Case del Santuario - Istituto Aveta

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Case del Santuario

Chi siamo

*Sr.negli Ist.di Pompei *C.Ed.B.V.del Rosario *Sacro Cuore *Casa Famiglia *Bartolo Longo *Casina *Casa albergo Marianna De Fusco *I.P.S.I. *Centro Polifunzionale diurno Crescere Insieme *Centro Myriam *Movimento per la vita *Casa Emanuel *Gruppo Appartamento *Comunità Giardino del sorriso *Centro di accoglienza Bartolo Longo *Comunità Incontro *Polo Scolastico *Mensa Papa Francesco *Casa Maria, Madre di Misericordia *Casa fam.S.Maria del Cammino *





Le Case dipendenti dal Santuario
Vediamo quali sono le case presso cui lavorano le Suore “Figlie del Santo Rosario di Pompei” e che dipendono direttamente dalla Prelatura di Pompei. Partiamo dal 1887 per giungere ai giorni nostri, con la presenza delle Suore anche nelle comunità parrocchiali.


Le Suore "Figlie del Rosario" negli Istituti di Pompei
Singolare corona al Santuario formano gli Istituti Pompeiani. Sono i fiori della carità cresciuti alla luce della fede e della devozione a Maria e offrono una prova convincente della vitalità di Pompei. Fondati da Bartolo Longo hanno avuto uno sviluppo straordinario e sono la manifestazione della inesauribile fecondità della Chiesa e della sua ansia di elevare la condizione della vita umana a livelli sempre più alti.
Lo sanno tutti che dalla carità degli oranti a Pompei vivono le orfane della natura e della legge, gli abbandonato, i poveri, i bisognosi e per provvedere a tutti costoro si conta unicamente sulla Provvidenza.
… A Pompei, infatti, la preghiera si tramuta in carità.
Finché i genitori o i parenti non le richiedono, le orfane rimangono a spese della carità: si istruiscono, si preparano ad affrontare la vita, si dedicano con interesse ai lavori femminili e
quando trovano un impiego o vanno spose lasciano l’Istituto e, lontane, il ricordo gioioso d’essere cresciute nella casa della Madonna, le anima nella loro vita.
Ma chi dedica le assidue cure ai piccoli bisognosi e alle ragazze? Chi dà ad essi calore, conforto, aiuto, incoraggiamento, amore?
Ci sono le Suore "Figlie del Rosario", volute qui a Pompei da Bartolo Longo, che incessantemente e instancabili sostituiscono in parte le mamme e seguono attimo per attimo la vita delle assistite.
Infatti, quando Bartolo Longo fondò l’Orfanotrofio pensò che per tale istituzione si richiedevano donne attente, cuori generosi, sostituti di mamme, Suore ben preparate alla loro delicata missione tra i fanciulli emarginati.
Si mise in giro per l’Italia per conoscere i migliori Istituti; studiò gli statuti e lo spirito di molte famiglie religiose e, per assicurare cure materne alle sue orfanelle, fondò una Congregazione di Suore "con statuti speciali, opportuni ai loro ministeri di carità, secondo i bisogni di questo luogo, di questo Santuario, di questo popolo" (B. Longo al Card. Mazzella).
Ottenne che tre valenti Suore Domenicane venissero ad indirizzare nei primi passi della vita religiosa il gruppo di giovani maestre e di orfanelle che sbocciavano nella luce della Madonna.
Gli Istituti Pompeiani non dovevano essere la solita opera di beneficenza cristiana a favore di un’innocenza incolpevole mediante il pane della carità, ma essi dovevano avere una grande missione: "Queste fanciulle deboli dispongono di una suprema forza, la forza dell’orazione. Il mondo dà ad esse la carità, esse in compenso danno al mondo la preghiera". (G. Auletta)
Bartolo Longo affidava perciò questi "fiori" alle Suore, fondate da Lui, perché come angeli custodi vegliassero con amore sulle vite di queste creature provate dal dolore e le aiutassero nel cammino e nella formazione di ogni giorno.
Sono tante le Suore che svolgono amorevolmente la loro opera a favore dei fanciulli e fanciulle dei nostri Istituti Pompeiani.
Esse pregano molto e guardano le Opere con gli occhi e con il cuore di Bartolo Longo: si commuovono alla vista di tanti ragazzi bisognosi e si sforzano di trasformare, come il Fondatore, tutto e tutti in un’immensa famiglia dove ci si sente sicuri, protetti, amati.
(Autore: Ermelinda Cuomo - da: Il Rosario e la Nuova Pompei - Maggio 1982)
Foto in alto: Momenti di gioia vissuti insieme ai piccoli, assistendo ad uno spettacolo offerto dai più grandi


Centro Educativo "Beata Vergine del Rosario" (Pompei - NA)
Suore Domenicane Centro Educativo Beata Vergine - P.le Giovanni XXIII - 80045 Pompei (NA) "Campania" tel. 081/8577404 - 401 - 402 - 405 e-mail: casaemanuel@libero.it

La Prima Opera
Il Centenario dell'Orfanotrofio femminile di Pompei
La storia dei primi anni della vita dell'Istituto. Pompei si apre al binomio: Fede e Carità
Le prime Orfanelle.

Anno dopo anno, la catena delle Opere Pompeiane, strenuamente volute e sostenute dai coniugi Longo, contro tutte le avversioni e prevenzioni anticlericali di quei tempi, ha già cento anelli.
Il primo anello della istituzione dell’Orfanotrofio, porta la data dell’8 maggio 1887, ed il Beato Bartolo Longo scriveva: "… nel mese delle rose e dei fiori ebbe principio l’opera salvatrice di anime innocenti abbandonate, delle povere orfanelle, cioè d’ogni parte d’Italia, sorse l’Orfanotrofio della Vergine di Pompei". (Arch. B. Longo, Bozze di stampa. Fasc. n° 33).
Con questa istituzione i coniugi Longo intendevano raccogliere attorno al trono della Madonna, una schiera di fanciulle innocenti ed infelici, affinché trovassero quella protezione che il mondo gli negava, in tal modo ben si addiceva a don Bartolo quanto sta scritto nel Salmo 9: "A te furono lasciati in retaggio i poveri; tu sarai il soccorritore degli orfanelli".
Nel programma delle feste del 1887, faceva presente che una città cominciava veramente ad esistere quando oltre la Chiesa, e tutte le opere necessarie alla vita civile, vi prospera la beneficenza: "Una beneficenza che raccogliendo chi era privo di vitto e di dimora, fosse come il
germe della salutare carità cristiana, Preghiera, Lavoro, Carità, ecco le tre forze vivificatrici della città; e poiché le due prime vibrano costanti nella rinata Pompei, era uopo che anche la terza facesse sentire i suoi dolcissimi effetti" (Calend. Sant. Di Pompei, 1896, p. 98).
Le origini dell’Orfanotrofio, risalgono come innanzi detto, al lontano 1887, giorno della Incoronazione della Vergine del SS. Rosario, ed in quel giorno venne accolta anche la prima orfanella, Maria, una veneziana.
Successivamente ne furono accolte altre quattro: Caterina da Napoli, Stella da Nola, Agnese da Boscoreale, Maria da Scafati.
Il giorno 2 ottobre 1887, giorno della recita della Supplica, le orfanelle erano già 15 e di esse cinque fecero la prima comunione. Crebbero di Anno in anno e nel 1891 fu ricoverata una bambina di tre anni, Luca Palma, nata nelle carceri di Potenza il 26 marzo 1888 da ignoti genitori.
Sin dalla fondazione dell’Orfanotrofio, consigliata ai Fondatori anche dal Servo di Dio P. Giuseppe M. Leone, Redentorista, insieme alle orfanelle furono ricoverate anche le figlie di carcerati, infatti, alcune furono ammesse sin dal 1891; la prima fu Margherita Tedesco.
Bartolo Longo su Il Rosario e la Nuova Pompei portava a conoscenza dei benefattori tutto di questa nuova istituzione, che non aveva rendita alcuna e sovvenzioni né da Municipi, né da Province, né da Ministeri, ma solo la carità quotidiana e privata degli Associati.
Il sostegno materiale non venne mai meno sia da personalità religiose e laiche, sia da moltissimi ignoti benefattori, e non solo in denaro, ma tutto quello che era necessario al mantenimento dell’Opera. Anche numerosi medici e clinici illustri offrirono la loro opera; così anche farmacisti e droghieri non furono da meno. L’Avvocato commentava questa continua disponibilità come il "miracolo quotidiano della carità".
Le spese che si sostenevano per l’Orfanotrofio erano ingenti, e Bartolo Longo non mancava di annotare e registrare tutto con severa scrupolosità. Nel Calendario del 1894, pubblicazione iniziata nel 1889, Bartolo Longo scriveva: "…hanno il pasto tre volte al giorno! E ciò che è più meraviglioso, nel corso di sette anni non vi fu mai un sol giorno, in cui ad esse fosse mancato non il pane, ma la minestra, anzi la colazione tanto necessaria nell’età infantile".
Il primo edificio
Nel novembre 1886, Bartolo Longo aveva istituito due Asili Infantili per bambini e bambine pompeiani ed aveva costruito accanto al Santuario due corridoi con vaste sale atte a tale uso. Su queste due sale e su questi due corridoi, nel novembre 1887 fece costruire un piano superiore destinato ad accogliere le prime orfanelle. La prima sala capace di accoglierne 15 venne inaugurata nell’ottobre del 1887. Nel 1889, l’Avvocato annunziò di aver comprato a caro prezzo un suolo confinante con l’Orfanotrofio per fabbricare nuove sale con cucina, lavanderia, forni, spanditoi, vaccheria, giardini d’infanzia ed altro. Nello stesso anno, a beneficio di questa nuova istituzione, il barone Francesco Compagna di Corigliano Calabro, offrì per le orfanelle lire ventimila, ed il 5 maggio dell’anno successivo venne inaugurata la nuova sala denominata "Sala Compagna".
Nel 1891 per il numero sempre crescente delle orfanelle, le sale degli Asili e le Scuole delle fanciulle pompeiane (aperte nel 1886) furono occupate dalle orfanelle, e nuove Scuole femminili e nuovi Asili infantili furono in seguito costruiti ed inaugurati il 29 maggio 1892, giorno della prima festa civile dei figli dei carcerati; in quel giorno venne pure inaugurato un grande refettorio con annessa cucina per le orfanelle.
Bartolo Longo in questa sua febbrile attività non aveva tralasciato la cura della salute delle sue ricoverate, e fece costruire sul lato occidentale dell’Istituto una lunga sala per uso infermeria, cosa indispensabile ad ogni comunità. Senonché, allora, fanciulle inferme non ve ne erano, mentre continuavano a pervenire nuove domande di ammissione. Avvenne pertanto che anche questa sala d’infermeria fu presto invasa da un buon numero di orfanelle, che il Beato non ebbe il cuore di respingere. L’infermeria, fu costruita sul lato meridionale, sul braccio inaugurato nel maggio 1892, in una vasta e grande sala.
Al fine di evitare le speculazioni che si andavano facendo sull’Orfanotrofio e sulle fanciulle, Bartolo Longo diramava frequenti avvisi ai fedeli, a diffidare da persone poco oneste, che si qualificavano collettori a nome del Santuario di Pompei per la raccolta di offerte a pro delle orfanelle e dell’Orfanotrofio.
Non tralasciò di chiedere alla Società Italiana per le Strade Ferrate del Mediterraneo, che allora gestiva le Ferrovie, le concessioni di viaggio ferroviario per i suoi istituti, cosa che gli venne concessa.
La nuova Istituzione fu oggetto di visite da parte dei numerosi personaggi dell’epoca: reali, prelati della chiesa romana, capi di governo, ministri, parlamentari, studiosi. Tra le tante visite non può essere dimenticata quella che fece il 22 giugno 1887, il più grande missionario dell’Africa, il Cardinale Massaia.
Il nuovo edificio
La continua richiesta di ammissioni non è venuta mai meno neanche dopo la morte del Fondatore (1926) e nei decenni che sono seguiti. Nuove situazioni sociali: separazioni di coniugi, abbandono di minori, resero necessaria la costruzione di un nuovo edificio realizzata dal Prelato del tempo, Mons. Roberto Ronca. La posa della prima pietra avvenne il 16 aprile 1951 e la costruzione fu ultimata solo nel 1954. L’inaugurazione fu presieduta dal Cardinale Adeodato Piazza e il passaggio delle orfanelle dal vecchio al nuovo Istituto avvenne nel giorno della festa di Cristo Re, il 31 ottobre 1954.
Bartolo Longo aveva certamente un innato senso organizzativo; ogni suo atto, ogni sua Opera, erano destinati a rimanere memorabili. Volendo assicurare vita lunga all’Orfanotrofio diceva: "A che debbo affidare le mie orfanelle del Rosario di Pompei? Dovendo io morire, debbo lasciare chi mi succeda nell’opera di educazione delle orfanelle", e per questo motivo fondò una Congregazione di Suore con la Regola del Terzo Ordine di San Domenico. Esse da allora hanno provveduto con grande abnegazione alla istruzione, educazione e cura del corpo e dell’anima delle orfanelle.
La carità è amore.
Non possiamo alla fine di questo primo secolo di vita e all’inizio del secondo, dimenticare gli innumerevoli benefattori che nel tempo hanno reso possibile, con le loro premure ed offerte, ad alcune migliaia di ragazze di poter aspirare ad una vita dignitosa. Ad essi il grazie della Famiglia Pompeiana e quello particolare delle orfanelle.
Auguriamo infine, all’inizio di questo secondo secolo di vita, che la protezione della Vergine Santissima, unita a quella del Beato Fondatore possa far fruttificare ogni bene possibile non solo alle assistite ma anche a tutti quelli che collaborano a questa istituzione provvidenziale.
(Autore: Aniello Cicalese) "Da il Rosario e la Nuova Pompei di genn. – febbr. del 1987"


Fondazione del Centro Educativo "Beata Vergine del Rosario"

Dall’Agenda dell’Anno 1987 per il Centenario dell’Orfanotrofio Femminile 1887-1987
L’orfanotrofio femminile della Beata Vergine del Rosario. Storia dell’edificio

Nel novembre 1886 l’Avv. Bartolo Longo istituì due Asili infantili, per bambini e bambine pompeiani, e costruì accanto al Santuario due corridoi con sale vaste, aerate ed adatte allo scopo.
Su queste sale e su questi corridoi fu nel 1887 costruito un piano superiore destinato ad accogliere le prime orfanelle.
La prima sala, capace di 15 fanciulle, venne inaugurata il giorno della festa del Rosario, nell’Ottobre di quel medesimo anno 1887.
Crescendo intanto ogni giorno il numero delle ricoverate, si cominciò ad ampliare d’un piano dopo l’altro il vasto fabbricato.
E nel 1889 avendo il Barone Francesco Compagna, Senatore del Regno e Gentiluomo di S. M. la Regina, offerto per una grazia ricevuta, la generosa somma di lire 20.000 a beneficio delle orfanelle, pensammo di costruire una seconda camerata per altre 15 fanciulle orfane e derelitte.
Così nelle feste del maggio 1890 la nuova camerata venne solennemente inaugurata ammettendovisi non già 15, ma 20 bambine: e così, a serbare perenne la memoria del magnanimo Gentiluomo, fu questa nuova sala chiamata dal nome di un suo figliuolo defunto, “Sala Gerardo Compagna”.
Nel medesimo anno 1890 sul fronte meridionale dell’orfanotrofio venne costruito ed inaugurato l’Osservatorio Meteorologico Vulcanologico.
Nel 1891 le orfanelle crescevano sempre più di numero; e, non potendo più contenerle il
fabbricato già fatto, né volendosi, per difetto di luogo, lasciar morire di fame tante altre povere bambine orfanelle che domandavano ricovero, si determinò di occupare le sale degli Asili e le Scuole delle fanciulle pompeiane, già aperte nel 1886.
Così le orfanelle, cresciute di numero, occuparono tutte le sale, anche quelle già ordinate per gli Asili; e l’Avv. Longo fu costretto ad edificare nuove sale per le Scuole femminili e per Asili infantili.
Queste nuove Scuole femminili e nuovi Asili infantili vennero inaugurati il giorno memorabile del 29 Maggio dell’anno 1892, con la prima festa civile per i Figli dei Carcerati: e fu in quel giorno aperta eziando (anche) la grande cucina e il gran refettorio delle Orfanelle.
Non si era mancato poi di costruire sul lato  che guarda l’Occidente, una lunga sala per uso di Infermeria, indispensabile ad ogni comunità.
Sennonchè  fanciulle inferme allora non ve n’erano, e intanto continuavano a venire nuove domande per nuove ammissioni.
Avvenne perciò che anche questa sala d’infermeria fu tosto invasa da un buon numero di orfanelle che non si ebbe cuore di respingere.
Ma intanto l’infermeria è indispensabile in un grande Istituto: ed ecco costruita come per incanto una vasta e bellissima infermeria sul lato meridionale, e propriamente sul braccio unaugurato nel Maggio 1892 per uso di Scuole e di Asili Infantili.
La nuova costruzione per l’infermeria delle orfanelle venne inaugurata nell’ultima domenica di Maggio del 1893, in quel giorno della Festa Civile, in cui si inaugurò il provvisorio Ospizio Educativo Bartolo Longo per accogliere la prima schiera dei figli dei carcerati.
Finalmente nell’ultima Domenica di Maggio del 1884, giorno faustissimo in cui furono solennemente aperte ancora due nuove sale dell’Ospizio Educativo Bartolo Longo, e furono presentate ai numerosissimi intervenuti  40 Figli di Carcerati, si inaugurava un nuovo braccio dell’Orfanotrofio Femminile.
Così rapidamente venivasi ampliando, all’ombra dello splendido Santuario della Vergine , l’Edificio grandioso, ove acerbissimi dolori sono confortati e dove trovano sicuro, mercè la carità grande di questo nostro secolo, le fanciulle più misere e più sventurate.
Bartolo Longo racconta
L’orfanotrofio femminile della Beata Vergine del Rosario. Scopo dell’Istituzione
Nell’interno del monumentale Santuario della Vergine del Rosario in Valle di Pompei, e propriamente a sinistra di chi entra nel Tempio, sorge un’Orfanotrofio femminile, fondato dal Comm. Avv. Bartolo Longo e dalla Contessa Marianna De Fusco, sua consorte.
Esso toglie il titolo alla Vergine del Rosario di Pompei e raccoglie gratuitamente le bambine orfane di ambo i genitori, povere ed abbandonate, dall’età di quattro anni a sei anni, di ogni parte d’Italia e dell’Estero, le quali diseredate dal bacio materno e dalla materna cura e sorveglianza, vanno per le pubbliche vie, esposte ai pericoli e alle seduzioni del vizio.
La origine di esso rimonta al giorno indimenticabile dell’8 Maggio 1887, in cui la taumaturga Vergine del Rosario, incoronata, entrò trionfalmente nel suo tempio a prendere possesso della sua Casa di elezione; e venne così elevata sopra il Trono monumentale formato di bronzi, di oro e di marmi preziosi eretto a lei dall’amore ardente di migliaia e migliaia di figli suoi sparsi per il mondo.
In memoria di quel giorno, che segnò la data del risorgimento della Nuova Pompei, fu pensiero dei Fondatori innalzare accanto al monumento della Fede un monumento della Carità che rendesse testimonianza della carità cristiana del secolo XIX, ispirata dalla Vergine e messa in atto in questa Valle di benedizione.
Ebbero anche i Fondatori quest’altro intendimento: circondare il Trono di Colei, che la Chiesa invoca Madre intemerata e Madre di Misericordia, di una schiera di fanciulle innocenti e infelici, come in un serto vivente di rose e di gigli, le quali sotto il manto della vergine di Pompei trovassero quella protezione e quella salvezza  che a loro nega il mondo.
Essi vollero pure che le schiere d’innocenti ed abbandonate fanciulle qui raccolte e difese da ogni pericolo e da ogni bisogno, formassero la Corte eletta della Regina delle Vittorie; e mattina e sera la onorassero ed invocassero col dolcissimo saluto dell’Angelo, intrecciando ai suoi piedi corone di mistiche rose, e pregando per i loro benefattori.
L’apertura dell’Opera ad una nuova emergenza sociale: le figlie dei divorziati
Le Opere annesse al Santuario di Pompei sono una conferma della validità ed attualità del carisma del suo Beato Fondatore.
Il messaggio di Bartolo Longo non è disincarnato dalla storia né avulso dalle miserie della città terrena, ma raggiunge l’umanità nel suo dolore per asciugarne le lacrime e caricarsi delle sue pene. Un cristianesimo che non entrasse nel vissuto quotidiano dell’uomo per condividerne le sofferenze rimarrebbe senza incidenza e sarebbe condannato alla sterilità.
Gli scritti del Beato sono una sorgente di luce e ci aiutano a scoprire la carità che divampa nel suo cuore: “O fratelli e sorelle! Per cinquant’anni e più… io non mi sono mai stancato di pregare per ogni dolore, per ogni affanno, per ogni calamità.
Era la preghiera di un povero peccatore, è vero, ma era pure un desiderio sincero, una brama ardente dell’altrui consolazione… confidando nell’onnipotenza di Dio e nell’intercessione della sua Madre divina” (Dal Testamento spirituale).
Ma cogliamolo nel suo primo ripensamento dopo gli errori giovanili: “ Per riparare al mal fatto in quel periodo di pregiudizi e di lotte anticlericali… sentivo una brama, che era un’angoscia, uno spasimo, di agitarmi, di lavorare, soprattutto di scrivere, per promuovere il Regno di Dio”.
E per scrivere bene tornò a scuola.  Confortato dal consiglio dell’abate Vito Fornari, e da lui introdotto, si rivolse alle menti più elette che illuminarono Napoli nella seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, il Card. Alfonso Capecelatro, il Card. Giuseppe Prisco, il Prof. Leopoldo Rodinò.
Dieci anni di apprendistato dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza. Era però ben lungi dal prevedere che tutto questo sarebbe stato base per creare a  Pompei un monumento di amore alla Regina dell’amore.
Ma a destargli nell’animo l’imperativo del “caritas Christi urget nos”  furono i santi del tempo, il Padre Ribera, redentorista, il Padre Radente, domenicano, il Padre Melecrinis, gesuita e in modo particolare, il Padre Ludovico da Casoria, il “San Francesco redivivo” che riempiva  di fuoco la città di Napoli, Bartolo Longo accompagnato dal marchese Imperiali lo vide per la prima volta nella cappella delle fanciulle more al Tondo di Capodimonte e restò folgorato dal suo sguardo, dalla sua figura ascetica, dal suo tratto squisito e decise da quel momento di averlo come maestro e guida per i suoi progetti di apostolato a Pompei.
Dopo la sua morte scriverà “… quest’uomo straordinario, questo povero che ha beneficato più di qualunque ricco… quest’uomo di Dio che ritraeva nella sua mente Francesco d’Assisi, e nel suo cuore Vincenzo de’ Paoli, appartiene alla storia di Valle di Pompei, poiché egli è stato il nostro Maestro nella carità quale è richiesta dai tempi nuovi, cioè dalla beneficenza educatrice”.
Padre Ludovico non vide le Opere di Pompei, morì due anni prima della fondazione dell’Orfanotrofio, ma guidò i primi passi di Bartolo Longo nella valle di Maria, e dal cielo continuò ad assisterlo e a ricordargli: “La carità, oh! Quanto è bella la carità verso i fanciulli poveri”.
Il 7 maggio del 1987 segna cento anni da quando la prima orfanella, la veneziana Maria, venne a Pompei. Quanto cammino ha fatto da allora questa prima “creatura” di Bartolo Longo!
Le prime orfanelle conseguivano il diploma di scuola elementare (non era poco allora): poi si preparavano alla vita completando la loro formazione con un buon corredo di cognizioni e di virtù che dovevano fare di loro delle buone madri di famiglia.
Vennero in seguito la scuola media, la media superiore, e oggi, a quelle che lo desiderano, di accedere alla scuola statale per altri indirizzi di studio. Opportunamente conseguivano il diploma di stenodattilografia, di musica e non mancavano corsi di taglio, cucito e ricamo.
Gli Istituti pompeiani, secondo la mente del Fondatore, hanno sempre ospitato orfani della natura a della legge.
Negli ultimi anni, tuttavia, nuove emergenze sociali hanno “ imposto” l’apertura ad un’altra categoria di emarginati: i figli dei divorziati.
Il divorzio, infatti, ha creato una terza categoria di orfani, la più infelice e la meno reclamizzata.
Li chiamano “orfani bianchi” e sono le vittime dell’egoismo di chi mai avrebbe dovuto privare i propri figli del calore della famiglia. Alla morte ci si rassegna, al carcere di può dare una giustificazione, ma nessuna motivazione può giustificare l’abbandono dei figli.
“L’urto emotivo dei figli dei divorziati è molto più violento di quello che nel fisico procura la paralisi”(Kenneth Johnson).
Essi soffrono più di un orfano, si sentono messi da parte, dimenticati e traditi. Il loro equilibrio psichico può essere turbato per sempre.
Questa categoria di emarginati il Santuario di Pompei, interpretando il pensiero del Fondatore, ha accolto negli ultimi anni. Essi sono circa il 30° delle presenze  nei nostri Istituti (1987).
Ě stato certamente Bartolo Longo ad ispirare un gesto così lungimirante, perché lui dal cielo, presso il trono della regina delle Vittorie, continua a vegliare, amare, e proteggere le sue Istituzioni.
Lo aveva promesso solennemente agli associati, prima di morire: “Vada la vostra preghiera per le mie sofferenze, per i bisogni dell’anima mia; vadano le vostro nobili oblazioni per il popolo dei miei figliuoli, per quelli che ora vedo e benedico, per tutti quelli che verranno un giorno e che io amerò con più perfetto amore, quando si saranno chiusi questi occhi mortali” (Dal Testamento Spirituale.                                            (Raffaele Matrone)
Le Opere di beneficenza sono la prima attuazione della Pace universale
(Il commento di Bartolo Longo a quasi 15 anni dall’inaugurazione dell’Orfanotrofio femminile)
Oltre del Tempio Pompeiano, che nella sua origine, nella sua edificazione, nel suo dilatarsi, nei suoi effetti Educatrice, che gli fanno corona, come altrettanti raggi luminosi di uno splendidissimo centro, sono l’espressione di una concordia e di una Pace universale.
L’Orfanotrofio delle fanciulle povere ed abbandonate si appoggia materialmente e moralmente al mondiale Santuario della Vergine di Pompei da cui piglia il nome; ed accoglie orfanelle di ogni nazione.
Non guarda ove esse sieno nate, sia in Italia, sia in Francia, sia in Germania, ma le accoglie tutte purché bambine, orfane di ambo i genitori ed abbandonate.
L’Orfanotrofio della Vergine di Pompei deve la sua origine, il suo ampliarsi, il suo crescere, il suo perfezionarsi alla carità universale e alla fratellanza dei popoli, che con amore veramente fraterno, da tutti i luoghi del mondo hanno mandato qui il loro obolo.
Ma il più meraviglioso si è che questo Orfanotrofio, inaugurato l’8 Maggio 1887, in meno di 15 anni ha potuto, senza alcuna rendita e senza alcuna sovvenzione certa di Municipii, di Provincie, e di Ministeri, salvare 360 orfanelle misere ed abbandonate di ogni Paese. Ed in che modo ha potuto accoglierne un sì gran numero?
Con l’offerta spontanea che ogni giorno queste creature si aspettano da persone che esse non conoscono, da città ignote loro persino di nome.
Senza di queste offerte giornaliere, spontanee, costanti, affluenti, come se una folla di Angeli ogni giorno scotesse i cuori degli uomini a spedirle qui, esse morrebbero di fame e di freddo.
E l’offerta spontanea, aspettata da queste povere innocenti creaturine, perviene quotidianamente in guisa da potere dare ad esse il pane tre volte al giorno, nonché il vestito e l’educazione.
E questo pane quotidiano, questo sostentamento e vestito non vengono solamente dall’Italia, non solamente dalle Nazioni d’Europa, ma persino dalle Americhe, dalle Indie, e perfino dalla Cina.
Questo fatto nuovo di una carità mondiale dura costante da 15 anni; e non vi è stato mai un giorno solo in cui le nostre Orfanelle siano rimaste digiune.
Inoltre questa Opera è nuova anche nel suo esplica mento, perché per essa tante infelici e miserabili creature diventano figlie di famiglie agiate e talvolta ricche; e ciò costituisce una caratteristica tutta speciale dell’Orfanotrofio pompeiano che spesso rende le misere orfanelle da diseredate ereditiere, e da rifiuto della società oggetto di tenerezza e di amore per tante famiglie che le adottano.
Onde è avvenuto che nel corso di pochi anni ben 196 di queste Orfanelle sono state adottate per figlie da agiate ed oneste persone.
Ora non direte che il sentimento della fratellanza, dell’amore, della concordia è istillato diffusamente negli animi per mezzo di quest’Opera pompeiana, e che per essa si sperimentano  i benefici effetti della pace?
Similmente tutte le altre Opere educatrici che abbiamo qui fondate per il novello popolo pompeiano, e la vita materiale e civile di tante famiglie di operai sono un prodotto e si sostengono per la carità del mondo che non guarda a Paesi, ma ha per origine un medesimo amore, un medesimo desiderio, la Carità, la Fratellanza, la Pace.


La Prima Opera
Il Centenario dell'Orfanotrofio femminile di Pompei
La storia dei primi anni della vita dell'Istituto. Pompei si apre al binomio: Fede e carisma
Le prime OrfanelleAnno dopo anno,
Responsabile della Comunità del Centro Educativo "Beata Vergine del Rosario"
Madre Neve Cuomo (Italiana)
Comunità del Centro Educativo "Beata Vergine del Rosario"
Attualmente le Suore appartenenti alla comunità sono:

Suor Maria Adele Martone (Italiana)
Suor Maria Albina Ferme (Italiana)
Suor Maria Alfonsina Viola (Italiana)
Suor Maria Assunta Vitiello (Italiana)
Suor Maria Carolina Milione (Italiana) 
Suor Maria Celina Errichiello (Italiana) 
Suor Maria Celina Recce (Italiana)
Suor Maria Cherubina Garofalo (Italiana)
Suor Maria Deborah Solimeno (Italiana)
Suor Maria Egidia Di Palma (Italiana)
Suor Maria Emerenziana Buondonno (Italiana)
Suor Maria Eufemia Rizzo (Italiana)
Suor Maria Fiorenza Massaro (Italiana)
Suor Maria Fortunata (Italiana)
Suor Maria Iolanda Pecoraro (Italiana)

Suor Maria Isabella Speciale (Italiana)
Suor Maria Leonia Verducci (Italiana)
Suor Maria Margherita Noto (Italiana)
Suor Maria Melania Siciliano (Italiana)
Suor Maria M.Michelina Monda (Italiana)
Suor Maria Nunziatina del Gatto (Italiana)
Suor Maria Paolina Manzo (Italiana)
Suor Maria Rosalia Giannotti (Italiana)
Suor Maria Terenzia Lepera (Italiana)
Suor Maria Teresa B.Magpayo (Filippina)
Suor Maria Teresita Altieri (Italiana)
Suor Maria Nimfa C.Birondo (Filippina)

Testimonianze - Le Orfanelle raccontano
Antonietta Della Valle - 1987
Sono Antonietta, da 48 anni faccio parte di questa grande famiglia del Santuario. All’età di 8 anni ero rimasta sola nella mia casetta: i miei genitori erano morti e il mio unico fratello già lontano da molti anni. Il sindaco di Castel  Morrone, si interessò al mio caso e decise di condurmi nell’Istituto di Pompei.
Ricordo ancora con grande emozione quel 28 maggio 1938: “La Mamma celeste” mi accoglieva
nella sua Casa, che il Beato Bartolo Longo aveva fatto costruire per dare a noi orfani una famiglia.
Entrata in questa oasi mariana, ero felice di vivere fra tante “sorelline”, amavo molto la vita comunitaria. Ma dopo due mesi si manifestarono i primi sintomi di una malattia di nervi, per la quale ogni cura fu inutile. Devo alla bontà e alla comprensione delle mie Suore se riuscii con grande sforzo a completare le scuole elementari. A 13 anni, per consentirmi maggiore libertà e cure più intense, mi trasferirono nell’infermeria esterna, la cosiddetta “Casina”.
Lontana dalle mie amiche, riassaporai le amarezze della solitudine, ma trovai tanta comprensione ed affetto da parte dei Prelati: Mons. Rossi, Mons. Celli, e soprattutto Mons. Di Pietro, in seguito anche da Mons. Signora, i quali ogni giorno venivano nel giardino per recitare il breviario e trattenersi con noi. Madre Cecilia Pignatelli, Superiora dell’Istituto, lasciava la scuola a mezzogiorno per venire a rendersi conto del nostro stato di salute. Ebbene, nonostante fossi circondata da tante premure, non ero felice. L’unico sollievo lo trovavo nella piccola Cappella dove frequentemente mi appartavo; era lì che trovavo forza e coraggio per andare avanti.
Il mio “esilio” nella Casina durò 10 anni.
Riammessa tra le mie amiche mi sentii rinata, mi accolsero fra loro come una sorella maggiore e l’affetto scambievole si cimentò a tal punto che ancora oggi, dopo tanti anni, ci scriviamo e scambiamo inviti che spesso riescono anche a realizzarsi. Così, nel tempo, la nostra amicizia nata nella casa della Madonna si allarga e si conferma sempre più.
Oggi sto vivendo un’esperienza nuova e molto bella nell’Ufficio Beneficenza. Collaboro con Mons. Raffaele Matrone che si interessa alla vita degli Istituti e alle ammissioni di tante bambine e bambini che, come me, hanno bisogno di una casa, di una famiglia. In questo lavoro spero di poter fare qualcosa per quanti nella vita sono stati segnati dalla sofferenza e dal dolore e soprattutto testimoniare il mio affetto e la mia riconoscenza a quanti mi sono stati vicini. (Antonietta Della Valle)
Sr. Maria Rosalia Giannotti - 1987
Nel 1952 sono stata accolta a Pompei, dalla lontana Calabria, perché orfana di mamma e papà.
Con la morte di papà, avvenuta quando avevo appena sei mesi, mia madre si impegnò con tutte le proprie forze ad accudire me e gli altri quattro piccoli indifesi fratelli. Il dolore della perdita di papà e il lavoro più intenso furono successivamente la causa  della sua prematura dipartita da questa vita all’Altra. Rimanemmo con la nonna materna e il suo amore per la figlia che aveva perso si riversò su di noi che ne eravamo il ricordo più palpabile.
Intanto crescevo, ma non mi andava di restare continuamente chiusa in casa. Un giorno era la domenica delle Palme, sono scappata da casa percorrendo a piedi scalzi alcuni chilometri. Verso sera ho bussato ad una porta per chiedere rifugio e mi ha accolto una signora che non conoscevo. Le vie della provvidenza sono davvero infinite!
Questa signora, Maria Angela Salerno, era la Presidente dell’Azione Cattolica del luogo e proprio nel momento in cui bussavo alla sua porta stava leggendo il Periodico “Il Rosario e la Nuova Pompei”. Dopo avermi fatto rinfrescare mi riaccompagnò a casa dicendomi che mi avrebbe aiutata e avrebbe fatto del tutto per portarmi a Pompei.
Dopo aver preparato i documenti, il 28 ottobre 1952, la Madonna mi ha “aperto” le porte della sua casa. Finalmente ero al sicuro!
Dopo pochi mesi mi raggiungeva a Pompei Pina, una delle mie sorelle. A Pompei ho trovato veramente cuori aperti all’amore. Ho trovato le Suore che hanno cercato di rendermi meno triste la vita, mi hanno accudita, mi hanno fatto da mamma.
Ho trascorso anni felici e belli con le mie compagne e mia sorella, tra studio, gioco, lavoro e preghiera. A 16 anni ho cominciato a pensare alla mia vita futura; sentivo forte l’amore per i fratelli, particolarmente per i più bisognosi: Pensavo spesso: che cosa mi sarebbe potuto accadere se fossi rimasta nel mondo sola, senza una guida, un sostegno? Guardavo alle mie compagne più piccole, ammiravo le Suore che si prodigavano per noi, sentivo dentro di me una spinta a continuare l’opera di Bartolo Longo. Pensavo: avevo trovato a Pompei anime generose pronte ad aiutarmi, perché non imitarle? Sentivo pure forte il desiderio di mettere su famiglia, ma ho scelto di più, l’Unico Amore capace di soddisfare veramente l’animo umano. Le anime consacrate non sono destinate ad un amore settoriale come avviene nella vita matrimoniale, ma ad una fecondità spirituale sconfinata che abbraccia l’intera umanità.
Felice, ho abbracciato questo stato di vita: sono Suora dal 1965 e ho offerto il mio contributo sia negli Istituti di Pompei, sia in altri luoghi ove la Congregazione delle Suore fondate da Bartolo Longo ha nel tempo assunto altri impegni.
Ora mi trovo a Santa Maria Capua Vetere, insegno nella Scuola Primaria, faccio la catechesi agli adolescenti, guido la Liturgia, porto Gesù ai malati e lavoro con i giovani. (Sr. Maria Rosalia Giannotti)
Boccia Consiglia - 1987
Era il 27  aprile del 1976 quando morì mia madre, e insieme a lei anche le mie speranze: così sembrava all’inizio, e avevo solo 9 anni. Rimasta sola – ero la più grande – dovetti accudire mio padre e tre fratelli e anche se inesperta dovetti imparare a fare da mamma e ad assumermi la responsabilità della casa.
Furono giorni duri e nonostante tutti i miei sforzi per essere una buona donnina di casa, ero solo una bambina. Tutto intorno sembrava buio, quando d’improvviso sembrò che il sole volesse di nuovo splendere sulla nostra casa.
Venimmo a conoscenza dell’esistenza degli Istituti Pompeiani e mio padre decise di affidarci alle Suore di Pompei, fondate da Bartolo Longo. Così giunsi in mezzo ad altre bambine più o meno provate come me, da dolori e privazioni grandi. Ma c’erano tante brave Suore che colmarono con l’affetto il vuoto dei nostri cuori e mi aiutarono ad inserirmi in questo nuovo ambiente dove sono cresciuta e maturata.
Ho 19 anni e ne ho trascorsi 10 in questo Istituto a me tanto caro. Ora ho nel cuore tanti desideri e progetti che spero potrò realizzare grazie agli aiuti ricevuti.
Ho conseguito il Diploma di Scuola Magistrale e quello di dattilografia; attualmente mi preparo per il concorso di Scuola Materna ed occupo il mio tempo libero rendendomi utile all’Istituto ed aiutando le più piccole.
Sono veramente contenta e mi ritengo fortunata per essere cresciuta a Pompei in questo Istituto, in mezzo a tante Suore, che si sono prodigate e sacrificate per me e dalle quali ho imparato a vivere, capire, pregare, sperare e amare.
Gli Istituti fondati dal Beato Bartolo Longo sono ancora oggi segno vero di carità e di promozione umana verso tanti bambini bisognosi. Un doveroso grazie, quindi, al Beato Fondatore, alle Suore, e ai Benefattori che con il loro aiuto ci danno la possibilità di essere come tutti gli altri ragazzi, fiduciosi nel domani, sicuri e preparati per la vita.
Alla Regina del Rosario rivolgo la mia preghiera per tutti quelli che hanno contribuito a rendermi una persona felice. (Boccia Consiglia)
Sr. Maria Ersilia Tambasco - 1987
All’età di 5 anni, in soli tre giorni, persi entrambi i miei genitori. Fui costretta ad andare presso uno zio che si prese cura di me. Alla sua decisione di volermi portare a Pompei seguì una mia reazione non estremamente positiva ma lui, quasi con accento profetico, mi disse: “Andrai a Pompei e diventerai Suora”.
Ora sono 45 anni da che ho vestito l’abito delle Suore Domenicane di Pompei. Mi sentii chiamata alla Vita Consacrata già in giovanissima età e rifiutai pertanto tutte le buone occasioni per andar via dall’Istituto. La Madre Direttrice, dopo le scuole elementari, volendo valorizzare le mie capacità, mi diede l’incarico di assistente per una sezione di bambine più piccole. Dopo sono stata insegnante nella Scuola Materna, mansione che non ho mai lasciato e che ancora esercito con i più piccoli all’Istituto Sacro Cuore.
Chi meglio di me può comprendere e dare affetto a questi bimbi innocenti che come me e peggio di me hanno fatto la triste esperienza del dolore? Un grazie di tutto cuore vada alla Madonna, al Beato Bartolo Longo, a tutti i Superiori e Benefattori che mi hanno aiutato e sostenuto in questi non pochi anni. (Sr. Maria Ersilia Tambasco)
Luisa Garofalo – 1987
All’età di un anno persi papà. Mia madre rimase sola con sei figli da crescere. Non era certo una cosa facile perché il lavoro non le permetteva di stare con noi.
Dopo alcuni anni, mia madre, consigliata dal Parroco del paese, decise di portarmi a P
ompei in uno degli Istituti fondati dal Beato Bartolo Longo. Ricordo con velata tristezza il giorno che mia madre mi accompagnò, ma quando restai in compagnia di tutte le bambine della mia età il mio cuore si illuminò.
Tutte erano ansiose di conoscermi e fare amicizia con me. Fui contenta perché qui trovai un clima familiare, anche se qualche volta litigavamo, cosa comprensibile tra bambine della stessa età. Così tra giochi e scuola crebbi. Gli anni passavano e mi trovai tra i banchi della Scuola Media.
All’ultimo anno, come tutte le mie amiche, dovetti prendere una decisione sul tipo di scuola che avrei dovuto frequentare successivamente.
Sentivo che le lingue mi affascinavano e il mio desiderio di frequentare il Liceo linguistico cresceva sempre più con il passare del tempo. Ne discussi con la Superiora.
Ella ne parlò con i rispettivi Superiori i quali acconsentivano alla mia proposta solo nel caso in cui fossi stata promossa brillantemente.
A scuola ero in gamba e conseguii la terza media con ottimi voti. La cosa era andata e non potete immaginare la mia gioia  quando mi fu detto un sì ufficialmente. Mi iscrissi quindi al Liceo linguistico, sembrava quasi un sogno ma ben presto mi accorsi della necessità di dover studiare con impegno.
Ora frequento il secondo anno e spero un giorno di poter indossare la divisa da hostess e fare il mio primo volo.
Mi ritengo fortunata perché nessuna delle mie amiche fin’ora aveva potuto frequentare una scuola esterna.
Sento quindi il dovere di ringraziare per tutto ciò la Vergine SS. E il Beato Bartolo Longo che mi hanno dato la forza, giorno dopo giorno, e guidata per la giusta via.
Desidero anche ringraziare il Vescovo, Mons. Domenico Vacchiano, Mons. Raffaele Matrone e Mons. Baldassarre Cuomo, le Suore e tutti i Benefattori che attraverso il loro aiuto mi hanno permesso di realizzare il mio piccolo ma grande desiderio. (Luisa Garofalo)
Gina Verdossi – 1987
Sono nata a San Paulo del Brasile il 2 novembre 1959. Sono la prima di quattro figli: Franca, Enzo e Adele, nati da genitori di origine italiana. A San Paulo eravamo soli ed emarginati, la gente del luogo ci teneva a distanza. Ma la nostra famiglia era unita da un grande bene. La felicità è durata poco, finchè un giorno è venuto a mancarci l’adorabile presenza di nostro padre. Sì, lo adoravo tanto! Da quel triste 15 settembre 1965, è cresciuto dentro di me ed insieme a me un vuoto incolmabile. Dopo soli due mesi, con i miei fratelli e mia madre, distrutta dal dolore e dalla sofferenza, siamo stati rimpatriati ed affidati alle cure di alcuni zii a Cava dei Tirreni.
Eravamo bisognosi di tutto, e dopo un anno l’unica decisione saggia da parte dei parenti è stata quella di portarci a Pompei negli Istituti assistenziali. Ciò avvenne il 27.9.1966. Il momento del distacco da mia madre è stato per me come quello del distacco da mio padre. Troppe esperienze dure per una bambina di soli sette anni!
Ho frequentato la scuola elementare all’Istituto Sacro Cuore. Le Suore che mi accudivano mi sono state di grande esempio, inculcandomi sani principi morali, ma soprattutto il grande senso della preghiera, la quale mi è sempre di conforto. Nel mese di settembre del 1971 mi sono trasferita all’Orfanotrofio femminile, dove sono rimasta per altri nove anni. Qui, il senso del dovere e lo studio approfondito hanno fatto maturare dentro di me un grande senso di responsabilità e ancor di più quello della preghiera, l’unica mia vera amica e compagna nei piccoli momenti di crisi, tipici di ogni fanciulla.
Le Suore mi sono state tutte amiche ed io ho colto da ciascuna di esse la parte migliore. Oggi posso dire di essere in grado di vivere la mia vita in modo giusto e corretto, nonostante le mille avversità.
Ho conseguito il Diploma di Scuola Magistrale e grazie ai consigli delle Suore e di coloro che mi sono stati vicino ho partecipato ad un concorso statale e con l’aiuto di Dio l’ho superato.
Mi è costato molto allontanarmi dalla Casa della Madonna, ma era anche giusto.
Oggi insegno nella Scuola Materna Statale di Pompei, in Via Nolana, ho un’indipendenza economica, amo i bambini perché mi danno grandi soddisfazioni, ma nono riesco a dimenticare quegli anni felici vissuti con le Suore e con tante altre ragazze. Tutte avevano un passato triste, sofferto; ma nessuna amava parlarne, si pensava solo al futuro, si facevano grandi progetti, si sperava in un avvenire sereno e tranquillo, fiduciosi nella Provvidenza divina. Tutto questo per me si è realizzato.
Ringrazio innanzi tutto la Madonna e poi il nostro caro papà, il Beato Bartolo Longo, la cui immagine mi ritorna sempre cara.
A tutti coloro che mi hanno aiutato a superare le difficoltà della vita, un grazie sincero ed una quotidiana preghiera. (Gina Verdossi)
Rosetta Speciale – 1987
Sono Rosetta, mi trovo qui in questo Istituto dal novembre del 1954 e ricordo come fosse ora il viaggio in treno dal mio paese, Sassano in provincia di Salerno, e l’entrata in questo Istituto con la mia sorella più grande, perché morta mamma il nostro papà non poteva mantenere tre figli, a solo 27 anni.
La Madonna mi voleva qui nella sua Casa e permise che io nascessi la notte del 31 ottobre, quando le orfane passarono dal vecchio al nuovo Orfanotrofio.
Ancora mi trovo qui, ho il Diploma di Licenza media, di dattilografia e di ricamo, che per me è molto importante e sono orgogliosa di aver imparato l’arte del ricamo che mi è utile in molti momenti.
Svolgo il mio lavoro nella Segreteria Generale del Santuario, un lavoro che mi dà modo di conoscere e capire tutti i problemi attuali, tramite le migliaia di lettere che i benefattori scrivono. Posso ben testimoniare che ancora oggi noi orfani viviamo esclusivamente con le sole offerte dei cari benefattori e io ne conosco parecchi (sia pure a distanza); ho imparato i loro nomi e la loro calligrafia e li sento appartenenti alla stessa Famiglia.
I miei Superiori non mi fanno mancare niente; i sacerdoti del Santuario sono per me più che amici dei fratelli. E che dire delle Suore Domenicane, Figlie del Rosario che continuano con amore quest’Opera meravigliosa? Sono per noi come tante mamme e ognuna di noi cerca in molte di loro una sorella maggiore o magari una vera amica. Le cose più belle io le ho scritte nel cuore, sono stata privilegiata in tanti modi; ho perfino la mia bicicletta che mi è di grande aiuto non solo per fare delle passeggiate ma anche per espletare piccoli servizi a chi ne ha bisogno: è un regalo dei miei Superiori.
Perché sono rimasta qui? Mi chiederete. Non so dirvelo! Andare via e lasciare tutto non ne ho il coraggio e poi qui ci sono ancora altre orfane più grandi di me, come Angelina, così dolce e premurosa, Carolina la “nonna”, Caterina, attenta a tutti i miei problemi come una “mamma”, Natalizia, la mia Natalona, la compagna di ogni momento che mi vuole veramente bene e Antonietta, la mia “gemella”. (Rosetta Speciale)
Il "Centro Beata Vergine del Rosario" e le Suore
“Sono venuta a Pompei per visitare la famosa cittadina con la sua arte, il suo Santuario, le Opere di beneficenza annesse.
Gli Istituti che ospitano gli alunni sono maestosi e belli, ma quello che c’è dentro è qualcosa che
mi ha lasciato commossa e pensosa. Un allegro vociare mi ha attirato verso l’Orfanotrofio femminile: come in un mondo di sogno ho visto le piccole della Scuola dell’Infanzia, simili a fiori delicati, allegre, curate, pulite, serene, giocare con la loro Suora.
Poi un atrio immenso, luminoso e accanto la Cappella dove ho trovato tante Suore in preghiera. Sono le Suore fondate dal Beato Bartolo Longo che assistono, educano, istruiscono, formano le ospiti.
Candide nell’abito, angeliche nella voce e nell’atteggiamento mi hanno incantato!
Il grande edificio è caldo, allegro, vivo.
Ho incontrato alcune ragazze con le quali mi sono soffermata a parlare.
Sono tutte ragazze provate dal dolore, con un’angoscia immensa; ma sono serene e contente perché vivono con le loro Suore. Così si sono espresse: “Le Suore sono come le mamme: vivono con noi; ci educano, ci fanno crescere, ci curano, ci consolano, ci vogliono molto bene. Ci preparano per la società, per la famiglia, per il lavoro. Come avremmo fatto se non avessimo avuto la fortuna di incontrare queste anime generose, che dimenticano se stesse per noi?
Molte volte siamo irriconoscenti, nervose, infastidite dai loro buoni consigli, annoiate dalla vita monotona, ma esse, sempre buone, pazienti, gentili, fanno di tutto per renderci felici. Pregano, lavorano, soffrono senza umana ricompensa, liete di aiutare tutti quelli che soffrono o hanno bisogno di aiuto”.
Alcuni hanno un concetto sbagliato della “Suora” e azzardano giudizi sballati.
Solo conoscendole, osservandole mentre lavorano, pregano; mentre vivono le loro giornate nel silenzio, nell’umiltà, nel sacrificio, si può capire qual è la loro alta missione e che “cuore d’oro” esse hanno.
Quelle che io ho avvicinato mi hanno fatto vivere, per un po’, in un mondo bello, buono, generoso. Molta parte dell’umanità dovrebbe essere riconoscente e grata a queste “Anime Consacrate”.

News dal Centro Educativo "Beata Vergine del Rosario"
Ti rendo grazie, Signore...
“Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore… A te voglio cantare davanti agli angeli… Rendo grazie al tuo nome per la tua fedeltà e la tua misericordia…” (cfr Sal 138).
Con questi sentimenti di gratitudine al Signore, la comunità del Centro Educativo “Beata Vergine del Rosario” ha festeggiato il 60° compleanno di Sr Maria Isabella e Sr Maria Debora, il 70° compleanno di Sr Maria Celina Erricchiello mentre Sr Maria Melania ha voluto il silenzio per il suo 80° compleanno.
Purtroppo quel giorno non lo potrà mai più dimenticare, perché il Signore chiamava nella dimora eterna la nostra carissima Sr Maria Alfonsina…
Gioie e dolori fanno parte della nostra vita quotidiana, ma solo la forza della fede ci può aiutare a purificare lo sguardo e i sentimenti del cuore per donarci forza e coraggio nell’accettare la volontà di Dio. (Autore: Isabella Speciale)

Le Divise  delle Orfanelle

Sembrerebbe  anacronistico parlare di divisa in un tempo in cui essa viene rifiutata perché “massificante”.
Però l’uniforme è un necessario distintivo per i membri di un determinato gruppo e può esercitare il suo fascino: più spesso negli “spettatori” che nei “portatori”.

Le istituzioni pompeiane non fanno eccezioni a questa abitudine sociale ed hanno sempre avuto una loro divisa.
Ne vedete illustrate tre che rappresentano, grosso modo, l’evoluzione del vestito dell’Orfanotrofio nei Cento anni di vita.
La prima è degli inizi e reca linee evidenti di abito religioso, forse ispirato alla foggia delle Suore del tempo.
La mantelletta, di sicuro aiuto nel periodo invernale, e la Corona del Rosario, ricordo costante all’Orfano e al visitatore della Casa ospitante.
La seconda è più “giovanile” ma sempre ambientata in un preciso periodo storico, ormai chiuso, che va dalla prima guerra mondiale agli anni 60.
Alcuni piccoli dettagli distinguevano la divisa delle Orfane da quella delle Figlie dei carcerati.
Motivi pedagogici ed esigenze didattiche hanno fatto superare anche questa distinzione nell’abito creando di tutte le alunne una sola famiglia.
Oggi non è cos' rigida nei colori e nei disegni e si adegua molto più velocemente ai gusti ed esigenze attuali.
La scuola di taglio e cucito è stata una costante necessità dell'Orfanotrofio femminile: imparare un mestiere ed essere autosufficienti per la confezione di biancheria e vestiti erano le motivazioni di fondo per tale attività.


Istituto "Sacro Cuore" (Pompei - NA)
Suore Domenicane Istituto "Sacro Cuore" Piazza Immacolata, 7 80045 Pompei (NA) "Campania" tel. 081/8633129 - 10

Fondazione dell' Istituto "Sacro Cuore"

L’ Istituto “Sacro Cuore” è tra i più grandi delle Opere pompeiane, desiderate, volute e realizzate dal Fondatore di Pompei “Bartolo Longo”, ed è stato il suo “ultimo voto”.
Vi erano assistiti circa 180 minori, suddivisi tra la Scuola Materna e la Scuola Elementare. Erano bambini dai 3 ai 13 anni, bisognosi d’affetto, di comprensione e soprattutto di cure materne.
A colmare questi vuoti vi erano Suore dedicate a questo speciale apostolato, che aiutavano gli
Orfani nella loro crescita umana e spirituale.
Vi erano Suore insegnanti che curavano l’istruzione e l’educazione delle alunne; Suore assistenti che nel resto della giornata seguivano da vicino, curando, nelle minori, il senso dell’ordine, della pulizia ed educandole ad un sistema di vita disciplinata e responsabile.
Tutte le altre Suore collaboravano, con sacrificio ed amore, a rendere l’Istituto una casa calda e accogliente, proprio come voleva il Fondatore.

Attualmente le Responsabile della Comunità dell'Istituto "Sacro Cuore" è...

Madre Luciana Matrone
Comunità dell'Istituto "Sacro Cuore"
Attualmente le Suore appartenenti alla comunità sono:
Suor Maria Edvige Fauci - Suor Maria Floriana Gargiulo - Suor Maria Gabriella Emiliani - Suor Maria Goretta Terracciano - Suor Maria Immacolata Siciliano - Suor Maria Liliana Matrone - Suor Maria Paolina Fortunato - Suor Maria Pierina Irace - Suor Maria Vittoria D'Auria 


"Casa Famiglia" (Pompei - NA)

Fondazione "Casa Famiglia"
Accoglienza ai minori

“L’amore, deve essere la base e il fondamento di ogni sistema educativo che voglia pervenire a sicuri e lodevoli risultati” (Bartolo Longo).
Luogo privilegiato dove l’ amore si esprime e si concretizza è la famiglia, piccola Chiesa domestica in cui “la paternità e la maternità umana hanno in sé in modo essenziale ed esclusivo
una somiglianza con Dio, sulla quale si fonda la famiglia, intesa come comunità di persone unite nell’amore” (Lettera del Papa alle famiglie).
Purtroppo questo luogo privilegiato per molti bambini è inesistente e tutti sappiamo quanto siano devastanti le conseguenze per la loro vita.
Ed ecco finalmente una nuova legge quadro (328 dell’8 novembre 2000) che tutela il diritto dei minori ad avere una famiglia. Questa legge prevede, per le famiglie in difficoltà, come intervento prioritario aiuti economici e prestazioni sociali; là dove per inadeguatezza genitoriale o altri motivi si rende necessario l’allontanamento dei minori dalla famiglia di origine è previsto l’ affido familiare e/o l’ adozione; per i casi in cui i due precedenti interventi non sono possibili, è consentita l’ accoglienza dei minori in strutture comunitarie di tipo famiglia.
Le Opere educative di Pompei, già avviate alla riconversione dal 1997 con la ristrutturazione dell’ ex Orfanotrofio formando gruppi con non oltre 13 minori, si incamminano ora verso una completa conversione. A spingerci non sono solo le nuove norme legislative ma anche la presa di coscienza di quanto sia fondamentale per la crescita e lo sviluppo armonico del bambino crescere in un contesto familiare. È chiaro che anche la comunità di tipo familiare non può sostituirsi alla famiglia., ma è comprovato che una comunità fondata sull’amore, sul rispetto della persona in quanto tale, può avere gli strumenti necessari che aiutano il bambino a soddisfare i suoi bisogni emotivi-affettivi che gli consentono di crescere armonicamente.   (Continua...)

Responsabile della "Casa Famiglia"
Madre Alessandra Adornato
Comunità della "Casa Famiglia"
Attualmente le Suore appartenenti alla comunità sono:
Suor Maria Fortunata Pizza - Suor Maria Ida Vonella


"Bartolo Longo" (Pompei - NA)
(Suore Domenicane Istituto B. Longo - Via sacra,39 80045 Pompei (NA) "Campania" Tel. 081/8577717

Responsabile della Comunità "Bartolo Longo"
Madre Irma Santarpia
Comunità dell'Istituto "Bartolo Longo"
Attualmente le Suore appartenenti alla comunità sono:
Suor Maria Felicia Franzese

Le Suore nell’Istituto “Bartolo Longo”
“L’Ospizio per i figli dei carcerati” fu una delle più geniali creazioni di Bartolo Longo.
La scienza positivistica del secolo scorso proclamava l’ impossibilità di educare i nati a delinquenti, fatalmente predestinati a percorrere la via della delinquenza dei loro genitori, senza che nessuna prevenzione ed educazione potesse avere effetto su di essi.
Egli invece credeva profondamente alla forza redentrice del bene e all’efficacia rinnovatrice dell’educazione e creò questa opera per combattere tale teoria.
L’ imponente edificio sulla Via Sacra, porta oggi il nome del suo fondatore ed ospita ragazzi solo in minima parte figli di carcerati.
Essi frequentano la Scuola Media o l’Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato..
Alla loro educazione sono preposti i Fratelli delle Scuole Cristiane, i quali ebbero questo incarico dallo stesso Bartolo Longo.
Ma in esso c’è anche un piccolo manipolo di Suore del Ss. Rosario di Pompei preposte a servizi nevralgici.
La piccola comunità è composta da tre Suore, ciascuna a capo di altrettanti servizi essenziali al funzionamento dell’Istituto: guardaroba e lavanderia, approvvigionamento, cucina e servizi annessi.
Questa piccola comunità mette ogni giorno in pratica quello che Bartolo Longo voleva dalle sue Suore.
E tutti sappiamo bene che quello che vogliono i santi non è sempre facile metterlo in pratica: umiltà, modestia, lavoro indefesso, dedizione, sacrificio…
Esse svolgono una mole imponente di lavoro nascosto, e infatti raramente le si vedono a Casa
Madre, ma è un lavoro indispensabile, prezioso e portatore di una grande lezione per tutti. Meritano di essere ringraziate continuamente ed ammirate.
Ve le presento tutte e due ai loro posti:
La Responsabile di Comunità:  Madre Agnese Piscopo
La Vicaria: Suor Maria Felice Franzese al delicato impegno della distribuzione delle vivande e alla preparazione di  succulente torte per i ragazzi e come se non bastasse è alle prese con le macchine lavatrici e per cucire.
Insomma, il lavoro non manca, ma, fortunatamente, non manca loro né la dedizione né la gioia.
Seconda foto: La crescita dell'Istituto Bartolo Longo, in via Sacra.

L’Albero della Carità
Centenario dell’Istituto "Bartolo Longo"

Ho sempre pensato che il vero inchiostro con il quale questo periodico è scritto, viene da quell’inesauribile calamaio di carità che Bartolo Longo ha lasciato ai posteri.
Uomo di preghiera anche quando impugnava la penna, il Beato ha lasciato, sotto forma di Opere, molteplici e visibilissimi "appunti" perché di questo flusso di carità, col passare del tempo, niente andasse perduto.
Di tempo, di giorni in cui mattone su mattone si ponevano le fondamenta di un edificio tutto innalzato – in nome del Vangelo – all’amore verso il prossimo, ne è trascorso davvero tanto. Ma nemmeno lo spazio di un secolo ha fatto ingiallire le foglie di un’attualità germogliata come pianta spontanea dalle robuste radici dell’albero della carità.
È precisamente "vecchia" di un secolo L’Opera per i figli dei carcerati, uno degli "appunti" più
illuminati che Bartolo Longo ha inserito in quella grande raccolta di "Miracoli" che è la Nuova Pompei. Del Centenario di questa istituzione viene celebrato, anzi sancita, una naturale e perenne giovinezza. La carità – quando è autentica – è una delle poche merci che non paga dazio di fronte al mutare dei tempi.
Possono cambiare le forme, ma la sostanza, se è tale, travalica anche i secoli.
Di questo centenario, di questa nostra festa, a me tocca parlare con la discrezione di chi ha appena il compito di introdurre e di "aprire" le pagine – come le porte di un’accogliente casa comune – al solenne e attentissimo messaggio inviato per l’occasione da Giovanni Paolo II.
Sono pagine di una nostra storia che, attraverso le parole del Papa, diventano storia della Chiesa universale.
È al centenario, ovviamente, che il giornale "Il Rosario e la Nuova Pompei" dedica il meglio di sé. Un articolo del nostro Prelato, Mons. Toppi.
Del messaggio di Giovanni Paolo II colpisce, tra le altre, un’affermazione: "Bartolo Longo fu tra i pionieri della riforma carceraria e rimane ancora oggi un punto di riferimento per quanti intendono offrire la loro opera al risanamento della società".
Se viene del tutto spontaneo pensare a quale forma di carità ricorrerebbe oggi Bartolo Longo per rispondere alle esigenze di una società così diversa e lontana dal suo tempo, bisogna anche aggiungere che al centro di tutto è la santità.
Solo i santi sanno guardare lontano ed è per questo che la santità finisce per essere la più incisiva delle forme di intervento e di presenza sociale.
Ed è anche per questo che il secolo non pesa su quest’edificio che ha la carità per fondamento.
Eppure anche, anzi soprattutto allora, mettere mano a un’impresa di carità significativa sfidare i tempi, remare controcorrente, andare a cacciarsi in quei "guai" dei quali è inevitabilmente lastricata la strada di ogni buona intenzione. Significava andare a scovare e scavare il bene in una società che mostrava di averne timore quasi quanto il male.
Il positivismo era la barriera che la scienza del tempo innalzava tra uomo e uomo; il confine artificiale e artificioso tra il bene e il male.
Attraverso le celebrazioni del centenario dell’Istituto Bartolo, è possibile ripercorrere oggi l’itinerario di una straordinaria avventura ecclesiale e umana, dalla quale Pompei è insieme protagonista e testimone.
Le pagine de "Il Rosario e la Nuova Pompei", arricchite dal messaggio del Papa, sono a loro volta i fogli di un irripetibile diario che continua ad essere scritto con l’inestinguibile inchiostro tratto dalla perenne carità di Bartolo Longo.
(Autore: Angelo Scelzo)

Foto: L’Istituto Bartolo Longo. Uno dei "miracoli" della nuova Pompei.
Gli Auguri del Papa per il Centenario dell’Istituto Bartolo Longo

Al Venerato Fratello Monsignor Francesco Saverio Toppi Delegato Pontificio per il Santuario della Beatissima Vergine Maria del SS.mo Rosario di Pompei.
1. Ho appreso con gioia che ai memorabili eventi, che costellano la storia di codesto Santuario della Beatissima Vergine Maria del SS.mo Rosario, si aggiunge quest’anno la fausta ricorrenza del primo Centenario di fondazione dell’Opera per i Figli dei Carcerati.
La provvida iniziativa, nata dal cuore del beato Bartolo Longo, si è rivelata una geniale intuizione capace di ridare il sorriso e la gioia di vivere a tanti ragazzi e ragazze in difficili condizioni familiari. Essa servì, fin dai suoi inizi, a smentire le teorie di quanti ritenevano che fosse impresa vana tentar di educare al bene i figli di coloro che avevano dato prova di tendenze trasgressive. La società colta dell’epoca, imbevuta di pregiudizi circa l’ereditarietà del carattere, mostrò scetticismo di fronte a tale nobile sforzo educativo, ma il Beato non si lasciò intimidire né indietreggiò. Con ferma costanza egli perseverò nell’iniziativa, riuscendo a conquistare alla sua causa uomini di grande prestigio, i quali giunsero ad offrire il loro contributo per la redazione del regolamento della erigenda Istituzione, basata, per volontà del Longo, sulla religione, sulla scuola, sul lavoro, e soprattutto sull’amore cristiano.
2. È noto che l’Istituto, nel corso degli anni, ha saputo forgiare personalità di grande levatura, le quali si sono distinte, oltre che per impegno cristiano e capacità professionale, anche per ineccepibile correttezza nell’esercizio di pubbliche responsabilità. Meritevole di menzione è pure l’influsso benefico svolto dall’Istituto in modo, per così dire, collaterale. Bartolo Longo, infatti, non si preoccupò soltanto della difesa dei fanciulli, figli dei carcerati, ma s’adoperò anche per recuperare i loro genitori. Sia i ragazzi accolti nell’Opera, sia i genitori carcerati venivano condotti dall’apostolo a scoprire, attraverso l’amore dell’uomo, l’amore di Dio. Nel carcerato, punito dalla società, il Beato Longo vedeva il Signore, sempre memore delle parole del Vangelo: "Ero carcerato, e mi avete visitato" (Mt 25, 36ss). Scriveva a questo proposito: "Abbracciare i figli dei carcerati e sottrarli alla miseria e all’ignominia è il modo più semplice e pratico di mostrare con i fatti ai padri e ai compagni dei padri la bontà della società che hanno offesa, e di avviarli irresistibilmente ad una rapida e completa rigenerazione".
3. Bartolo Longo fu tra i pionieri della riforma carceraria e rimane anche oggi un punto di riferimento per quanti intendono offrire la loro opera al risanamento della società. Non potendo da solo attendere ad un’attività così vasta ed impegnativa, ricorse all’aiuto dei Fratelli delle Scuole Cristiane, i quali, da autentici figli di San Giovanni Battista de La Salle, non hanno cessato di consacrare la loro vita alla nobile causa di tanti giovani desiderosi di acquistarsi una solida formazione spirituale e sociale. In seguito, il Beato fondò la Congregazione delle Suore Figlie del Santo Rosario di Pompei, alle quali affidò le figlie dei carcerati. L’attività educativa, svolta con spirito materno da queste Religiose, dedite al servizio di chi vive nella emarginazione, si è rivelata quanto mai opportuna e benefica.
In questi cento anni, nell’Opera fondata dal Beato Bartolo Longo sono passati circa quattromila ragazzi, dei quali il primo,
Domenico Pullano, diventò sacerdote. Il 12 aprile del 1909, lunedì di Pasqua, egli celebrò la seconda S. Messa nella Cappella dell’Istituto e, commosso, amministrò l’Eucarestia anche al grande benefattore, Bartolo Longo, che l’aveva amorevolmente accolto mentre si trovava in una situazione di abbandono. (Foto)
4. Auspico che la ricorrenza giubilare serva ad attirare l’attenzione su codesta Casa di educazione, che conserva tutta la sua attualità, esercitando la sua benefica opera a vantaggio di tanti ragazzi e ragazze. Come agli inizi, anche oggi essa vive col sostegno della carità e della solidarietà umana e cristiana. Le celebrazioni centenarie vogliono essere, da parte di tutti, assolvimento di un debito di riconoscenza verso il venerato Fondatore, che con animo coraggioso e intrepido promosse e portò avanti tale Opera contro ogni avversità, fidando nell’aiuto di Dio e nella materna protezione della Vergine SS.ma del Rosario.
A Maria, Madre del Redentore, affidò ancora l’intera Istituzione, mentre, da parte mia, ben volentieri imparto a Lei, venerato Fratello, ai ragazzi, alle ragazze ed ai loro familiari, come pure agli educatori ed educatrici la mia speciale Benedizione Apostolica, in pegno di abbondanti favori celesti.
                                                       Dal Vaticano, 8 maggio dell’Anno 1992
                                                                           Joannes Paulus II

Un uomo di Dio
Il ciclo delle Conferenze su Bartolo Longo

La conoscenza del Fondatore di Pompei passa attraverso una lettura contestualizzata del suo retroterra storico, sociale e religioso. Ma il motivo fondamentale del suo successo va ricercato nella sua particolare esperienza dello Spirito e della Carità, centro propulsore di tutta la sua attività di manager, costruttore, promotore della devozione mariana ed educatore.
Con le due relazioni "Bartolo Longo e il suo tempo" e "Bartolo Longo servitore della carità", la prima del Dott. Domenico Lamura di Trinitapoli, l’altra di Mons. Pietro Caggiano, Amministratore del Santuario, si è concluso l’interessante ciclo di conferenze, promosso dall’Assessore cittadini della cultura, Guglielmo Loster in collaborazione con la Direzione del Santuario, in occasione del Primo Centenario (1892-1992) dell’Istituto voluto dal Beato Bartolo Longo per i figli dei carcerati.
Il ciclo di conferenze aveva come obiettivo la promozione della conoscenza del Fondatore di Pompei soprattutto nelle nuove generazioni pompeiane e il rilancio di un nuovo dibattito sulla vocazione della città che, pur nelle mutate condizioni storiche e sociali, non può prescindere, oseremmo dire, dal suo statuto fondamentale di cittadella della Fede e della carità.
Le due relazioni finali hanno per questo riproposto con chiarezza alcuni aspetti centrali del problema.

Bartolo Longo e il suo tempo

Interessarsi alla figura del Fondatore di Pompei significa innanzi tutto conoscerne non solo gli aspetti più evidenti e facilmente registrabili, quanto piuttosto il retroterra storico per valutarne appieno la personalità, o comunque gli elementi che hanno contribuito a maturarla, e conseguentemente comprende meglio, o comunque nel modo più attendibile, il segreto del suo operato ed eventualmente, ma è il caso di dire evidentemente, le cause e i motivi del suo successo relativamente al tempo in cui la sua Opera è nata, cresciuta e sviluppata.
È quando ha cercato di proporre il Dott. Lamura che, da studioso della Storia del Mezzogiorno, non ha esitato ad affermare che ogni lettura, ogni approfondimento, di Bartolo Longo al di fuori del suo contesto storico-sociale-culturale-religioso sarebbe fuorviante.
In questo senso va ricordato che il Beato, nato a Latiano nel 1841 e morto a Pompei nel 1926,
vive l’arco della sua vita in pieno Ottocento e nel primo quarto del Novecento. Un arco di tempo molto significativo, soprattutto molto effervescente, per la molteplicità degli avvenimenti e delle situazioni: il travaglio politico-sociale (i moti risorgimentali e l’unità d’Italia); il travaglio culturale (positivismo, hegelismo, etc.), ricordiamo, ad esempio, che all’Università di Napoli il Longo conobbe, come illustri cattedratici, il Settembrini, l’Abignente, Bertrando Spaventa, Salvatore Tommasi; ma anche tempo della massima prostrazione per la Chiesa che doveva difendersi su più fronti e soprattutto da una cultura tenacemente laicista, atea e anticlericale: e infine tempo di fioritura di forti testimonianze di santità di vita e di impegno nel sociale del laicato cattolico. Situazioni, avvenimenti e incontri con personaggi, credenti e non credenti, che in un modo o nell’altro lasceranno un’impronta indelebile sul giovane Longo e sul suo successivo cammino di convertito, prima, e di testimone della fede, poi.
Il fatto più significativo in quest’epoca contrassegnata da profonde lacerazioni e da spaccature, che emarginarono non poco il mondo cattolico all’interno della sua stessa realtà, e che il Beato seppe coniugare con equilibrio le istanze dei nuovi fermenti risorgimentali, delle nuove idee e delle giuste rivendicazioni sociali con la carità e la visione cristiana della vita.
All’Ottocento e alla sua inquieta ricerca della verità, protratta fino al punto di vanificare e rifiutare la Fede, il Longo risponderà proprio con la Fede in nome della quale fu aperto al dialogo con tutte le culture del suo tempo e chiamò a raccolta, come consiglieri e collaboratori, credenti e non credenti. La filantropia si trasformava, così, in Carità e le istanze antropologiche e sociali dei nuovi tempi diventavano tanti canali per umanizzare e cristianizzare l’umanità.

Servitore della Carità

E, tuttavia, se tutto ciò ci indica un contesto illuminante per comprendere meglio contenuti e dinamiche dell’operato di Bartolo Longo, non ci offre, d’altra parte, il motivo fondamentale che ha reso possibile al Fondatore di Pompei di diventare un grande testimone della Fede, un Santo della nuova assistenza sociale o uno dei più grandi promotori e diffusori della devozione mariana.
Entriamo qui, in quell’affascinante avventura dello Spirito che non finisce di stupire mai e che la storia del Santuario registra con fedeltà pagina dopo pagina. Mons. Caggiano, dopo una breve introduzione d’indole statistica per evidenziare, diremmo materialmente, la pregnanza e la corposità dell’Opera pompeiana ha offerto immediatamente questa chiave di lettura: "Bartolo Longo – fu condotto dallo Spirito", di volta in volta, nel deserto o nella messe abbondante; nel buio della notte o nella luce radiante del meriggio. Egli era cosciente di questa avventura e la volle vivere integralmente.
Scriveva nel 1891, prima della consacrazione della nuova Chiesa: "Nel corso di quindici anni meravigliammo sempre di un fenomeno che accadeva dentro di noi, senza che ci fosse chiara la sua legge o si rivelasse completa la forza e l’indole della sua finalità. Che cos’era quell’impulso segreto, persistente, infaticabile, che ci ha sospinti per tanti anni a lavorare per l’edificazione di questo Tempio?".
Lo Spirito di Dio ha trovato nel Longo, dunque, un terreno fertile, una persona docile, dove poter operare senza per questo alterarne la sua specificità di laico e di avvocato: "Sono convinto che se il Fondatore di Pompei fosse stato un sacerdote o un frate non avremmo avuto questo tipo di città, di Santuario, di istituzioni sociali. Non c’era un progetto urbanistico precostituito; ma la sensibilità alle varie necessità ed urgenze guidò B. Longo nello sviluppo della borgata che diveniva sotto i suoi occhi paese e città".
La causa efficiente della santità, della duttile e versatile genialità del Fondatore di Pompei è di ricercare, quindi, nella sua disponibilità e lasciarsi sedurre dallo Spirito di Dio-Amore. Lo dimostra la sua risposta forte ed amante. A Dio che lo ha amato teneramente e che gli ha manifestato il suo progetto d’amore, Bartolo Longo ha risposto con Amore, con Carità, facendosi egli stesso dono per gli altri, dovunque e dappertutto.
La carità è stata il motore propulsore che ha animato tutta la sua vita, a tutti i livelli: come manager, costruttore, promotore della devozione mariana ed educatore.
La Carità era per lui una vera e propria forma mentis, ma non nel senso di elemosina da elargire, come egli stesso afferma: "E quando io dico questa parola carità non voglio dire, come taluni ignoranti credono, che carità significa l’elemosina; no, carità vuol dire amore perfetto, amore divino, amore che parte da Dio, involge la creatura e ritorna al suo principio".
Non sarà mai possibile interpretare correttamente B. Longo senza pensare necessariamente al ruolo e al primato che la Carità ha avuto nella sua straordinaria avventura. L’eredità da riscoprire è questa. Si tratta solo di tradurla in forme più attuali e più rispondenti alle urgenze contemporanee. Ogni altra memoria del Beato sarebbe solo uno sterile ed arido feticismo.
(Autore: Pasquale Mocerino)
Foto: La scritta "Charitas" sul frontespizio dell’Istituto per i figli dei carcerati rende molto bene il ruolo che essa ha avuto nell’Opera del Longo.

La Carità Fondamento d’ogni educazione
1892 – 1992: Un secolo di Redenzione

I cento anni dell’Istituto per i figli dei carcerati ci ripropongono il carisma di un uomo, il Beato Bartolo Longo, che seppe trarre dalla sua vita, fortemente evangelica, i motivi conduttori e fondamentali della sua iniziativa educativa. In un’epoca fortemente segnata dal positivismo scientifico, egli seppe vincere la sua battaglia di educatore perché credette fino in fondo che il Cristo è il vero Redentore degli uomini.
Nel celebrare questo centenario vogliamo individuare e sottolineare quella che ne fu e dovrà ancora essere l’ispirazione fondamentale: riconoscere il Signore Gesù presente e operante col suo amore nell’uomo bisognoso di redenzione.
È questo il contenuto essenziale, costitutivo dell’Opera per i figli dei carcerati e questo deve essere il traguardo da raggiungere con le celebrazioni centenarie in programma. Dobbiamo
attualizzarne il messaggio centrale con una rivisitazione della metodologia pedagogica e una rilettura dei testi originali.
È universalmente riconosciuto che Bartolo Longo fu un pioniere coraggioso, audace nel volere ad ogni costo una istituzione come questa. La scienza allora dominante sosteneva drasticamente l’irricuperabilità dei figli dei criminali; egli si batté con un anticonformismo eroico per la tesi contraria e riuscì a dimostrarla non solo in teoria, ma soprattutto con i fatti, fino a strappare il plauso e l’ammirazione degli stessi avversari.
Non si può non restare profondamente commossi dinanzi ai risultati meravigliosi raggiunti da questa geniale iniziativa, additata dai competenti del settore come soluzione emblematica di un problema acutissimo che da sempre tormenta la società.
A noi qui ora indicare e approfondire l’idea-forza che la volle e la realizzò.
La base da cui partì il nostro santo Fondatore era la fiducia nella Grazia redentrice del Cristo e nella capacità di ogni uomo di lasciarsi plasmare da una pedagogia, fondata innanzi tutto sulla componente religiosa ed espressa con un amore sincero e affettivo. "Con questo amore e per questo amore – egli affermava – si ottiene educato il fanciullo, ancorché incorreggibile, o come dicono loro, delinquente nato. Fategli comprendere che lo amate, perché è sventurato, che lo educate solo perché lo amate, ed egli vi amerà per amore si sforzerà di corrispondere alle vostre assidue e amorevoli cure che voi spendete per educarlo. E voi troverete nei fatti che la Carità supera tutti i mezzi suggeriti dalla pedagogia e dalla scienza… essa che è il fondamento d’ogni educazione" (Longo B. Il triplice trionfo della Istituzione a pro’ dei figli dei carcerati, Valle di Pompei 1902).
L’amore a cui si riferisce il Beato, è l’amore del Cuore di cristo che si comunica nell’eucarestia e permea tutta la sua pedagogia. Il grande segreto del suo sistema educativo, "ignoto del tutto ai materialisti" era la Comunione "a lungo preparata e costantemente frequentata"" (ivi, 84-85). "Nell’incontro intimo e personale della santa Comunione, che apre alla comunione e alla solidarietà con tutti, Gesù stringe a sé il piccolo reietto, si associa incredibilmente alla sua condizione di abbandono e di rifiuto, ne condivide nella Passione la maledizione, prendendo su di Sé lo stesso delitto del padre e l’avvilimento della madre, Lui che proprio nell’Eucarestia si fa pane per tutti". "E questo è lo stesso Gesù abbandonato – annota Bartolo Longo – che a me poveretto chiede di essere accolto, rispettato e amato in questi stessi orfanelli della Legge: "Chi accoglie uno di questi, accoglie Me" (Mc 9,37). Ecco la tesi che io provo luminosamente: la sacra Comunione con Cristo è il più potente mezzo di educazione dei fanciulli. Il primo elemento di educazione è l’incontro e l’amicizia lunga con Gesù" (ivi, 78).
E aggiunge ancora con entusiasmo: "Gesù Cristo vive, opera, parla, s’insinua nel cuore, produce effetti inusitati, magnanimi anche nei cuori più tiepidi, nei cuori più vili, perché Egli è vivo e vero là, nel Sacramento dell’amore, nell’Eucarestia, ed è in mezzo a noi" (ivi 82). Gesù vuole bene ai fanciulli presi dalla strada, ad essi presta le parole del "Padre nostro", le sue parole e anche il suo sentimento di Figlio. Scrive testualmente: "Così ho fatto per i figli dei carcerati. La loro educazione si diceva difficile per molti, per molti impossibile; il loro avvenire si prevedeva tristissimo, ed io… ho presentato loro e ho fatto amare Gesù" (ivi, 82).
Contrariamente ai positivisti che si fermano al padre delinquente, Bartolo Longo attraverso Gesù arriva al Padre e raccomanda di educare il fanciullo ad una continuata intimità quotidiana col Padre celeste" (ivi, 80).
Bisogna a tal fine insegnare e pregare, far "imparare Dio" e cioè che Dio è "Padre, il Padre nostro" e che noi siamo avvolti dall’abbraccio della sua paternità universale come figli e quindi fratelli tra di noi, fratelli di tutti gli uomini. Siamo nel cuore del Vangelo, in piena atmosfera soprannaturale. In essa vive, respira, opera il Beato e realizza meraviglie in tutti i campi, dal religioso al sociale, dal pedagogico all’artistico, al culturale.
Ci siamo soffermati un po’ ad ascoltare, a leggere le sue parole, i suoi pensieri dominanti e abbiamo potuto constatare come tutto in lui parte dalla fede, dalla visione cristiana della realtà e quindi dall’adozione di una metodologia interamente permeata di spiritualità.
Alla radice di tanti mali che ci affliggono e che non riusciamo a superare, c’è una mentalità secolarizzata, estranea e indifferente alla realtà di Dio, aliena dalla fede e dalla pratica
religiosa. Siamo allarmati oggi particolarmente dal fenomeno della criminalità che si allarga paurosamente anche ai ragazzi.
Occorre ripresentare in termini attuali il carisma del Beato Bartolo Longo, incarnarlo con spirito di profezia nelle urgenze che premono oggi da ogni parte. Abbiamo bisogno del suo fervore, del suo zelo ardente, del suo entusiasmo, del suo slancio missionario per la diffusione del Vangelo.
Abbiamo soprattutto assoluto, estremo, urgente bisogno di cogliere il suo segreto più profondo e di farlo nostro: il rapporto personale d’amore con Gesù, che è poi il costitutivo essenziale della vita cristiana.
Da quando abbiamo riferito dobbiamo concludere che lo spirito di Bartolo Longo è completamente assorbito e comandato dal Cristo Gesù. La sua stessa devozione appassionata per il santo Rosario è motivata dalla certezza che vi riscontra il mezzo più pratico ed efficace per completare, vivere e irradiare nel mondo intero il Mistero del Cristo Gesù.
Nel Mistero del Cristo Gesù fiorisce la speranza dell’intervento dello Spirito che rinnova la faccia della terra e trasforma il cuore dell’uomo. Nel Cristo Gesù si esalta la dignità della persona umana, di ogni uomo, anche il più meschino, elevato come figlio a partecipare alla stessa vita del Padre celeste.
Nel cristo Gesù tutta l’umanità diventa una famiglia e gli uomini, tutti gli uomini, fratelli tra di loro con la legge suprema dell’amore. La Vergine Matia ci ottenga con suo Rosario questa grazia suprema: conoscere, amare e far amare il Signore Gesù, nostro Dio e nostro fratello, nostro Salvatore e nostro tutto!
(Autore: Mons. Francesco Saverio Toppi)
Nelle due Foto: volti antichi e volti nuovi dell’unica esperienza di redenzione umana avviata da Bartolo Longo cento anni fa in favore dei figli dei carcerati.


Primo Centenario Istituto Bartolo Longo

Sono le ore 17,30 circa del 23 maggio quando nel cortile dell’Istituto B. Longo – così come previsto dal calendario delle manifestazioni per il centenario dell’Opera per i figli dei carcerati – cominciano a presentarsi gli invitati alla celebrazione ufficiale.
La banda dell’Istituto è già riunita, accenna a qualche motivo per rendere piacevole l’attesa: ci sono gli ex alunni, ci sono numerosi rappresentanti dei Figli di S. Giovanni Battista de la Salle, venuti da ogni parte d’Italia, ci sono le Figlie del S. Rosario di Pompei con la loro Madre Generale, giungono autorità civili e militari, si presentano via via intere famiglie di cittadini pompeiani.
Intenso è, nell’attesa dell’apertura ufficiale della cerimonia, il via vai delle persone del locale in cui le Poste Italiane hanno predisposto l’annullo speciale concesso per il centenario.
Verso le 18,00 la banda richiama al "silenzio" e giungono il Cardinale Opilio Rossi, il Prelato Francesco Saverio Toppi, l’emerito Arcivescovo Domenico Vacchiano, il primo cittadino di Pompei Giuseppe Tucci, altri rappresentanti della comunità religiosa e civile.
Il corteo si dirige verso la porta d’ingresso del teatro dell’Istituto: è un primo significativo perché la struttura, nella quale Bartolo Longo aveva riposto obiettive speranze di educazione e di animazione culturale, era da alcuni anni inattiva per una serie di interventi di restauro e di ammodernamento, che hanno richiesto tempo per essere realizzati e che hanno anche dovuto
saper attendere la generosità dei benefattori.
Il teatro, intitolato ai coniugi Pasquale Di Costanzo e Assunta Mattiello, è stato così riaperto alla sua funzione e si prevede che per esso abbia inizio un periodo di intensa promozione artistico-culturale e ricreativa, anche per il sostegno di una nascente Associazione culturale legata ai due personaggi cui il teatro si intitola.
Mentre il pubblico si sistema nella sala teatro dove in prima fila siedono gli ex Direttori dell’Istituto: Tullio Crocicchia, Pasquale Sorge, Rocco Edelman, Rodolfo Meoli, sul palcoscenico al tavolo della presidenza hanno preso posto il Cardinale Opilio Rossi, il Prelato Arcivescovo Mons. Francesco Saverio Toppi, l’Amministratore del Santuario Mons. Pietro Caggiano, il Vicario generale Mons. Baldassarre Cuomo, il Direttore dell’Istituto Bartolo Longo Fratel Domenico Anzini, il Sindaco di Pompei dott. Giuseppe Tucci: sono i rappresentanti ufficiali che si alterneranno per soffermare l’attenzione dei presenti sulla celebrazione giubilare.
Così il saluto del Prelato al Cardinale Opilio Rossi "per la sua presenza e per la premura attenta e stimolante con cui segue il nostro Santuario e le Opere annesse".
Ci sarà anche l’intervento del Direttore dell’Istituto: "senz’altro oggi è un giorno storico, così come lo è stato il 29 maggio 1892, giorno in cui si pose la prima pietra dell’erigendo Ospizio educativo B. Longo…
Sono cento anni di vita che si sono sgranati come un immenso Rosario con i suoi misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi e potremmo dire che ogni grano è una perla incastonata in questi cento anni di
storia".
"Per noi cittadini e figli di Pompei, - ha detto poi il Sindaco Tucci – rimane difficile esprimere e rendere agli altri il significato che riveste l’Istituto B. Longo… Per noi assume un carattere di sacralità… Assistiamo ad un evento che ci rallegra e ci lascia stupiti. Siamo infatti testimoni di una carità inesauribile, che non si consuma perché è alimentata dalla fede… Anche il teatro in cui siamo sorse per volontà di B. Longo: oggi tanti ricordi di infanzia e di giovinezza di molti pompeiani riaffiorano nel rivedere il teatro dell’Istituto… Anche questa inaugurazione nasce dalla carità cristiana…".
Questi interventi ufficiali erano stati tutti preceduti dall’ascolto, per la voce di Mons. Raffaele Matrone, della lettera che il Pontefice ha fatto giungere per l’occasione giubilare al Prelato di Pompei.
La sala si è fatta silenziosa, tutti si sono alzati ed hanno ascoltato: "Ho appreso con gioia che ai memorabili eventi, che costellano la storia di codesto Santuario della Beatissima Vergine Maria del SS.mo Rosario, si aggiunge quest’anno la fausta ricorrenza del primo centenario di fondazione dell’Opera per i figli dei carcerati […] Bartolo Longo fu tra i pionieri della riforma
carceraria e rimane anche oggi un punto di riferimento per quanti intendono offrire la loro opera al risanamento della società. Non potendo da solo attendere ad un’attività così vasta ed impegnativa, ricorse all’aiuto dei Fratelli delle Scuole Cristiane, i quali, da autentici figli di S. Giovanni Battista de la Salle, non hanno cessato di consacrare la loro vita alla nobile causa di tanti giovani desiderosi di acquistarsi una solida formazione spirituale e sociale.
In seguito, Bartolo Longo fondò la Congregazione delle Suore Figlie del S. Rosario di Pompei, alle quali affidò le figlie dei carcerati. L’attività educativa, svolta con spirito materno da queste Religiose, dedite al servizio di chi vive nella emarginazione, si è rivelata quanto mai opportuna e benefica.
In questi cento anni, nell’Opera fondata dal Beato Bartolo Longo sono passati circa quattromila ragazzi, dei quali il primo, Domenico Pullano, diventò sacerdote. Il 12 aprile del 1909, lunedì di Pasqua, egli celebrò la seconda S. Messa nella Cappella dell’Istituto e, commosso, amministrò l’Eucarestia anche al suo grande Benefattore, Bartolo Longo, che l’aveva amorevolmente accolto mentre si trovava in una situazione di abbandono".
È uno dei passaggi della lettera di Giovanni Paolo II, il quale ha così dato una significativa testimonianza al "Venerato Fondatore, che con animo coraggioso ed intrepido promosse e portò avanti tale opera contro ogni avversità, fidando nell’aiuto di Dio e nella materna protezione della Vergine Santissima del Rosario".
In questi cento anni sono passati circa quattromila ragazzi: ciascuno dei quali è giunto con un proprio vissuto, fatto di dolori, di tristezza, di privazioni materiali e morali.
L’esistenza di questi ragazzi e di queste ragazze sarebbe rimasta senza speranza se non fosse entrata fra le mura dell’Istituto, se non vi avesse trovato gli educatori chiamati da Bartolo Longo, i Fratelli delle Scuole Cristiane e le Suore Domenicane del Santuario, pronti a realizzare l’impegnativo progetto di ridare sorriso e gioie, di offrire un itinerario di educazione e di formazione. In questa ottica di risanamento e di animazione civile e religiosa si sono mossi in questi primi cento anni tutti coloro che hanno proseguito nel cammino intrapreso da Bartolo Longo.
In una cornice rinnovata le persone hanno seguito il messaggio del Pontefice. Da esso i presenti hanno potuto percepire con maggiore chiarezza la funzione di Bartolo Longo: quei quattromila
ragazzi divenuti uomini per la fede, per la scuola, per il lavoro, per l’amore cristiano, ci dicono che la "provvida iniziativa" ha trovato nel tempo ulteriori motivi di consenso, presentandosi, all’anno giubilare nella pienezza dei suoi compiti, con una prospettiva anche più ampia, che si apre al contributo associativo esterno.
Una prima espressione di tale contributo, a chiusura della serata, dal concerto offerto dalla professoressa Cristina Mattiello per il primo centenario della fondazione dell’Istituto ed in memoria del cognato Pasquale Di Costanzo Sovrintendente del San Carlo.
Dal coro polifonico Januensis, sotto la direzione del Direttore Herbert Handt i presenti hanno potuto ascoltare la "Messa di Gloria" di Gioacchino Rossini, in una esecuzione vibrante, che ha sintetizzato il senso stesso della spiritualità del centenario.

(Autore: Luigi Leone)

Prima Foto: Le Autorità religiose e civili al loro ingresso nel cortile dell’Istituto Bartolo Longo per la commemorazione del primo Centenario di questa Istituzione.
Seconda Foto: Le prof Cristina Mattiello, generosa benefattrice del restauro del teatro dell’Istituto, taglia il tradizionale nastro augurale all’ingresso della sala.
Terza Foto: Le Autorità religiose e civili, seguite da tutti gli invitati, fanno il loro ingresso nel teatro.
Terza Foto: Mons. Raffaele Matrone, direttore generale degli Istituti di beneficenza, legge il messaggio augurale che Giovanni Paolo II ha inviato alla Famiglia pompeiana per la fausta ricorrenza.
Quarta Foto: Il Card. Opilio Rossi, che ha presieduto tutti i festeggiamenti per il Centenario, mentre benedice il restaurato teatro dell’Istituto.
Sesta Foto: Da sinistra a destra, l’Arcivescovo di Pompei, Mons. Francesco Saverio Toppi, il Direttore dell’Istituto, Fratel Domenico Anzini e il Sindaco di Pompei, Dott. Giuseppe Tucci mentre pronunciano il loro saluto augurale.

Nel Centenario di Fondazione dell’Opera per i figli dei Carcerati
La notte che si muta in luce
Nella Valle un dì bruciata e fosca…

Cala la notte d’improvviso, e la paura
gli animi avvolge
d’incombente squallida vendetta.

I giorni mesti filtrano miseria

al pianto dei piccoli affamati,
al padre che rincorre orrori
tra le macchie e i boschi.

Giace la donna, giovane,
dal petti innanzi tempo inaridito
e gli occhi
che il dolore e l’ansia impietra…


E fugge quel padre
che torbido pensier del sangue fratricida
che or ora ha sparso ad inquinar la terra.

È notte intorno
e più note in cuore
quando, inginocchiato al suolo della Valle
un dì bruciata e fosca,
disperato implora: "Salvatemi i miei figli!"

Eco di Dio che al misero si abbraccia
egli risponde un uomo:
"Spegni i tuoi terrori:
è aperto già il mio cuore ai figli tuoi
e la mia casa.

Ma tu percorri la tua via!..."

S’ode d’allora un’armonia
che i mesti volti tinge di sorrisi.
È un cinguettio di bimbi
che i tortuosi passi della storia
di semi d’innocenza sparge
e i pianti amari
in lacrime di gioia discioglie.

Ferve la prece qui insieme col lavoro,
il nobile squillare degli ottoni
e il libro che il sapere insegna:
gli animi tutti carezza di celeste pace
un cuore.

Mira, mio spirito, e ragiona:
il filo d’erba che il deserto uccide
rechi una pietosa mano
in suolo aprico:
un verde manto bacerà la primavera…             
(Autore: Mons. Baldassarre Cuomo)
Prima Foto: L’Istituto Bartolo Longo in una suggestiva visione notturna.

Seconda Foto: Per ricordare il Centenario, gli ex alunni haqnno eretto, all'ingresso dell'Istituto, una lapide commemorativa in onore del Beato Fondatore.

Il Teatro dell’Istituto Bartolo Longo – 1922-1992

Abbiamo ricevuto in lettura la relazione tecnica ed operativa dettagliata inviata alla Direzione del Santuario dallo studio associato responsabile dei lavori di restauro, di adeguamento impiantistico e dell’arredamento del Teatro ubicato nell’Istituto Bartolo Longo restituita il 23 maggio alla sua funzione.
Si tratta di un documento molto interessante, che, nell’esplicitare tutti gli interventi sulla struttura, ne chiarisce gli aspetti tecnici, le modalità, i materiali usati, con le motivazioni dell’uso permettendo al lettore di rendersi conto delle complessità stesse dei lavori, condotti in modo da assicurare funzionalità, sicurezza, stile architettonico e gusto estetico.
La struttura fu realizzata intorno agli anni ’20 rispettando lo stile liberty, in voga in quel periodo: i lavori attuali si sono resi necessari per consolidarla dopo l’evento sismico del 1980. Alla vecchia struttura sono stati aggiunti due nuovi corpi di fabbrica per ospitare i camerini ed i servizi igienici, da far utilizzare sia dalla platea che dalla galleria.
Anche per il bar ed il foyer, aggiunti in questa fase di ristrutturazione, è stato rispettato lo stile originario. È stata, inoltre, realizzata una sala ingresso con biglietteria, bar e guardaroba ed anche una saletta riservata per accogliere ospiti di riguardo.
L’Istituto, come si sa, si trova nel centro storico di Pompei; di qui la preoccupazione di renderlo accessibile anche per il parcheggio delle macchine. L’intervento odierno ha realizzato anche questo, attraverso un collegamento interno dalla Via Ospizio con il cortile di rappresentanza.
La sala vera e propria offre una platea con 387 posti a sedere ed una galleria con 107 posti: 494 poltrone in tutto. È dotata di tre uscite di sicurezza, oltre all’ingresso principale e due secondari. Il palcoscenico si presenta ora tutto rinnovato, con una superficie di 120 mq.; allestita una sala regia, una sartoria e in più parti sono state messe in opera porte tagliafuoco e sistemi di sicurezza.
Siamo dinanzi ad un intervento quasi rivoluzionario rispetto alla situazione originaria, certamente legato ad una prospettiva ricca sul piano culturale e ricreativo.
Molto curata ed ammirata al momento della riapertura inaugurale è stata la nuova definizione architettonica, sostenuta, nell’aspetto decorativo dal marmo di Verona per l’ingresso e dai lampadari di vetro di Murano, con appliques coordinate.
Nel foyer sono stati collocati i due busti dei coniugi Di Costanzo e Mattiello (scultore S. Patti), oltre a due antiche consolle napoletane.
La relazione ci è stata inviata insieme ad uno stralcio, ripreso in fotocopia, "del resoconto annuale dell’Ospizio Pontificio educativo Bartolo Longo", pag. 203, che riportiamo testualmente: "22 Ottobre – L’inaugurazione della Nuova Sala dei Convegni riesce veramente imponente, sia per la presenza dell’Em.mo Card. Augusto Silj, sia per la folla d’illustri intervenuti. Tutti hanno ammirato il discorso del Comm. Guerritore.
La giornata si è chiusa con un trattenimento poetico-musicale, nelle ore pomeridiane. Incancellabile resterà il ricordo d’una graziosissima scenetta comica eseguita dai più piccoli alunni, fra i quali destò maggiore ilarità il minuscolo protagonista Cecchino, di cui la scenetta stessa prendeva il nome".
Il progettista dei lavori ed esecutore fu allora fratel Costanzo delle Scuole Cristiane e la decorazione del soffitto venne affidata al prof. Nicola Ascione di Torre del Greco.
Oggi, , a distanza di settant’anni, il teatro ha ripreso gusto, ha richiesto un intervento tecnico a più voci, per esigenze e norme sopravvenute, ma rimane una testionianza del passato che vive nel presente e guarda con speranza ad un futuro migliore, che si svolga sotto le luci della ribalta.
La Messa di Gloria di Gioacchino Rossini
A Pompei, il restauro del Teatro intitolato a "P. Di Costanzo – A. Mattiello" è stato inaugurato con la "Messa di Gloria" di G. Rossini.
Il Teatro inserito nel complesso del Santuario, si presenta come un vero gioiello, per la sobria funzionale eleganza e per l’ottima acustica.
Con i suggestivi Teatri della Pompei romana, con le annuali manifestazioni delle Panatenee, il
Teatro "P. Di Costanzo – A. Mattiello" diverrà prezioso centro di attività teatrale e musicale, e quindi sociale, particolarmente per Pompei, per Napoli, per la Campania, ma anche, ne siamo certi, per tutta l’Italia.
È stata felice scelta quella di inaugurare il nuovo Teatro con la "Messa di Gloria": per l’alta sacralità della composizione, perché la "Messa" è stata composta da Rossini a Napoli – allora capitale musicale d’Europa – ed a Napoli ha avuto la sua prima esecuzione, per la ricorrenza del bicentenario della nascita del Compositore, e di quella del centenario dell’Istituto Bartolo Longo.
Senza entrare qui in particolari musicologici, è da rilevarsi la grande importanza dell’esecuzione pompeiana anche per il fatto che l’edizione della "Messa" presentata dal direttore e musicologo Herbert Handt si basa sul materiale musicale che si ritiene fosse utilizzato da Rossini per la prima esecuzione.
Gioacchino Rossini (1792-1868) venne giovanissimo a Napoli, chiamato come compositore e direttore della musica e dei Reali Teatri di San Carlo e Fondo (oggi Mercadante).

È stata la presenza di Rossini a Napoli (1815-1822) fulgente periodo, con la creazione di nove opere per il Teatro – opere che hanno impresso un segno drammatico nuovo e geniale alla ormai inattuale "opera seria" – e con altre composizioni: tra le quali, appunto, la "Messa di Gloria".
La "Messa di Gloria" venne eseguita per la prima volta nella napoletana Chiesa di S. Ferdinando (24 marzo 1820).
Così, di quella prima, scrive il Giornale del Regno delle Due Sicilie (31 marzo 1820): "Rossini si è mostrato dotto, grave, sublime compositore di una sua musica scritta per la messa solenne, cantata […]
Tra le bellezze originali di quella nuova composizione si annoverano quelle soprattutto della Gloria. Rossini immaginò che quell’inno immortale venisse cantato da un Coro di Angeli, lieti di annunziare la gloria dell’Eterno e la pace degli uomini.
Questo felice pensiero, reso fecondo da viva immaginazione e da profondo sentire, fu espresso con tanta sublimità, che i meno facili ammiratori del compositore pesarese, dovettero riconoscervi una delle felici ispirazioni che distinguono di tempo in tempo le opere de’ sommi ingegni".
La "Messa di Gloria" – la prima musica sacra della maturità di Rossini – rappresenta, come ben sottolinea Philip Gossett, "uno degli esempi più raffinati della musica sacra italiana della prima metà dell’Ottocento".
Il purismo accademico confonde spesso il concetto di "religioso" con quello di "liturgico". Certo, la musica è ottocento, l’ottocento italiano vòlto al teatro: così egualmente "teatrale" è la musica del "Requiem" di Verdi.
Soltanto una errata concezione estetica può portare a credere che, in arte, il divino debba
concentrarsi attraverso sistemi particolari. Nella "Messa" rossiniana il canto dell’anima si eleva a Dio in una forza stupenda e commossa.
Non è modo "liturgico", ma è "fede" sentita alla maniera tipica del Compositore; ed è "religione" universale dell’uomo.
Bellissimo il Kyrie (Coro), la parte più vasta di tutta la composizione, nettamente tripartita col Christe, affidato alle due voci tenorili. Fascinoso il Gloria, in cui insieme con il Coro cantano i solisti, con i due temi contrapposti: gioioso, per i pastori, etereo, per gli angeli. Seguono il Laudamus (soprano), aria ben ardua per virtuosismo ed espressività, il Gratias, dove Rossini lascia l’impronta del suo genio nell’intervento del corno inglese accanto al tenore, il Domine Deus (soprano, tenore, basso), il Qui tollis (tenore e Coro), il Quoniam, dove ancora una volta splende il genio rossiniano nell’intervento del clarinetto accanto al basso, ed infine il finale fugato Cum Sancto Spiritu (Coro) – attribuito a Pietro Raimondi – dal risolutivo effetto.
Degna di ogni elogio è risultata l’esecuzione pompeiana della "Messa". Bravissimi tutti: i solisti Anna Zoroberto (soprano), Antonello Palombi (tenore), Eugenio Favano (tenore), Maurizio Morello (basso); l’orchestra – Unione Musicisti Napoletani – e i suoi solisti (Visone, corno inglese, Russo clarinetto) ed il Coro Polifonico Januensis, guidato dal M° Luigi Porro. Ha diretto, con nobile rigore e tensione esecutiva, il M° Herbert Handt.

(Autore: Bruno Cagnoli)

Prima foto: l’orchestra durante l’esecuzione della "Messa di Gloria" di Gioacchino Rossini.

Seconda foto: il nuovo ingresso del Teatro dell’Istituto Bartolo Longo.
Terza foto: l’esecuzione della "Messa di Gloria" è stata diretta dal M° Herbert Handt.


"Casina" (Pompei - NA)

Fondazione della "Casina"

Questo nome farà sobbalzare molte ex alunne per la vivacità dei ricordi suscitati, anche se di natura diversa.
Molte funzioni, infatti, ebbe questo edificio nel passato ed altre ne avrà nel futuro.
Sorta negli anni venti per essere il Sanatorio delle Opere pompeiane
(a quei tempi la Tbc era malattia non ancora sconfitta), subì varie modifiche e, tra l’altro, fu anche la “Casa famiglia” delle giovani fidanzate che,  in preparazione al matrimonio, imparavano
gli elementi essenziali di economia domestica..
Ha ospitato persone con drammi di salute, speranzose di guarigione e giovani aperte alla vita di nuove famiglie: tutti motivi di vividi ricordi.
L’edificio, consolidato e ristrutturato a seguito del sisma del 1980, ospita un laboratorio per la preparazione di abiti da sposa e prima Comunione, una pista coperta di pattinaggio e due aule per la catechesi.
(Autore: Pietro Caggiano)
Foto: Ecco come si presenta la Casina dopo i lavori di ristrutturazione.


"Casa Albergo Marianna De Fusco" (Pompei - NA)
(Suore Domenicane - Casa Albergo M. De Fusco - Via Roma, 43 - 80045 Pompei (NA) Tel. 081/8577386 - 081/8632712

Fondazione della "Casa Albergo Marianna De Fusco"

Il nove febbraio 1965 Sua Eccellenza Mons. Aurelio Signora inaugurava la Casa di Riposo per signore anziane intitolata “Fondazione Marianna De Fusco” la consorte di Bartolo Longo, la donna che mettendo a disposizione dell’Apostolo del Rosario i suoi beni in Pompei, gli facilitava di attuare le grandi Opere sociali-religiose della Nuova Pompei.
Con la Fondazione Marianna De Fusco il Santuario della Beata Vergine veniva arricchito della gemma che mancava.
Con l’ Orfanotrofio e i vari Istituti per gli abbandonati, orfani della Legge e della morte, ecco anche una casa per le anziane che vanno incontro alla morte sole e senza affetto.

L’Opera veniva affidata alla Direzione ed alla Cura delle Suore di Pompei che con zelo, amore e dedizione stanno accanto alle ospiti dando loro serenità e assistenza ammirevole.
Da quel giorno decine e decine di anziane si sono preparate a morire cristianamente ben assistite religiosamente e amorevolmente.
Le varie Superiori, da Madre Elena, Madre Sabina, Madre Lucia Pedone, Madre Mercedes, Madre Domenica, Madre Luciana, Madre Remigia, all'attuale superiora  Madre Arcangela,  hanno saputo dare all’ Istituzione tanto affetto e cura da farne una grande famiglia dove si gode la pace e la serenità.

Responsabile della "Casa Albergo Marianna De Fusco"
Madre Vanna Maggiolini
Comunità della "Casa Albergo Marianna De Fusco"
Attualmente le Suore appartenenti alla comunità sono:
Suor Maria Sofia Badong (Filippina) Suor Maria Domenica (Italiana)

News dalla "Casa Albergo Marianna De Fusco"

Essere devoti: un motivo per vivere

Restare accanto alla Madonna del Rosario (Al pensionato “Marianna De Fusco” la vita trascorre in un clima di serenità e in compagnia di chi “Ci aiuta a credere nei più alti valori cristiani”
La nota caratteristica che distingue questo Pensionato è la devozione alla Madonna del Rosario.
Potremmo dire che soltanto il desiderio di vivere accanto a Lei ci ha indotto a restare qui definitivamente.
“Siamo arrivate da mille strade diverse” ricorda un noto canto e così è per noi che, pur essendo diverse per età, professione, provenienza, ci sentiamo unite dallo stesso filiale amore per la Madre divina.
Un esempio fra tutti potrebbe essere quello della Signora Carmela S. ultranovantenne.
Prestò la sua attività per vari anni alle dipendenze dell’Amministrazione del Santuario e oggi con
due figli maschi brillantemente sistemati, puntuale e precisa nei suoi doveri quotidiani, ripete spesso a edificazione di tutti: «Questo è il periodo più bello della mia vita».
È commovente la sua gratitudine ala Madonna per le tante grazie ricevute che esprime, oltre che con devote preghiere, anche portando di persona frequentemente la sua modesta offerta al Santuario.
L’Immagine della Vergine del Rosario troneggia in tutte le sale come in tutte le nostre camere.
i esce molte volte per partecipare alle funzioni che si celebrano nel Santuario.
E le inferme che restano in camera fanno scorrere tra le dita per molte ore al giorno la corona
del Rosario.
La Cappella, linda, confortevole, ornata sempre di fiori freschi è il cuore del Pensionato e ci accoglie ogni mattina per la Messa come nel pomeriggio per il Rosario e per le altre funzioni che, secondo i tempi liturgici, vengono celebrate.
Oltre alla presenza ordinaria del Cappellano, che con assidua dedizione presta qui la sua opera, c’è anche quella straordinaria del nostro Vescovo e dei Superiori che ci fanno dono della loro fervente parola di apostoli mariani.
Tutto concorre in questo Pensionato a sostenere la pietà mariana perché tutto è organizzato e predisposto allo zelo missionario delle Suore Figlie del S. Rosario di Pompei.
La loro presenza non solo garantisce la funzionalità dell’istituzione, ma ci aiuta a credere nei più alti valori cristiani.

Esse sanno trovare il modo di rendere più serena la vita di tutte le ospiti aderendo nei limiti del possibile alle nostre richieste.
Una particolare attenzione è rivolta alle signore inferme. La Superiora, con molta dolcezza e pazienza, si reca a visitarle più volte al giorno per portare loro una parola di incoraggiamento che concorre a rendere la sofferenza accettata e offerta.
Preghiamo insieme la Vergine del Rosario perché sostenga le nostre Suore nella loro difficile missione e le renda sempre più capaci di testimoniare e trasmettere il Suo amore materno. (Autore: Carolina Muavero)
Natale atteso con ansia
Già con l’inizio della novena si possono notare i fervidi preparativi per l’allestimento del presepe e dell’albero e per l’addobbo delle sale e dei corridoi con angeli, rami di abete, festoni ecc.
La sala da pranzo assume il tono delle feste natalizie: tovaglie, fiori, musiche, ornamenti adeguati alle circostanze.
Ciò che caratterizza però la vita del Pensionato è proprio il clima religioso che vi domina.
Infatti, durante questo periodo non manca la visita del nostro Arcivescovo che ci porta i suoi auguri, la sua benedizione e quella degli altri Superiori.

La Vigilia di Natale, il Bambino Gesù anticipa la sua nascita al pomeriggio in modo che la processione possa svolgersi in orario compatibile con l’età delle più anziane e con le esigenze delle inferme.
La processione si snoda per i piani e il Cappellano visita tutte le camere offrendo la statua di Gesù Bambino alla nostra venerazione.
Segue quindi la celebrazione della Messa.
Dopo cena, a chi può, è consentito di recarsi al Santuario insieme alle Suore per partecipare alla solenne funzione di mezzanotte.
Un grazie particolare, perciò, è doveroso porgere alla Madre Superiora che si preoccupa di farci trovare anche i posti riservati come persone di famiglia.
Siamo tutte particolarmente devote alla Vergine del Rosario e poter partecipare alle funzioni che si celebrano nel Santuario in queste occasioni, è il dono più bello che possiamo ricevere.
Non rimpiangiamo nemmeno i cibi tradizionali che so preparano in questi giorni perché i pranzi nei giorni di festa sono particolarmente ricchi e invitanti.
Le Suore dedicano più tempo alla cucina per preparare personalmente dolci caratteristici: struffoli, croccanti mandorlate, torte, ecc…
Le feste natalizie sono ricche di “dolci” sorprese: piccoli dono che troviamo a tavola il giorno di Natale, quelli che abbiamo la possibilità di vincere nelle tombolate e infine quelli contenuti nella calza della Befana che ci viene consegnata puntualmente il 5 gennaio.
Tutto si conclude, proprio come prescrive il calendario liturgico con la festa del Battesimo di Gesù.
Durante queste feste abbiamo modo di apprezzare ancora di più la generosa disponibilità delle nostre Suore che, pur essendo poche, riescono non solo ad assicurare a tutte la necessaria assistenza e a garantire l’efficienza del Pensionato, ma anche a trovare ogni giorno, con piccoli gesti d’amore, il modo per alimentare in noi il gusto della vita e quindi la capacità di riconoscere i doni che il Signore largamente ci offre. (Autore: Carolina Muavero)


"I.P.S.I." (Pompei - NA)

Fondazione "I.P.S.I."
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"Centro Polifunzionale diurno Crescere Insieme" (Pompei - NA)
Il Centro Educativo “Bartolo Longo” promuove un’educazione informata ai principi della solidarietà, della tolleranza, dell’accettazione dell’altro.
Giorno per giorno i ragazzi e i bambini che frequentano il Centro, oggi “Centro Polifunzionale Diurno”, diretto dai Fratelli delle Scuole Cristiane, potranno scoprire e imparare le regole della socializzazione, della fratellanza e dello stare insieme.
L’istituto infatti, nelle ore pomeridiane, offre ai ragazzi la possibilità di prendere parte a diverse attività ludiche, sportive e culturali.
Il Centro è dotato di una “Sala Internet” dove i ragazzi hanno la possibilità di usufruire di moderne attrezzature informatiche; un laboratorio per la lavorazione della ceramica; sale di musica e canto; sale relax in cui i ragazzi possono trascorrere del tempo insieme guardando la televisione, giocando a ping-pong o anche ai videogiochi; una palestra; un campetto di pallacanestro; un teatro e vari laboratori di elettronica.
L’istituto, inoltre, avvalendosi della disponibilità e dell’esperienza di validi educatori e volontari, dedica ai ragazzi ore di doposcuola e approfondimento delle materie scolastiche.
L’aspetto culturale e sociale viene inoltre valorizzato attraverso mostre, eventi culturali e giochi organizzati ogni anno.
Il Centro, offrendo l’accoglienza per l’intero arco della giornata, diventa punto di riferimento per minori provenienti da un precario contesto familiare e sociale e per i Servizi Sociali.
Da non dimenticare, infine, l’importanza delle associazioni di volontariato che operano a favore del Centro: la “Famiglia Lasalliana”, genitori di allievi o simpatizzanti che ogni giorno condividono con i ragazzi momenti di preghiera e svago; i “Lasalliani”, ex alunni ora universitari e ragazzi del 4° e 5° anno dell’Istituto Professionale, che aiutano i bambini delle scuole primarie e medie nelle ore di studio pomeridiano; l’Associazione “Accademia dell’Anima”; l’Associazione “La Salle” e il Complesso Bandistico “Bartolo Longo-Città di Pompei”.


"Centro Myriam" (Pompei - NA)

Fondazione "Casa Famiglia"
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"Movimento per la vita" (Pompei - NA)

Fondazione "Casa Famiglia"
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"Casa Emanuel" (Pompei - NA)

Fondazione "Casa Famiglia"
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Responsabile del "Casa Emanuel"
Madre
Comunità del "Casa Emanuel"
Attualmente le Suore appartenenti alla comunità sono:
Sr. Maria
Attività nella Comunità del "Casa Emanuel"

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News dal "Casa Emanuel"
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"Gruppo Appartamento" (Pompei - NA)

Fondazione "Casa Famiglia"
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Responsabile del "Gruppo Appartamento"
Madre
Comunità del "Gruppo Appartamento"
Attualmente le Suore appartenenti alla comunità sono:
Sr. Maria
Attività nella Comunità del "Gruppo Appartamento"

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News dal "Gruppo Appartamento"
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"Comunità Giardino del Sorriso" (Pompei - NA)

Fondazione "Casa Famiglia"
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Responsabile della "Comunità Giardino del sorriso"
Madre
Comunità della "Comunità Giardino del sorriso"
Attualmente le Suore appartenenti alla comunità sono:
Sr. Maria
Attività nella Comunità della "Comunità Giardino del sorriso"

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News dalla "Comunità Giardino del sorriso"
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"Centro di Accoglienza Bartolo Longo" (Pompei - NA)

Fondazione "Casa Famiglia"
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Responsabile del "Centro di accoglienza Bartolo Longo"
Madre
Comunità del "Centro di accoglienza Bartolo Longo"
Attualmente le Suore appartenenti alla comunità sono:
Sr. Maria
Attività nella Comunità del "Centro di accoglienza Bartolo Longo"

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News dal "Centro di accoglienza Bartolo Longo"
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"Comunità Incontro" (Pompei - NA)

Fondazione "Casa Famiglia"
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Responsabile della "Comunità Incontro"
Madre
Comunità della "Comunità Incontro"
Attualmente le Suore appartenenti alla comunità sono:
Sr. Maria
Attività della "Comunità Incontro"

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News dalla "Comunità Incontro"
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"Polo Scolastico" (Pompei - NA)

Fondazione "Casa Famiglia"
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Responsabile del "Polo Scolastico"
Madre
Comunità del "Polo Scolastico"
Attualmente le Suore appartenenti alla comunità sono:
Sr. Maria
Attività del "Polo Scolastico"

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News dal "Polo Scolastico"
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Mensa "Papa Francesco" (Pompei - NA)

Gestione della Mensa "Papa Francesco" - Sovrano Militare Ordine di Malta
Migliaia di pasti serviti e nuovi servizi per i poveri

La struttura della carità, dedicata al santo Padre dopo la sua visita del 21 marzo 2015 raggiunge il primo anno di attività. Qui, grazie all’impegno del Sovrano Ordine Militare di Malta, centinaia di bisognosi trovano un pasto caldo ogni giorno. Ora avranno anche la possibilità di accedere ad un servizio docce e di usufruire delle prestazioni di un barbiere e di un parrucchiere, che doneranno la propria opera e il proprio tempo.
La Mensa dei Poveri "Papa Francesco" del Santuario ha compiuto un anno. L’esperienza a favore dei senzatetto della città mariana, ospitata presso la "Casa del Pellegrino", è nata il 21 novembre 2014, grazie all’impegno del Sovrano Militare Ordine di Malta, che la gestisce. Per festeggiarne il primo compleanno, è stata celebrata una santa Messa in Basilica, presieduta dall’Arcivescovo della Chiesa pompeiana, Monsignor Tommaso Caputo. Alla mensa eucaristica, officiata ad un anno esatto dalla nascita del servizio, hanno partecipato il Gran Priore di Napoli e Sicilia dello SMOM, fra’ Luigi Naselli di Gela, il Cancelliere, Arturo Martucci di Scarfizzi, e il Ricevitore, Umberto Maria Ferrari di Pantane, oltre ai numerosi volontari e agli studenti ed ex alunni del Liceo "Ernesto Pascal", impegnati nella distribuzione dei pasti.
Un intenso anno di attività, durante il quale tanti hanno trovato non solo un pasto caldo, ma anche una famiglia, un vero e proprio punto di riferimento. La mensa, intitolata al Santo Padre in occasione della sua visita a Pompei nel marzo scorso, è diventata, infatti, nel tempo, per i poveri della città e per quelli dei comuni vicini, un luogo dove trascorrere qualche ora in compagnia, dove incontrare la solidarietà e l’amicizia di chi vive le stesse problematiche. Qui si respira un clima sereno e familiare, ma soprattutto, si riceve un aiuto concreto alle numerose difficoltà che si incontrano nella vita di ogni giorno.
Il servizio di carità affidato alle cure dello SMOM ha cercato, in maniera costante, di offrire agli indigenti e alle famiglie che vi si rivolgono un aiuto che andasse oltre il "pasto caldo". Si è creata in questo tempo, intorno alla Mensa, una vera e proprio rete di solidarietà che ha reso possibile offrire anche altri tipi di conforti ai senzatetto che bussano alle sue porte. Sulla scia dell’analoga iniziativa
inaugurata lo scorso febbraio in Vaticano, voluta proprio da Papa Francesco Bergoglio, nel giorno del primo compleanno della Mensa dei Poveri della città mariana è stato inaugurato il servizio docce ed è stata creata anche una postazione per il barbiere e il parrucchiere che, a seconda delle esigenze, offriranno gratuitamente il loro lavoro ai senzatetto.
"Sono felice che siamo riusciti a realizzare questo ulteriore servizio", ha detto la dott.ssa Maria del Rosario Steardo, dama dello SMOM e coordinatrice della Mensa. "I poveri che si rivolgono a noi li conosciamo tutti, uno per uno, siamo al corrente delle singole problematiche e difficoltà e cerchiamo di offrire loro un aiuto diversificato per quello che possiamo, grazie anche alla generosità di tanti. Ad esempio – ha raccontato la Steardo -  nel giorno in cui hanno usufruito del servizio doccia, abbiamo fornito biancheria da bagno, biancheria intima e un cambio abiti puliti ad ognuno. È stata una gioia vederli così contenti!". Nei giorni delle festività natalizie, inoltre, sono stati organizzati dei pranzi speciali, ai quali ha reso parte anche l’Arcivescovo Caputo, felice di questa opera di carità che va ad aggiungersi alle tante altre del Santuario mariano fondate dal Beato Bartolo Longo e che, ancora oggi, offrono ospitalità e aiuto a chi vive situazioni di profondo disagio economico e sociale.
Il lavoro alla "Papa Francesco", dunque, continua e i risultati positivi ottenuti sono frutto della collaborazione tra i numerosi volontari, tra cui anche cuochi e cuoche professionisti in pensione, che offrono con amore il loro tempo a chi ha più bisogno.
(Autore: Daria Gentile)
Prima foto: Il Santo Padre a Pompei il 21 marzo 2015 mentre saluta gli ospiti della Mensa.
Seconda Foto: I volontari dell’Opera di carità di Pompei.
News dalla Mensa "Papa Francesco"


Casa "Maria, Madre di Misericordia" (Pompei - NA)

Responsabile della Casa famiglia "Maria, Madre di Misericordia"
Raffaela e Salvatore Buonocore

News dalla Casa famiglia "Maria, Madre di Misericordia"


*Casa famiglia "Santa Maria del Cammino" (Pompei - NA)

Responsabile della Casa famiglia "Santa Maria del Cammino"
Anna D'Ambrosio e Renata Trzepizur

News dalla Casa famiglia "Santa Maria del Cammino"

Il prezioso lavoro della Casa Famiglia "Santa Maria del Cammino"

Inaugurata il 4 agosto 2016 nel Centro per il bambino e la famiglia "Giovanni Paolo II", la struttura, affidata alla Comunità Papa Giovanni Paolo XXIII, fondata da don Oreste Benzi nel 1973, accoglie ragazze madri con i loro figli e bambini ed adolescenti con problematiche relative alla propria salute.
"Litighiamo spesso, ma ci vogliamo davvero molto bene. È normale avere delle divergenze quando si proviene da posti diversi con culture diverse. Ognuno di noi, poi, ha la sua storia e il suo vissuto. Eppure condividiamo la vita". A raccontarci la quotidianità della Casa Famiglia "Santa Maria del Cammino" sono le responsabili, Anna D’Ambrosio e Renata Trzepizur. Inaugurata il 4 agosto del 2016, la Casa Famiglia fa parte delle cinquecento strutture, disseminate nel mondo, della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi nel 1973. Nella città mariana, tra le Opere di Carità del Santuario, ne sono nate due. Nel 2014, ha preso vita la Casa "Maria, Madre di Misericordia", affidata ai coniugi Raffaela e Salvatore Buonocore. Oggi, nello stesso edificio, il Centro per il Bambino e la Famiglia "Giovanni Paolo II", è stata inaugurata anche la "Santa Maria del Cammino". Nel centro, sorto nelle ex case operaie fondate dal Beato Bartolo Longo per i lavoratori che prestavano la loro opera alla costruzione della nascente Pompei, sono inoltre ospitate anche altre comunità di accoglienza, affidate alla Fraternità di Emmaus e alla Fondazione G. Ferraro onlus.
"Nelle strutture della Comunità Papa Giovanni – ci raccontano, ancora, ancora, Anna e Renata – non esistono operatori che si danno il cambio ed effettuano dei turni.
Questa è la nostra casa, la nostra famiglia". Unite da questa esperienza del 2010, Anna e Renata hanno già collaborato nella Casa di San Cipriano Picentino e in quella di Montecorvino Rovella, entrambe in provincia di Salerno.
Attualmente la casa di Pompei ospita due ragazze madri con le loro bambine. Miriam, giovanissima, di appena 21 anni, è di nazionalità nigeriana e, da pochi mesi, ha dato alla luce una splendida bimba, assistita in ospedale proprio da Anna. "Sono stata con lei giorno e notte durante il travaglio e i giorni di ricovero", ci ha detto. "Noi siamo le sorelle, le mamme, le zie e le nonne – le fa eco Renata – di tutte le persone che accogliamo". Rosa, trentaquattrenne, è, invece, di nazionalità rumena. Con lei, la sua bimba di due anni e mezzo. Poi, ci sono Mario di 14 anni, autistico, e Paolo di 9 anni, idrocefalico, anche lui rumeno. "Non conosciamo molto bene le loro storie – ci dicono Anna e renata – Mario è stato affidato alla Comunità da quando aveva tre anni e mezzo perché la madre non ha saputo gestire la sua disabilità. Mentre Paolo è stato affidato alla Papa Giovanni XXIII da quando aveva solo quattordici mesi. È stato lasciato dai genitori in ospedale dove, nato prematuro, è stato ricoverato in terapia intensiva fino al tredicesimo mese di vita. Non appena le sue condizioni sono migliorate è stato affidato ad una delle nostre strutture".
La famiglia della "Santa Maria del Cammino", come tutte le famiglie della Comunità Papa Giovanni, è molto particolare. Qui non c’è una specifica tipologia di accoglienza, chiunque ha bisogno può chiedere aiuto. "L’obiettivo – ci dice Anna – è portare chi ci viene affidato ad essere autonomo, a poter gestire la propria vita da solo. Ma molto decidono, nonostante tutto, di rimanere qui, pur trovando un lavoro e riuscendo ad essere indipendenti dal nostro sostegno". In tanti, dopo aver vissuto in una Comunità Papa Giovanni XXIII, scelgono di continuare a vivere nella propria famiglia "allargata". Qui, la serenità e la condivisione sono il sale principale di ogni giornata. E non desta meraviglia questa scelta, basta guardare gli occhi di Anna e renata che sono felicissime di essere entrate a far parte della Comunità fondata da don Benzi. "Il progetto di don Oreste – spiega Renata – era quello di dare una famiglia a chi non ce l’ha. Perché la famiglia ti dà amore, non solo accoglienza". La gioia che traspare dai volti e dai sorrisi degli ospiti della casa ne dà testimonianza concreta. Nonostante le storie difficili e il vissuto profondamente drammatico di alcuni, nella "Santa Maria del Cammino" si respira serenità e Anna e Renata sono al punto di riferimento di tutti, come lo è ogni genitore.
(Autore: Marida D’Amora)


 
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