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Santi del 22 gennaio

Il mio Santo > Santi di Gennaio

*Sant'Anastasio (Magundat) Martire in Persia (22 gennaio)

m. 628
Magundat che da suo padre Han era stato istruito nella magia, faceva parte dell'esercito persiano, incuriosito  dalla fede cristiana ne volle conoscere il credo.
Per questo si recò a Gerapoli. Si spostò poi a Gerusalemme ove ricevette il Battesimo assumendo il nome di Anastasio («il risorto») per indicare l'avvenuta conversione.
Fu monaco per sette anni poi andò a Cesarea di Palestina allora soggetta ai persiani e là catturato e torturato. Avendo fatto parte dell'esercito si chiese al re Cosroe una decisione nei suoi riguardi.
Il re rispose che se abiurava anche davanti ad una sola persona potevano lasciarlo libero, ma Anastasio rifiutò.
Allora fu preso insieme a due altri compagni di cella e portato a Bethsaloen in Assiria e là fu sottoposto ad altre torture.
Fu costretto ad assistere all'uccisione dei due compagni e di altri sessantasei cristiani, alla fine fu strangolato e decapitato. Era il 628. (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Sergiopoli in Persia, passione di sant’Anastasio, monaco e martire, che dopo molti tormenti da lui patiti a Cesarea di Palestina, fu da parte di Cosroe re dei Persiani afflitto con molti supplizi e, dopo settanta suoi compagni, presso un fiume fu soffocato e decapitato.
Monaco persiano morto nel 628. Magundat che da suo padre Han era stato istruito nella magia, faceva parte dell’esercito persiano, incuriosito dal fatto che i cristiani venerassero la croce che era uno strumento di  morte e di supplizio, ne volle conoscere i rudimenti della religione, quindi recatosi a Gerapoli nella chiesa dedicata ai martiri apprese il loro eroismo.
Ammirato, si recò poi a Gerusalemme ove ricevette il Battesimo assumendo il nome di Anastasio ("il risorto") per indicare l’avvenuta conversione.
Fu monaco per sette anni poi andò a Cesarea di Palestina allora soggetta ai persiani e là catturato, fu sottoposto a tormenti crudeli affinché abiurasse il Cristianesimo.
Avendo fatto parte dell’esercito si chiese al re Cosroe una decisione nei suoi riguardi.  
Il re comprensivo rispose che se abiurava anche davanti ad una sola persona potevano lasciarlo libero, ma Anastasio rifiutò.
Allora fu preso insieme a due altri compagni di cella e portato a Bethsaloen in Assiria (detta poi Sergiopoli) dove si trovava il re e là fu sottoposto ad altri terribili tormenti assistendo anche allo strozzamento dei due compagni e di altri sessantasei cristiani, alla fine fu strangolato e decapitato.
Le sue reliquie furono traslate a Roma durante l’impero di Eraclio intorno al 640.
Il suo capo era venerato nel monastero detto delle "Acquae Salviae" intitolato poi ai santi Vincenzo ed Anastasio alle Tre Fontane.
Una sua reliquia si venera, sempre a Roma, presso la Scala Santa.
L’effige del suo volto recata a Roma alle Tre Fontane è stata una grande sorgente di virtù miracolose fra l’altro confermate dal II Concilio Niceno.
Ancora oggi è molto venerato con la diffusione di medaglie di vari formati da portare addosso e a cui si dà molta importanza per preservare dai mali.
La sua festa si celebra il 22 gennaio.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Anastasio, pregate per noi.


*Sant’Anastasio di Asti - Martire (22 gennaio)

Epoca incerta Etimologia: Anastasio = risorto, dal greco Emblema: Palma
La diocesi piemontese di Asti commemora in data odierna Sant’Anastasio, personaggio alquanto incerto dal punto di vista storico.
La chiesa astigiana a lui dedicata si trova in una posizione centrale dell’antica città, come viene determinata dal tracciato della città difensiva medievale.
Non è stata sicuramente casuale la scelta di questa posizione, non lontana dalla porta occidentale – l’antico ingresso monumentale di epoca romana riplasmato dalla Porta Turris medievale - e sulla principale via di attraversamento della città, ma neppure che sia collocata quasi a metà strada tra la cattedrale e la collegiata di San Secondo, le due principali fondazioni religiose cittadine.
L’ “ecclesia sancti Anastasii”, come veniva denominata nei documenti medievali, faceva infatti parte di un famoso monastero benedettino femminile, che da essa prendeva nome.
Il calendario liturgico della Regione Pastorale Piemontese ricorda Sant’Anastasio quale martire, riporta al 22 gennaio il suo “culto locale” riservato alla Cattedrale di Asti e Città San Silvestro, ma non specifica l’epoca in cui sarebbe vissuto il Santo.
La scelta di tale data per la festa del Santo è dovuta alla coincidenza con un Santo omonimo, riportato dal Martyrologium Romanum quale monaco e martire in Persia con settanta compagni.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant’Anastasio di Asti, pregate per noi.


*Sant'Antioco Sabaita - Monaco (22 gennaio)

m. 630  
Originario di Medosaga, presso Ancira (oggi Ankara), Galazia. Si fece monaco nella laura di San Saba, presso Betlemme.
Morì nel 630. Festa il 22 gennaio.
(Autore: Paola Cristofari Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant' Antioco Sabaita Monaco, pregate per noi.


*Beato Antonio Della Chiesa - Domenicano (22 gennaio)

San Germano Vercellese, 1394 - Como, 1459
Nato a San Germano vercellese, entrò nell'Ordine a Vercelli nel 1417. Fu priore a Como, Savona, Firenze, Bologna e Genova; si adoperò attivamente per ristabilire ovunque l'osservanza della regola. Morì nel convento di Como, mentre ne era priore.
Il suo culto fu confermato da Pio VII nel 1819.
Martirologio Romano: A Como, Beato Antonio della Chiesa, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che in alcuni conventi dell’Ordine riformò l’osservazione della regola, ponendosi con clemenza dinanzi all’umana fragilità e correggendola con fermezza.
Antonio della Chiesa è uno dei grandi riformatori che l’Ordine dei Padri Predicatori vide germogliare dalla perenne fecondità del suo seno nel XV° secolo.
Prese l’Abito domenicano a Vercelli, dopo aver strenuamente lottato contro la volontà del padre.
Il breviario domenicano ricorda che, entrato nell’Ordine, si slanciò come gigante a percorrere la via della perfezione.
Egli adoperò i mezzi che il suo Santo Patriarca gli presentava, i mezzi sempre antichi e sempre nuovi con i quali si  sono formate schiere di apostoli e di santi: la preghiera, la penitenza, il silenzio, lo studio indefesso, animato dalla carità, nella quale sempre si sono consumati i suoi illustri confratelli.
Presto splendette in lui quella sapienza e quella santità che gli diedero tanto potere sulle anime.
Chiamato all’ufficio di Priore nei conventi di Como, Bologna, Firenze, riuscì a stabilire fortemente la disciplina regolare, profondamente scossa.
Egli intendeva di preparare così i veri apostoli e i veri predicatori come lo era lui stesso. Portò, infatti, a Dio innumerevoli anime e si dice che nessuno partisse da lui senza diventare migliore. Ebbe il dono dei miracoli e la conoscenza delle cose occulte e future.
Fu visto, circondato di splendore, intrattenersi con la Madonna.
Papa Eugenio IV gli dette l’incarico di ricondurre alla verità i cattolici che avevano aderito all’antipapa Felice V. Richiamato a Como, dove con la sua predicazione aveva rinnovata la vita cristiana, tristemente decaduta, dopo aver predetto la sua morte, da qui, il 22 gennaio 1459, volò al premio celeste.
Nel 1810 le sue reliquie furono traslate definitivamente nella chiesa parrocchiale di San Germano Vercellese, suo paese natale. Papa Pio VII il 15 maggio 1819 ha concesso la Messa e l’Ufficio propri in base al culto attribuitogli “ab immemorabili”.  
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Antonio Della Chiesa, pregate per noi.

 

*San Bernardo di Vienne - Vescovo (22 gennaio)

Martirologio Romano: Nel monastero di Romans presso il fiume Isère sulle Alpi, deposizione di San Bernardo, vescovo di Vienne: passato dall’esercito dell’imperatore Carlo Magno alla milizia di Cristo, distribuì ai poveri i beni ricevuti dal padre e costruì, ad Ambronay e a Romans, due cenobi, in cui trascorse la sua vita.
Nato da nobile famiglia del territorio di Lione verso il 778, Bernardo prestò servizio dapprima nell'esercito di Carlomagno e si ammogliò, o piuttosto si lasciò ammogliare dai suoi parenti, poiché aveva già a vocazione religiosa.
Dopo sette anni di matrimonio, alla morte del padre, e senza dubbio con il consenso della sua sposa, Bernardo fondò nel Bugey il monastero di Ambronay (Ambronianum), dove vestì l'abito benedettino.

Quattro anni più tardi fu eletto abate e nell'810, alla morte di Vulferio, divenne arcivescovo di Vienne nel Delfinato. L'alta nomina, però, segnò per lui l'inizio di una serie di traversie, che misero a dura prova la sua virtù.
Fu, infatti, accusato da alcuni vescovi francesi di aver consacrato arcivescovo di Lione il suo  amico Agobardo mentre era ancora in vita il suo predecessore Laidrado che si era ritirato nel monastero di San Medardo di Soissons: dovette perciò andare a giustificarsi dinanzi al concilio tenuto ad Arles nell'816. Fu pure  coinvolto nelle controversie politiche del suo tempo.
Nell'815 l'imperatore Ludovico il Pio aveva diviso l'impero tra i suoi tre figli: Pipino ebbe l'Aquitania, Ludovico la Baviera e Lotario l'Italia. Ma l'imperatore si risposò ed ebbe un quarto figlio, Carlo il Calvo e per conseguenza nell'823, volle modificare la divisione fatta, provocando la rivolta dei figli di primo letto.
Bernardo era sempre stato in buoni rapporti con Ludovico il Pio, ma quando Gregorio IV, recatosi in Francia per tentare di riconciliare l'imperatore e i figli, fu trattenuto nel campo di Lotario, Bernardo e il suo amico Agobardo di Lione, raggiunsero il Papa e presero le parti di Lotario.
A Compiègne, insieme con altri prelati francesi, essi proclamarono il decadimento di Ludovico il Pio. Lotario però fu sconfitto e suo padre ristabilito sul trono; Bernardo e Agobardo furono quindi deposti nel concilio di Tramoye. Bernardo, che seguì Lotario in Italia, fu convocato dall'imperatore a un'assemblea a Crémieux, ma non vi si recò.
Nell'837, tuttavia, Bernardo e Agobardo erano nuovamente sui loro seggi episcopali e nell'838 presero parte al sinodo di Quierzy.
In questo tempo Bernardo fondò il monastero dei SS. Severino, Esuperio e Feliciano a Romans e vi finì i suoi giorni il 22 gennaio 842. Una traslazione del suo corpo ebbe luogo il 23 aprile 944. La sua festa si celebra il 23 gennaio nei Propri di Grenoble, Valenza, Lione e Belley.
Le sue reliquie furono profanate dagli Ugonotti nel sec. XVI. Gli operai lo onorano come loro patrono.
(Autore: Pierre Villette – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Bernardo di Vienne, pregate per noi.

   

*San Blidranno di Vienne - Vescovo (22 gennaio)
sec. VII

San Blidranno (o Blidramne) è il trentasettesimo vescovo di Vienne.  Il suo posto nella cronotassi della città redatto dal Vescovo Adone, redatto nella seconda metà del IX secolo, che lo indica pastore prima del 677 e dopo il 683. In quella lista tutti i primi quaranta vescovi di Vienne vengono menzionati santi.
Il suo nome appare in un documento di Teodorico III, re di Neustria, del 15 settembre 680. In quel diploma si parla di un’assemblea di vescovi riuniti nel palazzo reale di Marly e durante la quale fu deposto un certo Cramlino vescovo usurpatore di Embrum.
San Blidranno è ricordato anche in un documento del 683 emanato da Agilberto vescovo di le Mans, in favore della badessa Adreilde di Notre Dame.
Non si conosce l’anno della sua morte.
Egli fu definito santo per la prima volta dall’arcivescovo Leodogario che ne fissò la festa al 22 gennaio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Blidranno di Vienne, pregate per noi.

   

*San Britvoldo (o Bertwoldo) di Wilton - Vescovo (22 gennaio)
† 1045

San Britvoldo (Bertwoldo o Bertwald) è il nono vescovo di Wilton. La diocesi era stata istituita nel 909 con la porzione nord-occidentale della diocesi di Winchester.
Nella cronotassi dei vescovi succede a Aelfric I,I dopo la sua nomina ad arcivescovo di Canterbury e precede Hermann, l’ultimo vescovo di Wilton, quando la sede venne trasferita a Old Sarum.
San Britwoldo era un monaco benedettino a Glastonbury, quando nel 1005 fu eletto vescovo di Wilton.
Sappiamo che durante il suo governo la diocesi fu completamente devastata dagli invasori Danesi.
Il vescovo si adoperò in prima persona, per riparare e ricostruire le chiese che gli erano soggette e che erano andate rovinate o distrutte.
La leggenda ci narra che era dotato del dono della profezia, e molto spesso divenne il protagonista indiscusso di fantastiche narrazioni leggendarie.
Morì nel 1045 e fu sepolto nel monastero di Glastonbury.
La sua festa è celebrata il 22 gennaio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Britvoldo di Wilton, pregate per noi.

   

*San Domenico di Sora - Abate (22 gennaio)
Foligno, 951 - Sora, 22 gennaio 1031
L'abate Domenico fu un riformatore della vita monastica a cavallo tra X e XI secolo. Nato a Foligno nel 951, fu affidato bimbo ai monaci di San Silvestro. Poi divenne benedettino e sacerdote.
Il suo desiderio era condurre vita eremitica, ma dovunque andasse accorreva molta gente.
Così si spostò in diversi luoghi, fondando monasteri.
Dapprima fu su un monte presso Scandriglia (Rieti), dove edificò San Salvatore, divenendone abate.
Poi in Abruzzo, dove sorsero San Pietro del Lago e San Pietro di Avellana.
A Trisulti, presso Collepardo (Fr), fondò il cenobio di San Bartolomeo, che ebbe grande fama.
Chiese a Giovanni XVIII protezione per le sue fondazioni.
Grazie a una donazione del conte Pietro Rainerio, signore di Sora, fondò il monastero che porta il suo nome. Vi morì nel 1031 e vi è sepolto.
Venerato a Sora e nel Frusinate, è considerato guaritore dai morsi dei serpenti. A Cocullo (Aq) la statua è portata in processione coperta di rettili. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Sora nel Lazio, San Domenico, abate, che fondò monasteri in varie regioni d’Italia e ne ricondusse altri alla disciplina regolare con il suo spirito riformatore.
Il monaco Giovanni che gli fu compagno in tutti i suoi viaggi, ne scrisse la ‘Vita’ che per questo è molto veritiera; Domenico nacque a Foligno (Colfornaro) nel 951, fu affidato ancora fanciullo, dai genitori ai monaci di S. Silvestro di Foligno per effettuare gli studi necessari.  
Divenuto giovane, lasciò tutti e si recò nel monastero di S. Maria di Pietrademone, dove fu ordinato sacerdote e diede la sua professione di monaco.
Ma in lui vi era il desiderio di vita eremitica, per cui prese ad alternare questa con la vita cenobitica; si ritirò sopra un monte presso Scandriglia in provincia di Rieti, seguito subito da discepoli
provenienti dal circondario, per loro fondò il monastero di S. Salvatore, divenendone abate.
Giacché la sua fama di santità attirava molto popolo, per nascondersi si trasferì verso L’Aquila, dove fondò il monastero di S. Pietro del Lago, allo stesso modo fondò nel Sangro il monastero di S. Pietro di Avellana. Nel suo itinerare arrivò in Campania a Trisulti, dove rimase sconosciuto per tre anni, finché la popolazione riconosciutolo attraverso alcuni cacciatori, lo circondò di devozione e fu tutto un accorrere di ammalati; alcune cronache medioevali e la tradizione popolare riportano che i suoi miracoli consistevano soprattutto nel guarire dal morso dei serpenti.
A Trisulti fondò il monastero di S. Bartolomeo che raggiunse molta notorietà, fu riccamente dotato dagli abitanti dei Comuni vicini, come Collepardo, Guarcino, Vico, che Domenico poi visitò, esortandoli ad una vita intessuta di carità fraterna, penitenza e opere buone.  
Si incontrò con Papa Giovanni XVIII, a cui chiese la protezione pontificia per le sue fondazioni. Grazie ad una donazione di un fondo, fatta dal conte Pietro Rainerio, signore di Sora (FR) egli poté costruire un monastero, che resterà per la sua importanza, legato al suo nome, stabilendovisi definitivamente.
Si ammalò mentre intraprendeva un ennesimo viaggio per Tuscolo, ritornato indietro, morì a Sora il 22 gennaio  1031 e fu sepolto nella chiesa del monastero, dove è ancora conservato.
Domenico di Sora, al pari di altri grandi fondatori di quell’epoca, resta un riformatore della vita della Chiesa medioevale, tutto teso ad allargare la vita monastica con la sua grande fioritura, anche lui precursore dei grandi Ordini, che di lì a qualche secolo, si affacceranno nella Chiesa, a partire dal grande suo omonimo San Domenico di Guzman.
A Sora, come in tutta la Valle del Liri, è invocato contro i morsi dei serpenti velenosi e dei cani idrofobi, dalla tempesta e dalla grandine, ma anche contro la febbre e il mal di denti.
La sua festa è celebrata con solennità, sia a Sora, di cui è il patrono e dove esiste un santuario con il suo corpo, sia ad Arpino e paesi vicini, ma soprattutto per la sua particolarità a Cocullo, dove la sua statua è portata in processione ricoperta da serpenti, che nei giorni precedenti, i cosiddetti ‘serpari’ hanno provveduto, con abilità a catturare.
Una volta, dopo il rito, i serpenti venivano uccisi o venduti ai turisti, oggi con diversa cultura ambientalista, vengono lasciati liberi.
I ‘serpari’ stanno bene attenti a catturare i serpenti innocui, mentre lasciano tranquille le velenose vipere, la popolazione partecipante al rito, ha un rispetto quasi sacro per i rettili, retaggio di un culto pagano di età pre-cristiana che la Chiesa ha dovuto farlo proprio e questa unione fra uso pagano e festa cristiana, in questo caso è avvenuta tramite San Domenico di Sora, il grande taumaturgo, che dal Medioevo ad oggi, attira una moltitudine di fedeli imploranti.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Domenico di Sora, pregate per noi.


*San Francesco Gil de Federich e Matteo Alfonso de Leciniana - Sacerdote Domenicano, Martire (22 gennaio)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Santi Andrea Dung Lac e Pietro Truong Van Thi - Sacerdoti e martiri”  
“Santi Martiri Vietnamiti (Andrea Dung Lac e 116 compagni)”

+ Thang Long, Vietnam, 22 gennaio 1745
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: Nel Tonchino, ora Viet Nam, Santi Francesco Gil de Federich e Matteo Alonso de Leziniana, sacerdoti dell’Ordine dei Predicatori e martiri: sotto il regno di Trịn Doanh, dopo una incessante predicazione del Vangelo, continuata anche in carcere, trafitti con la spada morirono gloriosamente per Cristo.
Francisco Gil de Federich de Sans
Francisco Gil de Federich de Sans nacque il 14 dicembre 1702 a Tortosa, nella regione della Catalogna in Spagna, da illustri genitori. All’età di quindici anni fu ammesso al noviziato domenicano di Villa de Exemplo con il nome di Francesco.
Emise poi la professione solenne nel convento di Santa Caterina in Barcellona. Nel corso della sua formazione religiosa aveva maturato il desiderio di darsi
all’evangelizzazione dei pagani e dunque nel 1724,  ancora studente in teologia a Orihuela, chiese di unirsi ad alcuni missionari domenicani diretti alle Isole Filippine.
Solo dopo l’ordinazione presbiterale, avvenuta nel 1727, e la nomina a maestro dei frati studenti, nel 1730 ottenne di porter partire missionario con ventiquattro altri compagni, tra i quali Padre Matteo Alfonso de Leciniana.
Giunto a Manila, Francisco Gil fu assegnato alla provincia di Pangasinan, di cui fu eletto segretario, ma non cessò di chiedere ai superiori che lo lasciassero partire per il Tonchino, regione vietnamita sconvolta dalla persecuzione del re Vuéh-Hun. Studiò con tanto impegno la lingua annamita che dopo soli cinque mesi fu in grado di prendersi cura di una quarantina di cristiani, noncurante della pena di morte decretata per i missionari e dei pericoli cui sarebbe stato esposto. Due volte all’anno, dalla quaresima alla stagione delle messi e dalla festa di San Domenico all’Avvento, si recava ad amministrare i sacramenti ai suoi fedeli, noncurante del caldo o del freddo, delle febbri o dei rischi che correva di essere sequestrato per ricevere un riscatto.
Era solito dedicarsi alle confessioni sino a mezzanotte. Padre Francesco conduceva una vita molto austera, praticava l’astinenza dalle carni tutto l’anno ed in quaresima non mangiava che una volta al giorno. Pur essendo di temperamento serio, si mostrava affabile con chiunque.  
Tutti infatti lo amavano come un padre, poiché si rivelava sempre pronto ad aiutare quanti si trovavano in diverse impellenti necessità. Alla carità il santo sacerdote sapeva però accoppiare un giusto rigore.
Quando per esempio i suoi domestici cadevano in colpe gravi, egli mai esitava ad imporre loro di mangiare per terra soltanto un po’ di riso con sale. Inoltre non permetteva loro di abbigliarsi con troppa cura, d’intrattenersi con donne o di introdurle in casa, e più in generale di perdere tempo in vario modo. Egli stesso, quando non era occupato a predicare e a confessare, impiegava il suo tempo pregando e studiando.
Il 3 agosto 1737, dopo ben due anni di fecondo apostolato, Padre Francesco fu arrestato dai soldati a Luc-Thuy ed imprigionato a Ket-Cho, allora capitale del regno. Una anziana signora pagana, desiderosa di ricevere il battesimo, si prese cura di lui, ormai incapace di reggersi in piedi a causa della malattia. Corrompendo le guardie con delle mance, ella ottenne che il prigioniero potesse trascorrere prima alcune ore e poi intere giornate a casa sua, al fine di poter curare le sue piaghe.
Padre Gil ne approfittò per poter studiare, ricevere i numerosi fedeli che giungevano a visitarlo e rispondere ai missionari che a lui si rivolgevano in cerca di consiglio.
Ogni volta che veniva condotto dinnanzi ai giudici era rattristato dall’irriverenza nei confronti della croce, a cui tentava di porre rimedio. La signora Ba-Gao, impietosita dalle sue precarie condizioni di salute, riuscì ad ottenergli la libertà anche per le ore notturne ed egli ne approfittò allora per intensificare il suo ministero pastorale, confessare e celebrare l’Eucaristia nel cuore della notte in attesa di una fine che si prospettava sicuramente tragica.
Quando apprese di essere stato condannato a morte per decapitazione, il 24 novembre 1738 scrisse al Vicario Apostolico, Fra’ Ilario di Gesù: “Il Signore mi conceda di giungere a tanta gloria”.
A Padre Matteo Alfonso de Lecianiana, ancora libero, confidò un mese dopo di non vedere l’ora di “uscire dai peccati e dalle miserie di questo mondo” e si raccomandò alle sue preghiere per ottenere da Dio “umiltà, pazienza e costanza”. Poiché però la conferma della sentenza di morte tardava a venire, scrisse ancora al vicario provinciale: “Iddio è assai offeso da molti miei peccati e ingratitudini, motivo per cui non ottenni ancora quello che la mia superbia si era promesso”.
La ribellione nel frattempo scoppiata contro la famiglia regnante ritardò la fine del processo contro il missionario, ma gli interrogatori continuarono lo stesso, anche se i giudici non riuscirono a sapere da lui dove era stato e chi lo aveva aiutato a propagare la fede nel Tonchino. Ostinandosi a tacere, gli fu ordinato di percuotere gli oggetti religiosi che gli avevano sequestrato, ma al suo ennesimo rifiuto l’empio Thay-Thinh ebbe l’ordine d’infrangere sotto gli occhi del prigioniero il crocifisso di metallo, la statuetta in avorio della Madona e di calpestare l’immagine della Madonna del Rosario. Fu tanto il dolore che il santo missionario provò che fu immediatamente assalito dal vomito e da una nuova emorragia.
Siccome a causa dei problemi di politica interna il processo ancora non giungeva al termine, Padre Francesco ne approfittò nuovamente per intensificare il suo ministero dentro e fuori la capitale, ove circa seimila fedeli erano rimasti senza privi di assistenza spirituale. Riceveva annualemnte migliaia di confessioni ed amministrava centinaia di battesimi. Nel 1743 fu di nuovo chiamato dinnanzi al tribunale, ma non volendo fare dichiarazioni sulla sua cattura per non compromettere degli innocenti, gli fu imposto di calpestare la corona che portava al collo con due medaglie. Essendosi per l’ennesima volta rifiutato, il gesto sacrilego fu compiuto da Thay-Thinh, servo del magistrato, ma il santo li ammonì dicendo che il Tonchino era sconvolto dalle ribellioni, dalla fame e dalle pestilenze a causa delle ingiuste pestilenze perpetrate verso i cirstiani.
Tra tante tribolazioni, Padre Francesco venne a sapere nel dicembre 1743 che il suo confratello Padre Matteo Alfonso de Leciniana, tradito da un uomo pagano, era stato arrestato nella Casa di Dio di Luc-Thuy: i soldati avevano fatto irruzione nella cappella mentre il sacerdote celebrava la Messa e questi tentò di fuggire verso la cucina portando l’ostia consacrata con sé. Avendo però dimenticato il calice sull’altare, un pagano se ne impadronì e subito rovesciò a terra il vino consacrato.
Mateo Alonso de Leciniana
Ripercorriamo in breve anche la vita di Mateo Alonso de Leciniana, nato anch’egli in Spagna il 26 novembre 1702 presso Nava del Rey. Entrato nel convento domenicano di Santa Croce a Segovia, emise i voti nel 1723 e compì gli studi letterari e teologici. Nella pace del chiostro sentì nascere in sé una vocazione missionaria e domandò perciò di essere inviato nelle Filippine, ove giunse insieme a Francisco Gil de Federich nel 1730.
Due anni dopo con altri due confratelli salpò per il Tonchino orientale e per ben undici anni si dedicò all’evangelizzazioni in mezzo a  difficoltà di ogni sorta, senza fissa dimora. Più volte sfuggì miracolosamente alla cattura ordinata dal sacerdote pagano Thay-Thinh ed i domestici talvolta cercavano di dissuaderlo dal recarsi in quei villaggi ove i cristiani erano minoranza, ma egli soleva rispondere loro: “Se dovessi tralasciare di recarmi ad amministrare i sacramenti per timore di essere preso, a che scopo sarei venuto in questo regno?” Non di rado si incamminò da solo perché tutti rifiutavano di seguirlo per timore di morire e, pur di essere utile ai fedeli, era disposto ad affrontare ogni fatica. Non era cosa rara che trascorresse notti intere in confessionale e teneva sempre presso con sé una borsa di denaro per le necessità dei bisognosi.
In tempo di carestia i poveri accorrevano a lui numerosi sapendo che avrebbero ricevuto per lo meno una scodella di riso.
Dopo la cattura, Padre Matteo fu spogliato e percosso a sangue, poi fu condotto dal sottoprefetto che risiedeva a Vi-Hoang. Costui credeva che il prigioniero fosse uno dei ribelli al giovane re Can-Hung ed invece si accorse di avere dinnanzi “un maestro della fede portoghese”. Anziché imprigionarlo, lo lasciò esposto al pubblico affinchè i cristiani potessero avvicinarlo. Una suora terziaria, fingendosi un’accattona, poté così prendersi cura di lui, finché dopo una quindicina di giorni il futuro martire fu chiamato a comparire davanti al tribunale della capitale. Mentre pazientemente attendeva di essere giudicato, subì ogni sorta di tortura e, come già l’altro suo confratello, dovette intervenire la profanazione della croce.
Per fortuna non mancarono anche i curiosi, che gli rivolsero domande sulla sua persona e sulla sua religione.
Il governatore della capitale, che aveva preso in consegna il missionario, gli domandò: “Giacché il re vieta la tua legge nel regno, per quale ragione sei venuto qui e ti sei esposto a tante fatiche e pericoli?”. Questi prontamente gli rispose: “Per poter predicare la Legge di Dio, Signore del cielo, ed esortare gli uomini ad essere veraci, a battere la strada della virtù e ad allontanarsi da quella dei vizi”. Padre Francesco, non appena apprese che il suo confratello si trovava nelle prigioni del governatore, si affrettò a scrivergli consigliandogli di non rivelare il luogo ove era stato catturato onde evitare di compromettere i cristiani di Luc-Thay. Padre Matteo da parte sua non desiderava altro che poter rivedere Padre Francesco per potersi confessare, in quanto si riteneva un grande peccatore e che in tutta la sua vita mai era riuscito a compiere progressi in materia di santità.
Insieme verso il martirio
Ai due martiri fu concesso di incontrarsi in un’abitazione privata fuori del carcere e consolarsi così reciprocamente. I cristiani, insieme con i superiori dei due missionari, sarebbero stati disposti a sborsare volentieri un’ingente somma di denaro pur di ottenere la loro liberazione. Negli interrogatori anche a Padre Matteo furono rivolte domande sulle immagini sacre, gli arredi ed i libri liturgici che gli erano stati sequestrati, ed egli seppe rispondere in maniera da illuminarli sulle principali verità di fede e di morale, sui sacramenti e sulle principali preghiere cristiane. Dopo la condanna alla decapitazione, gli fu concesso di trascorrere gli ultimi mesi di vita assieme a Padre Francesco e di beneficiare così anch’egli dell’assistenza della signora Ba-Gao, celebrare l’Eucaristia e confortare spiritualmente i fedeli che accorrevano nella loro casa.
Poiché le calamità continuavano ad affliggere il regno, il sovrano, dubbioso che il cielo potesse essere adirato per le condanne di cotanti innocenti, ordinò che fossero riesaminate definitivamente tutte le cause ancora pendenti. Fu così che nel 1744 per Francisco Gil fu chiesta la pena di morte, mentre per Mateo Alonso il carcere perpetuo anziché la decapitazione. Appena la notizia si diffuse, molti cristiani fecero visita ai due missionari per ricevere da loro le ultime raccomandazioni, baciare piangendo le loro catene e supplicarli di chiedere la grazia al re. Padre Francesco, però, non ne volle sapere e dichiarò di non essere disposto a dare “la minima moneta per essere sottratto alla morte”.
Padre Matteo, invece, per conto suo aveva preparato un’istanza a tal fine, ma il confratello lo dissuase dall’inoltrarla al sovrano dicendogli: “Mi trovo da otto anni in carcere. Dio si è mosso a compassione di me permettendomi di soffrire per lui, e voi vorreste impedirlo?”.
A mezzogiorno del 22 gennaio 1745, in presenza del popolo, fu di nuovo letta la condanna a morte del Padre Francesco ed alcuni soldati si avvicinarono a Padre Matteo per suggerirgli di chiedere la grazia al re per il suo compagno. Egli però reagì bruscamente e gridò: “Siamo fratelli e chiediamo di vivere o di morire insieme. Se s’indulge con uno, s’indulga anche con l’altro; se uno è condotto a morte, si uccida anche l’altro; soltanto così saremo contenti”. I magistrati allora condannarono anch’egli alla decapitazione.
Giunti al luogo del supplizio, un mandarino pose dinanzi agli occhi dei due condannati a morte, assorti in preghiera, una croce fatta di canne e li esortò: “Vi lasceremo liberi se calpesterete questa croce; diversamente sarete decapitati”. I due, intrepidi testimoni della divinità di Cristo Gesù, replicarono: “Fa’ come meglio ti pare; noi non calpesteremo la croce”. Consegnarono invece ad un cristiano seicento monete affinché le donasse ai loro carnefici, si diedero reciprocamente l’assoluzione ed infine si lasciarono legare ai pali. Le loro teste caddero contemporaneamente al segnale del comandante. I soldati furono impotenti a trattenere la folla, che si riversò con pannolini e bambagia a raccogliere il sangue delle vittime. I corpi dei due martiri furono traslati e seppelliti in pompa magna presso Luc-Thuy.
Papa Giovanni Paolo II, che nel suo lungo pontificato si è rivelato grande cultore delle molteplici vicende di martirio nel corso dei secoli, ha canonizzato questi due missionari spagnoli il 19 giugno 1988, insieme con altri 115 testimoni della fede in terra vietnamita. La celebrazione comune di questo gruppo è fissata dal calendario liturgico latino al 24 novembre sotto la denominazione “Santi Andrea Dung-Lac e compagni”, mentre il Martyrologium Romanum commemora i soli Francesco Gil de Federich e Matteo Alfonso de Leciniana nell’anniversario della loro nascita al cielo.  
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Francesco Gil de Federich, pregate per noi.


*San Gaudenzio - Vescovo (22 gennaio)

Ivrea, 327 - Novara, 22 gennaio 418
Nato a Ivrea in una famiglia ancora pagana Gaudenzio è convertito al cristianesimo a Vercelli, da Eusebio, primo vescovo in tutto il Piemonte. Secondo alcuni, proprio a Vercelli, Gaudenzio diventa prete. Eusebio ne ha una tale stima da mandarlo presto a Novara, per aiutare il sacerdote Lorenzo, che da solo annuncia il Vangelo in un territorio ancora pagano.
Lo scontro tra fede cristiana e antichi culti è poi complicato anche in Italia dall'aspro dissidio tra i fedeli alla dottrina del Concilio di Nicea e i seguaci di Ario.
All'interno di questa disputa Eusebio è mandato in esilio dove è raggiunto da Gaudenzio, che però dall'Egitto tornerà presto in Italia, rimandato a Novara dallo stesso Eusebio.
Ad aiutarlo ora c'è un nuovo amico: Ambrogio, vescovo di Milano.
Il successore di Ambrogio, Simpliciano, lo consacra vescovo di Novara nel 398.
Lo sarà per vent'anni, vivendo insieme a una comunità di sacerdoti dove venivano accolti gli aspiranti alla consacrazione sacerdotale. (Avvenire)
Patronato: Città e Diocesi di Novara
Etimologia: Gaudenzio = allegro, gaudente, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Novara, San Gaudenzio, che si ritiene primo vescovo di quella sede.
Gaudenzio è qui!': così sembra dire l’ardita cupola, prolungata in un pinnacolo fino a 121 metri nel cielo di Novara. (È opera di un novarese, quell’Alessandro Antonelli che a Torino ha innalzato la famosissima Mole).
Lì sotto, infatti, nella basilica a lui dedicata, si conservano i resti del battagliero Gaudenzio, primo vescovo di Novara.
É un canavesano, nato a Ivrea in una famiglia ancora pagana.
Da Ivrea dev’essere cominciato il suo avvicinamento al cristianesimo, che si completa poi a Vercelli, vicino a Eusebio, primo vescovo in tutto il Piemonte. Secondo alcuni, proprio a Vercelli, Gaudenzio
diventa prete. In ogni  modo è certo che Eusebio ne ha una tale stima da mandarlo presto a Novara, per aiutare il sacerdote Lorenzo, che da solo annuncia il Vangelo in un territorio ancora pagano.
Lo scontro tra fede cristiana e antichi culti è poi complicato anche in Italia dall’aspro dissidio fraterno, tra i fedeli alla dottrina del Concilio di Nicea e i seguaci di Ario, che nega la natura divina “da sempre” di Cristo.
L’imperatore Costanzo II (terzo figlio di Costantino il Grande) protegge gli ariani solo perché li trova più adatti alla sua politica di protezione dominio sulla Chiesa.
E nel 355 convoca a Milano un Concilio nel quale i vescovi ariani, in sintonia con la corte, condannano Atanasio vescovo di Alessandria d’Egitto: ossia il più energico sostenitore dell’ortodossia cattolica. Costanzo II spedisce in esilio alcuni vescovi che hanno sostenuto Atanasio. Tra questi c’è Eusebio di Vercelli, relegato in Palestina, poi in Asia Minore e infine in Egitto.
Gaudenzio avrebbe trovato un posto a Pavia, tuttavia non si rassegna: vuole stare vicino a Eusebio, e lo raggiunge clandestinamente nell’esilio. Ma presto torna in Italia, perché Eusebio gli ha ordinato di riprendere la predicazione; specialmente a Novara, dove il sacerdote Lorenzo è stato assassinato. Lui ne prende il posto, sostenuto ora da un nuovo amico: Ambrogio, vescovo di Milano (Milano, che ora è capitale dell’Impero d’Occidente, sede del potere, luogo di grandi eventi, di feste e spettacoli, per i quali arrivano anche belve dall’Africa).
Il successore di Ambrogio, Simpliciano, lo consacra vescovo di Novara nel 398. E lo sarà per vent’anni, con la passione del predicare, con le grandi doti di formatore di nuovi sacerdoti, nello stile appreso al tempo di Eusebio. Lui, vescovo, vive in comunità con un gruppo di preti, soggetti tutti alla stessa regola.
E con essi accoglie e forma i giovani aspiranti al sacerdozio. Vede crescere il popolo cristiano, mentre l’Impero è scosso da tragici preannunci di dissolvimento. Poco dopo la sua morte, si diffondono voci di prodigi da lui compiuti con la forza della preghiera. Intanto, altri vescovi fanno cercare e copiare le sue prediche, per ripeterle nelle loro chiese. Anche da morto, Gaudenzio continua a parlare.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gaudenzio, pregate per noi.


*San Gaudenzio di Bergell (22 gennaio)

San Gaudenzio di Bergell è ricordato come l’evangelizzatore del territorio del cantone svizzero dei Grigioni.
La tradizione lo indica come martire del IV secolo, il cui culto fu approvato da Urbano IV nel 1262.
Sappiamo che a Casaccia, un comune svizzero soppresso vicino a Vicosoprano nel comune di Bregaglia, nella regione di Maloja, c’era una chiesa con il suo sepolcro, esistente fina dal X secolo, che è stata distrutta dai protestanti nel 1553.
La festa per questo Santo, secondo un breviario del 1620, veniva celebrata nella diocesi di Coimbra nel giorno 2 agosto.
Attualmente la festa per San Gaudenzio di Bergell è stata fissata nel giorno 22 gennaio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Gaudenzio di Bergell, pregate per noi.


*Beato Giuseppe Nascimbeni - Sacerdote (22 gennaio)

Torri del Benaco, Verona, 22 marzo 1851 - Castelletto di Brenzone, Verona, 21 gennaio 1922
Etimologia: Giuseppe = aggiunto (in famiglia), dall'ebraico
Martirologio Romano: A Castelletto del Garda in Veneto, Beato Giuseppe Nascimbeni, sacerdote, fondatore dell’Istituto delle Piccole Suore della Sacra Famiglia.
Una perla di prete e un tesoro di parroco: ecco in estrema sintesi l’attività e la missione di don Giuseppe Nascimbeni, proclamato Beato dal Papa nel 1988. Nasce nel 1851 in provincia di  Verona: da mamma succhia, insieme al latte, il senso dell’ordine e della precisione; da papà impara l’amore al lavoro e la vivacità del carattere; da entrambi eredita una grande sensibilità religiosa.
La vocazione nasce in lui a poco a poco e non senza contrasti  interiori, comunque a 23 anni è ordinato sacerdote e si diploma maestro.
Quando tre anni dopo lo mandano a Castelletto di Brenzone, mille anime sul Lago di Garda in un paese che sembra dimenticato da Dio e dagli uomini, non sa che vi si fermerà per 45 anni, fino alla morte.  
Per qualche anno collabora con l’anziano parroco e alla sua morte gli succede, perché i capifamiglia del paese non vogliono che vada via. Si tuffa in un’attività pastorale vorticosa, mette in campo tutte
le sue doti, è un’autentica esplosione di iniziative, ma il paese è in una situazione disastrosa: bambini trascurati, giovani senza istruzione scolastica e religiosa, anziani soli senza assistenza, famiglie disgregate da una forte emigrazione per cercare un lavoro che il paese non può offrire.
A completare il quadro, ecco le altre carenze: il paese è collegato al resto del mondo soltanto da un traghetto, è privo di strade, luce e acqua potabile.
Un povero prete solo non può caricarsi così tanti problemi e anche don Giuseppe dopo sette anni “getta la spugna”.
Si presenta in vescovado con la lettera di dimissioni in tasca, sfogandosi con il suo vescovo di non essere riuscito a trovare neppure due suore disposte a sostenere la sua attività pastorale ed a collaborare in parrocchia. Si sente rispondere “Se nissuni ve le dà (le suore) fevele vu come voli”. Don Giuseppe è come folgorato da questa proposta: straccia la lettera di dimissioni, ritorna in parrocchia, raduna le prime quattro ragazze disposte ad abbracciare la vita religiosa, le manda a fare il noviziato a Verona e prepara per loro un conventino in paese.
Nascono così le “Piccole Suore della Sacra Famiglia”, perché don Giuseppe vuole “una famiglia” per la famiglia., convinto com’è che il risanamento della società passa soltanto attraverso una famiglia solida, che sappia riscoprire i valori autentici.
La nuova fondazione mette le ali alla sua fantasia e alla sua creatività: fa costruire una strada, porta in paese l’illuminazione ad acetilene e l’acqua potabile; fonda una Cassa Rurale per stroncare l’usura, apre case di accoglienza per i ragazzi che vanno all’alpeggio, organizza l’assistenza domiciliare degli anziani soli, apre un asilo, una scuola per orfani e un ospizio; si “inventa” anche un maglificio e una tiografia.. Condendo tutto con la preghiera, cercando e spronando la collaborazione dei laici.
Una paralisi lo ferma il 31 dicembre 1916 e lo blocca per i successivi cinque anni in una preghiera incessante.
Muore il 21 gennaio 1922, mentre le sue suore si diffondono nel mondo, dall’Albania all’Angola, dal Paraguay al Brasile, sempre a servizio della famiglia , sempre accanto ai poveri più poveri.  
Come voleva lui.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Lo ha battezzato d’urgenza il medico, poco dopo la nascita: la sua vita era in pericolo. Unico figlio del falegname Antonio e di Amedea Sartori, dopo le elementari in paese, continua gli studi a Verona; e nel 1874, a 22 anni, è ordinato sacerdote. Ha inoltre il diploma di maestro, e subito viene mandato a San Pietro di Lavagno (Vr) come coadiutore del parroco e insegnante. Tre anni dopo passa coadiutore a Castelletto di Brenzone, mille abitanti. Quando il vecchio parroco muore, i capifamiglia ottengono che gli succeda lui (gennaio 1885).
Tra le mille anime del paesino affacciato sul Lago di Garda, don Giuseppe esplode. Ridà slancio alla vita religiosa, stimolando l’attività e valorizzando i talenti dei laici con associazioni e confraternite. E con la stessa energia lavora per lo sviluppo civile.
Crea asili, scuole per orfani, l’ospizio. Poi fa nascere un laboratorio di maglieria per le ragazze, impianta una tipografia, promuove la creazione di un oleificio, fa arrivare la cassa rurale, s’impegna per dare al paese l’ufficio postale, l’elettricità, l’acqua potabile... Così impegnato, non si capisce come riesca a pregare ogni giorno per tante ore.
Lui si spiega con un motto: "Crocifisso e orologio", fede e puntualità. Prega anche in viaggio, con la corona del Rosario bene in vista, e nessuna derisione o insulto lo scompone. Così come non fa una piega nell’attraversare scalzo il suo paese, perché ha dato le sue scarpe a un mendicante.
Ha bisogno di suore per i bambini, i vecchi e i malati, per la parrocchia.
Ma non ne trova, e in vescovado si sente dire: "Se nisun ve dà le suore, févele vu come le volì". Prontissimo, il parroco si fa pure fondatore, partendo da quattro ragazze che arriveranno alla vestizione nel novembre 1892.
Da esse, nel tempo, prenderà vita la congregazione delle Piccole Suore della Sacra Famiglia, che oggi è presente in Italia, Svizzera, Albania, Angola, Argentina, Paraguay, Uruguay e Brasile, al servizio della povertà e della sofferenza, in pace e in guerra.
Colpito da emiplegia il 31 dicembre 1916, resta invalido fino alla morte: cinque anni di sofferenza e preghiera. Giovanni Paolo II lo beatifica nel 1988 a Verona. La salma è custodita a Castelletto, nella Casa Madre delle Piccole Suore.  
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giuseppe Nascimbeni, pregate per noi.   


*Beato Guglielmo Giuseppe Chaminade (22 gennaio)

Perigueux, Francia, 8 aprile 1761 - Bordeaux, 22 gennaio 1850
Guillaume-Joseph Chaminade nacque l’8 aprile 1761 a Perigueux, nella Francia meridionale, quattordicesimo figlio di piccoli commercianti di stoffe. A 14 anni emise i voti privati di castità, obbedienza e povertà e due anni dopo, col fratello Louis Xavier, vestì l’abito ecclesiastico intraprendendo gli studi di teologia.
Nel 1785, a 24 anni, viene ordinato sacerdote. Durante i giorni del Terrore è a Bordeaux a esercitare clandestinamente il suo ministero mentre infuria la persecuzione rivoluzionaria contro la Chiesa.
Nel 1797 è arrestato e condannato all’esilio.
Si trasferisce a Saragozza presso il famoso santuario di Nostra Signora del Pilar. Tornato nel 1800 a Bordeaux, promosse l’organizzazione delle Congregazioni Mariane, da cui sarebbero nate in seguito la Società di Maria e le Figlie di Maria Immacolata per l’educazione e l’istruzione della gioventù.
Il 22 gennaio 1850, a 89 anni, morì a Bordeaux. Paolo VI ne riconobbe l’eroicità delle virtù nel 1973. È stato beatificato il 3 settembre 2000.
Martirologio Romano: A Bordeaux in Francia, Beato Guglielmo Giuseppe Chaminade, sacerdote, che, con il suo zelo pastorale a lungo esercitato di nascosto e con coraggio cercò di aggregare i fedeli laici per promuovere il culto della Beata Vergine Maria e le missioni all’estero, fondando a tal fine l’Istituto delle Figlie di Maria Immacolata e la Società di Maria.
Questo geniale apostolo di Maria vissuto nella temperie di due sanguinose rivoluzioni, era nato l’8 aprile 1761 a Perigueux, nella Francia meridionale, quattordicesimo figlio di piccoli commercianti di stoffe che lo battezzarono il giorno della sua nascita col nome di Guglielmo.  
Al momento della Cresima egli stesso vorrà assumere il nome di Giuseppe, per la sua profonda devozione allo sposo di Maria, il primo “devotissimo” della Vergine.  
La mamma lo conduceva spesso in chiesa quand’era bambino, e da lei aveva appreso l’amore verso la Madonna, un amore filiale, forte e tenero, che divenne poi l’oggetto nonché lo strumento del suo apostolato.
A 14 anni il giovane Chaminade emise i voti privati di castità, obbedienza e povertà e due anni dopo, col fratello Louis Xavier, vestì l’abito ecclesiastico intraprendendo gli studi di teologia.
Nel 1785, a 24 anni, viene ordinato sacerdote. Nel 1790 è a Bordeaux mentre infuria la persecuzione contro la Chiesa degli “uomini della rivoluzione” e quando i preti che non avevano voluto aderire con giuramento alla Costituzione Civile del clero furono espulsi dalla Francia, Chaminade vi rimase invece come clandestino.
Molte volte rischiò la vita e fu sul punto di essere catturato dai rivoluzionari che cercavano per tutta la città il “pretaccio Chaminade”.
Durante i giorni del Terrore capitava di incontrare per le strade di Bordeaux un operaio con
abiti rattoppati che girando con un paiolo in testa si fermava sotto le finestre delle case ripetendo a squarciagola: “Stagnaro!”.
Era padre Chaminade che si recava in incognito nelle famiglie a esercitare il suo ministero.
Divenne abilissimo nei travestimenti.
Sotto le spoglie dello stagnino, del venditore ambulante, del contadino, batteva il cuore di un sacerdote appassionato che in quelle ore tanto buie per la Francia seppe farsi apostolo e missionario intrepido.
Nel 1797 venne però arrestato e condannato all’esilio. Per l’intensa devozione che lo legava alla Madonna, decise di trasferirsi a Saragozza presso il famoso santuario di Nostra Signora del Pilar, dove – secondo un’antichissima  tradizione – la Madre di Gesù, ancora in vita, sarebbe apparsa all’apostolo Giacomo per incoraggiarlo nella sua difficile missione tra i pagani.
Per sbarcare il lunario padre Chaminade modellava statuette e il resto del tempo lo passava in preghiera, inginocchiato davanti all’immagine miracolosa della Vergine del Pilar.  
In quel raccoglimento, pregando e meditando, la Madonna dovette misteriosamente illuminarlo sulla sua futura missione. “Figli miei – dirà in seguito ai suoi figli spirituali – come siete qui ora, io vi ho già visti, come in un batter d’occhio, molti anni fa…”.  
Tornato a Bordeaux nel 1800, promosse l’organizzazione delle Congregazioni Mariane, da cui sarebbero nate in seguito la Società di Maria e le Figlie di Maria Immacolata per l’educazione e l’istruzione della gioventù.
I congregati erano laici, uomini e donne, padri e madri di famiglia, giovani e fanciulli, di ogni ceto sociale (contadini, impiegati, commercianti), che diffondevano la buona stampa, visitavano i carcerati, portavano aiuto morale e materiale ai poveri, assistevano gli ammalati, organizzavano scuole serali per quanti erano bisognosi di istruzione. “Una santa milizia – li definiva padre Chaminade – che avanza in nome di Maria…”. Erano missionari secondo le possibilità e i talenti propri e, inoltre, figli di Maria, votati in specialissimo modo al suo culto e alla confessione esplicita del privilegio della sua Immacolata Concezione, e ciò ancor prima che la Chiesa proclamasse il suo dogma (1854).
Ma l’avvento al potere di Napoleone veniva a sconvolgere di nuovo la scena politica francese. Questi nel 1809 prese delle iniziative gravissime contro la Chiesa, sopprimendo tutte le “Congregazioni” che doveva ritenere una minaccia al suo potere.
Padre Chaminade non si scoraggiò, anzi da tale frangente andò prendendo forma la seconda parte di quel progetto che aveva “visto” ai piedi della Vergine del Pilar a Saragozza: la fondazione di un Ordine religioso. Nel 1817 nasceva la Società di Maria, “l’uomo che non muore”, secondo la singolare definizione del suo Fondatore.
Religiosi senza un abito particolare, ma come segno di riconoscimento un anello d’oro all’anulare della mano destra. Fu aperta la prima scuola e presto a questa se ne aggiunsero delle altre: la loro diffusione non si sarebbe più fermata. Perché la Società è di Maria?
Ecco la risposta del Fondatore: “Tutte le eresie, ci dice la Chiesa, hanno piegato la fronte davanti alla Santissima Vergine… Ora la   grande eresia attualmente regnante è l’indifferenza religiosa, che va istupidendo le anime nel torpore dell’egoismo e il marasma delle passioni… Noi crediamo fermamente che Ella vincerà questa eresia come ha vinto tutte le altre”. Secondo il pensiero del Beato, infatti, la Madonna si trova al centro del disegno di salvezza voluto da Dio. Egli diceva anche: “Lo spirito della Società è lo spirito di Maria: e questo spiega tutto!”. Da Maria, infatti, discendeva tutto un programma di vita e di azione. Padre Chaminade vedeva l’apostolato dei suoi figli spirituali come un prolungamento dell’opera di Maria nel mondo, una “alleanza” con Lei per il trionfo di Cristo. Consacrazione come alleanza.  
In ciò, appunto, consiste l’originalità del carisma dei Marianisti, che oggi sono presenti in tutti e cinque i continenti: religiosi della Società di Maria, suore Figlie di Maria Immacolata e laici della Fraternità Marianista. Traendo ispirazione dalle parole di Maria ai servitori di Cana (“Fate quello che vi dirà…”), questa Famiglia religiosa è aperta a tutti i mezzi di evangelizzazione, secondo le necessità dei tempi e dei luoghi in cui la Provvidenza li chiama. “Voi siete tutti missionari”, soleva dir loro il Fondatore.
Un solo carisma, dunque, per molte missioni.
Un carisma mariano molto particolare, che si potrebbe definire - come già ha osservato il S. Padre Giovanni Paolo II – tutto incentrato su “Maria Educatrice”. L’educazione della gioventù, infatti, è al centro delle attività marianiste in Italia e nel mondo, con scuole di ogni ordine e grado, università e collegi recanti tutti il contrassegno della caratteristica “M” sormontata da una croce. (…) Il 22 gennaio 1850, a 89 anni, il “bon Père”, come veniva chiamato, andò incontro a Dio.
Negli ultimi anni si era ritirato a Bordeaux, passando buona parte del suo tempo a sgranare il rosario davanti all’altare della Madonna. Anni piuttosto amari. Le tribolazioni che avevano costellato la sua esistenza non erano affatto diminuite, e i contrasti, le incomprensioni da parte dei suoi figli spirituali per i quali ebbe molto da soffrire.
Il tempo della prova non era finito.
Ma con Gesù e con Maria il “buon Padre” era convinto che niente sarebbe andato perduto. Ormai quasi completamente cieco, si faceva accompagnare nel giardino dove c’era una statua dell’Immacolata raffigurata con il piede sopra il serpente e lì, con mano incerta e tremante, premeva la testa di quest’ultimo, dicendo con voce ferma e commossa: “Ella ti ha schiacciato il capo… e te lo schiaccerà sempre!” Paolo VI ne riconobbe l’eroicità delle virtù nel 1973; il 3 settembre scorso, la solenne beatificazione in San Pietro.  
In quell’occasione Giovanni Paolo II ha detto: “L’amore di padre Chaminade per Cristo, che si iscrive nella spiritualità della Scuola francese, lo spinge a perseguire instancabilmente la sua opera attraverso la fondazione di famiglie spirituali in un periodo travagliato della storia religiosa della Francia…
La sua preoccupazione per l’educazione dell’uomo è per tutta la Chiesa un appello a un’attenzione rinnovata per la gioventù, che ha bisogno sia di educatori sia di testimoni per volgersi verso il Signore e collaborare nella missione della Chiesa.
(Autore: Maria Di Lorenzo – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Guglielmo Giuseppe Chaminade, pregate per noi.


*Beato Guglielmo Patenson - Sacerdote e Martire (22 gennaio)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati Martiri di Inghilterra, Galles e Scozia Beatificati nel 1886-1895-1929-1987”  

+ Tyburn, Londra, Inghilterra, 22 gennaio 1592 (Beatificato nel 1929)
Martirologio Romano: A Londra in Inghilterra, B.Gugliemo Patenson, sacerdote e martire: condannato a morte sotto la regina Elisabetta I per il suo sacerdozio, anche in carcere riconciliò con la Chiesa sei persone con lui detenute e infine a Tyburn sventrato coronò il suo martirio.
Nativo della contea di Durham, il Patenson studiò nel Collegio inglese di Reims, dove fu ammesso il 1° maggio  1584, ricevendovi, poi, la sacra ordinazione il 19.9.1587.
Tornato in patria il 17.1.1589, esercitò il ministero sacerdotale per qualche mese nelle contee occidentali inglesi, finché non venne arrestato a Londra la domenica 12.12.1591, in casa di tal Lorenzo Mompesson a Clerkenwell; aveva da poco finito di celebrare la Messa in quel giorno festivo e stava facendo colazione insieme con il sacerdote Giacomo Young, allorché irruppero i persecutori, che riuscirono tuttavia a catturare soltanto il Patenson, come narrò poi lo stesso Young in una lettera al gesuita padre Roberto Persons.
Processato quasi subito all'Old Bailey e condannato a morte per alto tradimento, fu rinchiuso nelle  prigioni di Newgate, in attesa dell'esecuzione, fissata per il 22.1.1592.
Nella cella si adoperò intensamente a condurre al pentimento delle loro colpe i sette malfattori, che come lui dovevano essere giustiziati la mattina seguente, riuscendo a riconciliarne con la Chiesa cattolica sei, i quali infatti sul patibolo vollero professare pubblicamente la loro fede, provocando con ciò peraltro il più vivo rancore dei carnefici contro il Patenson sul quale infierirono crudelmente allorché subì il martirio.
Testimonianza di questa ultima opera di apostolato del Patenson trovasi in una relazione contemporanea di R. Verstegan. Beatificato da Pio XI il 15 dicembre 1929, il martire Guglielmo Patenson viene commemorato il 22 gennaio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Guglielmo Patenson, pregate per noi.


*Beato Laszlo Batthyany-Strattmann (22 gennaio)

Dunakiliti (Ungheria), 28 ottobre 1870 - Vienna, 22 gennaio 1931
Figlio di una famiglia della nobiltà ungherese, nacque a Dunakiliti nel 1870. Ancora studente di medicina all'università di Vienna sposò la contessa Maria Teresa Coreth, da cui ebbe tredici figli. Poi, nel 1902 fondò un piccolo ospedale privato a Kittsee, che qualche anno dopo trasferì a Körmend, nel castello di famiglia.
Un luogo aperto anche ai più poveri, che ben presto cominciarono ad arrivare da tutto il Paese. Batthyány-Strattmann li curava gratuitamente.
Come «prezzo» per la terapia e le cure in ospedale chiedeva di pregare un Padre nostro con lui. Erano così tanti i malati che costrinsero le ferrovie ungheresi ad approntare un apposito «treno-ospedale».
Batthyány-Strattmann non si occupava solo della salute fisica dei suoi pazienti. Quando li dimetteva donava loro un libretto intitolato «Apri gli occhi e vedi», con cui li invitava a ravvivare la propria fede.
In occasione delle sue nozze d'argento, nel 1923, Pio XI gli conferì attraverso il nunzio apostolico Schioppa un'onorificenza per la sua opera. Eloquenti il racconto dell'arcivescovo al Papa: «Gli ungheresi considerano László Batthyány-Strattmann come un santo, e io posso assicuararle che lo è veramente».
La fede lo aiutò ad affrontare anche la difficilissima prova della perdita di un figlio di 21 anni, stroncato da un'appendicite.
Chiusi gli occhi al ragazzo, Batthyány-Strattmann disse ai familiari: «Adesso andiamo in cappella a ringraziare Dio per avercelo lasciato con noi fino ad ora». Fu lo spirito con cui affrontò anche la sua malattia. Morirà a Vienna il 22 gennaio 1931.
Martirologio Romano: A Vienna in Austria, beato Ladislao Batthyány-Strattmann: padre di famiglia, testimoniando il Vangelo tanto in famiglia quanto nella società civile con la santità della vita e delle opere, visse davvero cristianamente il suo titolo e la sua dignità di medico e con grande carità si adoperò nell’assistenza dei malati, per i quali fondò degli ospedali, in cui, messa da parte ogni vanità, accoglieva soltanto poveri e indigenti.
Ladislao Batthyány-Strattmann è nato il 28 ottobre 1870 a Dunakiliti (Ungheria), sesto figlio di una famiglia dell'antica nobiltà ungherese.
Nel 1876 la famiglia si trasferì a KittseeKöpcseny nell'attuale Austria a causa del permanente pericolo d'acqua alta del Danubio.
Quando Ladislao aveva dodici anni perdette sua madre che morì all'età di 39 anni.
Questa perdita lasciò tracce profonde nell'animo del bambino. Spesso diceva: «Diventerò medico e curerò gratuitamente i malati poveri».
Dopo il liceo trascorsero parecchi anni prima della scelta della professione. Secondo la volontà del padre avrebbe dovuto amministrare il patrimonio familiare; perciò si iscriveva all'università, presso la facoltà d'agraria, a Vienna. Studiò anche chimica, fisica, filosofia, lettere e musica.
Nel 1896 iniziò gli studi di medicina all'università di Vienna e nel 1900 si laureava in questa disciplina.
Ancora studente, si sposava il 10 novembre 1898 con la contessa Maria Teresa Coreth, una donna di profonda religiosità. Il matrimonio della coppia fu molto felice e armonico e venne benedetto da 13 figli.
Nel 1902 Ladislao Batthyány fondò un ospedale privato con 25 letti a Kittsee, dove lavorava da medico. All'inizio fu medico generico; in seguito si specializzò come chirurgo e quindi, soprattutto, come oculista. Durante la prima guerra mondiale l'ospedale venne ampliato a 120 letti per la cura dei soldati feriti.
Dopo la morte di suo zio Ödön Batthyány-Strattmann, nel 1915, Ladislao ereditava il castello di Körmend, in Ungheria, e anche il titolo di «principe» così come il nome «Strattmann». Nel 1920 la famiglia si trasferiva da Kittsee a Körmend e approntava, in una parte del castello, un ospedale, soprattutto per l'oculistica. In questo campo, Ladislao Batthyány-Strattmann divenne ben presto un noto specialista, sia in patria come all'estero.
Già a quel tempo, era notorio che lui voleva essere un medico per i poveri. Molti poveri di Körmend, ma anche da altre regioni, cercavano il suo consiglio e il suo aiuto. Lui li curava gratuitamente. Come «prezzo» per la terapia e le cure in ospedale chiedeva di pregare un Padre nostro per lui. Anche le ricette per la farmacia potevano essere presentate gratuitamente e queste venivano rimborsate dall'economato. Spesso i bisognosi ricevevano anche un notevole aiuto finanziario.
Oltre che della salute fisica Ladislao Batthyány-Strattmann si preoccupava anche del bene spirituale dei suoi pazienti. Prima delle operazioni chiedeva, insieme con i malati, la benedizione del Signore. Era convinto che come medico dirigeva solo l'operazione; la guarigione la considerava come un dono da parte di Dio. Si sentiva uno strumento nelle mani di Dio.
Alla dimissione dall'ospedale dava ai pazienti immaginette e un libretto dal titolo «Apri gli occhi e vedi». Questo avrebbe dovuto dare aiuto agli uomini per la loro vita religiosa. Molti suoi pazienti, riconoscenti, ma anche i suoi familiari, lo consideravano già ai suoi tempi come santo. La relazione con sua moglie fu fino alla fine molto serena.
Insieme cercavano di educare i figli come uomini timorati di Dio e onesti. Tutti i giorni l'intera famiglia partecipava alla Santa Messa. Dopo la Messa Ladislao Batthyány-Strattmann impartiva ai figli una breve istruzione cristiana, durante la quale ricevevano anche un compito concreto da svolgere, come opera buona. Dopo il quotidiano rosario serale si discuteva insieme del giorno appena trascorso e anche del compito assegnato.
I veri sentimenti cristiani di Ladislao Batthyány-Strattmann si dovevano manifestare nella più grande prova della sua vita, cioè durante la sua grave malattia. Scriveva a sua figlia Lilli dal sanatorio Löw a Vienna: «Non so per quanto il buon Dio mi farà soffrire. Mi dava tanta gioia nella mia vita perciò adesso, a 60 anni, devo accogliere anche i tempi difficili con gratitudine». A sua sorella diceva: «Sono felice. Soffro atrocemente, però amo i miei dolori e mi consola il fatto che li sopporto per Cristo».
Il 22 gennaio 1931 Ladislao Batthyány-Strattmann moriva, dopo 14 mesi di gravi sofferenze, a Vienna, in fama di santità e veniva sepolto nella tomba di famiglia a Güssing.
Dopo la sua morte veniva invocato da tante persone come intercessore. Perciò l'arcivescovo di Vienna, insieme al Vescovo di Szombathely, apriva il 30 agosto 1944 il processo per la Beatificazione. Questo processo però cadde poi in oblio.
Grazie all'iniziativa del Vescovo di Eisenstadt, DDr. Stefan László, il processo veniva riaperto nel 1982. Il giorno 11 luglio 1992 il Santo Padre dichiarava che Ladislao Batthyány-Strattmann aveva praticato le virtù cristiane eroicamente.
Nel 1989 avveniva un miracolo per intercessione del Servo di Dio Ladislao Batthyány-Strattmann: un paziente che soffriva di un cancro insanabile veniva guarito in modo scientificamente inspiegabile. Questa guarigione veniva esaminata dettagliatamente e, dopo 12 anni, dichiarata autentica da una commissione di medici e teologi. Finalmente la Beatificazione veniva fissata per il 23 marzo 2003 a Roma.
Il Dott. Ladislao Batthyány-Strattmann ha perfettamente realizzato nella sua vita il proprio motto: Fidelitate et caritate.
Papa Giovanni Paolo II l'ha proclamato Beato il 23 marzo 2003.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Laszlo Batthyany-Strattmann, pregate per noi.


*Beata Laura Vicuna - Vergine (22 gennaio)
Santiago del Cile (Cile), 5 aprile 1891 - Junin de los Andes (Argentina), 22 gennaio 1904
Laura Vicuna nacque a Santiago del Cile nel 1891. Rimasta orfana di padre all'età di due anni, si trasferì con la mamma in Argentina, dove frequentava il collegio delle Suore Salesiane.  
Morì giovanissima il 22 gennaio 1904, dopo essere diventata la bambina più generosa e simpatica di tutta la scuola.  
Simpatica ma anche  energica quanto bastò per fronteggiare con coraggio le insidie violente che un maniaco le tendeva.
La sua figura impressiona per la straordinaria determinazione che questa bambina sapeva esprimere,  pronunziando con fermezza il suo proposito: "la morte ma non peccati".
É un invito a riflettere come i bambini sappiano talora essere radicali nelle loro scelte, e come in particolare la bambine custodiscono tesori spesso ignorati.
Laura fu beatificata da Giovanni Paolo II il 3 settembre 1988.
La sua salma è venerata nella cappella delle Figlie di Maria Ausiliatrice a Bahía Blanca, in Argentina.
Etimologia: Laura = alloro, dal latino
Emblema: Nastro azzurro e medaglietta delle Figli
Martirologio Romano: Nel villaggio di Junín de los Andes in Argentina, Beata Laura Vicuña, vergine, che, nata a Santiago del Cile, alunna nell’Istituto di Maria Ausiliatrice, all’età di tredici anni offrì la sua vita a Dio per la conversione della madre.
Laura del Carmen Vicuna, questo il suo nome completo, nacque nella capitale cilena, Santiago, il 5 aprile 1981, primogenita di José Domingo e di Mercedes Pino.
La città era attraversata da tensioni politiche e militari ed a causa di ciò fu necessario attendere quasi due mesi per procedere alla celebrazione del suo battesimo, che ebbe luogo il 24 maggio successivo.
Tra gli antenati di Laura figuravano parecchi personaggi illustri e per tal motivo la rivoluzione imperante si scagliò anche sulla famiglia di Laura.
Il padre fu forzatamente costretto all’esilio e dovette trasferirsi verso sud, alla frontiera con l’Argentina sulle Ande.
L’intera famiglia traslocò dunque a Temuco.
La famiglia si ritrovò repentinamente in una triste situazione di precarietà a seguito della morte del padre avvenuta nel 1893. Alcuni mesi dopo, l’anno successivo, nacque una seconda bambina, Giulia Amanda.
La madre si ritrovò così sola con due figlie a dover vincere la fame e la disperazione.
Nel 1899 il residuo nucleo familiare si trasferì nella vicina regione argentina del Neuquén. La madre poté così  trovare lavoro nella tenuta agricola di Manuel Mora, uno dei tanti colonizzatori che avevano intrapreso lo sfruttamento dei terreni incolti della Patagonia. In seguito a pressioni subite dal datore di lavoro, ne divenne la compagna. Ciò conseguentemente influì purtroppo negativamente sull’educazione delle due bambine.
Laura, seppur ancora piccola, si rese conto della precarietà e dell’irregolarità dal punto di vista religiosa della mamma, che in tal modo non poteva essere ammessa ai sacramenti.
Nonostante ciò la mamma non abbandonò mai completamente le figlie e tentò nei limiti del possibile di educarle anche religiosamente.
Al fine di assicurare loro un’istruzione adeguata e continua, le affidò nel gennaio 1900 ad un piccolo collegio missionario tenuto dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, situato a Junin de los Andes ai confini con il Cile, patria natia di Laura.
Di quest’ultima, nel consegnarla alla superiora, la madre assicurò: “Non mi ha mai dato dispiaceri. Fin dall’infanzia è stata sempre obbediente e sottomessa”.
Repentinamente catapultata in questo nuovo ambiente, Laura si trovò comunque subito a proprio agio.
Il suo animo fu tempestivamente conquistato dalle verità evangeliche infusele mediante la catechesi e ciò la portò a rendersi maggiormente conto della contrarietà della situazione di convivenza della madre rispetto alla legge divina.
Il 2 giugno 1901 potè ricevere la prima Comunione, ma in tal giorno divenne ancor più profonda la sua sofferenza nel vedere la mamma non accostarsi ai sacramenti.
Non potè dunque astenersi dal pregare intensamente per la pacifica conclusione di tale relazione.
Purtroppo la sua speranza non ebbe compimento, ma ciò non toglie che questa esperienza fu decisiva nel  provocare una grande svolta nella sua vita, che fu così descritta: “Notammo in lei da quel giorno un vero e solido progresso”.
Il giorno della prima Comunione scrisse alcuni propositi, molto simili a quelli del santo allievo di don Bosco, Domenico Savio: “O mio Dio, voglio amarti e servirti per tutta la vita; perciò ti dono la mia anima, il mio cuore, tutto il mio essere.
Voglio morire piuttosto che offenderti col peccato; perciò intendo mortificarmi in tutto ciò che mi allontanerebbe da te.
Propongo di fare quanto so e posso perché tu sia conosciuto e amato, e per riparare le offese che ricevi ogni giorno dagli uomini, specialmente dalle persone della mia famiglia.
Mio Dio, dammi una vita di amore, di mortificazione, di sacrificio”.
Con questi propositi Laura si abbandonò totalmente al Signore pur di ottenere la conversione di sua madre e le Figlie di Maria Ausiliatrice non tardarono a comprendere di trovarsi dinnanzi ad una bambina eccezionale.
Sin dal suo primo anno di permanenza nel collegio si distinse per la volenterosa applicazione nello studio e per l’intensità della sua vita interiore. Dall’8 dicembre 1900 si iscrisse alla Pia Unione delle Figlie di Maria.
Nel secondo anno le sorelle Vicuna furono mandate in vacanza dalla madre, ma Laura restò negativamente scossa dall’impatto con il suo convivente.
Era sofferente fin nel più profondo della sua intimità, ma ciò non traspariva se non nei momenti di maggiore amarezza.
Una di queste occasioni fu per esempio la mancata partecipazione della mamma alla missione popolare che fu predicata a Junin de los Andes.
L’anno successivo le due sorelle raggiunsero nuovamente la mamma a Quilquihué nel periodo delle vacanze. Mora esternò un eccessivo interesse nei confronti di Laura, la quale se ne accorse prontamente e si cinse come di una corazza di ferro per combatterne i malvagi propositi.
Questi reagì crudelmente e si vendicò rifiutandosi di pagare la retta del collegio. Mossa da pietà e comprensione  la direttrice accolse ugualmente le due bambine.
Il 29 marzo 1902 le due sorelline ricevettero la cresima, presente la madre che però perseverò nell’astensione dai sacramenti.
In tale occasione Laura fece richiesta di poter essere ammessa tra le postulanti delle Figlie di Maria Ausiliatrice, ma ottenne una risposta negativa a causa della situazione familiare. Dovette dunque rassegnarsi, senza però desistere dal suo intento.
Il mese successivo, infatti, emise privatamente i voti di castità, povertà ed obbedienza, consacrandosi così a Gesù ed offrendogli la propria vita. Verso fine anno iniziò a manifestarsi in Laura un leggero deperimento fisico.
Trascorse l’intero anno successivo rinchiusa nel collegio e nel settembre 1903 non riuscì neppure a prendere parte agli esercizi spirituali, tanto era diventata cagionevole la sua salute.
Tentò un cambiamento climatico, tornando dalla madre, ma ciò non si rivelò alquanto salutare.  Allora tornò a Junin e vi si trasferì anche la madre, alloggiando però privatamente.
Nel gennaio 1904 giunse in visita il Mora, con il proposito di trascorrere la notte nella medesima abitazione. “Se egli si ferma qui, io me ne vado in collegio dalle suore” minacciò Laura scandalizzata, e così dovette fare seppur stravolta dal male.
Mora la inseguì e, raggiuntala, la percosse violentemente lasciandola traumatizzata. Giunta poi in collegio si confessò dal suo direttore spirituale, rinnovando l’offerta della propria vita per la conversione della madre.
Il 22 gennaio ricevette il Viatico e quella sera fece chiamare la madre per trasmetterle il suo grande sogno: “Mamma, io muoio! Io stessa l’ho chiesto a Gesù. Sono quasi due anni che gli ho offerto la vita per te, per ottenere la grazia del tuo ritorno alla fede. Mamma, prima della morte non avrò la gioia di vederti pentita?”.
Questa le promise allora di cambiare completamente vita. Laura potè allora spirare serenamente dopo aver pronunciato queste ultime gioiose parole: “Grazie, Gesù! Grazie, Maria! Ora muoio contenta!”
In occasione del funerale la mamma tornò ad accostarsi ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia.
La tomba di Laura è collocata nella cappella del Collegio Maria Ausiliatrice di Bahia Blanca, in Argentina, dove è metà di pellegrinaggi in particolare per le popolazioni cilena ed argentina.
Venerata fin dalla sua morte, l’apertura della sua causa di canonizzazione avvenne solo il 19 settembre 1955, portando al riconoscimento delle virtù eroiche ed al conferimento del titolo di “venerabile” il 5 giugno 1986.
A seguito del riconoscimento ufficiale di un miracolo avvenuto per sua intercessione, Laura del Carmen Vicuna, poema di candore, di amore filiale e di sacrificio, fu beatificata dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II il 3 settembre 1988 sul Colle delle beatitudini giovanili, presso Castelnuovo Don Bosco.
Il nuovo Martyrologium Romanum la commemora dunque il giorno della sua morte, nel quale è fissata anche la sua memoria liturgica per la Famiglia Salesiana.
Con il riconoscimento di un ulteriore miracolo, verificatosi dopo la beatificazione, Laura potrà essere la più giovane santa non martire della storia della Chiesa.
Preghiera per la canonizzazione
Concedimi, Signore, nella tua immensa bontà e misericordia,
le grazie che fiduciosamente imploro per intercessione di Laura Vicuna,

eletto fiore di santità sbocciato sulle Ande Patagoniche.
Della sua tenera esistenza la Tua grazia fece un modello
di pietà, di obbedienza, di vittoriosa purezza; l’ideale della Figlia di Maria;
la vittima nascosta e gradita dell’amor filiale più sollecito e fecondo.
Degnati, pertanto, di esaltare anche in terra l’emula di Agnese, Cecilia e Maria Goretti:
e fa che alla luce dei suoi esempi si accresca il numero
delle giovani forti nel combattimento spirituale e pronte al sacrificio,
per la Tua gloria, la gloria dell’Immacolata e i trionfi della chiesa.
Preghiere per ottenere grazie
Ci rivolgiamo a te, Laura Vicuna, che la Chiesa ci propone
come modello di adolescente, coraggiosa testimone di Cristo.
Tu che sei stata docile allo Spirito Santo e ti sei nutrita di Eucaristia,
concedici la grazia che con fiducia ti domandiamo…
Ottienici fede coerente, purezza coraggiosa, fedeltà al dovere quotidiano,
fortezza nel vincere le insidie dell’egoismo e del male.
Fa che anche la nostra vita, come la tua, sia totalmente aperta alla presenza di Dio,
alla fiducia in Maria e all’amore forte e generoso verso gli altri. Amen.
Preghiera
O Beata Laura Vicuna,
tu che hai vissuto fino all’eroismo la configurazione a Cristo
accogli la nostra fiduciosa preghiera.
Ottienici grazie di cui abbiamo bisogno…
E aiutaci ad aderire con cuore puro e docile alla volontà del Padre.
Dona alle nostre famiglie pace e fedeltà.
Fa che anche nella nostra vita, come nella tua,
risplendano fede coerente, purezza coraggiosa,
carità attenta e sollecita per il bene dei fratelli. Amen.
Preghiera
Signore nostro Dio,
ti lodiamo per i doni di grazia che hai effuso
nell’anima dell’adolescente Laura Vicuna.
Glorifica questa tua fedele serva
E fa che il suo cammino di fede coerente,
di purezza coraggiosa, di eroismo nella carità filiale
sia per le giovani di oggi richiamo efficace
all’impegno di vita cristiana.
Concedi a noi le grazie che per sua intercessione ti domandiamo
e dona alle famiglie la pace e l’unione,
frutto del vero amore. Amen.
Colletta
Padre d'immensa tenerezza,
che nell'adolescente Laura Vicuña
hai unito in modo mirabile
la fortezza d'animo e il candore dell'innocenza,
per sua intercessione
donaci il coraggio di superare le prove della vita
e di testimoniare al mondo la beatitudine dei puri di cuore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli. Amen.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Laura Vicuna, pregate per noi.   


*Beata Maria Mancini - Madre e Monaca (22 gennaio)

Pisa, 1355 - 1431
Rimasta vedova due volte, vide morire tutti i suoi sette figli; allora per consiglio di Santa Caterina da Siena, prima prese l'abito del Terz'Ordine, poi entrò nel monastero fondato dalla Beata Chiara Gambacorta a Pisa.
Qui visse come monaca, tutta dedita alla contemplazione e alla penitenza. Successe alla Beata Chiara nel governo della comunità, fino alla morte avvenuta il 22 gennaio.
Martirologio Romano: A Pisa, Beata Maria Mancini, che, rimasta per due volte vedova e perduti tutti i figli, dietro esortazione di santa Caterina da Siena, iniziò la vita comunitaria nel monastero di San Domenico, che guidò per dieci anni.
La Beata Maria Mancini fu discepola di Santa Caterina da Siena e da lei ereditò l’ardente desiderio del ritorno dell’Ordine al suo primitivo splendore.
Dopo aver condotto una vita di gran perfezione nello stato del matrimonio, unendosi con Baccio Mancini, e poi in quello vedovile, periodo nel quale perse anche i suoi due bambini, anelante al
completo sacrificio di se, dopo essere passata a seconde nozze con Guglielmo Spezzalaste, dal quale ebbe sei figli, che ben presto trovarono anche loro la morte, entrò, ancor giovane, a venticinque anni, nel Monastero Domenicano di Santa Croce, in provincia di Pisa.
In questo sacro asilo era invalso il deplorevole abuso della vita privata, che, infiltratosi nell’Ordine, ne minava la disciplina regolare fin dalle fondamenta.
Animata dai più santi ideali, Maria non si lasciò trascinare dalla corrente.
Le più timide consorelle, rianimate dai suoi esempi e dal suo fervore, le si strinsero intorno ed essa vide in breve intorno a sé un bel gruppo di religiose ferventi tra le quali brillava la giovanissima Chiara Gambacorta.
Queste anime elette dettero così inizio a quella vita comune, che poi, passando nel nuovo Monastero di San Domenico, costruito da Pietro Gambacorta per la figlia Chiara, poterono proseguire e restaurare in pieno. Inaugurata in questo novello cenacolo la vita austera e santa voluta dal glorioso fondatore, lo spirito di Dio incominciò ad operare meraviglie in quei cuori generosi. Maria fu rallegrata da celesti visioni e la sua tenera carità meritò di lavare le piaghe a Gesù, apparsole in sembianze di giovane piagato. Alla morte di Chiara Gambacorta, che fu la prima Priora del monastero, le successe nel governo che tenne fino alla sua beata morte, avvenuta il 22 gennaio 1431.
É sepolta a Pisa nella chiesa del Monastero di San Domenico. Papa Pio IX il 2 agosto 1855 ha confermato il culto. L'Ordine Domenicano la ricorda il 30 gennaio.  
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Mancini, pregate per noi.

 

*San Mateo Alonso de Leciniana e Francesco Gil de Federich - Sacerdote Domenicano, Martire (22 gennaio)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Santi Andrea Dung Lac e Pietro Truong Van Thi - Sacerdoti e martiri” -
“Santi Martiri Vietnamiti (Andrea Dung Lac e 116 compagni)”

+ Thang Long, Vietnam, 22 gennaio 1745
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: Nel Tonchino, ora Viet Nam, Santi Francesco Gil de Federich e Matteo Alonso de Leziniana, sacerdoti dell’Ordine dei Predicatori e martiri: sotto il regno di Trịn Doanh, dopo una incessante predicazione del Vangelo, continuata anche in carcere, trafitti con la spada morirono gloriosamente per Cristo.
San Mateo Alonso de Leciniana
Ripercorriamo in breve anche la vita di Mateo Alonso de Leciniana, nato anch’egli in Spagna il 26 novembre 1702 presso Nava del Rey.
Entrato nel convento domenicano di Santa Croce a Segovia, emise i voti nel 1723 e compì gli studi letterari e teologici. Nella pace del chiostro sentì nascere in sé una vocazione missionaria e domandò
perciò di essere inviato nelle Filippine, ove giunse insieme a Francisco Gil de Federich nel 1730.
Due anni dopo con altri due confratelli salpò per il Tonchino orientale e per ben undici anni si dedicò all’evangelizzazioni in mezzo a  difficoltà di ogni sorta, senza fissa dimora. Più volte sfuggì miracolosamente alla cattura ordinata dal sacerdote pagano Thay-Thinh ed i domestici talvolta cercavano di dissuaderlo dal recarsi in quei villaggi ove i cristiani erano minoranza, ma egli soleva rispondere loro: “Se dovessi tralasciare di recarmi ad amministrare i sacramenti per timore di essere preso, a che scopo sarei venuto in questo regno?”
Non di rado si incamminò da solo perché tutti rifiutavano di seguirlo per timore di morire e, pur di essere utile ai fedeli, era disposto ad affrontare ogni fatica. Non era cosa rara che trascorresse notti intere in confessionale e teneva sempre presso con sé una borsa di denaro per le necessità dei bisognosi. In tempo di carestia i poveri accorrevano a lui numerosi sapendo che avrebbero ricevuto per lo meno una scodella di riso. Dopo la cattura, Padre Matteo fu spogliato e percosso a sangue, poi fu condotto dal sottoprefetto che risiedeva a Vi-Hoang.
Costui credeva che il prigioniero fosse uno dei ribelli al giovane re Can-Hung ed invece si accorse di avere dinnanzi “un maestro della fede portoghese”. Anziché imprigionarlo, lo lasciò esposto al pubblico affinchè i cristiani potessero avvicinarlo.
Una suora terziaria, fingendosi un’accattona, poté così prendersi cura di lui, finché dopo una quindicina di giorni il futuro martire fu chiamato a comparire davanti al tribunale della capitale. Mentre pazientemente attendeva di essere giudicato, subì ogni sorta di tortura e, come già l’altro suo confratello, dovette intervenire la profanazione della croce. Per fortuna non mancarono anche i curiosi, che gli rivolsero domande sulla sua persona e sulla sua religione.
Il governatore della capitale, che aveva preso in consegna il missionario, gli domandò: “Giacché il re vieta la tua legge nel regno, per quale ragione sei venuto qui e ti sei esposto a tante fatiche e pericoli?”.
Questi prontamente gli rispose: “Per poter predicare la Legge di Dio, Signore del cielo, ed esortare gli uomini ad essere veraci, a battere la strada della virtù e ad allontanarsi da quella dei vizi”. Padre Francesco, non appena apprese che il suo confratello si trovava nelle prigioni del governatore, si affrettò a scrivergli consigliandogli di non rivelare il luogo ove era stato catturato onde evitare di compromettere i cristiani di Luc-Thay.
Padre Matteo da parte sua non desiderava altro che poter rivedere Padre Francesco per potersi confessare, in quanto si riteneva un grande peccatore e che in tutta la sua vita mai era riuscito a compiere progressi in materia di santità.
Francisco Gil de Federich de Sans
Francisco Gil de Federich de Sans nacque il 14 dicembre 1702 a Tortosa, nella regione della Catalogna in Spagna, da illustri genitori. All’età di quindici anni fu ammesso al noviziato domenicano di Villa de Exemplo con il nome di Francesco. Emise poi la professione solenne nel convento di Santa Caterina in Barcellona. Nel corso della sua formazione religiosa aveva maturato il desiderio di darsi all’evangelizzazione dei pagani e dunque nel 1724,  ancora studente in teologia a Orihuela, chiese di unirsi ad alcuni missionari domenicani diretti alle Isole Filippine. Solo dopo l’ordinazione presbiterale, avvenuta nel 1727, e la nomina a maestro dei frati studenti, nel 1730 ottenne di porter partire missionario con ventiquattro altri compagni, tra i quali Padre Matteo Alfonso de Leciniana.
Giunto a Manila, Francisco Gil fu assegnato alla provincia di Pangasinan, di cui fu eletto segretario, ma non cessò di chiedere ai superiori che lo lasciassero partire per il Tonchino, regione vietnamita sconvolta dalla persecuzione del re Vuéh-Hun.
Studiò con tanto impegno la lingua annamita che dopo soli cinque mesi fu in grado di prendersi cura di una quarantina di cristiani, noncurante della pena di morte decretata per i missionari e dei pericoli cui sarebbe stato esposto. Due volte all’anno, dalla quaresima alla stagione delle messi e dalla festa di San Domenico all’Avvento, si recava ad amministrare i sacramenti ai suoi fedeli, noncurante del caldo o del freddo, delle febbri o dei rischi che correva di essere sequestrato per ricevere un riscatto.
Era solito dedicarsi alle confessioni sino a mezzanotte. Padre Francesco conduceva una vita molto austera, praticava l’astinenza dalle carni tutto l’anno ed in quaresima non mangiava che una volta al giorno.
Pur essendo di temperamento serio, si mostrava affabile con chiunque.
Tutti infatti lo amavano come un padre, poiché si rivelava sempre pronto ad aiutare quanti si trovavano in diverse impellenti necessità. Alla carità il santo sacerdote sapeva però accoppiare un giusto rigore.
Quando per esempio i suoi domestici cadevano in colpe gravi, egli mai esitava ad imporre loro di mangiare per terra soltanto un po’ di riso con sale.
Inoltre non permetteva loro di abbigliarsi con troppa cura, d’intrattenersi con donne o di introdurle in casa, e più in generale di perdere tempo in vario modo. Egli stesso, quando non era occupato a predicare e a confessare, impiegava il suo tempo pregando e studiando.
Il 3 agosto 1737, dopo ben due anni di fecondo apostolato, Padre Francesco fu arrestato dai soldati a Luc-Thuy ed imprigionato a Ket-Cho, allora capitale del regno.
Una anziana signora pagana, desiderosa di ricevere il battesimo, si prese cura di lui, ormai incapace di reggersi in piedi a causa della malattia. Corrompendo le guardie con delle mance, ella ottenne che il prigioniero potesse trascorrere prima alcune ore e poi intere giornate a casa sua, al fine di poter curare le sue piaghe.
Padre Gil ne approfittò per poter studiare, ricevere i numerosi fedeli che giungevano a visitarlo e rispondere ai missionari che a lui si rivolgevano in cerca di consiglio.
Ogni volta che veniva condotto dinnanzi ai giudici era rattristato dall’irriverenza nei confronti della croce, a cui tentava di porre rimedio. La signora Ba-Gao, impietosita dalle sue precarie condizioni di salute, riuscì ad ottenergli la libertà anche per le ore notturne ed egli ne approfittò allora per intensificare il suo ministero pastorale, confessare e celebrare l’Eucaristia nel cuore della notte in attesa di una fine che si prospettava sicuramente tragica.
Quando apprese di essere stato condannato a morte per decapitazione, il 24 novembre 1738 scrisse al Vicario Apostolico, Fra’ Ilario di Gesù: “Il Signore mi conceda di giungere a tanta gloria”. A Padre Matteo Alfonso de Lecianiana, ancora libero, confidò un mese dopo di non vedere l’ora di “uscire dai peccati e dalle miserie di questo mondo” e si raccomandò alle sue preghiere per ottenere da Dio “umiltà, pazienza e costanza”. Poiché però la conferma della sentenza di morte tardava a venire, scrisse ancora al vicario provinciale: “Iddio è assai offeso da molti miei peccati e ingratitudini, motivo per cui non ottenni ancora quello che la mia superbia si era promesso”. La ribellione nel frattempo scoppiata contro la famiglia regnante ritardò la fine del processo contro il missionario, ma gli interrogatori continuarono lo stesso, anche se i giudici non riuscirono a sapere da lui dove era stato e chi lo aveva aiutato a propagare la fede nel Tonchino.
Ostinandosi a tacere, gli fu ordinato di percuotere gli oggetti religiosi che gli avevano sequestrato, ma al suo ennesimo rifiuto l’empio Thay-Thinh ebbe l’ordine d’infrangere sotto gli occhi del prigioniero il crocifisso di metallo, la statuetta in avorio della Madona e di calpestare l’immagine della Madonna del Rosario.
Fu tanto il dolore che il santo missionario provò che fu immediatamente assalito dal vomito e da una nuova emorragia.
Siccome a causa dei problemi di politica interna il processo ancora non giungeva al termine, Padre Francesco ne approfittò nuovamente per intensificare il suo ministero dentro e fuori la capitale, ove circa seimila fedeli erano rimasti senza privi di assistenza spirituale. Riceveva annualemnte migliaia di confessioni ed amministrava centinaia di battesimi.
Nel 1743 fu di nuovo chiamato dinnanzi al tribunale, ma non volendo fare dichiarazioni sulla sua cattura per non compromettere degli innocenti, gli fu imposto di calpestare la corona che portava al collo con due medaglie.
Essendosi per l’ennesima volta rifiutato, il gesto sacrilego fu compiuto da Thay-Thinh, servo del magistrato, ma il santo li ammonì dicendo che il Tonchino era sconvolto dalle ribellioni, dalla fame e dalle pestilenze a causa delle ingiuste pestilenze perpetrate verso i cirstiani.
Tra tante tribolazioni, Padre Francesco venne a sapere nel dicembre 1743 che il suo confratello Padre Matteo Alfonso de Leciniana, tradito da un uomo pagano, era stato arrestato nella Casa di Dio di Luc-Thuy: i soldati avevano fatto irruzione nella cappella mentre il sacerdote celebrava la Messa e questi tentò di fuggire verso la cucina portando l’ostia consacrata con sé. Avendo però dimenticato il calice sull’altare, un pagano se ne impadronì e subito rovesciò a terra il vino consacrato.
Insieme verso il martirio
Ai due martiri fu concesso di incontrarsi in un’abitazione privata fuori del carcere e consolarsi così reciprocamente.
I cristiani, insieme con i superiori dei due missionari, sarebbero stati disposti a sborsare volentieri un’ingente somma di denaro pur di ottenere la loro liberazione. Negli interrogatori anche a Padre Matteo furono rivolte domande sulle immagini sacre, gli arredi ed i libri liturgici che gli erano stati sequestrati, ed egli seppe rispondere in maniera da illuminarli sulle principali verità di fede e di morale, sui sacramenti e sulle principali preghiere cristiane. Dopo la condanna alla decapitazione, gli fu concesso di trascorrere gli ultimi mesi di vita assieme a Padre Francesco e di beneficiare così anch’egli dell’assistenza della signora Ba-Gao, celebrare l’Eucaristia e confortare spiritualmente i fedeli che accorrevano nella loro casa.
Poiché le calamità continuavano ad affliggere il regno, il sovrano, dubbioso che il cielo potesse essere adirato per le condanne di cotanti innocenti, ordinò che fossero riesaminate definitivamente tutte le cause ancora pendenti. Fu così che nel 1744 per Francisco Gil fu chiesta la pena di morte, mentre per Mateo Alonso il carcere perpetuo anziché la decapitazione. Appena la notizia si diffuse, molti cristiani fecero visita ai due missionari per ricevere da loro le ultime raccomandazioni, baciare piangendo le loro catene e supplicarli di chiedere la grazia al re. Padre Francesco, però, non ne volle sapere e dichiarò di non essere disposto a dare “la minima moneta per essere sottratto alla morte”.
Padre Matteo, invece, per conto suo aveva preparato un’istanza a tal fine, ma il confratello lo dissuase dall’inoltrarla al sovrano dicendogli: “Mi trovo da otto anni in carcere. Dio si è mosso a compassione di me permettendomi di soffrire per lui, e voi vorreste impedirlo?”.
A mezzogiorno del 22 gennaio 1745, in presenza del popolo, fu di nuovo letta la condanna a morte del Padre Francesco ed alcuni soldati si avvicinarono a Padre Matteo per suggerirgli di chiedere la grazia al re per il suo compagno. Egli però reagì bruscamente e gridò: “Siamo fratelli e chiediamo di vivere o di morire insieme. Se s’indulge con uno, s’indulga anche con l’altro; se uno è condotto a morte, si uccida anche l’altro; soltanto così saremo contenti”. I magistrati allora condannarono anch’egli alla decapitazione.
Giunti al luogo del supplizio, un mandarino pose dinanzi agli occhi dei due condannati a morte, assorti in preghiera, una croce fatta di canne e li esortò: “Vi lasceremo liberi se calpesterete questa croce; diversamente sarete decapitati”.
I due, intrepidi testimoni della divinità di Cristo Gesù, replicarono: “Fa’ come meglio ti pare; noi non calpesteremo la croce”. Consegnarono invece ad un cristiano seicento monete affinché le donasse ai loro carnefici, si diedero reciprocamente l’assoluzione ed infine si lasciarono legare ai pali. Le loro teste caddero contemporaneamente al segnale del comandante.
I soldati furono impotenti a trattenere la folla, che si riversò con pannolini e bambagia a raccogliere il sangue delle vittime. I corpi dei due martiri furono traslati e seppelliti in pompa magna presso Luc-Thuy. Papa Giovanni Paolo II, che nel suo lungo pontificato si è rivelato grande cultore delle molteplici vicende di martirio nel corso dei secoli, ha canonizzato questi due missionari spagnoli il 19 giugno 1988, insieme con altri 115 testimoni della fede in terra vietnamita. La celebrazione comune di questo gruppo è fissata dal calendario liturgico latino al 24 novembre sotto la denominazione “Santi Andrea Dung-Lac e compagni”, mentre il Martyrologium Romanum commemora i soli Francesco Gil de Federich e Matteo Alfonso de Leciniana nell’anniversario della loro nascita al cielo.  
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Mateo Alonso de Leciniana, pregate per noi.


*Sant'Olcese (Ursicino) - Vescovo (22 gennaio)

Sec. IV-V
Emblema:
Bastone pastorale
Fu vescovo delle Gallie.
Di là fuggì durante le invasioni dei Vandali e si rifugiò in Liguria nel paese chiamato Sant'Olcese, dove morì nei primi anni del secolo V ed ivi ebbe sepolcro e culto.
(Fonte: Liturgia delle Ore - Diocesi di Genova)
Giaculatoria - Sant'Olcese, pregate per noi.


*Santa Teodolinda - Regina dei Longobardi (22 gennaio)

Baviera, II metà del VI secolo - Ravenna, 628
Figlia del re di Baviera Garibaldo, sposò nel 589 il re longobardo Autari.
Rimasta vedova nel 589, sposò due anni dopo il duca di Torino Agilulfo, al quale trasmise il titolo regio. Si prodigò, con la collaborazione del Papa San Gregorio Magno, nella conversione al cristianesimo del popolo longobardo.
Alla morte del secondo marito nel 616 resse il governo a nome del figlio Adaloaldo ancora minorenne.
Morirono insieme a Ravenna nel 628.
Teodolinda era figlia del re di Baviera Garibaldo che, stretto da una parte dai Franchi e
dall'altra dai Longobardi,  per sicurezza volle stringere un legame di parentale con i Franchi, promettendo la figlia Teodolinda al giovanissimo re Childelberto II.
Ma questo progetto andò in fumo e Teodolinda fu allora data in sposa al re longobardo Autari.
I due novelli sposi trasferirono la capitale del regno longobardo a Monza.
La regina Teodolinda, di religione cattolica, intratteneva una fitta corrispondenza con il Papa San Gregorio Magno, finalizzata alla conversione al cristianesimo del popolo del quale era divenuta regina.
Non riuscì, però, a convertire il marito Autari, che non accettava che venissero battezzati i figli dei longobardi.
Ma Teodolinda riuscì comunque a far battezzare a Monza il figlio Adaloaldo.
Rimasta vedova nel 589, sposò due anni dopo il duca di Torino Agilulfo, al quale trasmise il titolo regio. Alla morte del secondo marito nel 616 resse il governo per nove anni a nome del figlio Adaloaldo  ancora minorenne.
La cristianizzazione dei longobardi era continuata durante il periodo della sua reggenza, nonostante la dura opposizione ed ostilità di alcuni duchi aderenti all’eresia ariana.
Dopo alcuni mesi dal suo avvento al trono il giovane Adeovaldo fu dunque spodestato dal duca di Torino Ariovaldo e dovette fuggire da Milano con la madre Teodolinda.
Si rifugiarono a Ravenna presso l’esarca bizantino Eleuterio.
Nel 628 morirono entrambi, Teodolinda probabilmente di vecchiaia, mentre Adeovaldo forse avvelenato.
Fu venerata come Beata, ma il suo culto non fu mai confermato ufficialmente dalla Chiesa.  
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

iaculatoria - Santa Teodolinda, pregate per noi.

  

*San Valerio - Vescovo e Martire (22 gennaio)
m. 305/315
Morì in esilio durante la persecuzione di Diocleziano.
Patrono di Saragozza in Spagna.
Martirologio Romano: Commemorazione di San Valerio, vescovo di Saragozza in Spagna, che partecipò al primo Concilio di Elvira e, condotto a Valencia insieme a San Vincenzo, fu mandato in esilio.
Lu Monferrato, paese della collina piemontese in provincia di Alessandria, onora come suo patrono San  Valerio, festeggiandolo annualmente il 22 gennaio, anniversario del ritrovamento delle sue reliquie. Vuole, infatti, la locale tradizione che nel rigore dell’inverno fosse cresciuto straordinariamente del grano in un campo poco lontano dal paese.
Gli abitanti della zona, accorsi sul posto indagarono nel terreno per verificare la  natura del prodigio e rinvennero i resti del Santo che, pur senza alcuna base documentaria, fu ritenuto un
vescovo martirizzato dagli ariani nel IV secolo.
Si accese subito la disputa riguardo al luogo in cui deporre le recuperate reliquie e, secondo un topos agiografico ben conosciuto, la questione fu risolta ponendole su di un caro trainato da delle giovenche: gli animali senza guida alcuna si diressero verso Lu.
Per la conservazione dei resti nella chiesa del paese fu realizzata un’apposita cappella, in cui ancora oggi è visibile la preziosa urna in cui essi furono sistemati.  
Nel 1720 due ladri, Pietro Maria di Balzola e Pietro Bello di Grazzano, profanarono il sacro deposito per asportarne i ricchi doni votivi ma furono catturati e giustiziati; ora il   reliquiario si apre con quattro diverse chiavi affidate ad altrettanti membri della comunità.  
Su chi fosse in realtà San Valerio purtroppo nulla è possibile affermare con certezza: la ricordata identificazione con un vescovo ucciso dagli ariani, sembra possa essere letta come una locale reinterpretazione della storia del vescovo Evasio, patrono della diocesi di Casale cui Lu appartiene e non è per ora suffragata da alcun tipo di fonte né documentaria né archeologica.
Si potrebbe ipotizzare che nella campagna monferrina fu ritrovata una sepoltura, con probabile presenza di elementi epigrafici recanti indicazioni di un certo Valerio, nome assai comune nell’onomastica romana, che dalla popolazione locale venne poi considerata come quella di un santo degno di venerazione.
(Autore: Damiano Pomi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Valerio, pregate per noi.


*San Valerio (Valero) di Saragozza - Vescovo e Martire (22 gennaio)

m. 305/315

Morì in esilio durante la persecuzione di Diocleziano. Patrono di Saragozza in Spagna.
Martirologio Romano: Commemorazione di san Valerio, vescovo di Saragozza in Spagna, che partecipò al primo Concilio di Elvira e, condotto a Valencia insieme a San Vincenzo, fu mandato in esilio.
Valerio nacque nel corso del sec. III. Secondo alcuni la sua città natale sarebbe stata Saragozza e si suppone la sua appartenenza alla famiglia Valeria che, lasciata Roma pochi anni prima della sua nascita, si sarebbe trasferita in Spagna.
Non si hanno comunque particolari più precisi sulle sue origini e sul periodo che precede il suo episcopato. Durante l'impero di Diocleziano egli reggeva la Chiesa di Spagna e verso l'anno 300 partecipò con altri diciotto vescovi a un concilio che si tenne ad Elvira (Spagna), città che si trovava
nelle vicinanze dell'attuale Granada. Nell'anno 303 gli imperatori Diocleziano e Massimiano avevano iniziato la persecuzione contro i cristiani e in quel tempo la Spagna era retta da Daciano, un crudelissimo persecutore. Questi fece imprigionare Valerio e il suddiacono Vincenzo e ordinò che insieme fossero condotti a Valenza.
Qui giunti li fece rinchiudere in una orribile prigione e li lasciò per molto tempo con pochissimo cibo nella speranza di piegare la loro resistenza. Dopo gli interrogatori subiti a Valenza, Valerio fu condannato all'esilio e a questo punto hanno termine le notizie forniteci dagli Atti. Si narra che durante l'esilio ad Anet (Aragona) Valerio, appresa la notizia del martirio di Vincenzo, avrebbe fatto costruire una chiesa in suo onore. Dopo circa dodici anni di esilio, Valerio morì nel 315 ad Anet e il suo corpo fu sepolto dai cristiani del luogo in una chiesa che si trovava nell'interno della fortezza di Strada.
La chiesa fu però distrutta da un incendio e la memoria del Santo dimenticata per molti anni. Nel 1065 però, Arnolfo, vescovo di Rota, guidato da una rivelazione divina trovò le reliquie e le trasportò a Rota nella chiesa di San Vincenzo. Il ricordo di questa traslazione viene celebrato tutti gli anni in questa chiesa il 20 ottobre. Il Martirologio Geronimiano ricorda Valerio insieme con san Vincenzo il 22 gennaio e il 31 ottobre. Il Martirologio Romano menziona Valerio il 28 gennaio. La città di Saragozza, di cui è patrono, lo ricorda il 29 gennaio.

(Autore: Francesco Antonio Angarano – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Valerio di Saragozza, pregate per noi.


*San Vincenzo di Saragozza - Diacono e Martire (22 gennaio)
sec. III/IV
Vincenzo, diacono della Chiesa di Saragozza (Spagna), offrì a Cristo il sacrificio della vita con il suo vescovo Valerio come aveva offerto per lui il sacrificio dell’altare (Valenza, c. 304).
La sua figura è celebrata dalla tradizione patristica. (Mess. Rom.)  
Patronato: Vicenza, Vinai
Etimologia: Vincenzo = vittorioso, dal latino
Emblema: Palma
Martirologio Romano: San Vincenzo, diacono di Saragozza e martire, che dopo aver patito nella persecuzione dell’imperatore Diocleziano il carcere, la fame, il cavalletto e le lame incandescenti, a Valencia in Spagna volò invitto in cielo al premio per il suo martirio.
Un diacono così, ora che il diaconato è tornato “di moda” nella Chiesa, ogni vescovo se lo sognerebbe.
Perché, si  sa, non tutti i vescovi sono degli oratori nati e quello di Saragozza, Valerio, è per giunta balbuziente.
Trovare in Vincenzo un diacono ben equipaggiato culturalmente, dotato nella parola, generoso e coraggioso è per lui un vero colpo di fortuna.
Oggi San Vincenzo è il martire più popolare della Spagna, ma doveva già esserlo 1700 anni fa se ben tre città, Valencia, Saragozza e Huesca, si contendono l’onere di avergli dato i natali.
In questa disputa noi non vogliamo entrare, limitandoci ai dati essenziali che ci vengono forniti dagli Atti del suo martirio, che avviene durante la persecuzione di Diocleziano.
Nel clima di terrore che si instaura e che vede la distruzione degli edifici e degli arredi sacri, la destituzione dei cristiani che ricoprono cariche pubbliche, l’obbligo per tutti di sacrificare agli dei, il vescovo Valerio e il diacono Vincenzo continuano imperterriti nell’annuncio del Vangelo: formano un connubio indissolubile, nel quale il primo con la sua presenza e con l’autorità che gli deriva dal
ministero episcopale si fa garante di quello che il secondo annuncia con forza, convinzione e facilità di parola.
Così il governatore di Valencia, Daciano, li fa arrestare entrambi, ma quando se li trova davanti capisce che il vero nemico da combattere è il diacono Vincenzo.
Manda così il vescovo in esilio e concentra tutte le sue arti persecutorie su Vincenzo, che oltre ad essere un gran oratore è anche un uomo che non si piega facilmente.
Lo dice in faccia al governatore: “Vi stancherete prima voi a tormentarci che noi a soffrire”, e questo manda in  bestia il persecutore, che vede così anche messa in crisi la sua autorità e il suo prestigio.
Perché Vincenzo è una di quelle persone che si piegano ma non si spezzano: prima lo fa fustigare e torturare; poi lo condanna alla pena del cavalletto, da cui esce con le ossa slogate; infine lo fa arpionare con uncini di ferro.
Così tumefatto e slogato lo fa gettare in una cella buia, interamente cosparsa di cocci taglienti, ma la testimonianza di Vincenzo continua ad essere limpida e ferma: “Tu mi fai proprio un servizio da amico, perché ho sempre desiderato suggellare con il sangue la mia fede in Cristo.
Vi è un altro in me che soffre, ma che tu non potrai mai piegare.
Questo che ti affatichi a distruggere con le torture è un debole vaso di argilla che deve ad ogni modo spezzarsi.  
Non riuscirai mai a lacerare quello che resta dentro e che domani sarà il tuo giudice”.  
Lo sentono addirittura, anche così piagato, cantare dalla cella e Daciano si rende conto che quella è una voce da far zittire in fretta, visto che qualcuno si è già convertito vedendolo così forte nella fede.  
Muore il 22 gennaio dell’anno 304 ed anche per sbarazzarsi del cadavere Daciano deve sudare: gettato in pasto alle bestie selvatiche, il suo corpo viene alacremente difeso da un corvo; gettato nel fiume, legato in un sacco insieme ad un grosso macigno, il suo corpo galleggia e torna a riva, dove finalmente i cristiani lo raccolgono per dargli onorata   sepoltura.  
Da una delle omelie che Sant’Agostino ogni anno, il 22 gennaio, dedicava al martire Vincenzo ricaviamo questo pensiero: “il diacono Vincenzo….. aveva coraggio nel parlare, aveva forza nel soffrire.
Nessuno presuma di se stesso quando parla.
Nessuno confidi nelle sue forze quando sopporta una tentazione, perché, per parlare bene, la sapienza viene da Dio e, per sopportare i mali, da lui viene la fortezza”.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vincenzo di Saragozza, pregate per noi.


*San Vincenzo Pallotti - Sacerdote (22 gennaio)
Roma, 21 aprile 1795 - Roma, 22 gennaio 1850
Sacerdote romano, fondatore dell'Unione dell'Apostolato Cattolico.
Etimologia: Vincenzo = vittorioso, dal latino
Martirologio Romano: A Roma, San Vincenzo Pallotti, sacerdote: fondatore della Società dell’Apostolato Cattolico, con gli scritti e con le opere sollecitò la vocazione di tutti i battezzati in Cristo a lavorare con generosità per la Chiesa.
Va bene, è un  buon prete. Ottima preparazione, confessore al Seminario Romano e al Collegio Urbano di Propaganda Fide, attivo in molte opere di carità.
Ma perché fondare una “società per l’apostolato cattolico”, come se per questo non ci fossero già le strutture  della Chiesa?
E, per di più con laici, uomini e donne? Vincenzo Pallotti, romano, nato nel 1795 e prete dal 1818, va incontro a diffidenze e ostacoli nel mondo ecclesiastico perché come pochi altri (don Nicola Mazza a Verona, per esempio) capisce ciò che il tempo esige dai cattolici. Dopo il tornado della Rivoluzione francese e di Napoleone, vescovi, preti, religiosi, studiosi, si spendono generosamente in difesa della fede. E lui vede e apprezza.
Ma dice che non basta, non basta più: il problema vero non è proteggere il recinto dei credenti.
No, ora bisogna conquistare altri credenti ancora, dappertutto, abbattendo i recinti.
E aggiunge: questo è compito di tutti, perché ogni singolo cristiano ha il dovere di custodire la fede e di diffonderla dove non c’è ancora o non c’è più.
Questo è un programma di attacco. Vincenzo rispetta il mandato apostolico peculiare del Papa, dei vescovi, del clero; ma parla poi di “apostolato cattolico” come dovere e competenza di ogni credente, perché "a ciascuno ha comandato Iddio di procurare la salute eterna del suo prossimo".
Su questa base sorge nel 1835 l’Opera dell’Apostolato Cattolico, associazione di laici che avrà come “parte interna e motrice” una comunità di sacerdoti, seguita dalla congregazione delle suore dell’Apostolato Cattolico  (chiamati comunemente Pallottini e Pallottine).
Scopo: far conoscere Cristo con la parola, l’insegnamento, le opere di carità spirituale e materiale.
Gregorio XVI approva l’Opera e a Roma tutti hanno grande stima per don Vincenzo.
Ma la sua società d’apostolato, dopo un buon inizio, passa da un ostacolo all’altro, e vede sempre rinviata l’approvazione delle sue regole (fino al 1904). Vincenzo muore con la fama di sant’uomo che ha fatto uno sbaglio.
Quello sbaglio che però andrà avanti, trovando i Pallottini sempre vivi e operosi alla fine del XX secolo. Quello sbaglio che ha portato aria nuova nella Chiesa, ma che rallenterà la causa della sua canonizzazione, sempre con malintesi e miopie intorno all’iniziativa.
Ci vorrà Papa Pio XI a spazzare riserve e diffidenza, proclamando Vincenzo "operaio vero delle missioni", "provvido e prezioso antesignano e collaboratore dell’Azione Cattolica".
Giovanni XXIII lo proclamerà Santo nel 1963. Due anni dopo, il decreto Apostolicam actuositatem del Vaticano II dirà solennemente: "I laici derivano il dovere e il diritto all’apostolato dalla loro stessa unione con Cristo Capo".
Le parole di Vincenzo Pallotti risuoneranno così, dopo 130 anni, nella Chiesa universale con la voce di Paolo VI e dei vescovi di tutto il mondo.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vincenzo Pallotti, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (22 gennaio)
*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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