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Santi del 26 gennaio

Il mio Santo > Santi di Gennaio

*Sant'Agostino (Eystein) Erlandsson - Arcivescovo (26 gennaio)

Norvegia, sec. XII – † Nidaros (Norvegia), 1188
Agostino (Eystein) Erlandsson, morto nel  1188, si batté per l'indipendenza della Chiesa norvegese dal potere politico e per la riforma del clero.
Di origini nobili, studiò in Francia e, al ritorno, fu cappellano della regina. Poi arcivescovo di Nidaros, oggi Trondheim.
La diocesi, appena nata, aveva 10 suffraganee (comprese Islanda, Groenlandia, Orcadi e Shetland).
Lotte dinastiche lo costrinsero all'esilio  in Inghilterra, dove scrisse la Vita di Sant'Olaf. Alla fine tornò in patria e vi morì. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Trondheim in Norvegia, Sant’Agostino (Eystein) Erlandssön, Vescovo, che difese tenacemente contro i sovrani la Chiesa a lui affidata e la accrebbe con mirabile premura.
Eystein (Agostino) Erlandssön è conosciuto nella storia medioevale della Norvegia, come un vescovo che si adoperò con zelo per lo sviluppo della Chiesa.
Appartenne ad una famiglia molto stimata e conosciuta della Norvegia del secolo XII, fu cappellano di corte del re Inge “Krokrygg” (= il gobbo), il quale nel 1157, lo nominò arcivescovo di Nídaros, venendo consacrato qualche tempo dopo.
Parte della sua esistenza si svolse all’ombra del trono norvegese di quei tempi; incoronò re il giovanissimo Magnus V, figlio di Erling Stakke, e fu in buoni rapporti con i suoi sostenitori, altrettanto non si può dire dei suoi rapporti con il successore che lo spodestò, re Sverre
Sigurdsson (1151-1202); questo contrasto gli procurò un allontanamento dalla sua patria, per tre anni, finché non si pacificò con il re Sverre.
A questo punto bisogna accennare alla sua funzione di vescovo; sotto il regno dei figli del re Araldo, Sigur Mund, Inge Krokrygg ed Eystein, che governarono in comune, avvenne l’organizzazione della Chiesa norvegese; nel 1152 i suddetti re stipularono un accordo con il Legato pontificio card. Niccolò di Albano, erigendo la sede arcivescovile di Nídaros (odierna Throndhjem) nominando il primo arcivescovo come capo della nuova provincia ecclesiastica; questa facoltà era fino allora dell’arcivescovo di Land.
La preesistente cattedrale di Nídaros, fatta costruire in stile romanico, con una sola navata dal re Olaf Kyrre († 1093); divenne insufficiente per le celebrazioni e volendo la Norvegia averne una  più bella, si fabbricò una navata trasversale, che non era ancora terminata nel 1161.
Quando Eystein Erlandssön ritornò dal suo esilio in Inghilterra nel 1183, si cominciò una completa ricostruzione della chiesa ma in stile gotico; l’imponente opera continuò anche dopo la sua morte, avvenuta nel 1188.
Eystein fu subito venerato come Santo per le virtù della sua vita e per lo zelo che aveva profuso nel difendere i diritti della Chiesa, dalle prepotenze e sopraffazioni dei re e dei feudatari. Il "Martirologio Romano" riporta la sua festa al 26 gennaio, con il nome latinizzato di Agostino.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Agostino Erlandsson, pregate per noi.


*Sant'Alberico di Citeaux - Abate (26 gennaio)

m. 26 gennaio 1108
Fu uno dei fondatori dei Cisterciensi. Fu il successore di san Roberto alla guida di Citeaux.
Etimologia: Alberico = potente elfo, dallo scandinavo
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Cîteaux in Burgundia, nell’odierna Francia, sant’Alberico, abate: tra i primi monaci di Molesme, giunse alla fondazione di Neumünster, che poi, eletto abate, resse, dedicandosi con ogni zelo e impegno alla formazione dei monaci, come vero amante della regola e dei confratelli.
Non abbiamo notizie intorno alla sua nascita e ai primi anni. Ancor giovane, si pose sotto il governo di Roberto di Molesme, che era allora superiore di un gruppo di solitari a Colane, non distante da Tonnerre.
Non prestandosi però il luogo allo sviluppo di una comunità, nel 1075 Roberto, Alberico e gli altri si ritirarono a Molesme, nella diocesi di Langres, dove fondarono un monastero, di cui Roberto
fu abate e Alberico priore.
Ben presto il fervorc degli inizi, per colpa dei lasciti e delle donazioni si trasformò in indisciplina e ribellione, al punto che l'abate, non riuscendo a riportare l'ordine, si allontanò.
Il peso del monastero restò tutto sul priore, che, a sua volta, fiancheggiato dal monaco inglese Stefano Harding, tentò di ristabilire la disciplina. Si ebbe ingiurie e contumelie, carcere e prigione, cosicché fu costretto, come il suo superiore, ad andarsene insieme con Stefano.
Ma le cose non tardarono a comporsi. I monaci, pentiti, riebbero Roberto come abate, A. come priore e Stefano come sottopriore.
L'osservanza rifiorì. Nondimeno i tre santi monaci, desiderosi di maggior solitudine, formularono ed attuarono il progetto di ritirarsi a Citeaux, nella diocesi di Chalons-sur-Saone, per fondarvi un nuovo ordine. L'abbandono di Molesme avvenne nel 1098.  
Li seguirono altri ventuno monaci. L'inizio fu assai penoso, perché occorreva disboscare il terreno per avere terra da seminare e così provvedere al sostentamento della nuova famiglia monastica. Per ordine di Urbano II, a cui i religiosi di Molesme si erano rivolti reclamando il loro abate, San Roberto dovette presto lasciare Citeaux; gli succedette Alberico, che non poté sottrarsi all'unanime voto dei compagni.
Prevedendo la tempesta che si sarebbe scatenata contro il nuovo monastero da parte dei monasteri rilassati, si premurò di chiedere a Pasquale II la protezione apostolica e l'esenzione dall'autorità vescovile e da ogni ingerenza laica, privilegi che il papa accordò con una bolla del 15 ottobre 1100, indirizzata allo stesso Alberico.
Devotissimo alla Madonna, la elesse a Patrona del suo monastero, consacrandolo a Lei, che gli apparve più volte, assicurandolo del grande incremento che avrebbe avuto il suo istituto e della Sua assistenza e protezione. In seguito ad una visione, cambiò l'abito dei suoi religiosi da nero in bianco.
La devozione alla Madonna, di cui i Cistercensi si fecero promotori, ebbe inizio nell'Ordine proprio da S. Alberico.
Chiuse la sua vita il 26 gennaio 1108 con una santa morte. Vecchio e macerato dalle penitenze, dal lavoro e dalle lunghe preghiere notturne, che aggiungeva all'Opus Dei, il suo volto s'illuminò di luce celestiale al Sancta Maria delle litanie dei Santi, rendendo il suo spirito.
Non mancarono miracoli dopo la sua morte, come se ne erano avuti quando era in vita.
Il breviario cistercense, molto restio all'introduzione di feste di Santi e Beati, accettò assai tardi la sua festa; peraltro, fu ritenuto santo fin dal tempo della sua morte e con tale qualifica nominato da tutti quelli che hanno scritto sulle origini cistercensi.    
Nel Menologium Cisterciense dell'Henriquez il 26 gennaio si ha un lungo elogio del santo, di cui parlò il Baronio, nelle note al suo Martirologio, il 29 aprile, giorno della morte di San Roberto, primo abate di Citeaux.
(Autore: Balduino Bedini  Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant' Alberico di Citeaux, pregate per noi.


*Beato Arnaldo de Prades - Mercedario (26 gennaio)

Per una divina chiamata, il Beato Arnaldo de Prades, dalla attività di barbiere cambiò la sua vita diventando Religioso Mercedario.
Grande annunciatore del Vangelo, con le parole e le opere portò molte pecore perdute nel gregge del Signore e liberò dalle mani dei mori 197 schiavi.  
Fu presente alla morte di San Pietro Nolasco.
L’Ordine lo festeggia il 26 gennaio.  
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Arnaldo de Prades, pregate per noi.

 

*Beato Claudio di San Romano - Mercedario (26 gennaio)

Di bell’aspetto e comportamento esemplare, il Beato Claudio di San Romano, si distinse nell’Ordine della Mercede.
Nominato redentore, nell’anno 1320 venne inviato in Marocco, qui riscattò molti prigionieri e per la sua grazia e qualità fu molto onorato dal Re Miramolino.
L’Ordine lo festeggia il 26 gennaio.  
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Claudio di San Romano, pregate per noi.


*Beato Gabriele Maria (Giovanni Stefano) Allegra - Sacerdote francescano (26 gennaio)  
La Punta, Catania, 26 dicembre 1907 - Hong Kong, Cina, 26 gennaio 1976
Fra' Gabriele M. Allegra nasce il 26 dicembre 1907 a San Giovanni La Punta (CT). A 11 anni entra tra i frati. Completati gli studi, si reca a Roma per prepararsi alla vita missionaria in Cina. Qui traduce in cinese la Bibbia, nell'edizione cattolica. Fonda uno Studio Biblico ad Hong Kong ed erige uno Studio Sociologico a Singapore.
Muore il 26 gennaio 1976. Le sue spoglie mortali si venerano nella chiesa di san Biagio in Acireale (CT). In questa città è stato beatificato il 29 settembre 2012.
Il 29 settembre 2012, nella cattedrale di Acireale (Sicilia) è stato beatificato dal Card. Amato, Prefetto delle "Cause dei Santi", per volontà di Papa Benedetto XVI.
Un’altra stella di sacerdote santo si è accesa nel firmamento della Chiesa, una nuova lampada da "mettere sul candelabro" affinché faccia luce a quelli che sono in casa e fuori casa.
I suoi giorni
Non si può narrare in breve la sua esistenza perché è ricca di movimento e di opere più di un romanzo. Solo qualche tratto. Nasce il 26 dicembre 1907 a San Giovanni La Punta (Catania) da umili cattolicissimi genitori.
Primogenito di 8 figli, è battezzato con il nome di Giovanni, il 5 gennaio 1908 e riceve la 1ª Comunione e Cresima il 24 dicembre 1916.
Giovanni Allegra è un tipetto espansivo e gioioso, che fa amicizia con i piccoli e con i grandi, sempre sorridente e amabile. Soprattutto dalla mamma, lettrice assidua del Vangelo e di vite di santi, riceve accurata educazione cristiana. A scuola è il primo della classe come è il primo chierichetto in chiesa dove va a servire la Messa tutti i giorni.
Ha appena 10 ani e già vuole farsi francescano: così il 14 dicembre 1918 entra nel Collegio Serafico di San Biagio in Acireale.
Al termine del ginnasio, con il cuore in festa a S. Vito di Bronte sulle falde dell’Etna, il 13 ottobre 1923, 16enne,veste il saio dei Minori, con il nome nuovo di fra Gabriele Maria. È davvero buono e innamorato di Gesù e della Madonna, tutto raccolto in preghiera e dedito allo studio e all’imitazione di Gesù sulle orme di San Francesco d’Assisi, il Serafico in ardore.
I primi voti, li offre a Dio il 19 ottobre 1924. Si alza dalla professione religiosa, tutto concentrato in Gesù e non ha altro che lo interessa che Lui.
È additato a modello tra confratelli giovani e adulti, in mezzo alla gente. Professione solenne il 25 luglio 1929. Si prepara al sacerdozio santo con studi seri e pietà intensa. Manifesta il desiderio – assecondato dai superiori – di partire presto per la Cina, come missionario. Il 20 luglio 1930 è ordinato sacerdote.
Grande festa in famiglia, al paese natale, quindi a Assisi e La Verna (Arezzo). Il giorno dell’Assunta 1930, in una delle sue prime Messe, ha chiesto alla Madonna di assisterlo nel proposito di tradurre la Bibbia in cinese. Comincia subito gli studi di missiologia e di Sacra Scrittura.
Il 3 luglio 1931 è già in Cina: Henkow, Chamgaka, Heng Yang. Studia il cinese e la Sacra Scrittura a fondo, con passione. Quattro mesi dopo, già esercita il suo apostolato in mezzo al popolo cinese: battezza, confessa, celebra la S. Messa, predica e fa catechismo in cinese, come
se fosse la sua prima lingua.
Nel 1932, a soli 25 anni, è già rettore del Seminario minore di Heng Yng e si dedica alla formazione dei suoi seminaristi, con cuore di padre, ma rimane fedele al suo proposito: tradurre la Bibbia in cinese.
Questo lavoro immane lo inizia il 15 settembre 1935, festa dell’Addolorata: da questo giorno non è più possibile seguire uno per uno studi e articoli su argomenti biblici, i viaggi, i contatti con biblisti, linguisti, esperti di ogni genere, soprattutto con uomini di Dio, per portare a compimento l’impresa. Si reca spesso a Roma e nella Terra di Gesù, per studiare e documentarsi a fondo.
Neppure gli anni di guerra, tra la fine degli anni ’30 e l’inizio degli anni ’40 del secolo scorso, neppure la terribile rivoluzione comunista di Mao che dilaga creando problemi a non finire, riescono a fermare la sua opera.
Persino il Papa Pio XI, il 7 marzo 1938, è informato dal Vicario Apostolico di Heng Yang, riguardo al lavoro di Padre Gabriele Allegra. Pio XI risponde: "Dite a questo Padre che «nihil est impossibile oranti, studenti et laboranti». Nulla è impossibile a chi prega, studia e lavora.
Ditegli che dovrà molto soffrire, ma non si abbatta, lavori con costanza. Io su questa terra non vedrò quest’opera finita, ma dal cielo pregherò per lui".
Sacra Scrittura in cinese
Gli anni successivi alla 2ª guerra mondiale sono densi di opere. Il 21 novembre 1944 ha tradotto tutto l’Antico Testamento e pensa a dare stabilità alla sua opera di biblista a servizio di Gesù, il divino e sommo Esegeta e Maestro, il Redentore unico anche per i cinesi e per ogni popolo della terra. Con alcuni confratelli cinesi, linguisti e teologi, il 2 agosto 1945, Madonna degli Angeli, fonda lo studio Biblico di Pechino.
C’è un grandissimo lavoro di studi e di traduzione, di divulgazione e delle Sacre Pagine, da svolgere nella grande nazione, ma sta per abbattersi su di essa la più grande disgrazia che possa capitare a un popolo: la dittatura comunista, la tirannia senza nome dei senza-Dio. Come avverrà presto nell’ottobre 1949 con la conquista del potere, da parte di Mao e "compagni".
Da Pechino, P. Allegra trasferisce lo studio Biblico e Hong Kong. Il S. Padre Pio XII, dopo averlo ricevuto in udienza, gli assegna un cospicuo sussidio per ampliare l’opera.
Nel 1955, suo XXV di sacerdozio, gli viene conferita la laurea in Sacra Teologia, nel Pontificio Ateneo Antoniano a Roma alla presenza di Eminenti Uomini di Chiesa e di illustri Uomini di stato. P. Allegra, prima di partire per la Cina, si incontra con don Luigi Sturzo (1871-1959), sociologo e politico, che gli dice: "Le idee storte (del comunismo) si combattono con le idee giuste, con la Verità".
Al ritorno in Cina, riprende la traduzione del Nuovo Testamento e fonda uno Studio Sociologico, per far vedere, con la cultura e l’impegno civile, come la Dottrina sociale della Chiesa – il Vangelo di Gesù – risponda in modo adeguato e definitivo come nessun altro, a tutti i problemi dell’uomo e della società e li risolva alla luce di Dio. A Singapore, P. Allegra scrive e pubblica due preziosi trattati di sociologia: "De doctrina sociali christiana" e "Tractatus de Ecclesia et Statu".
Ormai è noto nell’Ordine Minoritico e in tutta la Chiesa. Uno dopo l’altro, in questi anni, escono in cinese i libri del Nuovo Testamento, a cominciare dai Vangeli fino all’Apocalisse. Ma il tempo tra il 1960 e il 1970, e oltre (Concilio e post-concilio) si è fatto tremendamente difficile: tutto viene messo in discussione, come se una "nuova esegesi", una "nuova teologia" una "nuova chiesa" dovessero essere rifondate. Uno scardinamento mai visto.
"Gesù risuoni nel mondo"
P. Gabriele Allegra non si era mai risparmiato: dalla sua ordinazione, senza fermarsi mai un giorno, aveva continuato a studiare, a scrivere, a tradurre la grande Opera di Dio, e nel medesimo tempo aveva guidato le anime, dai giovani seminaristi del suo Ordine, come rettore e padre spirituale, ai confratelli con corsi di studio e la predicazione di esercizi spirituali in Cina, in Corea, in Giappone, quindi in Italia.
"Io sono convinto, - scrive – che se la Sacra Scrittura la si studia come un qualsiasi libro profano, non si potrà mai trovare in essa il Cristo che ne è il Centro… Ci sono degli esegeti moderni che per timore di apparire vecchi e conservatori, seguono come l’ultimo ritrovato della scienza qualsiasi ipotesi e qualsiasi corrente, senza avvertire che esse hanno una vita effimera, senza pensare che ci vuole più coraggio a difendere le posizioni tradizionali, anziché seguire le più recenti opinioni che spesso sono quanto mai cervellotiche" (Ep. 26, p. 110).
Dunque, lucidissimo sul tempo che sta attraversando e capace di difendersi e di difendere le anime: "Oggi, sulla questione dell’aggiornamento c’è una confusione grande e ci vuole lo spiritop del padre San Francesco, il quale seppe riformare la Chiesa per amore a Cristo e alla Chiesa stessa, vivendo in essa come il più umile dei suoi figli.
Oggi, invece, mi pare che i riformatori abbiano carità verso tutti: verso Lutero che vogliono quasi canonizzare, verso i pagani, anche verso Giuda Iscariota e il diavolo, e non sentono per la nostra Santa Madre Chiesa Cattolica che uno spirito di critica" (Ep 5, p. 165).
Con questo stile – Gesù al centro di tutto, la dedizione alla Verità, alla Chiesa Cattolica, unica Chiesa di Cristo, lavorando fino all’ultimo, P. Gabriele Allegra, il 26 gennaio 1976, a Hong Kong, in una disadorna stanzetta d’ospedale, andò incontro a Dio, alla ancor buona età di 68 anni.
"La via maestra" per rinnovare davvero la Chiesa e convertire il mondo a Cristo, unico Salvatore, egli l’aveva indicata nella SS.ma Eucaristia e nella Madonna, senza paura di essere smentito, come lasciò scritto e diverse volte aveva predicato:
"Siano più tremendamente grandi e magnifiche le altre stelle che illuminano il nostro firmamento, il nostro umile pianeta: "la terra, essa sola, è diventata il Tabernacolo dell’Altissimo perché in esso il Verbo si fece carne e continua a abitare sotto gli umili veli eucaristici. Gesù assommò e compendiò nella SS.ma Eucaristia tutte le meraviglie: l’onnipotente liberalità della creazione, la sublime sapienza dell’Incarnazione, l’infinita tenerezza e l’immensa misericordia della Redenzione… Lì c’è realmente Gesù".
E ancora: "Dio, per umiliare l’orgoglio di satana e dei suoi seguaci, che oggi sono legioni e legioni, affidò alla Madre Immacolata il compito di vincere le battaglie del suo Regno… La Chiesa vincerà le potenze dell’inferno e attuerà il Regno di Dio, per mezzo di Maria: l’Immacolata, la Corredentrice" (Ms. XI, 34, pp.1-2).
(Autore: Paolo Risso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Il missionario francescano padre Gabriele Maria Allegra, fu un uomo ‘ecumenico’, quando parlare di ecumenismo per i suoi tempi, faceva arricciare il naso, egli fu soprattutto un ricercatore di tutto ciò che poteva unire, e non di quello che poteva dividere, con i fratelli cristiani separati, presenti anch’essi nel contesto cinese in cui operò.
Giovanni Allegra nacque il 26 dicembre 1907 a S. Giovanni La Punta (Catania), a undici anni entrò nel Collegio Serafico di Acireale e a sedici iniziò il noviziato a Bronte, prendendo il nome di Gabriele Maria.
A 19 anni, nel settembre 1926 venne inviato all’Istituto ‘Antonianum’ di Roma, per frequentare il corso di teologia e per prepararsi a diventare missionario in Cina. Dopo tre anni di studi fu ordinato diacono nel 1929 ed emettendo la professione solenne francescana, infine il 20 luglio 1930 fu ordinato sacerdote.
Quasi due anni dopo, il 31 maggio 1931 partì come missionario per la Cina e fra i suoi propositi c’era quello importante di tradurre la Bibbia in cinese; il 20 luglio 1931 arrivò a Heng Yang e per sette anni diede tutto sé stesso, come direttore del locale seminario.
Già dal 1932, da solo iniziò la traduzione della Bibbia che andò avanti negli anni, con vari perfezionamenti e con alcuni collaboratori continuò tale traduzione, completata infine il 2 agosto 1961 e di cui nel 1968 fu stampata una edizione popolare contenuta in un solo volume.
Nel 1945 istituì a Pechino lo Studio Biblico; nel 1975 pubblicò il ‘Dizionario Biblico’ in cinese, inoltre nel 1963 aveva fondato a Singapore uno Studio Sociologico; gli fu dato il titolo di “Il s. Girolamo della Cina”; morì santamente a Hong Kong il 26 gennaio 1976.
Padre Gabriele Maria Allegra, fu uno dei più grandi attivisti, sia in campo culturale, sia in quello pastorale, la sua opera ha del prodigioso; il suo primo lavoro di scrittura fu una confutazione delle vite su Gesù Cristo, scritte e pubblicate dai protestanti nel 1934-35, presenti anche loro come missionari in Cina, come anche gli anglicani.
Fece parecchie altre traduzioni in cinese; mentre invece tradusse in italiano il più importante e il più difficile poema elegiaco cinese di Chü Jüan: Li Sao (Incontro al dolore). Fu scrittore di diversi opuscoli, di parecchi articoli e recensioni di libri, ma la sua opera non fu soltanto quella di un uomo colto ed erudito, ma anche quella di un santo e grande missionario francescano; svolse un proficuo apostolato, predicando, confessando, assistendo gli ammalati ed i bisognosi di ogni genere, non escluso i lebbrosi, con i quali trascorreva le sue vacanze.
Quando ritornava in Italia per un breve periodo di riposo, veniva invitato dai superiori di Istituti religiosi e da vescovi per tenere conferenze o predicazioni.
Ma la sua opera maggiore, fu la più silenziosa e nascosta, quella del contatto ecumenico con le altre religioni cristiane presenti nel territorio cinese; stimatissimo, tenne rapporti di fraterna amicizia con il vescovo anglicano di Hong Kong e con i numerosi ministri di culto della Chiesa Protestante.
La simpatia, la delicatezza, unita al fascino per la sua grande ed insieme umile cultura biblica, lo fecero diventare un sicuro punto di riferimento per tutti i cristiani della Cina, alla ricerca della verità e impegnati a testimoniarla con operosità.
Ad un suo confratello scrisse: “La prego di non parlare della mia attività con i fratelli separati, perché sono convinto che essa deve essere circondata di silenzio, di amore e di preghiera. Cresce di giorno in giorno e si tratta di un’esperienza commovente e quanto mai dolorosa”.
Il 14 gennaio 1984 è stata introdotta a Hong Kong la causa per la sua beatificazione; il 15 dicembre 1994 vi è stato il decreto sull’eroicità delle virtù e il titolo di venerabile; è stato beatificato in data 29 settembre 2012.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Gabriele Maria Allegra, pregate per noi.

 

*Beato Giuseppe Gabriele del Rosario Brochero - Sacerdote (26 gennaio)  

Santa Rosa de Rio Primero, Argentina, 16 marzo 1840 - Villa Tránsito, Argentina, 26 gennaio 1914
José Gabriel del Rosario Brochero fu un sacerdote dell’Arcidiocesi di Córdoba, in Argentina. Destinato nel 1869 come parroco della cittadina di San Alberto, migliorò la vita dei suoi parrocchiani in tutti i campi, senza trascurare quello spirituale. Fu detto “el cura gaucho” (“il prete gaucho”) perché, come i famosi cavalieri argentini, percorreva chilometri e chilometri a dorso di mula, per farsi vicino a tutti.
Condivise la condizione dei suoi fedeli fino ad arrivare a contrarre la lebbra, per aver bevuto dell’infuso di erba mate con alcuni ammalati. Tornato nel
suo paese natale, fu reclamato indietro dalla sua gente e morì il 26 gennaio 1914, nella città di Villa del Tránsito, che due anni dopo, in suo onore, fu rinominata Villa Cura Brochero.
Fu dichiarato venerabile da Giovanni Paolo II nel 2004. Papa Benedetto XVI in data 20 dicembre 2012 ha riconosciuto un miracolo a lui attribuito. È stato beatificato il 14 settembre 2013 sotto il pontificato di Papa Francesco, suo connazionale.
José Gabriel del Rosario Brochero nacque nei pressi di Santa Rosa de Río Primero (Córdoba, Argentina) probabilmente il 16 de marzo 1840, sebbene sembra che sia stato registrato all’anagrafe un giorno dopo, quando ricevette il Battesimo.
I suoi genitori, Ignacio Brochero e Petrona Dávila, avevano già accolto altri tre figli e in totale ne ebbero dieci; due femmine, tra l’altro, entrarono tra le Figlie di Maria Santissima dell’Orto, fondate dal Gianelli.
Un suo amico, il politico Ramón José Cárcano, scrisse di averlo spesso udito raccontare che la sua preoccupazione costante era il sacerdozio, anche se a lungo fu incerto se intraprenderlo o meno. Un giorno, angosciato da quel pensiero, partecipò a una predica dove si prospettava ciò che la vocazione sacerdotale e quella laicale esigevano. Appena finì di ascoltarlo, il dubbio non lo tormentava più: aveva deciso, senza ripensamenti, di diventare prete.
Così, entrò nel Collegio Seminario «Nuestra Señora de Loreto» il 5 marzo de 1856, a sedici anni.
Il 16 luglio 1862 José Gabriel ricevette la tonsura e i quattro Ordini Minori. Venne ordinato suddiacono il 26 maggio 1866 e diacono il 21 de settembre dello stesso anno. Poco prima, il 26 agosto 1866, aveva aderito al Terz’Ordine Domenicano.
Infine, il 4 novembre 1866, fu ordinato sacerdote dal Vescovo José Vicente Ramírez de Arellano.
Destinato come collaboratore pastorale presso la Cattedrale di Córdoba, si prodigò durante l’epidemia di colera che colpì la città nel 1867 è mieté più di quattromila vite. In qualità di Prefetto agli Studi del Seminario Maggiore, ottenne il titolo di Maestro in filosofia presso l’Università di Córdoba il 12 novembre 1869.
Il 18 novembre 1869, padre José Gabriel venne incaricato della cura d’anime della parrocchia di San Alberto. Il 24 dicembre partì da Córdoba e, dopo tre giorni di viaggio a dorso di mulo, arrivò a destinazione. Si trattava di una parrocchia di poco più di diecimila anime, sparse su quattromilatrecentotrentasei chilometri quadrati, popolata da gauchos, contadini e briganti, dove le comunicazioni erano quasi impossibilitate dalla mancanza di strade e dalla presenza delle Sierras Grandes.
L’anno successivo al suo arrivo, prese ad accompagnare uomini e donne a Córdoba per far compiere loro gli Esercizi Spirituali. Le carovane, che superavano a volte le cinquanta persone, erano spesso sorprese da tormente di neve. Dopo quei giorni di ritiro, molti decidevano di cambiar vita.
Per non affaticarli ulteriormente, padre José Gabriel pensò di fondare una casa per gli Esercizi più vicina, a Villa del Transito (dal 1916, in suo onore, si chiama Villa Cura Brochero), la cui costruzione, supportata dai fedeli, durò dal 1875 al 1877. Ad essa fece seguito, nel 1880, una scuola per le bambine.
Si diede da fare anche nelle sedi politiche e civili: fece costruire strade ed esortò le autorità ad aprire uffici postali e scuole. Tutto per i suoi amati parrocchiani, «abbandonati da tutti, ma non da Dio», come era solito ripetere.
Prima di queste costruzioni, però, faceva venire la predicazione del Vangelo. Portava con sè il necessario per la Messa, accompagnato dalla sua fedele cavalcatura. Nemmeno il freddo o la pioggia lo facevano desistere dal portare i sacramenti agli ammalati: «Altrimenti il diavolo mi ruba un’anima», spiegava.
Alla sua gente rendeva chiara la fede anche con curiosi paragoni: a suo dire, Dio era come i pidocchi perché si attaccava ai poveri e non ai ricchi.
La sua salute, diventata malferma, lo obbligò, dopo trent’anni, a rinunciare al suo incarico. Il 24 aprile 1898 accettò, esclusivamente per motivi di salute, il canonicato della cattedrale di Córdoba, offertogli dal vescovo, e lasciò quindi la parrocchia il 30 maggio. Ma il 25 agosto 1902 venne nuovamente nominato parroco a Villa del Transito, compiendo di nuovo la presa di possesso il 3 ottobre, previa rinuncia del canonicato.
Riprese le sue visite ai parrocchiani, al punto da rischiare la vita: dopo aver condiviso del “mate”, la tipica bevanda argentina, con alcuni lebbrosi, contrasse il loro morbo.
Diventato sordo e praticamente cieco, il 5 febbraio 1908 rinunciò formalmente alla parrocchia; il 30 marzo tornò a Córdoba e andò a vivere, con le sue sorelle, a Santa Rosa de Río Primero, la sua città natale.
Non vi restò per molto: sollecitato dai suoi vecchi parrocchiani, tornò a Villa del Transito nel 1912, preoccupandosi dell’opera che aveva sospeso, ossia l’installazione di una linea ferroviaria. Infine, il 26 gennaio 1914, rese l’anima a Dio. Le sue ultime parole, pronunciate in dialetto, furono: «Ora ho tutto pronto per il viaggio» («Ahora tengo ya los aparejos listos pa’l viaje»).
La fama di santità di padre Brochero, perdurata a distanza di anni, portò alla richiesta di aprire il processo di beatificazione.
Ottenuto il nulla osta da parte della Santa Sede il 17 marzo 1967, il processo ebbe una fase informativa nell’arcidiocesi di Córdoba (dal 6 novembre 1968) e una rogazionale nella diocesi di Cruz del Eje, territorio dove il Servo di Dio era deceduto (dal 6 gennaio 1970 all’8 dicembre 1972). La solenne conclusione di entrambe si svolse il 5 giugno 1974, mentre il decreto sugli scritti giunse il 3 marzo 1979, dopo aver superato i dubbi di alcuni dei censori teologi: ritenevano, infatti, che il suo stile fosse troppo basso e addirittura sgrammaticato. L’opinione finale fu che tale modalità di scrittura non fosse altro che un ulteriore tentativo di presentare il Vangelo con un linguaggio realmente accessibile.
Il 19 aprile 2004 papa Giovanni Paolo II firmò il decreto con cui veniva riconosciuta l’eroicità delle sue virtù.
Quando gli fu raccontato chi era, il Pontefice, stando ai vescovi di Cruz del Eje e Santa Fé, commentò: «Allora padre Brochero sarebbe il Curato d’Ars dell’Argentina».
Nel febbraio 2009 venne avviata a Córdoba un’inchiesta circa un presunto miracolo, avvenuto a un bambino, Nicolas Flores, finito in punto di morte per un incidente stradale subito il 28 settembre 2000; venne dichiarata valida il 7 maggio 2010.
Ottenuto il parere favorevole della commissione medica (7 maggio 2010) e di quella teologica (10 maggio 2011), seguita da una riunione dei periti teologici (7 luglio 2011), mancava solo l’ultimo atto. Il 20 dicembre 2012, infine, pPpa Benedetto XVI ha firmato la dichiarazione con cui il miracolo era ufficialmente riconosciuto, aprendo pertanto la via alla beatificazione. La cerimonia, presieduta dal delegato pontificio, il cardinal Angelo Amato, si è svolta a Villa Cura Brochero il 13 settembre 2013.
Preghiera (tradotta dall’originale spagnolo)
Signore, dal quale proviene ogni dono perfetto,
tu hai disposto che José Gabriel del Rosario
fosse pastore e guida di una porzione della tua Chiesa,
e lo rendesti luminoso per il suo zelo missionario,
la sua predicazione evangelica
e una vita povera e impegnata.
Ti supplichiamo di completare la tua opera,
glorificando il tuo servo con la corona dei Santi.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giuseppe Gabriele del Rosario Brochero, pregate per noi.

 

*Beata Maria de la Dive - Vedova, martire (26 gennaio)

Saint-Crespin-sur-Moine, Francia, 18 maggio 1723 – Angers, Francia, 26 gennaio 1794
Marie de la Dive nacque a Saint-Crespin-sur-Moine, nel dipartimento francese di Maine-et-Loire, il 18
maggio 1723.
Nobildonna, vedova Du Verdier de la Sorinière, fu condannata alla ghigliottina per la sua fedeltà alla Chiesa.
La sentenza fu eseguita il 26 gennaio 1794 presso Angers.
Papa Giovanni Paolo II ha beatificato Marie de la Dive il 19 febbraio 1984 insieme con un gruppo complessivo di 99 martiri della diocesi di Angers, capeggiati dal sacerdote Guglielmo Repin, vittime della medesima persecuzione.  
Martirologio Romano: Ad Angers in Francia, Beata Maria de la Dive, Martire, che, rimasta vedova, durante la rivoluzione francese fu ghigliottinata per la sua fedeltà alla Chiesa.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria de la Dive, pregate per noi.

 

*Beato Michele (Michal) Kozal - Vescovo (26 gennaio)
Nowy Folwark (Polonia), 25 settembre 1893 - Dachau (Germania), 26 gennaio 1943
Nasce nel villaggio di Nowy Folwark, nell'arcidiocesi di Poznam, in Polonia, il 25 settembre 1893 da una povera e numerosa famiglia molto religiosa.  
Dopo il diploma, si iscrive al Seminario di Poznam ma, con lo scoppio della Prima guerra mondiale, è costretto a terminare gli studi in quello di Gniezno.
Nella cattedrale di questa città viene ordinato sacerdote il 23 febbraio del 1918. Nel 1929 diventa rettore del Seminario e, dieci anni più tardi, il 12 giugno 1939, Pio XII lo nomina vescovo ausiliare di Wloclawek.
Il 1° settembre dello stesso anno le truppe naziste invadono la Polonia e il vescovo Kozal diventa un punto di riferimento per la gente.
Protesta energicamente, ma inutilmente, per i suprusi che la Chiesa deve subire e il 7 novembre viene arrestato insieme ad altri sacerdoti.
Nel gennaio del 1940 viene trasferito nell'Istituto Salesiani di Lad agli arresti domiciliari, ma il 3 aprile 1941 è deportato nel campo di concentramento di Inowroclaw e, qualche giorno più tardi, in quello di Dachau.
Ammalatosi di tifo, il 26 gennaio 1943 viene ucciso da un'iniezione letale praticata dai medici del campo. Giovanni Paolo II lo ha beatificato a Varsavia il 14 giugno 1987. (Avvenire)
Emblema: Palma, Mitra, Pastorale  
Martirologio Romano: Presso Monaco di Baviera in Germania, Beato Michele Kozal, vescovo ausiliare di Włocławek e martire: per avere assunto la difesa della fede e della libertà della Chiesa sotto il nefasto regime nazista, con invitta sopportazione rimase relegato per tre anni nel campo di sterminio della prigione di Dachau, finché coronò la vita con il martirio.
Il Beato Michal (Michele) Kozal è uno dei tanti figli della Polonia, che testimoniarono con la loro forte fede, l’identità di cattolici, morendo a migliaia nei famigerati campi di concentramento e di sterminio tedeschi.
Papa Giovanni Paolo II lo ha beatificato a Varsavia il 14 giugno 1987, durante uno dei suoi primi pellegrinaggi nella comune patria la Polonia.
Michele Kozal nacque il 25 settembre 1893 nel piccolo villaggio di Nowy Folwark, parrocchia di Krotoszyn, nell’archidiocesi di Poznan in Polonia.
I suoi genitori si chiamavano Giovanni Kozal e Marianna Placzek, crebbe e fu educato nella numerosa famiglia, che era povera ma molto religiosa. Avendo manifestato esemplarità nelle scuole elementari e una innata predilezione per tutto ciò che era sacro, su consiglio degli insegnanti il 27 aprile 1905, fu iscritto al ginnasio di Krotoszyn, che frequentò per nove anni sempre come "primo della classe".
Durante il ginnasio conobbe l’organizzazione clandestina cattolica “Associazione Tommaso Zen”, che si opponeva alla politica di germanizzazione delle scuole e di cui negli ultimi anni ginnasiali ne divenne anche presidente.
Diplomato nel 1914, Michele Kozal si iscrisse al Seminario ‘Leonium’ di Poznan e i suoi studi furono
influenzati dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, li terminò a Gniezno nella cui cattedrale fu ordinato sacerdote il 23 febbraio 1918.
Negli anni successivi ebbe vari incarichi pastorali in alcune cittadine, i cui nomi sono così difficili per noi a pronunciare e leggere, facendosi apprezzare per il suo zelo e dedizione, completando nel contempo gli studi teologici con ottimi risultati.
Il cardinale Edmondo Dalbor arcivescovo di Gniezno, il 29 settembre 1922 lo nominò prefetto del ginnasio cattolico umanistico femminile di Bydgoszcz e nel 1927 lo nominò padre spirituale del Seminario Maggiore di Gniezno.
La sua opera sacerdotale e di guida spirituale, fu così proficua che il 25 settembre 1929 fu nominato rettore del medesimo Seminario, nonostante che fra tutti i docenti, egli fosse l’unico a non possedere i gradi accademici.
Trascorsero così dieci anni, contrassegnati dalla sua prudente ed esemplare guida verso gli alunni. Papa Pio XII il 12 giugno 1939 lo nominò vescovo ausiliare di Wloclawek con il titolo di vescovo titolare di Lappa; venne consacrato nella cattedrale della città il 13 agosto 1939.
Dopo pochi giorni il 1° settembre, le truppe naziste invasero la Polonia e scoppiò la Seconda Guerra Mondiale, che tanta devastazione e orrori apportò al mondo intero. Mons. Kozal divenne punto di riferimento e di conforto per l’impaurita gente di Wloclawek e nonostante i pressanti inviti delle autorità polacche ad allontanarsi dalla città, egli tenacemente volle rimanere con il suo popolo ed amministrare la diocesi dopo la partenza il 6 settembre, del vescovo mons. Radonski.
Il suo servizio pastorale durò in tutto appena 22 mesi; i tedeschi entrati in città il 14 settembre, diedero inizio ad un sistematico smantellamento dell’attività ecclesiale, le pubblicazioni cattoliche furono soppresse, sequestrati gli edifici appartenenti a chiese ed istituzioni religiose, il clero arrestato.
Di fronte al terrore scatenato dai nazisti, il vescovo Kozal protestò energicamente ma inutilmente presso le autorità d’occupazione, per i soprusi fatti alla Chiesa. Ciò fece scaturire l’ordine di presentarsi alla Gestapo, fra l’altro veniva chiesto che le omelie fossero in lingua tedesca, ma lui non acconsentì e prevedendo un suo prossimo arresto, fece preparare una valigetta con l’indispensabile.
Infatti il 7 novembre 1939 fu arrestato insieme ad altri sacerdoti e rinchiuso nel carcere della città, dove subì anche la cella d’isolamento e sevizie. Il 16 gennaio 1940 fu trasferito con altri seminaristi e sacerdoti nell’Istituto dei Salesiani a Lad agli arresti domiciliari, da dove poté segretamente avere contatti con la diocesi e riorganizzare il Seminario.
Dalle sue finestre, poté vedere il passare delle folle dei deportati, perciò non si fece illusioni sulla sua sorte; anzi decise di offrire la sua vita a Dio per la salvezza della Chiesa e della sua amata Polonia.
Mentre altri ecclesiastici venivano deportati nei diversi campi di concentramento, mons. Michele Kozal fu lasciato a Lad insieme a sette sacerdoti ed un diacono; ma nonostante gli sforzi della Santa Sede per salvarli, il 3 aprile 1941 anch’essi furono deportati nel campo di concentramento di Inowroclaw, dove il vescovo riportò lesioni alle gambe e all’orecchio sinistro, per le torture inflitte loro dai nazisti.
Il 25 aprile del ’41 furono trasferiti nel famigerato campo di Dachau, al vescovo Kozal fu assegnato il numero identificativo 24544; alle sevizie giornaliere che subivano, in particolare i sacerdoti cattolici, si aggiunse un’epidemia di tifo, che colpì un enorme numero di deportati.
Anche mons. Kozal fu colpito dalla malattia in forma grave e il 25 gennaio 1943 fu trasferito insieme a suo cugino padre Ceslao Kozal, nella baracca dei malati denominata ‘Revier’; il giorno seguente venne visitato dai medici e il loro capo gli fece un’iniezione nel braccio destro e dopo qualche minuto mons. Kozal spirò.
La testimonianza del cugino è stata determinante, perché udì dal gruppo dei medici la frase: “Ora gli sarà più facile la via dell’eternità”. Non si sa quale veleno sia stato iniettato; il suo corpo il 30 gennaio 1943 fu incenerito nel forno crematorio di Dachau.
Nella cattedrale di Wloclawek è stata posta nel 1954 una lapide monumentale, che ricorda il martirio del vescovo Michele Kozal e di 220 altri sacerdoti della diocesi, morti nel campo di Dachau in Germania. Il giorno della celebrazione liturgica del beato Michele Kozal è il 26 gennaio.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Michele (Michal) Kozal, pregate per noi.


*Santa Paola Romana – Vedova (26 gennaio)

Roma, 5 maggio 347 - Betlemme, 26 gennaio 406
Di ricchissima famiglia dell'alta aristocrazia romana, Paola nasce durante il regno di Costantino II.
A quindici anni sposa Tossozio, un nobile del suo rango. Il suo è un matrimonio felice il cui frutto sono quattro figlie, Blesilla, Paolina, Eustochio e Ruffina, e un figlio, Tossozio. Ma a 32 anni Paola rimane vedova.
Decide allora di aprire la casa accogliendo incontri, riunioni di preghiera e di approfondimento della dottrina cristiana, iniziative per i poveri.  
Nel 382 invita agli incontri il dalmata Girolamo, giunto a Roma insieme a due vescovi d'Oriente. Nel 384 e  Girolamo riparte verso la Terrasanta per dedicarsi all'opera di traduzione in latino delle scritture.
L'anno successivo parte verso l'Oriente anche Paola, accompagnata dalla figlia Eustochio, mentre Paolina, a Roma, si occuperà di Ruffina e Tossozio. Spende le sue ricchezze per creare una casa destinata ai pellegrini, e due monasteri, uno maschile e uno femminile. Paola prende dimora in quello femminile, nel quale si costituisce una comunità sotto la sua guida. Morirà qui a 59 anni. (Avvenire)
Patronato: Vedove
Etimologia: Paola = piccola di statura, dal latino
Martirologio Romano: A Betlemme di Giudea, Santa Paola, vedova: di nobilissima famiglia senatoria, rinunciò al mondo e, distribuite le sue sostanze ai poveri, insieme alla Beata vergine Eustochio, sua figlia, si ritirò presso il presepe del Signore.
Appartiene a una ricchissima famiglia “senatoria”, all’alta aristocrazia romana. Nata durante il lungo regno di Costantino II, a quindici anni le hanno fatto sposare Tossozio, un nobile del suo rango.
Il suo è un matrimonio felice, perché arrivano via via quattro figlie (Blesilla, Paolina, Eustochio e Ruffina), e poi un maschio che viene chiamato Tossozio, come il padre. Ma è anche un matrimonio breve, troppo breve: a 32 anni Paola è, infatti, già vedova.
Continua a dedicarsi alla famiglia, ma anche a impegni religiosi e caritativi. Il suo palazzo accoglie incontri, riunioni di preghiera e di approfondimento della dottrina cristiana, iniziative per i poveri. Però non è un club di dame benefiche: ha piuttosto qualche connotato monastico, e
acquista vivacità quando Paola invita agli incontri il dalmata Girolamo, giunto nel 382 a Roma insieme a due vescovi d’Oriente. In gioventù egli ha studiato a Roma; è stato poi in Germania e ad Aquileia, e per alcuni anni infine è vissuto in Oriente, asceta e studioso insieme. A Roma diventa collaboratore del papa Damaso.
È un divulgatore appassionato degli ideali ascetici, ha una preparazione culturale di raro spessore, e di certo non la nasconde. Così nel clero e nell’aristocrazia si procura amici e nemici ugualmente accesi. Il suo ascendente è forte specialmente nella cerchia di Paola, alla quale comunica la sua passione per le Sacre Scritture. E nel 384 la conforta per un nuovo dolore che l’ha colpita: è morta Blesilla, la sua figlia maggiore.
Nel dicembre dello stesso anno muore il Papa Damaso, e Girolamo riparte verso la Terrasanta per dedicarsi all’opera che stava tanto a cuore a quel Pontefice, e che ora impegnerà lui fino alla morte: dare alla Chiesa le Sacre Scritture in una corretta e completa versione in lingua latina.
L’anno successivo parte verso l’Oriente anche Paola, accompagnata dalla figlia Eustochio, mentre Paolina, a Roma, si occuperà di Ruffina e Tossozio. (E in Roma si riaccendono vecchie calunnie su un suo presunto rapporto amoroso con Girolamo).
Paola percorre dapprima l’Egitto, nei luoghi dove i Padri del deserto hanno voluto ritirarsi, «soli al mondo con Dio». Poi ritorna con la figlia in Palestina, a Betlemme: e qui si ferma per sempre.
Spende le sue ricchezze per creare una casa destinata ai pellegrini, e due monasteri, uno maschile e uno femminile.
Nel primo lavorerà Girolamo fino alla morte (nel 419/420).
Paola prende dimora in quello femminile, nel quale si costituisce una comunità sotto la sua guida. Fra queste mura, «Paola era in grado di volare più in alto di tutte per le sue eccezionali doti» (Palladio, Storia lausiaca).
E qui Paola muore a 59 anni, affidando le cinquanta monache alla figlia Eustochio.  Qui rimarrà per sempre sepolta: «In Betlemme di Giuda», come dice di lei il Martirologio Romano, dove «con la Beata vergine Eustochio sua figlia si rifugiò al presepe del Signore».   
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Paola Romana, pregate per noi.


*Santi Senofonte, Maria e figli - Martiri (26 gennaio)

V secolo
Martirologio Romano:
A Gerusalemme, SS. Senofonte e Maria e i loro figli Giovanni e Arcadio, che, dopo aver rinunciato alla dignità senatoria e a ingenti beni, si tramanda che con pari ardore d’animo abbiano abbracciato nella Città Santa la vita monastica.
La storia di questa famiglia di santi, festeggiata al 26 gennaio, inizia a Costantinopoli nel V secolo.

Csenofonte e Maria, nonostante la loro ricchezza e la loro posizione sociale, si distinguevano per la loro semplicità d'animo e la bontà del cuore. Desiderosi di dare ai loro figli Arcadio e Giovanni una più completa formazione, li mandarono a Beirut in Fenicia.
La Provvidenza volle che, andata distrutta la nave su cui erano in viaggio, i due fratelli furono miracolosamente salvati dalle onde facendoli giungere a riva in luoghi diversi.
Intrapresero dunque la vita monastica ed i genitori, non avendo più notizie, credettero fossero morti. Ormai anziani, Csenofonte e Maria si recarono pellegrini ai luoghi santi di Gerusalemme, ove riincontrarono i loro figli.
Grati al Signore per aver riunito la loro famiglia, anch'essi scelsero di passare il resto dei loro giorni nel silenzio e nel digiuno dell'ascesi.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Senofonte, Maria e figli, pregate per noi.


*San Teògene di Ippona - Martire (26 gennaio)

Martirologio Romano: A Ippona, in Numidia, nell’odierna Algeria, San Teógene, Martire, sul quale Sant’Agostino tenne un sermone.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Teògene di Ippona, pregate per noi.


*San Timoteo - Vescovo (26 gennaio)

sec. I
Timoteo, di padre pagano e di madre ebreo-cristiana, Eunice, fu discepolo e collaboratore di san Paolo e da lui preposto alla comunità ecclesiale di Efeso. I due discepoli (Timoteo e Tito) sono destinatari di tre lettere “pastorali” dell’apostolo, che fanno intravedere i primi lineamenti dei ministeri nella Chiesa. (Mess. Rom.)
Etimologia: Timoteo = colui che onora Dio, dal greco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Memoria dei Santi Timoteo e Tito, vescovi, che, discepoli di San Paolo Apostolo e suoi collaboratori nel ministero, furono l’uno a capo della Chiesa di Efeso, l’altro di quella di Creta; ad essi sono indirizzate le Lettere dalle sapienti raccomandazioni per l’istruzione dei pastori e dei fedeli.
Timoteo viene dall’ebraismo e Tito dal mondo pagano. Lavorano con San Paolo, che li pilota ma non li oscura.
E dà loro "la gloria di un perenne ricordo": così dice Eusebio di Cesarea nella sua Storia ecclesiastica, del IV secolo; e sarà ancora così nel XXI: tutta la Chiesa li onora insieme.
Paolo “arruola” Timoteo a Listra (Asia Minore) nel suo secondo viaggio missionario.
Ma lo conosceva da prima con sua madre e sua nonna, ebree, che si fanno cristiane con lui.
Timoteo resta poi sempre con Paolo, salvo quando lui lo manda in missione nelle chiese che ha fondato, per correggere errori e mettere pace.  
Come fa a Tessalonica, con la sua aria di ragazzo fragile.  
Ma "nessuno disprezzi la tua giovane età", gli scrive Paolo nella prima delle due lettere personali. E ai cristiani di Corinto lo presenta così: "Vi ho mandato Timoteo, mio figlio diletto e fedele nel Signore: vi richiamerà alla memoria le vie che vi ho insegnato".
Dopo la prima carcerazione di Paolo a Roma, Timoteo prende la guida dei disorientati cristiani di Efeso, ai quali l’Apostolo aveva già scritto dalla prigione: "Scompaia da voi ogni maldicenza, ira, clamore, asprezza".
Non sono compiti facili: Paolo lo butta tra ogni sorta di problemi, errori, conflitti, aggravati da avventurieri, falsi profeti, pii confusionari.
Lo manda a lottare; ma si dà pena anche della sua salute: "Smetti di bere soltanto acqua, ma fa’ uso di un po’ di vino, a causa dello stomaco e delle tue frequenti indisposizioni".
Paolo scrive  la seconda lettera a Timoteo stando di nuovo in carcere, in attesa della morte: "Cerca di venire presso di me".
Molti infatti lo hanno abbandonato; il fedele Tito si trova in Dalmazia; il freddo lo fa soffrire, e lui raccomanda a Timoteo: "Portami il mantello che ho lasciato a Troade".
Dopo il martirio di Paolo, Timoteo continua a guidare la chiesa di Efeso fino alla morte, che una tradizione colloca nell’anno 97.
L’ultima notizia di lui ce l’ha data Paolo alla vigilia del martirio.
"Tito è in Dalmazia".
Poi, più nulla.
(Autore: Domenico Agasso -  Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Timoteo, pregate per noi.


*Santi Timoteo e Tito - Vescovi (26 gennaio)

sec. I  
I due Santi di oggi sono i collaboratori più strettii dell’apostolo Paolo. Timoteo era nato a Listra da madre giudea e padre pagano. Si era avvicinato alla comunità cristiana e, poiché aveva una buona conoscenza delle Scritture, godeva di grande stima presso i fratelli.
Quando, verso l’anno 50, passò da Listra, Paolo lo fece circoncidere per rispetto verso i giudei e lo scelse come compagno di viaggio. Con Paolo Timoteo attraversò l’Asia Minore e raggiunse la
Macedonia. Accompagnò poi l’apostolo ad Atene e di lì venne inviato a Tessalonica. Quindi proseguì a sua volta per Corinto e collaborò all’evangelizzazione della città sull’istmo.
Tito era di famiglia greca, ancora pagana, e venne convertito dall’apostolo in uno dei suoi viaggi.
Egli viene inviato in particolare alla comunità di Corinto con lo scopo di riconciliare i cristiani di quella città con l’apostolo. Quando si reca a Gerusalemme per l’incontro con gli apostoli, Paolo porta con sé Timoteo il circonciso insieme con Tito l’incirconciso. Nei suoi due collaboratori egli riunisce simbolicamente gli uomini della legge e gli uomini dalle genti.
Secondo la tradizione Paolo scrisse due lettere a Timoteo e una a Tito quando erano rispettivamente vescovi di Efeso e di Creta.
Sono le uniche due lettere del Nuovo Testamento indirizzate non a comunità, ma a persone. L’apostolo, ormai anziano, si lascia finalmente andare ad annotazioni ricche di affetto verso i suoi due discepoli nella fiducia di aver messo nelle giuste mani l’annuncio del Vangelo del Signore. Secondo Benedetto XVI,Timoteo e Tito «ci insegnano a servire il Vangelo con generosità e a essere i primi nelle opere buone».
Martirologio Romano: Memoria dei Santi Timoteo e Tito, Vescovi, che, discepoli di San Paolo Apostolo e suoi collaboratori nel ministero, furono l’uno a capo della Chiesa di Efeso, l’altro di quella di Creta; ad essi sono indirizzate le Lettere dalle sapienti raccomandazioni per l’istruzione dei pastori e dei fedeli.
Il 26 di gennaio la Chiesa celebra la memoria liturgica di:
San Timoteo, Vescovo
Timoteo, di padre pagano e di madre ebreo-cristiana, Eunice, fu discepolo e collaboratore di San Paolo e da lui preposto alla comunità ecclesiale di Efeso.  
San Tito, Vescovo
Tito, anch’egli compagno di San Paolo nell’attività missionaria, fu posto alla guida della Chiesa di Creta.
I due discepoli sono destinatari di tre lettere “pastorali” dell’apostolo, che fanno intravedere i primi lineamenti dei ministeri nella Chiesa.  
I due Santi sono frutto prezioso della predicazione e dell'opera del grande apostolo delle genti. Paolo li ha  convertiti, se li è allevati con amore cristiano e paterno e ne ha fatto dei fari luminosi e delle guide per l'umanità.
Paolo incontra il giovane Timoteo per la prima volta a Listri; egli è figlio di una ebrea e di un pagano; è stato educato nel culto delle Sacre Scritture. Ascoltando l'apostolo e vedendo le opere straordinarie da lui compiute,
Timoteo si converte e viene battezzato da Paolo che lo prende con sé. Tutta la sua vita di giovane e di uomo sarà associata a quella di Paolo, di cui diventerà figlio, collaboratore, compagno di viaggio, confidente, amico, erede.
Tito è di famiglia greca, ancora pagana, ed è convertito dall'apostolo in uno dei suoi viaggi apostolici; viene ben presto scelto da Paolo come collaboratore, compagno e fratello nell'apostolato.
Attraverso Timoteo e Tito l'apostolo ha potuto incarnare quello che è il centro della sua particolare predicazione: la fede in Cristo libera dalla legge, anche se la salvezza viene dai giudei, dalla stirpe di Davide.
Ciò che fa la vera elezione è una buona coscienza e la fede in Dio realizzata con le opere della
carità. È un concetto ignoto al mondo pagano e ignorato dagli ebrei che fanno dipendere la salvezza dalla circoncisione prescritta da Mosè.
Paolo circoncide il discepolo Timoteo e non circoncide l'altro discepolo Tito, che pure porta con sé a Gerusalemme davanti al Concilio degli apostoli.
Così nei suoi due collaboratori Paolo circoncisione e gli uomini della non-circoncisione; gli uomini della legge e gli uomini della fede.
Paolo ha scritto due Lettere a Timoteo e una a Tito quando questi discepoli erano uno vescovo di Efeso e l'altro di Creta. Sono le uniche Lettere della Scrittura indirizzate a un individuo, con annotazioni molto personali, ricche di ripetizioni e di abbandono, quasi che il vecchio Paolo, mentre istruisce, si confidi e si compiaccia dei giovani rampolli; i quali non l'hanno deluso, fedeli nel servizio, attingendo forza nella grazia che è in Cristo Gesù, rimanendo saldi in quello che avevano imparato e di cui erano convinti, ben sapendo da chi l'avevano appreso.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Timoteo e Tito, pregate per noi.

 

*San Tito - Vescovo (26 gennaio)
Tito, anch’egli compagno di san Paolo nell’attività missionaria, fu posto alla guida della Chiesa di Creta.
I due discepoli (Timoteo e Tito) sono destinatari di tre lettere ‘pastorali’ dell’apostolo, che fanno intravedere i primi lineamenti dei ministeri nella Chiesa. (Mess. Rom.)
Etimologia: Tito = (forse) il difensore, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Memoria dei Santi Timoteo e Tito, vescovi, che, discepoli di San Paolo Apostolo e suoi collaboratori nel ministero, furono l’uno a capo della Chiesa di Efeso, l’altro di quella di Creta; ad essi sono indirizzate le Lettere dalle sapienti raccomandazioni per l’istruzione dei pastori e dei fedeli.
Timoteo viene  dall’ebraismo e Tito dal mondo pagano. Lavorano con san Paolo, che li pilota ma non li oscura.
E dà loro "la gloria di un perenne ricordo": così dice Eusebio di Cesarea nella sua Storia ecclesiastica, del IV secolo; e sarà ancora così nel XXI: tutta la Chiesa li onora insieme.
Da Paolo a Tito: "Questo devi insegnare, raccomandare e rimproverare con tutta autorità".
Ecco l’altro grande evangelizzatore al fianco dell’Apostolo.
Tito è greco, un pagano convertito (forse da Paolo stesso). "Mio compagno e collaboratore", come scrive l’Apostolo nella seconda lettera ai Corinzi.
Compagno di momenti importanti: come la famosa riunione nota come concilio di Gerusalemme, con lo scontro tra nostalgici delle consuetudini rituali ebraiche e le necessità nuove e diverse dell’evangelizzazione nel mondo pagano.
Tito, poi, è anche mediatore persuasivo, ed entusiasma Paolo risolvendo una grave crisi tra lui e i Corinzi.
E lo vediamo efficiente manager, quando dirige e porta a termine la prima grande iniziativa di solidarietà fra le Chiese: la famosa colletta per i poveri di Gerusalemme.
Quando è morto Tito?
Non lo sappiamo.
L’ultima notizia di lui ce l’ha data Paolo alla vigilia del martirio.
"Tito è in Dalmazia".
Poi, più nulla.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Tito, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (26 gennaio)
*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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