Santi del 23 gennaio - Istituto Aveta

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Santi del 23 gennaio

Il mio Santo > Santi di Gennaio

*Sant'Amasio - Vescovo (23 gennaio)

Martirologio Romano: A Teano in Campania, commemorazione di Sant’Amasio, Vescovo.
Teano, città della Campania, celebra il 23 gennaio la festa di sant'Amasio, suo secondo vescovo. Di lui si conoscono due Vite (BHL, I, pp. 58-9, nn. 354-55).
Cacciato dall'Oriente sotto l'imperatore Costanzo (337-361), Amasio, allora sacerdote, venne a Roma e si presentò al papa Giulio I (337-352), il quale lo inviò a predicare in Campania.
Si era nel periodo delle lotte ariane, quando le città erano spesso divise in due fazioni.
Espulso da Sora dal partito ariano, si portò a Teano, dove fu eletto vescovo e dove morì pacificamente circa l'anno 356. I Sorani, per riparare l'offesa fattagli, eressero in suo onore una chiesa.
(Autore: Filippo Caraffa – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria -  Sant'Amasio, pregate per noi.


*Sant’Andrea Chong (Tyong) Hwa-Gyong  Gyong - Catechista e Martire (23 gennaio)
Cheongsan, Corea del Sud, 1808 – Seoul, Corea del Sud, 23 gennaio 1840
A Seul, in Corea, ricordo di Sant’ Andrea Chong (Tyong) Hwa-Gyong, Catechista e Martire, che, prestando aiuto al Santo Vescovo Lorenzo Imbert, fece della sua casa un rifugio di cristiani: perciò fu crudelmente colpito e ferito, infine in carcere venne soffocato.
Fu canonizzato da Papa Giovanni Paolo II il 6 maggio 1984.
Scheda del Gruppo a cui appartiene Sant'Andrea Chong
Santi Martiri Coreani (Andrea Kim Taegon, Paolo Chong Hasang e 101 Compagni)   (20 settembre)
L'azione dello Spirito, che soffia dove vuole, con l'apostolato di un generoso manipolo di laici  è alla radice della santa Chiesa di Dio in terra coreana. Il primo germe della fede cattolica, portato da un laico coreano nel 1784 al suo ritorno in Patria da   Pechino, fu fecondato sulla meta del secolo XIX
dal martirio che vide associati 103 membri della giovane  comunità. Fra essi si segnalano Andrea Kim Taegon, il primo presbitero coreano e l'apostolo laico Paolo Chong Hasang.
Le persecuzioni che infuriarono in ondate successive dal 1839 al 1867, anziché soffocare la fede dei neofiti,  suscitarono una primavera dello Spirito a immagine della Chiesa nascente. L'impronta apostolica di questa comunità dell'Estremo Oriente fu resa, con linguaggio semplice ed efficace, ispirato alla parabola del buon seminatore, del presbitero Andrea alla vigilia del martirio.
Nel suo viaggio pastorale in quella terra lontana il Papa Giovanni Paolo II, il 6 maggio 1984, iscrisse i martiri coreani nel calendario dei santi. La loro memoria si celebra nella data odierna, perché un gruppo di essi subì il martirio in questo mese, alcuni il 20 e il 21 settembre. (Mess. Rom.)
Etimologia: Andrea = virile, gagliardo, dal greco
Emblema:  Palma
Martirologio Romano: Memoria dei santi Andrea Kim Tae-gon, sacerdote, Paolo Chong Ha-sang e compagni, martiri in Corea. In questo giorno in un’unica celebrazione si venerano anche tutti i centotrè martiri, che  testimoniarono coraggiosamente la fede cristiana, introdotta la prima volta con fervore in questo regno da alcuni laici e poi alimentata e consolidata dalla predicazione dei missionari e dalla celebrazione dei sacramenti. Tutti questi atleti di Cristo, di cui tre vescovi, otto sacerdoti e tutti gli altri laici, tra i quali alcuni coniugati altri no, vecchi, giovani e fanciulli, sottoposti al supplizio, consacrarono con il loro prezioso sangue gli inizi della Chiesa in Corea.
La Chiesa coreana ha la caratteristica forse unica, di essere stata fondata e sostenuta da laici; infatti agli inizi del 1600 la fede cristiana comparve in Corea tramite le delegazioni che ogni anno visitavano Pechino in Cina, per uno scambio culturale con questa Nazione, molto stimata in tutto l’Estremo Oriente. E in Cina i coreani vennero in contatto con la fede cristiana, portando in patria il libro del grande padre Matteo Ricci “La vera dottrina di Dio”; e un laico, Lee Byeok grande pensatore, ispirandosi al libro del famoso missionario gesuita, fondò una prima comunità cristiana molto attiva.
Intorno al 1780, Lee Byeok pregò un suo amico Lee-sunghoon, che faceva parte della solita delegazione culturale in partenza per la Cina, di farsi battezzare e al ritorno portare con sé libri e scritti religiosi adatti ad approfondire la nuova fede.
Nella primavera del 1784 l’amico ritornò con il nome di Pietro, dando alla comunità un forte impulso; non conoscendo bene la natura della Chiesa, il gruppo si organizzò con una gerarchia propria celebrando il battesimo e non solo, ma anche la cresima e l’eucaristia.
Informati dal vescovo di Pechino che per avere una gerarchia occorreva una successione apostolica, lo pregarono di inviare al più presto dei sacerdoti; furono accontentati con l’invio di un prete Chu-mun-mo, così la comunità coreana crebbe in poco tempo a varie migliaia di fedeli.
Purtroppo anche in Corea si scatenò ben presto una persecuzione fin dal 1785, che si incrudeliva sempre più, finché nel 1801 anche l’unico prete venne ucciso, ma questo non bloccò affatto la crescita della comunità cristiana.  
Il re nel 1802 emanò un editto di stato, in cui si ordinava addirittura lo sterminio dei cristiani, come unica soluzione per soffocare il germe di quella “follia”, ritenuta tale dal suo governo. Rimasti soli e senza guida spirituale, i cristiani coreani chiedevano continuamente al vescovo di Pechino e anche al papa di avere dei sacerdoti; ma le condizioni locali lo permisero solo nel 1837, quando furono inviati un vescovo e due sacerdoti delle Missioni Estere di Parigi; i quali penetrati clandestinamente in Corea furono martirizzati due anni dopo.
Un secondo tentativo operato da Andrea Kim Taegon, riuscì a fare entrare un vescovo e un sacerdote, da quel momento la presenza di una gerarchia cattolica in Corea non mancherà più, nonostante che nel 1866 si ebbe la persecuzione più accanita; nel 1882 il governo decretò la libertà religiosa.
Nelle persecuzioni coreane perirono, secondo fonti locali, più di 10.000 martiri, di questi 103 furono beatificati in due gruppi distinti nel 1925 e nel 1968 e poi canonizzati tutti insieme il 6 maggio 1984 a Seul in Corea da papa Giovanni Paolo II; di questi solo 10 sono stranieri, 3 vescovi e 7 sacerdoti, gli altri tutti coreani, catechisti e fedeli.
Di seguito diamo un breve tratto biografico dei due capoelenco liturgico del gruppo dei 103 santi martiri: Andrea Kim Taegon e Paolo Chong Hasang.
Andrea nato nel 1821 da una nobile famiglia cristiana, crebbe in un ambiente decisamente ispirato ai principi cristiani, il padre in particolare aveva trasformato la sua casa in una ‘chiesa domestica’, ove
affluivano i cristiani ed i neofiti della nuova fede, per ricevere il battesimo, scoperto tenne con forza la sua fede, morendo a 44 anni martire.
Aveva 15 anni quando uno dei primi missionari francesi arrivati in Corea nel 1836, lo inviò a Macao per prepararlo al sacerdozio. Ritornò come diacono nel 1844 per preparare l’entrata del vescovo mons. Ferréol, organizzando una imbarcazione con marinai tutti cristiani, andando a prenderlo a Shanghai, qui fu ordinato sacerdote e insieme, di nascosto con un viaggio avventuroso, penetrarono in Corea, dove lavorarono insieme sempre in un clima di persecuzione.
Con la nobiltà del suo atteggiamento, con la capacità di comprendere la mentalità locale, riuscì ad ottenere ottimi risultati d’apostolato. Nel 1846 il vescovo Ferréol lo incaricò di far pervenire delle lettere in Europa, tramite il vescovo di Pechino, ma durante il suo incontro con le barche cinesi, fu casualmente scoperto ed arrestato.
Subì gli interrogatori e gli spostamenti di carcere prima con il mandarino, poi con il governatore e giacché era un nobile, alla fine con il re e a tutti manifestò la fedeltà al suo Dio, rifiutando i tentativi di farlo apostatare, nonostante le atroci torture; alla fine venne decapitato il 16 settembre del 1846 a Seul; primo sacerdote martire della nascente Chiesa coreana.  
Paolo Chong Hasang. Eroico laico coreano, era nato nel 1795 a Mahyan, il padre Agostino e il fratello Carlo vennero martirizzati nel 1801, la sua famiglia composta da lui, la madre Cecilia e la sorella Elisabetta, venne imprigionata e privata di ogni bene, furono costretti ad andare ospiti di un parente, ma appena gli fu possibile si trasferì a Seul aggregandosi alla comunità cristiana; perlomeno quindici volte andò in Cina a Pechino in viaggi difficilissimi fatti a piedi, spinto dall’eroismo di una fede genuina, professata nonostante i gravi pericoli.
Collaborò alacremente affinché il primo sacerdote Yan arrivasse in Corea e poi dopo di lui i missionari francesi: il vescovo Imbert ed i sacerdoti Maubant e Chastan.
Fu accolto con la madre e la sorella dal vescovo Imbert, il quale desiderava farlo diventare sacerdote, ma la persecuzione infuriava e un apostata li tradì, facendoli imprigionare.
Paolo Chong Hasang venne interrogato e torturato per fargli abbandonare la religione straniera a cui si era associato, ma visto la sua grande fermezza, venne condannato e decapitato il 22 settembre 1839, insieme al suo caro amico Agostino Nyon, anche lui firmatario di una petizione al papa per l’invio di un vescovo in Corea. Anche la madre e la sorella vennero uccise dopo alcuni mesi.  
Il vescovo e i due sacerdoti delle Missioni Estere di Parigi, vennero decapitati anche loro nel 1839.
Per brevità di spazio si omettono i nomi degli altri 101 santi martiri che sono comunque consultabili nell’"Index ac Status Causarum"; Città del Vaticano, 1999, pag. 633-635.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant’Andrea Chong Hwa-Gyong  Gyong, pregate per noi.

 

*Sant'Aquila – Sposa e Martire (23 gennaio)
Cesarea di Mauritania, III secolo
Aquila e Saveriano, sposi e martiri del III secolo a Cesarea di Mauritania. Furono bruciati vivi in odio alla loro fede cristiana.
Martirologio Romano: A Cesarea di Mauritania, nell’odierna Algeria, Santi martiri Aquila e Saveriano, coniugi, che furono bruciati nel fuoco.
I due Ss. Martiri di Cesarea di Mauritania Aquila e Saveriano, coniugi cristiani, non sono da confondere con la coppia di sposi Aquila e Priscilla di Corinto, Santi collaboratori di San Paolo Apostolo,
la cui celebrazione è all’8 luglio e i cui nomi sono inseriti nelle attuali “litanie degli sposi”.
La stranezza fra le due coppie di sposi, è che il nome Aquila si riferisce nella prima alla sposa e nella seconda allo sposo; segno che all’epoca romana veniva usato indifferentemente sia per uomini che per donne.
Il Martirologio Romano, al giorno 23 gennaio, data della loro celebrazione liturgica, dice: “Cesarea in Mauretania, sanctorum martyrum Severiani et Aquilæ, coniugum, qui igne combusti sunt”. Praticamente solo un rigo, che conferma l’esistenza dei due coniugi a Cesarea di Mauritania nel III secolo e specifica che subirono il martirio venendo bruciati vivi; non aggiunge altro, quindi non si sa la data del martirio e chi fossero in realtà.
Certamente appartengono a quella lunga schiera di martiri per la fede, che testimoniarono il cristianesimo, versando il loro sangue in ogni angolo dell’immenso impero romano, torturati e uccisi con ogni specie di supplizio, dall’essere divorati dalle bestie feroci, all’essere bruciati vivi legati a dei pali. Altre piccole notizie, come l’identificazione di Severiano quale generoso benefattore della comunità di Cesarea di Mauritania, oppure che i coniugi avessero un figlio di nome Floro, notizie apparse in antichi Martirologi come quelli di Beda e Usuardo, non sono verificabili e quindi prive di fondamento.
I due nomi di Severiano ed Aquila, sono stati portati da altri santi martiri dei primi secoli, ben cinque per Severiano e cinque per Aquila (tutti uomini).
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Aquila, pregate per noi.


*San Clemente ed Agatangelo - Martiri (23 gennaio)
Ad Ancira, nella terra dei Galati, ricordo dei SS. Clemente, Vescovo, e Agatangelo, Martiri.
Martirologio Romano: Ad Ankara in Galazia, nell’odierna Turchia, Santi Clemente, vescovo, e Agatangelo, martiri.
San Clemente, Vescovo subì il martirio presso l’attuale capitale turca, Ankara, al tempo della persecuzione dei cristiani perpetrata dall’imperatore Diocleziano.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Clemente ed Agatangelo, pregate per noi.

 

*Sant'Emerenziana - Vergine e martire (23 gennaio)
m. 304 circa
Secondo un racconto della passione di Sant'Agnese, Emerenziana era tra i fedeli che parteciparono ai funerali della giovane Martire.
Un'improvvisa aggressione da parte di pagani fanatici disperse i cristiani accorsi per accompagnare Agnese alla sepoltura.
Emerenziana, invece di fuggire, apostrofò coraggiosamente gli assalitori, finendo però lapidata. I genitori di Sant'Agnese ne seppellirono il corpo nei pressi sui limiti della loro proprietà. Purtroppo il racconto non è attendibile.
Gli unici elementi del racconto relativi a Emerenziana sono il nome della santa, il suo martirio, quale che ne sia stata la forma, la sua sepoltura nei pressi del sepolcro di Sant'Agnese.
Emblema: Giglio, Palma  
Martirologio Romano: A Roma sulla via Nomentana nel cimitero Maggiore, Santa Emerenziana, martire.
Un ignoto autore del sec. V aggiunse alla passio latina di Sant' Agnese, scritta dallo pseudo-Ambrogio, un terzo capitolo che si dilunga sui funerali della santa, sulla sua apparizione ai
genitori, otto giorni dopo la morte, e sulla fondazione della basilica in suo onore da parte di Costanza, figlia di Costantino.
Tra i fedeli accorsi ai funerali di Agnese è ricordata anche "Emerentiana, quae fuerat collactanea eius, virgo sanctissima, licet cathecumena". Un'improvvisa aggressione da parte di pagani fanatici disperse i cristiani.
Emerenziana, invece di fuggire, apostrofò coraggiosamente gli assalitori, finendo però lapidata.
I genitori di Sant' Agnese ne seppellirono il corpo nei pressi: "in confinio agelli beatissimae virginis Agnetis", cioè sui limiti della loro proprietà. Non c'è dubbio, conclude l'autore, enunciando la dottrina sul Battesimo di sangue, che Emerenziana sia stata battezzata nel suo sangue, essendo morta per la difesa della giustizia, confessando il Signore.
Purtroppo però tutto il terzo capitolo della passio Agnetis è giudicato assai severamente dalla critica. Ignorato da San Massimo di Torino (423), che pur utilizza largamente la passio, e pieno di inesattezze sull'epoca di Costantino, 3i rivela manifestamente opera tardiva e cervellotica.
Gli unici elementi del racconto relativi ad Emerenziana per altra via documentabili sono il nome della santa, il suo martirio, quale che ne sia stata la forma, la sua sepoltura nei pressi del sepolcro di Sant' Agnese.
Secondo parecchi critici un altro elemento ancora potrebbe essere accettato, sia pure con riserva, che cioè la santa fosse davvero ancora catecumena allorché fu uccisa. Esso infatti non fa parte del solito repertorio dei fabbricanti di passiones e potrebbe ben essere l'eco d'una ininterrotta tradizione. Una determinazione cronologica del martirio è impossibile. Di solito si pensa all'epoca di Diocleziano.
Indipendentemente dalla passio, e prima di essa, E. è con sicurezza attestata dal Martirologio Geronimiano che nella sua redazione più antica la ricorda in un gruppo di martiri del Coemeterium Maius sulla Via Nomentana e da un'epigrafe proveniente dallo stesso cimitero.
Il Geronimiano al 16 settembre reca: "Romae, via Nomentana ad Capream, in cimiterio maiore Victoris, Felicis,  Alexandri, Papiae, Emerentianetis"; lo stesso elogio meno qualche nome si ritrova al 20 aprile, ma per una incomprensibile migrazione.
L'epigrafe, trovata mutila dal De Rossi presso Ponte Rotto e solo recentemente completata del frammento mancante ritrovato negli scavi del Coemeterium Maius, fa eco alla commemorazione liturgica del martirologio.
Emerenziana non sembra avere una posizione di particolare rilievo nel gruppo che fa capo a Vittore. È solo sotto l'influsso della passio che viene ad acquistarvi una preminenza, proprio perché unita alla martire Agnese della cui straordinaria popolarità partecipa.
Un segno evidente del cambiamento si ha nella istituzione di una speciale commemorazione liturgica in onore di Emerenziana al 23 gennaio, due giorni dopo la festa di Sant' Agnese, avvenuta
nel sec. VIII, registrata nel Martirologio di Beda, nei codici tardivi del Geronimiano e nel Sacramentario Gelasiano del sec. VIII, donde poi passò nel Messale e nel Martirologio Romano.
Anche nella iconografia dello stesso Cimitero Maggiore, Emerenziana appare costantemente in gruppo con gli altri martiri nelle raffigurazioni più antiche. Così su due pitture assai guaste e su una transenna votiva scoperte nel 1855 si trovano cinque santi riuniti. Lo stesso doveva essere per l'epigrafe dipinta nell'abside di una cripta del medesimo cimitero, scoperta nel 1873 dall'Armellini e da lui considerata la sepoltura primitiva di Emerenziana, solo perché era riuscito a decifrare soltanto il suo nome tra gli altri completamente sbiaditi.
Più tardi, invece, sembra sia stata raffigurata sola, se si deve identificarla nella giovane santa con due devoti ai piedi di una pittura scoperta nel 1933 in un piccolo cubiculum dello stesso cimitero. Nei musaici di S. Apollinare Nuovo a Ravenna, della prima metà dei sec. VI, Emerenziana splende nella teoria delle vergini tra S. Paolina e S. Daria.
Una riprova dell'awenuto cambiamento si ha negli itinerari del sec. VII, che ricordano Emerenziana in primo luogo tra i martiri del Coemeterium Maius, testimoniando anche della ecclesia o basilica, eretta sul suo sepolcro.
L'Itinerarium Salisburgense, parlando della via Nomentana, reca: "et postea vadis ad orientem, quousque pervenies ad s. Emerenziana martyrem, quae pausat in ecclesia sursum et duo martyres in spelunca deorsum, Victor et Alexander".
E l'Epitome de locis sanctorum: "Basilica s. Agnes... propeque ibi soror eius Emerentiana, in alia tamen basilica dormit. Ibi quoque in singulari ecclesia Constantia Constantini filia requiescit sanctusque Alexander, s. Felicis, s. Papia, s. Victor et alii multi dormiunt .
E la notizia di Guglielmo di Malmesbury: "Iuxta viam s. Agnetis et ecclesia et corpus, in altera ecclesia s. Emerentiana et martyres Alexander, Felix, Papias".
Sul sepolcro della martire che doveva trovarsi all'iniz~o della zona, al livello del suolo, era stata dunque eretta una chiesa e il Liber Pontificalis ci fa sapere che essa fu restaurata da Adriano I (772-95).
Le reliquie di Emerenziana furono trasferite nel sec. IX nella basilica di Sant'Agnese. Paolo V nel 1615 ordinò un'artistica cassa d'argento, in cui fece racchiudere i corpi delle due sante e che fu collocata sotto l'altare maggiore.
Altre chiese in Roma hanno conservato il ricordo della martire: S. Agnese a Piazza Navona, dove le fu dedicato un altare nel 1123; San Pietro in Vincoli, dove sarebbe conservata la testa; S. Maria in Campitelli, dove si mostra un suo dito. Recentemente le è stata intitolata una nuova grande parrocchia nel quartiere Nomentano. In Spagna, in Germania, a Bruxelles, si pretende di avere sue reliquie.
Secondo le Vies des Saints (cit. in bibl.), in Francia, nella regione dell'Anjou, nel sec. XII, esisteva una cappella a lei dedicata che il re Luigi XI dotò di alcune sue reliquie nel 1472.
Poiché tardive leggende complicarono il martirio di Emerenziana raccontando che le era stato squarciato il ventre, ella fu invocata, specialmente in Francia, contro il mal di ventre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Emerenziana, pregate per noi.


*Beato Giovanni Infante - Mercedario (23 gennaio)

Nel secondo viaggio di Cristoforo Colombo sarebbero stati presenti tre padri Mercedari, fra i quali il Beato Giovanni Infante con il Beato Giovanni Solorzano ed il Venerabile Giorgio di Siviglia.
Per primo nell’America Meridionale il Beato Giovanni Infante offrì, con grande fede, l’ostia immacolata, il calice della benedizione e l’incruento sacrificio a Dio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni Infante, pregate per noi.


*Sant'Ildefonso (Idelfonso) da Toledo - Vescovo (23 gennaio)

Toledo (Spagna), 607 - Toledo, 23 gennaio 667
Molto devoto a Maria, su cui scrisse un celebre trattato, e significativo esponente della Spagna del suo tempo, Ildefonso era discendente di una potente famiglia romana.
Anche sotto i Visigoti avrebbe potuto far carriera, ma si fece monaco e divenne diacono. Fu eletto abate del monastero dei Santi Cosma e Damiano, nei pressi di Toledo.
Quando il vescovo morì, nel 657, l'uomo di lettere e preghiera, cinquantenne, divenne anche uomo di governo ecclesiale nella diocesi della capitale del regno visigoto.
Si districò tra difficili questioni interne e tenne testa alle pretese del re Recesvinto, che si era mosso personalmente per convincerlo a lasciare il cenobio e accettare l'elezione.
Ha lasciato libri di liturgia e l'opera «De viris illustribus», una sorta di continuazione dell'enciclopedia di sant'Isidoro di Siviglia (di cui secondo la tradizione sarebbe stato allievo). Il 15 agosto del 660 la vergine gli apparve nel presbiterio della cattedrale, lodandolo e consegnandogli una preziosa veste.
Morì a Toledo, di cui è patrono, nel 667. (Avvenire)
Etimologia: Ildefonso = pronto alla battaglia, dal tedesco
Emblema:  Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Toledo in Spagna, Sant’Ildefonso, vescovo, che, monaco e priore di un cenobio, fu  eletto all’episcopato, scrisse numerosi libri con stile assai raffinato, compose celebri preghiere liturgiche e venerò con mirabile zelo e devozione la beata e sempre Vergine Maria Madre di Dio.
La sua famiglia, già potente sotto i Romani, lo rimane anche sotto i Visigoti, e gli prepara una
carriera adeguata. Ma Ildefonso scappa di casa, rifugiandosi nel monastero dei santi Cosma e Damiano, vicino a Toledo. Non ha in mente la carriera. Si fa monaco, arriva al diaconato e qui si ferma.
Gli va bene così. Ma i confratelli lo eleggono ugualmente abate nella loro comunità, perché ha tutto: pietà, cultura, energia, un parlare attraente. Ed è anche uno scrittore di grande efficacia.
Ma sui cinquant’anni deve lasciare il monastero: è morto Eugenio II, il vescovo di Toledo, e al suo posto si vuole lui, Ildefonso.
Per convincerlo si muove il re visigoto in persona, Recesvinto. Così, nel 657, eccolo vescovo di quella che al tempo è la capitale del regno.
Ora non ha più molto tempo da dedicare ai libri, impegnato com’è a scrivere tante lettere, e non proprio allegre.
Abbiamo di lui pagine angosciate sugli scandali ad opera di certi cristiani influenti e falsi, sui conflitti duri con il re, che pure lo stima; e su tanti ecclesiastici che troppo s’immischiano negli affari di Stato.
Era davvero meglio il monastero: pregare con gli altri, studiare, scrivere... Ildefonso ci ha lasciato opere di dottrina e di morale, trattati sulla Madre di Gesù, inni liturgici.
E anche l’opera divulgativa De viris illustribus (“Degli uomini illustri”) che è un po’ una continuazione delle Etimologie di Isidoro di Siviglia (ca. 570-636), la grande “enciclopedia” di tutto l’Alto Medioevo.
Ildefonso non può vivere senza insegnare, convinto anche lui (come san Braulio, vescovo di Saragozza) che il sapere "è un dono comune, non privato", e che perciò deve essere distribuito a tutti.
Colpisce i fedeli la sua devozione mariana, suscitando anche racconti di fatti prodigiosi.
Come quando, al momento di una celebrazione solenne, apparve in chiesa la Madonna, porgendo a Ildefonso l’abito liturgico (la pianeta) per il rito.
Dopo la morte, il suo corpo fu sepolto a Toledo; poi, con l’invasione araba, venne trasferito a Zamora, in Castiglia. I fedeli lo hanno “gridato santo” da subito, collegando sempre il suo nome a quello della Beata Vergine Maria.  
E dieci secoli dopo la sua morte sarà ancora così, nei dipinti dei maestri del siglo de oro (il “secolo d’oro” dell’arte spagnola): El Greco, Velázquez, Murillo, Zurbarán (suo il particolare del dipinto riprodotto qui accanto), con molti altri in tutta Europa, continueranno a raffigurare il vescovo di Toledo accanto alla Madre di Gesù.
Come anche Guido Reni nello stesso periodo, con l’affresco conservato nella basilica di Santa Maria Maggiore in Roma.
La grande arte rifletteva così gli stati d’animo popolari, espressi nel culto spontaneamente tributato a Ildefonso, dai fedeli e dal suo successore Giuliano, che ne scrisse la vita.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ildefonso da Toledo, pregate per noi.


*San Maimbodo (23 gennaio)

Martirologio Romano: A Dampierre nel territorio di Besançon in Burgundia, nell’odierna Francia, San Maimbodo, che, irlandese di origine, fattosi pellegrino ed eremita, si tramanda che sia stato ucciso dai briganti.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Maimbodo, pregate per noi.


*Beata Margherita Molli - Mistica (23 gennaio)

Russi (Ravenna), 8 maggio 1442 – Ravenna, 23 gennaio 1505
Di famiglia benestante, era nata nel castello di Russi, nel ravennate, l'8 maggio 1442. A tre mesi, colpita da una grave malattia, perse la vista e verso i cinque anni cominciò una vita di penitenza, camminando a piedi nudi con qualunque tempo, dormendo sulla terra nuda e digiunando.
A causa della cecità non poté entrare in un Ordine religioso e intraprese una vita di «monaca di casa». Nonostante la sua vita appartata, la sua fama si diffuse nella zona e tante persone ricorrevano a lei in cerca di consigli.
Ebbe il dono della profezia: predisse la battaglia di Ravenna del 1512, il Concilio di Trento (1545-1564) e la vittoria di Lepanto del 1571. Nel 1485, a 43 anni, si recò a Ravenna proseguendo nella sua attività in opere di carità. Per i tanti fedeli che a lei si rivolgevano creò la Confraternita del Buon Gesù.
Morì a Ravenna il 23 gennaio 1505. (Avvenire)
Le notizie sulla Beata Margherita Molli e della sua discepola e parente, Beata Gentile Giusti, sono state riportate nell’edizione del 1535, di una “Vita di due Beatissime Donne, Margarita et Gentile”, compilata su notizie in parte ricevute dalla stessa Gentile Giusti, dal Canonico Regolare Lateranense (Agostiniano), padre Serafino Aceti de’ Porti da Fermo (1496-1540); quindi contemporaneo delle due Beate.
Per completezza di notizie si aggiunge, che di questa edizione non esiste oggi nessun esemplare, ma solo una copia  manoscritta di detta stampa, nell’Archivio arcipretale di Sant' Apollinare in Russi (Ravenna). Successivi studi agiografici, si rifanno a quest’iniziale edizione.
Margherita Molli, figlia dei benestanti Francesco e Giovanna Molli, nacque nel castello di Russi a circa 15 km. da Ravenna, l’8 maggio 1442; purtroppo la sofferenza si affacciò presto nella sua vita, nonostante le ricchezze della famiglia, perché a tre mesi per una grave malattia rimase cieca.
Appena poté, in base alla sua età, cominciò una vita di penitenza e di contemplazione, così inusuale in una bambina, si pensi che prese a camminare a piedi nudi con ogni tempo, già verso i cinque anni; tutti segni di una precoce inclinazione alla santità.
Crebbe nella sua adolescenza e gioventù, perseverando nella penitenza, lasciato ogni bene terreno ai poveri, visse dell’altrui elemosina, infliggendosi digiuni ed asprezze, come il dormire sulla nuda terra. Fin dall’adolescenza emise il voto di verginità; a causa della sua cecità, che peraltro non le impediva di camminare speditamente e senza guida, non poté aspirare di entrare in un Ordine Religioso, pertanto intraprese una vita, che oggi diremmo, di ‘monaca di casa’, come nell’Ottocento ne fiorirono tante.
Benché vivesse appartata, la fama della sua vita santa, si diffuse nel circondario e a lei accorrevano tante persone per ascoltare i suoi consigli per una vita veramente evangelica, consolando gli afflitti, suscitando pentimento nei peccatori.
Ebbe il dono della profezia, come pure quello di operare miracoli; predisse la battaglia di Ravenna del 1512, il Concilio di Trento (1545-1564) e la vittoria di Lepanto del 1571. Veniva da
tutti chiamata “la Madre, la Santa”; radunò nella Pieve di San Pancrazio, distante tre km. dal paese, un gruppo di giovanette per istruirle ed educarle cristianamente.  
Nel 1485 a 43 anni, lasciò Russi e si recò a Ravenna, dove abitò in casa di Lorenzo Orioli, un suo devoto; proseguendo nella sua attività in tante opere di carità, visitando le chiese, ricevendo e guidando tante persone, ammirate ed attirate dal suo eroico esercizio delle virtù cristiane.
Conservò una grande serenità di spirito e rassegnazione, nonostante anche le calunnie di chi non le credeva. Ebbe a cuore, in unione col papa la difesa della cristianità contro i musulmani, nel contempo faceva pregare per l’unione di tutti i cristiani.
Per i numerosi fedeli che a lei accorrevano, creò la Confraternita del Buon Gesù, che poi diventerà dopo la sua morte, per opera del discepolo Girolamo Maluselli, coadiuvato dall’altra discepola Gentile Giusti, la ‘Congregazione dei Preti del Buon Gesù’, la cui opera fu molto attiva a Ravenna e in Romagna, (fu approvata nel 1538 da papa Paolo III e soppressa nel 1651 da papa Innocenzo X).
Margherita Molli morì a Ravenna il 23 gennaio 1505; si racconta che la sua modesta tomba in S. Apollinare Nuovo, diventata meta di tanti devoti, un giorno fu profanata durante l’invasione dei francesi, per cui Lorenzo Orioli, il devoto parente che l’aveva ospitata; con il consenso dei sacerdoti, trafugò il corpo e caricatolo su un asino, lo lasciò libero di andare dove volesse. In piena notte l’asino si fermò vicino alla chiesa di S. Pancrazio di Russi, sotto un grande albero, e lì fu inumato, alla luce di uno sciame di lucciole.
Nel 1659 le sue reliquie furono unite a quelle della beata Gentile Giusti, nella Chiesa del Buon Gesù di Ravenna; dopo altre traslazioni, le reliquie delle due beate riposano nella chiesa arcipretale di S. Apollinare in Russi.
Nel 1537, per disposizione di papa Paolo III, si tenne un processo per i miracoli attribuiti alle due beate. Il culto è di origine popolare e la loro festa si celebra l’ultima domenica di gennaio.  (Autore: Antonio Borrelli)
Gentile di nome e di fatto, viene data in sposa ad un uomo che gentile non è affatto. Figlia di un orafo veronese, si sposa giovanissima con un sarto di Ravenna, tal Giacomo soprannominato Pianella: non tanto per amore, quanto per convenienza, sulla base della quale i genitori (siamo nella seconda metà del Quattrocento) combinavano i matrimoni, spesso all’insaputa dei figli. E il sarto Giacomo era sicuramente un “buon partito”, visto il buon mestiere e la gran clientela che aveva.
Grossolano, poco sensibile e per niente religioso, Giacomo si dimostra l’esatto contrario di Gentile, che per natura è sensibilissima, molto devota e assai delicata. Così il suo non lo si può certo definire un matrimonio felice: maltrattata e derisa dal suo uomo, Gentile avrebbe più di un motivo per mandare all’aria un matrimonio che, di fatto, è basato più che altro sull’interesse. Ad un certo punto c’è addirittura l’abbandono del tetto coniugale, perchè Giacomo se ne va di casa e si trasferisce a Padova, lasciandola sola con due bimbi da allevare.
Dicono abbia fatto le valigie per vergogna, perché, dopo aver denunciato la moglie per stregoneria, il vescovo di Ravenna in persona ha riconosciuto l’assoluta limpidezza, correttezza e religiosità di Gentile. Giacomo torna a casa quando gli fa comodo, parecchi anni dopo, e trova una moglie che nonostante tutto gli è stata fedele, ha allevato i figli (anche se uno è morto giovanissimo), ha continuato a pregare per la sua conversione.
E avviene il miracolo della ritrovata unità familiare, con il cambiamento radicale dello suo stile di vita, grazie all’esempio della moglie che non ha mai cessato di amarlo. Giacomo muore poco dopo e Gentile, specializzatasi in pazienza, sopportazione e fedeltà, continua ad offrire il suo esempio di vedova dedita agli altri.
Sembra che la sua missione specifica sia davvero quella di rendere migliore gli uomini che incontra: ne sa qualcosa Girolamo Maluselli, miscredente e violento, che dopo essersi confidato con lei ed aver ascoltato i suoi consigli, cambia vita e diventa sacerdote. Anche Leone, l’unico figlio rimastole e su cui Gentile riversa il suo affetto perché non segua l’esempio del padre, cambia vita e diventa sacerdote.
Gentile, da parte sua, si ispira al modello di vita che le offre una sua lontana parente, Margherita, cieca e malandata per le aspre penitenze che si infligge. Ha rinunciato a tutti i suoi beni per donarli ai poveri, vive dell’altrui elemosina, prega e insegna il catechismo alle ragazze, è consultata da tutti perché ha il dono della profezia e con il suo esempio richiama i peccatori a conversione.
Le sue preghiere sono particolarmente orientate verso l’unità dei cristiani e fonda la Confraternita del Buon Gesù, che si trasformerà in seguito nella “Congregazione dei Preti del Buon Gesù”.
Margherita Molli muore il 23 gennaio 1505, Gentile Giusti il 28 gennaio 1530, ma ancora oggi, il paese di Russi e la zona di Ravenna riservano l’ultima domenica di gennaio per festeggiare insieme le due cugine, che dopo aver condiviso ideali e progetti di vita cristiana, riposano insieme in un’unica urna, circondate da una vivissima devozione.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Margherita Molli, pregate per noi.


*Santa Messalina di Foligno - Martire (23 gennaio)

Il più antico documento che riferisce alcune scarse notizie su Messalina è la passio di San Feliciano, primo vescovo di Foligno, scritta nella seconda metà del sec. VII o nell'VIII, il cui valore storico è quanto mai dubbio.
Secondo questa passio, Messalina fu educata alla pietà da Feliciano. Quando il vescovo fu messo in prigione dall'imperatore Decio, Messalina lo soccorse e lo visitò nel carcere.
Per questo motivo fu arrestata e percossa dai soldati «iniurata et caesa poenaliter»: tuttavia queste parole non significano necessariamente che subisse il martirio, ma possono spiegarsi come un semplice maltrattamento che i soldati fecero subire alla giovinetta.
Messalina fu venerata a Foligno nei secc. XVI e XVII come martire, quantunque un poeta locale del 1426, mettendo in versi la leggenda di San Feliciano, non la considerasse come martire.
Anzi il poeta non fa alcun accenno ad un culto di Messalina nella sua città: testimonianza questa che dimostra come la venerazione sia sorta posteriormente.
Secondo lacobilli il corpo di Messalina fu ritrovato nel 1599 e collocato nella cattedrale di Foligno nella cappella della Madonna di Loreto.
La festa è celebrata il 23 gennaio.
(Autore: Filippo Caraffa – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Messalina di Foligno, pregate per noi.


*Beato Nikolaus Gross – Martire (23 gennaio)

Nikolaus Gross, un uomo come noi per estrazione e posizione sociale, nato il 30 settembre 1898, figlio di un fabbro di miniera a Niederweningern — vicino alla città di Essen — frequentò dal 1905 al 1912 la scuola elementare cattolica locale.
Dapprima lavorò in un laminatoio e poi come manovale, quindi come minatore in una miniera di carbone dove per cinque anni svolse il suo lavoro in galleria.
Nel poco tempo libero cercò di migliorare la sua istruzione. Nel 1917 entrò a far parte del Gewerkverein christlicher Bergarbeiter, l'associazione sindacale dei minatori cristiani, nel 1918 nel partito Zentrumspartei e nel 1919 divenne membro dell'Antonius Knappenverein (KAB) di Niederwenigern. Già a 22 anni divenne segretario della sezione giovanile dell'associazione sindacale Christliche Bergarbeitergewerkschaft, solo un anno più tardi aiuto redattore della rivista Bergknappe.
La sua ulteriore attività sindacale lo portò a Waldenburg in Slesia e, con una tappa intermedia a Zwickau, di nuovo nella Ruhr a Bottrop.
Nel frattempo aveva sposato Elisabeth Koch di Niederwenigern che nel corso di un felice matrimonio gli donò sette figli.
Amava la sua famiglia più di ogni cosa e fu un padre esemplare, caratterizzato da un profondo senso di responsabilità nell'istruzione e nell'educazione alla fede. La serietà, con cui svolgeva questo compito la apprendiamo proprio dalla sua penna. Infatti scrisse nella sua breve pubblicazione Sieben um einen Tisch (A tavola in sette): «La mia profonda e continua preoccupazione riguarda i sette che devono diventare delle persone capaci, sincere e forti nella fede». Ma pur con tutto il suo amore per la famiglia non cerca rifugio nell'idillio familiare.
Rimane  attento ai problemi sociali, proprio per il senso di responsabilità verso la famiglia. Il lavoro e gli impegni sociali sono per lui il luogo nel quale realizza il suo impegno cristiano. Nella sua pubblicazione di dottrina religiosa nel 1943 scrive: «La maggior parte delle grandi prestazioni nasce dall'adempimento giornaliero del dovere nelle piccole cose quotidiane. E nel far questo il nostro amore va sempre ai poveri e agli ammalati in modo speciale».
All'inizio del 1927 diventa aiuto redattore presso la Westdeutsche Arbeiterzeitung, l'organo del KAB, di cui viene promosso ben presto capo redattore.
Qui può offrire orientamento agli operai cattolici in molte questioni che riguardano la società ed il mondo del lavoro, con questo diventa sempre più chiaro che per lui le sfide politiche contengono un aspetto morale e che i compiti sociali non si possono risolvere senza sforzi spirituali.
Il redattore diventa un apostolo della fede di cui dare testimonianza anche nella stampa. Quando con questa funzione si trasferisce nella Ketteler Haus di Colonia, cioè nel 1929, ha già un chiaro giudizio sul nazionalsocialismo che sta nascendo.
Partendo dal principio del Vescovo Ketteler che la riforma della situazione sociale si può raggiungere solo con una riforma dell'atteggiamento interiore, ravvisa «immaturità politica» e «carenza di discernimento» nei successi dei nazionalsocialisti nella società. Già allora definisce i nazisti come «nemici mortali dello stato odierno».
Come redattore dell'organo del KAB scrive il 14 settembre 1930: «Come lavoratori cattolici rifiutiamo il nazionalsocialismo non solo per motivi politici ed economici, ma in particolare anche per il nostro atteggiamento religioso e culturale in modo chiaro e deciso».
Già alcuni mesi dopo la presa del potere di Hitler nel 1933 il leader del  Deutsche Arbeiterfront, Robert Ley, definì la Westdeutsche Arbeiterzeitung del KAB «nemica dello stato». Nel periodo, successivo Groß cercò di salvare il giornale dalla soppressione senza dover fare dei compromessi nel contenuto. Da allora in poi riuscì a scrivere tra le righe in modo che le persone addentro lo capissero.
Nel novembre del 1938 il giornale dei lavoratori, nel frattempo ribattezzato Kettelerwacht, venne vietato definitivamente. Groß, che aveva dovuto lottare molto per la sua qualifica, non era un grande oratore, ma parlava in modo persuasivo, caloroso e convincente.
Il fatto che Nikolaus Groß si unisse all'opposizione in Germania, derivò dalla sua convinzione nella fede cattolica. Per lui era valido il principio «che si deve obbedire più a Dio che all'uomo. Se ci viene chiesto qualcosa contrario a Dio o alla fede, non solo è nostro dovere morale, ma è anche nostro dovere assoluto rifiutare di obbedire (agli uomini)». Così scriveva Nikolaus Groß nel 1943 riguardo alla dottrina religiosa.  
Sempre più chiaramente si rendeva conto che questa situazione in Germania si sarebbe raggiunta sotto il regime di Hitler.
Le comuni riflessioni vennero fissate da Groß in due annotazioni, che poi caddero nelle mani della Gestapo: Die großen Aufgaben e Ist Deutschland verloren? che contribuirono alla sua condanna.
A partire dal 1940 Groß dovette subire interrogatori e perquisizioni. Dopo che il giornale dell'associazione venne vietato pubblicò una serie di brevi scritti che avevano lo scopo di fortificare nei lavoratori la coscienza nella fede e nei valori etici.
La risposta ai motivi che spingevano uomini come Nikolaus Groß la troviamo nelle memorie del noto padre spirituale di tanti uomini, il prelato Caspar Schulte di Paderborn, che dice: «Nei miei molti colloqui, soprattutto con Nikolaus Groß ed il presidente ecclesiastico dell'associazione Otto Müller, ho imparato a conoscere e ad ammirare la grandezza morale di questi uomini». Non sono andati a morire casualmente. Hanno seguito  la loro strada anche pronti ad affrontare una morte dolorosa per il bene della libertà.
Il giorno prima dell'attentato dissi a Nikolaus Groß: «Signor Groß, non si dimentichi che ha sette figli. Io non ho la responsabilità di una famiglia. Si tratta della sua vita».
E Groß mi diede una risposta degna della sua vera grandezza spirituale: «Se oggi non ci impegniamo con la vita, come vogliamo superare la nostra prova davanti a Dio e al nostro popolo?». Nel 1943 Groß scrisse in una breve pubblicazione quasi una profezia: «Qualche volta sembra che il cuore mi diventi pesante e che il compito divenga insuperabile se misuro l'imperfezione e l'insufficienza umana alla grandezza dell'impegno e al peso della responsabilità. Se una generazione deve pagare la sua breve vita con il prezzo più alto, la morte, cerchiamo inutilmente la risposta in noi stessi. La troviamo solamente in colui che con la sua mano ci protegge nella vita e nella morte.
Non sappiamo mai quali problemi ci aspettano per la forza ed il vigore delle nostre anime... Le vie degli uomini si snodano nell'oscurità. Ma anche il buio non è senza luce; la speranza e la fede, che sempre ci precedono, attraverso l'oscurità fanno già presagire l'alba. Se sappiamo che la cosa migliore in noi, l'anima, è immortale, allora sappiamo anche che ci rivedremo».
Quale testimonianza di senso del dovere, coscienza della realtà e fiducia nella fede! Segni luminosi per il nostro cammino in un periodo in cui tutti e tre sembrano essere andati perduti. Per Groß la fiducia in Dio era la base che non lo faceva vacillare.
Dopo l'attentato, fallito, del 20 luglio 1944 gli eventi precipitarono. Groß, che non aveva partecipato direttamente alla sua preparazione ed esecuzione, venne arrestato il 12 agosto 1944 verso mezzogiorno a casa sua e portato dapprima nel carcere di Ravensbrück e poi in quello di Tegel a Berlino.
La moglie Elisabeth venne due volte a Berlino a trovarlo.
Essa riferì di chiari segni di torture alle mani e alle braccia. Le lettere dal carcere di Nikolaus Groß testimoniano in modo convincente che per lui la preghiera continua fosse la fonte di forza nella sua posizione difficile e, alla fine, disperata.
Non c'è quasi lettera in cui non si lasci sfuggire l'occasione di chiedere alla moglie e ai figli di pregare continuamente come lui stesso pregava giorno dopo giorno per la sua famiglia.
Nella preghiera si sapeva legato alla famiglia, allo stesso tempo però anche in uno scambio continuo con Dio.
Nelle sue lettere Nikolaus Groß mostra continuamente di credere che il suo destino ed il destino della sua famiglia era nelle manidi Dio.
Il 15 gennaio 1945 venne pronunciata la sentenza di morte da parte del Presidente del tribunale del popolo  Roland Freisler. L'osservazione finale nei verbali ed in realtà l'unica motivazione della sentenza: «Nuotava insieme agli altri nella corrente del tradimento e quindi vi deve anche affogare!». I nazisti non facevano dei martiri. All'impiccato non concessero una tomba: per i fautori di menzogne e di odio c'era solo la brutale eliminazione.
La testimonianza della verità e della fede non si può però estinguere, continua a vivere in coloro che ci hanno preceduto, illuminando il nostro cammino.
Il cappellano del carcere Buchholz, che da un nascondiglio diede la benedizione al condannato a morte per il suo ultimo breve tragitto, riferì poi: «Groß abbassò il capo in silenzio. Il suo viso sembrava già illuminato dallo splendore dal quale stava per venire accolto».
La sepoltura cristiana gli venne negata dal partito al potere e il suo cadavere venne cremato e le ceneri disperse sui campi gelati.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Nikolaus Gross, pregate per noi.


*SS.Severiano e Aquila – Sposi e Martiri (23 gennaio)
Cesarea di Mauritania, III secolo  
Severiano e Aquila, sposi e martiri del III secolo a Cesarea di Mauritania. Furono bruciati vivi in odio alla loro fede cristiana.
Martirologio Romano: A Cesarea di Mauritania, nell’odierna Algeria, Santi martiri Severiano e Aquila, coniugi, che furono bruciati nel fuoco.
I due Santi martiri di Cesarea di Mauritania (Africa Settentrionale) Severiano e Aquila, coniugi cristiani, non sono  da confondere con la coppia di sposi Aquila e Priscilla di Corinto, Santi
collaboratori di San Paolo Apostolo, la cui celebrazione è all’8 luglio e i cui nomi sono inseriti nelle attuali “litanie degli sposi”.
La stranezza fra le due coppie di sposi, è che il nome Aquila si riferisce nella prima alla sposa e nella seconda allo sposo; segno che all’epoca romana veniva usato indifferentemente sia per uomini che per donne.
Il Martirologio Romano, al giorno 23 gennaio, data della loro celebrazione liturgica, dice: “Cesarea in Mauretania, sanctorum martyrum Severiani et Aquilæ, coniugum, qui igne combusti sunt”.
Praticamente solo un rigo, che conferma l’esistenza dei due coniugi a Cesarea di Mauritania nel III secolo e specifica che subirono il martirio venendo bruciati vivi; non aggiunge altro, quindi non si sa la data del martirio e chi fossero in realtà.
Certamente appartengono a quella lunga schiera di martiri per la fede, che testimoniarono il cristianesimo, versando il loro sangue in ogni angolo dell’immenso impero romano, torturati e uccisi con ogni specie di supplizio, dall’essere divorati dalle bestie feroci, all’essere bruciati vivi legati a dei pali.
Altre piccole notizie, come l’identificazione di Severiano quale generoso benefattore della comunità di Cesarea di Mauritania, oppure che i coniugi avessero un figlio di nome Floro, notizie apparse in antichi Martirologi come quelli di Beda e Usuardo, non sono verificabili e quindi prive di fondamento.
I due nomi di Severiano ed Aquila, sono stati portati da altri Santi Martiri dei primi secoli, ben cinque per Severiano e cinque per Aquila (tutti uomini).
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - SS.Severiano e Aquila, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (23 gennaio)
*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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