chiesa di Montevergine, esposto alla venerazione del popolo, che in folla vi accorre soprattutto il 20 gennaio. L'iconografia rappresenta la Beata in ginocchio dinanzi al Sacramento e, più frequentemente, con la Croce nelle mani.
(Autore: Giuseppe Morabito – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Eutimio - Abate (20 gennaio)

Melitene, Armenia, 377 – Sahel, Palestina, 20 gennaio 473
Il Santo abate Eutimio, armeno di nascita, sin da piccolo fu consacrato a Dio, si recò a Gerusalemme e, dopo parecchi anni trascorsi in solitudine, morì celebre per la sua umiltà, la sua carità e la perfetta osservanza della disciplina monastica. Il Martyrologium Romanum lo commemora in data odierna.
Martirologio Romano: In Palestina, Sant’Eutimio, abate: di origine armena e consacrato a Dio fin dall’infanzia, giunse a Gerusalemme e, trascorsi molti anni in solitudine, fu fino alla morte saldo e solerte nell’umiltà e nella carità, insigne nell’osservanza della disciplina.
Una Vita del santo igumeno Eutimio a noi pervenuta fu redatta dal monaco Cirillo di Scitopoli, servendosi di notizie di prima mano.
Sant’Eutimio nacque nel 377 a Melitene, in Armenia, dai genitori Paolo e Dionisia, che ottennero il dono di questo figlio dopo parecchi anni di matrimonio, pregando sulla tomba del martire locale San Polieuto. Eutimio non aveva che tre anni quando perse suo padre.
La madre adempì al voto fatto di consacrare il figlio al Signore e lo affidò allora al vescovo Otreio che lo accolse in episcopio, lo
battezzò e, con un’adeguata preparazione, gli conferì la tonsura e lo ordinò lettore, ammettendo anche Dionisia tra le diaconesse.
Le sue virtù emersero presto tra i suoi condiscepoli ed a soli diciannove anni meritò di essere ordinato sacerdote dal nuovo vescovo Letoio e di essere nominato ispettore dei monasteri circostanti la città.
Amante della solitudine, Eutimio era solito trascorrere gran parte del tempo nel monastero di San Polieuto ed in quello dei Trentatré Martiri. Ogni anno trascorreva la quaresima isolato su una montagna deserta.
Vedendo nei suoi incarichi un ostacolo al perfezionamento della sua anima, dopo una decina d’anni fuggì a Gerusalemme, ove visitò i luoghi santi e venne a contatto con i padri del deserto. Decise poi di stabilirsi nella laura di Pharan, fondata da San Caritone, dove strinse amicizia con San Teotisto l’Igumeno. Per guadagnarsi il pane apprese il mestiere di panieraio ed iniziò a combattere le proprie passioni con prolungate veglie, breve sonno e ferrei digiuni. Ogni anno trascorreva l’intera quaresima con l’amico nella solitaria Koutila, in riva al Mar Morto. La quinta volta invece, anziché fare ritorno a Pharan, Eutimio e Teotisto preferirono fermarsi nel Wadi-el Dabor: qui una vasta caverna offrì loro asilo e fu prontamente trasformata in una chiesa.  
I due amici, liberi da ogni preoccupazione terrena, potettero così dedicarsi in assoluta tranquillità alla preghiera ed al lavoro, alla penitenza ed alla salmodia. Tramite alcuni pastori molti vennero a conoscenza della presenza dei due anacoreti e domandarono di poter abbracciare il loro stile di vita.
Si costituì allora una nuova “laura” sulla sporgenza della roccia: Teotisto ne assunse la direzione, mentre Eutimio nella grotta riceveva ed ammaestrava gli aspiranti, senza esigere da essi pratiche strane, ma semplicemente fedeltà alla residenza, distacco dai beni terreni, fiducia nella Provvidenza con conseguente rifiuto di un reddito fisso, lavoro manuale, devoluzione del superfluo ai poveri, interdizione alle donne di entrare nella laura per una più sicura custodia della castità ed infine la pratica di una sollecita ubbidienza, di una profonda umiltà e di una sincera carità.
Verso l’anno 420 un drappello di arabi si presentò alla laura chiedendo di poter vedere Eutimio, ma Teotisto rispose loro: “Non è possibile: egli dimora tutta la settimana nella sua grotta e non appare qui che il sabato”. Ma uno sceicco ribattè: “Che cosa?
Ho qui mio figlio Tèrèbon, affetto di emiplegia; la notte scorsa Eutimio gli apparve e gli promise di guarirlo se fosse venuto a trovarlo nella sua solitudine”.
Il Santo anacoreta, avvertito di quella visita, non ritenette opportuno andare contro le visioni divine e con un segno di croce sul fanciullo lo guarì. Assai meravigliati, i presenti si prostrarono dinnanzi a lui chiedendogli il battesimo. Eutimio allora li istruì e poi li battezzò. Questa guarigione miracolosa rese celebre il nome di Eutimio in tutta la Palestina e molti malati iniziarono ad accorrere da lui.
Il Santo iniziò però così a percepire la mancanza della profonda solitudine a lui tanto cara. Nonostante la dissuasione perpetrata da Teotisto, Eutimio prese con sé Domiziano, si diresse verso Rouban, salì sulla montagna dei Marda e vi eresse una cappella, ove rimase qualche mese.
Si trasferì poi nel deserto di Ziph, dove il re Davide aveva cercato scampo dall’ira di Saul: qui convertì e battezzò un gruppo di messaliani, setta ereticale che negava i sacramenti e la gerarchia ecclesiastica, affermando che la preghiera costituisse l’unico mezzo per vincere il demonio ed unirsi a Dio.
Un notabile della vicina città di Aristoboulias gli condusse il figlio posseduto dal demonio ed il Santo lo liberò. Gli abitanti della città e dei dintorni edificarono allora un monastero, in cui nuovi anacoreti poterono porsi sotto la sua direzione.
Nella sua umiltà, mal sopportando come sempre il crescente concorso del popolo, Eutimio pensò di tornare suoi passi nella comunità retta da Teotisto, ma a circa tre miglia dal monastero si fermò in una grotta della collina di Sahel.
Appena saputo del suo arrivo, Teotisto lo invitò a ritornare, ma egli acconsentì soltanto a celebrare con  loro l’Eucaristia domenicale.A Sahel Eutimio dovette inoltre accettare alcuni discepoli provenienti da varie parti dell’Oriente. Una voce misteriosa gli aveva infatti consigliato di non rifiutare coloro che chiedevano desiderosi di vivere sotto la sua guida, in quanto gli erano inviati direttamente da Dio.
Sorse sotto tale impulso la laura di Eutimio, alquanto simile a quella di Pharan. Tra i monaci non tardò a farsi sentire la povertà, ma Eutimio scovò la maniera di dimostrarsi liberale. Un giorno si presentarono a Sahel ben quattrocento pellegrini armeni, desiderosi di rivedere il santo loro compatriota. Questi diede allora ordine a Domiziano di preparare loro da mangiare.
Nonostante nella dispensa avesse dovuto esserci appena il minimo per nutrire dieci persone, Domiziano con sua grande meraviglia non riuscì ad aprire la porta talmente era abbondante il cibo ammassato in essa.Dalla sua laura Eutimio partecipò ai grandi avvenimenti della Chiesa, principalmente mediante suoi discepoli che presero parte ai concili celebrati in quel frangente storico.
Quando Dioscoro, un vescovo che rifiutò le dottrine conciliari calcedonesi, si insediò con la forza sul trono patriarcale di Gerusalemme, Eutimio non esitò a disconoscerne l’autorità e fuggì nel deserto di Rouban con altri monaci, finchè nel 458 l’imperatore non ristabilì nella sua legittima sede il precedente patriarca Giovenale.
Il dissidio tuttavia non cessò subito, a causa dell’imperatrice Eudossia, pia e caritatevole, ma al tempo stesso sostenitrice dei monofisiti. Come consuetudine alla corte bizantina, l’imperatrice esercitava un grande influsso sui monasteri e sul popolo, ma con il prezioso aiuto di Eutimio fu ricondotta sul retto sentiero.
Travolta delle sventure familiari, Eudossia iniziò a dubitare della saldezza della sua fede. San Simeone lo Stilita, al quale si era rivolta per chiedere consiglio, le rispose: “Perchè andare a cercare l’acqua lontano quando hai la sorgente presso di te? Tu hai Eutimio, segui i suoi insegnamenti e sarai salva”.  
Eudossia allora si fece costruire una torre nei pressi della laura ove poté incontrare il Santo, che la indusse ad optare per i dogmi stabiliti nel Concilio di Calcedonia. La Chiesa greca considera Eutimio come uno dei principali organizzatori della sua liturgia e gli attribuisce la prima codificazione delle leggi monastiche e dei dettagli del servizio divino, che passarono nel Typicon o formulario di San Saba e del monastero costantinopolitano di Stoudion.
Dio fece conoscere ad Eutimio il giorno della sua morte, ma egli preferì non dire nulla ai suoi discepoli sino all’Ottava dell’Epifania del 473. Morì il 20 gennaio di quell’anno, non prima di aver predetto che Domiziano lo avrebbe seguito sette giorni dopo e che la laura si sarebbe trasformata in cenobio. Sant’Eutimio ricevette sepoltura nella sua stessa grotta, in cui rimase fino alla metà del secolo VIII, dopodichè si persero le tracce delle sue reliquie.
Il Martyrologium Romanum lo commemora al 20 gennaio nell’anniversario della nascita al Cielo.  
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Eutimio, pregate per noi.


*San Fabiano - 20° Papa e Martire (20 gennaio)

sec. III (Papa dal 10 gennaio del 236 al 20 gennaio del 250)
Fabiano, Pontefice a Roma per quattordici anni (dal 10 gennaio del 236 al 20 gennaio del 250), promosse il consolidamento e lo sviluppo della Chiesa.
Divise Roma in sette diaconie per l’assistenza dei poveri. Con lui la figura del vescovo di Roma assunse tale prestigio da destare preoccupazione nell’imperatore Decio, sotto il quale subì il martirio. Fu sepolto nel cimitero di Callisto. (Mess. Rom.)
Patronato: Idraulici
Etimologia: Fabiano = dalla romana gens Fabia
Emblema: Palma
Martirologio Romano: San Fabiano, Papa e Martire, che da laico fu chiamato per grazia divina al pontificato e, offrendo un glorioso esempio di fede e di virtù, subì il martirio durante la persecuzione dell’imperatore Decio; San Cipriano si felicita del suo combattimento, perché diede una testimonianza irreprensibile e insigne nel governo della Chiesa; il suo corpo in questo giorno fu deposto a Roma sulla via Appia nel cimitero di Callisto.
L’hanno fatto Pontefice sebbene al momento fosse un semplice laico, di origine probabilmente non romana, anche  se residente nell’Urbe. Succede a Papa Antero, che ha governato la Chiesa per meno di due mesi; e ha la fortuna di vivere tempi tranquilli sotto gli imperatori Gordiano III (morto sui vent’anni) e Filippo, detto l’Arabo per le sue origini.
Una parentesi pacifica, che vede anche feste solennissime per i mille anni della città di Roma, nel 248.
Papa Fabiano tiene rapporti con i cristiani dell’Africa e dell’Oriente, e si dedica all’organizzazione
ecclesiale nell’Urbe, dividendone il territorio in sette ripartizioni territoriali. Provvede inoltre a sistemare i cimiteri cristiani, e dà sepoltura a Papa Ponziano, deportato in Sardegna ad metalla, cioè nelle miniere, e morto nel 235. Tutte opere da tempi di pace.
Nel 249, però, Filippo l’Arabo viene ucciso presso Verona dalle truppe del suo rivale Decio, che prende il potere con un programma di rafforzamento interno dell’Impero, contro i pericoli d’invasione ad opera dei barbari, che lo minacciano da tante parti.
Per lui, rafforzamento vuol dire anche ritorno all’antica religione romana, per pure ragioni politiche.  
Si decreta perciò che tutti i sudditi dell’Impero romano dovranno proclamare solennemente e pubblicamente la loro adesione al paganesimo tradizionale, compiendo pubblicamente un atto di culto, che consiste essenzialmente nell’immolazione di qualche animale. Fatto questo, ognuno riceverà il libello, una sorta di certificato attestante la sua qualità di buon seguace degli antichi culti.
Chi non sacrifica in questa forma pubblica, diventa un  fuorilegge, un nemico dello Stato.
In Roma, tre commissioni chiamano via via tutti i cittadini alla scelta, che per i pagani costituisce un gesto semplice e naturale, mentre per i cristiani immolare un animale agli dèi di Roma significa rinnegare l’unico Dio di Gesù Cristo, respingere la sua legge.
Come sempre, c’è una varietà di comportamenti: alcuni cedono in pieno, per paura o per interesse, compiendo l’atto di culto.
Altri cercano scappatoie di ogni genere per avere il libello senza prestare il culto richiesto. E ci sono i cristiani  convinti, che dicono un risoluto no, respingendo a viso aperto l’imposizione e affrontando la morte.
Tra i primi a rifiutarsi di sacrificare agli dèi c’è papa Fabiano, che si spegne nel carcere Tullianum, ma non per morte violenta.
Si ritiene, infatti, che l’abbiano lasciato morire di fame e di sfinimento in quella prigione.
I cristiani lo hanno poi sepolto nel cimitero di San Callisto, lungo la Via Appia, onorandolo come Martire, e l’iscrizione posta allora sul suo sepolcro è giunta fino a noi.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Fechin di Fobhar - Abate (20 gennaio)
+ 664
Nato a Luighne, in Irlanda, ricevette la sua formazione da San Nathi. I suoi biografi gli attribuiscono numerosi miracoli assai stravaganti.
Fondò varie chiese e monasteri, fra cui uno situato a Fobhar, dove riunì oltre trecento monaci.
É l’autore presunto di un poema in onore di S. Maeldub.

Morì durante la peste del 664. Ancora ricordato in Irlanda, è assai poco conosciuto fuori dall’isola. L’Ordine Benedettino lo festeggia il 20 gennaio.
Nato a Luighne (Irlanda, contea Sligo), ricevette la sua formazione da San Nathi.
I suoi biografi gli attribuiscono numerosi miracoli assai stravaganti, oltre alla fondazione di molte chiese e monasteri. Fu certamente, comunque, fondatore di un monastero, situato a Fobhar (Fore; Favoriensis) nel Westmeath, dove riunì più di trecento monaci.
È l'autore presunto di un poema in onore di San Màeldub.
Morì durante la peste del 664.
Poco conosciuto fuori dell'Irlanda, questo Santo non si trova nel Martirologio Romano.
Ebbe tuttavia il suo ufficio al 23 gennaio (S. Fekinus) in un Breviario del sec. XV dell'abbazia di St-Taurin d'Évreux.
La Chiesa d'Irlanda lo ricorda il 20 gennaio.  
(Autore: Rombaut Van Doren – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beata Maria Cristina dell'Immacolata Concezione (Adelaide Brando) Religiosa e fondatrice (20 gennaio)  
Napoli, 1 maggio 1856 - 20 gennaio 1906
Un faro luminoso è acceso nella Chiesa del Terzo Millennio, eredità di quell'Ottocento spiritualmente fecondo per la Chiesa di Napoli.
Madre Maria Cristina dell'Immacolata Concezione, fondatrice della Congregazione delle Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato, è questa luce, accesa dall'Eucaristia, culmine e fonte della sua vita spirituale e apostolica. Per Madre Maria Cristina, già iscritta nell'albo dei Venerabili il 2 luglio 1994, il Papa Giovanni Paolo II ha firmato il decreto di beatificazione.
Martirologio Romano: A Casoria vicino a Napoli, Beata Maria Cristina dell’Immacolata (Adelaide) Brando,  Vergine, che dedicò la sua vita alla formazione cristiana dei fanciulli e attraverso la Congregazione delle Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramento da lei fondata promosse fortemente l’adorazione della santa Eucaristia.
Adelaide Brando, nacque a Napoli il 1° maggio 1856 da una agiata famiglia, il padre Giovanni, uomo molto stimato, ricopriva un importante ufficio presso il Banco di Napoli.
Quando aveva appena 12 anni, la notte di Natale del 1868, ai piedi di Gesù Bambino, Adelaide si consacrò a Dio con un voto di perpetua verginità; desiderando entrare fra le suore Sacramentine, trovò l’opposizione del padre, che però le permise di raggiungere la sorella Maria Pia clarissa nel monastero delle Fiorentine a Chiaia in Napoli.
Ma una grave malattia la costrinse per ben due volte a lasciare il monastero, aveva appena cominciato a conoscere la bellezza del vivere consacrate insieme, quando dovette ritornare nel mondo. Ristabilitasi in salute, nel 1875 entrò tra le Sacramentine del monastero di S. Giuseppe dei Ruffi e l’anno successivo poté indossarne l’abito prendendo il nome di Maria Cristina dell’Immacolata Concezione.
L’adorazione a Gesù Sacramentato era la sua più desiderata devozione e la Congregazione delle Sacramentine era quella che più le confaceva, ma il Signore dispose diversamente, ancora una volta la salute venne meno e suor Maria Cristina dovette lasciare anche questo convento; nel 1877 si ritirò come pensionante nel Conservatorio delle Teresiane a Torre del Greco, ripresasi, ritornò a Napoli ed insieme alla sorella Maria Pia anch’ella uscita dal convento per gli stessi motivi di salute e con altre compagne, andò ad abitare in un appartamento della salita Ventaglieri e poi a vico Montemiletto.  
Ebbe la buona sorte di avere come consiglieri preziosi il beato Ludovico da Casoria, il venerabile Michelangelo Longo e con la guida dei sacerdoti Raffaele Ferraiolo e Polidoro Schioppa; nel 1884 si
trasferì definitivamente  nella cittadina di Casoria in provincia di Napoli, qui trovò la sede adatta per poter esprimere il culto perpetuo a Gesù nell’Eucaristia; venne ospitata con il suo gruppo dal canonico Maglione.
Qualche anno dopo, nel 1890, vista l’affluenza di altre giovani adoratrici, acquista la casa degli eredi Costa in via S. Rocco e si trasferisce con la Comunità stabilendo ormai le basi della nuova Congregazione; padre Ludovico da Casoria le aveva predetto: ”In mezzo a questa cittadina erigerai una casa centrale”.  
E qui la madre avvertì la necessità di potere erigere un tempio dedicato a Gesù Sacramentato, dove l’adorazione  potesse continuare giorno e notte senza interruzione.
La sua grande volontà d’immolarsi non conobbe limiti, essere vittima con la Divina Vittima del Tabernacolo, questo  era il suo unico ardente desiderio.
Il 19 febbraio 1893, viene posta la prima pietra della chiesa; nella casa di Casoria riservò a sé una piccola stanzetta dalla cui finestrella era possibile vedere l’altare; oltre lo scopo principale dell’adorazione la Comunità si dedicò alla catechesi e all’insegnamento ai fanciulli.
La Santa Sede il 7 luglio 1903, approvò l’Istituto con il nome di Suore Vittime Espiatrici di Gesù Sacramentato. Madre Maria Cristina si ammalò gravemente il 14 gennaio 1906, rendendo la sua bella anima a Dio il 20 gennaio a soli 50 anni.
Come visse così morì, senza segni soprannaturali, ma con un sorriso di dolcezza che manifestava il suo sì alla volontà di Gesù. L’Istituto da lei fondato a Casoria, si allargò ad altre numerose case in Italia ed all’estero, le sue figlie impegnate oggi come allora nell’arduo cammino della virtù, nella scia del suo luminoso esempio, sono diventate varie centinaia.
Per madre Maria Cristina dell’Immacolata Concezione, si aprirono dal 1927 i processi ordinari per la sua beatificazione, nel 1972-73 si ebbe il processo apostolico; il 2 luglio 1994 viene dichiarata venerabile e il 6 novembre 2001 si è tenuto il processo per l’approvazione del richiesto miracolo ottenuto per sua intercessione. É stata beatificata da Papa Giovanni Paolo II a Roma il 27 aprile 2003.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Cristina dell'Immacolata Concezione, pregate per noi.

  

*San Molacca - Monaco (20 gennaio)

Irlandese, nato da vecchi e poveri genitori, fu battezzato da san Cuimin Foda, capo della scuola monastica di Clonfert e fondatore e abate del monastero di Kilcummin dove difese strenuamente il computo romano della data della Pasqua contro i suoi confratelli celti.
Molacca, fattosi monaco ancora giovinetto, costruì un monastero, che poi abbandonò per recarsi nell’Irlanda settentrionale, quindi in Scozia e nel Galles, presso San David di Menevia, da cui ricevette in dono una campana.
Tornò poi in Irlanda e morì nella seconda metà del VII secolo nel monastero da lui fondato. Gli si attribuisce la resurrezione della moglie di Cathal, re del Munster.
Le vicende di questo Santo sono assai incerte; tuttavia i molti luoghi che ancora portano il suo nome attestano che si trattò di una figura di qualche rilievo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Neofito di Nicea - Martire (20 gennaio)

Martirologio Romano:
A Nicea in Bitinia, nell’odierna Turchia, San Neófito, martire.  
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria -
San Neofito di Nicea, pregate per noi.


*San Sebastiano - Martire (20 gennaio)
Milano, 263 ca. – Roma, 304 ca.  
Le notizie storiche su San Sebastiano sono davvero poche, ma la diffusione del suo culto ha resistito ai millenni, ed è tuttora molto vivo.
Ben tre Comuni in Italia portano il suo nome, e tanti altri lo venerano come Santo patrono.
San Sebastiano fu sepolto nelle catacombe che ne hanno preso il nome.
Il suo martirio avvenne sotto Diocleziano.
Secondo i racconti della sua vita sarebbe stato un cavaliere valsosi dell'amicizia con l'imperatore per recare soccorso ai cristiani incarcerati e condotti al supplizio.
Avrebbe fatto anche opera missionaria convertendo soldati e prigionieri.
Lo stesso governatore di Roma, Cromazio, e suo figlio Tiburzio, da lui convertiti, avrebbero affrontato il martirio. Tutto ciò non poteva passare inosservato a corte, tanto che Diocleziano stesso convocò Sebastiano.
Inizialmente si appellò alla vecchia familiarità: «Ti avevo aperto le porte del mio palazzo e spianato la strada per una promettente carriera e tu attentavi alla mia salute».
Poi passò alle minacce e infine alla condanna. Venne legato al tronco di un albero, in aperta campagna, e saettato da alcuni commilitoni. (Avvenire)
Patronato: Atleti, Arcieri, Vigili urbani, Tappezzieri
Etimologia: Sebastiano = venerabile, dal greco
Emblema: Freccia, Palma
Martirologio Romano: San Sebastiano, martire, che, originario di Milano, venne a Roma, come riferisce Sant’Ambrogio, al tempo in cui infuriavano violente persecuzioni e vi subì la passione; a Roma, pertanto, dove era giunto come ospite straniero, ebbe il domicilio della perpetua immortalità; la sua deposizione avvenne sempre a Roma ad Catacumbas in questo stesso giorno.
Le notizie storiche su San Sebastiano sono davvero poche, ma la diffusione del suo culto ha resistito ai millenni,  ed è tuttora molto vivo, ben tre Comuni in Italia portano il suo nome, e tanti altri lo venerano come Santo patrono.
Le fonti storiche certe sono: il più antico calendario della Chiesa di Roma, la ‘Depositio martyrum’ risalente al 354, che lo ricorda al 20 gennaio e il “Commento al salmo 118” di Sant' Ambrogio (340-397), dove dice che Sebastiano era di origine milanese e si era trasferito a Roma, ma non dà spiegazioni circa il motivo.
Le poche notizie storiche sono state poi ampliate e diciamo abbellite, dalla successiva ‘Passio’, scritta probabilmente nel V secolo dal monaco Arnobio il Giovane.
Ne facciamo qui il riassunto integrando le due fonti, dando prima una introduzione storica.
Nel 260 l’imperatore Galliano aveva abrogato gli editti persecutori contro i cristiani, ne seguì un lungo periodo di pace, in cui i cristiani pur non essendo riconosciuti ufficialmente, erano però stimati, occupando alcuni di loro, importanti posizioni nell’amministrazione dell’impero.
E in questo clima favorevole, la Chiesa si sviluppò enormemente anche nell’organizzazione; Diocleziano che fu imperatore dal 284 al 305, desiderava portare avanti questa situazione pacifica, ma poi 18 anni dopo, su istigazione del suo cesare Galerio, scatenò una delle persecuzioni più crudeli in tutto l’impero.
Sebastiano, che secondo Sant’ Ambrogio era nato e cresciuto a Milano, da padre di Narbona (Francia meridionale) e da madre milanese, era stato educato nella fede cristiana, si trasferì a Roma nel 270 e intraprese la carriera militare intorno al 283, fino a diventare tribuno della
prima coorte della guardia imperiale a Roma, stimato per la sua lealtà e intelligenza dagli imperatori Massimiano e Diocleziano, che non sospettavano fosse cristiano.
Grazie alla sua funzione, poteva aiutare con discrezione i cristiani incarcerati, curare la sepoltura dei martiri e riuscire a convertire militari e nobili della corte, dove era stato introdotto da Castulo, domestico (cubicolario) della famiglia imperiale,  che poi morì martire.
La leggendaria ‘Passio’, racconta che un giorno furono arrestati due giovani cristiani Marco e Marcelliano, figli di un certo Tranquillino; il padre ottenne un periodo di trenta giorni di riflessione prima del processo, affinché potessero salvarsi dalla certa condanna sacrificando agli dei.
Nel tetro carcere i due fratelli stavano per cedere alla paura, quando intervenne il tribuno Sebastiano riuscendo a convincerli a perseverare nella fede; mentre nel buio della cella egli parlava ai giovani, i presenti lo videro circondato di luce e tra loro c’era anche Zoe, moglie del capo della cancelleria imperiale, diventata muta da sei anni.
La donna si inginocchiò davanti a Sebastiano, il quale dopo aver implorato la grazia divina fece un segno di croce sulle sue labbra, restituendole la voce.
A ciò seguì una collana di conversioni importanti, il prefetto di Roma Cromazio e suo figlio Tiburzio, Zoe col marito Nicostrato e il cognato Castorio; tutti in seguito subirono il martirio, come pure i due fratelli Marco e Marcelliano e il  loro padre Tranquillino.
Sebastiano per la sua opera di assistenza ai cristiani, fu proclamato da Papa San Caio “difensore della Chiesa” e proprio quando, secondo la tradizione, aveva seppellito i santi martiri Claudio, Castorio, Sinforiano, Nicostrato, detti Quattro Coronati, sulla via Labicana, fu arrestato e portato da Massimiano e Diocleziano, il quale già infuriato per la voce che si diffondeva in giro, che nel palazzo imperiale si annidavano i cristiani persino tra i pretoriani, apostrofò il tribuno: “Io ti ho sempre tenuto fra i maggiorenti del mio palazzo e tu hai operato nell’ombra contro di me, ingiuriando gli dei”.
Sebastiano fu condannato ad essere trafitto dalle frecce; legato ad un palo in una zona del colle Palatino chiamato ‘campus’, fu colpito seminudo da tante frecce da sembrare un riccio; creduto morto dai soldati fu  lasciato lì in pasto agli animali selvatici.
Ma la nobile Irene, vedova del già citato San Castulo, andò a recuperarne il corpo per dargli sepoltura, secondo la pia usanza dei cristiani, i quali sfidavano il pericolo per fare ciò e spesso venivano sorpresi e arrestati anche loro.
Ma Irene si accorse che il tribuno non era morto e trasportatolo nella sua casa sul Palatino, prese a curarlo dalle numerose lesioni. Miracolosamente Sebastiano riuscì a guarire e poi nonostante il consiglio degli amici di fuggire da Roma, egli che cercava il martirio, decise di proclamare la sua fede davanti a Diocleziano e al suo associato Massimiano, mentre gli imperatori si recavano per le funzioni al tempio eretto da Elagabolo, in onore del Sole Invitto, poi dedicato ad Ercole.
Superata la sorpresa, dopo aver ascoltato i rimproveri di Sebastiano per la persecuzione contro i cristiani, innocenti delle accuse fatte loro, Diocleziano ordinò che questa volta fosse flagellato a morte; l’esecuzione avvenne nel 304 ca. nell’ippodromo del Palatino, il corpo fu gettato nella Cloaca Massima, affinché i cristiani non potessero recuperarlo.
L’abbandono dei corpi dei martiri senza sepoltura, era inteso dai pagani come un castigo supremo, credendo così di poter trionfare su Dio e privare loro della possibilità di una resurrezione.La tradizione dice che il martire apparve in sogno alla matrona Lucina, indicandole il luogo dov’era approdato il cadavere e ordinandole di seppellirlo nel cimitero “ad Catacumbas” della Via Appia.
Le catacombe, oggi dette di San Sebastiano, erano dette allora ‘Memoria Apostolorum’, perché dopo la proibizione dell’imperatore Valeriano del 257 di radunarsi e celebrare nei cosiddetti “cimiteri cristiani”, i fedeli raccolsero le reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo dalle tombe del Vaticano e dell’Ostiense, trasferendoli sulla via Appia, in un cimitero considerato pagano.
Costantino nel secolo successivo, fece riportare nei luoghi del martirio i loro corpi e dove si costruirono poi le celebri basiliche.
Sulla Via Appia si costruì un’altra basilica costantiniana la “Basilica Apostolorum”, in memoria dei due apostoli.
Fino a tutto il VI secolo, i pellegrini che vi si recavano attirati dalla ‘memoria’ di San Pietro e San Paolo, visitavano in quel cimitero anche la tomba del martire, la cui figura era per questo diventata molto popolare e quando nel 680 si attribuì alla sua intercessione, la fine di una grave pestilenza a Roma, il martire San Sebastiano venne eletto taumaturgo contro le epidemie e la chiesa cominciò ad  essere chiamata “Basilica Sancti Sebastiani”.
Il Santo venerato il 20 gennaio, è considerato il terzo patrono di Roma, dopo i due apostoli Pietro e Paolo.
Le sue reliquie, sistemate in una cripta sotto la basilica, furono divise durante il pontificato di Papa Eugenio II (824-827) il quale ne mandò una parte alla chiesa di S. Medardo di Soissons il 13 ottobre 826; mentre il suo successore Gregorio IV (827-844) fece traslare il resto del corpo nell’oratorio di San Gregorio sul colle Vaticano e inserendo il capo in un prezioso reliquiario, che Papa Leone IV (847-855) trasferì poi nella Basilica dei Santi Quattro Coronati, dove tuttora è venerato.
Gli altri resti di s. Sebastiano rimasero nella Basilica Vaticana fino al 1218, quando papa Onorio III concesse ai monaci cistercensi, custodi della Basilica di S. Sebastiano, il ritorno delle reliquie risistemate nell’antica cripta; nel XVII secolo l’urna venne posta in una cappella della nuova chiesa, sotto la mensa dell’altare, dove si trovano tuttora.
San Sebastiano è considerato patrono degli arcieri e archibugieri, tappezzieri, fabbricanti di aghi e di quanti altri abbiano a che fare con oggetti a punta simili alle frecce.
Patrono di Pest a Budapest e dei Giovani dell’Azione Cattolica, è invocato nelle epidemie, specie di peste, così diffusa in Europa nei secoli addietro.
Nell’arte antica San Sebastiano fu variamente raffigurato come anziano, uomo maturo con barba e senza barba, vestito da soldato romano o con lunghe vesti proprie di un uomo del Medioevo.
Dal Rinascimento in poi diventò nell’arte, l’equivalente degli dei ed eroi greci, celebrati per la loro bellezza come Adone o Apollo, poi ispirandosi ad una leggenda dell’VIII secolo, secondo la quale il martire sarebbe apparso in sogno al vescovo di Laon, nelle sembianze di un efebo, pittori e scultori cominciarono a raffigurarlo come un bellissimo giovane nudo, legato ad un albero o colonna e trafitto dalle frecce.
Il soggetto si presentava ad una libera interpretazione del primo martirio delle frecce, (non si teneva conto che fosse poi morto con il flagello) e secondo l’estro dell’artista per un compiaciuto virtuosismo anatomico, applicato ad un soggetto religioso.
Anche Michelangelo nel “Giudizio Universale”, lo immaginò nudo e possente come un Ercole, mentre stringe in pugno un fascio di frecce, interpretazione guerriera del mite Santo, Beato nella comunione del Signore.
Innumerevoli sono le opere d’arte che lo raffigurano e quasi tutti gli artisti, pittori e scultori, si cimentarono  nell’opera, anzi la semplicità del soggetto, uomo nudo legato ad una colonna, fu congeniale specie agli scultori.
Ancora vivente, il papa lo denominò “difensore della Chiesa”, e celeste patrono e difensore fu denominato da intere città, capolavoro di questo tema è l’affresco di Benozzo Gozzoli nella chiesa di Sant' Agostino, della turrita San Gimignano (1465), dove San Sebastiano come le iconografie della Madonna della Misericordia, accoglie gli abitanti della città sotto il suo mantello, sorretto da angeli e contro il quale si spezzano le frecce scagliate dal cielo da Dio.
Infine è da ricordare che insieme a San Giovanni Battista, è molto raffigurato nei gruppi di Santi che circondano il trono della Madonna o che sono posti ai lati della Vergine.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Sebastiano, pregate per noi.


*Santo Stefano Min Kuk-ka - Catechista e Martire (20 gennaio)

Scheda del gruppo a cui appartiene: “Santi Martiri Coreani” (Andrea Kim Taegon, Paolo Chong Hasang e 101 compagni)
Gyeonggi-do, Corea del Sud, 1788 – Seoul, Corea del Sud, 20 gennaio 1840
Canonizzato da Papa Giovanni Paolo II il 6 maggio 1984.
Martirologio Romano: A Seul in Corea, Santo Stefano Min Kŭk-ka, martire, che, catechista, fu sgozzato in carcere per la sua fede cristiana.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santo Stefano Min Kuk-ka, pregate per noi.

  

*San Vulstano di Worcester - Vescovo (20 gennaio)

Long Itchington, Inghilterra, 1012 – Worcester, Inghilterra, 20 gennaio 1095
San Vulfstano, vescovo della città inglese di Worcester, in Inghilterra, seppe far convivere i costumi monastici che lo avevano distinto da monaco con lo zelo pastorale, impegnandosi a visitare le parrocchie, a costruire chiese, a favorire la cultura e a contrastare il mercato degli schiavi.
Emblema: Bastone pastorale, Mitra
Martirologio Romano: A Worcester in Inghilterra, San Vulfstano, vescovo, che elevato dal chiostro a questa sede episcopale, unì i costumi monastici allo zelo pastorale, dedicandosi con impegno a visitare le parrocchie, promuovere la costruzione di chiese, favorire le lettere e condannare la venalità.
Vulfstano nacque nel 1012 a Long Itchington, nella contea inglese di Warwich, da una famiglia molto religiosa. Dopo una prima educazione per potersi perfezionare nello studio, nella preghiera e nel lavoro fu inviato presso le abbazie di Evesham e di Peterborouch.
Questi luoghi fecero sorgere il lui il desiderio di santità. Ritornato in famiglia, comprese presto con quale facilità un giovane potesse perdere l'innocenza battesimale abbandonandosi alle continue seduzioni del mondo.
Un giorno,  infatti, una giovane e graziosa donna danzò alla sua presenza per celebrare un successo da lui riportato in un torneo.
A cotanto spettacolo per un istante Vulfstano sentì la fiamma della passione sconvolgergli l'anima, ma non volendo restarne vittima prese l'eroica decisione di nascondersi in uno spinoso cespuglio per martoriare il suo corpo, versando copiose lacrime e preso dal timore di aver sottostato alla tentazione.
Qualche anno dopo i genitori del santo decisero di comune accordo di abbracciare la vita religiosa. Al figlio non restò dunque che affidarsi al vescovo di Worcester, che fornitagli la dovuta formazione lo ordinò sacerdote. Vulfstano non acconsentì però ad applicarsi al ministero pastorale e preferì seguire la via indicatagli dalla madre, che gli aveva trasmesso un particolare amore per la vita monastica. Entrò allora nel monastero accanto alla cattedrale e per più di venticinque anni fu professore, cantore, sacrestano ed infine priore.
Il Santo monaco serviva Dio notte e giorno, predicando al popolo, consigliando i sacerdote e praticando austere penitenze ed una filiale sottomissione ai superiori.
Verso il 1062 giunsero a Worcester due cardinali per trascorrere la quaresima nell'abbazia di cui Vulfstano era  priore. I due porporati ne rimasero talmente ammirati che, rientrati alla corte del re Sant'Edoardo III, lo segnalarono quale migliore candidato per la sede di Worcester divenuta nel frattempo vacante.
Vulfstano cedette alle pressioni reali e l'8 settembre 1062 Aldredo, arcivescovo di York ed amministratore ad interim, lo consacrò vescovo. Il novello pastore seppe assolvere scrupolosamente tutti i suoi doveri.
La sua esposizione della parola di Dio era solita intenerire gli uditori sino alle lacrime. Memorabili si rivelarono i successi che ottenne il suo talento oratorio tra gli abitanti di Bristol riuscendo a distoglierli dall'abominevole traffico di schiavi indigeni.
Frequenti furono le visite pastorali ala sua diocesi, durante le quali la sua borsa piena di denaro era sempre pronta ad aprirsi per tutti i bisognosi. Lungo il percorso numerose erano le sue
stazioni, finalizzate a riprendere i peccatori, ordinare sacerdoti, consacrare altari, confessare ed amministrare le cresime. popolo nutriva una grande fiducia in questo vescovo paterno e giusto.
Vulfstano fece ricostruire l'antica cattedrale di Worcester, che era stata edificata nel VII secolo da Sant'Osvaldo, re di Northumbria, e non mancò di dotare di chiese tutti i paesi ancora sprovvisti.
Malgrado i suoi numerosi rimproveri e la sua severità, fu unanimemente amato ed ammiravano. Fu l'ultimo  vescovo a ricevere il bastone pastorale per mano di un re sassone. Alla morte di Sant'Edoardo III infatti, succedette forzatamente al trono il celebre Guglielmo I il Conquistatore, di origini normanne.
Vulfstano fu uno dei pochi vescovi che non rinunziarono alla loro sede fra le varie peripezie che sconvolsero la Chiesa inglese in tale frangente storico: pur ammettendo durante un sinodo di ritenersi indegno del ministero che Edoardo III e la Santa Sede lo avevano costretto ad accettare, soggiunse solo al re medesimo avrebbe restituito il bastone pastorale. Si recò dunque alla tomba del santo monarca nell'abbazia di Westminster e conficcò con estrema facilità il bastone nella pietra sepolcrale. Solo il santo, una volta ricusata la sua deposizione, riuscì ad estrarre nuovamente il suo pastorale con estrema facilità.
Vulfstano fu poi rivalutato dal re Guglielmo e dal primate Lanfranco, ai quali sopravvisse sino ad assistere alla consacrazione di Sant'Anselmo di Aosta, eletto nel 1093 nuovo arcivescovo di Canterbury. A coloro che si lamentavano dell'oppressione normanna, egli rispondeva che si trattasse di un castigo da sopportare con pazienza, in quanto permesso da Dio per i loro peccati. La cura che il vescovo aveva per la salute delle anime a lui affidate, non gli faceva tuttavia dimenticare la propria, celebrando sovente la Messa contrariamente all'uso del tempo, pregando con assiduità, elargendo abbondantemente ai poveri e con frequenti digiuni, tanto da arrivare a rinunciare alla carne di oca, suo piatto preferito.
Nella festa di Pentecoste del 1094 Vulfstano fu assalito da una febbre continua che progressivamente lo indebolì. Capendo che la morte si avvicinava, si preparò all'evento moltiplicando preghiere ed austerità. Nel capodanno successivo si mise definitivamente a letto e, con gli occhi rivolti all'altare della sua stanza, continuò a seguire mentalmente la recita dei salmi, unendo talvolta la sua voce a quella dei salmodianti.
Morì il 20 gennaio 1095, dopo ben trentatrè anni di episcopato. Alla sua sepoltura, avvenuta nella cattedrale, come egli aveva predetto nessuno riuscì a sfilargli l'anello episcopale.
La sua tomba divenne presto sorgente di numerosi miracoli. Nel centesimo anniversario della morte avvenne un'esumazione ed il corpo del vescovo fu trovato incorrotto. Non tardò allora a giungere la canonizzazione ufficiale, avvenuta nel 1203 da parte del pontefice Innocenzo III.  
Il Martyrologium Romanum commemora ancora oggi San Vulfstano al 20 gennaio. L'iconografia cristiana è solita raffigurarlo nell'atto di rendere la vista ad una religiosa cieca con un segno di croce, ma principalmente nel celebre episodio di conficcare il bastone pastorale nella tomba del santo re Edoardo III il Confessore.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vulstano di Worcester, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (20 gennaio)

*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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