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Vie Storiche

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*Luoghi di Culto *Vie Storiche *

*Luoghi di Culto a Santa Maria Capua Vetere

Elenco Cappelle: *Angeli Custodi *Ch.Cristiana Evangeliva Pentecostale ADI *Congrega S.M.del Conforto *S.Giuseppe (al Duomo) *Corsini *Maria SS.della Pietà *Redenzione *Congr.S.Maria Suricorum *S.Nicola di Bari *Pietrasanta *S.Simmaco e della Concezione *SS.Vergine Assunta *


*Cappella degli Angeli Custodi

Posa della Prima Pietra 26 maggio 1880 benedetta dal rev. Giuseppe Maria Buonpane, incaricato dall'allora arcivescovo di Capua card. Francesco S. Apuzzo.
La chiesa - su progetto dell’ing. Francesco Sagnelli fu costruita dalle imprese di maggior lustro operanti nella città, imprese di Ferdinando Troiano e Domenico Aulicino.
Poco appariscente all'esterno, quasi nascosta nella fila di palazzi che si susseguono sul corso Garibaldi di Santa Maria Capua Vetere, questo gioiello di chiesa rivela tutta la sua grazia e la sua forza a chi vi entra.
Dai cittadini indicata come "Chiesa degli Angeli custodi al Corso", in realtà è dedicata anche alla Madre di Dio, come risulta dall'iscrizione nel catino dell'abside.
Su progetto dell’ing. Francesco Sagnelli, la costruzione venne realizzata a cura e a totale spesa di Gaetano Saraceni, ricco possidente locale.
Due piani sovrapposti sormontati da un timpano triangolare caratterizzano la facciata nel primo piano, sopra un grande portone, posta una lapide
con dedica; sulla seconda parte si apre un finestrone con arco sovrastante.
Mediante due scalini si accede all’interno del sacro edificio a pianta rettangolare ad una sola navata con volta a botte, molte cappelle laterali e l’altare maggiore in marmi policromi.
Entrando, s’incontra una seconda grande porta in legno che sorregge la tribuna dell'organo, uno strumento a canne con leve manuali per i mantici.
Sotto la tribuna è attaccata una bella tela, raffigurante La Santa Famiglia di anonimo. Sulla parte destra della chiesa si eleva il campanile che mostra caratteristiche architettoniche settecentesche.


*Chiesa Cristiana Evangeliva Pentecostale ADI

Chiesa Cristiana Evangelica Assemblee di Dio in Italia - Santa Maria Capua Vetere (CE), via degli Artisti, 9
Riunioni: Mercoledì 19:30 - Riunione di Preghiera Venerdì 19:30 - Riunione di Studio Biblico Sabato 18:00 - Riunione dei Giovani Domenica 17:00 - Scuola Domenicale Domenica 18:00 - Culto al Signore.


*Cappella di S. Maria del Conforto
La Venerabile Congrega di S. Maria del Conforto, che ha sede nel Duomo, ottenne l’approvazione delle Regole con Regio Assenso del 20 luglio 1738. Ma la sua esistenza risale almeno a 100 anni prima. Don Giovanni Carlo Morelli, canonico del Duomo, nel 1638 scriveva (La Miracolosa Fondazione dell’antica chiesa di Santa Maria di Capua): “Congiunta alla suddetta cappella (quella dei Sorci), similmente sporta fuori, è la Cappella di S. Maria del Conforto, con bellissima icona sulla volta e una stanza ove li Fratelli si congregano per particolari divozioni in tutte le Feste Solenni, come quelle degli Apostoli, della Madonna e del Signore, e nelle domeniche del mese. I Fratelli per la maggior parte sono preti e altre persone non del volgo; si somministrano elemosine agli infermi bisognosi. Vi sono maritaggi per le vergini di determinate famiglie. Vi si fanno più volte all’anno le orazioni delle Quarant’ore. Possiede molte reliquie con busti di legno dorato, e anche in argento, e godono i privilegi dei PP. Cappuccini di S. Francesco. Vi sono Messe lasciate dai Fratelli.”
Nel 1692 i Fratelli della Congrega del Conforto decidono di ampliare la sede della Confraternita, acquistando il giardino del Sacro Ospedale. Il Sacro Ospedale della Collegiata era l’istituzione che provvedeva alla conservazione e alla manutenzione del Duomo e alle spese del culto. Le somme introitate a vario titolo, provenienti da elemosine come anche dalle sepolture nel Duomo, ma anche da lasciti e donazioni. Aveva sede in un immobile che sorgeva accosto al Duomo, i cui locali, un tempo destinati alla cura e assistenza dei poveri, erano all’epoca concessi in fitto per bottega o abitazione.
L’immobile era vecchissimo e nel 1687 ne fu decisa la vendita. Nell’incartamento relativo alla cessione dell’immobile è detto che dalla cessione era esclusa la parte del giardino che si vendette alla Venerabile Congrega di S. Maria del Conforto dentro la Collegiata. L’acquisto era motivato dalla necessità di ampliazione della stanza di detta congregazione. Nelle Memorie Istoriche del presente anno di giubileo MDCC, pubblicato in Roma nel 1700 Francesco Posterla dà notizia della visita fatta a Roma dalla Congrega in occasione del Giubileo: “Per la suddetta porta (Flaminia) entrò anche in detto giorno (3 maggio) la Compagnia di Santa Maria di Capua, la quale era composta di 33 fratelli, ricevuta all’archiconfraternita delle Stimmate di Roma; li fratelli forastieri vestivano con i soliti sacchi ceneritij con mozzetta simile; portorno un piccolo crocifisso senza ornamento il quale veniva retto da uno che camminava a piedi ignudi, avendo gli altri i sandali; condussero ancora 26 servitori e nel partire colmi di giubilo lasciarono per regalo un calice d’argento di valore scudi 40 in circa” Nel 1766 Francesco Granata (Storia sacra della Chiesa Metropolitana di Capua) scriveva: “Nella medesima Collegiata si veggono erette tre Congregazioni: una di S. Maria del Conforto, nella quale si ammettono persone anche nobili, e civili, e vivono sotto la regola di S. Francesco del Terzo Ordine, e nelle funzioni pubbliche vestono l’abito simile a quello della celebre Arciconfraternita delle Stimmate di Roma, e ha il suo Cimitero: la di lei cappella è molto ben tenuta, adorna di ricche e preziose suppellettili” Uno dei più ricchi confratelli fu Francesco Cusano, morto nel 1676. Nel suo testamento dispose “che il mio cadavere sia seppellito nella mia congregazione di S. Maria del Conforto eretta dentro della Collegiata Chiesa di S. Maria Maggiore con il tauto, pregando li maestri di detta
Congregazione che vogliano rompere l’astreco accosto dell’altare di dentro o dove meglio gli resterà comodo… … inoltre voglio che alla detta venerabile Congregazione li siano dati, et pagati ducati mille dei quali trecento ne possano fare ciò che meglio gli piacerà; e ducati settecento per comprare beni stabili o annue entrate affinché dall’annualità che ne percepiranno detta Congregazione possa far celebrare messe per l’anima mia…”All’inizio del 1800 la Venerabile Congrega del Conforto fu coinvolta nella annosa diatriba sulla precedenza nelle processioni, una vertenza che si trascinerà fino al 1857 quando con decreto reale furono stabilite le singole precedenze in base alla data dei “Regi Assensi”. Dalla disputa si chiamerà fuori la Congrega del Conforto che in una nota del suo superiore, Mannaro Gagliani del 15 ottobre 1861, chiarirà al Sindaco che la congregazione delle Sacre Stimmate "lungi di essere una congregazione laicale, deve invece considerarsi come ordine religioso, appartenente al Terz'Ordine istituito da S. Francesco d'Assisi fin dal 1221, composto di fratelli cosiddetti Terziari, ai quali non è vietato né il matrimonio, né la proprietà... A questa congrega come istituto di penitenza è vietato intervenire nelle processioni. Anche nei funerali dei fratelli defunti è proibita ogni pompa funeraria, eccetto il solo accompagnamento dei fratelli. E perciò essa come ordine religioso, e come istituto di penitenza, non può venire in conflitto di precedenza colle altre congreghe, né deve con esse confondersi. Che se talvolta fosse per volontà del superiore ecclesiastico è obbligata ad assistere ed intervenire a qualche processione, in tal caso non può dubitarsi che essa come ordine religioso, e come congrega certamente la più antica, deve a tutte le altre precedere, sia che vada sotto la Croce propria, ovvero sotto quella dei Cappuccini..." E in effetti la distinzione dalle altre congreghe vi era anche nell’abito: mentre queste avevano un abito di vario colore composto da camice e mantellina (mozzetta) quella del Conforto aveva il saio e un cappuccio color cenere. La Venerabile Congrega del Conforto sotto il Titolo delle Sacre Stimmate di S. Francesco ebbe ordinaria vita fino alla fine del secolo scorso con il suo ultimo Priore Antonio Papale. Successivamente, per il ridotto numero dei confratelli e per l’ammissione di nuovi aspiranti contestata dalla curia capuana, la gestione è stata affidata ad un commissario. La Cappella delle Sacre Stimmate di S. Francesco, sede della Congrega, si affaccia sulla navata laterale di sinistra del Duomo. È preceduta da un atrio dove campeggia un dipinto ad olio del XVII secolo raffigurante la Madonna in trono col Bambino, ai cui piedi sono S. Francesco e S. Simmaco. Sulla destra vi è un secondo vano con un altare sovrastato da un dipinto ad olio raffigurante La Pietà. Al centro della stanza è stato posizionato un presepe napoletano, realizzato e donato da Ugo Uccella. Da un lato vi è un accesso che porta direttamente nella cripta, realizzato per poter più comodamente trasportarvi i cadaveri dei confratelli da interrare. Sempre nell’atrio, una scala a chiocciola raggiunge la cantoria. La cappella di recente restaurata, conserva nelle pareti laterali sei dipinti del ‘700 dedicati al ciclo della vita di S. Francesco. Altri due dipinti, dedicati sempre alla vita di S. Francesco, si trovano ai lati dell’altare: uno di essi reca la firma di P. Criscuolo ed è datato 1754. Sull’altare in marmi policromi, in una nicchia è posta la statua di S. Francesco, realizzata da un unico tronco di legno. Dalla sacrestia si accede al Cimitero sotterraneo. La nascita delle Congregazioni è legata alla necessità di dare una sepoltura ai defunti. L’obbligo di sepoltura in appositi recinti posti fuori dell’abitato arriverà soltanto agli inizi dell’800. Prima di allora a quest’opera pietosa provvedevano le chiese e i Monasteri. Il Duomo accoglieva le spoglie mortali di vescovi e sacerdoti nel suo interno da epoca immemorabile, come nel caso del vescovo di Calvi, Ferdinando, morto nell’anno 837 e tumulato in S. Maria Suricorum. Ma c’erano anche i morti comuni. Per avere un’idea del fenomeno, si pensi che nel solo decennio che va dal 1731 al 1740, nel Duomo furono tumulati, senza che vi fosse alcuna epidemia, oltre 600 cadaveri. Utilizzati tutti gli spazi possibili all’interno del Duomo, nel 1787 venne realizzata e benedetta una nuova area, il cosiddetto Cimitero del Campanile, la cui presenza è rivelata oggi da uno sfiatatoio su piazza Matteotti e dallo sprofondamento in corrispondenza dell’ingresso del campanile. Foto del coro ligneo una volta esistente nella Cappella delle Sacre Stimmate ed eliminato con i lavori di restauro perché fortemente danneggiato dalle infiltrazioni d’acqua. Dai Conti e Atti comunali del 1822 apprendiamo che in quell’anno furono espurgati cantaroni e cimiteri esistenti nella cosiddetta Fossa Comune della Collegiale Chiesa dalle ossa dei cadaveri inumati nella stessa, per renderla suscettibile alla ricezione di altri cadaveri dei defunti poveri del Comune. I trainatori incaricati della triste operazione fecero 13 viaggi per il trasporto delle ossa dalla Chiesa Collegiata a quella parrocchiale del Comune di Savignano I cimiteri delle Congreghe erano generalmente destinate unicamente ai confratelli. Il Cimitero della cappella presenta quattro sepolture a terra, soprastate da altrettante nicchie. Al centro della sala la botola dell’ossario in cui venivano sversate le ossa dei cadaveri al termine del processo di putrefazione. Sulla parete di fondo un modesto altare con un dipinto di S. Francesco con il Bambino, oggi completamente distrutto dall’umidità.
(Autore: Giovanni Laurenza)


*San Giuseppe (Al Duomo)

L’associazione il Giglio di Santa Maria Capua Vetere ha riportato all’antico splendore la Cappella di San Giuseppe, tesoro di inestimabile valore della Chiesa di Santa Maria Maggiore.
Grazie all’intervento di restauro finanziato dall’azienda Macchiavelli dell’ing. Pasquale Rauccio e alla minuziosa opera degli architetti Pina Napolitano e Gianfranco Zarrillo, la statua del Santo, l’altare e la cupola sono tornati a disposizione della comunità di fedeli che ha deciso di partecipare in maniera massiccia alla benedizione di ieri, alla celebrazione Eucaristica di don Mario Miele e don Vincenzo Gallorano e all’emozionante concerto dell’artista sammaritana Fabiana Sirigu. Ecco alcuni momenti dell’iniziativa tenutasi nel Duomo proprio nel giorno di San Giuseppe.


*La Cappella Corsini

Nell’antico palazzo vi era una Cappella. Inizialmente era un ambiente piuttosto piccolo; venne ampliato da Francesco Maria Corsini.
Oggi, il tempietto che si presenta ad una sola navata, si trova all’incrocio con via Pasquale
Fratta, ed è noto come "Cappella Corsini".
La porta d’ingresso, chiusa da un cancello in ferro, è sovrastata dallo stemma della famiglia Corsini, privo dei suoi colori.
Nel linguaggio araldico il blasone era: "Bandato d’argento e di rosso, alla fascia in divisa d’azzurro attraversante".
Al di sopra del blasone, i lati misti-linea di una finestra ospitano vetri colorati sistemati a formare la Croce.
Più in alto, nel timpano triangolare, si apre una finestra rotonda.
Nella parte interna, sull’architrave della porta, posta in una cornice di stucco a mo’ di cartiglio,
una iscrizione racconta di Maria Francesco Corsini, altro membro della famiglia, che ampliò la prima angusta e umile cappella in onore di Maria Madre di Dio, di S. Domenico e di S. Andrea Corsini, aprendola al culto nell’anno 1718.
Sulla parete di fronte all’ingresso è posto l’altare di marmi policroni sovrastato da un quadro, opera datata 1718, di Andrea d’Aste, (pittore nato a Bagnoli Irpino, allievo di Francesco Solimena) raffigurante la Vergine con il Bambino tra San Domenico e Sant’Andrea Corsini.
L’opera è incorniciata da stucchi barocchi che racchiudono l’altare sui tre lati. Il soffitto è a cassettoni.
Le pareti sono abbellite con cornici di stucco e si presentano tutte dipinte di bianco. Il pavimento è formato da mattonelle raffiguranti un fiore stilizzato si fondo chiaro e su fondo scuro in alternanza fra esse.


*Cappella Maria SS.della Pietà
XVII (costruzione intero bene)

La costruzione della cappella risale al 1600 e apparteneva alla famiglia Bovenzi di Santa Maria Capua Vetere. Successivamente fu donata alla parrocchia S. Maria Maggiore e San Simmaco Vescovo.
La cappella di piccole dimensioni si presenta a base rettangolare. La facciata principale comprende l'ingresso con porta a vetro e un cancello in ferro posto prima dell'ingresso. All'interno si trova un altare in marmo con due panche in legno dove è possibile sostare per una preghiera. Incassata nel muro al di sopra dell'altare vi è la statua della Madonna della Pietà in buone condizioni. Anticamente da questa cappella era possibile accedere ad una cripta sotterranea che oggi è non è più accessibile ai visitatori.


*Cappella della Redenzione (Sotto il titolo Della Morte)
La storia della Cappella della Redenzione inizia il 15 gennaio 1548 quando un gruppo di laici benestanti e di religiosi diede vita al Sacro Monte dei Morti, una congregazione il cui scopo era quelli di assistere i moribondi poveri e di assicurar loro una degna sepoltura sottraendoli all’abbandono nei campi e nei canali che circondavano la nostra Città. Fu a tale scopo acquistato un terreno accosto alla cattedrale di S. Maria Maggiore nel quale fu realizzato un cimitero sotterraneo: sempre nel Duomo saranno di lì a poco aperti anche i cimiteri delle congregazioni di S. Maria del Conforto e della SS. Annunziata. Dieci anni dopo, nel 1560 iniziò la costruzione di un oratorio al di sopra di questo Cimitero. La Congregazione ricevette un primo riconoscimento nel 1604 da Papa Clemente VIII. A sostenere la Congregazione erano le offerte dei fedeli: il cardinal Melzi aveva autorizzato a tal fine il posizionamento di un ceppo per tale raccolta. Il Monte dei Morti possa tenere un ceppo dentro il suo oratorio eccetto il giorno della vigilia prima di agosto, possa fare la cerca alle messe dentro del suo oratorio dopo il Corpo di Cristo e della Madonna. Possa fare la cerca per la piazza il giorno di mercoledì e di venerdì senza altro riguardo ma il giorno di domenica, di giovedì e di sabato non prima che siano finite affatto le sopradette cerche del Corpo di Cristo e della Madonna rispettivamente. Comandiamo che si osservino gli ordini fatti dalla gloriosa memoria del cardinal nostro zio che sia in Cielo in materia delle cerche che si possiedono dalle altre cappelle con ogni riguardo et discretezza. Dal palazzo di S. Maria 20 di luglio 1666 Gio. Antonio Melzi Arcivescovo di Capua. Con testamento del 30 novembre 1675, Francesco Cusano nominò suo erede universale il "Sacro Monte dei Morti". Per questa cospicua donazione, di cui ancora oggi benefica la Congrega, vi rimando alla mia ricerca "Cronache del XVII secolo: la S. Maria di Nicola Salzillo" (pag.145/157) La cospicua donazione permise di ampliare il primo oratorio: i lavori iniziarono nel 1722 e terminarono nel 1777 quando assunse la forma attuale. Lascio a Mario Tafuri, che fu Superiore della Congrega, la descrizione della Cappella, come riportata nel suo testo "La Congrega della Redenzione sotto il titolo della Morte" pubblicata nel 1999. Adiacente la Cappella di S. Giuseppe, sul fondo della navata sinistra del Duomo, si apre il vestibolo antistante la Cappella della "Congregatio Mortis". Sulle pareti laterali: a sinistra una tela ad olio datata 1759 raffigurante S. Filippo Neri, a destra una tela ad olio datata 1925 raffigurante S. Carlo Borromeo fra gli appestati; nel soffitto: un affresco del secolo XIX con "Cristo fra gli Angeli e un’anima purgante" S. Filippo Neri S. Carlo Borromeo tra gli appestati Cristo tra gli angeli e un’anima purgante. Nella parete di sinistra si apre la porta che immette nella Sagrestia e sul fondo il portale d’ingresso della Cappella, con un fregio in stucco dorato raffigurante la Madonna che intercede per le Anime purganti, e più in alto, un Angelo che incorona la Vergine. Sul pavimento, si apre una botola, chiusa da una grata, che immette in una cripta dove la tradizione vuole che si trovino le reliquie di S. Simmaco (422-440). In alto un organo a canne del XVIII secolo con la cantoria completa la parete di fondo. La Cappella, a pianta rettangolare, presenta un coro ligneo del XVIII secolo, decorato negli stalli e nei dorsali, composto di quaranta scanni, oltre a quello riservato ai Presuli della Diocesi e a quello riservato al Padre Spirituale. Sopra il coro, alle pareti di destra e di sinistra quattro affreschi con S. Teresa, S. Rita, S. Chiara e S. Scolastica. La volta, nella parete centrale, presenta un affresco di fine ‘700 raffigurante Cristo Risorto. Sull’arco trionfale che separa l’abside troneggiano due grandi scheletri alati in stucco, che sorreggono uno stemma con la scritta "Omnes enim vivunt in Deo" (tutti vivono nel Signore). L’abside accoglie un altare che, per dimensioni ed imponenza, viene considerato l’apoteosi del barocco napoletano. Costruito da artigiani napoletani nel 1732, è composto da marmi policromi con volute e fregi intarsiati. Il tabernacolo, anch’esso in marmi policromi intarsiati, presenta una porta a sbalzo di argento massiccio. Sopra l’Altare una grande tela ad olio, datata 1757, con il Pianto sul Cristo morto. È opera del pittore Francesco De Mura, e raffigura la scena della deposizione con Cristo che giace in grembo a Maria in lagrime attorniata dalla Maddalena, da S. Giovanni e dalle Pie Donne. Completa il quadro un’artistica cornice a sbalzo in marmo policromo, finemente intarsiata. Attorno all’abside quattro nicchie accolgono le statue di S. Rocco, S. Vito e S. Liborio. La quarta statua di S. Francesco d’Assisi nel 1901 è stata donata alla Chiesa dell’Istituto Papale di questa Città. Una balaustra in marmi policromi, impostata su un gradino rococò napoletano, delimita il perimetro dell’abside. Alle pareti laterali due tele del secolo XVIII raffiguranti a destra il Giudizio Universale e a sinistra il Giudizio di Salomone. L’intero pavimento della Cappella, in pregevole maiolica decorata, è datato 1750 ed è opera del maestro ceramista vietrese Giuseppe Mataloni. Un vano nella parete sinistra dell’abside immette nell’ampia sagrestia. Sulla parete in fondo una tela ad olio datata 1813 raffigura la Madonna con Bambino e le Anime purganti. A sinistra un busto in gesso di Alessio Simmaco Mazzocchi (1684-1771), copia del bronzo esistente nel Duomo e donato alla Confraternita dal fratello Francesco Paolo Storino nel 1928. Ancora nella parete una tela ad olio del XVII secolo raffigurante S. Sebastiano, della scuola di Mattia Preti, ed un cassettone d’epoca con una campana contenente l’Addolorata. Alla parete di destra una lapide in marmo ricorda il grande benefattore del Sodalizio Francesco Cusano (1613-1675). Un armadio del primo ottocento, con una testa di Cristo in gesso di Giuseppe Saggese (1927), completa l’arredamento della Sagrestia. Infine, in dotazione alla Sagrestia, una serie di oggetti di argento a sbalzo della prima metà del ‘600 in stile barocco: un ostensorio, una pisside, due calici, un campanello, un turibolo per l’incenso, un secchiello con l’aspersorio, un incensiere, due porte di tabernacolo di cui una in argento massiccio.
(Autore: Giovanni Laurenza)


*Cappella Santa Maria Suricorum (o dei Surechiu)  

1620 – Sulla scia dell’entusiasmo suscitato da alcune prediche quaresimali, volte ad accrescere la devozione del popolo verso la Vergine Maria, si sentì la necessità di costruire una cappella a lei dedicata, che potesse degnamente ricordare l’antico miracolo della Madonna compiuto con l’aiuto di umili bestiole come i sorci.
Forse all’edificazione della nuova cappella contribuì anche la volontà del Canonico Morelli che, fedele sostenitore del miracolo dei sorci, in questo modo volle riparare alla distruzione dei sette quadri e di quello più antico che si trovava al di sotto di essi. A quel tempo, sulla parete della navata sinistra, esistevano due cappelle di piccola ampiezza, appartenenti a due diverse famiglie: la prima era dedicata a San Michele Arcangelo e la seconda a San Martino.
Per poter procedere ai lavori, si dovette stipulare una convenzione con i proprietari delle cappelle, i quali, in quella nuova, non potevano più ricostruire gli altari, ed ebbero solo la possibilità di porre la tela raffigurante San Michele Arcangelo, restaurata, all’ingresso sulla parete sinistra, e il quadro di San Martino, anch’esso rifatto, sulla parete di destra.
Eliminate, dunque, le due cappelle si ottenne lo spazio necessario per l’edificazione di quella nuova, dedicata a Santa Maria "Suricorum" o dei "Surechi".
Oggi si notano le pareti dell’intera cappella ricoperta da una decorazione a stucco molto ricca eseguita circa cento anni dopo la costruzione, nel 1725, da Nicola Ferraro, di Napoli.
La cappella è divisa in due parti: la prima parte è a pianta quadrata; le pareti sono formate da quattro archi a tutto sesto; il primo ospita l’ingresso delimitato da una balaustra marmorea su cui è innalzata una inferriata di ferro con decori in ottone.
Sulle pareti laterali sono esposti i due quadri sopradescritti, incastonati in cornici di stucco, su cui campeggiano testine di puttini.
Lungo i lati delle cornici sono rappresentati angeli e figure intere. Negli angoli lasciati liberi dalle curve degli archi8 sono rappresentate quattro figure della Santa Vergine, fra cui il Cuore Immacolato di Maria, e la Madonna dell’ulivo.
Inserita nel pavimento di ceramica, è visibile una lapide, che già si trovava in una delle due cappelle demolite, ed indicava la tomba di famiglia di Giovanni Cipullo, da lui fatta restaurare nel 1590:

AVITUM SACELLO HOC SEPULCHRUM
JOHANNES CEPULLUS REPARANDUM CURAVIT
ANNO MDXC

Trad.: Giovanni Cipullo restaurò questo sepolcro tomba di famiglia nell’anno 1590.

Questa prima parte è sormontata da una cupola con tamburo chiusa in alto da un lanternino. Nella cupola si aprono otto finestrelle separate da lesene binate di piperno.
Fra le due lesene, vi sono stucchi che rappresentano fiori e nastri; gli stipiti sono decorati nello stesso modo. Negli architravi delle finestre vi sono leggiadre figure di angioletti.
L’arco di fronte all’ingresso permette l’accesso alla seconda parte della Cappella, anch’essa delimitata da una balaustra marmorea con il passamano inclinato per uso di inginocchiatoio, chiusa da un basso cancello di ferro battuto.
Di fronte, solenne, è sistemato l’altare e sopra esso l’edicola dove è conservato il simulacro della Vergine con in braccio il Bambino. La statua è quella realizzata poco prima del 1300 di cui diede notizia Giò P. Pasquale. Oggi è rivestita con abiti settecenteschi di seta, abbelliti con motivi floreali ricamati in oro.
La nicchia in cui è esposta la statua è racchiusa fra due colonne che reggono un timpano curvilineo nel cui centro si apre un finestrone. Ai lati due angioletti, statuette a tutto tondo, ne reggono la cornice. Sulla parete dietro gli angioletti sono dipinte figure di Santi.
Al soffitto un affresco raffigura l’Incoronazione della Vergine da parte del Figlio sotto l’atte3nto sguardo del Padre Celeste seduto in trono in atto benedicente; opera di scuola napoletana, risalente alla seconda metà del XIX sec.
Negli angoli altri angeli sono in atto di reggere la cornice del dipinto. Nelle pareti laterali due nicchie delimitate da colonne scanalate sormontate da capitelli corinzi, racchiudono le statue di S. Antonio e S. Simmaco.
Sulla colonna che si innalza davanti alla cappella è dipinta una immagine della Vergine. Nel 1624 furono realizzate le opere in marmo nella Cappella della Madonna dei Surechi (dei sorci), dal maestro Costantino Marasi, appartenente ad una famiglia di scultori e marmorai provenienti da Carrara, che in quel periodo lavoravano a Napoli.
Per le interessanti opere che sono in essa, la cappella è considerata monumento nazionale, ed è assoggettata, pertanto, a vincoli particolari.

(Autore: Salvatore Fratta)


*S.Nicola di Bari

Studiosi ritengono che S. Pietro proveniente da Antiochia, sia sbarcato a Brindisi ed abbia raggiunto Capua seguendo la via Appia.
Superato l’incrocio, si imbocca via Mazzocchi. Nel Settecento, la strada faceva parte della Platea della Croce e il primo tratto di strada, che giungeva fino alla piazza Maggiore, aveva appunto come nome: Via della Croce, ed era "una delle vie principali del Comune dove abitano gran numero di cittadini ed ove sono grandiose abitazioni…".
(Casiello – Di Stefano – S. Maria C. V. pag, 103)
Venne denominata via Mazzocchi nel 1871; anno in cui il Comune modificò l’intitolazione di molte strade.
Qualche centinaio di metri dopo l’incrocio, sulla destra si trova la chiesetta di San Nicola di Bari sede dell’omonima Congregazione.
A lato della cappella si apre il vicolo Mazzocchi, un tempo, vicolo di S. Nicola. In una delle abitazioni di questo vicolo, nel 1884, nacque lo scultore Raffaele Uccella.


*Pietrasanta
*S.Simmaco e della Concezione


*Cappella della SS.Vergine Assunta
La statua dell’Assunta di Antonio Migliorini

Il simulacro di Maria SS.ma Vergine Assunta in Cielo, patrona di Santa Maria Capua Vetere e vanto del popolo Sammaritano, fu donato nel 1837 dall'Università di Santa Maria Maggiore (oggi Comune di S. Maria C. V.) all'insigne chiesa collegiale di Santa Maria Maggiore, a titolo di devoto ringraziamento per la cessione di una cappella, di proprietà del capitolo dei canonici, situata sulla strada che da S. Maria conduce ad Aversa, necessaria ad allocarvi un posto della Guardia nazionale. La statua fu commissionata allo scultore Antonio Migliorini, al quale l'Università pagò un compenso per l'esecuzione di 300 ducati d'oro.
La Madonna Assunta è rappresentata come una giovanetta, dalle delicate e vaghissime fattezze, che con un braccio proteso verso l'alto e uno rivolto verso il basso, volge lo sguardo al Cielo, verso il quale si accinge circondata di nuvole ed attorniata da puttini e cherubini. La scultura è interamente realizzata in legno di olmo, decorato alle estremità delle gambe, delle braccia e del volto. Il nuvolato fu realizzato in cartapesta decorata con polvere bianca e azzurra di lapislazzuli. La cornice della base è dorata con la tecnica cosiddetta di argento a mistura. Le statue dei puttini e dei cherubini, sacrilegamente trafugate nei primi anni ottanta dello XX
secolo, sono state scolpite nuovamente nell'anno 2005 dagli scultori Rosario ed Antonio Lebro, sulle fattezze di quelle elaborate dal Migliorini. La statua della Vergine, durante l'ultimo restauro del 2010, è stata invece sottoposta a procedimento per consolidare e rendere inattaccabile il legno dagli agenti biologici (cosiddetta "mineralizzazione"), riacquistando lo splendido nitore del volto. È rivestita di quattro preziosi abiti serici dei colori bianco e celeste, corrispondenti alla classica iconografia dell'Immacolata Concezione. Il primo - composto di veste bianca, manto celeste e velo di tulle ricamato in oro -, è adornato di sobri ed eleganti ricami in stile neoclassico, risale alla prima metà del XIX secolo e nella foggia, fedelmente riprodotta in tutti gli abiti successivi, è modellato sullo stile delle vesti usate all'epoca dalle donne della Casa reale e della grande nobiltà del Regno delle Due Sicilie (curiosamente la scrittrice Matilde Serao, in una novella di fine ottocento ambientata a S. Maria durante la Festa dell'Assunta, racconta che la Madonna era rivestita di rosso e di azzurro: di un abito di tale colore rimane memoria anche nell'edicola dedicata all'Assunta eretta sulla facciata dell'edificio dell'Istituto "Regina Carmeli" in Piazza 1º Ottobre, sul lato opposto all'Anfiteatro Campano). Il secondo è detto "abito dell'Incoronazione", in quanto fu confezionato in occasione dell'Incoronazione dell'Assunta, celebrata nell'anno 1937 su decreto del Capitolo Vaticano, dall'Arcivescovo Metropolita di Capua Gennaro Cosenza, in occasione del centenario della dedicazione al culto del Venerato Simulacro (cfr. immagine). Tale abito, particolarmente prezioso, nella parte "bianca", la veste - simbolo dell'Immacolata Concezione della Vergine Maria (cfr. Lc. 1, 28) -, è realizzato interamente in seta laminata d'argento puro - che ancora oggi si produce esclusivamente nelle seterie di san Leucio con telai funzionanti a mano -, alla quale è sovrapposta una fitta rete d'oro, su cui sono applicate pietre dure e ricami di splendidi motivi floreali in filo d'oro. Le sopramaniche sono pure in rete d'oro. Il manto azzurro - simbolo della Grazia Divina che ha ricoperto la Vergine Maria (cfr. Lc. 1, 35) - è poi adornato di stelle e gigli d'oro. Pure il velo - simbolo dell'umiltà e della verginità di Maria -, è realizzato in tulle tessuto a mano, su cui sono applicati ricami di stelle e gigli d'oro. La corona usata per l'Incoronazione - simbolo della vittoria di Maria Santissima sul dragone satanico e della sua partecipazione alla vittoria finale di Gesù Risorto, e, insieme all'abito d'oro, simbolo delle nozze eterne di Cristo con la Chiesa, prefigurata in Maria, nella Gloria del Paradiso (cfr. Ap. 12; Ps. 44, 10) - è realizzata secondo l'uso del tempo in oro 12 kt, così come le dodici stelle - simbolo delle dodici tribù del Nuovo Israele (cfr. Ap. 12, 1) - che contornano il capo della Madonna. Dei due rimanenti abiti uno è in seta laminata d'argento e ricamata finemente in oro e pietre dure, confezionato negli anni '70 del '900 a devozione della Congregazione laicale della SS. Vergine Assunta e privo di manto, mentre l'altro, "quotidiano", è realizzato in seta bianca per la veste, ed azzurra per il manto, con ricami in oro più semplici, ed una corona e un'aureola con dodici stelle in argento. Fra i numerosi ori votivi - offerti alla Vergine quale testimonianza perpetua delle numerose grazie elargite per sua intercessione -, è degno di particolare nota il prezioso "collare", in medaglioni d'oro e corniola, offerto alla Madonna nel 1854 dal "1° Lancieri" dell'Esercito delle Due Sicilie, di stanza a S. Maria (a tale reparto era assegnato il padre di quella Giulia Salzano, nata a S. Maria il 13 ottobre del 1846, fondatrice della Congregazione delle Suore Catechiste del Sacro Cuore, proclamata Santa dal Papa Benedetto XVI il 17 ottobre del 2010). Al di sotto degli abiti, similmente agli usi femminili della nobiltà meridionale nell'800, la Statua della Vergine è rivestita di numerosi capi di finissima biancheria antica.


*Vie Storiche a Santa Maria Capua Vetere
A
Via Achille Grandi
Piazza Adriano  
Via Albana

Via Alberto Martucci  
*Via Alessio Simmaco Mazzocchi

Provenendo dal rione S. Andrea, pochi metri dopo aver superato il passaggio a livello, si incrocia via Avezzana.
Sulla sinistra, nell’angolo di un palazzo (ex proprietà Santillo) si apre una piccola stanza, protetta da una cancellata, che contiene un altare e, adiacente ad esso, si nota una mezza colonna di marmo, sulla cui sommità è posta una Croce, anch’essa di marmo.
Questa colonna, un tempo intera, era posizionata al centro dell’incrocio e venne rimossa, verso il 1870, perché intralciava il traffico.
Secondo la tradizione, la colonna voleva segnalare il luogo ove San Pietro, accompagnato da S. Prisco, proveniente da Napoli, essendo sbarcato a Pozzuoli, aveva accompagnato per la prima volta a Capua.
Nota: Lo sbarco a Pozzuoli è riportato negli Atti di Pietro. San Pietro proveniva da Cesarea Marittima, città e porto di Israele fondata da Erode il Grande tra il 25 a. C. ed il 13 d. C. Da Pozzuoli si sarebbe recato a Napoli dove avrebbe predicato e celebrato fuori le mura della città presso un’ara. Sul luogo fu eretto un tempietto conosciuto nei primi tempi come Ara Petri, ristrutturato ed ampliato nel XII sec. E conosciuto, oggi, con il nome di S. Pietro ad Aram. Da Napoli, infine, l’Apostolo giunse a Capua e dopo qualche giorno di permanenza in città, proseguì per Roma seguendo la via Appia.
Altri studiosi ritengono che S. Pietro, invece, proveniente da Antiochia, sia sbarcato a Brindisi ed abbia raggiunto Capua seguendo la via Appia.
Superato l’incrocio, si imbocca via Mazzocchi. Nel Settecento, la strada faceva parte della Platea della Croce e il primo tratto di strada, che giungeva fino alla piazza Maggiore, aveva appunto come nome: Via della Croce, ed era "una delle vie principali del Comune dove abitano gran numero di cittadini ed ove sono grandiose abitazioni…".
(Casiello – Di Stefano – S. Maria C. V. pag, 103) Venne denominata via Mazzocchi nel 1871; anno in cui il Comune modificò l’intitolazione di molte strade.
Qualche centinaio di metri dopo l’incrocio, sulla destra si trova la chiesetta di San Nicola di Bari sede dell’omonima Congregazione.
A lato della cappella si apre il vicolo Mazzocchi, un tempo, vicolo di S. Nicola. In una delle abitazioni di questo vicolo, nel 1884, nacque lo scultore Raffaele Uccella.
Apprese i primi rudimenti dell’arte nella scuola serale aperta dal Comune sul finire del secolo XIX. Frequentò l’Istituto delle Belle Arti di Napoli e fu allievo dello scultore napoletano Achille D’Orsi e, nel 1910 circa, collaborò, con questo suo maestro, alla realizzazione del monumento dedicato a Umberto I, re d’Italia, che si può ammirare in una piazza di via Nazario Sauro sul lungomare di Napoli.
Raffaele Uccella fu artista di grande sensibilità, uomo libero e ribelle che coltivò numerosi interessi culturali e le sue composizioni ottennero positivi giudizi da parte di tanti critici e principalmente da un altro grande scultore dell’epoca: Vincenzo Gemito.
Morì nel 1920, in seguito ad una malattia contratta durante la 1^ Guerra Mondiale e cui aveva partecipato, sul fronte del Pasubio, col grado di sottotenente degli Alpini.
Donate dagli eredi, alcune sue opere sono raccolte presso il Museo Provinciale Campano di Capua.
Poco dopo s’incontra il Palazzo Merola, oggi conosciuto come "Palazzo Mazzocchi".
Probabilmente, negli spazi dove venne eretto il palazzo, erano ubicate alcune più modeste abitazioni (in esse nacque A. S. Mazzocchi) e solo verso la fine del Seicento o il principio del secolo successivo fu costruito il palazzo, forse, su progetto o disegno dell’architetto napoletano Ferdinando Sanfelice.
In origine, era un fabbricato ad un solo piano con due ingressi uno sul vicolo adiacente e uno sulla strada principale dove si apre un portale a tutto sesto abbellito da stucchi barocchi. La facciata al primo piano mostra, alternativamente, balconi e finestre sormontati da timpani arcuati. Nei primi anni del Novecento fu sopraelevato e il secondo piano si ottenne rialzando di poco il sottotetto e trasformando i finestroni esistenti in finestre e balconi anch’essi sistemati in successione alternata.
Sul soffitto dell’androne è visibile uno stemma nobiliare, ancora in buono stato e di buona fattura, raffigurante un albero ed un uccello, appartenente probabilmente alla casata di chi fece costruire la nobile dimora. All’interno, il fabbricato gode di un ampio cortile dove è sistemato un abbeveratoio per i cavalli. In una parete è murata un’epigrafe di epoca romana. In questi spazi nacquero: Alessio Simmaco Mazzocchi e Antonio Tari. Per ricordare i due importanti personaggi, nel 1855 il Comune pose sulla facciata due iscrizioni marmoree. La prima, sulla sinistra del portone, dedicata ad A. Simmaco Mazzocchi. Recita:

IN QUESTA CASA IL 21 OTTOBRE 1684
NACQUE
ALESSIO SIMMACO MAZZOCCHI
ARCHEOLOGO E FILOLOGO SOMMO
PER LA SUA DOTTRINA E PER LE SUE SCOPERTE
PROCLAMATO MIRACOLO
IL MUNICIPIO
LIETO DI TANTA GLORIA
A PERENNE RICORDO ED ESEMPIO
IL 29 APRILE 1885
QUESTA LAPIDE POSE

La seconda, a destra del portone, incorniciata da un ramo di alloro, fuso in ghisa, presenta un bassorilievo raffigurante il profilo del filosofo Antonio Tari. Così tramanda:

IN QUESTA CASA
DOVE UN SECOLO INNANZI ERA NATO A. S. MAZZOCCHI
NACQUE IL 1 LUGLIO 1809
ANTONIO TARI
CRITICO FILOSOFO ARTISTA
CHE INNOVANDO DALLA CATTEDRA I PRINCIPI NAZIONALI DELL’ARTE
ISPIRÓ AI GIOVANI IL CULTO DEL BELLO
I DISCEPOLI GLI AMICI I CONCITTADINI
IL 15 NOVEMBRE 1885
QUESTA MEMORIA POSE

*Alessio Simmaco Mazzocchi

Nel Casale di Capua, in quel tempo denominato Villa S. Maria Maggiore, ultimo di numerosissima prole (da 18 a 21 figli) Alessio Simmaco nacque il 21 ottobre 1684, da Lorenzo, farmacista, e da Margherita Battaglia che purtroppo si spense pochi giorni dopo averlo dato alla luce. Il cognome originale, come risulta dai documenti parrocchiali, era Mazzuoccolo; ingentilito e trasformato in Mazzocchi, successivamente.
Compì i suoi primi studi aiutato dal padre e dai fratelli maggiori e nel 1697, appena dodicenne, entrò nel seminario arcivescovile di Capua dove restò circa tre anni.
Conosciute le sue innate doti e straordinarie capacità, dai suoi superiori venne trasferito al seminario di Napoli, e in questo nuovo ambiente apprese, con notevole facilità, le lingue latina, greca, ebraica, e formò la sua straordinaria conoscenza in campo teologico.
Pertanto gli fu affidata la cattedra di Teologia e Sacre scritture all’Università di Napoli. Fu, inoltre, autore di importanti studi filologici, archeologici e storici. Trascorse la vita dedicandosi esclusivamente agli studi, tanto da rinunciare alla carica vescovile e a quella
Cardinalizia. Fu conosciuto ed apprezzato dai maggiori esponenti della cultura italiana ed europea, e nominato membro di prestigiose accademie. Fra le sue importanti opere, tutte scritte in latino, si ricorda quella in cui descrive l’Anfiteatro Campano e per la prima volta la storia dell’antica Capua: "In mutilum Campani Amphitheatri titulum, alias nonnullas Campanas inscriptiones, Commentarius", edita a Napoli nel 1727.
Seguirono altre opere, fra cui: Dissertazioni Tirreniche; Commentario sul Calendario Napoletano; Commentario sulle Tavole Eracleensi.
Spesso, il Mazzocchi veniva a S. Maria con la carrozza trainata da due cavalli per i quali aveva fatto approntare, nel palazzo natio, divenuto di sua proprietà, e nei pressi del pozzo, una vasca per la loro abbeverata. La vasca in forma ovale è costituita da due soli blocchi di calcare e reca la seguente iscrizione in cinque righe:

EQUIS. VECTORIBUS. SUIS, PIENTISSIMI
AEGROTUS. HERVS. EORUM, OPERE FREQVENTISSIME. ADIVTVS
ET. PERNICITATE. RECREATVSAQVARIUM. HOC. ET. VICINUM. APTIVS. EQVILE
GRATUS. RESTITVIT

Trad.: Ai suoi cavalli, che (lo trasportano, a cui è molto affezionato, l’ammalato padrone frequentemente aiutato dalla loro opera e ritemprato dalla (loro) sveltezza, questo abbeveratoio e, in modo più idoneo, la vicina stalla, riconoscente fece restaurare.
Ma quando venne a conoscenza del fatto che i canonici del Duomo di S. Maria avevano dato fuoco a vecchie carte e pergamene scritte anche in caratteri gotici, caratteri, forse, non conosciuti dagli stessi, si dispiacque così tanto da proporsi di non venire più nel suo paese, preferendo risiedere presso il domicilio napoletano, dove si spense il 12 settembre 1771. Riposa nella Cappella di Santa Restituta nel Duomo di Napoli dove, collocato alla sinistra dell’ingresso del sacro edificio. È conservato un suo busto, opera di Giuseppe Sammartino, (Autore del Cristo Velato nella Cappella Sansevero).
Il 28 aprile del 1914 anche Santa Maria Capua Vetere dedicò all’insigne studioso un’erma bronzea simile, posizionata su di un pilastro nel lato sinistro della navata principale del Duomo.
Provenendo dal rione S. Andrea, pochi metri dopo aver superato il passaggio a livello, si incrocia via Avezzana.
Sulla sinistra, nell’angolo di un palazzo (ex proprietà Santillo) si apre una piccola stanza, protetta da una cancellata, che contiene un altare e, adiacente ad esso, si nota una mezza colonna di marmo, sulla cui sommità è posta una Croce, anch’essa di marmo.
Questa colonna, un tempo intera, era posizionata al centro dell’incrocio e venne rimossa, verso il 1870, perché intralciava il traffico.
Secondo la tradizione, la colonna voleva segnalare il luogo ove San Pietro, accompagnato da S. Prisco, proveniente da Napoli, essendo sbarcato a Pozzuoli, aveva accompagnato per la prima volta a Capua.
Nota: Lo sbarco a Pozzuoli è riportato negli Atti di Pietro. San Pietro proveniva da Cesarea Marittima, città e porto di Israele fondata da Erode il Grande tra il 25 a. C. ed il 13 d. C. Da Pozzuoli si sarebbe recato a Napoli dove avrebbe predicato e celebrato fuori le mura della città presso un’ara. Sul luogo fu eretto un tempietto conosciuto nei primi tempi come Ara Petri, ristrutturato ed ampliato nel XII sec. E conosciuto, oggi, con il nome di S. Pietro ad Aram. Da Napoli, infine, l’Apostolo giunse a Capua e dopo qualche giorno di permanenza in città, proseguì per Roma seguendo la via Appia.
Altri studiosi ritengono che S. Pietro, invece, proveniente da Antiochia, sia sbarcato a Brindisi ed abbia raggiunto Capua seguendo la via Appia.
Superato l’incrocio, si imbocca via Mazzocchi. Nel Settecento, la strada faceva parte della Platea della Croce e il primo tratto di strada, che giungeva fino alla piazza Maggiore, aveva appunto come nome: Via della Croce, ed era "una delle vie principali del Comune dove abitano gran numero di cittadini ed ove sono grandiose abitazioni…".
(Casiello – Di Stefano – S. Maria C. V. pag, 103) Venne denominata via Mazzocchi nel 1871; anno in cui il Comune modificò l’intitolazione di molte strade.
Qualche centinaio di metri dopo l’incrocio, sulla destra si trova la chiesetta di San Nicola di Bari sede dell’omonima Congregazione.
A lato della cappella si apre il vicolo Mazzocchi, un tempo, vicolo di S. Nicola. In una delle abitazioni di questo vicolo, nel 1884, nacque lo scultore Raffaele Uccella.
Apprese i primi rudimenti dell’arte nella scuola serale aperta dal Comune sul finire del secolo XIX. Frequentò l’Istituto delle Belle Arti di Napoli e fu allievo dello scultore napoletano Achille D’Orsi e, nel 1910 circa, collaborò, con questo suo maestro, alla realizzazione del monumento dedicato a Umberto I, re d’Italia, che si può ammirare in una piazza di via Nazario Sauro sul lungomare di Napoli.
Raffaele Uccella fu artista di grande sensibilità, uomo libero e ribelle che coltivò numerosi interessi culturali e le sue composizioni ottennero positivi giudizi da parte di tanti critici e principalmente da un altro grande scultore dell’epoca: Vincenzo Gemito.
Morì nel 1920, in seguito ad una malattia contratta durante la 1^ Guerra Mondiale e cui aveva partecipato, sul fronte del Pasubio, col grado di sottotenente degli Alpini.
Donate dagli eredi, alcune sue opere sono raccolte presso il Museo Provinciale Campano di Capua.
Poco dopo s’incontra il Palazzo Merola, oggi conosciuto come "Palazzo Mazzocchi".
Probabilmente, negli spazi dove venne eretto il palazzo, erano ubicate alcune più modeste abitazioni (in esse nacque A. S. Mazzocchi) e solo verso la fine del Seicento o il principio del secolo successivo fu costruito il palazzo, forse, su progetto o disegno dell’architetto napoletano Ferdinando Sanfelice.
In origine, era un fabbricato ad un solo piano con due ingressi uno sul vicolo adiacente e uno sulla strada principale dove si apre un portale a tutto sesto abbellito da stucchi barocchi. La facciata al primo piano mostra, alternativamente, balconi e finestre sormontati da timpani arcuati. Nei primi anni del Novecento fu sopraelevato e il secondo piano si ottenne rialzando di poco il sottotetto e trasformando i finestroni esistenti in finestre e balconi anch’essi sistemati in successione alternata.
Sul soffitto dell’androne è visibile uno stemma nobiliare, ancora in buono stato e di buona fattura, raffigurante un albero ed un uccello, appartenente probabilmente alla casata di chi fece costruire la nobile dimora. All’interno, il fabbricato gode di un ampio cortile dove è sistemato un abbeveratoio per i cavalli. In una parete è murata un’epigrafe di epoca romana. In questi spazi nacquero: Alessio Simmaco Mazzocchi e Antonio Tari. Per ricordare i due importanti personaggi, nel 1855 il Comune pose sulla facciata due iscrizioni marmoree. La prima, sulla sinistra del portone, dedicata ad A. Simmaco Mazzocchi. Recita:

IN QUESTA CASA IL 21 OTTOBRE 1684
NACQUE

ALESSIO SIMMACO MAZZOCCHI
ARCHEOLOGO E FILOLOGO SOMMO
PER LA SUA DOTTRINA E PER LE SUE SCOPERTE
PROCLAMATO MIRACOLO
IL MUNICIPIO
LIETO DI TANTA GLORIA
A PERENNE RICORDO ED ESEMPIO
IL 29 APRILE 1885
QUESTA LAPIDE POSE

La seconda, a destra del portone, incorniciata da un ramo di alloro, fuso in ghisa, presenta un bassorilievo raffigurante il profilo del filosofo Antonio Tari. Così tramanda:

IN QUESTA CASA
DOVE UN SECOLO INNANZI ERA NATO A. S. MAZZOCCHI
NACQUE IL 1 LUGLIO 1809
ANTONIO TARI
CRITICO FILOSOFO ARTISTA
CHE INNOVANDO DALLA CATTEDRA I PRINCIPI NAZIONALI DELL’ARTE
ISPIRÓ AI GIOVANI IL CULTO DEL BELLO
I DISCEPOLI GLI AMICI I CONCITTADINI
IL 15 NOVEMBRE 1885
QUESTA MEMORIA POSE

Alessio Simmaco Mazzocchi

Nel Casale di Capua, in quel tempo denominato Villa S. Maria Maggiore, ultimo di numerosissima prole (da 18 a 21 figli) Alessio Simmaco nacque il 21 ottobre 1684, da Lorenzo, farmacista, e da Margherita Battaglia che purtroppo si spense pochi giorni dopo averlo dato alla luce. Il cognome originale, come risulta dai documenti parrocchiali, era Mazzuoccolo; ingentilito e trasformato in Mazzocchi, successivamente.
Compì i suoi primi studi aiutato dal padre e dai fratelli maggiori e nel 1697, appena dodicenne, entrò nel seminario arcivescovile di Capua dove restò circa tre anni.
Conosciute le sue innate doti e straordinarie capacità, dai suoi superiori venne trasferito al seminario di Napoli, e in questo nuovo ambiente apprese, con notevole facilità, le lingue latina, greca, ebraica, e formò la sua straordinaria conoscenza in campo teologico.
Pertanto gli fu affidata la cattedra di Teologia e Sacre scritture all’Università di Napoli. Fu, inoltre, autore di importanti studi filologici, archeologici e storici. Trascorse la vita dedicandosi esclusivamente agli studi, tanto da rinunciare alla carica vescovile e a quella
Cardinalizia. Fu conosciuto ed apprezzato dai maggiori esponenti della cultura italiana ed europea, e nominato membro di prestigiose accademie. Fra le sue importanti opere, tutte scritte in latino, si ricorda quella in cui descrive l’Anfiteatro Campano e per la prima volta la storia dell’antica Capua: "In mutilum Campani Amphitheatri titulum, alias nonnullas Campanas inscriptiones, Commentarius", edita a Napoli nel 1727.
Seguirono altre opere, fra cui: Dissertazioni Tirreniche; Commentario sul Calendario Napoletano; Commentario sulle Tavole Eracleensi.
Spesso, il Mazzocchi veniva a S. Maria con la carrozza trainata da due cavalli per i quali aveva fatto approntare, nel palazzo natio, divenuto di sua proprietà, e nei pressi del pozzo, una vasca per la loro abbeverata. La vasca in forma ovale è costituita da due soli blocchi di calcare e reca la seguente iscrizione in cinque righe:

EQUIS. VECTORIBUS. SUIS, PIENTISSIMI
AEGROTUS. HERVS. EORUM, OPERE FREQVENTISSIME. ADIVTVS
ET. PERNICITATE. RECREATVSAQVARIUM. HOC. ET. VICINUM. APTIVS. EQVILE
GRATUS. RESTITVIT

Trad.: Ai suoi cavalli, che (lo trasportano, a cui è molto affezionato, l’ammalato padrone frequentemente aiutato dalla loro opera e ritemprato dalla (loro) sveltezza, questo abbeveratoio e, in modo più idoneo, la vicina stalla, riconoscente fece restaurare.
Ma quando venne a conoscenza del fatto che i canonici del Duomo di S. Maria avevano dato fuoco a vecchie carte e pergamene scritte anche in caratteri gotici, caratteri, forse, non conosciuti dagli stessi, si dispiacque così tanto da proporsi di non venire più nel suo paese, preferendo risiedere presso il domicilio napoletano, dove si spense il 12 settembre 1771. Riposa nella Cappella di Santa Restituta nel Duomo di Napoli dove, collocato alla sinistra dell’ingresso del sacro edificio. È conservato un suo busto, opera di Giuseppe Sammartino, (Autore del Cristo Velato nella Cappella Sansevero).
Il 28 aprile del 1914 anche Santa Maria Capua Vetere dedicò all’insigne studioso un’erma bronzea simile, posizionata su di un pilastro nel lato sinistro della navata principale del Duomo.
(Autore: Salvatore Fratta)

Traversa Alcide de Gasperi
Via Alcide de Gasperi

Via Alcide de Gasperi Traversa 3
Corso Aldo Moro

Via Anfiteatro
Anfiteatro Campano

Via Antonio Gramsci
Via Antonio Tari
Via Arco Felice
Vicolo 1 Arco Felice
Via Augusto Pierantoni

Via A. Costa
Via A. Curbi
B
Via Benedetto Croce
C
Via Caduti di Nassiriya

Via Convento delle Grazie
Via Cumana
D
Via degli Orti
Traversa 1 degli Orti
Via dei Martiri Cristiani
Via dei Ramari  
Via dei Vetrai

Piazza della Resistenza
Via delle Rose
Via de Nicola 19
Via Domenico Cimarosa

E
Via Errico Fardella
F
Via Farias
Via Farias Vico 1
Via Filippo Turati
Via Fosso Busico
G
*Via Gaetano Cappabianca

La strada ha inizio all’incrocio con via A.S. Mazzocchi formando con essa il trivio di S. Anna, così ricordato per via dell’edicola che si trova sul lato destro; termina al quadrivio formato con via Albana, via Melorio e via Saraceni. Quasi certamente il suo tracciato ripropone uno dei documenti dell’antica Capua.
Fra la fine del Seicento e il principio del Settecento, tutta la zona era nota come *Piazza dell’Olmo; successivamente, nella seconda metà dello stesso secolo, la via venne chiamata, con voce popolare, anche "a chiazza e’ Napule" per i palazzi che la ricca famiglia Di Napoli vi aveva costruito.
Nota: *Piazza o Platea: è il termine con cui si indicava non solo la strada, ma anche il rione in cui essa era situata. Nel 1738 a S. Maria si contavano otto piazze: quella della Chiesa (che comprendeva S. Maria Maggiore, p.za Matteotti), di S. Erasmo (che comprendeva via P. Morelli, via Anfiteatro, via Campania), del Mercato (piazza Mazzini e le strade ad essa adiacenti), di S. Lorenzo (via ex Emanuele oggi via Gramsci, p.za della Valle, via d’Angiò, via Roma), della Croce (via Mazzocchi, via Avezzana), del Riccio (via Riccio, via Latina, via Saraceni, p.za F.lli De Simone), piazza dell’Olmo (via Cappabianca, via Melorio fino al monastero degli Alcantarini o di S. Marco, e via Albana nella parte che va dalla chiesetta della Concezione verso via Torre), piazza di Casalnuovo (da piazzetta Immacolata a via Albana).
La principale dimora della famiglia Di Napoli era il secondo palazzo sulla destra che, senza dubbio, può essere ascritto, alla scuola vanvitelliana tanto in auge in quegli anni.
Le quattro facciate del cortile riprendono il motivo architettonico del basamento bugnato e gli alti e stretti balconi sono inquadrati fra lesene giganti: tema architettonico caratteristico della reggia di Caserta. L’annesso giardino confinava con la chiesa del convento di S. Teresa.
Nel sec. XVIII, lungo la strada si affacciavano poche abitazioni: il palazzo del Balzo e qualche altro edificio, intervallati da spazi liberi tenuti a giardino o coltivati a orti. In essi, ubicati alle spalle delle dimore, e negli spazi prospicienti la strada erano piantati degli alberi di olmo, piante di alto fusto che servivano sia per creare il fresco estivo, sia per sostenere alcuni filari di vite.
Nel 1740 vennero eseguiti lavori di pavimentazione nella piazza dell’Olmo che principia dalla chiesa dell’Imm.ta Concez,ne Santissima) e tira verso occidente sino al palazzo del Sig. D. Ant.o del Balzo", lavori eseguiti dagli appaltatori delle strade Gennaro Tuosto e Francesco Micillo.
Il palazzo ove dimorava, fin dalla nascita, Don Antonio Lorenzo del Balzo, 4° duca di Caprigliano (per nuova concessione del titolo nel 1749) membro dell’antica e nobile famiglia venuta al seguito dei d’Angiò, era in origine ad un solo piano ed è ubicato all’inizio della strada, quasi all’incrocio di via Mazzocchi.
Sul lato sinistro della strada, è degno di nota un palazzo rimaneggiato nell’Ottocento.
Sull’arco interno dell’androne, che si affaccia in un primo cortiletto, quale chiave di volta, inciso in un blocco di pietra bianca, appare lo stemma della casa d’Angiò: un tappeto d’azzurro disseminato di gigli d’oro, con in capo un lambello (o rastrello) rosso.
(Ovviamente, nel nostro i colori non appaiono).
Nel secondo e più ampio cortile del suddetto edificio, si aprono alcuni locali in cui si svolse l’operosa vita lavorativa di Leopoldo Cappabianca. Nato a S. Maria Capua Vetere nel 1904, giovanissimo, appena diciassettenne, si impegnò in politica animato da idee socialiste, tanto che fu tra i primi nel 1921 ad aderire al Partito Comunista. Prese parte agli scontri tra fascisti e socialcomunisti, avvenuti in piazza Mazzini il 18 settembre 1922, e per questo venne arrestato passando così circa due anni in carcere. Venne poi assolto nel processo concluso nel luglio del 1924. Purtroppo con questo precedente, venne considerato un sovversivo pericoloso, tanto è che ogni qualvolta il Duce usciva da Roma per recarsi ina un qualsiasi parte d’Italia, Leopoldo Cappabianca veniva relegato nelle patrie galere. Per poter sopravvivere mise su una officina meccanica molto attrezzata, ed un impianto di galvanizzazione e cromatura. Fra i primi, se non il primo, in Terra di Lavoro.
Il 5 ottobre 1943 fu tra i promotori del fatto d’armi con cui i cittadini di S. Maria cacciarono via i soldati tedeschi di stanza nella nostra cittadina. Del suoi intrepido coraggio fu testimone il Ten. Mario Scarlato a cui, per lo stesso fatto d’armi, il Municipio di S. Maria Capua Vetere, nel 1992 conferì la cittadinanza onoraria.
Il tenente Scarlato nel suo "5 ottobre 1943" così scrive: "Io non cesserò mai di elogiare il virile comportamento di Leopoldo Cappabianca che, con calma addirittura singolare, accovacciato dietro il paracarro allo sbocco della via sulla piazza (via de Simone), sorvegliava i movimenti del nemico lanciando bombe nella direzione del monumento ove si tenevano ben celati gli unni. Io stesso fui ad un certo momento trascinato dal sangue freddo con cui questo magnifico combattente teneva testa agli avversari…".
Nel 1945, Leopoldo si iscrisse alla locale sezione del Partito Comunista, e venne eletto consigliere comunale in varie occasioni, (1947-52; 1970-80). Visse del suo lavoro e fu sempre un galantuomo e un maestro di vita. Morì il 18 agosto 1983.
Dopo il 1860, la strada prese il nome di via Municipio, in quanto la Casa Comunale, ospitata fino a quella data in alcuni vani al piano terra del palazzo dei tribunali prospicienti in piazza Mazzocchi venne trasferita nella nuova sede ubicata dove, originariamente, esistevano la chiesetta di S. Carlo, un Ospizio per vecchi, e un vasto giardino conservatosi integro nella sua estensione sino alla seconda metà del XX secolo.
Alla chiesetta ed all’ospizio si giungeva percorrendo il vialetto che, fino a pochi anni fa, portava il nome del santo, vicolo s. Carlo e che oggi invece chiamasi vicolo Cappabianca. Il complesso era retto dai Padri Serviti detti di Gerusalemme, gli stessi religiosi del convento di S. Maria di Gerusalemme ad Montem, situato sul monte Rageto, che sovrasta Bellona.
Il 7 agosto 1809, le leggi napoleoniche dichiararono sciolte le congregazioni religiose, e il complesso dovette essere definitivamente lasciato dai Padri Serviti.
Ritornato sul trono Ferdinando IV, la proprietà del Convento venne reclamata da parte del monastero di S. Patrizia di Napoli, perché, secondo il monastero, tale complesso gli era stato concesso dal Real Governo. Pertanto, nel 1818, il succitato monastero, fece istanza al tribunale affinché gli venisse riconsegnato l’intero casamento e l’annesso giardino. La vertenza si protrasse fino al 1849 e si risolse, a favore del Comune di S. Maria Maggiore, nel 1858. Ma, solo nel 1886, il Comune ebbe il pieno possesso del giardino e del fabbricato, che un tempo ospitava l’antico ospizio. L’edificio si presentava, con "sei vani terranei ed undici al primo piano".
Con delibera del 1887 venne deciso di eseguire una serie di ampliamenti e ristrutturazioni che furono completate nel 1893.
Intanto, nel 1888 con "l’esproprio del giardino di proprietà Bizzozzaro e di alcune casupole di proprietà Adinolfi, fu sistemato lo spazio antistante" e l’immobile venne dotato di un ampio accesso aperto su via Cappabianca, entrata resa elegante per le aiuole sistemate lungo i lati del viale.
Una più precisa descrizione dell’edificio è data dal Prof. Alberto Perconte nella sua dettagliata e pregevole opera: Santa Maria Capua Vetere pag. 90, dalla quale è tratto il seguente brano: "Costruito il portico, internamente, furono realizzati lo scalone e la sala delle riunioni. I lavori furono lo scalone e la sala delle riunioni. I lavori furono eseguiti dall’ing. Emilio Santillo.
Tra il 1900 e il 1910, fu innalzato il secondo piano e rifatta in stile neoclassico la facciata… Nel piano terra, a bugnato liscio, si aprono tre archi, che immettono nell’atrio dell’ingresso, e due finestre; il primo piano ha tre grandi balconi con timpano triangolare; il secondo piano ripete i motivi del primo, ma i balconi centrali sono più piccoli; nel timpano, appena accennato, campeggia tra due leoni lo stemma civico".
Il terremoto del 1980 rese il fabbricato inagibile e tuttora risulta in via di ricostruzione.
Nell’atrio dell’edificio erano esposte alcune epigrafi.
Una voluta dal comitato popolare della nostra città per il cinquantenario della Battaglia del Volturno, fu dettata dal poeta catanese Mario Rapisardi, convinto repubblicano e grande ammiratore di Garibaldi.

GIUSEPPE GARIBALDI
VINCITORE MAGNANIMO DI SE STESSO
A CHI L’AVEA TORTURATO
PERDONAVA LA VITA
A CHI GLI TRAFFICAVA LA PATRIA
DONAVA UN REGNO
A UN POIPOLO CHE AVEALO COMBATTUTO
CONSACRAVA LA SPADA
VISSUTO TRA LE BATTAGLIE
MIRAVA ALLA FRATELLANZA DEI POPOLI
SDEGNOSO DI BORGIANI GOVERNI
SALUTAVA NELL’UNIONE DEI LAVORATORI
IL SOLE IMPLKACABILE DELL’AVVENIRE

L’altra ricorda la nobildonna Eugenia Ricciardi (1759 – 1800) nostra concittadina che si distinse per la generosità verso i poveri e gli ammalati. A lei, nel 1889 venne intitolata anche una strada.

EUGENIA RICCIARDI MESSORI
DONANDO PER TESTAMENTO TUTTI I SUOI BENI
ALL’OSPEDALE NAPOLETANO DEGLI INCURABILI
VOLLE CHE IL PIO LUOGO
DOVESSE IN OGNI TEMPO ACCOGLIERE E CURARE
GLI INFERMI DI QUESTO COMUNE
E GIA’ DA XLVII ANNI SI GIOVANO
DI TANTO BENEFICIO I POVERI NOSTRI
E DEL BORGO DI SANT’ANDREA DE’ LAGNI
IL MUNICIPIO
PER DEBITO DI GRATITUDINE
E PERCHE’
SI’ NOBILE ESEMPIO FOSSE IMITATO
FECE INSCRIVERE IN MARMO
IL NOME DELLA GENEROSA BENEFATTRICE
MDCCCXXXV

Sul confine nord del Municipio, si estendeva un altro grande giardino; in questi spazi furono costruiti gli edifici che hanno accolto la nuova sede del Tribunale. L’Archivio Notarile, l’Ufficio Postale, la Conciliazione, P.za della Resistenza, ecc, e alcuni condomini.
Attualmente alle spalle del palazzo comunale, cioè negli spazi liberi dell’Ufficio Postale, sono stati ritrovati i resti del Collegio degli Augustali dell’antica Capua con una serie di basi rettangolari adatte ad ospitare delle statue, nonché frammenti di pavimenti con figure geometriche composte da marmi colorati.
Si suppone che, data la vicinanza al Macellum scoperto a poca distanza, in via Albana, il luogo potesse ospitare una importante piazza della città antica e che essa potesse essere la famosa Seplasia. Gli studi su questo importante ritrovamento non sono ancora terminati, ma al loro completamento il sito sarà protetto e reso visibile a tutti.
Costruito il nuovo Tribunale, venne aperto un varco pedonale che mise in comunicazione il vicolo S. Carlo con piazza della resistenza appena completata, ottenendo così il collegamento diretto fra via Cappabianca ed il centro della città.
In fondo al vicolo S. Carlo, verso i primi anni del Novecento, in alcuni ampi locali venne installato un generatore di energia elettrica azionato da una turbina a vapore ottenuto bruciando notevoli quantità di carbon fossile. I fumi della combustione si disperdevano nell’aria tramite una alta ciminiera, che, non più usata già da molti anni, venne abbattuta dopo il 1945. Quando il suddetto impianto smise di funzionare, perché l’energia elettrica venne erogata da un impianto più moderno, di diversa tecnologia, e installato in altra zona della città, una parte dei locali ospitò una cabina di smistamento della corrente elettrica gestita dalla SEDAC, mentre i locali attigui, precedentemente adibiti a sala macchine e deposito carbone, ospitarono negli anni 30 e 40 del Novecento, il cinema "Dopolavoro Mazzocchi", gestito dall’imprenditore Nicola Cortese. Dopo la guerra, cambiata la gestione, fu chiamato "Cinema Aurora"; purtroppo, verso la fine degli anni 40, chiuse i battenti.
L’evento sismico del 1980, produsse notevoli danni anche nella nostra città e purtroppo dovette essere demolito anche il palazzo sito al numero civico 19, costruito nel 1668, sulla cui facciata si trovava la seguente iscrizione:

FORTUNAS RERUM AUGMETUM
VIRESQUE TUENDI HEC
EADEM ASTRA DIANA

Traduzione: DIANA - Diana (la luna) (e) ASTRA - le stelle SPONDENT – promettono EADEM – per la stessa via (nello stesso modo) FORTUNAS – le fortune, AUGMETUM RERUM – l’aumento delle sostanze, QUE – e VIRES – le forze TUENDI – per custodire HEC – tutto ciò.
Sullo spazio ricavato, venne aperta una nuova strada intitolata alla memoria del sen. Francesco Lugnano.
Poco dopo, è ubicato il palazzetto dove vide i natali la religiosa Giulia Salzano, nata il 13 ottobre 1846 da Diego, capitano dei Lancieri di Ferdinando II, e da Adelaide Valentino. Rimasta orfana del padre in tenera età, venne affidata alle Suore della carità del Regio Orfanotrofio di S. Nicola la Strada, dove restò fino all’età di 15 anni.
Nel 1865 si trasferì con la famiglia a Casoria e avendo conseguito il diploma magistrale, insegnò nella scuola comunale della cittadina. Dopo una vita ad istituire varie opere religiose fondò, a Casoria, l’Istituto delle "Suore Catechiste del sacro Cuore", oggi operante in varie parti del mondo. Si spense il 17 maggio 1929. Proclamata beata il 27 aprile 2003 da Papa Giovanni Paolo II, è stata dichiarata Santa il 17 ottobre 2010 da Papa Benedetto XVI. Viene ricordata da una lapide posta sulla facciata della casa natale.
Nei pressi si trova anche il palazzo in cui venne alla luce, il 4 dicembre 1853, Errico Malatesta, tenuto a battesimo dal Dott. Gaetano Miraglia. Il padre, Federico, era nativo di Napoli; la mamma, Lazzarina Rastoin, era di origine marsigliese. Errico nacque nella nostra città, perché in essa il genitore aveva una attività legata, sembra, alla concia delle pelli, Nel 1868 la famiglia si trasferì a Napoli, ed Errico, quindicenne, compì i suoi studi presso un collegio dei Padri Scolopi. Successivamente, si iscrisse all’Università di Napoli alla Facoltà di Medicina e frequentò i corsi per tre anni, ma poi abbandonò gli studi per dedicarsi completamente alla politica. Visse a S. Maria "proprio nell’epicentro temporale della storia risorgimentale sammaritana, che non poté non incidere sul suo immaginario di ragazzo colmo di Spartaco e di Garibaldi, come riconobbe espressamente". Aveva fatto suoi gli ideali politici mazziniani, e fu "uno dei più grandi, tenaci, e fedeli apostoli di libertà, di emancipazione, di fraternità, che la storia tra Ottocento e Novecento ricordi, noto e studiato in tutto il mondo". Morì a Roma il 20 luglio 1932.
Poco più avanti, quasi dirimpetto all’ingresso del Municipio, all’angolo di via Riccio, (strada aperta nel 1832) è ubicato il palazzo, originariamente ad un solo piano, appartenuto alla famiglia Di Napoli, e successivamente ceduto alla famiglia Cappabianca, che lo ampliò, facendovi soprelevare il secondo.
Nel 1925, la via fu intitolata a Gaetano Cappabianca, ricco possidente considerato uno fra i maggiori benefattori della città, nato a S. Maria di Capua nel 1849 da Federico e da Luisa Saraceni figlia di Gaetano Saraceni.
Con testamento del 21 luglio 1908, stilato poco prima della sua morte, don Gaetano aveva destinato un ingente patrimonio, comprendente fra l’altro anche 133 moggia di terreni, oltre al palazzo sopradetto e all’ameno giardino posizionato dall’altro lato della strada noto come villa Cristina, per l’istituzione di un Asilo per Ciechi e Sordomuti poveri d’ambo i sessi, cittadini di S. Maria, delle sue frazioni, e di comuni limitrofi, quali ad esempio Curti, Macerata, Casapulla, Casagiove, ecc.
L’economato, l’assistenza e la cucina potevano essere affidate alle suore di qualsiasi ordine, ma l’Asilo venne gestito dalle suore di S. Anna, l’ordine consigliato dal Cappabianca.
Il 12 marzo del 1909, il Comune di S. Maria C. V. assunse l’amministrazione dell’Istituto.
Il 29.12.1911, l’Asilo, con Regio Decreto n° 121, venne nominato Ente morale.
Nel 1916 durante la Prima Guerra Mondiale, il nostro Comune istituì un campo di raccolta per profughi istriani e dalmati, che vennero ospitati anche nel palazzo Cappabianca.
A partire dallo stesso anno 1916, oltre al ricovero e all’istruzione, il Comune istituì appositi laboratori di falegnameria, calzoleria e sartoria, come chiesto dal Cappabianca nel suo testamento, per avviare i ricoverati ad un’arte o un mestiere, affrancandoli, così, dall’ozio e rendendoli utili a loro stessi ed alla società.
Nel 1940 l’Asilo fu trasformato in Complesso Scolastico speciale per persone cieche e sordomute. Successivamente, nel 1952, venne parificato a scuola pubblica e nel 1962 le strutture scolastiche furono potenziate con servizi audiologici.
Negli anni successivi, essendovi ormai pochi ospiti, l’edificio fu destinato ad altri scopi sociali e nel 1981 le funzioni ed il patrimonio dell’Opera Pia furono trasferiti al Comune.
L’anno seguente, il caseggiato ospitò un Istituto Magistrale Parificato. Infine venne chiuso per restauri tuttora in corso.
Sulle pareti dell’atrio dell’Istituto sono sistemate due lapidi.
La prima a ricordo di Gaetano Cappabianca:

GAETANO CAPPABIANCA
ANIMA GENEROSA
CUORE ARDENTE DI CARITA’ CRISTIANA
TUTTO IL SUO COSPICUO PATRIMONIO
DESTINO’ A SOLLIEVO DELLE SVENTURE
QUESTO SONTUOSO EDIFICIO
CHE GIA’ ACCOLSE
IL MUNIFICIO BENEFATTORE
OGGI OFFRE TRANQUILLO RINCOVERO
A QUELLI
CHE SONOIMMERSI NELLA NOTTE PERPETUA
E QUELLI
CHE HANNOIL LABBRO SUGGELLATO ALLA PAROLA
A RICORDO
GLI
AMMINISTRATORI
POSERO

La seconda per ricordare il presidente dell’Istituto Gaetano Caporaso:

IN QUESTO ASILO
DALLA FONDAZIONE PER CINQUE LUSTRI
PRESIDENTE
SAGGIO PATERNO
GAETANO CAPORASO
LUCI E ARMONIA D’AMORE
DIFFONDENDO
REDESWSE LA SVENTURA
FACENDOLA SORRIDERE ALLA VITA
AD ESALTAZIONE ED ESEMPIO
NEL XXII NOVEMBREMCMXLI – XX
IL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE
DELIBERO’ QUESTO RICORDO

(Autore: Salvatore Fratta)
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