Santi del 25 gennaio - Istituto Aveta

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Santi del 25 gennaio

Il mio Santo > Santi di Gennaio

*Sant'Agiléo - Martire (25 gennaio)

Martirologio Romano: A Cartagine, nell’odierna Tunisia, ricordo di Sant’Agiléo,  Martire, su cui Sant’Agostino, nel giorno in cui nacque al cielo, tenne un sermone al popolo, nell'omonima basilica.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Agiléo, pregate per noi.


*Sant'Amarino – Martire (25 gennaio)

Martirologio Romano: A Clermont-Ferrand nella regione dell’Aquitania, in Francia, Santi Preietto, vescovo, e Amarino, uomo di Dio, entrambi trucidati dai notabili della città.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Anania di Damasco – Martire  sec. I (25 gennaio)

Etimologia: Anania = che difende, dall'ebraico
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Commemorazione di Sant’Ananía, discepolo del Signore, che battezzò Paolo a Damasco dopo la sua conversione.
Le poche notizie certe sulla vita di Anania sono desunte dal libro degli Atti, 9,10-19; 12,12-16.
In quest'ultimo luogo, che contiene il racconto di Paolo ai Giudei riguardo alla sua conversione, dice l'apostolo: "Un tale Anania, uomo pio secondo la legge, cui rendevano testimonianza tutti gli Ebrei
della città Damasco, venne a trovarmi e, standomi vicino, mi disse: "Saulo, fratello, guarda".
Ed io subito guardai.
Egli disse: "Il Dio dei nostri padri ti ha scelto perché tu conoscessi la sua volontà e vedessi il Giusto ed udissi una parola dalla sua bocca, perché tu sarai teste dinanzi a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito"".
Anania fu, dunque, quel giudeo che, essendo andato a trovare Paolo in casa di Giuda, nella "Strada Dritta", gli restituì la vista con l'imposizione delle mani e lo battezzò.  
Se pensiamo che la conversione di Saulo avvenne nel 34 o, al più tardi, nel 36, dobbiamo concludere che Anania si convertì al cristianesimo alla prima ora, e da tutto il racconto di Paolo si può rilevare che egli era un cospicuo per sonaggio della Chiesa di Damasco, anche se non fu proprio vescovo della città.  
Non esistono prove, infatti, per affermare che già nel 34 gli apostoli avessero consacrato dei vescovi.
Tuttavia, una tardiva tradizione bizantina, annoverando Anania tra i 70 discepoli, ce lo presenta come primo vescovo di Damasco ed evangelizzatore di Eleutheropolis (ora Bet-Djibrin) nella Palestina meridionale, e ci dice che soffrì il martirio, essendo stato prima fustigato e poi lapidato il 10 ottobre del 70 per ordine di Licinio (o Luciano).
Anche il Martirologio Romano attribuisce ad Anania Io stesso genere di martirio.
Diverse tradizioni affermano che Anania fu il giudeo che convertì Izate, figlio del re di Adiabene, Monobazo , o che fu un laico, o un diacono (Ecumenio), o un sacerdote (Sant'Agostino).
La Chiesa latina celebra la festa di Anania al 25 gennaio assieme alla conversione di Paolo, mentre la Chiesa greca, secondo la tradizione orientale, la celebra al 10 ottobre, data del martirio.
A Damasco, presso la porta orientale, esiste una cappella sotterranea, facente parte di una basilica bizantina ora distrutta, che è venerata come la casa di Anania sia dai cristiani che dai musulmani. Dal 1920 in numerose indagini E. de Lorey ha esplorato questa cappella.  
(Autore: Ugo Lattanzi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Antonio Migliorati da Amandola - Religioso (25 gennaio)
Amandola, Ascoli Piceno, 17 gennaio 1355 - Amandola, Ascoli Piceno, 25 gennaio 1450  
Nacque il 17 gennaio 1355 da Simpliciano Migliorati, contadino. La fama di santità di San Nicola da Tolentino (1254-1305) lo spinse ad entrare tra gli agostiniani del paese nativo, dove fu ordinato sacerdote.
Visse circa dodici anni nel convento di Tolentino, quindi fu per qualche tempo a Bari, da dove ai primi del secolo XV fece ritorno ad Amandola (Ascoli Piceno). Qui fu nominato superiore del convento.
La morte, sopravvenne il 25 gennaio 1450. Nel 1453 il suo corpo, tolto dal sepolcro comune dei  frati, fu sistemato in un'arca di legno sopra un altare che si intitolò al suo nome.
Nel 1641 fu posto in un sarcofago di legno, lavorato da Domenico Malpiedi, che nel 1897 fu sostituito da quello di marmo.
Nel 1798 il suo corpo subì il vilipendio dei rivoluzionari francesi.
Fin dalla morte il popolo di Amandola lo ha venerato e ne ha celebrato il "dies natalis".
L'11 luglio 1759 Clemente XIII ascrisse Antonio nel numero dei beati, riconoscendone il culto "ab immemorabili".
La sua memoria liturgica ricorre il 29 gennaio. (Avvenire)
Martirologio Romano: Ad Amandola nelle Marche, Beato Antonio Migliorati, sacerdote dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino.
Nacque il 17 gennaio 1355 da Simpliciano Migliorati, contadino.
La fama di santità di San Nicola da Tolentino (1254-1305) lo spinse ad entrare tra gli Agostiniani del paese nativo, dove fu ordinato sacerdote.

Visse circa dodici anni nel convento di Tolentino, quindi fu per qualche tempo a Bari, da dove ai primi del sec. XV fece ritorno ad Amandola (Ascoli Piceno).
Qui fu nominato superiore del conventino, che fece ampliare e accanto al quale diede inizio alla costruzione di una nuova chiesa, ma la morte, sopravvenuta il 25 gennaio 1450, gli impedì di completarla.
La venerazione che aveva suscitato in vita, per umiltà, spirito d’obbedienza e di mortificazione e per singolare zelo apostolico, non si attenuò con la morte.
Nel 1453 il suo corpo, tolto dal sepolcro comune dei frati, fu sistemato in un'arca di legno sopra un altare che si intitolò al suo nome, mentre i prodigi (persino la resurrezione di morti) si moltiplicavano.
Nel 1641 fu posto in un sarcofago di legno, lavorato da Domenico Malpiedi, che nel 1897 fu sostituito da quello di marmo, che ora si vede nella cappella di recente costruzione.
Nel 1798 la soldataglia rivoluzionaria estrasse dal sarcofago e vilipese il corpo di Antonio, che nel  1899 ebbe cinto il capo da una corona d'oro.
Fin dalla morte il popolo di Amandola lo ha venerato e ne ha celebrato il “dies natalis”.
L' 11 luglio 1759 Clemente XIII ascrisse Antonio nel numero dei Beati, riconoscendone il culto "ab immemorabili", e il 20 aprile 1890 Leone XIII concesse l’indulgenza plenaria ai visitatori del suo santuario.  
(Autore: P. Bruno Silvestrini O.S.A. – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Antonio Migliorati, pregate per noi.


*Beato Antonio Swiadek - Sacerdote e Martire (25 gennaio)

“Beati 108 Martiri Polacchi” - Senza data (Celebrazioni singole) Pobiedziska, Polonia, 27 marzo 1909 – Dachau, Germania, 25 gennaio 1945  
Antoni Swiadek nacque a Pobiedziska, nei pressi di Wielkopolskie in Polonia, il 27 marzo 1909.

Divenne sacerdote dell’arcidiocesi di Gniezno e cappellano dei giovani a Bydgoszcz. Nel luglio del 1942 fu arrestato dai nazisti, che negavano la dignità sia umana che cristiana.
In seguito alle torture subite, morì infine il 25 gennaio 1945 nel campo di concentramento di Dachau, in Baviera.
Papa Giovanni Paolo II il 13 giugno 1999 elevò agli onori degli altari ben 108 vittime della medesima persecuzione nazista, tra le quali il Beato Antonio Swiadek, che viene dunque ora festeggiato nell’anniversario del martirio.
Martirologio Romano: Nel campo di prigionia di Dachau vicino a Monaco di Baviera in Germania, Beato Antonio Świadek, sacerdote e martire, che, in tempo di guerra, difese la fede contro i seguaci di dottrine contrarie a ogni umana e cristiana dignità, ricevendo l’immarcescibile corona.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Antonio Swiadek, pregate per noi.

 

*Beata Arcangela Girlani - Vergine (25 gennaio)

Trino di Monferrato, 1460 - Mantova, 25 gennaio 1494
Eleonora Girlani, nativa di Trino di Monferrato, si chiamò Arcangela quando, con le sorelle Maria e Francesca, prese nel 1477 l'abito carmelitano nel monastero di Parma, di cui fu poi priora.
Più tardi esercitò il medesimo ufficio nel nuovo monastero di Mantova dal 1492 e ivi morì nel 1495.
In un manoscritto leggiamo che la beata si adoperava sommamente perchè essendo denominato il monastero "S. Maria del Paradiso", essa e le consorelle pur vivendo in terra, fossero come assorte in cielo.
Si distinse per la sua speciale devozione alla SS.ma Trinità. Il suo culto liturgico fu approvato da Pio IX nel 1864.
Etimologia: Arcangela = principe degli angeli, dal greco
Emblema: Giglio
Martirologio Romano: A Mantova, Beata Arcangela (Eleonora) Girlani, vergine dell’Ordine delle Carmelitane, priora del convento di Parma e fondatrice del cenobio di Mantova.
Eleonora Girlani nacque nel 1460 a Trino Vercellese, nel Monferrato, durante il marchesato di Guglielmo VIII.
La sua era una famiglia  benestante e distinta.
Incline alle pratiche di pietà fin da fanciulla, diede presto prova di virtù singolari.  
Fu istruita ed educata nel   Monastero di S. Francesco che sorgeva poco distante da casa, in località detta Rocca delle Donne.
Manifestatasi la vocazione religiosa, il padre la fece tornare a casa per un periodo di riflessione.  
Il risultato fu che vivendo a contatto con altre due sorelle, Scolastica e Maria, nacque anche in loro il desiderio di consacrarsi a Cristo.  
I genitori, dopo un primo rifiuto, acconsentirono a patto che entrassero nel convento vicino casa.  
Eleonora però aveva scartato questa opportunità perché la vicinanza della famiglia avrebbe impedito il cammino di perfezione e santità che intendeva seguire.  
Provvidenziale fu la visita in famiglia di un amico carmelitano.  
Con il suo intervento fu scelto il Convento di S. Maria Maddalena da poco fondato a Parma, appartenente alla importante Congregazione Carmelitana Mantovana.  
Eleonora prese l'abito monacale il 25 gennaio 1478 col nome di Arcangenla.
Aveva diciassette anni.
Doti e carismi non passarono inosservati e pochi anni dopo veniva già eletta Priora. Le sue esortazioni, ma ancor più il suo stile di vita, erano di esempio alle consorelle. Tutta la città
conosceva la perfezione con cui le Carmelitane vivevano la propria consacrazione e molti chiedevano loro aiuto sia spirituale che materiale per far fronte alle necessità di quei tempi difficili.
La Beata rimase a Parma per quindici anni, fino a quando si vide in lei la fondatrice ideale del nuovo monastero di  Mantova. Tale era il desiderio di Elisabetta d’Este con l’assenso del Vicario Generale dei Carmelitani Padre Tommaso da Caravaggio.
Lasciare Parma per Madre Arcangela fu doloroso, ne soffrirono le consorelle e tutta la città che ormai la amava e la stimava. Subentrava come priora la sorella Scolastica.
Nel nuovo Cenobio, intitolato alla Madonna col titolo di S. Maria del Paradiso, Madre Arcangela improntò la vita della comunità in modo esemplare e tutti pensarono che il titolo del monastero rispecchiava appieno il modo in cui le monache trascorrevano la loro giornata. Questo era il desidero e la raccomandazione della Madre.
Come in tutte le nuove fondazioni si viveva con molte ristrettezze, abbondava solo la fiducia nella Divina Provvidenza. La Madre, dal canto suo, per la buona riuscita dell’opera, offriva a Dio continue penitenze e digiuni.
Raggiunse uno stato tale di perfezione nella preghiera e nelle pratiche di pietà che spesso andava in estasi. Toccava il breviario solo dopo essersi lavate le mani per rispetto alle verità ivi contenute.
Amava meditare sul mistero del S. Natale e sulla Passione di Cristo; si affidava fiduciosa alla SS. Trinità dando inizio ad ogni azione importante solo dopo averne chiesto l’assistenza. Ebbe il dono della profezia e ottenne dal Signore numerose grazie.
Sebbene giovane, negli ultimi anni di vita soffrì di diverse infermità e di febbri frequenti. Si congedò dalle consorelle, che aveva radunate nella sua cella, raccomandando più delle altre virtù la santa umiltà. Era il bene più prezioso che dovevano trasmettere alle generazioni future: lei avrebbe vegliato su loro dal cielo. Spirò il 25 gennaio 1494, le sue ultime parole furono “Gesù, amore mio!”. Appena morta apparve a Parma alla sorella Scolastica.
In poco più di trenta anni di vita terrena suor Arcangela aveva raggiunto la vetta della santità.
Sepolta nella tomba comune, dopo tre anni ebbe sepoltura distinta. Nel 1782, per ordine di Giuseppe II, il Monastero fu soppresso e il corpo della beata tornò nella natia Trino, presso le Carmelitane. Soppresse anche loro nel 1802 fu traslato nella chiesa dell’Ospedale di S. Lorenzo e qui è tuttora venerato. Il culto fu approvato da Pio IX il 1° ottobre 1864 (memoria liturgica il 25 gennaio).   
Preghiera
Eccomi, innanzi a Voi, Beata Arcangela,
per chiedere il Vostro potente aiuto.
La carità e tenerezza per i peccatori, di cui foste sempre animata,  
mi danno grande fiducia
e Vi prego di concedermi la grazia che Vi domando
se è conforme al divino volere ed al vero bene dell'anima mia.
Volgete, gloriosa Beata, i Vostri occhi pietosi sopra di me,
sostenetemi nelle lotte che mi muovono le passioni,
il mondo e il demonio ed ottenetemi per intercessione Vostra di piamente vivere
e santamente morire.
Amen.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Arcangela Girlani, pregate per noi.


*Sant’Artema – Martire (25 gennaio)

Pozzuoli (NA), III - IV secolo
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: A Pozzuoli in Campania, Sant’Artéma, martire. Qualche decennio prima che San Gennaro, vescovo di Benevento e veneratissimo patrono di Napoli, subisse il martirio a Pozzuoli; in questa città ad Ovest di Napoli, antico centro greco e poi porto romano, nacque e visse la sua breve vita, nel III secolo, il giovane Artema.
Nato da nobili genitori e avviato agli studi letterari, si distingueva per l’acutezza dell’ingegno, al punto che il suo maestro, certo Cathigate, lo nominò capo degli studenti e suo collaboratore.

Il giovane Artema era cristiano e approfittò della sua carica fra gli studenti, per tentare di condurre a Cristo i suoi compagni; ma fu accusato di proselitismo e quindi denunciato al suo maestro e dopo aver sostenuto con lui un’appassionata difesa della fede, venne deferito al prefetto di Pozzuoli (Puteoli).
La conseguenza fu, in quei tempi di persecuzione, la condanna a morte; la sentenza fu eseguita dagli stessi suoi compagni, venne trafitto con gli stili che usavano per scrivere; il martirio avvenne il 25 gennaio di un anno non conosciuto, ma compreso fra la fine del III secolo e l’inizio del IV secolo, il corpo fu sepolto presso Pozzuoli.
È inserito nel catalogo dei martiri sin dal secolo V, come testimoniava la sua figura nei mosaici, ora distrutti, che decoravano la cupola della chiesa di S. Prisco presso Capua.
Fu venerato a Pozzuoli fino al X secolo, dopo un lungo periodo il culto fu ripreso e autorizzato per la diocesi puteolana, dalla Sacra Congregazione dei Riti il 10 luglio 1959; nel duomo di Pozzuoli esiste un bel dipinto di Giovanni Lanfranco, del sec. XVII, che raffigura il suo martirio. La festa liturgica è al 25 gennaio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant’ Artema, pregate per noi.


*San Bretannione - Vescovo di Tomi (25 gennaio)

IV secolo
San Bretannione visse nel IV secolo e fu vescovo di Tomi, odierna Costanza in Romania, sulle rive del Mar Nero. Questo santo pastore si oppose coraggiosamente all’imperatore ariano Valente e si contraddistinse per la sua fedeltà alla retta dottrina.
Martirologio Romano: Commemorazione di San Bretannione, vescovo di Costanza in Scizia, nell’odierna Romania, che, sotto l’imperatore ariano Valente al quale si oppose strenuamente, si distinse in mirabile santità e zelo per la fede cattolica.
San Bretannione (talvolta citato anche come Bretannio o Vetranio) visse nel IV secolo e fu vescovo di Tomi, odierna Costanza in Romania, sulle rive del Mar Nero.
Secondo Sozomeno, durante la campagna condotta contro i  Goti delle regioni danubiane, intorno al 368 l’imperatore
Valente si fermò a Tomi e parlò al popolo raccolto dinnanzi alla cattedrale onde persuaderlo a tradire la fede ortodossa proclamata dal concilio di Nicea.
Pare infatti che questo imperatore si fosse messo in testa di visitare tutte le diocesi dell’impero per convincere  tutti i fedeli ad abbracciare la causa ariana.
Il vescovo Bretannione si mise però a capo del clero e del popolo di Tomi e tutti insieme si allontanarono dalla  chiesa ove Valenta stava svolgendo la sua propaganda in favore dell’eresia.
Per questo gesto il santo pastore fu esiliato, grazie alla protesta dei fedeli ed al timore di sedizione in territorio di confine, l’imperatore fu indotto a revocare la punizione nei confronti del vescovo.
Bretannione inviò a San Basilio di Cesarea il corpo del celebre martire San Saba il Goto, morto in territorio romeno, accompagnandolo con una lettera di fedeli goti volta ad illustrare la “passio” del santo, attribuita ad Ulfila, ma sicuramente redatta dallo stesso Bretannione, e con una lettera personale cui San Basilio rispose per ringraziarlo.
Notizie contraddittorie sono state tramandate circa la sua eventuale partecipazione al concilio Costantinopolitano I, celebrato nel 381: secondo alcune fonti, infatti, Tomi fu infatti rappresentata non da Bretannione ma dal vescovo Geronzio (Terenzio).
Il Cardinal Cesare Baronio, nel compilare il Martyrologium Romanum, pare abbia scelto arbitrariamente la data della commemorazione di San Bretannione, 25 gennaio.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Bretannione, pregate per noi.


*Conversione di San Paolo Apostolo (25 gennaio)

La conversione di Paolo che siamo chiamati a celebrare e a vivere, esprime la potenza della grazia che sovrabbonda dove abbonda il peccato.
La svolta decisiva della sua vita si compie sulla via di Damasco, dive egli scopre il mistero della passione di Cristo che si rinnova nelle sue membra.
Egli stesso perseguitato per Cristo dirà: ‘Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa’.
Questa celebrazione, già presente in Italia nel sec. VIII, entrò nel calendario Romano sul finire del sec. X. Conclude in modo significativo la settimana dell’unità   dei cristiani, ricordando che non c’è vero ecumenismo senza conversione (cfr Conc. Vat. II, Decreto sull’ecumenismo ‘Unitatis redintegratio’, 7). (Mess. Rom.)  
Martirologio Romano: Festa della Conversione di San Paolo Apostolo, al quale, mentre percorreva la via di Damasco spirando ancora minacce e stragi contro i discepoli del Signore, Gesù in persona si manifestò glorioso lungo la strada affinché, colmo di Spirito Santo, annunciasse il Vangelo della salvezza alle genti, patendo molto per il nome di Cristo.
La festa liturgica della "conversiti Sancti Pauli", che appare già nel VI secolo, è propria della Chiesa latina.
Poiché il martirio dell'apostolo delle Genti viene commemorato a giugno, la celebrazione odierna offre l'opportunità di considerare da vicino la poliedrica figura dell'Apostolo per eccellenza, che scrisse di se stesso: "Io ho lavorato più di tutti gli altri apostoli", ma anche: "io sono il minimo fra gli apostoli, un aborto, indegno anche d'essere chiamato apostolo".
Adduce egli stesso le credenziali che gli garantiscono il buon diritto di essere considerato apostolo: egli ha visto il Signore, Cristo Risorto, ed è, perciò, testimone della risurrezione; egli pure è stato inviato direttamente da Cristo, come i Dodici: visione, vocazione, missione, tre requisiti che   egli possiede, per i quali quel miracolo della grazia avvenuto sulla via di Damasco, dove Cristo lo costringe a una incondizionata capitolazione, sicché egli grida: "Signore, che vuoi che io faccia?".  
Nelle parole di Cristo è rivelato il segreto della sua anima: "Ti è duro  ricalcitrare contro il pungolo".
É vero che Saulo cercava "in tutte le sinagoghe di costringere i cristiani con minacce a
bestemmiare", ma egli lo faceva in buona fede  e quando si agisce per amore di Dio, il malinteso non può durare a lungo.
Affiora l'inquietudine, cioè "il pungolo" della grazia, il guizzo della luce di  verità: "Chi sei tu, Signore?"; "Io sono Gesù che tu perseguiti".
Questa mistica irruzione  di Cristo nella vita di Paolo è il crisma del suo apostolato e la scintilla che gli svelerà la mirabile verità della inscindibile unità di Cristo con i credenti.
Questa esperienza di Cristo alle porte di Damasco, che egli paragona con l'esperienza pasquale dei Dodici e con il fulgore della prima luce della creazione, sarà il "leit motiv" della sua predicazione orale e scritta.
Le quattordici lettere che ci sono pervenute, ognuna delle quali mette a nudo la sua anima con rapide accensioni, ci fanno intravedere ilmiracolo della grazia operato sulla via di Damasco, incomprensibile per chi voglia cercarne una spiegazione puramente psicologica, ricorrendo magari all'estasi religiosa o, peggio, all'allucinazione.
S. Paolo trarrà dalla sua esperienza questa consolante conclusione: "Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, dei quali io sono il primo.
Appunto per questo ho trovato misericordia.
In me specialmente ha voluto Gesù Cristo mostrare tutta la sua longanimità, affinché io sia di esempio per coloro che nella fede in Lui otterranno d'ora innanzi la vita eterna".
(Autore: Piero Bargellini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Conversione di San Paolo Apostolo, pregate per noi.


*Santa Dwyn (Dwynwen) - Principessa (25 gennaio)
m. Isola di Llanddwyn, 460 circa
La Santa oggi in questione è principalmente nota con il nome di Dwynwen o la sua abbreviazione in Dwyn, come attesta l’autorevole Biblioteca Sanctorum, ma talvolta è citata come Donwen, Donwenna o Dunwen.
Santa Dwyn visse nel V secolo, figlia di San Brychan di Brecknock (6 aprile), prolifico sovrano gallese che generò  ben 24 figli e figlie, tutti venerati come santi ed assai celebri in particolare nel mondo celtico. L’iconografia è solita infatti rappresentarlo intento a tenere in braccio tutti i suoi bambini con l’ausilio di un grande telo. Della numerosa prole si segnalano in particolare il primogenito San Canog (7 ottobre), morto
martire, il secondogenito San Cledwyn (1° novembre), che ereditò dunque il trono, e la figlia Santa Gladys, andata in sposa a San Gwynllyw.
Ma torniamo ora a Dwynwen, un’altra figlia dell’augusto genitore. Bella e virtuosa ragazza, si innamorò pazzamente di un principe gallese, Maelon Dafodrill, ma l’idea di matrimonio tramontò.
Diverse leggende hanno tentato di trovare una spiegazione a ciò ed una di esse potrebbe essere che Brychan avesse già promesso la figlia in moglie ad un altro principe.
La Santa capì però che la sua chiamata era a dedicare a Dio la sua esistenza intraprendendo la vita religiosa. Tentò allora di separarsi da Maelon, ma questi reagì cambiando drasticamente atteggiamento nei suoi confronti e divenendo insopportabile. Vedendo la sua disperazione, Dwynwen si rifugio nel bosco elevando a Dio ferventi preghiere perché la aiutasse e ponesse fine alle sue miserie.
Si addormentò ed al suo risveglio le era stata somministrata una bevanda dolce che la privò immediatamente delle   attenzioni di Maelon e della tristezza del suo cuore. La medesima bevanda fu data a Maelon, ma su di lui ebbe l’effetto di trasformarlo in una statua di ghiaccio.  
Dwynwen pregò allora nuovamente perché fossero esaudite tre sue richieste: che Maelon fosse liberato dal ghiaccio, che lei non avesse mai più desiderato sposarsi ed infine che tutti gli innamorati con l’aiuto di Dio riuscissero a trovare la felicità attraverso il compimento del loro amore o fossero piuttosto guariti dalle loro passioni.
Una delle massime predilette dalla Santa fu: “Nulla conquista i cuori quanto l’allegria”.
Dio esaudì tutti i suoi sogni ed ella non esitò a votare a Lui l’intera sua esistenza. Fondò allora un convento sull’odierna isola di Llanddwyn, proprio di fronte all’isola di Anglesey (Yns Mon). Vi morì nell’anno 460 circa.
Qui una fontana di acqua fresca chiamata Ffynnon Dwynwen, venne considerata una sorgente santa e divenne ben presto meta di pellegrinaggi. Con il tempo la santa fu anche invocata per la guarigione dei malati e degli animali in pericolo, tradizione sopravvissuta sino ai giorni nostri.
Le rovine della cappella di Llanddwyn, una chiesa Tudor del XVI secolo edificata sul sito di un antico priorato, sono ancora visibili odiernamente.
Il nome di Santa Dwynwen è inoltre richiamato in quello della città di Porthddwyn ed una chiesa è ancora a lei dedicata nella penisola britannica della Cornovaglia.
Santa Dwyn (Dwynwen) è festeggiata al 25 gennaio.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Dwyn, pregate per noi.


*Beata Eleonora d’Aragona - Regina, Mercedaria (25 gennaio)

XIII secolo  
Moglie del famoso Giacomo I°, Re e confondatore con San Pietro Nolasco dell’Ordine Mercedario, la Beata Eleonora d’Aragona, per prima indossò l’abito o lo scapolare della Mercede che portò sempre in pubblico.
Fu esemplare per la professione religiosa e colma di meriti morì a Barcellona.
L’Ordine la festeggia il 25 gennaio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Eleonora d’Aragona, pregate per noi.   


*Beata Emilia Fernàndez Rodrìguez de Cortès - Giovane madre di famiglia, Martire (25 gennaio)
Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati 115 Martiri spagnoli di Almería" Beatificati nel 2017
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)

Tíjola, Spagna, 13 aprile 1914 – Almería, Spagna, 25 gennaio 1939
Emilia Fernández Rodríguez, gitana spagnola, visse nella cittadina di Tíjola, lavorando come fabbricante di canestri. Sposatasi secondo l’usanza del suo popolo con Juan Cortés Cortés, si oppose all’arruolamento forzato del marito tra le fila dell’esercito repubblicano e venne condotta in carcere, benché fosse in stato di avanzata gravidanza. Era già battezzata, ma non sapeva pregare: glielo insegnò una compagna di prigione, spiegandole come affidarsi a Dio tramite la preghiera del Rosario. La sua bambina, Ángeles, nacque mentre Emilia era in cella d’isolamento. Morì per le conseguenze del parto il 25 gennaio 1939, a 24 anni, senz’aver mai denunciato le persone che le avevano trasmesso la fede cristiana. Compresa nel gruppo di 115 martiri della diocesi di Almería, è stata beatificata il 25 marzo 2017 ad Aguadulce, presso Almería.
Non sa né leggere né scrivere ed è una gitana: con lei, il popolo zingaro ha la sua seconda beata, la prima donna, dopo Ceferino Gimenez Malla, elevato agli onori degli altari nel 1997.
Emilia Fernández Rodríguez nasce il 13 aprile 1914 nella cittadina di Tíjola (diocesi di Almería, in Spagna), in una famiglia gitana che si guadagna da vivere onestamente, costruendo canestri; per questo, in un certo senso, potrebbe entrare nel martirologio romano come "Emilia la canestraia".
Non ha tempo per andare a scuola, in compenso si addestra fin da bambina nell’arte dell’intreccio, diventandone abilissima. Un lavoro, in ogni caso, che non le permette di arricchirsi, ragion per cui le sue condizioni economiche sono davvero più che modeste, al limite della povertà.
Battezzata nello stesso giorno della nascita, frequenta regolarmente la chiesa, tuttavia si sposa secondo il costume gitano: una scelta quasi obbligata, per la verità, visto che la chiesa parrocchiale è chiusa da parecchi mesi per evitare profanazioni, nel delicato clima che la Spagna vive nel periodo 1936/1939, con tante persecuzioni contro la Chiesa e una miriade di martiri. Il matrimonio è celebrato tra febbraio e marzo 1938, alla soglia dei suoi 24 anni e i festeggiamenti si protraggono tra balli e canti per una settimana intera, secondo il costume della sua gente.
La luna di miele è però improvvisamente interrotta dalla cartolina precetto, con la quale il suo giovane sposo Juan Cortés Cortés viene arruolato nella guardia repubblicana. Dinamica ed intraprendente, ma soprattutto innamorata, Emilia si reca allora in municipio, per chiedere ingenuamente al sindaco, in nome del recente matrimonio e del suo desiderio di non separarsi così presto dal marito, la dispensa dall’arruolamento, per combattere per di più una guerra civile da cui il popolo gitano si sente completamente estraneo.
Scontata la risposta negativa del sindaco, che semplicemente le ricorda come la diserzione sia punita con l’arresto, che scatterà dal 21 giugno, in caso di mancata presentazione all’ufficio reclutamento. Il che avviene puntualmente per Juan, che, non presentatosi nel giorno stabilito, viene rinchiuso nel
carcere "El Ingenio"; anche Emilia è arrestata, per istigazione alla diserzione e favoreggiamento della latitanza, e portata nel carcere femminile di "Gachas Colorás" per scontare una condanna di sei anni, malgrado sia in evidente stato di gravidanza.
In cella fa vita comune con un gruppo di donne di Azione Cattolica, ricevendo quel conforto e quel sostegno necessaria sopportare, nelle sue condizioni, la carcerazione e la lontananza del marito. È in particolare una certa Dolores del Olmo a prendersi maternamente cura di lei, mentre Emilia, a sua volta, resta affascinata dalla loro delicatezza e dalla loro premura. Attratta dal loro modo di pregare, è soprattutto incuriosita dalla recita comunitaria del rosario, finora a lei sconosciuto.
Tanta è la pazienza delle sue improvvisate catechiste e, insieme, la sua innata intelligenza, da riuscire in fretta ad imparare quelle strane parole latine, al punto che il rosario diventa il suo inseparabile compagno di cella. E lo recita con un fervore e una devozione tali da insospettire i suoi stessi carcerieri, che la sottopongono a torture ed interrogatori senza fine per scoprire da chi lo abbia imparato.
La giovane zingarella, se pur prostrata, non si lascia sfuggire neanche una parola e non rivela il nome delle sue catechiste, neanche quando viene messa in cella di isolamento, che poi è un bugigattolo in cui a malapena una persona può stare sdraiata.
Qui, in completa solitudine, sulla semplice stuoia che le fa da materasso, Emilia partorisce una bimba il 13 gennaio 1939. È ancora Dolores a riuscire a battezzare la piccola di nascosto, dandole il nome di Ángeles, mentre per la mamma le cose non si mettono bene: una copiosa emorragia, contro la quale a nulla serve un tardivo e breve ricovero in ospedale, la porta alla morte dodici giorni dopo il parto.
Il suo cadavere è sepolto in una delle tante fosse comuni di quel periodo, ma il peggior torto è fatto nei confronti della sua piccola creatura, che non viene affidata ai parenti, ma portata in istituto e, come "proprietà dello Stato", data in adozione, senza che a tutt’oggi si sappia che fine abbia fatto.
Autore: Gianpiero Pettiti
Nascita e famiglia

Emilia Fernández Rodríguez nacque a Tíjola, nella provincia e diocesi di Almería, il 13 aprile 1914. Il giorno stesso fu portata al fonte battesimale della locale chiesa di Santa Maria.
I suoi genitori, di etnia rom, si guadagnavano da vivere intrecciando canestri di vimini e le insegnarono, sin da piccola, lo stesso mestiere, tanto che in paese divenne nota come "Emilia la Canastera" ("la canestraia"). Non imparò mai a leggere né a scrivere e condusse una vita tranquilla secondo le usanze del suo popolo, compresa la partecipazione alle funzioni in chiesa.
Il matrimonio
Tra febbraio e marzo 1938, a 24 anni, si sposò con un uomo del suo stesso ceppo, Juan Cortés Cortés. A causa dell’imperversare della guerra civile spagnola e della persecuzione antireligiosa, la chiesa era stata chiusa per evitare profanazioni, così le nozze si svolsero secondo il costume gitano, con balli e canti per una settimana intera.
L’arruolamento forzato del marito
La gioia della coppia venne interrotta quando a Juan venne intimato di arruolarsi nell’esercito repubblicano. Appresa la notizia, Emilia si diresse al Municipio ed espresse vivamente il suo diniego: «Mie Uhté Señoh Arcarde, nusotros semos unoh gitanicoh guenoh, semoh probecicosh pero honraoh, nusotroh no noh metemoh con naide y noh habemoh casao el otro día y no noh queremoh desapartah eluno delotro» («Signor Sindaco, noi siamo gitani buoni, siamo poveri ma onorati, non ci siamo compromessi con nessuno e ci siamo sposati l’altro giorno e non vogliamo separarci l’uno dall’altra»).
La risposta fu di questo tono: «Il 21 giugno del corrente anno 1938, il garzone Juan Cortés Cortés dovrà presentarsi a questi uffici di reclutamento al fine di aggregarsi al Fronte di Guerra per la difesa degli interessi della Repubblica. Nel caso di non comparizione, verrà dichiarata la diserzione e verranno dati gli ordini pertinenti per la sua cattura e il suo incarceramento».
L’arresto di Juan ed Emilia
Venuto il giorno fissato, Juan non si presentò. Per evitargli il servizio militare, Emilia gli mise negli occhi alcune gocce di verderame, così da renderlo temporaneamente cieco. La Guardia Civile, però, scoprì l’inganno: catturò lui per diserzione, ma anche la moglie, che era in stato di avanzata gravidanza, per averlo appoggiato. I due vennero separati: lui nella prigione detta "El Ingenio", lei nel carcere femminile di "Gachas-Colorás".
Emilia entrò in carcere la sera del 21 giugno 1938 e fu rinchiusa insieme a un gruppo di donne cattoliche, che dalle quaranta iniziali passarono a trecento. Nel processo dell’8 luglio venne condannata a sei anni di detenzione.
Imparò a pregare in carcere
Un gruppo di prigioniere, tra le quali alcune religiose e donne di Azione Cattolica, recitavano quotidianamente il Rosario. Incuriosita da quel modo di pregare, Emilia chiese loro d’insegnarglielo: fu una certa Dolores del Olmo a farle da catechista. Benché fosse analfabeta, la gitana aveva un’intelligenza sveglia e imparò presto le nozioni della fede.
La semplicità con cui ella praticava le sue preghiere davanti a tutti destò in poco tempo la preoccupazione della direttrice del carcere. Credendo che fosse la più debole del gruppo, l’interrogò perché riferisse le presunte azioni sovversive cui prendeva parte. Emilia non aprì la sua bocca e non disse mai il nome della sua catechista, pur sapendo che sarebbe andata incontro a ulteriori punizioni.
La nascita di Ángeles e la morte di Emilia
Infatti, in segno di castigo, venne chiusa in cella d’isolamento. Quello fu il luogo dove, alle due del mattino del 13 gennaio 1939, sdraiata su di un pagliericcio, diede alla luce una bambina, priva dell’assistenza necessaria. La piccola venne battezzata col nome di Ángeles, alle cinque del pomeriggio, dalla catechista della madre.
A causa delle condizioni in cui versava, Emilia venne condotta nottetempo in ospedale, salvo essere riportata in cella dopo quattro giorni. Il 25 gennaio, alle 9 del mattino, la giovane madre rese l’anima a Dio, senz’avere mai denunciato le persone che l’avevano portata a dare la vita per la fede. Se fosse vissuta altri tre mesi, avrebbe visto la fine della guerra.
I suoi resti mortali vennero sepolti in una fossa comune. Quanto alla piccola Ángeles, venne portata in orfanotrofio e non si seppe più nulla di lei.
La causa di beatificazione
Emilia Fernández Rodríguez venne inclusa nel gruppo di potenziali martiri della diocesi di Almería, che già contava 93 nomi, ma la sua vicenda, insieme a quelle di altri, venne ritenuta possedere i requisiti per essere valutata come martirio. L’inchiesta diocesana per lei e gli altri martiri aggiuntivi venne celebrata dal 26 febbraio al 9 aprile 1999.
Nel 2009, l’annuale Giornata dei Martiri spagnoli della diocesi di Almería è stata solennizzata nella sua parrocchia, in occasione del settantesimo anniversario dalla sua morte.
Il 14 giugno 2017, ricevendo in udienza il Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che ufficializzava l’uccisione in odio alla fede di Emilia e degli altri 114 martiri.
Sono stati beatificati sabato 25 marzo 2017 al Palazzo delle Esposizioni e dei Congressi di Aguadulce, presso Almería, col rito presieduto dal cardinal Amato come delegato del Santo Padre.
Preghiera (con approvazione ecclesiastica)
Dio Padre misericordioso,
per la forza dello Spirito Santo,
hai concesso alla tua fedele Emilia
di essere testimone di Cristo
fino alla morte.
Per intercessione di Maria,
che la aiutò a superare la prova
del martirio, ascolta, o Signore,
le suppliche di questa figlia
del popolo gitano e di quanti,
come lei, si rivolgono alla Vergine
con la preghiera del Rosario.
Aiutaci anche a trasmettere la fede
alle nuove generazioni.
Per Gesù Cristo, nostro Signore.
Amen.
(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Emilia Fernàndez Rodrìguez de Cortès, pregate per noi.


*Beato Enrico Seuze (Susone) Domenicano (25 gennaio)  
Uberlingen, Germania, 21 marzo 1295 - Ulm, 25 gennaio 1366
Nacque il 21 marzo di un anno tra il 1293 e il 1303 a Costanza e secondo notizie pervenutaci del 1512, ebbe come padre il nobile von Berg commerciante, di sentimenti non religiosi e come madre una Seuse di Uberlingen; Enrico prese il nome della madre. A tredici anni entrò in convento.
Ripresosi da un periodo di fede incerta, divenne famoso per la sua vita penitente, e insieme a Maestro Eckart e a Giovanni Taulero fu uno dei maestri della scuola di spiritualità domenicana «dei mistici renani».
Del suo intimo colloquio con l'«Eterna Sapienza» restano testimonianze nelle sue opere che - come il «Libro della Verità», il «Libro dell'Eterna Sapienza» e l'«Orologio della Sapienza» - hanno lasciato una notevole impronta nella spiritualità cristiana.
Fu instancabile predicatore del Nome di Gesù, che si era impresso sul petto con un ferro rovente.
Morì a Ulma, ma le sue reliquie furono disperse nel XVI secolo dai protestanti. Il suo culto fu confermato da Papa Gregorio XVI nel 1831. (Avv.)
Etimologia:  Enrico = possente in patria, dal tedesco
Martirologio Romano: A Ulm nella Svevia in Germania, Beato Enrico Suso, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che sopportò pazientemente innumerevoli difficoltà e malattie, scrisse un trattato sull’eterna sapienza e predicò con assiduità il dolcissimo nome di Gesù.
Il 16 aprile 1831 Papa Gregorio XVI confermò con decreto, l’approvazione del culto del Beato Enrico Suso (Seuse) da secoli considerato tale dall’Ordine Domenicano, da filosofi, teologi e dalla Chiesa tedesca.
Nacque il 21 marzo di un anno tra il 1293 e il 1303 a Costanza e secondo notizie pervenutaci del 1512, ebbe come padre il nobile Von Berg commerciante, di sentimenti non religiosi e come
madre una Seuse di Uberlingen donna piissima, Enrico prese il nome della madre.
A 13 anni entrò nel monastero dei domenicani di San Nicola sull’ isola di Costanza, dove perfezionò gli studi umanistici e seguì la vita regolare del monastero.
A 18 anni ebbe una visione della Sapienza eterna di cui divenne fervente apostolo, fu chiamato per questo Amandus, cominciò così una vita d’intensa preghiera, penitenza e unione con Dio, volle incidersi sul petto il monogramma IHS quale segno di totale appartenenza a Cristo.
Studiò filosofia in vari conventi e teologia nella casa principale di Colonia dove ebbe occasione di ascoltare “le dolci dottrine del santo Maestro Eckhart”.
Venne coinvolto nel processo per eresia che fu intentato contro Eckhart, fondatore della mistica speculativa tedesca, e dovette discolparsi anche lui davanti ad un capitolo dell’Ordine Domenicano tenutosi ad Anversa nel 1327.
Nel 1330 lasciò le sue pesanti penitenze e l’isolamento e si dedicò allo scrivere e al ministero delle anime, rivelando la sua dottrina e le sue esperienze spirituali.
Si spostò da Costanza alla Svizzera, alla Renania, all’Alsazia; e nel monastero delle domenicane di Toss, trovò in Elisabetta Stagel di Zurigo, una pia e saggia raccoglitrice dei suoi racconti e insegnamenti.
A seguito della lotta fra il papa avignonese Giovanni XXII e Lodovico il Bavaro, una parte dei domenicani lasciò Costanza e con essi Enrico Suso, era ancora esule quando nel 1343 imperversò la carestia e lui come priore dei frati esuli, dovette provvedere al necessario per tutti.
Nel 1348 rientrò a Costanza dove fu gravemente calunniato da una giovane donna, dovette trasferirsi in un altro convento e se pur gli fu riconosciuta la sua innocenza, non tornò più a Costanza.
Dal 1348 a Ulma continuò il suo ministero delle anime, nel 1362-63 redasse l’Exemplar che contiene la gran parte dei suoi scritti in tedesco. Morì il 25 gennaio 1366.
Grande filosofo tedesco, fu il discepolo più fedele del Maestro Eckhart, è considerato il più amabile dei mistici germanici e forse di tutti i mistici, dote che corrispondeva al suo carattere, egli vuole essere compreso dal cuore, Enrico Suso dice che l’altissimo grado di vita spirituale consiste nell’unione con Dio in visione, amore e gaudio   inesprimibile, e compendia così l’unica via che conduce a Dio: deporre la forma creata, formarsi con Cristo, trasformarsi in Dio.
Scrisse il “Libriccino della verità”, il “Libriccino della Sapienza eterna”, l’”Horologium sapientae”, il “Libro delle lettere” con 11 epistole e altre opere ascetiche e religiose.
Fu nei Paesi d’Oltrealpe l’autore più letto prima dell’avvento dell’”Imitazione di Cristo”.
Il beato non fu sepolto nella comune fossa dei frati, ma deposto nella chiesa del convento di Ulma; fino al 1531 davanti alla sua tomba ardeva da secoli una lampada e una lapide attestava il culto a lui dedicato. Tanti santi si sono a lui ispirati nella ricerca della spiritualità eletta; è rappresentato in tantissime opere d’arte di artisti insigni, una sua statua fa parte del gruppo della Madonna del Rosario col Bambino posto sul campanile della Suso-Kirche in Ulma.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Enrico Seuze, pregate per noi.


*Beato Francesco Zirano - Sacerdote francescano, Martire (25 gennaio)
Sassari, 1564 - Algeri, 25 gennaio 1603

Francesco Zirano nacque a Sassari intorno all’anno 1564, in una famiglia di modesti contadini dalla fede genuina. Erano probabilmente quattro fratelli che purtroppo rimasero presto orfani di padre. Profonda era in casa la devozione verso i protomartiri Gavino, Proto e Gianuario e da Sassari partivano annualmente due pellegrinaggi solenni al santuario di Porto Torres, anche a rischio di improvvisi attacchi di corsari a cui la zona era soggetta.
Francesco mantenne sempre forte questa devozione. L'infanzia trascorse normale e in un'epoca in cui
l'analfabetismo era la norma, ricevette una certa istruzione dai frati di S. Maria di Betlem. Aveva una grande devozione per la Madonna, maturò la vocazione e a soli quindici anni seguiva le regole del convento. A ventidue anni fu ordinato sacerdote dall’arcivescovo Alfonso de Lorca. Era presente e ne condivideva la gioia il cugino Francesco Serra, figlio di una sorella della madre, che da poco aveva vestito l’abito. Padre Zirano svolse varie mansioni, in chiesa a contatto con i fedeli o in comunità, a servizio dei confratelli, fino a quando, nel 1590, un avvenimento sconvolse la sua vita. Il cugino fu fatto schiavo dai corsari turchi sbarcati in Sardegna e condotto ad Algeri. Per otto anni padre Zirano, mentre svolgeva scrupolosamente i suoi incarichi, di economo, di questuante e di procuratore del convento, soffriva e pregava per l’infelice cugino. Ad un certo punto giunse all’ardita decisione che sarebbe andato a liberarlo. Occorreva reperire il denaro necessario per il riscatto e in Sardegna erano i Mercedari che questuavano per la liberazione degli schiavi. Il 19 marzo 1599 la richiesta di Francesco venne accolta da Clemente VIII che l’autorizzava per un triennio. In essa si legge l’invito a donare con generosità all'umile frate "di circa trentatrè anni, di bassa statura, occhi neri e barba castana". Padre Zirano percorse tutta l’isola per raccogliere le offerte, dando conforto ai familiari di altri schiavi e impegnandosi per la liberazione di alcuni di essi. Nella primavera del 1602, pieno di trepidazione e di speranza, forte nella fede, partì facendo tappa in Spagna dove ebbe dal Re Filippo III per compagno fra Matteo de Aguirre. A sua insaputa però il frate di Maiorca aveva una missione politica da realizzare, nell’ambito della guerra in atto tra Algeri e il re di Cuco che era sostenuto dagli spagnoli. Resosi conto della difficoltà padre Zirano, travestito da mercante, con un interprete, il 18 agosto partì da Cuco e dopo tre giorni di cammino era sotto le mura di Algeri. La situazione era tesa, si intravedevano le navi spagnole presso l'isola di Ibiza e un bando limitava la libertà dei cristiani. Ultima complicazione fu l'arresto di un rinnegato proveniente da Cuco che portava alcune lettere di fra Matteo a padre Zirano e ad altri cristiani. Le lettere erano in realtà la rinuncia a occuparsi del riscatto degli schiavi, ma padre Zirano restò prudentemente lontano dalla città. Se ne tornò a Cuco portando con sé quattro cristiani liberati nei dintorni di Algeri e, impossibilitato ad agire, divenne aiutante di fra Matteo. Intanto in carcere il cugino faceva coraggio ai compagni di sventura e aveva imparato l'arabo, tra fatiche e umiliazioni. Il conflitto divenne quindi più acuto. Il Re di Cuco conseguì una vittoria e ritenne opportuno comunicarlo al Re di Spagna. Padre Zirano fu incaricato di portare la lettera, ma forse con una manovra premeditata, fu tradito e consegnato al nemico. Gli avvenimenti furono riferiti in seguito da uno schiavo spagnolo. Francesco fu spogliato, percosso, incatenato e condotto ad Algeri il 6 gennaio 1603. In carcere trovò altri cristiani. Padre Zirano era stato scambiato per frate Matteo de Aguirre, venne isolato e stabilito un enorme riscatto. Ricevette la visita del cugino Francesco Serra che purtroppo ebbe il compito di comunicargli la condanna a morte. Il servo di Dio chiese solo un confessore, ma ciò non fu possibile. Confidando in Dio diede testimonianza ai compagni di galera di restare forti nella fede. Tra la prima e la seconda visita del cugino si tentò il suo invio a Costantinopoli, capitale dell'Impero turco da cui dipendeva anche Algeri. Era in partenza una nave inglese e i soldati che presidiavano Algeri avrebbero inviato padre Zirano per rassicurare i turchi che la guerra contro il re di Cuco non aveva intaccato la loro signoria. Il tentativo fallì a causa del consistente riscatto richiesto. Il 24 gennaio venne radunato il Consiglio della città per decidere senza interrogatorio la condanna. Il Gran Consiglio aveva capito che stava condannando non l'odiato ambasciatore spagnolo, fra Matteo, ma il sardo padre Zirano. Non mancò la proposta infame dell’abiura, ma Francesco non avrebbe mai rinnegato il Signore. Trascorse la notte precedente l'esecuzione in preghiera. Un banditore proclamò per le vie della città che il condannato aveva "rubato" quattro schiavi ed era "una spia". L’esecuzione venne atrocemente eseguita il 25 gennaio del 1603. Vestito con una tunica e con una catena al collo, attraversò l’affollata strada centrale di Algeri tra urla e insulti. Francesco pregava ad alta voce recitando il canto biblico dei tre fanciulli, come raccontò un testimone. Fu scorticato vivo e la pelle, imbottita di paglia, fu esposta presso una porta della città. I cristiani si appropriarono di alcuni lembi, custodendoli. Alcuni arrivarono in Italia, in Sicilia venne portata una mano e la pelle di un braccio, come ci informa un testo del 1605. Oggi se ne è persa notizia. Il cugino, che trovò poi la libertà e poté riscattare a sua volta alcuni schiavi cristiani, riuscì in seguito a dare al corpo straziato una sepoltura. La fede di padre Zirano suscitò un’ammirazione commossa e la fama del suo martirio è giunta sino ai nostri giorni.
È stato beatificato il 12 ottobre 2014 a Sassari, con celebrazione presieduta dal Card. Angelo Amato.
Preghiera
Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, vi ringrazio perché avete concesso al sacerdote religioso Francesco Zirano di rendere buona testimonianza di vita evangelica davanti agli uomini e di operare con zelo fino all’effusione del sangue per il riscatto e il conforto dei cristiani tratti in schiavitù. Degnatevi di glorificare la sua eroica fedeltà al vostro regno di grazia e di carità, perché, onorata in virtù del ministero della Chiesa, essa giovi all’incremento della fede cristiana per la salvezza del mondo. E concedete anche a me, per sua intercessione, di vivere sempre in piena conformità all’adorabile disegno del vostro amore. Gloria.

(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Francesco Zirano, pregate per noi.  


*Beato Guardato di Belforte Piceno – Religioso (25 gennaio)

Le notizie su questo Beato mancano di documentazione, come del resto l’Ordine degli Apostolici, cui il Beato Guardato apparteneva.
Non si conoscono il luogo e la data di nascita.
É probabile che Guardato sia nato a Visso, probabilmente dalla nobile famiglia dei Riguardati, originaria di Norcia, intorno al 1360.
Attratto sin da giovinetto dalla vita solitaria e di penitenza, sarebbe stato accolto nel 1375 tra gli Apostolici dallo stesso Vicario Generale dell’Ordine a Recanati.
Mandato a Visso, in questa città avrebbe fondato un convento, con una chiesa (l’attuale chiesa della Concezione).  
La morte sarebbe avvenuta il 25 gennaio 1425 a Belforte del Chienti, mentre Guardato si trovava in viaggio da Visso a Recanati.
Il documento più antico del Beato Guardato è il ritratto eseguito dal Boccati nel 1468, compreso nel polittico esistente nella chiesa parrocchiale di S. Eustachio di Belforte.
L’urna del corpo del Beato Guardato è conservata sotto l’altare della Madonna nella chiesa di Sant' Eustachio.
Papa Leone X concesse l’8 gennaio1514 l’indulgenza a coloro che visitassero la cappella del Beato.
Il quale d’altra parte venne eletto patrono del paese, come risulta dagli Statuti di Belforte.
(Autore: Elisabetta Nardi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Guardato di Belforte Piceno, pregate per noi.


*Beato Manuel Domingo y Sol - Fondatore (25 gennaio)

Tortosa (Spagna), 1° aprile 1836 – 25 gennaio 1909
Nel giorno della Conversione di San Paolo la Chiesa ricorda il Beato spagnolo Manuel Domingo y Sol, fondatore della "Congregazione degli operai diocesani", nota poi come "Fraternità dei sacerdoti operai diocesani del Cuore di Gesù" (contò nella Guerra civile spagnola ben trenta martiri).
Nato a Tortosa nel 1836, prete dal 1860, fu parroco, insegnante di religione e docente in seminario.
In diocesi si dedicò all'apostolato nel mondo del lavoro, in particolare tra i giovani, e alla stampa. Nel 1892 fondò a Roma il Collegio spagnolo di San Giuseppe. Morì nel 1909. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Tortosa in Spagna, Beato Emanuele Domingo y Sol, sacerdote, che fondò della Società dei Sacerdoti Operai Diocesani del Cuore di Gesù per suscitare le vocazioni sacerdotali.
“Chiunque avesse a che fare con lui aveva l’impressione di essere il suo preferito”. Non è un complimento da poco: per tutti e, in particolare, per i sacerdoti, chiamati ad incarnare la bontà e la tenerezza di Gesù verso ogni creatura.  
E questo dicevano quanti avevano la fortuna di incrociare sulla loro strada don Manuel Domingo y Sol, un prete “buono, esemplare e pio, dotato di un buonumore impagabile, con un carattere semplice, sano, da contadino”.
Nato a Tortosa il 1° aprile 1836 e prete a 24 anni, don Manuel è prima viceparroco e successivamente parroco in alcune parrocchie della diocesi. Sa predicare e sa farsi ascoltare, così lo annoverano quasi subito tra i predicatori delle missioni al popolo. Al vescovo però non sfuggono l’intelligenza viva e le capacità di quel giovane prete e lo manda all’università di Valenza per la licenza di teologia; subito dopo lo assegna come confessore di tre conventi di clausura e in più gli chiede di insegnare religione in alcuni collegi. Don Manuel si tuffa in mezzo nell’ambiente giovanile con la forza di un apostolo e il carisma di un profeta.
Questa sua lunga frequentazione dei giovani, di cui è insegnante, consigliere, direttore spirituale, lo porta a constatare la loro sete di Dio e, contemporaneamente, la carenza di “operai” adeguatamente formati per i vari campi di apostolato.
Incredibile a dirsi, questo prete che conquista i giovani e che si lascia “mangiare” da loro, non ha però ancora trovato la sua vera vocazione e ancora sta cercando di sapere cosa il Signore vuole veramente da lui. Lo scopre, in modo del tutto imprevedibile, in una gelida giornata del febbraio 1873, in cui si imbatte in Ramon Valero, un seminarista che sta chiedendo l’elemosina e che abita in una catapecchia da quando il
seminario di Tortosa è stato distrutto dalla Rivoluzione del 1868; Don Manuel viene così a conoscere tutta la miseria in cui vivono questi giovani, desiderosi nonostante tutto di coronare la loro vocazione: senza cibo se non quello che viene loro donato per carità, senza formazione né guida spirituale, senza luce e riscaldamento che sarebbero le condizioni minime per poter studiare di sera. Don Manuel, folgorato da quanto Ramon gli ha fatto intravedere, senza perdere tempo, già sette mesi dopo apre la prima “Casa di san Giuseppe”, le cui porte si aprono per i primi 24 seminaristi poveri. Che tre anni dopo sono già diventati 98 e sei anni dopo sono addirittura più che triplicati.
Quasi senza che lui se ne accorga, il Signore gli ha messo in cuore una grande passione per le vocazioni. “Tanti e buoni sacerdoti” è lo slogan che conia in quegli anni e che dice tutta la sua passione nel far nascere e soprattutto nel formare nuove vocazioni sacerdotali.
La sua pedagogia vocazionale si fonda su quattro pilastri: la selezione dei candidati, il clima formativo che deve avere carattere familiare, la fraternità universale e un’intensa vita spirituale. Quest’ultima, a sua volta, deve saldamente poggiare sull’Eucaristia e deve irradiarsi attraverso la devozione al Sacro Cuore e alla Madonna. Per dare continuità alla sua opera fonda la “Fraternità dei Sacerdoti Operai”, con una spiritualità riparatrice e con il carisma specifico di curare la formazione dei futuri sacerdoti.
Mentre le sue “Case” si moltiplicano, don Manuel fonda a Roma nel 1892 il Collegio Spagnolo, che finora ha formato più di 3000 sacerdoti e che ha dato alla Chiesa oltre 70 vescovi.
Don Manuel muore il 29 gennaio 1909 e nel 1987 Giovanni Paolo II° ha beatificato il “Santo apostolo delle vocazioni”, del quale Tortosa, proprio in questi giorni, ha inaugurato le celebrazioni per il 1° centenario della morte. (Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Il Beato Manuel Domingo y Sol, nacque a Tortosa (Spagna) il 1° aprile 1836, penultimo di dodici figli, ebbe un’educazione in seno alla famiglia e poi con un precettore privato.
A 15 anni entrò nel seminario diocesano di Tortosa, dove fu conosciuto ed apprezzato per le sue belle virtù e  qualità, suscitando l’ammirazione di tutti. Il 9 luglio 1860 venne ordinato sacerdote e subito si dedicò all’insegnamento del catechismo ed alla predicazione.
Altre tappe della sua luminosa vita furono: ben presto venne annoverato fra i missionari diocesani a cui si dedicò con tanta energia; venne nominato parroco di Aldea, in questa funzione profuse tutto il suo zelo pastorale; nel 1862 per desiderio del vescovo, frequentò l’Università di Valencia, dove dopo tre anni, conseguì la licenza in teologia; nel 1864 fu insegnante di religione e nel 1865 professore al seminario.
Nella sua diocesi di Tortosa fu attivista multiforme di apostolato sacerdotale; la gioventù, il catechismo, la stampa e le buone letture, gli operai, la direzione spirituale di molte persone, furono i campi d’azione sociale e pastorale che lo videro impegnato.
Nel 1881 fondò la “Congregazione degli Operai Diocesani” per la direzione dei seminari, con lo scopo di formare i nuovi sacerdoti della Chiesa; poi sarà conosciuta come “Fraternità dei Sacerdoti Operai Diocesani del Cuore di Gesù” e che darà ben trenta martiri alla Chiesa, quasi tutti professori e rettori di seminario, vittime della Guerra Civile di Spagna del 1936-1939.
A Roma fondò nel 1892 il Collegio Spagnolo di S. Giuseppe per la formazione dei giovani chierici connazionali, venuti a Roma per completare gli studi.
Morì a Tortosa il 25 gennaio 1909, rimpianto dai confratelli e circondato dalla fama di santità, per cui furono istruiti i regolari processi, la causa fu introdotta il 12 luglio 1946.
É stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 29 marzo 1987.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Manuel Domingo y Sol, pregate per noi.

 

*Beato Michele de Plagis - Mercedario (25 gennaio)
Nel monastero mercedario di Messina, il Beato Michele de Plagis, rifulse mirabilmente per la castità e carità, dando onore all’Ordine e pieno di doni divini, andò in cielo l’anno 1619.
L’Ordine lo festeggia il 25 gennaio.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Michele de Plagis, pregate per noi.


*San Palemone - Anacoreta in Tebaide (25 gennaio)

Martirologio Romano:
A Tabennési nella Tebaide in Egitto, San Palamóne, anacoreta, dedito alla preghiera e a continue penitenze, e maestro di San Pacomio.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Palemone, pregate per noi.


*San Poppone - Abate (25 gennaio)

Martirologio Romano:
A Marchiennes nelle Fiandre, nel territorio dell’odierna Francia, San Poppone, abate di Stavelot e Malmédy, che diffuse in molti monasteri della Lotaringia l’osservanza cluniacense.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Poppone, pregate per noi.

 

*San Preietto (Proietto) ed Amarino - Martiri (25 gennaio)
Martirologio Romano: A Clermont-Ferrand nella regione dell’Aquitania, in Francia, Santi Preietto, vescovo, e Amarino, uomo di Dio, entrambi trucidati dai notabili della città.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Preietto, pregate per noi.


*Beata Teresa Grillo Michel - Fondatrice (25 gennaio)

Spinetta Marengo, Alessandria, 25 settembre 1855 - Alessandria, 25 gennaio 1944
Fondatrice delle Piccole Suore della Divina Provvidenza.
L'Opera cominciò ad avere case in diversi luoghi del Piemonte, sviluppandosi presto anche nelle regioni del Veneto, della Lombardia, della Liguria, delle Puglie e della Lucania.
Dal 13 giugno 1900 l'Istituto si estese in Brasile e dal 1927, dietro sollecitazione del Beato Don Luigi Orione, fondò case anche in Argentina.
Senza risparmiarsi, Teresa animava e incoraggiava le consorelle con la sua sollecita e carismatica presenza nelle comunità.
Per ben sei volte attraversò l'oceano per raggiungere l'America Latina, dove dietro sua sollecitazione fiorirono numerose fondazioni con asili, orfanotrofi, scuole, ospedali e ricoveri per anziane.
Il sesto viaggio lo fece nel 1928, all'età di 73 anni.
L'8 giugno 1942, la Santa Sede concedeva l'Approvazione Apostolica alla Congregazione delle Piccole Suore della Divina Provvidenza.
La Beata Teresa Grillo si spense ad Alessandria il 25 gennaio 1944 all'età di 88 anni.
Martirologio Romano: Ad Alessandria, Beata Maria Antonia (Teresa) Grillo, religiosa, che, rimasta vedova, provvide misericordiosa alle necessità dei poveri e, venduta ogni sua proprietà, istituì la Congregazione delle Piccole Suore della Divina Provvidenza.
Teresa Grillo nacque a Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria, il 25 settembre 1855.
Quinta e ultima figlia  di Giuseppe, primario dell'Ospedale Civile di Alessandria, e di Maria Antonietta Parvopassu, discendente da antica e illustre famiglia alessandrina, fu battezzata il giorno seguente nella chiesa parrocchiale di Spinetta, ricevendo anche il nome di Maddalena.
Dotata di un temperamento incline alla carità, alimentato anche da un clima familiare ricco di spirito cristiano, il 1° ottobre 1867 ricevette la cresima nella cattedrale di Alessandria e cinque anni dopo, mentre era in collegio, la prima comunione.
Dopo le scuole elementari, frequentate a Torino, dove la madre si era trasferita per seguire gli studi universitari del figlio Francesco, nel 1867, a seguito della morte del padre, fu collocata come alunna interna nel collegio delle Dame Inglesi a Lodi, dove si diplomò all'età di 18 anni.
Lasciato il collegio, tornò ad Alessandria, dove, sempre sotto la guida materna, iniziò a frequentare le famiglie aristocratiche della città.
Fu proprio in questo ambiente che conobbe il futuro marito, il colto e brillante capitano dei Bersaglieri, Giovanni Michel.
Celebrate le nozze il 2 agosto 1877, con il marito si trasferì prima a Caserta, poi ad Acireale, a Catania, a Portici ed infine a Napoli.
Con la morte del marito, stroncato da un'insolazione durante una sfilata a Napoli, il 13 giugno 1891, Teresa sprofondò in una cupa angoscia che rasentò la disperazione.
La ripresa quasi improvvisa, dovuta anche alla lettura della vita del Venerabile Cottolengo e all'aiuto del cugino sacerdote, Mons. Prelli, sfociò nella scelta di abbracciare la causa dei poveri e dei bisognosi.
Teresa cominciò così a spalancare le porte del proprio palazzo ai fanciulli poveri e alle persone abbandonate e bisognose.
Alla fine del 1893, visto che “i poveri aumentano a più non posso e si vorrebbe poter allargare le braccia per  accoglierne tanti sotto le ali della Divina Provvidenza”, vendette palazzo Michel e
acquistò un vecchio edificio di via Faà di Bruno.
Qui diede inizio ai lavori di ristrutturazione e ampliamento, costruendo un piano superiore e comprando alcune casupole vicine.
Sorse, così, il “Piccolo Ricovero della Divina Provvidenza”.
L'opera avviata da Teresa non fu certo priva di avversità che le vennero non solo dalle autorità ma soprattutto dagli amici e familiari.
Proprio nell'incomprensione fu evidente la solidarietà e l'affetto dei poveri, delle persone generose e delle collaboratrici.
Dietro sollecitazione dell'Autorità Ecclesiastica, l'8 gennaio 1899, vestendo l'abito religioso nella cappellina del Piccolo Ricovero, Teresa Grillo, con otto tra le sue collaboratrici, diede vita alla Congregazione delle Piccole Suore della Divina Provvidenza.
Nei restanti 45 anni, la sua prioritaria preoccupazione fu quella di diffondere e consolidare l'Istituto.  
Subito dopo la fondazione, infatti, l'Opera cominciò ad avere case in diversi luoghi del Piemonte, sviluppandosi presto anche nelle regioni del Veneto, della Lombardia, della Liguria, delle Puglie e della Lucania.
Dal 13 giugno 1900 l'Istituto si estese in Brasile e dal 1927, dietro sollecitazione del Beato Don Luigi Orione, fondò case anche in Argentina.
Senza risparmiarsi, Teresa animava e incoraggiava le consorelle con la sua sollecita e carismatica presenza nelle comunità.
Per ben sei volte attraversò l'oceano per raggiungere l'America Latina, dove dietro sua sollecitazione fiorirono numerose fondazioni con asili, orfanotrofi, scuole, ospedali e ricoveri per anziane.
Il sesto viaggio lo fece nel 1928, all'età di 73 anni.
L'8 giugno 1942, la Santa Sede concedeva l'Approvazione Apostolica alla Congregazione delle Piccole Suore della  Divina Provvidenza.
La Beata Teresa Grillo si spense ad Alessandria il 25 gennaio 1944 all'età di 88 anni.
Il suo Istituto contava 25 case in Italia, 19 in Brasile e 7 in Argentina.
Con il Processo Informativo, nel 1953 fu avviata la Causa di Canonizzazione.
Il 6 luglio 1985 il Santo Padre Giovanni Paolo 11, dichiarandola Venerabile, ne ha decretato l'eroicità delle virtù.
Lo spirito della Beata Teresa Grillo verso gli indigenti permane particolarmente nell'opera delle sue consorelle, a cui soleva ripetere: “Continuerò ad invocarvi l'abbondanza dello Spirito che deve distinguere la Piccola Suora della Divina Provvidenza: spirito di confidenza veramente eroica in questa mirabile emanazione della Divina Bontà, poiché noi dobbiamo essere totalmente e in ogni ora alla mercé del Suo provvido aiuto”.
Sua Santità Giovanni Paolo II, in occasione dell'ostensione della Sindone, l'ha beatificata a Torino il 24 maggio 1998. La sua memoria è 25 gennaio.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Teresa Grillo Michel, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (25 gennaio)
*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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