Santi del 27 gennaio - Istituto Aveta

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Santi del 27 gennaio

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*Sant’Angela Merici – Vergine e Fondatrice (27 gennaio)

Desenzano sul Garda (Brescia), 21 marzo 1474 – Brescia, 27 gennaio 1540
Angela Merici fondò nel 1535 la Compagnia di Sant'Orsola, congregazione le cui suore sono ovunque note come Orsoline. Le sua idea di aprire scuole per le ragazze era rivoluzionaria per un'epoca in cui l'educazione era privilegio quasi solo maschile. Nata nel 1474 a Desenzano del Garda (Brescia) in una povera famiglia contadina, entrò giovanissima tra le Terziarie francescane. Rimasta orfana di entrambi i genitori a 15 anni, partì per la  Terra Santa. Qui avvenne un fatto insolito.
Giunta per vedere i luoghi di Gesù, rimase colpita da cecità temporanea. Dentro di sé, però, vide una luce e una scala che saliva in cielo, dove la attendevano schiere di fanciulle. Capì allora la sua missione. Tornata in patria, diede vita alla nuova congregazione, le cui prime aderenti vestivano come le altre ragazze di campagna. La regola venne stampata dopo la morte, avvenuta a Brescia il 27 gennaio del 1540. É santa dal 1807.
Etimologia: Angela = messaggero, nunzio, dal greco
Emblema: Giglio  
Martirologio Romano: Sant’Angela Merici, vergine, che dapprima prese l’abito del Terz’Ordine di San Francesco e radunò delle giovani da formare alle opere di carità; quindi, istituì sotto il nome di sant’Orsola un Ordine femminile, cui affidò il compito di cercare la perfezione di vita nel mondo e di educare le adolescenti nelle vie del Signore; infine, a Brescia rese l’anima a Dio.
Sant’Angela Merici visse in quel sofferto e nel contempo magnifico periodo storico, conosciuto come “Rinascimento”; periodo che va dalla fine del XIV a tutto il XVI secolo, e che fu l’inizio della civiltà moderna. E se da un lato vi erano agitazioni e guerre, come quelle dell’imperatore Carlo V (1500-1568), che squassavano l’Europa e che portarono al tristemente famoso ‘Sacco di Roma’ del 6-17 maggio 1527, ad opera dei Lanzichenecchi, soldataglia agli ordini di Carlo V; dall’altro vi era tutto un fiorire di arte, con i più grandi artisti delle varie specialità, come Michelangelo, Raffaello Sanzio, Masaccio, Donatello, Brunelleschi, ecc.
Ma in quel felice periodo, in cui si manifestava l’umanesimo con la necessità della scoperta del mondo e dell’uomo, in seno alla cristianità ci fu un desiderio di riforma interiore e di rinascita, con il sorgere di numerose congregazioni religiose.
Come i Gesuiti nel 1534 ad opera di Sant'Ignazio di Loyola; i Fatebenefratelli fondati nel 1540 da s. Giovanni di Dio; i Somaschi nel 1528 fondati da S. Girolamo Emiliani; i Filippini o Preti dell’Oratorio di San Filippo Neri (1515-1595), ecc. e sfociando, dopo lo sconquasso creato dalla Riforma Protestante di Martin Lutero († 1545), nel grande e basilare Concilio Ecumenico di Trento (1545-1563).
In questo quadro di grande movimento educativo e spirituale, per lo più rivolto però alla formazione della parte maschile della società del tempo, s’inserì l’opera di Angela Merici, che si prefiggeva un impegno particolare per la formazione sistematica delle ragazze; nel campo morale, integrando l’educazione ricevuta nelle famiglie, nel campo spirituale, alimentando quella già ricevuta nei monasteri, ma specialmente in campo intellettuale.
Origini, adolescenza
Angela Merici nacque il 21 marzo 1474 a Desenzano sul Garda (Brescia), allora territorio della Repubblica di Venezia, suo padre Giovanni Merici e la madre, appartenente alla distinta famiglia dei Biancosi di Salò, ricavavano il necessario per il sostentamento della famiglia, che comprendeva oltre Angela, una sorella più grande e sembra uno o più fratelli, dall’allevamento del bestiame e dalla coltivazione di qualche terreno.
Il padre Giovanni, “cittadino bresciano”, alquanto istruito, amava leggere alla moglie ed ai figli i primi libri di devozione stampati a Venezia; probabilmente la “Legenda aurea”, celebre raccolta di vite di santi e martiri, scritta dal domenicano Jacopo da Varazze (1220-1298).
E fu in quelle serate, trascorse ad ascoltare la detta lettura, che Angela conobbe e cominciò ad amare due sante martiri, che divennero i suoi punti di riferimento, santa Caterina d’Alessandria e sant’Orsola con le compagne.
Verso i 15 anni, dopo aver perso prematuramente la sorella, le morirono entrambi i genitori, pertanto Angela si trasferì nella vicina Salò, accolta nella casa di uno zio materno, uomo di un certo prestigio.
Gli anni trascorsi a Salò furono preziosi per Angela, perse quell’aria di contadinella ritrosa incantata dalla visione del lago di Garda, ma frequentando le giovani della città, acquistò la naturalezza nell’agire, che le consentirà in futuro di stare alla pari con le dame della borghesia e della nobiltà.
Disapprovava la rilassatezza dei costumi esistente anche a Salò e fu forse in questo periodo che divenne Terziaria Francescana, per avere una vita più austera e penitenziale, secondo i suoi desideri.
A 20 anni, dopo una permanenza di circa cinque anni a Salò, le morì lo zio e quindi ritornò a Desenzano sul Garda, alla cascina delle “Grezze”, impegnata nelle faccende domestiche, dedicandosi alle opere di misericordia spirituali e corporali secondo le necessità e circostanze e vivendo la sua spiritualità evangelica.
La giovinezza – Le visioni della “scala celeste”
Nella cascina partecipò anche ai lavori dei campi, e fu in questa occupazione solitaria, che Angela ebbe la consolazione di una visione celestiale.  
Il primo a raccontarla, fu padre Francesco Landini in una sua lettera del 1566; era il primo pomeriggio di un caldo giorno d’estate, ed Angela, che come al solito durante l’intervallo che si faceva in attesa di una calura più sopportabile, si ritirava in disparte a pregare; si sentì improvvisamente rapita in Dio e vide il cielo aprirsi con una processione di angeli e vergini a coppie alternate, gli angeli suonavano, le vergini cantavano; nella sfilata vide la   sorella defunta, che le preannunciava che sarebbe stata la fondatrice di una Compagnia di vergini.
L’iconografia della santa, ha rappresentato la visione come una scala fra terra e cielo, simile a quella di Giacobbe, con la processione delle vergini e degli angeli che la percorreva.   
Nel 1516 i superiori francescani da cui Angela dipendeva come Terziaria, le proposero di trasferirsi a Brescia, per assistere la vedova Caterina Patendola, rimasta anche senza figli. Angela Merici obbedì docilmente, certa che il Signore in qualche modo le avrebbe indicato la sua futura strada.  
Intanto la tradizione popolare indica, che una seconda visione avvenne in località Brudazzo, sulle colline fra Desenzano e Padenghe, e anche qui vi fu una lunga teoria di angeli e vergini, fra le quali Angela riconobbe una sua amica da poco morta in giovane età. La voce misteriosa questa volta precisava che la Compagnia sarebbe dovuta sorgere a Brescia, ordinandole di farlo “prima di morire”; infatti Angela Merici indugerà fino ai sessant’anni prima di fondare la Compagnia, impresa di cui avvertiva tutte le difficoltà.  
Nella casa ospitale di Caterina Patendola, in cui portò la sua parola calda, vibrante, confortevole, riuscì a placare l’immenso dolore della vedova che aveva perso anche i due figli; qui conobbe anche Girolamo, nipote dei Patendola, che sarà il futuro fondatore dell’Ospedale degli Incurabili di Brescia, inoltre Giacomo Chizzola e Agostino Gallo, anch’essi impegnati nell’organizzazione dello stesso ospedale.
Angela instaurò con loro un’amicizia che durerà tutta la vita; diventando l’animatrice spirituale di un laicato impegnato in opere e iniziative di carità, a cui lei apporterà il contributo della sensibilità femminile.
I primi gruppi femminili - I suoi viaggi e pellegrinaggi
Suor Angela, come si faceva chiamare indossando l’abito del Terz’Ordine francescano, dopo qualche mese lasciò la casa dei Patendola e man mano fu ospitata in altre case private di Brescia, fra cui quella di Antonio Romano in via S. Agata.
Si guadagnava da vivere con il proprio lavoro di cucito e di filatura e con i servizi domestici; lavori umili tali da non essere stati annotati da testimoni diretti, perché usuali per le donne di modesta condizione del tempo.
A Brescia poteva frequentare più assiduamente le chiese, accostarsi di più ai Sacramenti, coltivare il numero sempre crescente di amicizie femminili; intorno a lei ormai si radunavano gentildonne e
popolane, attratte dalla sua saggezza e disposte a collaborare alle opere di bene, specie a favore della gioventù femminile.
È di questo periodo, la parentesi dei suoi viaggi e dei pellegrinaggi fatti a piedi o con i mezzi precari del tempo, l’iconografia più diffusa la ritrae infatti con l’abito e il bastone da pellegrina.
Il primo fu quello compiuto a Mantova nel 1522, per venerare la tomba della beata Osanna Andreasi da lei molto ammirata; poi salì una prima volta al Sacro Monte di Varallo; nel 1524 in compagnia del signor Romano che l’ospitava e di un cugino, raggiunse Venezia e qui s’imbarcò per la Terra Santa, meta indispensabile per quanti, desiderosi d’intraprendere una strada di perfezione e carità, volevano attingere forza ed emozioni, alle sorgenti del Cristianesimo.
Ma in quell’occasione si verificò un fatto straordinario, Angela Merici mentre la nave si approssimava alla meta, fu colpita da una malattia agli occhi che le fece perdere improvvisamente la vista.
Poté vedere il Paese di Gesù solo con gli occhi dell’anima, infatti riacquisterà la vista soltanto nel viaggio di ritorno, davanti ad un crocifisso a Creta; Angela prese questa malattia che l’aveva impedita di vedere i Luoghi Santi, per i quali aveva intrapreso il lungo e disagevole viaggio, come un segno della Provvidenza che conduce le anime per vie imperscrutabili.
Sbarcata a Venezia preceduta dalla sua fama, si voleva trattenerla per il bene degli ospedali e orfanotrofi della Serenissima, ma lei intenzionata più che mai a realizzare a Brescia il comando celeste ricevuto nelle visioni, quasi se ne scappò per ritornare nella città d’origine.
Anche nel 1525, quando si recò a Roma per il Giubileo e fu ricevuta da papa Clemente VII che voleva trattenerla a Roma, suor Angela dovette ritornarsene in tutta fretta per evitare l’ordine del pontefice.
Nel 1529 si trasferì momentaneamente a Cremona, ospite della famiglia Gallo, che l’aveva invitata per sfuggire all’eventuale assedio delle truppe di Carlo V, che due  anni prima avevano devastato Roma; nel 1533, ritornata a Brescia, trovò ospitalità in una casetta di proprietà dei Canonici Lateranensi, presso la Chiesa di Sant’Afra; nello stesso 1533 compì un secondo pellegrinaggio al Sacro Monte di Varallo, concludendo la serie dei suoi viaggi.
La fondazione della ‘Compagnia’
Dopo tante riflessioni, ormai era giunto per lei il tempo di operare, già nel 1532 Angela di Salò, come si firmava, chiedeva alla Santa Sede di essere esonerata dalla sepoltura in una chiesa francescana come tutte le Terziarie, optando per quella di Sant’Afra martire.  
Non era un rinnegare l’appartenenza al Terz’Ordine francescano, tanto che ne porterà l’abito fino alla morte e con esso verrà sepolta, ma volle prendere per sé e soprattutto per le sue figlie spirituali che l’affiancavano, una certa distanza, in prospettiva di una futura vita consacrata organizzata autonomamente, che sentiva ormai di costituire per il gruppo.
Angela aveva colto nei suoi tanti incontri, un’esigenza particolare delle giovani, che aspiravano ad una totale consacrazione, ma fuori dello schema del tradizionale chiostro, e il Terz’Ordine Francescano, non contemplava l’impegno della verginità a vita, né poteva tutelarle dalle pressioni dei parenti che volevano maritarle, né dei padroni presso i quali molte di loro lavoravano.
Occorreva allora una “Compagnia”, nome in uso a quel tempo, indicante qualsiasi associazione religiosa di laici o laiche e anche di sacerdoti, che senza entrare in un Ordine religioso, si univano tra loro, impegnandosi a vivere integralmente il Vangelo e a servire il prossimo in particolari opere di carità.
Così nello stesso anno 1533, Angela Merici a quasi 60 anni, costituì la “Compagnia delle dimesse di Sant’Orsola”; si dicevano “dimesse” perché non vestivano l’antico e nobile abito delle monache; e “di Sant’Orsola”, perché, non avendo esse la protezione delle mura di un convento, dovevano vivere nel mondo e restare fedeli a Cristo, proprio come la giovane principessa della Britannia, uccisa dai pagani insieme alle numerose compagne e il cui culto era molto vivo anche a Brescia.
Così Angela e le prime dodici collaboratrici, Simona, Laura, Peregrina, Barbara, Chiara, ecc. presero a riunirsi nell’oratorio fatto restaurare e messo a disposizione da Elisabetta Prato, nella sua casa vicino al Duomo di Brescia.  
Angela dal canto suo continuò a condurre una vita di penitenza, dormiva per terra su una stuoia, che di giorno conservava arrotolata in un angolo, usando un pezzo di legno per guanciale; si nutriva di legumi e frutta, mangiava il pane due volte la settimana, mai la carne, beveva un po’ di vino solo a Natale e Pasqua.
La sua fama di santità cresceva enormemente e a lei per consigli e spiegazioni sul Vecchio e Nuovo Testamento, si rivolgevano sacerdoti, religiosi, predicatori e teologi.
Il 25 novembre 1535, festa di un’altra santa da lei amata fin dall’infanzia, s. Caterina d’Alessandria, le prime 28 giovani, furono ammesse nella “Compagnia delle dimesse di Sant’Orsola”, la cui Regola scritta da Angela Merici, fu approvata dal vicario generale del vescovo di Verona l’8 agosto 1536.
Successivamente nel 1544 papa Paolo III ne approvava la Regola, elevando la Compagnia a Istituto di diritto pontificio, permettendola così di uscire dai confini diocesani.
Nel 1537, la Compagnia aveva eletto, prima superiora a vita, maestra e tesoriera, la fondatrice Angela Merici, la quale oltre la Regola, aveva dettato al fedele Gabriele Cozzano, cancelliere della Compagnia, altre due brevi opere, i “Ricordi” per le ‘colonnelle’ cioè per le superiore di quartiere e il “Testamento” per le nobili matrone, dette anche ‘governatrici’, che avevano la funzione di amministrare e proteggere l’Istituto.
La sua morte – L’eredità spirituale  
Nel 1539 Angela fu colpita da una malattia, che fra alti e bassi la condusse alla morte il 27 gennaio 1540; per trenta giorni, i canonici di Sant’Afra e quelli del Duomo, si contesero l’onore di seppellire nella propria chiesa, l’ex contadinella di Desenzano; la spuntarono quelli di sant’Afra e oggi la chiesa, dove riposano le sue spoglie, si chiama Santuario di Sant’Angela, meta di continui pellegrinaggi provenienti specialmente dal mondo orsolinico; la chiesa, distrutta in gran parte dai bombardamenti del 1945, è stata ricostruita nel 1953.
Nel testamento spirituale, Angela tratteggiò le linee essenziali del suo metodo educativo, basato tutto nel rapporto di sincero amore tra educatore ed educando e sul pieno rispetto delle libertà altrui.
Così lasciò scritto alle sue Orsoline: “Vi supplico di voler ricordare e tenere scolpite nella mente e nel cuore, tutte le vostre figliole ad una ad una; e non solo i loro nomi, ma ancora la condizione e indole e stato e ogni cosa loro. Il che non vi sarà difficile, se le abbracciate con viva carità… Impegnatevi a tirarle su con amore e con mano soave e dolce, è non imperiosamente e con asprezza, ma in tutto vogliate essere piacevoli.
Soprattutto guardatevi dal voler ottenere alcuna cosa per forza; perché Dio ha dato a ognuno il libero arbitrio e non vuole costringere nessuno, ma solamente propone, invita e consiglia…”.
Sugli altari
Nel 1568 furono raccolte le deposizioni di quattro testimoni che avevano conosciuto Angela, ma dovettero trascorrere altri due secoli, prima che un’orsolina claustrale di Roma, si facesse postulatrice della causa di beatificazione, ottenendo il decreto di conferma del culto come Beata, il 30 aprile 1768, da parte di papa Clemente XIII.
Il 24 maggio 1807, Angela Merici fu proclamata Santa da papa Pio VII e papa Pio IX nel 1861, ne estese il culto a tutta la Chiesa universale.
Una statua scolpita nel 1866 dallo scultore Pietro Galli, la ricorda nella Basilica di S. Pietro in Vaticano. Nella liturgia ebbe varie date di celebrazione, prima il 31 maggio, poi dal 1955 il 10 giugno e infine il 27 gennaio, giorno della sua morte.
La Congregazione delle Orsoline
La “Compagnia delle dimesse di sant’Orsola”, prima congregazione secolare femminile sorta nella Chiesa, con la  sua Regola fu l’origine di varie congregazioni religiose.
Già in vita, Angela vedendo aumentare attorno a sé una famiglia così numerosa e avendo un desiderio grande di servire Cristo in ogni bisognoso, fondò ben 24 rami di Orsoline, dette poi anche ‘Angeline’, che dopo la sua morte furono raggruppate in tre soli settori: le “Orsoline secolari” che vivono nelle famiglie proprie e si dedicano ad ogni opera di misericordia nelle parrocchie in cui vivono; le “Orsoline collegiali” che conducono vita comune e si dedicano all’istruzione della gioventù, gestendo appunto dei collegi; le “Orsoline claustrali” che sono di vita contemplativa.
Tra le Congregazioni sorte sull’esempio della Compagnia di Sant’Orsola, ma con abiti e costumi diversi, ne ricordiamo alcune: Orsoline di San Carlo, sorte a Milano nel 1566; Orsoline di Sant’Orsola, più rami fondati in Francia tra il 1612 e 1632; Orsoline di Maria Immacolata, fondate a Piacenza nel 1649; Orsoline di Gesù o Figlie dell’Incarnazione, fondate in Vandea nel 1802; Orsoline Gerosolimitane di Maria Immacolata, sorte a Bergamo nel 1818; Orsoline Figlie di Maria Immacolata, sorte presso Acqui nel 1854; Orsoline del Sacro Cuore di Gesù Agonizzante fondate nel 1920; Orsoline del Sacro Cuore fondate a Parma nel 1575; Orsoline dell’Unione Romana sorte nel 1878; e tante altre anche di più recente fondazione.    
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant’Angela Merici, pregate per noi.


*Beato Antonio Mascarò Colomina - Religioso e Martire (27 gennaio)

Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati Martiri Spagnoli Figli della Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe"
Senza data (Celebrazioni singole)
"Beati 522 Martiri Spagnoli" Beatificati nel 2013 - Senza data (Celebrazioni singole)
Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)
Studente religioso al terzo anno di teologia. Molto pio, allegro e di buon cuore. Nel 1935-36 stava facendo il servizio militare nel decimo battaglione presso la caserma Pedraldes Bruch.
Il 27 gennaio 1937 venne arrestato, incarcerato in Sant’ Elia con lo zio, Fernando Mascaro e ucciso a Montcada lo stesso giorno.
Il suo corpo non è stato individuato.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santa Devota - Vergine (27 gennaio)

Lucciana (Haute-Corse), 283 - Mariana (Corsica), 304
Nacque nel 283, in un luogo detto Quercio in Corsica. Giovane Vergine, aveva deciso di votare la propria vita al completo servizio di Dio. Vittima della delazione, verso l'inizio del 304 d.C. fu arrestata, imprigionata e torturata. Dopo la sua morte, il governatore della provincia ordinò di bruciare il suo corpo, ma alcuni cristiani lo salvarono dalle fiamme e lo deposero su una barca, condotta dal pilota Graziano e dal Prete Benenato, in partenza per l'Africa dove, pensarono, qualcuno le avrebbe donato una sepoltura cristiana.
Ma nelle prime ore della traversata si levò una tempesta. Dalla bocca del cadavere inanimato di Devota uscì una colomba, che guidò la barca alla piccola valle di Les  Gaumates, oggi parte del Principato di Monaco, dove secondo la leggenda sorgeva già una cappella dedicata a San Giorgio.
Qui s'incaglio secondo la tradizione il 27 gennaio su un cespuglio di fiori assai precoce per la fredda stagione.
Il corpo mutilato della giovane martire venne dunque scoperto dai pescatori ed in suo onore fu eretta una cappella dove ancora oggi sorge la chiesa parrocchiale a lei dedicata, vicino al porto monegasco.  (Avvenire)
Patronato: Corsica, Mariana (Corsica), Principato di Monaco e Famiglia Grimaldi
Emblema: Palma, Corona di rose, Colomba, Barca, Stemma del Principato di Monaco
Martirologio Romano: A Biguglia in Corsica, commemorazione di Santa Devota, Vergine e Martire.
All’inizio del III secolo alcuni cristiani, cacciati da Roma da Settimio Severo e da Caracalla, giunsero in Corsica  dove, nel I secolo a.C., i Romani avevano fondato la città di Mariana, all’imbocco di Golo, nei pressi dello stagno di Biguglia.
Effettivamente, nel 93 a.C., Marius aveva stabilito, dandovi il suo nome, una colonia di veterani delle sue campagne contro i pirati. Fu Augusto, creandovi un porto, a far divenire Mariana un punto di accesso importante per l’espansione romana nella parte settentrionale dell’isola.
Adiacenti alla cattedrale romana, chiamata la “Canonica”, sono venuti alla luce i resti di una basilica paleocristiana del IV secolo ed un battistero della medesima epoca, testimonianti i primi tempi del cristianesimo in Corsica e confermanti l’importanza rilevante conferita alla celebrazione battesimale nella Chiesa primitiva.
La vita terrena di Devota si svolse in Corsica, a quei tempi provincia dell’Impero Romano,
all’epoca della grande persecuzione dei cristiani ordinata da Diocleziano. Vide la luce nel 283, in un luogo detto Quercio, sui primi pendii che collegano il porto romano di Mariana al borgo posto un po’ più in alto, nel territorio dell’attuale comune di Lucciana, dipartimento dell’Haute-Corse.
La giovane vergine aveva deciso di votare la propria vita al completo servizio di Dio. Vittima della delazione, verso l’inizio del 304 d.C. fu arrestata, imprigionata e torturata. Il cranio fu lapidato. Dopo la sua morte, il governatore della provincia ordinò di bruciare il suo corpo, ma alcuni cristiani lo salvarono dalle fiamme e lo deposero su una barca, condotta dal pilota Graziano e dal prete Benenato, in partenza per l’Africa dove, pensarono, qualcuno le avrebbe donato una sepoltura cristiana. Ma nelle prime ore della traversata si levò una tempesta. Dalla bocca del cadavere inanimato di Devota fuoriuscì miracolosamente una colomba, che guidò la barca alla piccola valle di Les Gaumates, oggi parte del Principato di Monaco, dove secondo la leggenda sorgeva già una cappella dedicata a San Giorgio, anch’egli martire delle persecuzioni ordinate da Diocleziano.
Qui s’incaglio secondo la tradizione sei giorni prima delle calende di febbraio, cioè all’incirca il 27 gennaio, su un cespuglio di fiori assai precoce per la fredda stagione. Il corpo mutilato della giovane martire venne dunque scoperto dai pescatori ed in suo onore fu eretta una cappella dove ancora oggi sorge la chiesa parrocchiale a lei dedicata, vicino al porto monegasco. I fedeli, abitanti di Monaco o navigatori di passaggio, iniziarono a raccogliersi numerosi sulla sua tomba ed iniziarono così a verificarsi i primi miracoli.
In occasione delle invasioni dei Saraceni, i resti della martire furono portati in salvo nel monastero di Cimiez. Scampato il pericolo di profanazione, furono ricollocate nella sua chiesa, fatta restaurare per l’occasione dal principe monegasco Antonio I.
Tuttavia nel 1070, una notte, un capitano navale di nome Antinope rubò la cassa contenente le
reliquie della santa  con l’intenzione di negoziare il pagamento di un riscatto. Il sacrilegio fortunatamente ebbe breve durata, poiché secondo la leggenda un violento vento improvviso impedì al malfattore di mettere le vele ed un gruppo di pescatori riuscì ad inseguirlo e ad acciuffarlo. Arrestato, fu condotto al palazzo, dove Ugo Grimaldi lo condannò all’amputazione delle orecchie e del naso. La sua barca fu in seguito bruciata sulla spiaggia in sacrificio espiatorio.
Si racconta inoltre di come nel XVI secolo, nel corso di una guerra contro i genovesi ed i pisani, la santa abbia protetto Monaco qualora i nemici assediarono la fortezza del principato. Per un periodo di oltre sei mesi i loro attacchi furono ripetutamente repressi dai monegaschi, ai quali era apparsa Santa Devota rassicurandoli circa la protezione divina e la vittoria. Il 15 marzo 1507, infatti, i genovesi si ritirarono. Fu così scelta come patrona del principato e della famiglia regnante Grimaldi.
A partire dalla sera del 26 gennaio 1924, sotto il regno del principe Luigi II, fu introdotta l’usanza annuale di incendiare una piccola imbarcazione al termine di una breve funzione religiosa, in ricordo del furto delle reliquie sventato nel lontano 1070.
Le reliquie della martire sono oggi custodite nella chiesa parrocchiale suddetta. Una loro piccola parte, però, è invece conservata nella nuova cattedrale, in cima alla rocca. In tutte le chiese site nel territorio del principato è comunque quantomeno raffigurata con alcuni dei suoi attributi tipici: la palma del martirio, la corona di rose simbolo della verginità, la colomba simbolo di pace, la barca che la portò dalla Corsica alla Costa Azzurra e lo stemma del Principato di Monaco, che con la famiglia regnate Grimaldi la venera quale celeste patrona.
Come abbiamo visto, il martirio di Devoto costituì un fattore identitario anzitutto per i cristiani monegaschi. Per assistere al debutto del suo culto nella sua isola natale, occorrerà invece attendere il XVII secolo, quando vi furono traslate alcune reliquie, provenienti dal principato di Monaco, nel 1637, esposte nella chiesa gesuita di Sant’Ignazio, e nel 1728.
Tra il 1727 ed il 1751, per ben tre volte si tentò di ottenere da Roma il riconoscimento ufficiale del titolo di “Patrona del Regno di Corsica” per Santa Devota. Ma nel 1731 la giovane martire fu già scelta quale protettrice dell’isola.
Nel 1820, il primo Vescovo della Chiesa di Corsica, raggruppante le sei antiche diocesi dell’isola, proclamò le Sante Martiri Devota e Giulia “patrone principali della Corsica”. A ciò fece seguito un decreto della Congregazione dei Riti datato al 14 marzo.
Nel 1893, per la prima volta fu dedicata a Santa Devota una chiesa, ridenominando quella preesistente a Pietranera, che fino al 1936 restò l’unico luogo di culto a lei intitolato sull’isola. I testi ufficiali della Messa in suo onore furono approvati il 18 marzo 1984 dal Vescovo di Ajaccio e, l’11 agosto seguente, dalla Congregazione per il Culto Divino. Il nuovo Martyrologium Romanum la commemora così il 27 gennaio, tradizionale data del ritrovamento delle reliquie: “A Mariana, nell’isola di Corsica, ricordo di Santa Devota, Vergine e Martire”. La solennità esterna per la Corsica è invece fissata alla prima domenica seguente la data del martirologio.    
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Domiziano di Melitene - Monaco (27 gennaio)

m. 27 gennaio 473
Ancora giovane si mise sotto la direzione di Sant'Eutimio il Grande. Lo seguì anche quando si ritirò
nel  deserto a fare vita eremitica. In seguito evangelizzarono la regione di Caphar Baricha e fondarono la laura di Sahel.
Nel 429 fu ordinato Diacono da Giovenale, Vescovo di Gerusalemme.
Più tardi fu incaricato della prima formazione di Saba, il futuro e celebre monaco.  
Dopo la morte di Eutimio, presentendo prossima la sua fine non volle allontanarsi dal sepolcro del suo grande maestro.
Morì il 27 gennaio 473.   
(Fonte: Terra Santa)
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*Sant'Enrico de Osso y Cervello  – Sacerdote (27 gennaio)

Vinebre, Tarragona, (Spagna) 16 ottobre 1840 - Gilet, Valencia, 27 gennaio 1896  Carmelitano, Fondatore della Compagnia di Santa Teresa.
Sacerdote catalano canonizzato da Giovanni Paolo II il 16 giugno 1993 a Madrid. Nato a Vinebre (diocesi di  Tortosa, provincia di Tarragona) il 16 ottobre 1840), sin dagli anni del seminario si dimostrò «Catechista geniale».
Promosse in tutta la Spagna la devozione a Santa Teresa d'Avila, fondando l'Arciconfraternita Teresiana. Pubblicò diversi libri di pietà e di pedagogia, subito diventati celebri, fra cui «Il quarto d'ora d'orazione» e la «Guida pratica del Catechista». Fu il fondatore, inoltre, della rivista Santa Teresa di Gesù , periodico che si diffuse rapidamente non solo in Spagna, ma anche in Europa e in America.
A Tarragona, nella Catalogna, fondò la Compagnia di Santa Teresa di Gesù, congregazione religiosa femminile dedita alla preghiera ed all'educazione e oggi estesa in tutta la Spagna, in Portogallo, in Italia, in Francia, nelle Americhe e in alcuni luoghi dell'Africa e dell'Asia.
Morì nel convento francescano di Santo Spirito, a Gilet (Valencia), nel 1896. (Avvenire)
Martirologio Romano: Nella cittadina di Gilet nella provincia di Valencia in Spagna, sant’Enrico de Ossó y Cervelló, sacerdote, che per provvedere alla formazione delle fanciulle fondò la Società di Santa Teresa di Gesù; rimosso in seguito da essa, trascorse i restanti anni della sua vita in un convento dei Frati Minori.
Sant’Enrico de Ossó, Sacerdote Catalano canonizzato da Giovanni Paolo II il 16 giugno 1993 a Madrid, sin dai  suoi anni di seminarista si dimostrò “catechista geniale”.
Attraverso i bambini riuscì a trasformare l’ambiente della città di Tortosa.
Promosse in tutta la Spagna la devozione a Santa Teresa d’Avila, fondando l’Arciconfraternita Teresiana, che già in quel periodo dell’Ottocento raggiunse il numero di 140.000 iscritte.
Pubblicò diversi libri di pietà e di pedagogia, subito diventati celebri, fra cui Il quarto d’ora d’orazione e la Guida pratica del Catechista.
Fu il fondatore, inoltre, della rivista Santa Teresa di Gesù , periodico che si diffuse rapidamente non solo nella Spagna, ma anche in Europa ed in America.
A Tarragona, nella Catalogna, fondò la Compagnia di Santa Teresa di Gesù, Congregazione Religiosa Femminile dedita alla preghiera ed all’educazione ed oggi estesa in tutta la Spagna, in Portogallo, in Italia, in Francia, nelle Americhe e in alcuni luoghi dell’Africa e dell’Asia.  
Si è pubblicata recentemente la seconda edizione in italiano del libro del Card.  Marcelo González, La fuerza del sacerdocio, stampato per la prima volta in Spagna nel 1953; è molto utile per avvicinare i lettori alla  figura di questo grande sacerdote dell’ottocento che, per la sua penetrante azione nei vari ambienti della società del suo tempo, possiamo certamente considerare come “ il precursore dell’Azione Cattolica”.  
La Congregazione per il Culto Divino, con le facoltà concesse dal Papa Giovanni Paolo II, in data 6 novembre 1998, ha dichiarato Sant’Enrico de Ossó y Cervelló, Patrono dei Catechisti Spagnoli. (Enrico de Ossò nacque a Vinebre ( diocesi di Tortosa, provincia di Tarragona) il 16 ottobre 1840.  Morì improvissamente nel Convento francescano di Santo Spirito, a Gilet (Valencia), il 27 gennaio 1896)   
(Autore:  Suor Pilar Perez - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Enrico de Osso y Cervello, pregate per noi.

 

*San Gilduino – Diacono di Dôle in Bretagna  (27 gennaio)

Martirologio Romano: A Chartres in Francia, transito di San Gilduino, Diacono di Dôle in Bretagna: eletto Vescovo ancora molto giovane, rifiutò al cospetto del Papa San Gregorio VII un così grande onore ritenendosene indegno e, nel far ritorno da Roma, assalito dalle febbri pose termine in questa regione al suo pellegrinaggio terreno.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gilduino, pregate per noi.

 

*Beato Giorgio Matulaitis (o Matulewicz) - Arcivescovo (27 gennaio)

Lugine (Lituania), 13 aprile 1871 - Kaunas, 27 gennaio 1927
Martirologio Romano: A Kaunas in Lituania, Beato Giorgio Matulewicz, vescovo di Vilnius e poi Nunzio apostolico in Lituania, fondatore della Congregazione dei Chierici Mariani e della Congregazione delle Suore Povere dell’Immacolata Concezione della Beata Maria Vergine.
Il beato Giorgio Matulaitis o Matulewicz fu un fine tessitore delle sorti della Chiesa nella piccola Lituania, in un periodo storico dove la Lituania conobbe l’appartenenza alla Polonia, alla Russia e anche l’indipendenza.
Giorgio Matulaitis nacque nel villaggio lituano di Lugine il 13 aprile 1971, ultimo degli otto figli di Andrea e Orsola Matulaitis.
A dieci anni era già orfano di entrambi i genitori ed ebbe come tutore il fratello maggiore Giovanni, il quale dopo gli studi elementari lo pose ai lavori di campagna. A 18 anni nel 1889 seguì il cognato
Giovanni Matulewicz in Polonia, dove cambiò il cognome da Matulaitis in Matulewicz.
Compì gli studi superiori nel seminario di Kielce e poi in quello di Varsavia, perfezionandosi poi all’Accademia Romana Cattolica di Pietroburgo, dove fu ordinato sacerdote il 20 novembre 1898.
Nel giugno 1899 divenne Maestro in Teologia, a dicembre si iscrisse all’Università di Friburgo in Svizzera, dove nel 1903 ottenne la laurea in Teologia, con una brillante tesi sul tema “Doctrina Russorum de statu iustitiae originalis”, che fu poi pubblicata a Cracovia.
Intraprese subito l’insegnamento; dal 1902 al 1904 tenne la cattedra di Lettere latine e Diritto Canonico nel Seminario di Kielce da poco riaperto e dal 1907 al 1909 quella di Teologia Dommatica e Sociologia all’Accademia Ecclesiastica Cattolica di Pietroburgo.
Nel 1904 si manifestò il male della tubercolosi, che lo costrinse a farsi ricoverare all’Ospedale dei Poveri di Varsavia, da dove fu poi trasferito presso le Ancelle del Sacratissimo Cuore di Gesù che lo curarono; pieno di gratitudine per la loro opera, nel 1907 ritoccò le Costituzioni della loro Congregazione. In quegli anni fu precursore dell’Azione Cattolica in Polonia, organizzando a Varsavia la prima Associazione per giovani universitari denominata ‘Rinascita’.
Inoltre in collaborazione con il sociologo sac. Marcello Godlewski di Varsavia, istituì un’Associazione Cattolica di Lavoratori, con una pubblicazione periodica “Socio di Lavoro”.
Nel periodo del suo insegnamento a Pietroburgo, poté constatare che gli Istituti religiosi venivano soppressi dal governo russo e memore della vita quasi clandestina delle Ancelle del S. Cuore, volle salvare alla stessa maniera anche l’antico Ordine dei Chierici Regolari Mariani, del quale era rimasto solo il convento di Marijampolé.
Quindi nel 1908 recatosi dall’anziano Preposito Generale dell’Ordine, gli prospettò il suo piano di riforma delle Costituzioni, ricevendo la sua piena approvazione e l’autorizzazione ad agire presso la Santa Sede. In linea con le sue aspirazioni, si recò a Roma nel 1909 ottenendo di emettere i voti religiosi senza fare il noviziato.
Ritornato a Varsavia, il 29 agosto 1909 emise i voti nelle mani del Preposito Generale; subito dopo s’impegnò nella riforma delle Costituzioni dell’Ordine, che prevedeva l’abolizione dell’abito bianco senza sostituirlo con altro abito religioso, abolizione dell’obbligo del coro e la professione dei voti semplici e non più solenni.
Dette Costituzioni furono approvate da s. Pio X il 15 settembre 1910 e padre Giorgio Matulaitis-Matulewicz divenne il primo professo della nuova Congregazione dei Chierici Regolari Mariani; nel contempo in clandestinità, aveva formato presso l’Accademia di Pietroburgo un primo noviziato clandestino con tre novizi.
Nel 1911 il 14 luglio venne eletto Superiore Generale, essendo deceduto il vecchio Preposito, allora padre Giorgio rinunciò a tutte le cariche dell’Accademia e per evitare di essere scoperto dalla polizia dello zar, si recò in Svizzera dove aprì un noviziato a Friburgo, denominato “Casa di Studio” per dare l’opportunità ai religiosi di rientrare in Russia senza problemi da parte delle autorità zariste.
A Friburgo affluirono parecchi sacerdoti dalla Lituania e dalla Polonia, poi fu tutto un crescendo, nel 1913 si recò negli Stati Uniti aprendo a Chicago una Casa religiosa e un Noviziato, nel 1915 altre Case in Polonia; ripristinò nel 1918 la vita religiosa e il noviziato nell’antica Casa di Marijampolé in Lituania.
Il suo ardente amore per il prossimo bisognoso lo portò, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, a fondare la Congregazione delle “Sorelle dei Poveri dell’Immacolata Concezione della B. V. Maria”, le cui Costituzioni furono approvate il 15 ottobre 1918.
Mentre era impegnato a consolidare le sue Istituzioni, gli giunse il 23 ottobre del 1918 la nomina pontificia di papa Benedetto XV a vescovo di Vilna in Lituania. Gli anni che seguirono non furono facili per il nuovo vescovo, perché il territorio di Vilna nei tre anni seguenti, conobbe ben otto governi diversi, tedesco, russo-bolscevico, polacco, lituano.
Anche i fedeli della diocesi erano di nazionalità diverse e ciò costituiva un grosso problema, perché le varie etnie lottavano affinché nelle chiese si parlasse le propria lingua; dal 1920 con il nuovo governo polacco, cominciò una grande ostilità contro il vescovo perché non era polacco.
Mons. Giorgio Malulaitis usò con tutti una grande carità e pazienza, infatti fondò nel 1924 la Congregazione delle “Ancelle di Gesù nell’Eucaristia” con lo scopo di aiutare i poveri di lingua bielorussa.
Nel 1925 dopo il Concordato stipulato tra la S. Sede e la Polonia, la diocesi di Vilna fu smembrata e il vescovo Matulaitis il 3 agosto 1925 lasciò Vilna e si recò a Roma, dove fondò un Collegio internazionale per gli studenti Mariani e trasferì qui la Casa Generalizia.
Papa Benedetto XV, riconoscente per la sua opera, lo elevò alla dignità di arcivescovo titolare di Aduli, nominandolo Visitatore Apostolico della Lituania, ricostituita in nuova Repubblica.
Lavorò alacremente per la costituzione delle cinque diocesi lituane in una Provincia Ecclesiatica Lituana, con sede metropolitana a Kaunas; il progetto fu approvato dalla S. Sede, la quale il 4 aprile 1929 emanò la Costituzione Apostolica “Lituanorum gente”, che riordinava tutta l’organizzazione della Chiesa in Lituania e confluita alla fine nel Concordato fra la Santa Sede e la Repubblica Lituana, del quale mons. Giorgio Matulaitis riuscì a gettarne le basi.
Come Visitatore Apostolico intraprese un viaggio nel Nord America, dove visitò 92 parrocchie di emigrati lituani, sparse un po’ dovunque. Aveva 56 anni quando un’appendicite acuta perforata lo portò rapidamente alla morte il 27 gennaio 1927 a Kaunas; fu sepolto nella cripta della locale cattedrale, da dove nel 1934 le sue spoglie furono traslate nella chiesa parrocchiale di Marijampolé.
Mons Giorgio Matulaitis - Matulewicz vero apostolo della sua terra lituana, è stato beatificato a Roma il 28 giugno 1987 da Papa Giovanni Paolo II.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giorgio Matulaitis, pregate per noi.


*Beato Giovanni di Warneton (27 gennaio)

Martirologio Romano: A Thérouanne sempre in Francia, Beato Giovanni, vescovo: canonico regolare, occupò la sede episcopale di Maurienne, nella quale per oltre trent’anni lottò contro i simoniaci e fondò otto monasteri sia di canonici sia di monaci.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni di Warneton, pregate per noi.


*Beato Giovanni Schiavo - Sacerdote dei Giuseppini del Murialdo (27 gennaio)
Montecchio Maggiore, Vicenza, 8 luglio 1903 – Caxias do Sul, Brasile, 27 gennaio 1967

Giovanni Schiavo nacque a Sant’Urbano, frazione di Montecchio Maggiore in provincia di Vicenza, l'8 luglio 1903. Dopo aver studiato nel seminario della Congregazione di San Giuseppe, fondata da san Leonardo Murialdo, domandò di essere ammesso come religioso. Accolto da padre Eugenio Reffo, successore del Murialdo (Venerabile dal 2014), compì la prima professione il 28 agosto 1919 e, terminati gli studi, fu ordinato sacerdote il 10 luglio 1927 a Vicenza. Dopo quattro anni di apostolato in Italia, venne inviato in Brasile, dove esercitò il ministero in varie comunità.
Terminati i suoi incarichi, curò in particolare la formazione del gruppo brasiliano delle Suore Murialdine di San Giuseppe. Ricoverato in ospedale per una grave malattia, morì il 27 gennaio 1967 a Caxias do Sul. La fase diocesana della sua causa si è svolta nella diocesi di Caxias do Sul dal 2001 al 2003. Il 14 dicembre 2015 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sull’eroicità delle sue virtù, mentre il 1° dicembre 2016 ha approvato un miracolo ottenuto per sua intercessione. La beatificazione di padre Giovanni Schiavo, i cui resti mortali riposano nel piccolo cimitero delle Suore Murialdine a Fazenda Souza, è stata fissata a sabato 28 ottobre 2017 a Caxias do Sul.
Nascita e famiglia
Giovanni Schiavo nasce a Sant’Urbano, piccola frazione sui colli di Montecchio Maggiore (Vicenza), l’8 luglio 1903, da Luigi Schiavo, calzolaio, e Rosa Fittorelli, casalinga. Primo di nove figli, riceve un’educazione profondamente cristiana. A quattro anni si ammala di poliomielite e meningite, ma guarisce proprio mentre sembra in fin di vita, grazie alla preghiera di molti. Frequenta le elementari a Sant’Urbano, mentre per le medie va a Montecchio Maggiore: ogni giorno compie dodici chilometri a piedi, perché la sua famiglia è molto povera. Al mattino si sveglia molto presto, per partecipare alla Messa e fare da chierichetto al suo parroco; grazie a quel servizio, ottiene qualche moneta di mancia, che costituisce il suo contributo al bilancio familiare.
Vocazione tra i Giuseppini del Murialdo
Durante il periodo delle scuole medie, Giovanni inizia a pensare seriamente alla vocazione religiosa.
Anni dopo, ha raccontato che l’impulso definitivo gli è venuto mentre pregava davanti a un’immagine della Madonna, verso la quale nutriva un’autentica devozione, che gli era stata insegnata dai genitori.
Chiede quindi di essere accolto nel Seminario Minore intitolato a Maria Immacolata, che la Congregazione di San Giuseppe, fondata da san Leonardo Murialdo, ha a Montecchio Maggiore. Inizia il noviziato il 4 settembre 1918 e, il 27 agosto 1919 emette la sua prima professione religiosa nelle mani del primo successore del Murialdo, padre Eugenio Reffo.
Nel 1925 pronuncia i voti di castità, povertà, obbedienza, in perpetuo. Trascorre gli anni successivi come quelli precedenti, tra studio, impegno tra i ragazzi com’è tipico della sua congregazione, e preghiera intensa.
Sacerdozio e missione in Brasile
Viene ordinato sacerdote il 10 luglio 1927, nel Duomo di Vicenza; poco dopo celebra la Prima Messa al suo paese.
Svolge poi il suo apostolato in Italia a Modena, Oderzo, Montecchio Maggiore. Nel 1931 viene chiamato dal superiore generale, padre Luigi Casaril, ad esercitare il ministero sacerdotale in Brasile: essere missionario è un suo sogno da sempre.
Svolge la sua preziosa attività in parecchie comunità come insegnante, maestro dei novizi, parroco, direttore e superiore provinciale dal 1946 al 1955. In seguito rimane membro del consiglio provinciale.
Direttore spirituale ricercato
Il campo in cui padre Giovanni Schiavo si prodiga con maggior intensità e dedizione è proprio quello della direzione e formazione spirituale. La sua opera è vivamente ricercata non solo dai confratelli e dalle Suore Murialdine di San Giuseppe, ma anche da numerosi sacerdoti e comunità religiose.
Scrive di lui padre Vincenzo Minciacchi: «Dobbiamo a padre Giovanni Schiavo lo sviluppo delle Opere Giuseppine del Brasile, l’inizio di un vero aspirantato, la formazione religiosa dei primi confratelli brasiliani, il riconoscimento ufficiale delle nostre scuole».
L’importanza per le Suore Murialdine
Anche per le Suore Murialdine padre Giovanni Schiavo è una figura di primo piano. Mentre padre Luigi Casaril, in Italia, dal 1951 ha iniziato a pianificare la fondazione del ramo femminile, lui segue un gruppo di ragazze brasiliane orientate alla consacrazione religiosa.
Il 9 maggio 1954 segna la data di nascita della comunità femminile brasiliana: padre Schiavo l’ha accompagnata fino alla sua morte in qualità di amministratore e padre spirituale, con zelo infaticabile e con l’esempio di grandi virtù, sempre in accordo e collaborazione con padre Casaril.
La malattia e la morte
Nel novembre 1966, una dolorosa malattia lo costringe al ricovero in ospedale. Sopporta come può i dolori, vivendoli serenamente. Due mesi dopo, assistito amorevolmente dai confratelli e dalle Suore Murialdine, il 27 gennaio 1967, rende l’anima a Dio. I suoi funerali sono un trionfo e sulla bocca della gente si sente continuamente ripetere: «È morto un Santo».
Hanno detto di lui
Molte sono le testimonianze di persone che lo hanno conosciuto e lo definiscono: «Uomo di grande personalità, profondamente umano, molto dotato». «Ci lascia preziosi esempi di pietà ardente, di laboriosità, di zelo per le anime, di amore alla Congregazione». Di lui hanno detto: «Era un vero amico e dialogava volentieri con tutti». «Amante della natura, era delicato nel tratto con le persone che incontrava». «Educatore e maestro attento ai bisogni dei giovani, paziente, buono, attirava simpatia». «Delicato con gli ammalati, era un vero padre per tutti». «Sempre sorridente seminava pace e gioia. Aveva la forza dei santi, l’abbandono assoluto nelle mani di Dio e nella sua Provvidenza». «Nonostante le molte attività, passava quotidianamente molte ore in preghiera e lasciava trasparire in chi lo avvicinava la presenza di Dio».
La causa di beatificazione
A fronte della sua immutata fama di santità, i Giuseppini del Murialdo hanno deciso d’introdurre la sua causa di beatificazione. Ottenuto il nulla osta dalla Santa Sede il 28 aprile 2001, è stata aperta la fase diocesana del processo canonico, nella diocesi di Caxias do Sul, il 9 settembre 2001; si è conclusa il 18 ottobre 2003 ed è stata convalidata il 19 novembre 2004. La "Positio super virtutibus" è stata consegnata a Roma nel 2012. Sia i consultori teologi, sia i cardinali e vescovi membri della Congregazione vaticana per le Cause dei Santi hanno dato parere positivo.
Ricevendo il Prefetto della Congregazione, il cardinal Angelo Amato, nel pomeriggio del 14 dicembre 2015, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sulle virtù eroiche di padre Giovanni Schiavo.
Il miracolo per la beatificazione
Tra le numerose grazie ottenute per sua intercessione è stato preso in esame, come presunto miracolo per ottenere la sua beatificazione, il caso del signor Juvelino Cara, avvenuto nell’ottobre 1997.
Ricoverato d’urgenza all’Ospedale Saúde di Caxias do Sul per forti dolori addominali, gli venne diagnosticata una peritonite acuta grave, confermata sia dagli esami di laboratorio sia dalle radiografie. Una volta aperto l’addome, il chirurgo riscontrò una trombosi venosa mesenterica superiore acuta, con coinvolgimento di tutto l’intestino tenue. Venne quindi deciso di rinunciare all’intervento e di accompagnare alla morte il paziente, trasportandolo in terapia intensiva.
A quel punto, sua moglie strinse con forza un santino di padre Giovanni Schiavo e l’invocò perché lo guarisse. Appena entrato in reparto, Juvelino mostrò segni di ripresa: sette giorni e mezzo dopo, fu dimesso senza problemi.
L’inchiesta sul miracolo e la beatificazione
Il processo diocesano sul miracolo si è quindi svolto a Caxias do Sul: aperto il 19 marzo 2009, si è concluso il 12 settembre 2009. Gli esami medici necessari hanno riscontrato come, a dodici anni dall’evento, Juvelino fosse in buona salute. Già il 24 settembre successivo, il postulatore dei Murialdini, padre Orides Balardin, ha consegnato a Roma gli atti processuali, convalidati il 4 giugno 2010.
Il 1° dicembre 2016, ricevendo in udienza il cardinal Amato, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che sancisce l’intercessione di padre Giovanni Schiavo, la cui tomba si trova nel piccolo cimitero delle Suore Murialdine a Fazenda Souza: nel 2015 una cappella è stata costruita sopra di essa, per custodirla meglio.
La sua beatificazione è stata fissata a sabato 28 ottobre 2017, presso i Padiglioni della Festa dell’Uva, a Caxias do Sul. A presiederla, in qualità d’inviato del Santo Padre, il cardinal Amato. Padre Giovanni Schiavo risulta essere il primo sacerdote dei Giuseppini del Murialdo, dopo il fondatore, a essere beatificato. Il confondatore, padre Eugenio Reffo, è invece Venerabile dal 2014.
Preghiera
O Santissima Trinità,
noi ti benediciamo per i doni

che hai elargito
al tuo servo padre Giovanni Schiavo.
Concedici la grazia
di imitarlo nel suo zelo apostolico
e di vivere pienamente
la nostra vocazione cristiana
nella fede e nella disponibilità
a compiere la volontà del Padre.
Glorifica, o Dio, il tuo servo su questa terra
esaudendo, per sua intercessione,
le richieste di grazia
di cui abbiamo bisogno. Amen.
(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni Schiavo, pregate per noi.


*San Giovanni Maria, detto Muzei - Martire (27 gennaio)

Scheda del Gruppo a cui appartiene: "Santi Martiri Ugandesi" - Senza data (celebrazioni singole)
† Mengo, Uganda, 27 gennaio 1887
Martirologio Romano:
Vicino a Mengo in Uganda, passione di San Giovanni Maria, detto per la maturità d’animo Muzei, l’Anziano: domestico del re, una volta divenuto cristiano non volle sottrarsi alla persecuzione, ma professò spontaneamente davanti al primo ministro del re Mwenga la sua fede in Cristo e fu perciò decapitato, ultima vittima di quella persecuzione.
Fece un certo scalpore, nel 1920, la beatificazione da parte di Papa Benedetto XV di ventidue martiri di origine  ugandese, forse perché allora, sicuramente più di ora, la gloria degli altari era legata a determinati canoni di razza, lingua e cultura.
In effetti, si trattava dei primi sub-sahariani (dell’”Africa nera”, tanto per intenderci) ad essere riconosciuti martiri e, in quanto tali, venerati dalla Chiesa cattolica.
La loro vicenda terrena si svolge sotto il regno di Mwanga, un giovane re che, pur avendo frequentato la scuola dei missionari (i cosiddetti “Padri Bianchi” del Cardinal Lavigerie) non è riuscito ad imparare né a leggere né a scrivere perché “testardo, indocile e incapace di concentrazione”.  
Certi suoi atteggiamenti fanno dubitare che sia nel pieno possesso delle sue facoltà mentali ed inoltre, da mercanti bianchi venuti dal nord, ha imparato quanto di peggio questi abitualmente facevano: fumare hascisc, bere alcool in gran quantità e abbandonarsi a pratiche omosessuali.
Per queste ultime, si costruisce un fornitissimo harem costituito da paggi, servi e figli dei nobili della sua corte.
Sostenuto all’inizio del suo regno dai cristiani (cattolici e anglicani) che fanno insieme a lui fronte comune contro la tirannia del re musulmano Kalema, ben presto re Mwanga vede nel cristianesimo il maggior pericolo per le tradizioni tribali ed il maggior ostacolo per le sue dissolutezze.
A sobillarlo contro i cristiani sono soprattutto gli stregoni e i feticisti, che vedono compromesso il loro ruolo ed il loro potere e così, nel 1885, ha inizio un’accesa persecuzione, la cui prima illustre vittima è il vescovo anglicano Hannington, ma che annovera almeno altri 200 giovani uccisi per la fede.
Il 15 novembre 1885 Mwanga fa decapitare il maestro dei paggi e prefetto della sala reale.
La sua colpa maggiore?
Essere cattolico e per di più catechista, aver rimproverato al re l’uccisione del vescovo anglicano e aver difeso a più riprese i giovani paggi dalle “avances” sessuali del re.
Giuseppe Mkasa Balikuddembè apparteneva al clan Kayozi ed ha appena 25 anni.
Viene sostituito nel prestigioso incarico da Carlo Lwanga, del clan Ngabi, sul quale si concentrano subito le attenzioni morbose del re.
Anche Lwanga, però, ha il “difetto” di essere cattolico; per di più, in quel periodo burrascoso in cui  i missionari sono messi al bando, assume una funzione di “leader” e sostiene la fede dei neoconvertiti.
Il 25 maggio 1886 viene condannato a morte insieme ad un gruppo di cristiani e quattro catecumeni, che nella notte riesce a battezzare segretamente; il più giovane, Kizito, del clan Mmamba, ha appena 14 anni.
Il 26 maggio vemgono uccisi Andrea Kaggwa, capo dei suonatori del re e suo familiare, che si era dimostrato particolarmente generoso e coraggioso durante un’epidemia, e Dionigi Ssebuggwawo.
Si dispone il trasferimento degli altri da Munyonyo, dove c’era il palazzo reale in cui erano stati condannati, a Namugongo, luogo delle esecuzioni capitali: una “via crucis” di 27 miglia, percorsa in otto giorni, tra le pressioni dei parenti che li spingono ad abiurare la fede e le violenze dei soldati.
Qualcuno viene ucciso lungo la strada: il 26 maggio viene trafitto da un colpo di lancia Ponziano Ngondwe, del  clan Nnyonyi Nnyange, paggio reale, che aveva ricevuto il battesimo mentre già infuriava la persecuzione e per questo era stato immediatamente arrestato; il paggio reale Atanasio Bazzekuketta, del clan Nkima, viene martirizzato il 27 maggio.
Alcune ore dopo cade trafitto dalle lance dei soldati il servo del re Gonzaga Gonga del clan Mpologoma, seguito poco dopo da Mattia Mulumba del clan Lugane, elevato al rango di “giudice”, cinquantenne, da appena tre anni convertito al cattolicesimo.
Il 31 maggio viene inchiodato ad un albero con le lance dei soldati e quindi impiccato Noè Mawaggali, un altro servo del re, del clan Ngabi.
Il 3 giugno, sulla collina di Namugongo, vengono arsi vivi 31 cristiani: oltre ad alcuni anglicani, il gruppo di tredici cattolici che fa capo a Carlo Lwanga, il quale aveva promesso al giovanissimo Kizito: “Io ti prenderò per mano, se dobbiamo morire per Gesù moriremo insieme, mano nella mano”.
Il gruppo di questi martiri è costituito inoltre da: Luca Baanabakintu, Gyaviira Musoke e Mbaga Tuzinde, tutti del clan Mmamba; Giacomo Buuzabalyawo, figlio del tessitore reale e appartenente al clan Ngeye; Ambrogio Kibuuka, del clan Lugane e Anatolio Kiriggwajjo, guardiano delle mandrie del re; dal cameriere del re, Mukasa Kiriwawanvu e dal guardiano delle mandrie del re, Adolofo Mukasa Ludico, del clan Ba’Toro; dal sarto reale Mugagga Lubowa, del clan Ngo, da Achilleo Kiwanuka (clan Lugave) e da  Bruno Sserunkuuma (clan Ndiga).
Chi assiste all’esecuzione è impressionato dal sentirli pregare fino alla fine, senza un gemito.
É un martirio che non spegne la fede in Uganda, anzi diventa seme di tantissime conversioni, come profeticamente aveva intuito Bruno Sserunkuuma poco prima di subire il martirio “Una fonte che ha molte sorgenti non si inaridirà mai; quando noi non ci saremo più altri verranno dopo di noi”.
La serie dei martiri cattolici elevati alla gloria degli altari si chiude il 27 gennaio 1887 con l’uccisione del servitore del re,   Giovanni Maria Musei, che spontaneamente confessò la sua fede davanti al primo ministro di re Mwanga e per questo motivo venne immediatamente decapitato.
Carlo Lwanga con i suoi 21 giovani compagni è stato canonizzato da Paolo VI nel 1964 e sul luogo del suo martirio oggi è stato edificato un magnifico santuario; a poca distanza, un altro santuario protestante ricorda i cristiani dell’altra confessione, martirizzati insieme a Carlo Lwanga.
Da ricordare che insieme ai cristiani furono martirizzati anche alcuni musulmani: gli uni e gli altri avevano riconosciuto e testimoniato con il sangue che “Katonda” (cioè il Dio supremo dei loro antenati) era lo stesso Dio al quale si riferiscono sia la Bibbia che il Corano.  
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni Maria Muzei, pregate per noi.


*San Giuliano da Sora - Venerato a Sora e Atina (27 gennaio)
Etimologia: Giuliano = appartenente alla 'gens Julia', illustre famiglia romana, dal latino
Martirologio Romano: A Sora nel Lazio, commemorazione di San Giuliano, martire, che si tramanda abbia subito il martirio al tempo dell’imperatore Antonino.
Giuliano, giovane oriundo della Dalmazia, durante la persecuzione di Antonino Pio, in Italia,  presso Anagni, fu riconosciuto come cristiano. Condotto ad Atina, fu quivi assoggettato da Flaviano,prefetto della provincia diCampania, a diversi tormenti.
Mentre subiva la pena dell'eculeo, crollò il tempio di Serapide e cadde in frantumi la statua del dio. Accusato perciò di magia fu decapitato tra le rovine del tempio medesimo.
Tale la leggenda riportata negli Acia SS. da un manoscritto italiano del Chioccarelli.
Il Baronio, negli Annales, assegna il martirio di Giuliano all'anno 175, sotto l'imperatore Marco Aurelio, durante il pontificato di papa Sotere.
Ma nel Martirologio Romano colloca il martirio sotto Antonino Pio (138-161). Riferendosi inoltre al Martirologio della Basilica Vaticana, ritiene che Sora sia stata la sede del
martirio ed aggiunge che in questa città si conservano gli Atti manoscritti del martire.
La leggenda sorana e quella atinate differiscono soltanto per la indicazione della sede del martirio e delle  circostanze relative.
Entrambe sono certamente tarde, ed è da rilevare che il martirio del santo viene assegnato allo stesso giorno, 27 gennaio, in cui è ricordato s. Giuliano di Le Mans.
Le reliquie del martire furono rinvenute nel luogo preciso ove se ne celebrava la memoria, in una antica chiesa dedicata al santo, presso Sora, come risulta dal processo autentico dell'invenzione redatto con atto autografo del vescovo Giovannelli (1609-32) e trasmesso alla Congregazione dei Riti il 15 aprile 1614.
Le reliquie furono rinvenute il 2 ottobre 1612 e traslate per desiderio di Costanza Sforza Boncompagni nella chiesa di S. Spirito il 6 aprile 1614.
Il vescovo Agostino Colaianni (1797-1814) le fece traslare nuovamente portandole nella chiesa cattedrale, ove sono tuttora venerate sotto l'altare dedicato al Santo, mentre in alto campeggia una statua in legno che lo rappresenta con la palma del martirio.
(Autore: Vincenzo Fenicchia - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giuliano da Sora, pregate per noi.   


*San Giuliano di le Mans - Vescovo (27 gennaio)

Etimologia: Giuliano = appartenente alla 'gens Julia', illustre famiglia romana, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Le Mans nella Gallia lugdunense, nell’odierna Francia, San Giuliano, che si ritiene primo vescovo di questa città.
Il più antico racconto della sua vita, le Gesta domini Juliani, si trova nella celebre opera intitolata Actus pontificum Cenomannis in urbe degentium.  
Ora, questi Actus, composti senza dubbio tra 1'840 e l'857, sono opera di un falsario privo di scrupoli, unicamente preoccupato di difendere i diritti e i possedimenti della chiesa di Le Mans all'epoca in cui scriveva, ragione per cui la sua biografia è completamente falsa.
Secondo questa fonte, Giuliano, dopo aver fatto parte dei settanta discepoli degli Apostoli, sarebbe stato ordinato vescovo da San Clemente di Roma e inviato in Gallia. Arrivato alle porte
della città di Le Mans, fece zampillare miracolosamente una fontana.
Gli abitanti si convertirono in folla, e specialmente il princeps civitatis, chiamato defensor, che fece a Giuliano innumerevoli donazioni accuratamente enumerate nel sopra citato scritto.
Il vescovo, dopo sette anni, andò in pellegrinaggio a Roma, donde tornò carico di reliquie.
Queste reliquie produssero dei miracoli, i quali a loro volta provocarono delle conversioni. Giuliano creò anche novanta parrocchie rurali e ciò gli fu facile perché in ventisette ordinazioni consacrò centosettantasei preti, ventidue diaconi e altrettanti suddiaconi. Infine dopo un episcopato di quarantasette anni morì un 28 gennaio.
Nulla di tutto ciò può essere ritenuto attendibile. Bisogna infatti ricordare che le pretese delle Chiese  all'apostolicità, ad avere cioè un fondatore che si riallacci direttamente ai tempi apostolici, sono un fatto dei secc.  VIII e IX, che trova spiegazione senza dubbio nella vanità locale, ma nello stesso tempo, nel prestigio grandissimo, di cui godeva allora la Chiesa di Roma.
Per sapere allora qualche cosa di Giuliano bisogna interpellare le fonti indirette. Si sa dal testamento di San Bertrando, vescovo di Le Mans (616), che esisteva in quell'epoca una chiesa suburbana dedicata a San Giuliano vescovo. Nell'832, una carta imperiale ci informa che detto edificio esisteva ancora e che era servito da un piccolo monastero (monasteriolum).
Questa chiesa ha potuto essere identificata; essa si trova sull'area della chiesa di Le Pré che, prima della Rivoluzione, possedeva una piccola cripta in forma di confessione da attribuire senza dubbio, alla fine del sec. IV o all'inizio del V; questo è l'indizio che induce a collocare Giuliano nel IV sec. Anche la tradizione, che fa di lui il primo vescovo di Le Mans e che gli attribuisce la fondazione della cattedrale, può essere accettata.
Notiamo, tuttavia, che il culto di questo santo si sviluppò solo tardivamente. Il testamento di Bertrando (616) è poco generoso verso la sua Chiesa; mentre quello di Aduino, altro vescovo di Le Mans, morto verso il 653, non vi fa il minimo accenno. Gregorio di Tours (544-95), nella sua zelante opera di raccolta dei miracoli relativi ai Santi della Gallia, non cita mai Giuliano, vescovo di Le Mans.
Le cose cambiarono allorché nacque la surriferita leggenda della missione apostolica di Giuliano Fra l'841 e l'850 il suo corpo fu trasportato dalla chiesa di Le Pré nella cattedrale, il culto assunse proporzioni sempre più intense, finché nel sec. XI, San Giuliano era ormai giunto alla notorietà.
La festa è fissata al 27 gennaio. La cattedrale di Le Mans, dopo aver portato il nome di Nostra Signora, poi dei SS. Gervasio e Protasio, è attualmente intitolata a San Giuliano, il cui culto prese grande sviluppo in Inghilterra, per opera dei Normanni.
(Autore: Henri Platelle – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giuliano di le Mans, pregate per noi.


*Beato Gonzalo Diaz di Amarante (27 gennaio)

Amarante, Portogallo, 1540 – Callao, Perù, 27 gennaio 1618
Chiamato all’Ordine Mercedario dalla Beata Vergine, il Beato Gonzalo Diaz, era nato in Amarante (Portogallo) nel 1540.  
Trasferitosi in Perù come marinaio, nell’anno 1603 divenne religioso nel convento della Mercede di Lima.
Si distinse per la sua dedizione alla vita di preghiera e per la sua carità verso gli indigeni ed i bisognosi.
Svolse con impegno e umiltà, l’ufficio di portinaio, dando esempio di virtù a quanti lo avvicinavano.
Passò poi al convento di Callao dove esercitò la funzione di elemosiniere.
Durante la sua vita fu favorito da frequenti apparizioni della Vergine e illustre per la grazia di avere guarito molte persone, morì santamente a Callao il 27 gennaio 1618, il suo corpo riposa nella chiesa mercedaria di Lima.
L’Ordine lo festeggia il 27 gennaio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Gonzalo Diaz di Amarante, pregate per noi.


*Beato Manfredo Settala (27 gennaio)

+ 27 gennaio 1217
Di origine milanese, eremita sul Monte San Giorgio, nei pressi del Lago di Como.
Martirologio Romano: A Riva San Vitale vicino a Como, Beato Manfredo Settala, sacerdote ed eremita.
Apparteneva all'antica famiglia milanese dei Settala ed alla fine del sec. XII era parroco di Cuasso che allora comprendeva le attuali parrocchie di Cuasso al Piano, Cuasso al Monte, Brusimpiano Porto Ceresio e Besano, in diocesi di Milano presso il ramo sud-occidentale del lago di Lugano.
Supernamente chiamato alla vita eremitica lasciò la cura pastorale e si ritirò sulle alture del S. Giorgio, la solitaria montagna incuneata tra i bracci meridionali del Ceresio, «ubi vitam ali quamdiu asperrimam ducens, totum se rerum Divinarum contemplationi addixit cuius sanctita tem Deus in morte testatam voluit» (Tatti, Martyrologium, p. 13).
Attratte dalla fama della sua santità, accorre vano a lui, implorando consiglio ed intercessione
le popolazioni delle regioni circostanti - comasche, varesine, milanesi tra le quali si distinsero, nel 1207, gli abitanti di Olgiate Comasco che, afflitti da mortale contagio, chiedevano al Beato scampo e conforto.  
Il Santo eremita li esortò a recarsi pellegrini alla tomba di San Gerardo, che da poco era morto a Monza (6 giugno 1207).
Compiuto devotamente il pio pellegrinaggio, il morbo subitamente scomparve, ed il popolo di Olgiate con decisione unanime elevò nel borgo in onore di San Gerardo una bella chiesa, divenuta poi mèta di devozione e di pellegrinaggi, e che nel 1938 fu restaurata ed abbellita; e fece voto perpetuo che il popolo olgiatese, ogni anno, si recasse collegialmente al sepolcro monzese del Santo, a ricordo dell'antico prodigio.
La storiografia manfrediana, basata su antiche tradizioni e rispettabili documenti, è ricca di prodigi attribuiti all'intercessione del Santo eremita.
È certo, per sicurissime testimonianze, che il Beato morì il 27 gennaio 1217, ed il distico di Nicola Brauto, riportato dal Tatti (Annali, Dec. II, p. 551), ricorda il suono miracoloso delle campane dei paesi vicini nell'ora del suo decesso, e l scelta del luogo della sepoltura disputata da molte chiese - lasciata al capriccio dei buoi aggiogati al carro funebre: «Manfredi mortem produnt agitata metalla, Dissidium tumuli composuere boves».
Il corpo del S. fu sepolto nella plebana di Riva S. Vitale, ai piedi del monte S. Giorgio, allora in diocesi di Como, dal 1888 di Lugano. Nel 1387, per ordine del vescovo di Como, Beltramo da Brossano, le spoglie del Beato furono collocate in  arca marmorea «super et prope altare, affinché in avvenire al memorato Beato Manfredo da tutti i fedeli cristiani sia prestata una maggiore devozione e riverenza».
Nel 1633, collocato il corpo in un'urna preziosa, questa fu deposta sotto la mensa dell'artistico altare maggiore, dove è attualmente venerato, e dove diverse parrocchie della regione, in domeniche distinte, convengono in devoto pellegrinaggio annuale.
Sulle pareti del presbiterio due belle tele di Giov. Batt. Bagutti (1774-1823) di Rovio raffigurano il trapasso del beato nella solitudine montana ed il suo trasporto dal San Giorgio alla plebana di Riva.
La festa liturgica si celebra il 27 gennaio, che a Riva è considerato giorno festivo; mentre la domenica seguente si ripete, con ingente concorso di forestieri e appropriato addobbo delle vie, poiché la devozione al Beato è tuttora vivissima nella regione.
La vigilia della festa si usa ancora distribuire in tutte le famiglie il pane benedetto.  
(Autore: Pietro Gini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Manfredo Settala, pregate per noi.


*Beata Maria Teresa di Gesù (Carolina Santocanale) - Fondatrice - (27 gennaio)
Palermo, 2 ottobre 1852 – Cinisi, Palermo, 27 gennaio 1923

Carolina Santocanale, nata a Palermo il 2 ottobre 1852 da nobile famiglia, inizia a sentirsi orientata alla consacrazione verginale a sedici anni. Tre anni dopo, incontrando l’arciprete di Cinisi don Mauro Venuti al capezzale del nonno morente, si affida alla sua direzione spirituale. Il 13 giugno 1887, guarita da una grave malattia invalidante, veste l’abito di Terziaria francescana, assumendo il nome di suor Maria di Gesù. Seguita da tre compagne, dà inizio all’Istituto Suore Cappuccine dell’Immacolata di Lourdes, occupandosi di ogni possibile aspetto di povertà morale e fisica nella cittadina di Cinisi, dove muore il 27 gennaio 1923. È stata beatificata il 13 giugno 2016 nel Duomo di Monreale. I suoi resti mortali sono venerati nella nuova cappella, attigua alla chiesetta della Casa madre, che si trova in via Sacramento 6 a Cinisi. La sua memoria liturgica, per la diocesi di Monreale e per le Suore Cappuccine dell’Immacolata di Lourdes, cade il 27 gennaio, giorno della sua nascita al Cielo.
Nascita e prima educazione
Nasce a Palermo il 2 ottobre 1852, figlia di Giuseppe Santocanale dei Baroni della Celsa Reale, avvocato, e di donna Caterina Andriolo Stagno. Al Battesimo, ricevuto nella parrocchia di Sant’Antonio Abate, il giorno dopo ai primi vespri della festa di san Francesco d’Assisi, le vengono imposti i nomi di Carolina Concetta Angela.
Per la sua prima istruzione viene affidata ad un istituto diretto da due sorelle vergini, coadiuvate da altre educatrici vergini e da alcuni maestri che insegnano lettere, musica e francese. Pochi mesi dopo aver ricevuto la Prima Comunione nella Quaresima 1861, lascia quella scuola e prosegue la formazione in casa, con rinomati precettori.
L’inizio di una nuova vita
Incoraggiata da uno di essi, il gesuita padre Giuseppe Orlando, un giorno si reca insieme alla madre al Quaresimale della cattedrale di Palermo, predicato da monsignor Di Giovanni, un altro dei suoi antichi precettori: ne resta incantata. Ogni giorno che passa, si sente sempre più attratta dalla Parola di Dio, come scrive in seguito nelle sue Memorie autobiografiche: «Quando parlò della Samaritana ne restai scossa. Quello della Cananea scolpì nell'anima mia una fede... una fiducia che non cessò mai più, anzi fu come la base della mia nuova vita».
Non solo abbandona gli abiti lussuosi, ma si ricorda che non aveva ancora fatto la Cresima. Così, dopo la debita preparazione, la riceve il 25 aprile 1869, insieme a un cugino e alla sorella Concettina, per le mani di monsignor Giovanni Battista Naselli, arcivescovo di Palermo. Ricordando quel giorno, scrive: «...Quel momento per me fu uno squarcio di Paradiso...io ricevetti lo Spirito Santo e d’allora in qua Egli non cessa di operare in me dei prodigi…».
Già da quel periodo comincia ad avvertire un certo interesse per la verginità consacrata. A testimonianza di questo, ci rimane un biglietto con un’esortazione scritta da lei stessa, che teneva nella sua scrivania in modo da rileggerla spesso: «Carolina, bada sai! La tua felicità sta rinchiusa nella tua verginità!… Non ti lasciare lusingare da nessuno[;] guai… guai… odio… vendetta… risse… discordie… tradimenti… sventure, causate dall'irreligione, e niente altro che questo trovasi nel mondo. Non ti lasciare lusingare! Combatti fiduciosa nel Cuore di Gesù e non temere di essere vinta. Coraggio! Fortezza e Via! In nome di Maria!».
Perché il desiderio si concretizzi in progetto di vita è necessaria la malattia del nonno materno, Paolo Stagno, il quale aveva acquistato i possedimenti terrieri appartenuti ai Benedettini nella località di Cinisi, in provincia di Palermo, dopo che le leggi eversive dello Stato avevano espropriato frati e suore, delle loro abitazioni e dei loro beni. Paolo Stagno ospitava spesso nella sua villa, d’estate ma non solo, la nipote prediletta Carolina e i suoi familiari. Lei, ormai diciannovenne, chiamata al capezzale del nonno, che poi muore il 13 gennaio 1872: lì incontra l’arciprete di Cinisi, don Mauro Venuti, e si affida alla sua guida spirituale.
Dalle idee alla concretizzazione nella carità
Inizialmente pensa di entrare nel monastero di Santa Caterina a Palermo, per appagare la sua sete di contemplazione delle realtà divine, ma il padre, che aveva già un matrimonio pronto per lei, non acconsente. Allora Carolina, anche in preparazione alla sua futura consacrazione, il 20 novembre 1873 entra nella Pia Unione delle Figlie di Maria della parrocchia di Sant’Antonio Abate, insieme ad altre 118 giovani. Invitata dal parroco a diventare presidente dell’associazione, accetta con entusiasmo come preparazione al suo noviziato.
A causa di contrasti tra la nonna e il padre, Carolina potrà ritornare di nuovo a Cinisi solo dopo otto anni, essendo tornata la pace in famiglia a seguito del matrimonio di sua sorella Concettina. Nell’autunno del 1880, durante una delle sue permanenze dalla nonna, conosce due ragazze e un giovane paralitico, ai quali, col consenso del parroco, decide d’insegnare il catechismo.     Quell’esperienza scatena in lei un dubbio: se continuare a pensare alla vita contemplativa o abbracciare quella attiva, a beneficio delle ragazze povere e prive d’istruzione anche religiosa, nel Collegio di Maria, un’istituzione abbandonata di Cinisi.
Nel mese di settembre, il 19, riceve dalla nonna il permesso di partecipare da sola e quotidianamente (fatti per nulla scontati all’epoca) alla Messa e di ricevere l’Eucaristia. A questo consenso si unisce, una volta tornata a Palermo, quello della madre. Tuttavia, il progetto pare arrestarsi: il 9 gennaio 1884 Carolina, colpita da un forte dolore alle gambe, si mette a letto e vi resta per sedici mesi, senza che la medicina dell’epoca permetta di capire le cause di quel male.
Contatti col Beato Giacomo Cusumano e ingresso nel Terz’Ordine Francescano
Nel frattempo, a Palermo, sta sorgendo l’opera del "Boccone del Povero", per iniziativa di don Giacomo Cusumano, medico divenuto sacerdote. (Beato dal 1983). Carolina, consigliata da don Mauro Venuti, lo incontra tre volte per cercare d’impiantare quell’iniziativa anche a Cinisi; non se ne fa nulla, però lui l’invita a far parte della sua istituzione, perché intuisce in lei i segni di una possibile vocazione.
A quel punto Carolina torna a chiedere consiglio al direttore spirituale, che la orienta ad abbracciare un indirizzo diverso: la spiritualità di san Francesco d’Assisi. Il motivo può essere rintracciato nel fatto che, in occasione del settimo centenario della nascita del Poverello, Papa Leone XIII aveva pubblicato la lettera enciclica «Auspicato concessum» del 17 settembre 1882, nella quale, tra l’altro, invitava i parroci a far conoscere il Terz’Ordine Regolare Francescano e a incentivarne l’adesione tra i fedeli. Riconoscendo nel proprio cuore un’eco di quanto don Venuti le suggeriva, Carolina accetta la proposta.
Nel 1887, dopo sedici mesi di preghiere, rivolte soprattutto a san Giuseppe, e di cure prestatele da un medico amico di famiglia, la giovane può dirsi guarita. Il 13 giugno dello stesso anno, nella chiesetta del Collegio di Maria a Cinisi, riceve dalle mani di don Venuti il saio nero delle Terziarie Regolari e assume il nome il nome di suor Maria di Gesù.
Nella "terra promessa"
Nei due mesi successivi altre due giovani si uniscono a lei e così cominciano l’opera in quattro. Inizialmente il piccolo gruppo si stabilisce in due cellette affittate nel Collegio di Maria, ma, visto che il luogo è troppo esiguo, suor Maria chiede di poter andare ad abitare nella casa dei nonni, che i suoi genitori avevano appena ereditato. Così, l’11 febbraio 1891, la comunità vi si trasferisce: è così giunta l’ora di abitare in quella che lei aveva da tempo sospirato come "terra promessa".
Tra il marzo e il giugno 1896 viene istituito un orfanotrofio, che da subito ospita sei orfanelle; l’anno seguente apre l’educandato per le fanciulle di famiglie benestanti che pagano una retta. Segue l’asilo nido per i bambini piccoli, le cui mamme sono costrette a lavorare perché tutti gli uomini di Cinisi, rimasti senza lavoro alla morte di Paolo Stagno, erano partiti per l’America. Suor Maria insegna il ricamo a due suore e, mediante la Scuola di lavoro, dà la possibilità alle adolescenti di imparare un’arte per guadagnarsi da vivere.
Sofferenze e contrasti col direttore spirituale
Alla sofferenza per il fatto di non poter avere il Santissimo Sacramento in casa si aggiungono per lei dolori di natura affettiva: la perdita del padre e della madre da una parte, l’operazione di cataratta di entrambi gli occhi dall’altra.
Dal 1905, poi, sorgono contrasti con don Venuti, che non aveva accettato la costruzione, all’interno della casa, di una chiesetta: era stata ricavata da due magazzini dove, per dieci anni, suor Maria aveva dato da mangiare a cento poveri. Il Vescovo gli ordina di benedirla e lo fa assieme alla campana, ma poi non frequenta più quella casa.
Un altro contrasto era sorto per la formulazione di Regola e Costituzioni, l’osservanza delle quali, secondo lui, avrebbe causato nelle religiose scrupoli superflui. Infine, richiesto di predicare gli Esercizi spirituali alla Comunità, dice a suor Maria di Gesù di rivolgersi ai Cappuccini di Palermo.
Quando il predicatore designato, padre Giovanni Maria Schiavo, entra in contatto diretto con la Fondatrice, scopre una situazione priva di regola: manca un decreto o documento che comprovi l’erezione canonica dell’Istituto. In più, le religiose credono di essere suore a tutti gli effetti, ma sono semplici Terziarie. Don Venuti, interpellato, confessa umilmente di non aver saputo come comportarsi in materia di Istituzione religiosa e lo invita a completare quanto non lui era stato in grado di fare. Padre Schiavo, quindi, attinge alla Regola del Terz’Ordine approvata da papa Leone X nel 1521: in due anni prepara le Costituzioni, si adopera per l’aggregazione all’ordine dei Cappuccini, ottiene che il Vescovo le dichiari di diritto diocesano e le invita a compiere il noviziato, per regolarizzare la loro posizione.
Prima approvazione e aggregazione ai Cappuccini
Il legame con il culto della Madonna di Lourdes si cementa con l’arrivo, il 26 febbraio 1908, di due statue che raffigurano la Vergine e Santa Bernadette; vengono collocate e benedette nella chiesa dell’istituto il 16 luglio, nell’anniversario dell’ultima apparizione, in una graziosa grotta. Da quel giorno, l’Istituto viene ufficialmente messo sotto il patrocinio dell’Immacolata di Lourdes.
L’8 dicembre 1909, con un telegramma, padre Giovanni comunica che la Regola è stata approvata e che il Ministro Generale, padre Pacifico da Seggiano, autorizza l’aggregazione dell’Istituto all’Ordine cappuccino. Nel mentre, monsignor Domenico Gaspare Lancia di Brolo, vescovo di Monreale (sotto la cui giurisdizione cade tuttora Cinisi), concede la sua approvazione e l’Istituto diventa quindi di diritto diocesano.
Il 13 giugno del 1910 vede la vestizione di suor Maria di Gesù, ufficialmente Madre fondatrice, e di altre undici suore, che rivestono un abito marrone simile a quello dei padri Cappuccini. L’11 febbraio 1911 solo la fondatrice professa i voti nelle mani di monsignor Gaspare Bova, vicario generale della diocesi di Monreale, per ricevere così la professione delle undici novizie il 29 novembre seguente.
Figlia di san Francesco
«Sono figlia di San Francesco», aveva dichiarato madre Maria di Gesù, quando aveva compreso che lo stile francescano era quello che Dio aveva in serbo per lei. Come il Santo di Assisi, accompagnata dalle sue consorelle, abbandona quindi la vita nobile e comoda della famiglia Santocanale per farsi questuante lungo le strade di Cinisi. In segno di rispetto per le sue origini, diventa comunque nota tra il popolo come la "Signora Madre".
Quando si trova di fronte qualcuno che, per riserbo o vergogna, non osa nemmeno chiedere l’elemosina, manda personalmente del cibo già pronto. La sua delicatezza tutta materna le ottiene il bonario rimprovero di un altro Cappuccino, padre Fedele da Ciminna, che in dialetto commenta: «Vossia, ca so tinnirizza, rovina!».
La sorgente di tanto amore e di tanta attività non poteva essere altro che Gesù Eucaristia, cui spesso si rivolge, nei suoi scritti, lasciando da parte il "voi" del rispetto, per il "tu" della confidenza piena, tanto da arrivare ad esclamare: «Vorrei avvicchiarmi al tuo collo divino e non lasciarti mai più. Così o tu meco all'Inferno o io teco in Paradiso».
Il tempo della visita canonica
Due prove attendono però madre Maria di Gesù. Anzitutto l’asportazione del seno sinistro: per
fibroadenomi, dicono alcuni; perché era inciampata e caduta nella sua stessa stanza battendo il petto, asserisce una suora. In ogni caso, per modestia non racconta il fatto, ma dopo un certo tempo è costretta a farlo e, in spirito di obbedienza, ad accettare l’operazione. Con la stessa disposizione accoglie la visita canonica richiesta da monsignor Antonio Augusto Intreccialagli, nuovo arcivescovo di Monreale, a seguito di alcune dicerie che circolavano sulle suore dell’Istituto.
Dopo aver letto la relazione scritta dal di lui inviato, il canonico Francesco Paolo Evola, il vescovo si sente in dovere di mettere in guardia la fondatrice: «Finora la comunità è stata governata come si governa da una madre di famiglia la propria casa; ma questo modo di governare non è quello di una casa religiosa».
Per questo motivo, oltre alla mancanza di mezzi, il 12 ottobre 1917 le consiglia di non ammettere altre novizie né di accogliere nuove orfane se non è disposta ad aprire nuove case, inviando le suore fuori Cinisi.
Le suggerisce poi, pur approvandolo, di modificare il testamento, che portava la data del 30 giugno 1907, lasciando come eredi due o tre suore di fiducia. Madre Maria obbedisce, ma monsignor Intreccialagli non resta soddisfatto e richiede un vero e proprio atto di vendita. Fra l’altro, non manca la lotta di una suora che, accettata per carità dopo essere uscita da un altro Istituto, la denigra con tutti, sacerdoti e vescovo, alienandole buona parte delle suore, specie le più giovani. La Madre cade ammalata e per curarsi si trasferisce temporaneamente dai suoi fratelli a Palermo, ma, appena ripresa, ritorna felice nell'Istituto.
Tentativi di fondazioni
All’invito del Vescovo di aprire nuove case, sollecita obbedisce ma senza esiti positivi: apre una casa a Belmonte Mezzagno (in provincia di Palermo), inaugurata nel febbraio 1921, per l’apostolato parrocchiale, ma sei mesi dopo è costretta a chiuderla. Così il pensionato studentesco, in via Porrazzi a Palermo, aperto nell’ottobre 1921 e chiuso nel giugno 1922: il motivo è perché le entrate risultavano inferiori alle spese. Intanto, il 23 settembre 1921, muore don Mauro Venuti: anche questa è per lei, che l’aveva sempre venerato, una grande pena.
La questione del testamento infine si conclude il 16 gennaio 1923, quando madre Maria di Gesù compie l’atto di vendita della casa di Cinisi a quattro suore. Nel Natale precedente, presentendo prossima la sua fine, aveva annunciato alle consorelle che quello sarebbe stato l’ultimo che avrebbe vissuto con loro.
La situazione ha un definitivo sblocco il 24 gennaio 1924: monsignor Intreccialagli le concede di riaprire il noviziato ed emette un nuovo decreto, dichiarando l’Istituto di diritto diocesano e forse sconoscendo che era stato già dichiarato tale nel 1909 dal suo predecessore.
La morte e il compianto di Cinisi
Il 27 gennaio 1923, per madre Maria di Gesù, era stata una giornata di intenso lavoro: aveva aiutato due giovani a realizzare il loro sogno d’amore, impedito dai parenti per la morte della mamma del giovane, facendoli sposare in casa e facendo preparare dalle sue suore il pranzo per 60 invitati. Intorno alle 23, sente battere il cuore violentemente e muore dopo poco con un infarto. Circondata dalle suore che non possono far nulla per lei, spira serenamente col nome di Gesù sulle labbra e gli occhi fissi ad un quadro di san Giuseppe. Ha 70 anni, tre mesi e 25 giorni.
Resta esposta alla venerazione del popolo due giorni e dopo hanno luogo i suoi solenni funerali. La sua salma, accompagnata da un’imponente folla composta soprattutto da poveri, varie associazioni, scuole, viene potata al cimitero cittadino. Poco più di tre anni dopo, il 23 ottobre 1926, i suoi resti mortali vengono riesumati e traslati, l’indomani, nella chiesetta dell’Istituto, in via Sacramento 6 a Cinisi. Quel ritorno nella sua casa è un’apoteosi. Significativamente, si era nel settimo centenario della morte di San Francesco.
Il processo di beatificazione
A fronte della sua perdurante fama di santità, viene deciso di avviare il suo processo di beatificazione nella diocesi di Monreale. La prima fase, sugli scritti e sulla fama di santità, viene iniziata il 1° luglio 1964 nella basilica di Monreale e conclusa il 27 maggio 1966; gli atti vengono inviati alla Sacra Congregazione dei Riti (il dicastero vaticano che un tempo presiedeva alle cause dei Santi) il 24 dicembre dello stesso anno. Il processo informativo, invece, inizia il 24 aprile 1970 e viene concluso il 21 novembre 1977.
Nel frattempo, come richiesto dalla prassi dell’epoca, il corpo della Serva di Dio Maria di Gesù viene riesumato il 29 gennaio 1973, a cinquant’anni dal funerale, e collocato in un nuovo loculo scavato sotto la nicchia di san Giuseppe della chiesetta di Casa madre.
Il nulla osta per l’avvio del processo cognizionale apostolico viene concesso il 2 aprile 1982: la seconda fase della causa viene quindi aperta il 27 gennaio 1983, sempre a Monreale, e chiusa a Cinisi l’11 giugno 1984. I documenti dei processi informativo e apostolico vengono quindi trasferiti a Roma presso la Congregazione per le Cause dei Santi e convalidati con decreto del 19 settembre 1991. Il 26 aprile 1992 viene ultimata la "positio super virtutibus", subito consegnata alla Congregazione.
In seguito ai voti favorevoli da parte dei consultori teologi e dei cardinali e vescovi membri della Congregazione per le Cause dei Santi, il 1° luglio 2000, san Giovanni Paolo II autorizza la promulgazione del decreto con cui madre Maria di Gesù Santocanale viene dichiarata Venerabile.
Il miracolo e la beatificazione
Come presunto miracolo utile per la beatificazione, tra i vari presentati, viene preso in esame il caso avvenuto il 19 settembre 2003 ad Andrea Gracchiolo, un giovane operaio impegnato nei lavori per la creazione della nuova cappella, attigua alla chiesetta di Casa madre, dove sarebbe stato sistemato il corpo di madre Maria di Gesù.
Mentre l’operaio è alle prese con la costruzione del lucernario, a undici metri e dieci dal suolo, la trave su cui stava camminando si spezza: cade, parandosi il volto con le mani, nel punto esatto in cui sarebbero stati collocati i resti della fondatrice. Gli altri operai, accorsi, lo trovarono in piedi, illeso, come conferma il referto dell’ospedale dove viene condotto per precauzione.
Le suore, che non si sono accorte di nulla, si stupiscono al veder arrivare poco dopo gli operai, l’architetto e il direttore dei lavori, con un mazzo di fiori da deporre nel posto della caduta. Andrea sostiene di essersi sentito come se qualcuno l’avesse preso fra le braccia e posato a terra. Tutti sono convinti che la "Signora Madre" avesse ottenuto non solo il salvataggio del giovane, ma anche che i restauri continuassero. I resti mortali della fondatrice sono poi stati collocati nella nuova cappella, benedetta e inaugurata da monsignor Cataldo Naro, allora arcivescovo di Monreale, il 29 novembre 2004.
L’inchiesta diocesana sul miracolo si è quindi svolta in diocesi di Monreale ed è stata convalidata il 21 marzo 2014. I medici consultori della Congregazione per le Cause dei Santi, riunitisi il 29 gennaio 2015, hanno ritenuto l’evento scientificamente inspiegabile. Sia i consultori teologi, sia i cardinali e vescovi membri della Congregazione, hanno confermato quel parere positivo. Infine, il 14 dicembre 2015, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui il fatto era dichiarato miracoloso e avvenuto per intercessione della Venerabile Maria di Gesù Santocanale.
La sua beatificazione si è svolta domenica 12 giugno 2016, alle 17, nel Duomo di Monreale, presieduta dal cardinal Angelo Amato come inviato del Santo Padre. La sua memoria liturgica, per la diocesi di Monreale e per le Suore Cappuccine dell’Immacolata di Lourdes, cade il 27 gennaio, giorno della sua nascita al Cielo.
Le Suore Cappuccine dell’Immacolata di Lourdes oggi
Nel giro di vent’anni dalla morte della fondatrice, il 1° febbraio 1947, arriva il pro-decreto di diritto pontificio dalla Santa Sede, confermato dal decreto di lode del 16 dicembre 1962. Infine, il 20 novembre 1968, viene concesso il decreto con cui le Suore Cappuccine dell’Immacolata di Lourdes – questo il nome ufficiale – diventano di diritto pontificio.
Il loro patrimonio spirituale, vera eredità della fondatrice, consiste nel seguire Cristo e servire i fratelli secondo lo stile francescano, cercando di essere pane spezzato per saziare la fame spirituale e materiale dei tanti poveri del mondo. In Sicilia hanno quindici case, completate da altre quattro nel resto d’Italia. All’estero sono presenti in Brasile con cinque case (quattro nello stato di Bahia e una nel Minas Gerais), in Albania con due, tre in Madagascar e una in Messico.

(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Teresa di Gesù, pregate per noi.


*Venerabile Maria Teresa Lega - Religiosa (27 gennaio)

Brisighella, Ravenna, 13 gennaio 1812 - Cesena, 27 gennaio 1890
Fondatrice dell’Istituto “Lega” delle Suore della Sacra Famiglia, nasce a Brisighella il 13 Gennaio 1812.
Vive in famiglia fino al 20 Ottobre 1824 quando dai suoi genitori, per la sua istruzione e formazione, è affidata alle Monache del Collegio Emiliani di Fognano, presso cui rimane fino al 19°
anno di età.
Rientrata a casa sente più fortemente la voce del Signore, che la chiama a consacrarsi nella vita religiosa, nel suo Collegio di Fognano. Incontra molte difficoltà di ogni ordine e misura e deve lottare non poco per restare fedele al suo proposito.
Rientra a Fognano, dove il 27 Settembre 1835, vi fa la sua professione religiosa, col nome di Suor Maria Teresa della Esaltazione della Croce.
La contemplazione dell’amore di Cristo, che facendosi uomo, muore in croce per “tutte” le creature, porta frutto;  si apre per lei un orizzonte più vasto del Monastero di Fognano.
Sente l’ispirazione dal Signore per “una Fondazione di un Istituto per le povere bambine che sono nella strada abbandonate a se stesse”.
Prega, lotta, soffre a lungo, si consiglia per conoscere meglio la Volontà di Dio, che la purifica attraverso una lunga storia di silenzi e contraddizioni.
Il 6 Giugno 1871 Suor Maria Teresa Lega giunge a Modigliana, dove Dio l’ha chiamata a dare inizio all’Opera: una piccola famiglia dove le bambine della strada, per una comunione di beni con quelle più benestanti, possono imparare un mestiere e studiare.
Nasce così l’Istituto delle Suore francescane della Sacra Famiglia. (www.suoresacrafamiglia.it)
Muore a Cesena il 27 Gennaio 1890.
Giovanni Paolo II la dichiara Venerabile il 25 Giugno 1996.
Spiritualità-carisma
La contemplazione del Crocifisso e l’Eucaristia sono per Suor M. Teresa Lega la sorgente inesauribile dalla quale  attinge energie sempre nuove e dalla quale impara a donarsi senza limiti per i fratelli e a fare della sua esistenza una vita di amore oblativo, di concreto e generoso servizio agli altri.
Contemplando Gesù Crocifisso che dalla croce redime l’uomo, ella pone al centro della sua azione educativa lo scopo primario di far conoscere Dio e far conoscere che Dio ama l’uomo e si sente spinta a collaborare con tutte le forze al mistero della Redenzione, cioè alla salvezza di ogni uomo, affinché ciascuno sperimenti l’amore misericordioso e gratuito di Dio.
Questa l’eredità spirituale lasciata alle sue figlie: “imitare, per quanto possibile, con l’aiuto divino, l’ardentissima carità di cui è acceso il Cuore del loro Sposo Gesù verso le anime, create ad immagine e somiglianza di Dio, e ricomprate con lo sborso di tutto il Suo preziosissimo sangue”.
Attualità del messaggio
Questo il suo messaggio: l’amore a Cristo crocefisso, contemplato e accolto come manifestazione suprema dell’amore di Dio, si rende visibile nell’amore per ogni uomo, soprattutto per i più sofferenti e indifesi. Tale messaggio è ancora oggi attuale e provocatorio e ci sollecita a rivedere la nostra vita alla luce di tre “parole chiave”: sforzo ascetico – amore – croce.
- Sforzo ascetico: il desiderio, la lotta, il sacrificio e l’ascesi per mettere continuamente Dio al posto dell’io.
- Amore: l’amore di Dio, ricevuto gratuitamente, diventa amore ai fratelli, recupera il concetto di dignità dell’uomo nel progetto di Dio, affina l’attenzione verso quelle povertà che attentano la dignità umana e motiva l’essere e l’agire in concrete opere di carità.
- Croce: scandalo, stoltezza, debolezza …. Eppure forza! In questo momento in cui sempre più la “sapienza” del mondo propone modelli di dominio, di prestigio, di successo, è proprio la forza dirompente della debolezza della croce, della sofferenza non rifiutata, della piccolezza accettata, del dar voce a chi non sa gridare, il messaggio più controcorrente che siamo chiamati ad annunciare.
Dio ci vuole tutti salvi! Questa la grande certezza che ha sempre guidato Suor Teresa e l’ha portata a “giocarsi la vita” per Cristo e per i fratelli. Tutta la sua vita è stata annuncio e testimonianza di questa speranza di salvezza per ogni uomo.
(Autore: Suoresacrafamiglia.it – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Venerabile Maria Teresa Lega, pregate per noi.


*San Marino (Mario) (27 gennaio)

Martirologio Romano: Nel monastero di Beuvoux nel territorio di Sisteron in Francia, San Mario, abate. San Marino di Bodon nacque ad Orléans in Francia alla fine del V secolo.
Marino fondò, verso l'anno 506, il monastero di Bodon divenendone il primo abate. Colpito da una forte malattia, intraprese un pellegrinaggio alle reliquie del martire saint Denis, nei pressi di Parigi, per invocare il dono della guarigione.
Prima di giungere al santuario, Marino ebbe un sogno in sui il santo martire gli dichiarava di essergli venuto in aiuto. effettivamente, al risveglio, Marino si ritrovò prodigiosamente curato dalla sua malattia.
Asceta austero e poverissimo, seppe dimostrarsi anche pastore zelante e caritatevole, sempre disposto ad ascoltare chi gli chiedeva consiglio.
Durante la Quaresima aveva l'abitudine di allontanarsi dal suo monastero per vivere da eremita nella foresta.
La tradizione racconta che egli, solito a ricevere visioni profetiche, previde che i barbari avrebbero devastato il suo  monastero e sarebbero scesi fino all'Italia.
Morì il 27 gennaio 555 nel monastero di La-Val-Benois, nei pressi di Sisteron.La vita  di San Marino fu scritta dal suo discepolo Lucrezio, futuro vescovo di Die. Quando il monastero fu distrutto, le sue reliquie furono traslate a Forcalquier, prima nella chiesa di Saint-Mari e, successivamente, nella cattedrale di Notre-Dame-du-Bourguet. Il villaggio di Saint-May, presso Rémuzat, conserva il nome e il culto di san Marino.
Attualmente, nei pressi dei ruderi dell'antico monastero, vi è una cappella che ricorda il passaggio del Santo. É conosciuto anche come Mario, o Mauro, o May, o Mary, a seconda delle traduzioni e delle abbreviazioni toponomastiche.  
(Autore: Ruggiero Lattanzio – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Marino, pregate per noi.

 

*Beato Michele Pini (27 gennaio)

Firenze, 1445 c. - 1522
Michele Pini era fiorentino, forse di famiglia senese. Non si sa nulla della sua vita prima del suo ingresso nell'eremo di Camaldoli, che avvenne nel primo anno del '500.
E anche della sua vita nell'eremo quasi nulla, probabilmente, ci sarebbe rimasto, se un caso poco comune non ci avesse tramandato le sue virtù e anche le sue parole.
Il caso fu questo: nel 1510, un nobile veneziano, Tommaso Giustiniani, chiese di essere ammesso nell'eremo di  Camaldoli.
I superiori, naturalmente, presero un po' di tempo, per accertarsi della sincerità nella vocazione
dell'insolito postulante. Nel frattempo, il Giustiniani salì a Camaldoli, osservò il luogo, i religiosi, la loro vita.
Ed ecco che cosa scrisse di Don Michele Pini: " C'è un solitario, già prete secolare, eremita da più di cinque anni... L'ho visitato il giorno del mio arrivo, con il reverendissimo Padre generale.
A mio avviso, ha circa sessant'anni. " Ha una lunga barba bianca, e sembra un secondo San Girolamo.
É un po' pallido, ma non troppo magro. Sembra di natura dolce, e pieno di santa umiltà.
A giudicare dalle poche parole che mi ha detto quando gli ho fatto visita, mi è parso pieno di prudenza e assai spirituale.
"Quando il Generale gli ebbe detto che ero colui di cui gli aveva parlato, mi dichiarò che avrei fatto bene se, seguendo le parole del nostro Santissimo Signore, avessi abbandonato tutto per seguire il Signore, il quale ha promesso eterna felicità a chi lo segue...
"Tali parole sono press'a poco quelle da lui dettemi al momento del mio arrivo e del commiato, quando mi ha abbracciato.
Richiestolo di pregare per me, mi ha risposto: "E tu, figlio mio, prega affinché Dio esaudisca le preghiere che ho già rivolto a te, e che ancora rivolgerò; e prega per la mia salvezza".
Qualche mese dopo, Tommaso Giustiniani prese anch'egli l'abito bianco dei Camaldolesi. Restò sempre grande ammiratore dell'eremita alle cui preghiere si era raccomandato. Lo volle per proprio confessore e consigliere spirituale, soprattutto nell'opera di riforma che il Giustiniani intraprese. Con dolore se ne distaccò, quando i Superiori lo inviarono a fondare una nuova Congregazione di eremiti.
Il Beato Michele Pini resta così, nel secolare ricordo, come figura di perfetto camaldolese, esemplare tra tutti gli esemplari confratelli.
Contemplativo, più che uomo di azione; mistico, più che riformatore, viveva nella fede come in una realtà tangibile. Alla fine della sua vita, poteva dire, al suo commosso discepolo: " Per me, ormai, la fede è diventata una conoscenza vera e certissima ".
(Fonte: Archivio della Parrocchia)
Giaculatoria - Beato Michele Pini, pregate per noi.


*Beato Paolo Giuseppe Nardini (27 gennaio)

Germersheim, Germania, 25 luglio 1821 – Pirmasens, Germania, 27 gennaio 1862
Paolo Giuseppe Nardini, sacerdote della diocesi di Speyer, di origini italiane, fondò in Germania le Suore Francescane della Sacra Famiglia.
Dichiarato “venerabile” il 19 dicembre 2005, Benedetto XVI ha riconosciuto un miracolo attribuito alla sua intercessione il 26 giugno 2006.
É stato beatificato il 22 ottobre 2006 nella cattedrale di Speyer (Germania).
Paolo Giuseppe Nardini nacque il 25 luglio 1821 a Germersheim, sul Reno in Germania, figlio naturale di Margherita Lichtenberger, e solo all’età di due anni fu adottato dalla zia, Barbara
Nardini.  
Conclusi gli studi classici presso Speyer, ove risultò il migliore della classe, intraprese lo studio della filosofia e della teologia a Speyer e Monaco. Nel 1846 conseguì con successo la laurea, discutendo una tesi relativa ai “Demoni nel Nuovo Testamento”.
Il 22 agosto di tale anno, nel duomo di Speyer, ricevette l’ordinazione presbiterale.
Per breve tempo fu cappellano a Frankenthal, sino a quando il vescovo non lo volle nominare prefetto del convitto vescovile, carica che ricoprì dal 1° dicembre 1846 all’11 gennaio 1850.
Durante tale periodo fu anche assistente spirituale in parrocchia e si attivò in diverse associazioni, battendosi in particolare per i diritti della Chiesa.
Nel 1851 divenne parroco di Primasen, nei pressi di Rheinpfalz, una della più difficili realtà della diocesi.
La  difficile situazione della diaspora causava forti tensioni tra cattolici e protestanti ed i primi, appartenenti alle classi sociali più povere, soffrivano per le crescenti difficoltà e talvolta addirittura i bambini dovevano ridursi a chiedere l’elemosina lungo le strade.
Il Nardini comprese allora che la sua opera non sarebbe stata completa senza la concretizzazione dell’amore che andava predicando, cioè che ai poveri occorresse “predicare il Vangelo non soltanto a parole, ma con la forza di una fede che si sacrificasse nell’amore concreto”.
Avvenne così che il 2 marzo 1855 fondò la Congregazione delle Povere Francescane di Mallersdorf, una comunità di suore volta a prendersi cura dei malati e dei bambini della sua parrocchia, nonché di tutti quei bambini abbandonati bisognosi di un alloggio decoroso, di istruzione scolastica e formazione professionale.
Paolo Giuseppe Nardini spirò il 27 gennaio 1862, all’età di soli quarant’anni, esaurita ogni energia  senza alcun riguardo per sé e nel totale servizio del bene delle anime.
La sua fama di santità però non si spense, ma solo nel 1994 la Santa Sede concesse il nulla osta per l’apertura del processo diocesano e gli atti furono aperti ufficialmente presso la Congregazione delle Cause dei Santi il 26 marzo 1999.
Dichiarato “venerabile” il 19 dicembre 2005, il Pontefice Benedetto XVI suo connazionale ha riconosciuto un miracolo attribuito alla sua intercessione il 26 giugno 2006.
É stato beatificato il 22 ottobre 2006 nella cattedrale di Speyer (Germania). Oggi la congregazione da lui fondata è diffusa in Germania, Sud Africa e Romania.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beata Rosalia du Verdier de la Sorinière (27 gennaio)

Scheda del gruppo a cui appartiene: “Beati Martiri di Angers” Martiri della Rivoluzione Francese
Saint-Pierre de Chemillé, Francia, 12 agosto 1745 - Angers, Francia, 27 gennaio 1794
In religione “Suor Celeste”, religiosa professa delle Monache Benedettina di Notre-Dame du Calvaire,
ghigliottinata durante la Rivoluzione Francese.  
Fu beatificata il 19 febbraio 1984 da Papa Giovanni Paolo II insieme con altri martiri della diocesi di Angers.
Martirologio Romano: Ad Angers in Francia, Beata Rosalía du Verdier de la Sorinière, vergine nel monastero del Calvario di questa città e martire, condannata a morte mentre infuriava la rivoluzione francese in odio alla fede cristiana.
Ad Angers, in Francia, ricordo della Beata Rosalia du Verdier de la Sorinière, vergine nel monastero del Calvario di quella stessa città, martire, che, mentre infuriava la Rivoluzione Francese, fu ghigliottinata in odio alla religione cristiana.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Rosalia du Verdier de la Sorinière, pregate per noi.

  

*San Teodorico II   di Orleans (27 gennaio)

Martirologio Romano:
A Tonnerre in Burgundia, in Francia, transito di San Teodorico, vescovo di Orléans, che terminò la sua vita mentre si recava in visita alle basiliche degli Apostoli.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria -
San Teodorico II di Orleans, pregate per noi.


*San Vitaliano - Papa (27 gennaio)

m. 27 gennaio 672  - (Papa dal 30/07/657 al 27/01/672)
Nativo di Segni, dopo la sua elezione tentò di ristabilire il dialogo con l'Imperatore e il patriarca di Costantinopoli.
Il progetto fallì. Durante il suo pontificato la chiesa di Ravenne manifestò l'intenzione di legarsi alla Chiesa di Costantinopoli.
Etimologia: Vitaliano = figlio di Vitale
Martirologio Romano: A Roma presso san Pietro, deposizione di san Vitaliano, Papa, che si occupò con particolare impegno della salvezza degli Angli.
Pochi anni prima della sua elezione, un duro conflitto aveva messo l’imperatore orientale Costante II (fiancheggiato da Paolo, patriarca di Costantinopoli) contro papa Martino I, che era stato poi mandato a morire esiliato in Crimea.
Dopo il breve pontificato di Eugenio I (654-657), si elegge Vitaliano, che tenta di migliorare i rapporti con Costantinopoli, ma senza affrontare i dissensi dottrinali: annuncia, secondo tradizione, la propria nomina e riceve cortesi risposte.

I patriarchi di Costantinopoli si considerano autorevoli almeno quanto i papi di Roma; e sono sostenuti dagli imperatori, padroni di buona parte del territorio italiano, inclusa Roma.
Sicché tutto quello che va bene al sovrano e al patriarca deve andare bene anche al Pontefice romano.
Ora, Vitaliano non è un personaggio battagliero. Inoltre deve guardare anche ai cristiani d’Europa, e in particolare a quelli d’Inghilterra, che sono in crisi perché un’epidemia di peste ha decimato il clero locale.
Insomma, evita di battersi per affermare l’unicità della dottrina e il primato della Sede romana. E accoglie anzi con onori l’imperatore Costante II, che nel 663 visita Roma.
(Anche perché in Oriente è detestato un po’ da tutti, specie dopo che ha fatto uccidere il fratello Teodosio).
In Roma, l’imperatore Costante II “ricambia” gli onori togliendo al Papa l’autorità sulla diocesi di Ravenna (che è territorio imperiale), dopodiché organizza una sorta di saccheggio di Roma, portando via anche i bronzi artistici di palazzi e chiese. Si ferma poi in Sicilia, e qui – a Siracusa – viene ucciso da uno dei suoi soldati.
Col successore Costantino Pogonato (barbuto) papa Vitaliano trova una migliore intesa; Ravenna torna sotto l’autorità pontificia, e decide pure di convocare il VI Concilio ecumenico per ristabilire la pace religiosa (ma Papa Vitaliano morirà prima che esso si riunisca).
Questo pontefice riesce infine a ridare slancio alla cristianità britannica, che adotta la liturgia romana, sotto la guida di nuovi vescovi insediati da lui.
Uno di essi, Teodoro, diventato poi arcivescovo di Canterbury, era originario di Tarso, in Cilicia (attuale Turchia), e nel suo episcopio insegnava anche aritmetica, astronomia e medicina. Vitaliano muore senza vedere risolti i contrasti con la Chiesa d’Oriente, e viene sepolto presso l’antica basilica di San Pietro.   
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vitaliano, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (27 gennaio)
*
San Mario
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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